Impatti


Uno dei motivi per cui il blog è più moscio del solito è il fatto che il mio lavoro ha subìto un sensibile aumento di ritmo. Ci sono sempre stati periodi di follia, ma quello che mi pare mancare adesso sono i momenti di normalità. In realtà, tra l’altro, sto coordinando un progetto a qui tengo moltissimo, questo. Ed è esattamente di questa esperienza che vorrei raccontarvi qualcosa.

Quando abbiamo ideato questa architettura di attività sapevamo che, per molti versi, sarebbe stata un’esperienza nuova. Ma sottovalutavamo probabilmente la capacità del progetto di animarsi di vita propria. “Non so quale sarà l’impatto sul territorio, ma l’impatto sulla vita di tutti noi è certamente considerevole”, abbiamo convenuto ieri in una delle innumerevoli riunioni d’équipe. La sensazione è quella di aver scoperchiato una sorta di vaso di Pandora, probabilmente pieno di idee, scoperte, punti di vista interessanti… Ma al momento il caos domina, apparentemente incontrastato.

Un paio di settimane fa, scendeva la sera e io mi trovavo in un teatro parrocchiale ai confini di Tor Pignattara. “Cerca lo spettacolo?”, mi chiede gentile una signora sulla soglia. Boh. No, a rigore no. Cerco la festa di Durga Puja, ma faccio finta che sia la stessa cosa – anche perché francamente non so esattamente cosa sia, questo Durga Puja. Del resto si sta mettendo a piovere. Sono circa le 18:00.

Risalirò quella scalinata tre ora e mezzo più tardi, satolla di spezzatino di tofu al curry e con la curiosa sensazione di scendere da un volo intercontinentale. La sala, a lungo vuota (il concetto di orario effettivo ancora non lo abbiamo chiaro), si era frattanto riempita come un uovo di famiglie vestite a festa: donne avvolte in sete sgargianti, bambine con fiocchi in testa e paillettes sulle scarpette lustre, adolescenti dinoccolati, neonati in carrozzine spinte da padri amorevoli (e apparentemente non turbati, bimbi e genitori, dal volume sempre crescente dello “spettacolo”). Durga, in forma di statua policroma venuta direttamente dall’India, troneggia al centro del palco e sembrava guardare divertita quel brulichio di umanità multicolore.

Una cosa è certa: sono tante le cose che avvengono in questa città e che non non immaginiamo minimamente. La mia ambizione, in questi mesi, è di raccontarne un pezzetto, sperabilmente sopravvivendo agli adempimenti burocratici che un progetto europeo comporta.

Istantanee di Romania


Come spesso accade, la mia  ultima trasferta di lavoro non mi ha dato molte occasioni per realizzare dove mi trovavo. Piuttosto mi ha messo sotto gli occhi persone, gesuiti e non, di vari Paesi europei e dai più diversi background. E’ un viaggio anche quello, in un certo senso.

La prima impressione del luogo, complice un viaggio singolarmente stressante, è stata di assoluto straniamento. Nel mio immaginario la Romania significava montagne. E invece mi sono ritrovata in una campagna piatta come una tavola, comprensiva di nebbione mattutino. La Bassa di Don Camillo e Peppone, praticamente, con tutte le zanzare del caso. Sapevo che saremmo stati ospitati in un monastero e anche qui la mia immaginazione aveva lavorato: pensavo a iconostasi dorate, pareti spesse, tetti spioventi, cripte di pietra. Al contrario, mi sono ritrovata in un complesso modernissimo, la cui costruzione è iniziata nel 2008. Bello, con il legno scuro e le pareti bianche che richiamano in qualche modo la tradizione locale (immagino), con una chiesa non priva di afflato artistico. Ma assolutamente modernissimo.

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In qualche modo, con il senno del poi, questa location era più adeguata allo spirito del team del JRS Romania che ci accoglieva: sono un bel gruppo di giovani, molto agguerriti, efficienti, entusiasti e tecnologicamente avanzati. Questo meeting sarà ricordato per l’organizzazione perfetta, il wifi funzionante, la serata karaoke e una cena stratosferica, in cui abbiamo consumato in poche ore il 30% del fabbisogno mensile di carne di una piccola nazione.

Superato un vago senso di claustrofobia da mancanza di città e di mezzi di trasporto per raggiungerla, mi sono goduta la campagna. Albe spettacolari, in particolare. La cosa che mi divertiva di più era certamente camminare lungo il bordo del piccolo canale, godendomi la rapida successione di tuffi di ranocchie che si lanciavano nell’acqua al mio passaggio.

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Quanto alla compagnia, in parte diversa dagli anni precedenti, aveva certamente degli aspetti piacevoli e bizzarri il giusto (qui vi fate un’idea dell’andamento dei lavori). Menzione speciale per i tedeschi, che hanno in più occasioni rivelato una solida formazione musicale che spaziava dalle fughe di Bach alle citazioni del rock anni ’70, fino a toccare i musical e culminare nel valzer. “Per forza lo sappiamo ballare, è il primo ballo a ogni matrimonio!”, si è giustificato un insospettabile gesuita di stanza a Stoccolma, che ha realizzato un sogno che credevo irrealizzabile: farmi volteggiare per la sala, dandomi persino l’illusione di essere leggera. Che classe.

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Di eventi e di sbavature


Certe volte vivendo a Roma ci si sente come l’asino di Buridano: lo scorso weekend era talmente pieno di cose da fare con Meryem che la scelta è stata dura. C’erano i musei comunali aperti gratuitamente (ma quelli ci saranno ogni prima domenica del mese), c’erano attività favolose all’Hortus Urbi (che ci viene un po’ scomodo da raggiungere, ma merita sempre)… ma alla fine abbiamo scelto la compagnia di un compagno di Meryem e della sua famiglia e abbiamo optato per due attività congiunte.

Sabato siamo andati alla Maker Faire. La meraviglia. Un universo di idee interessanti, molte delle quali per me assolutamente incomprensibili, ma comunque travolgenti. All’ingresso nel tendono di plastica delle attività per bambini, tra caldo e folla stavo per avere un cedimento strutturale. Ma poi ci siamo trovati con i nostri amici e tutto è stato più semplice. I bambini erano incantati da tutto: razzi che si lanciavano saltando sopra bottiglie di Coca Cola, ragni robot, bolle di sapone telecomandate, cannocchiali di carta. A Meryem è rimasto nel cuore il primo stand dove si è fermata (e infatti ha voluto ritornarci con gli amichetti): si trattava di un circuito elettrico che permetteva, poggiando una mano su della plastilina, di suonare con l’altra mano delle listelle metalliche che producevano suoni come tasti di pianoforte (visualizzati su schermo). L’ho spiegato malissimo, ma il vero colpo di scena per Meryem è stato scoprire che il gioco funzionava anche se la mano sulla plastilina la metteva lei e il suo compagno suonava i tasti, a condizione che si dessero la mano. “Capisci, mamma? La corrente elettrica passa piano piano attraverso di noi e arriva da qui a lì!!!!”.

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Tanto di cappello all’organizzazione. I bambini potevano partecipare a percorsi gratuiti in piccoli gruppi, facendo esperimenti a loro misura per un’ora e mezza. La folla c’era, ma gli spazi erano immensi, tutti attrezzati e interessanti. In cinque ore sono rimasta con l’impressione di avere a mala pena sbirciato qualcosa. Ma complessivamente l’esperienza resta straordinaria.

Il giorno dopo ci eravamo invece iscritti all’OVS Kids Active Camp, attività per bambini all’aperto nella splendida cornice, come si usa dire, dei Fori Imperiali. In questo caso l’impressione è stata purtroppo ben diversa. In primo luogo, gli spazi erano incredibilmente angusti in considerazione dell’afflusso che si prevedeva (le iscrizioni, a numero chiuso, si facevano online). Pochi campi, pochi animatori ben presto stremati dalla ressa e dal caldo, nessuna organizzazione delle attività per fasce d’età (cosa che si sarebbe tranquillamente potuta fare, visto che l’iscrizione prevedeva l’indicazione dell’anno di nascita e persino un’opzione per una delle attività: opzione peraltro assolutamente inutile, visto che poi l’iscrizione dava accesso a tutte le attività indistinatamente). Le file per qualunque sport erano spropositate e il nervosismo di bambini, adulti e organizzatori era palpabile. Persino transitare tra i campi era una sfida, visti gli spazi strettissimi.

La comparsata dei campioni dello sport è stato un privilegio per pochi eletti. Gli altri si sono dovuti accontentare di un paio di interviste stiracchiate al microfono: l’unico aspetto positivo è che la musica, assurdamente martellante, si è interrotta per pochi minuti. C’è voluto tutto il mio amore materno per non darmela a gambe in cinque minuti.

Perché Meryem è riuscita anche a divertirsi. Ha giocato a palla bloccata (gioco che si conferma il più noioso della storia, ma questa è solo la mia personale opinione) sotto l’Altare della Patria, è stata con il suo amico ad aspettare pazientemente il suo turno sotto il sole cocente, ha sopportato una fila per l’arrampicata durata un tempo che ci avrebbe consentito di fare un salto sul Gran Sasso.

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Finalmente è arrivata al suo turno alla parete e, con una certa scioltezza, è arrivata fino in cima. Quando tornavamo a casa in tram, la sera, io ero decisamente oltre il mio limite fisico di sopportazione. Temo di aver sibilato tra i denti: “Ho odiato ogni minuto di questa giornata del cavolo!”. E Meryem, prontissima, con l’occhio lucido: “Anche quando ho suonato la campanella?”. No, maledizione: quando sei arrivata in cima a quella parete, nonostante i tuoi timori iniziali, e hai dimostrato in primo luogo a te stessa che ce l’avevi fatta a raggiungere il traguardo, è stato bellissimo guardarti, Guerrigliera. Un istante meraviglioso in cui i tuoi occhi hanno brillato di orgoglio. Errata corrige: ho odiato QUASI tutti i minuti della giornata del cavolo in questione. Quello no. E neppure quelli in cui mi è parso evidente che tu, nonostante tutto, ti sei divertita. Resto però convinta che tu e gli altri bambini meritiate molto di più di questa organizzazione approssimativa e superficiale.

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Tutto è lecito…


Ricordo una lettura del primo anno dell’università, intitolata: “Assiriologia. Apologia di una scienza inutile”. Se c’era una persona convinta dell’assoluta importanza degli studi di nicchia, quella ero io. Forse, in un angolino del mio cuore, lo sono ancora. Le cose inutili sono spesso belle, gustose, sfiziose. Il fascino dei sentieri non battuti appaga di per sé e ripaga di solito dalla vaga sensazione – che talora si affaccia – di essere fuori da quelli meglio frequentati non per scelta, ma per insufficienza o per incapacità.

Vengo da un paio di giorni intensi di convegno dove, forse per la prima volta, ho avuto la netta sensazione che avrei fatto meglio a non andare. Io li amo, i convegni. Ne ho organizzati anche alcuni, sui temi più improbabili. E allora perché questo disagio fastidioso, questa sensazione di essere un marziano tra quegli accademici, pur affabili, che al contrario parevano spassarsela abbastanza (come facevo io, ai tempi)? Forse la prima considerazione è che mi sentivo in colpa per essere stata invitata a parlare a quel tavolo. Non sono un tipo particolarmente modesto e non è che mi sentissi, di per sé, inferiore agli altri relatori. Semplicemente, non ero la persona giusta da invitare. Forse una decina d’anni fa lo sarei stata, forse nemmeno.

“Tutto è lecito, ma non tutto giova”. Sentire citare questa frase da una delle relatrici mi ha lasciato con la sensazione che forse il punto era proprio quello. Onestamente se il convegno fosse stato sui culti fenici o su questioni più proprie al mio io di accademica improbabile, non so se avrei avuto la stessa sensazione. Ma mi sa proprio di sì.

Sarebbe stato più utile e mi avrebbe giovato di più andare a parlare di rifugiati a un paio di persone in un comune della Valtellina. Con buona pace di José de Acosta, a cui va tutta la mia umana simpatia.

Di pattini a rotelle e di perseveranza


L’altro giorno ho accompagnato Meryem alla lezione di pattinaggio e, mentre la guardavo con la coda dell’occhio, ho ricordato con assoluta precisione quando su una pista del genere c’ero io. Fino ad ora, infatti, lei a pattinaggio era una principiante assoluta e io lo sono stata in un’età di cui non ho ricordi molto distinti. Ora invece ha cominciato ad esercitarsi nella modalità che è stata mia dalle elementari alla terza media.

Il pattinaggio artistico si pratica provando e riprovando. Giri intorno alla pista e provi una figura, un salto, una trottola. Una successione precisa di movimenti che deve diventare automatica e, allo stesso tempo, perfettamente controllata e consapevole. E allora succede che ripeti due, tre, dieci, venti volte quel movimento, prima su un rettilineo e poi sull’altro (o, se serve, sulle curve).

C’è qualcosa di zen in questa gara con se stessi. L’allenatore corregge individualmente e individuale è la maggior parte del lavoro. Millimitro dopo millimetro, pazientemente, si progredisce. Ricordo come oggi lo sguardo determinato della mia amica Giovanna mentre provava quell’axel che io ho sempre “rubato”, arrivando nella migliore delle ipotesi a un giro e un quarto su un giro e mezzo. Quell’espressione che lei aveva negli occhi a me è sempre mancata (e forse non casualmente io prima in una gara non sono arrivata mai).

Se si ripensa al pattinaggio a distanza di molti anni si tende a ricordare le gare, i saggi. L’attesa dell’esibizione, in cui io puntualmente mi sedevo a bordo pista bucandomi i collant con le schegge di legno. L’emozione di salire su un podio e il leggero panico di cadere rovinosamente, davanti a tutti. Ma quei pomeriggi passati a imparare la disciplina, quei tentativi certosini di riuscire, quel carico di frustrazione da masticare poco a poco, senza mai rilassare le braccia, no, non me li ricordavo. Eppure sono stati quelli la parte più importante.

Una tortura, direte ora voi. Come puoi pensare di far vivere questo a tua figlia? Ribatto, in primo luogo, che io non posso sapere se per lei sarà diverso. Magari ha più talento di sua madre e riuscirà con meno fatica. Ma l’obiezione più sostanziale è che poche cose per me sono state formative quanto il pattinaggio. Merito certo della mia allenatrice Cinzia Forghieri, ma anche di quel necessario allenamento alla perseveranza che tutte le discipline sportive richiedono. Ultima obiezione, non irrilevante: una delle prime gioie profonde della mia vita di cui ho memoria è la sensazione di pattinare con il vento nei capelli. Io, sola, con le mie forze. Sola con i miei pensieri. Sola con le cose che sapevo fare e tutte quelle che non mi riuscivano. Su quei pattini io non sono stata tanto spesso soddisfatta di me stessa, ma certamente ho imparato a fare i conti con onestà con quel che ero e quello che potevo (o non potevo) diventare. Su quei pattini sono stata davvero io, completamente.

E ovviamente se poi vorrà smettere, finito l’anno, potrà farlo! 🙂

Scimmi-otto


Mio padre mi proponeva spesso un giochino che era una specie di tormentone, uno strazio e un divertimento allo stesso tempo. Lui iniziava dicendo: “Scimmi-uno” e io dovevo rispondere “scimmi-due”. Si andava avanti così finché io non dicevo “scimmi-otto” e lui a quel punto chiosava “…che sei tu!”. Suona abbastanza idiota a scriverlo e vi assicuro che lo è abbastanza anche a farlo. Eppure siamo andati avanti per anni.

Mi tornava in mente questo giochino perché davvero mi rendo conto che Meryem è una scimmietta, imita posture e espressioni con una rapidità disarmante. Sabato pomeriggio la vedevo a Villa Pamphili, mentre aspettava il suo turno per colpire la pignatta: mani dietro la schiena, una mano pogiata sul gomito e le spalle un po’ curve (orrore!), con la posa inconfondibile che aveva mio padre e di conseguenza ho anche io. Il papà di un amichetta di Meryem, amico di vecchia data dei miei cugini, mi ha confermato: “Sì, me lo ricordo tuo padre in quella posizione, insieme a tuo zio. Era proprio quella la postura di tutti e due”.

Sempre più spesso la sento utilizzare le mie frasi, le mie spiegazioni, le mie battute. Tremo sentendola far sue anche le mie ansie, la mio ossessione di fare tardi, i miei sfoghi che vorrei di un istante e che invece, attraverso di lei, hanno vita più lunga di quanto sarebbe auspicabile.

Gli occhi e i lineamenti si avvicinano a quelli del padre, ma la struttura logica delle argomentazioni mi è paurosamente familiare. Ora capisco perché molti genitori, compresi i miei, cercano di non perdere mai il controllo, di riflettere prima di ogni parola davanti ai figli. Mi fa terribilmente paura il pensiero di influenzarla così facilmente.

Ma allo stesso tempo, così come ho pensato ancor prima che nascesse, lei è proprio lei. Non è la copia di nessun altro. Lei che oggi, fierissima della sua camicia turca, inizia la seconda elementare, curiosa di scoprire cosa ci sarà di diverso rispetto alla prima. Buon anno, straordinaria scimmiotta!

Aiuto


Sono giorni convulsi, al lavoro, e se da un lato amo quella sensazione di cervello sovraccarico che mi fa sentire efficiente e viva, dall’altro finisco per essere distratta e nervosa nelle incombenze più quotidiane. Due giorni fa, a metà di una mattinata intensa, decido di prendermi la solita breve pausa caffè. Afferro il telefono e getto un’occhiata distratta al display. Visualizzo il nome di mia madre e l’oggetto del suo messaggio: “Aiuto”.

Mia madre ha compiuto 88 anni. E’ arzilla e relativamente in buona salute, ma la scorsa primavera ha avuto un ricovero d’urgenza. Vive sola. Tutto ciò per dire che mi sono presa un mezzo infarto. Ecco là. mi sono detta, me ne sto qui nel mio bunker assorta in questioni di lavoro e magari lei mi stava chiedendo aiuto un’ora fa, o magari di più. Che razza di persona sono. 

Ancora in preda all’ansia, si comincia però a far strada un barlume di consapevolezza nella mia mente confusa. Sì, ok, ma perché lo visualizzo così? Mica è una chiamata persa. E neppure un sms. Mia madre non usa what’s up. E allora che cos’è? Elementare, Watson. Una mail. Ora: se una persona si sente male all’improvviso, ti pare che si mette a scrivere una mail, tanto più che lei è solita farlo dal computer e non dal cellulare (sì, lei è solita mandarmi mail, molto più assiduamente di molte altre persone che frequento). 

Il livello d’ansia cala un po’, mentre apro il messaggio, che recitava, testualmente:

“Cara Chiara, siccome stiamo per riprendere la lettura della Bibbia, mi sono procurata il testo di Rashi sul Deuteronomio. Soltanto che mi imbatto in termini di cui ho dimenticato il significato esatto. Potresti suggerirmeli? peshat, midrash, aggadah. Grazie. A presto. Mamma”

Ora ditemi, onestamente: come pretendo di avere una vita normale, o addirittura di essere una persona normale? Vi rendete conto, sì, di quale storia familiare ho alle spalle e non solo? E vi prego di notare che mia madre, dei miei genitori, era decisamente la più equilibrata e “ordinaria”.

Friendsurfing, il ritorno


“Ma poi ci scrivi qualcosa su questa esperienza?”, mi ha chiesto uno dei miei molteplici ospiti loro malgrado, ovvero il marito di un’amica che ci ha accolto. Bisognerebbe, sì. Ma non saprei in che forma. Le foto un po’ hanno raccontato, in diretta, queste tre settimane su e giù per la Penisola, zaino in spalla. Col video ci ho provato, ma non è che sia tanto tagliata. 

Restano dunque le parole, ma sarebbe più corretto un racconto collettivo, visto che un’esperienza collettiva è stata. “E chi sei, Wu Ming?”, vi sento già sghignazzare in lontananza. Ma no, dico sul serio. Non sarebbe bello che tutti voi coinvolti a vario titolo aggiungeste a questo post un vostro ricordo, un aneddoto, una descrizione di quel poco o tanto che abbiamo trascorso insieme questa estate? Dài, non fate i timidi. Scrivete pure nei commenti, o per mail, o nei commenti di FB. Io ogni tanto provvederò ad aggiornare.

Comincio io? Ok, comincio.

Spiaggia di Noli, Liguria. Meryem abborda una famigliola i cui bambini giocano sulla sabbia, trascinandosi dietro anche il bambino che ci ospita. Entrambi collaborano fattivamente alla realizzazione di una monumentale piovra di sabbia. Alla fine, quando ce ne andiamo, Meryem ha un ripensamento. Fruga nello zainetto, estrae il borsellino (regalo della sua compagna di stanza in ospedale a Roma, che abbiamo incontrato in Sicilia per un aperitivo in spiaggia), afferra la più grossa delle monete svizzere conservata dalla tappa zurighese e corre a regalarla al pover uomo sconosciuto che aveva diretto i lavori mentre noi madri ce ne stavamo spalmate a prendere l’umido sotto il cielo plumbeo.

Questa è decisamente la prima immagine che mi viene in mente. Continuate voi, adesso!

“Quando ripenso ai giorni vissuti insieme mi rimbomba subito in testa la parola magia. Perché quasi da perfetti sconosciuti abbiamo creato insieme un’atmosfera gradevole, calda e serena per tutto il tempo insieme. Penso a tutte le costruzioni dei bimbi, per cui si sono dati tanto da fare ed hanno da subito lavorato con grande affiatamento insieme, ai pranzi improvvisati, ai luoghi riscoperti che ci hanno lasciati a bocca aperta, al festival del teatro ed ai raggi di sole che non riuscivano a tenerci caldi, ma che mi hanno insegnato che una felpa può tenere al caldo anche tre persone…
I pomeriggi passati al tavolo a mangiare biscotti burrosi, bere caffè e chiacchierare mentre i bimbi “riposavano”.
Mi si dipinge un sorriso sulle labbra per essere stata parte di questa vostra avventura!
E naturalmente… l’immagine più ilare… il segreto inenarrabile che legherà per sempre me, te e le macchinette per i biglietti del tram !!!”

Bruna, Zurigo

 

Ci siamo incrociati velocemente, quanto può andare una Vespa 125, in una calda pausa pranzo, l’ultimo giorno di un viaggio pazzesco che io penso non riuscirò mai a fare. Eppure mi hai regalato un pomeriggio di ferie, che per un veneto polentone è un regalo grande, sempre presi come siamo a pensare di avere tanto da fare. Mi hai regalato 150 km in motoretta, come non facevo da quando ero ragazzo, e mi hai regalato una spadellata di carne al posto dei soliti avanzi, in bella compagnia.
Grazie e a presto. E buon viaggio, qualsiasi significato abbia questo augurio.

Gaetano, Vicenza (incontrato a Verona)

“Ho una roba che devo farti vedere” penso sia stato il momento più sciocco dei due giorni a Torino…. [La mia visita a sorpresa è stata così annunciata a un amico comune che non mi vedeva da…uhm… 12 anni?] Mi spiace per le poche attrazioni [manco tanto poche, eh? Superga, il MAO, il Museo del Cinema…], spero almeno vi siate riposate il giusto, in vista del gran finale….

Felicissimo di aver conosciuto Meryem (non so lei), felicissimo di averti rivista con un po’ di calma. Spero di poter ricambiare a Roma quanto prima.

Bernardo, Torino

Cinque cose da fare a Palermo con i bambini


Siamo in pieno friendsurfing. Io e mia figlia siamo partite per Palermo il 2 agosto e questa sarà solo la prima tappa di una vacanza itinerante di tre settimane, che ci porterà qua e là per la penisola (e anche un pochino oltre). Non credo aggiornerò il blog con regolarità, ci trovate si Instagram e su Twitter (#fiendsurfing #inviaggioconmeryem). Ma dato che questa prima tappa si è rivelata particolarmente azzeccata, non resisto alla tentazione di darvi qualche dritta.

Il mare lo diamo per scontato, vero? Noi ci andiamo la mattina presto, evitando la ressa e il sole troppo forte. Siamo state alla riserva di Capo Gallo, sia dal lato di Barcarello che dall’altra parte del Capo, dopo Mondello. Mare di scogli, tantissimi pesci, accesso al mare a tratti un po’ avventuroso ma nulla che non possa essere affrontato grazie con un paio di scarpette da scoglio e la solidarietà degli altri bagnanti. Ne vale la pena, assolutamente. A Capo Gallo l’accesso al mare si paga (1 euro per i pedoni, 5 euro per la macchina) perché la strada è privata: in compenso si arriva vicino a delle calette che hanno anche della sabbia dentro l’acqua. Un compromesso perfetto. A Barcarello tutto è più selvatico e il bonus è che nei cespugli della riserva si raccolgono succose e abbondanti more. Alle 8 del mattino anche Mondello, spiaggia spiaggiosa per eccellenza, è praticabile. Però per i miei gusti dopo (dalle 10, 10:30) è troppo caotica.

Ma dicevamo delle altre idee. Eccole qui.

  • Museo Internazionale delle Marionette Antonio Pasqualino. Geniale. Marionette e burattini da tutto il mondo, una meraviglia che si rinnova ad ogni ambiente. Incredibile la galleria dei pupi. Noi abbiamo avuto anche la fortuna di assistere a una rappresentazione classica di pupi, in italiano a beneficio dei turisti. Incantevole. Alla fine dello spettacolo il puparo è sceso in sala con i pupi, li ha fatti tenere a grandi e bambini, ha fatto vedere come funzionano. Meryem era molto eccitata per aver potuto manovrare la bella Angelica (un capolavoro in legno di cipresso vestito di seta). Il punto in più è che il Museo è vicinissimo a Piazza Marina, dove l’esplorazione delle radici aeree dei Ficus secolari è un’esperienza ineludibile, qualunque età abbiate.
  • Palazzo Reale e Cappella Palatina. Noi abbiamo fatto una visita seguendo il più breve dei molti itinerari di visita proposti. La Cappella Palatina è straordinaria, davvero a misura di bambino. Con Meryem abbiamo seguito passo passo le storie della Bibbia, dalla creazione fino all’arca di Noè, la Torre di Babele, l’ospitalità di Abramo, il sacrificio di Isacco, la scala di Giacobbe… Anche gli ambienti del Palazzo sono bellissimi e il personale è molto gentile. A differenza di quanto temevo, non abbiamo trovato folla.
  • S. Giovanni degli Eremiti. A due passi dal Palazzo Reale, questo posto magico vale davvero la visita e il prezzo del biglietto. A parte gli ambienti del monastero propriamente dette, il giardino e il chiostro sono pieni di piante di ogni genere. Una piantina, nel primo ambiente, le elenca una ad una con relativa ubicazione, ma noi abbiamo incontrato un signore che con grande gentilezza le ha indicate a Meryem una per una, compresa la pianta rarissima mezza albero e mezza fico d’India…
  • Cattedrale. L’interno è meno bello dell’esterno, ma la cosa più bella è stata senz’altro la passeggiata sui tetti “Una porta verso il cielo”. Gli ingressi sono ogni mezzora, a gruppi, dalle 10 alle 16:30. Costa 5 euro (bambini gratis) e richiede un minimo di sforzo (salita a piedi con scala a chiocciola abbastanza angusta). Ma il panorama è mozzafiato. Meryem ha ancora la bocca spalancata…
  • Infine mi sento di raccomandarvi una gita in giornata a Cefalù, una cittadina balneare piacevolissima, in posizione mozzafiato. Lo sperone roccioso che domina il paesaggio, la giustamente famosa cattedrale con il chiostro, il sorprendente lavatoio medievale, un angolo di inaspettata bellezza e refrigerio. Da non perdere anche il museo Mandralisca: oltre al famoso ed enigmatico Ritratto d’Uomo di Antonello da Messina e il cratere del Venditore di Tonno, Meryem ha apprezzato la bellissima collezione di conchiglie e anche la sala degli animali impagliati… (io meno, ma la vita è fatta di compromessi).

So che questo elenco non è assolutamente esaustivo: mi sono limitata a raccontare cosa abbiamo fatto noi. Aggiungo una notazione tecnica: qui in Sicilia viaggiare con i bambini sembra assicurare un trattamento di favore, invece delle alzate di sopracciglia che mi è capitato di incontrare altrove. In questi giorni ci sono state fatte da personale di musei, negozianti e passanti ogni genere di carinerie: dagli sconti all’uso dei servizi riservati al personale per “non fare fare troppa strada alla bambina”. Magari è stata una felice coincidenza, ma parto da Palermo con la sensazione di un luogo accogliente, dove l’ospitalità significa qualcosa.

Achievement


Non avrei mai usato una parola così nel marzo del 2000. Se l’avessi dovuta tradurre, avrei controllato sul vocabolario.  La mia vita, allora, era diversa. Se la guardo con gli occhi di oggi, potevo ancora evitare gli errori più grossi. Ma i miei orizzonti, che credevo tanto vasti nell’arroganza della mia relativa gioventù, erano ridicolmente ristretti.
Ho pianto, nel marzo del 2000, in una piccola filiale della Cariverona. Mi pareva di essermi messa da sola un cappio al collo, di aver ipotecato la mia libertà. Facevo bene, ad essere angosciata.  Iniziavo un cammino davvero duro. Challenging, se devo usare un’altra parola imparata molto più tardi.
Avevo le lacrime agli occhi anche oggi, allo sportello di un’altra filiale di una banca che in questi 14 anni ha cambiato nome e proprietà.  Terminavo un percorso più lungo di qualunque relazione sentimentale che io abbia mai avuto. La lista mentale dei ringraziamenti onestamente non è lunghissima, ma è sentita.
Oggi, festa di S. Ignazio 2014, ho finito di pagare il mutuo sulla mia casa.