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Telegraficamente, vi annuncio che alla fine siamo tornate. Praticamente all’ultimo momento utile per il mio ritorno al lavoro, domani. Ho gli occhi, la mente e il cuore ancora traboccanti di bellezza. Il nostro itinerario è stato ricchissimo, zeppo di sorprese, scorci inattesi, regali, consigli, idee straordinarie. Io e Meryem abbiamo sperimentato l’ospitalità in tutte le sue sfumature e goduto dell’infinita varietà del mondo, declinata in paesaggi, specie animali, case, famiglie, caratteri, accenti, esperienze.

Credo che si intuisca che il friendsurfing lo rifarei (e spero che lo rifarò) mille volte ancora. Ringrazio ancora pubblicamente tutti quelli che ci hanno accolto, sopportato, voluto bene, incoraggiato, che hanno cambiato programmi, viaggiato a loro volta, spostato letti, fatto lavatrici (talora dal contenuto improprio), incomodato familiari e animali domestici, preso in prestito macchine e persino furgoni per essere parte della nostra vacanza zingara. Un grazie speciale anche a chi ci aveva offerto ospitalità e non siamo riusciti a includere in questa prima galoppata. Sto già meditando la prossima, non pensiate di averla scampata.

A prestissimo!

Friendsurfing


Eccoci alla vigilia di una vacanza che è un po’ la fotografia della mia condizione esistenziale attuale. Nel bene e nel male. Un salto nel buio e, allo stesso tempo, l’esito di molte riflessioni. Una vacanza che, nelle mie intenzioni, mi assomiglia.

Resa possibile dalla rete. Questa è forse la caratteristica più stupefacente. Non nel senso che è “prenotata su internet”, nell’accezione più anonima del termine. Affatto. Ma la rete ha reso possibili contatti e legami, alcuni “nuovi” (ma ci comprendo anche chi ho incontrato su questo blog 9 anni e tre figli fa, non so se mi spiego) e altri più tradizionali, ma che probabilmente senza mail e social network a quest’ora avrei perso per strada. Questi amici, con generosità, si sono resi disponibili a ospitare me e Meryem. Per questo mi piace pensare questo viaggio come “friendsurfing”. Un coachsurfing a modo nostro, dove più che la logistica conta la gioia di rivedere tante persone care (e di conoscerne alcune).

Con mia figlia. La prima vacanza da sole, l’estate scorsa, ha segnato un punto di svolta e di passaggio. Quest’anno sono pronta a raccogliere i frutti di un altro anno di strada insieme. E sono assai più ottimista. Abbiamo aggiornato le nostre parole segrete, infilato la sua Tigretta nello zaino e siamo pronte (spero).

Itinerante. Sento fortissima l’esigenza di fare un viaggio per il viaggio, senza sapere nemmeno esattamente cosa troverò. E’ sempre stato più nelle aspirazioni della mia anima che in quello che davvero sono riuscita a fare nella mia vita. E’ ora di cominciare una fase nuova, in cui cercare di non lasciarsi scoraggiare dalle tante mancanze che pure ci sono (di soldi, di tempo, di capacità, di coraggio). Non farò finta di essere ricca, coraggiosa, paziente, capace, piacevole. Ma cercherò di vivere queste settimane più serenamente del solito, gustandomi quel che arriva. Ho cercato di ridurre le aspettative precostituite al minimo, per far spazio alle sorprese grandi e piccole.

Volete seguirci sui social? Conto sul mio fido Androide, sperando che non mi tradisca. Saremo su Facebook (qui la bozza del programma di viaggio), su Instagram, su Twitter… I nostri hashtag saranno: #friendsurfing, #inviaggioconmeryem e, naturalmente #bellezzagratis. Quella non ce la vogliamo dimenticare mai e sarà il fil rouge delle nostre e, vi auguro, anche delle vostre vacanze.

Papa Francesco e i tramonti


Mattina presto alla Chiesa del Gesù, a Roma. Oggi il Papa celebra con i gesuiti la festività di S.Ignazio. Un’occasione anche per noi collaboratori della Compagnia. Non proprio un incontro per pochi intimi, ma comunque relativamente ristretto. Il pensiero ci ha emozionato e divertito le scorse settimane. Tra il serio e il faceto ci siamo interrogate sul look e sul dress code (indovinate chi ha risolto i miei dubbi? Vabbè, lo so, divento monotona). Tutti i partecipanti erano carichi di attese, si aspettavano il Papa spumeggiante che intrattiene i giornalisti sul volo dal Brasile a Roma. Persino padre Libanori, “padrone di casa”, ha fatto riferimento all’esuberanza del Papa: non sono previsti saluti particolari, ma hai visto mai.

Anche in questo, Papa Francesco ci ha stupito. Il registro oggi era tutt’altro. Forse era stanco, forse era sofferente. Forse, semplicemente, l’occasione oggi era molto diversa. “Tu pensi come un gesuita”, gli ha detto scherzando padre Adolfo Nicolàs, il Padre Generale (sì, dandogli del tu). Già, ma come pensa un gesuita? Forse pensa che c’è un tempo per l’entusiasmo e uno per il raccoglimento.

La predica è stata piana, pacata, anche se piena di linguaggio gesuitico (ovviamente). Ha insistito sulla modestia, sullo sforzo di non mettere se stessi e le proprie idee al centro. Questa immagine di essere sempre “spostati”, decentrati, radicati nella Chiesa (“non esistono cammini paralleli o isolati: cammini di ricerca, cammini creativi sì. Per andare verso le periferie ci vuole creatività”) suonava quasi un “errata corrige”, pronunciata sotto lo splendore aureo e trionfale della Chiesa del Gesù.

Secondo me il tema portante di questo discorso di Papa Francesco, il vero filo conduttore, è stata la fatica, la stanchezza, la sofferenza, lo scoraggiamento della “sequela quotidiana”. Non la disperazione, naturalmente. La vergogna di non essere all’altezza, che è addirittura una grazia da richiedere, in un quadro di “continuo colloquio di misericordia” con Dio. Un’immagine forte: trovare “l’armonia del nostro cuore nelle lacrime”. E ancora, l’umiltà: “siamo come vasi di argilla fragili e insufficienti, con dentro un tesoro immenso”, quello della grazia del Signore che opera attraverso di noi, se lo consentiamo.

Poi Papa Francesco diventa più intenso. Parla di tramonti, di tramonti della vita, e lo fa attraverso quelle che definisce “due icone”, S. Francesco Saverio e Pedro Arrupe. Il Santo nobile, amico di Ignazio, arrivato alla fine, “senza niente”, davanti al Signore. Pedro Arrupe, l’ultimo colloquio pubblico in un campo profughi, l’invito a pregare: poi l’ictus, sul volo del ritorno, e il suo “lungo tramonto esemplare”. “Chiediamo la grazia”, ha detto il Papa “che il nostro tramonto sia come il loro”. Per un attimo pare (non so se solo a me) che pensi soprattutto al suo.

Chi si aspettava una celebrazione festosa dei successi della Compagnia sarà rimasto deluso. La sensazione era quello di una sorta di capovolgimento di registri. Anche le due “icone” citate sono personaggi che, agli occhi del mondo, più vistosamente di altri, sono stati dei perdenti.  Mi veniva continuamente in mente la frase di San Paolo: “E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani.”

Ho pensato alla prima volta che ho letto, tanto tempo fa, lo “slogan” dei gesuiti: ad maiorem Dei gloriam (sono state anche le ultime parole dell’omelia di oggi). L’equivoco è sempre dietro l’angolo. Quella gloriam, per giunta maiorem, fa pensare a noi ignoranti alla magnificenza, agli ori barocchi, alle vittorie. Ma la gloria di Dio non è la gloria degli uomini. Quale che fosse il motivo di questo “tono minore” di Papa Francesco oggi, credo che fosse molto intonato alla ragione che io avevo di essere lì. Con fatica e tanti scivoloni dolorosi, cerco di andare avanti, restando sempre dalla parte dei perdenti.

 

Il testo dell’omelia

Espedienti


Non è che si può essere sempre frizzanti.  Persino per una come me, che vive meglio fuori casa che dentro, la giornata di ieri fin dalle prime ore della mattina si preannunciava tutta in salita. Intanto il clima. Il ghigno bollente di Caronte arroventava il vialetto condominiale. Queste ondate di calore, da quando hanno un nome, sono molto più sicure di sé. Poi la desolazione. Poche cose danno l’idea della vuotezza come il quartiere di Monteverde una domenica di fine luglio.

Aggiungiamo l’umore della sottoscritta. Omicida. In questi giorni mi sento in forma come un lottatore di sumo alla vigilia della pensione. Ho iniziato a pensare ai bagagli delle vacanze e questo ha comportato che mi mettessi a provarmi i vestiti estivi. Pessima idea.  Il sabato poi mi aveva lasciato simpatici strascichi di litigate e discussioni che durante la notte sembravano fermentate in una miscela esplosiva. Sarebbe bastato un pretesto qualsiasi per dare la stura a un fiume in piena di recriminazioni.

Si configurava un’emergenza che, come tale, richiedeva misure straordinarie. Temporeggiando e ringhiando quanto bastava, mi sono fatta accompagnare alla videoteca a riconsegnare un film noleggiato la sera prima. Sono ricaduta in questa pratica un po’ vintage, che fa tanto anni ’90. Ho ricaricato la mia tesserina magnetica e ora sfoggio orgogliosamente la mia appartenenza al popolo dei possessori di computer troppo malmessi per essere utilizzati per la visione di film. Schivando le api che hanno fatto il nido negli interstizi del distributore, ho riconsegnato “Il mio nome è Khan” (film stupendo, peraltro).

E allora mi è balenata in mente la via di fuga. Ho indetto sul momento la giornata DVD senza limiti. Ho noleggiato “Barbie e l’avventura nell’oceano” e ho comunicato alla Guerrigliera il programma della giornata, che è stato: film 1, film 2, pranzo, impostazione lista valigie, passeggiata al distributore, film 3, passeggiata al distributore con gelato, doccia, cena, film 4, letto. Dei film visti posso dirvi che “Barbie e l’avventura nell’oceano” non mi è dispiaciuto affatto (Meryem era entusiasta e si è messa a fare surf sul bracciolo del divano) , “Up!” mi è piaciuto molto (meno alla Guerrigliera), “Barbie e l’avventura nell’oceano 2” non era all’altezza del primo e “Dragons. Il dono del drago”, sequel di Dragon Trainer, è stata una grande delusione soprattutto perché non sapevo che era un cortometraggio. Sì, avete capito bene. Me li sono sciroppati tutti anche io, senza sconti.

Alla fine della giornata, scherzando, ho sottolineato a Meryem l’eccezionalità della cosa. Non è che da ora in poi passeremo i nostri giorni spiaccicate davanti al dvd. “E non lo dire a nessuno che mamma ti ha dato il permesso di vedere quattro film di seguito!”, ho aggiunto scherzando. “Posso dirlo solo a L.?”, ha ribattuto lei, ghignando. No, Guerrigliera, far schiattare di invidia l’amichetta non è un bel sentimento. Ma resta pur sempre nobile in confronto ai pensieri che covavo io al risveglio, e che poi ho annacquato in un mare brulicante di delfini rosa glitterati.

Madre ribelle


Ci sono mille piccoli episodi quotidiani di cui, come madre e come persona, non vado particolarmente fiera. Quello di ieri, però, che direi possa serenamente rientrare nella categoria “sbrocco di fine giornata afosa”, mi continua però a far pensare e con questa scusa  ve lo propino  lo condivido con voi [su, lo sapete che d’estate anche le menti più creative perdono colpi, siate indulgenti].

Ieri sera, mentre stava finendo il suo piatto di spaghetti, fagiolini e uovo sodo artisticamente composti in forma di margherita, la Guerrigliera capisce che ero al telefono con suo padre e se lo fa passare. Fin qui, tutto ok. Dopo pochi istanti mi chiede di farle continuare la conversazione in privato: anche questo mi sta bene, anche perché frattanto ero intenta a fare altre due/tre cose, la maggior parte delle quali mi portavano, in effetti, in un’altra stanza.

Qui mi chiedo: rosicavo già a questo passaggio? Può essere. Nizam la sera a quell’ora spesso deve servire i clienti e chiude le telefonate bruscamente. Giusto un paio di giorni fa la tendenza di Meryem a monopolizzare le comunicazioni mi aveva impedito di farne una, relativamente importante, io. Ma forse qui sto aggiungendo inutilmente carne al fuoco.

Più tardi, al momento di andare a letto, chiedo (forse sbagliando) a Meryem cosa si erano detto con suo padre e lei, forse riferendo fedelmente o forse improvvisando là per là, sghignazzando inizia a dirmi che parlavano di me e inizia a fare una sorta di catalogo di tutti i miei difetti, veri e presunti.

Inaspettatamente, scopro che la cosa mi punge sul vivo e non riesco minimamente a trattenermi. Le dico che non è bello che io debba sentire solo critiche. Che se parlassi di lei con un’altra persona e menzionassi solo le cose che non mi piacciono del suo carattere e del suo comportamento anche lei si sentirebbe ferita. Le auguro la buona notte e me ne vado nell’altra stanza, senza riuscire affatto a nascondere un risentimento forse eccessivo, considerata la situazione.

Da un lato, oggi, mi dico che la mia reazione era esagerata e fuori luogo. Sono sotto pressione, stanca, di malumore e delusa, ma certo non è Meryem che mi prende in giro il motivo della mia strisciante frustrazione. La cosa è stata superata, ovviamente, ma confesso che arrivata al momento di scusarmi (cosa che in questi casi di solito faccio) qualcosa si è inceppato. La reazione era esagerata, eppure in qualche modo anche legittima. Perché devo fare finta che essere presa in giro, in quel momento, non mi abbia ferito? Mi ha ferito. Magari in un altro momento non mi avrebbe ferito. Non mi considero una persona particolarmente permalosa. Però resta il fatto che in quel momento ci sono rimasta malissimo.

Sono arrivata alla conclusione che, finché non diventerò una persona migliore, mi atterrò al meno peggio, cioè la sincerità. Non sono (ancora) una persona migliore e sospetto che mia figlia lo sappia già piuttosto bene. E quindi, ancora una volta, so di aver fatto male, ma se avessi fatto diversamente avrei fatto male lo stesso. Delizie della genitorialità.

Non siamo prevenuti


“Mamma, ma io sul collo ho una pelliccia bianca?”

No, Guerrigliera. Sei lercia e sudata dopo il campo estivo, ma non c’è traccia di pelliccia. Perché?

“Perché F. [il “fidanzato”] invece ce l’ha. Gli è venuta su tutto il corpo e dice che si attacca”.

????

“Sì, mamma. E’ una malattia. Peggiora quando guarda la luna”.

Ok, potevi dirlo subito che vai al campo estivo con un lupo mannaro. Mica siamo prevenuti, noi. Chissà come sarà contento tuo padre.

Fiori


Chi mi conosce un po’, sobbalzerà per questo titolo. Io e i fiori abbiamo decisamente poco in comune. La mia ignoranza botanica è completa e totale. Al primo pranzo dalla mia futura (ex) suocera – che poi sarebbe la madre di quello che sarebbe diventato prima mio marito e poi il mio ex marito, tanto perché possiate raccapezzarvi – mi presentai, in perfetta buona fede, con un mazzo di crisantemi. Li trovavo belli e lo erano. Tra l’altro con il senno del poi si sarebbero rivelati anche adeguati all’occasione. Ma non divaghiamo.

Oggi se penso fiori penso a Paola (e non vedo l’ora di leggere il suo libro). E la cosa mi evoca un complesso di sensazioni a cui non sono solita dare spazio: grazia, colore, eleganza, in un certo senso femminilità. Non a caso mia figlia Meryem è assai più sensibile a tutte queste cose, fiori compresi, forse perché non l’ho ancora soffocata con troppo altro, o forse perché lei è diversa da me e basta. Però oggi, seguendo il filo dei ricordi e dei pensieri, ho provato a ripescare un po’ di fiori e di persone fiorite dalla mia memoria.

Vado più o meno in ordine cronologico. I fiorellini del giardino della villa di zia Maria ad Ardore Marina. Ricordo che li schiacciavamo per farci pozioni di streghe. Chissà che fiori erano. Pallocchere di piccoli petali gialli e arancioni, dal colore carico.  Sono stati i fiori della mia infanzia, delle estati lunghe e nel complesso solitarie, della penombra delle camere da letto del piano di sopra.

I gigli di S.Antonio sul terrazzo della cucina di casa dei miei. Quelli ci sono ancora, puntuali (anche se ora le stagioni anomale li fanno fiorire più inaspettatamente). E il ricordo va di pari passo con i rami di fiori di pesco che mia sorella Vittoria regala a mia madre appena cominciano a trovarsi. Questi sono i fiori della mia mamma, i fiori dei caffè presi insieme in cucina, del rapporto da adulte per cui non finirò mai di essere riconoscente.

Poi penso alla mamma del mio amico Pietro e al suo giardino bellissimo. A Marielou e al suo modo di guardare con occhio clinico i fiori di ogni bancarella (e alla giacaranda in fiore sulla piscina del suo condominio): la immagino da hostess nascondere piccole piantine clandestine sotto il sedile dell’aereo e riesco quasi a visualizzare che giardino avrebbe se non fosse per i cani, la tartaruga e l’amore per le persone che finiscono per avere la meglio sulla sua passione. Ma anche a Nizam, che un bel fiore non trascura mai di fotografarlo con il cellulare.

Come ultimo ricordo aggiungo i fiorellini quasi invisibili che ho visto, tanti anni fa, nel deserto del Negev. Allora ho trovato incredibile il fatto che piante che faticano anche ad esistere si permettano il lusso di avere dei fiori. In qualche modo ho ritrovato questo pensiero negli anni, nel mio lavoro. Un’azione sociale dovrebbe consistere anche nel condividere la bellezza. Ciò che si fa e si manda avanti con poche risorse non deve essere per forza brutto. Per quanto possa sembrare assurdo, ho visto impiattare con cura un piatto servito a mensa. Non sempre si riesce, io poi per queste cose sono in genere negata. Ma sono particolari importanti, che non si dovrebbero trascurare.

Di tanto in tanto mi trovo a ricordare a me stessa questo concetto anche nella mia vita quotidiana, quando le frustrazioni e l’ansia mi fanno soffrire. Il pensiero di non poter dare abbastanza a mia figlia è un dolore ricorrente. E allora mi aiuta pensare che molta bellezza è gratis: basta spalancare gli occhi per goderne.

Falsa partenza


Forse saprete già che il kebabbaro è curdo e musulmano. “Ma è praticante?”, mi viene spesso chiesto con una punta di preoccupazione. La risposta corretta è sni.

Non mangia maiale e quindi io evito che esso, in tutti i suoi molteplici e appetitosi derivati, compaia nel nostro frigo. Questo implica che le poche volte che si mangia fuori (kebab escluso) si proceda a una minuziosa disamina del menù, a volte integrata da interrogatorio al cameriere. Con tutto ciò una volta si è trovato a mangiare per errore una ciotola di fagioli con le cotiche, ma è stato davvero un incidente di percorso (e non ricordo se alla fine ho deciso di rivelargli o meno la verità).

Sull’alcol si concede qualche strappo, come la maggior parte dei suoi connazionali. Giusto un bicchiere di vino occasionalmente (la birra non gli piace). Il resto della pratica fa assai più acqua. I 13 anni di assenza dalla Turchia si fanno sentire pesantemente. Ora che può tornarci si è trovato più volte a impicciarsi sulla sequenza della preghiera (suo padre è osservantissimo) e ha sempre evitato accuratamente di essere a casa dei suoi durante il Ramadan, perché “non è più abituato”. Ciò non toglie che, ogni anno, si risveglia in lui almeno il buon proposito. Ricordo che una volta, anni fa, il primo giorno di digiuno lo vedeva impegnato a scarrozzare, sul far del tramonto, buona parte della famiglia Peri nell’entroterra laziale, il che ha comportato che non potesse mettersi a tavola che a tarda notte, prolungando la penitenza di svariate ore (per giunta con l’aggravante delle chiacchiere ininterrotte di cinque donne). Questa la premessa.

Due sere fa, intorno a mezzanotte, il kebabbaro annuncia la sua intenzione di riprovare anche quest’anno. Niente cibo, né acqua, né sigarette dall’alba al tramonto, per un mese. In questi casi, si consuma un pasto prima dell’alba. In un impeto di zelo interreligioso, mi offro di preparare il necessario (uova strapazzate, pane tostato, Philadelphia). E faccio una domanda apparentemente banale: “A che ora devi mangiare?”.

Il kebabbaro inforca lo smartphone e compulsa gli appositi lunari in turco. Lo vedo perplesso.

“Qui ci sono due orari diversi”
“Vabbè, ma lo saprai che significa, no?”
“Ehm, mmm, suhur… Dicesi suhur….ma il sole quando sorge?”
“Google dice che sorge alle 5:42”
“Ah, ok, quello è il secondo orario. Il primo è alle 3.20. Ok, tutto chiaro. Si deve mangiare tra il primo e il secondo orario, cioè tra le 3.20 e le 5.40. Metti la sveglia alle 5”.

Così abbiamo fatto. Toppando clamorosamente. Il digiuno infatti inizia al primo orario, che poi è quello della preghiera dell’alba. Stendiamo un velo pietoso. Il kebabbaro si difende sostenendo che l’ultima volta che il Ramadan cadeva d’estate era molto piccolo e quindi la sua memoria degli orari è assai sfalsata. Sarà. 

Lui si è accorto della cantonata nel pomeriggio. A quel punto ha mangiato un felafel per sottolineare il suo disappunto. Però poi gli hanno detto che è nata una disputa nel mondo islamico sulla data di inizio del Ramadan e che gli “arabi” cominciavano solo oggi. “Vorrà dire che per una volta mi considererò arabo”, mi ha comunicato per telefono un po’ rianimato. E dunque oggi è ripartito, animato da uno zelo leggermente calante. Resisterà? Si accettano scommesse.

Colpo di fulmine


– Mamma, mi sono innamorata.

Dobbiamo proprio parlarne? Ok, parlane.

– Si chiama F., ha sette anni e mezzo.

Gulp.

– A me piace e io gli piaccio. Per questo siamo una coppia.

Semplice e lineare. Io però fossi in te ora che saliamo in macchina cambierei discorso. Sai, tuo padre è curdo. E soprattutto è tuo padre.

–  E quindi ci siamo fidanzati.

– Cosa, cosa, cosaaa?

Che ti avevo detto, Meryem?

– Papà, tanto mica lo decidi tu chi mi sposo. Lo decido io e tu non puoi farci niente.

Quando si dice la diplomazia. Nizam annaspa in cerca di una risposta, ma alla fine si limita a bofonchiare in turco tra sé e sé. Colgo i termini “scuola coranica” e “velo”.

Intanto arriviamo davanti al Centro Estivo, a cui va con entusiasmo incontenibile fin da ieri. Guarda dal finestrino e trasalisce.

– Che incontro!

Eh già, figlia mia, che strana coincidenza. Siete scritti allo stesso campo estivo e se vai lì lo incontri. Davvero sorprendente.

La Guerrigliera schizza fuori dalla macchina e i due si avviluppano in un abbraccio tentacolare. A fatica io e la madre del fanciullo pilotiamo il mucchio di arti indistinguibile verso l’ingresso e li molliamo senza particolari formalità, così, in blocco. Risalgo in macchina. Nizam è in stato confusionale.

– Non ce la mandiamo più!

Con consumata calma assesto l’unico colpo spendibile utilmente in questi frangenti. “Ma come? Con quello che abbiamo pagato…”.

Il pater familias accoglie l’obiezione con un gemito soffocato.

– Ma…. non mi ha salutato. Non mi ha nemmeno… guardato in faccia!

Ebbene sì. La vita del padre è dura. Quella del padre curdo, poi, è durissima.

P.S. Oggi è tornata con le braccia cosparse di cuori disegnati con la bic nera dallo zelante innamorato. Lei non voleva lavarsi. Ma poi ha ceduto, precisando che lui glieli rifarà ogni giorno. Che romanticone.

Scatole


Stamattina mi sono svegliata animata da una rara ondata di zelo ordinatore. Ieri pomeriggio un amichetto di Meryem è venuto a giocare e la visione della sua mamma sofisticata seduta un po’ in pizzo sul divano del mio salone che fissava sconcertata il caos primordiale che pareva brulicare tutto intorno a lei deve aver avuto una parte nel mio improvviso impulso a migliorare le cose, sia pur quel minimo.

Alle nove avevo già preparato un bustone di roba da buttare. Alle nove e mezza, dopo aver provato invano a convincere Nizam ad andare da Ikea, gli avevo comunque intimato di smontare il lettino di Meryem. Lui, senza battere ciglio, ha rimandato l’impresa a lunedì o martedì, ottenendo il duplice vantaggio di placarmi sul momento (se si fosse rifiutato avrei insistito fino allo sfinimento) e anche di consentire a sua figlia di non dormire sulla nuda terra per un altro paio di giorni.

Dopo pranzo mi sono dedicata ai vestiti di Meryem. Ho comprato dal cinese sotto casa due bauletti “Angelo”, al vantaggioso presso di 2,90 euro cadauno. Andavano montati ciascuno con 28 affaretti di plastica tipo chiodini. Quaranta minuti dopo avevo il pollice viola e due contenitori troppo piccoli con puttini stucchevoli su ogni lato. Torno dunque dal cinese e acquisto altre quattro scatole, da montare chiudendo grossi automatici già attaccati alla superficie (prezzo 3,20 euro: a questo punto mi viene solennemente consegnata una tessera fedeltà del negozio Yin con il primo timbrino – chissà che si vince). Smadonnando altri dieci minuti ottengo altri quattro contenitori di più agevole montaggio, ma ugualmente brutti e assai più sbilenchi.

A quel punto sono pronta a domare il caos. Rinuncio all’impresa di provare i vestiti a Meryem, che è di umore assassino già dopo il secondo. Vado a occhio. Butto tutto fuori e divido in quattro categorie: estate sì (da riporre nel cassettone), estate no (vestiti da scartare), inverno sì (da tenere per l’anno prossimo), inverno no (da scartare). Non posso permettermi mezze stagioni, ma lo sanno tutti che non esistono.

Due ore dopo sono fierissima di me. Una volta riempite, chiuse (a volte tamponando di nastro adesivo) e inguattate le scatole, la stanza ha esattamente lo stesso aspetto di prima. Però in un certo senso ho realizzato, sia pur parzialmente, un cambio di stagione. Queste sì che sono soddisfazioni.