Rinuncia


Circa un mese fa (si era nel periodo del capodanno cinese) una mia collega ha accompagnato una classe di studenti romani a visitare il tempio buddhista. Le monache (che in realtà preferiscono essere chiamate maestri) hanno invitato studenti e professori a pescare un bigliettino con un consiglio, un invito o un presagio per l’anno entrante. Hanno chiesto alla mia collega di pescarne uno anche per me, che non ero presente, e lei diligentemente lo ha pescato e se lo è fatto tradurre, per potermi trasmettere in messaggio.

Il mio bigliettino recitava, mi dicono, un invito semplice ma corredato di punto esclamativo: “Rinuncia!”. “E a che mai devi rinunciare, tu?”, è stato il commento stupito della mia collega (evidentemente sono nota per una certa, diciamo, essenzialità di vita). Io avevo un sospetto, in effetti, che mi è stato poi confermato da una seconda monaca buddhista che ho incontrato, casualmente, quella sera stessa: “Rinuncia per noi non è privazione. Significa staccarsi da qualcosa che ci procura sofferenza”.

Ho meditato a tratti su questo bizzarro messaggio, che mi è stato così rocambolescamente recapitato dal destino. Qualche sera fa ho avuto una conversazione che mi ha aiutato a mettere a fuoco un po’ meglio cosa penso significhi per me. Vediamo se riesco a metterlo nero su bianco, in una specie di parafrasi.

“Cara Chiara,

forse dopo tanti anni passati a cercare di far combaciare la tua vita, il tuo aspetto e la tua quotidianità con quelle che ritenevi essere le tue aspettative ti sarai resa conto che il risultato non è granché. Non assomigli neanche lontanamente alla persona che fin dalla terza media sogni di essere. Non assomigli alla sottile biondina che si è messa e tuttora è sposata al tizio che eri convinta che ti amasse per la tua superiorità intellettuale (e, con senno del poi, diciamocelo: meno male che non era così!). Non assomigli alle donne in carriera che non sai nemmeno bene come siano fatte. Non assomigli alle tue longilinee colleghe poliglotte dell’ufficio internazionale, tanto meno a un funzionario delle Nazioni Unite. Non assomigli nemmeno a tutte quelle serene donne felicemente sposate, con diversi figli graziosi, che sfoggiano il solitario ricevuto per l’anniversario del matrimonio e che almeno una volta hanno fatto un weekend romantico a Parigi.

Non hai viaggiato molto, non sei una ricercatrice universitaria, né una romanziera, né una fotografa. A un certo punto ti è stato abbastanza chiaro che, nonostante le ferme convinzioni di tuo padre, non solo non sei un genio, ma ci sono moltissime cose che non sei capace di fare. Non continuiamo, non era mia intenzione deprimerti.

Al contrario. Ho una fantastica notizia per te. Non sei male per niente. Se sei onesta del tutto, a tratti ti sorprendi ad apprezzarti. E allora sai che ti dico? Rinuncia! Non ci provare nemmeno a corrispondere a quell’idea di felicità, di realizzazione, di successo. Smetti serenamente di misurarti con quel metro lì. Guarda la tua vita, persino quel tuo passato di cui non sei fiera, per quello che è. Sei peggio di cinque e meglio di dieci. Sei tu, semplicemente. Datti una pacca sulla spalla, sorriditi e cammina. Buona strada, vecchia mia”.

Parliamo di passione


Questi giorni mi hanno portato, ancora una volta, alla mia vita passata di ricercatrice, che però ormai vedo con lo sguardo del presente. Ne vedo la limitatezza, ma anche le potenzialità. Vedo quello che non sono, che non siamo riusciti a fare. Ma anche quanto di buono abbiamo fatto, o almeno quanto abbiamo intuito.
Questo post doveva essere una esposizione sobria delle mie critiche e della forma più evoluta delle mie recriminazioni, elaborate durante la mia ultima visita al CNR.
Ma poi ho cambiato idea. Penso che valga la pena capire cosa è davvero rilevante e cosa mi addolora vedere in ombra (perché no, non manca affatto, anche se non sono lì a parteciparne): la passione.
Passione non è il godimento solitario di rifugiarsi nella confort zone delle proprie elucubrazioni incompresibili ai più. Anche questo ho provato, nella mia vita accademica. È rassicurante, ma pericoloso e, a lungo andare, fatalmente sterile. Ho visto molte menti spettacolari, primo fra tutti il mio maestro, chiudersi ermeticamente in un mondo di studio isolato che degli anni gloriosi del passato non è che la caricatura.
Cosa ha reso incisivi e esaltanti gli anni della mia formazione? Probabilmente l’idea che ci fosse qualcosa di importante da fare, molte cose nuove da capire, ma anche metodi da cambiare, teorie da confutare, inganni da smascherare. E persone che, come me, erano pronte a lanciarsi nell’impresa. “Ci mangiavamo il mondo”, mi è venuto da dire pensando a quegli anni.
Vi parrà paradossale. Del mondo, si può ben dire, non sapevamo nulla o quasi. Col mondo mi confronto adesso, eppure non riesco a pensare che quello zelo fosse inutile. Perché la capacità di affinare il punto di vista, di mettere in discussione anche i vocabolari, di allenarsi a non prendere per buono a priori quasi nulla resta una competenza rara e essenziale che abbiamo praticato in una palestra d’eccezione.
Non so però se davvero siano stati i nostri maestri,  o piuttosto la memoria mitica della loro gioventù allora meno lontana, a portarci a pensare che si potevano cambiare le cose. Un’interpretazione, un libro di storia, l’università.
C’è chi ha vissuto gli anni della Pantera nella biblioteca di orientalistica. La biblioteca anche per me è stata per anni il simbolo dell’impegno a servizio del bene comune. Poi, anni dopo, i convegni autogestiti.
Non tutto ha funzionato, evidentemente. Ma siamo stati gentili e abbiamo avuto coraggio (sì, come la Cenerentola di Kenneth Brannagh).
Oggi ho saputo che uno dei nostri “maestri” ci ha lasciato. Venerdì ne ho visti altri, verso la pensione, non senza qualche sbandata celebrativa dei bei tempi andati.
Ma io penso ai tempi che devono venire e mi piacerebbe dire ai miei amici che quel mestiere lo fanno davvero (almeno una so che mi legge) che non bisogna arrendersi alla stanchezza e allo scoraggiamento. Forse il mio lavoro attuale non è poi tanto diverso dal loro. Bisogna essere costantemente animati dalla fede nelle imprese impossibili e da un pizzico di incoscienza. Soprattutto non smarrire il senso ultimo, anche delle attività meno straordinarie.
Perché il senso ultimo c’è, ed è esattamente quello che ci fa battere il cuore, ci fa discutere animatamente, ci fa piangere la sera da soli e qualche volta anche in pubblico.
È bastato un pomeriggio per ritrovarmi a pensare più del dovuto a Sid Addir e a Sardus Pater, con tutta l’impazienza e la prepotenza della me studiosa, di cui forse non mi libererò mai. Ma il momento più commovente è stato quel ricordo della Siria nelle parole di un’antichista. È vero, anche i periodi remoti in cui ci tuffiamo hanno avuto le loro stragi, i loro massacri per cui non possiamo provare pietà o empatia. Ma la tragedia di oggi ci ricorda chi siamo e qual è il senso ultimo di tutte le nostre missioni: promuovere insieme a altri la nostra umanità comune, in tutta la sua insondabile ricchezza di conoscenza, condivisione, comprensione e mistero.

In apnea


Avrei voglia di scrivere un bel post sul dialogo interreligioso e sul  film, Timbuktù, che ho visto venerdì scorso. Ma per questo mi serve tempo, calma, riflessione. Pazienza, la pazienza che in questo momento non ho.

Ogni mattina, e questa mattina più di tutte le altre mattine, mi alzo presto e per mezzora, diligentemente, faccio ginnastica tentando di svuotare la testa dai pensieri, notturni e diurni. Leggo i sottotitoli enfatici del dvd americano – che seguo per quanto mi riesce – e registro meccanicamente quei messaggi positivi, incoraggianti, motivanti e in qualche modo avulsi da me e dalla mia esperienza.

Non è la motivazione che mi manca, secondo me, almeno per la parte più rilevante della mia vita e delle mie energie (la motivazione per fare ginnastica la mattina, sinceramente, non la prendo molto in considerazione, finché c’è). Sento anzi una certa gravità nelle mie motivazioni lavorative, in questo momento. Sento anche una certa responsabilità, più ancora che in passato.

E allora cosa mi manca? Fiato. Resistenza. Respiro. Mi manca quella boccata di aria fresca e leggera che arriva all’improvviso, inattesa, imprevista. Non è un brutto periodo, non fraintendetemi. Anzi. E’ più che mai un periodo denso. Però mi pare di essere sempre in apnea. Di trattenere la pipì per non perdere tempo. Di non fermarmi a bere alla fontanella anche se, pensandoci, ho una sete spaventosa. E allora forse a questo mi alleno, la mattina. A impormi qualche cedimento controllato, qua e là.

 

(L’immagine è Lovisa Ringborg – Holding breath, 2005)

Ciaspole


Vi ho già raccontato qualche mese fa il nostro primo weekend con la Giovane Montagna. Fatti arditi da quell’esperienza e da due o tre escursioni ulteriori, qualche settimana fa ci siamo lanciate addirittura in un weekend sulla Majella, comprensivo di ciaspolata.

Dovete sapere che per me la neve è un’esperienza davvero esotica. Non ho mai fatto una settimana bianca, non so sciare e le mie episodiche sortite domenicali risalivano al tempo delle elementari. Ero del tutto priva di equipaggiamento, nonché della capacità di prevedere cosa potesse servirci. Lo stesso termine ciaspola mi era estraneo. Nelle settimane precedenti all’uscita e, in particolare, negli ultimi giorni, l’agitazione e l’ansia crescevano. Alla fine ho rimediato tutto. Non perfetto e non di meno con qualche spesa imprevista (le ciaspole viola per Meryem, di cui siamo orgogliosi proprietari), ma ce la siamo cavata.

Sono sempre più convinta che queste uscite in gruppo siano molto adatte a noi, in questa fase. Ci danno l’occasione di scoprire posti che non conosciamo, appoggiandoci allesperienza di persone del posto (in questo caso la cooperativa Majambiente, che vi raccomando caldamente per competenza, simpatia e cura del dettaglio) e facendoci contagiare dall’entusiasmo di chi li ama (sentire Eugenio parlare del “nostro Appennino” con un orgoglio schivo e privo di retorica mi ha commosso, lo confesso. Mi sono scoperta una certa qual invidia delle radici). Permettono a Meryem, figlia unica, di sperimentare i ritmi condivisi e allenare lo spirito di adattamento necessario a viaggiare e vivere con gli altri. Permettono a me di godermi il bello della natura e dell’arte in compagnia di altri adulti, che tra l’altro spesso e volentieri si improvvisano nonni di adozione per la Guerrigliera.

Di questo fine settimana in Majella mi è rimasto nel cuore il bivacco, con il fuoco acceso per aspettarci. Credo che un simbolo più efficace dell’accoglienza e dell’ospitalità non potrei immaginarlo. Non un punto di ristoro professionale, con tutti i confort dei rifugi alpini. Piuttosto un posto essenziale, che per essere pronto richiede sforzo, impegno, fatica da parte di chi deve affrettare il passo, con le vettovaglie in spalla, per essere lì in tempo. Mentre scendevamo scivolando per la via più breve, sotto la pioggia che alla fine è arrivata, con la sagoma di mia figlia in lontananza accanto agli altri bambini, pensavo che l’ospitalità la fanno le persone e non il posto fisico.

Ripensando alle radici, non credo che arriverò mai a rammaricarmi di appartenere a una metropoli che, proprio in quanto tale, è di nessuno e di ciascuno allo stesso tempo. Ma con tutto ciò credo l’amore per una montagna, un torrente, una valle, un bosco – condiviso con un manipolo e non con milioni di altri esseri umani – possa essere una ricchezza per lo spirito che è bello respirare nella vita degli altri. Grazie a chi ci ha permesso generosamente di farlo.

Immagini di un viaggio clandestino


E’ successo di nuovo. Come già nell’ottobre 2013 Meryem, oggi più grande, mi fa domande precise sui morti di Lampedusa (o piuttosto, del Mediterraneo). Mi chiede perché partono, se molti muoiono. Perché non aspettano il bel tempo, almeno. Spiego, aiutandomi con le persone concrete, che lei conosce. Ricordi Adam, Meryem? Lui è arrivato proprio a Lampedusa, su un barcone. “E ha avuto paura?”. Certo, una paura pazzesca. Non sapeva neanche nuotare. Ma anche il deserto, fa paura, sai? Tantissima paura. “Ma allora quelli che arrivano sono degli eroi. Dovremmo aspettarli quando arrivano a fargli una festa”. Vero, quanto è vero.

Poi arriva suo padre e allora anche lui, come quella sera di ottobre, le racconta il suo viaggio verso l’Europa. Una storia lunga, che lui cerca di sintetizzare in immagini precise.

La strada in montagna, tra la Slovenia e Gorizia. Il cammino di notte, al freddo. La paura. La voce troppo squillante del compagno di viaggio e i tentativi bruschi di farlo stare zitto. E lui che fa ridere tutti con una battuta: “Scusate, da piccolo ho ingoiato un microfono”. Sono ragazzi di 18 anni, comunque, anche se magari da lontano non sembra.

La cella del commissariato di Gorizia. I sudanesi alti e grossi, che all’arrivo del gruppetto di curdi, si stringono in un angolo, spaventati. “Noi a vederli così grossi e neri avevamo avuto paura. Mica eravamo abituati a vedere persone così diverse da noi. Ma poi abbiamo capito che loro avevano più paura di noi”. Un lungo silenzio imbarazzato, poi uno del gruppo di curdi azzarda un saluto in arabo. “Siete musulmani?”. Stupore, sollievo, sigarette condivise.

Ancora quella cella, con le pareti coperte di scritte in tutte le lingue. Finalmente ne scoprono alcune in turco. “Europa, dopo tanti tentativi questa volta sono arrivato”. E poi: “Non vi preoccupate, tra poche ore vi lasciano andare”. Rassicurati dal messaggio di uno sconosciuto, le ore di prigionia passano più leggere.

Ventimiglia, o su per giù. Si aspetta di passare il confine con la Francia. Si tenterà anche di passarlo, quel confine, in un tir dove i 200 passeggeri hanno rischiato seriamente di morire soffocati. Salvati dai controlli di frontiera. Si ritorna a piedi in Italia, in fila indiana, ma cantando e felici di essere vivi. Perché la morte, quella volta, è stata davvero vicina. Si aspetta ancora. Nizam va spesso su un ponte a guardare i grossi pesci che nuotano nel mare sottostante. Gli piacerebbe tornarci in quel posto, pieno di grotte che all’epoca pullulavano di stranieri in attesa di andare oltre, alla tappa successiva. I ragazzi si rasano la prima barba nel mare, con un rasoio di plastica comprato in una botteguccia del paese. Forse la stessa dove Nizam comprava il necessario per un picnic: insalata, pomodori, pane e… come si dirà “sale”? Gesticola, non riesce a spiegarsi. “Insomma, sual!”, sbotta lui in zaza. Magia del sostrato comune indoeuropeo, il negoziante capisce.

Il treno da Parigi a Amsterdam. Su consiglio di un parente, Nizam non si siede con gli altri stranieri a fare casino e fumare. Compra un inverosimile giornale francese e si siede davanti a una vecchietta. A un certo punto fa per alzarsi, ma vede arrivare la polizia. Si risiede e finge di addormentarsi sul colpo. Il poliziotto cerca di svegliarlo, lui continua a fingere di dormire, mugugna, allunga il biglietto. Se la cava così. La vecchietta non lo tradisce. Quando riapre gli occhi la vede sorridere e portarsi un dito sulle labbra: “Ssssh”.

Ultimo flash. Casa del fratello in Olanda, finalmente una doccia. Quando ne esce vede che il fratello ha preso i suoi vestiti, comprati nuovi dieci giorni prima per partire per l’Europa, una camicia e dei pantaloni eleganti, e li ha buttati senza pietà nella spazzatura. Lui corre a ripescarli. “Ma sei matto? Li lavo!”. Ma poi si rende conto anche lui. Li ha addosso da allora. Lavarli non basterebbe.

La storia continua, diventa per un tratto anche la mia storia, la nostra storia. Meryem ascolta, immagina, ride, si spaventa e cerca di capire. Perché la prigione, la polizia, la fuga? Cerchiamo di spiegare. Ma la verità è che, se devo essere del tutto onesta, una spiegazione convincente non esiste. E’ solo vita. Di molti. In questo caso anche sua, nostra.

Roma plurale


Plurale. Roma è soprattutto così. Ma non ordinatamente multietnica, ben assortita, coloratamente presentabile. Affatto. Roma è caos, contraddizioni, rabbia, spudoratezza. A volte persino becera violenza. Eppure il suo fascino più seducente resta la sua infinita vertigine di varietà.

Improvvisamente mi viene in mente un parallelo calzante: la basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ricordo di esserne stata rapita al primo sguardo. Ma non per la tomba vuota di Cristo, né per il Golgota, comodamente collocato a pochi gradini di distanza ad uso dei pellegrini di tutte le epoche. Piuttosto per quel mosaico ricchissimo e tormentato di riti, di architetture, di comunità. Quella disarmonica accozzaglia che resta tuttavia un luogo unico al mondo, magnetico, intriso di una magia potente.
Roma è così. Però per vederla in questa luce bisogna smettere di guardarla con i parametri razionali di chi giudica e perdersi, farsi fregare, saper guardare nel profondo delle sue contraddizioni. Da quando poi mi capita, sempre più spesso, di visitare comunità religiose straniere la mia visione si è fatta quasi caleidoscopica. Roma è anche le orgogliose piastrelle tunisine della moschea Al-Huda, già garage e oggi sede di progetti culturali e architettonici di respiro internazionale. Roma è la stanzetta in cui la comunità indù di Torpignattara si riunisce in semplicità, per meditare, purificare l’anima e condividere la prashada, l’offerta di cibo, con chiunque ne abbia voglia o bisogno, senza distinzioni. Un singolare miscuglio di understatement e opulenza di immagini, ori e gestualità.
“Dove c’è amore c’è Dio”, mi ha detto inaspettatamente Anup Kumar, che in quel tempio mi ha invitato. “Siamo tutti esseri umani e il mondo ci appartiene”.
Anche nella più nuova delle moschee di Torpignattara di programmi sono a un tempo semplici e ambiziosi. Esserci, prima di tutto. Farsi conoscere per quello che si è. “I vicini erano preoccupati quando abbiamo aperto, dicevano che avremmo fatto casino”, mi raccontano a via Della Rocca. “Ma qui non è mica una discoteca! Per pregare ci vuole silenzio, no? Hanno cambiato idea”. Sono orgogliosi di questi piccoli trionfi, i musulmani di Torpignattara. E sognano attività culturali, convegni, corsi, dialogo interreligioso.
“Il dialogo non è solo possibile. È doveroso”, chiosa con gravità Mohamed Ben Mohamed, della moschea di Centocelle. Mi hanno sempre colpito i suoi occhi pieni di saggezza, leggermente ironici. Le comunità devono avvicinarsi per ritessere un tessuto sociale che rischia dolorose lacerazioni. Parla della necessità di spazi comuni di pensiero e di progettazione.
Penso a lui e a Anup, penso alla loro Roma. Sono qui da più di 20 anni. Parlano dei loro quartieri con passione, con trasporto. Quanti arrivi e quante partenze, loro e altrui. Famiglie, figli, lavoro, comunità intere in transito o stanziali. Progetti di vita, progetti politici, battaglie, lutti. Tutto con Roma come sfondo. Ma sfondo forse è riduttivo. Tutte queste storie, loro, mie, di tutti, sono nel “core di ‘sta città”, quello di cui parla la canzone. Un cuore immenso, infinito, composito e contraddittorio. Perché il mondo è tutto qui, a guardare Roma dall’angolatura giusta. “Siamo tutti esseri umani e il mondo è nostro”. Anup ha proprio ragione.

Natale ucraino a Roma


Premessa: Questo post ha necessariamente un tono molto diverso da quello che immaginavo ieri sera e stamattina e mi rendo conto che persino l’immagine che ho scelto per illustrarlo, a questo punto, potrebbe sembrare involontariamente sinistra. No, non sono qui per dire che la religione ha un lato oscuro. Volevo condividere con voi la gioia di una scoperta e il privilegio di essere stata invitata alla celebrazione tradizionale del Natale presso la chiesa cattolica ucraina di Roma. E questo voglio che resti: un post di riconoscenza e di ammirazione per la ricchezza delle tradizioni del mondo su cui, qui a Roma, abbiamo l’opportunità di affacciarci.

Alla liturgia di rito orientale ero preparata da un’antica consuetudine con quella bizantina. Diversa la lingua e la melodia, ma uguale la struttura e identica la sensazione di essere immersi in una sorta di ipnotica armonia avvolgente, in cui le note del canto si fondono con il profumo degli incensi e sembrano brillare di luce propria come i paramenti colorati dei celebranti. Ero quindi lì, al mio post in prima fila nella chiesa di Santa Maria ai Monti (a cui manca l’iconostasi, che c’è invece nella chiesetta dei Santi Sergio e Bacco, a pochi metri di distanza: ma per le celebrazioni con grande afflusso bisogna arrangiarsi così), intenta a farmi goffi segni della croce quando mi pareva il caso e a godermi la sensazione di non capire una parola una, a parte il classico Signore pietà orecchiato nei canti di Taizé.

Ripensavo alla mia infanzia alla chiesa di S. Atanasio, a padre Fortino e ai canti arbreshe, al diacono che tuonava dal centro della navata perché nessuno sbagliasse il Credo (“e procede dal Padre.” PUNTO. Dal Figlio no). Riconoscevo persino il vezzo di scattare qualche foto anche dall’altare nei momenti salienti della cerimonia, compito affidato a un giovane diacono biondino dall’aria timida. E mentre stavo lì trasognata, immersa nella suggestione della liturgia, ecco che il registro di colpo cambia. Senza troppi complimenti, il tavolino con i panini consacrati viene spostato da un lato e fanno la loro comparsa una serie di personaggi in costume. Davanti dei pastori, uno dei quali porta una vistosissima stella sbrilluccicante. Poi i tre Re Magi (uno è una ragazza, ma siamo ancora nella tradizione). Due angei dai lunghi boccoli biondi, tutto secondo tradizione. Ma poi arriva una specie di Charlotte con bombetta nera e farfallino dorato, accompagnato da una ragazza dall’atteggiamento decisamente comico. Segue il re Erode, cattivo cattivissimo, una specie di soldato romano e niente di meno che il diavolo (una pepata ragazza mora e pienotta, con ciocche rosse, coda e corna) e, dulcis in fundo, la morte, con maschera di Scream e falce.

10888630_10152504907280047_5223656688892105861_n

10419580_10152504907575047_106934985523521896_n

“Un presepe vivente”, ce lo aveva preannunciato il seminarista che ci aveva accolto. Oddio. Passino i Magi, i pastori, Erode e financo il centurione. Ma la coppia di strampalati ladruncoli intenti in gag di vario genere ci spiazzava non poco. La recitazione era in rima, l’interpretazione sentitissima e noi, naturalmente, capivamo poco o nulla. Però il finale ci è stato chiaro ed era un chiaro trionfo del bene: il malvagio Erode veniva trascinato via dalla Morte, mentre il diavolo lo punzecchiava con la sua coda. Tra le ovazioni degli astanti, il diavolo e i due manigoldi giravano quindi tra gli spettatori raccogliendo offerte.

Finito lo spettacolo abbiamo provato a chiedere ulteriori lumi e abbiamo appreso che questa rappresentazione in Ucraina si usa fare casa per casa: un gruppo di ragazzi in maschera bussa alle porte e, sia pur più sinteticamente, mette in scena l’episodio (che racconta più o meno l’arrivo dei Magi alla corte di Erode e la disposizione da parte di lui della strage degli innocenti, con conseguente immediata e apocrifa punizione).

Una ricerca sul web mi ha oggi rivelato che ieri, nel rione Monti a Roma, ho assistito a un classico vertep, manifestazione tipica del folklore ucraino di cui ignoravo del tutto l’esistenza e che ha indubbiamente molti risvolti affascinanti per il mio animo di storica della religioni e antropologa mancata. Allo spettacolino è seguita l’unzione, la distribuzione dei panini consacrati e “timbrati” con apposito stampo e poi festa a base di dolci di vario genere nel cortile, con canti tradizionali.

Nonostante la nostra assoluta incapacità linguistica, ci siamo sentiti molto ben accolti. Natale in realtà sarebbe oggi, ma per forza di cose la celebrazione deve essere anticipata al 6 perché la maggior parte dei numerosissimi partecipanti lavora. Questa ultima nota ci ha dato un po’ di tristezza, unita alla considerazione di quanto deve essere difficile per tante madri – che lavorano nelle nostre case come colf, badanti e babysitter – trascorrere questa festività lontane dai loro bambini, che hanno tra l’altro un posto specialissimo in queste celebrazioni.

Tornando a casa, ho rivolto un pensiero a Roma, questa metropoli cosmopolita, sorprendente, millenaria e capace di accogliere tanti dolori silenziosi. Mi è tornata in mente una frase (forse di Amos Oz?) che mi pare si riferisse a Tel Aviv, città dove di giorno si ride in ebraico e di notte si piange in tutte le lingue del mondo.

10891918_10152504907115047_1721267993273003553_n

Qualche altra foto, qui.

Attaccamento


Sento il bisogno di sdrammatizzare una mattina di formazione un po’ ansiogena, in cui tra me e me mi chiedevo se sono stata e sono in grado di dare a mia figlia quell'”attaccamento sano” da cui, a sentire psicologi e psichiatri, pare che dipenda in larga misura la sua stabilità futura. Per associazione di idee, uno di quei salti logici (forse da evitamento, chi può dirlo) che alla fine ti salvano la vita, mi è subito dopo venuto in mente a un attaccamento diverso, su cui rifletto da un po’. Avrete forse notato anche voi che spesso oggetti significativi, preziosi o anche solo emotivamente rilevanti manifestano una fatale attitudine a rompersi, perdersi, essere rubati. Sono certa che ciascuno di noi potrà facilmente condividere due o tre di questi piccoli (o grandi) lutti: l’anello della nonna caduto nel tombino, la prima scarpetta della bambina masticata dal cane di casa, il fazzoletto con cui lui si è soffiato il naso alla prima uscita dilaniato dalla lavatrice. E così via, di evento improbabile in evento improbabile.

Ma c’è un rovescio della medaglia. Gli oggetti più brutti, più insignificanti, quelli che segretamente speriamo che si dissolvano da sé dimenticati su una mensola, sono quelli che si attaccano tenacemente alla nostra vita, tanto da diventare testimoni durevoli della nostra esistenza. Non si rompono, non si perdono, nessuno ce li ruba e nessuno li prende nemmeno in prestito. Nel mio caso, questi oggetti sono sopravvissuti senza batter ciglio ai miei più profondi sconvolgimenti esistenziali nell’unico modo a loro possibile, in qualità di oggetti inanimati: fregandosene bellamente.

Con gli anni si sono persino guadagnati il mio rispetto. Penso ad esempio a una zuccheriera con la scritta “Ricordo di Sant’Agata dei Goti”. E’ in ceramica, viene usata quotidianamente, è dotata persino di un coperchio che potrebbe cadere separatamente e spezzarsi. Invece nulla, resiste strenuamente. Il ricordo della circostanza in cui mi è stata regalata (dalla mia ex suocera) è ormai sbiadito al punto da essere a stento riconoscibile e comunque irrilevante. Lei però mi guarda muta ogni mattina e ogni volta che mi viene voglia di bere un tè.

Lo stesso vale per due grossi barattoli da cucina in cui tengo il sale (o, piuttosto, in uno dei due tengo il sale fino; l’altro, destinato a quello grosso, resta solitamente vuoto e quindi ancora più inutile). Me li regalò per il mio matrimonio un compagno di liceo che, se non erro, neppure ci venne. Ancora oggi i contatti con lui, giornalista di fama, sono men che sporadici. Non saprei neppure dire se quei barattoli siano stati all’epoca scelti davvero da lui, o piuttosto da sua madre, in virtù della partecipazione ricevuta. Fatto sta che lì sono, sopravvissuti a traslochi e a risistemazioni sentimentali e esistenziali. Come abbiano fatto i bellissimi bicchieri di plastica verdi, regalati da una cara amica in occasione della nascita di Meryem proprio in quanto potenzialmente indistruttibili (“Diventano Velociraptor, crescendo, dammi retta. Questo ti serve, altro che trine!” – e aveva assolutamente ragione), a dissolversi quasi tutti nel nulla resta un mistero che contraddice le più elementari leggi della fisica. Ma i barattoloni ingombranti e inutili restano lì, a memoria eterna di se stessi e forse anche di una me ormai in parte superata.

Potrei continuare, naturalmente. Se vi va, fatelo voi.

#LeggiAMO. Perché mia figlia legge?


La settimana scorsa ci sono stati i colloqui con i maestri di mia figlia, quella circostanza rituale in cui si riscopre tutti insieme, ogni volta, che due ore e mezza non sono sufficienti a incontrare 22 coppie di genitori. Sono certa che avete presente la situazione. La nuova maestra, piuttosto parca nell’espressione orale, mi ha elargito questa definizione di Meryem: “E’ una che legge”. Dopo essere ricorsa alla sapienza orale della tradizione e aver messo insieme il mosaico di indizi che mi erano stati elargiti in questi primi mesi di scuola, credo di aver capito che la frase vada intesa così: quando i bambini finiscono il compito che è stato loro assegnato, mentre aspettano che i compagni terminino a loro volta, la maestra li invita a prendersi un libro dallo scaffale che hanno in classe e a leggerlo in silenzio. In quattro parole la maestra voleva condensare la triplice informazione che Meryem non ha difficoltà a svolgere in classe i compiti assegnati con una certa rapidità, che obbedisce senza fare storie quando le viene proposta un’attività alternativa e che, in effetti, le piace leggere e lo fa volentieri.

Ho deciso quindi di sottoporle le domande suggerite da Genitori Crescono. Ecco a voi le risposte.

Ti piace leggere?
Certo! Che domande fai?

Come si fa a diventare bravi a leggere?
Si comincia a leggere in sillabe. Tipo così: L’er-ba del-la re-gi-na. Io ho imparato così. E anche leggendo in mente.
Provo a riportarle l’opinione del figlio di Serena, che aveva invece detto che per imparare è meglio leggere a voce alta. Lei dissente molto vivacemente.

Perché è importante leggere secondo te?
Ci sono molti motivi per cui leggere è importante. Perché si imparano molte cose, ad esempio. Perché è bello. Perché leggendo ti puoi immaginare le cose tue. Perché è divertente.

Illustra questo post la copertina del primo libro che Meryem ha letto interamente da sola, di sua iniziativa. Io ancora non l’ho letto e questa cosa, vi confesso, mi ha dato proprio la misura di quanto sia cresciuta.

Ciò detto, la sera leggiamo ancora insieme. A volte leggo io, altre volte leggiamo una pagina per uno. Altre volte mi chiede di raccontarle una storia senza libro e questo per me è un piacere a parte, perché così faceva il mio papà con me. E dopo un po’, inevitabilmente, quelle storie un po’ inventate e un po’ reinterpretate, condite dalle risate di mia figlia, mi verrebbe la tentazione di scriverle…

Non sto parlando di oche


Domenica alla Villa di Massenzio i bambini si sono fermati nel prato a raccogliere margherite. Uno dei papà li ha ripresi, invitandoli a lasciarle vivere e non strapparle inutilmente. Noi mamme abbiamo tentato una mediazione: abbiamo apprezzato e quindi lodato il gesto di affetto sincero dei nostri figli nei nostri confronti, ma contestualmente li abbiamo invitati a non esagerare, a fermarsi a pochi fiori e soprattutto a non strapparli con indifferenza. Questo piccolo episodio mi è tornato in mente oggi, quando su Facebook, durante una discussione, un’amica mi ha fatto notare che la violenza su qualunque essere vivente deve essere condannata indistintamente, senza fare graduatorie.

Io faccio del mio meglio per crescere mia figlia educandola al rispetto e all’attenzione, a 360°. Ma confesso che le graduatorie le faccio. Se fa male a un suo compagno reagisco molto diversamente da quando coglie una margherita. Non le consentirei mai di maltrattare un animale, ma confesso che mi ha visto spesso uccidere zanzare e persino usare insetticidi.

Più di tutto, ammetto che mi irrita la sensibilità esagerata di alcune persone alla sofferenza di procioni, uccelli migratori, raganelle dagli occhi rossi e girini, salvo poi alzare le spalle quando si tratta di stragi di esseri umani. “Eh, ma gli animali sono innocenti: gli uomini, invece…”. Ci viene più facile metterci nei panni di una tigre siberiana, che magari non sappiamo neanche cosa mangia (per tacere di cosa pensa), che di una professionista siriana, nostra coetanea, con una bambina della stessa età della nostra.

Che poi questo mi ricorda chi è disposto a combattere qualunque battaglia per i diritti dell’embrione, ma non spenderebbe un minuto del suo tempo per prendere in considerazione il vicino di casa. O chi compra cosmetici non testati sugli animali, ma poi maltratta la badante della madre anziana.

Cosa voglio dire con questo? Forse solo che sono stanca e che a volte si parla troppo e si pensa poco (io per prima). Ognuno ha le sue battaglie, è naturale. Credo sia troppo ambizioso immaginare di battersi per tutte le cause, anche perché molte, se si approfondisce bene, sono in contraddizione l’una con l’altra. Meglio i prodotti sintetici rispetto ai piumini d’oca? Però, vi direbbe un’altra mia amica, avete presente quello che sta succedendo ai fiumi e quindi agli oceani e quindi al pianeta intero per via delle microfibre di residuo dalle lavatrici nel lavaggio del sintetico? E avete presente quanta acqua bisogna usare per il cotone? Ha ragione lei, non se ne esce.

E allora, siccome sui siti che leggo paiono avere un certo successo i codici etici (o saranno forse codici morali? mah), vi riassumo qui il mio:

1. Homo sum, humani nihil a me alienum puto. In altre parole: gli uomini, anche nelle loro manifestazioni meno tenere e seducenti, devono essere sempre presi in considerazione. Se c’è da scegliere (ma speriamo di no) vengono prima.
2. La coerenza assoluta non è di questo mondo. Ma vogliamo almeno provarci?
3. (a correzione del 2) Guardarsi dagli estremismi e dai fondamentalismi, sempre. Non ho mai conosciuto un fondamentalismo che non provochi sofferenza. Neanche quando si proponeva le cose più nobili.