Errori da genitore (e una lista non basta)


Vedo oggi rilanciato qui e là sui social un articolo che avevo probabilmente leggiucchiato a suo tempo e che ha un titolo decisamente accattivante: Dieci errori comuni che oggi fanno i genitori (me inclusa). Toh, è stata la mia prima reazione, guarda che brava questa giornalista che riesce a comprendere l’infinito in 10 punti soltanto! Perché chi mi conosce lo sa: che i genitori come fanno sbagliano è una delle mie poche certezze. Sbagliavano i miei, per tanti versi iperstrutturati e iperattenti; sbagliano le madri trasandate come me; sbagliano diversamente – ma pur sempre sbagliano – le madri che ci si applicano a tempo pieno o quasi. [E i padri? Mi dirà qualcuno. Sì, si. Anche i padri. L’immagine però mi è venuta al femminile perché nella mia esperienza in ancora troppo circostanze alla fine le questioni quotidiane se le smazza la madre con i suoi emissari].

Al di là della pretesa del titolo, i contenuti dell’articolo sono una riproposizione un po’ più articolata e, almeno in parte, documentata (con gli immancabili contributi degli psichiatri di turno) di quel che spesso si finisce per bofonchiare, in una forma o nell’altra: ma non è che noi genitori (o “‘sti genitori”, a seconda di chi parla) ci allarghiamo (/si allargano) un pochino? Io sono convinta assolutamente di sì. Non arrivo a sostenere, come si lascia balenare nell’articolo, che era meglio quando gli adulti si disinteressavano dei minorenni, lasciati a razzolare qua e là, e certamente non li consideravano voce in capitolo sulle scelte della famiglia. Ma il bambinocentrismo fa una certa paura anche a me e, senza essere una specialista di grido, sospetto da tempo che non sia salutare.

“Ma se tu passi praticamente tutto il tuo tempo libero a immaginare attività per tua figlia!”, sbufferà qualcuno dei miei lettori. Touchée. Ma è anche perché io, di mio, altre attività strutturate di famiglia per il tempo libero non ne ho. Aggiungo anche che ritengo in una certa misura giusto e certamente più agevole ritarare il tempo della famiglia in modo che anche i più piccoli lo trovino godibile (per il sacrosanto principio che se il piccolo lui/lei è felice è più facile che lo siano anche i di lui/di lei genitori). Ma arrivati a una certa età (e, ahimé, mia figlia ci è arrivata) penso che sia un nostro preciso dovere cominciare a passare il messaggio che loro in effetti non sono al centro dell’universo. E che, passatemi il brutto termine, non sono loro a “comandare”.

Questo mi ha fatto pensare molto, durante questa settimana un po’ turbolenta. Già l’anno scorso avevo iniziato a esplicitare a Meryem il concetto di responsabilità. Alla fine, sono io che devo decidere se prendere l’ombrello o no, oppure se è il caso di fare tardi una sera. Posso consultarla, ma non posso lasciare a lei il peso di una eventuale decisione sbagliata. Perché ogni scelta che si fa solitamente ha delle conseguenze.

Credo che a questo punto una riflessione guidata sulle conseguenze delle scelte si imponga più che mai. Perché io ritengo importante che Meryem inizi a rendersi conto che se lei decide di lasciare la cartella a casa della tata poi sarò io a dover variare i programmi della mattina successiva. E non è ovvio. Il tutto per dire che non faccio mistero a mia figlia di desiderare molto che lei apra gli occhioni sul resto della comunità, considerando i coprotagonisti della sua quotidianità (i compagni, i maestri, la tata e persino io, sua madre) altrettanto degni di attenzioni e considerazione di quanto lo sia lei stessa.

E’ troppo presto? Non credo. Semmai è un po’ tardi. E quel che certo è che gli adulti più o meno genuinamente abnegati e proni a qualunque capriccio dei pargoli, propri o altrui, non facilitano l’impresa.

Cambiamenti


Mi piace pensare che questa estate ho fatto provare a mia figlia la bellezza di fare programmi e la bellezza di disfarli, per farne di nuovi. Che ci avrebbe aspettato un settembre di grandi cambiamenti un po’ lo sospettavo e in questa casa la flessibilità e la resilienza, proprio nel senso fisico del termine, sono indispensabili.

Affezionarsi a un’idea, a un sogno, a un proposito è un piacere profondo. Separarsene può fare male, ma a volte è necessario per affezionarsi ad altro, o semplicemente per restare noi stessi (o per restare vivi, il che alla fin fine è quasi la stessa cosa).

Una volta ho pensato che mi auguravo che la relativa facilità all’entusiasmo di Meryem la accompagnasse nei molti anni a venire. Entusiasmarsi e coltivare l’entusiasmo, senza limitarsi alla prima scintilla. Ma anche cambiare strada con lo sguardo ben fisso avanti, lasciando che la prontezza di cogliere cose nuove di cui entusiasmarsi porti via titubanze e sospiri.

Non mi piace ripercorrere nostalgicamente strade del passato. Ho indugiato un po’, a Torino, nella nostalgia. Me lo sarei preso volentieri un cappuccino in quel bar, sulla strada di Palazzo Nuovo. Ma volete mettere la soddisfazione di entrare per la prima volta con Meryem all’Arena di Verona e essere accompagnati ai nostri #tweetseats? 

Avanti dunque. Avremo una nuova maestra, dei nuovi vicini e tante altre cose, grandi e piccole, che non saranno più come prima. Ma se guardo Meryem, anche lei non è più come prima: gambe lunghe, risata pronta, lingua irrefrenabile. E anche io non sono come prima. Un po’ ammaccata, forse, ma comunque ancora capace di mettermi in spalla uno zaino e mettere un freno ai miei piagnistei. 

Achievement


Non avrei mai usato una parola così nel marzo del 2000. Se l’avessi dovuta tradurre, avrei controllato sul vocabolario.  La mia vita, allora, era diversa. Se la guardo con gli occhi di oggi, potevo ancora evitare gli errori più grossi. Ma i miei orizzonti, che credevo tanto vasti nell’arroganza della mia relativa gioventù, erano ridicolmente ristretti.
Ho pianto, nel marzo del 2000, in una piccola filiale della Cariverona. Mi pareva di essermi messa da sola un cappio al collo, di aver ipotecato la mia libertà. Facevo bene, ad essere angosciata.  Iniziavo un cammino davvero duro. Challenging, se devo usare un’altra parola imparata molto più tardi.
Avevo le lacrime agli occhi anche oggi, allo sportello di un’altra filiale di una banca che in questi 14 anni ha cambiato nome e proprietà.  Terminavo un percorso più lungo di qualunque relazione sentimentale che io abbia mai avuto. La lista mentale dei ringraziamenti onestamente non è lunghissima, ma è sentita.
Oggi, festa di S. Ignazio 2014, ho finito di pagare il mutuo sulla mia casa.

Però arrestiamo tanti trafficanti. Sicuri?


Per quanto incredibile, l’Italia si trova spesso a doversi giustificare per l’operazione Mare Nostrum. Salvare decine di migliaia di vite umane non è evidentemente giustificazione sufficiente. La nostra missione è contrastare l’immigrazione clandestina per garantire la sicurezza, anche oggi che quasi tutti quelli che arrivano sono rifugiati. Ricordate? Ve lo ho già spiegato, qui.

Ma noi con Mare Nostrum contrastiamo l’immigrazione clandestina, risponde l’Italia. Arrestiamo un sacco di scafisti. Gli scafisti, i trafficanti di esseri umani, sono quegli uomini brutti e cattivi, che lucrano sulla pelle della gente, che accoltellano le persone sui barconi quando bisogna buttare giù zavorra. Ce li immaginiamo come i moderni negrieri e spesso i vividi racconti di chi arriva aggiungono conferme e dettagli al nostro immaginario. Sequestri nel deserto, ricatti, vendita di organi umani, stupri. Non c’è dubbio, sono loro i cattivi. E si fa certamente un’opera meritoria ad arrestarli.

Però. C’è un però. Dopo tanti anni non possiamo fare finta di non sapere come funziona il business del traffico di persone che non hanno alternative. E’ spiegato bene in un bel libro di Andrea De Nicola e Giampaolo Musumeci, Confessioni di un trafficante di uomini.

 

Il punto qui è che una parte minima di questo enorme business va alle persone che sono fisicamente sui barconi. Il grosso va a uomini d’affari dalla faccia pulita, che frequentano gli ambienti che contano. Quelli che acchiappiamo noi con tanta fatica sono sì, spesso, dei gran bastardi. Ma comunque pesci piccoli. A volte, drammaticamente, piccolissimi: anche per età.

Riassumendo. Spendiamo un sacco di soldi per tentare di arrestare la fuga dei rifugiati, che di per sé è inarrestabile e quindi sbattiamo in galera i pesci piccoli, ma riempiamo sempre più le tasche degli organizzatori (più i viaggi sono difficili, lunghi e pericolosi, più si paga). Causiamo la morte di un sacco di gente e facciamo prosperare l’economia criminale.

Come se ne uscirebbe? De Nicola e Musumeci nel video (fatto per il blog di Grillo, scusatemi, ma è l’unico che ho trovato) parlano di cooperazione, del solito “aiutiamoli a casa loro”, in buona sostanza.

Io dico che dobbiamo fare i conti con il fatto che ormai i flussi di arrivo sono ben poco misti: sono composti quasi esclusivamente da persone in fuga. Che, al momento, per salvarsi la vita devono per forza rivolgersi a queste organizzazioni. L’unico modo per dare un duro colpo al traffico di esseri umani sarebbe sottrarre la maggior parte della “merce” (e quindi del guadagno) creando dei canali legali per far arrivare in Europa chi cerca protezione. Questo è vero contrasto alla criminalità, con l’effetto collaterale di salvare molte più vite del soccorso in mare. Un rifugiato in mare a rischiare la vita non dovrebbe proprio mettercisi, men che meno pagando cifre esorbitanti a dei criminali senza scrupoli.

Impossibile? Tutt’altro. Se ne è iniziato, sia pur con grave ritardo, a parlare anche nel nostro Parlamento. Incrociamo le dita. Come per tutte le cose importanti, più che i soldi (che vengono comunque spesi) serve coraggio. Questa Europa mi pare particolarmente vigliacca. Spero di sbagliarmi.

Cosa stiamo facendo?


E’ già sparita dalle prime pagine dei quotidiani online la notizia di ieri, che ho letto solo oggi, su segnalazione di una collega. Confesso, anche io mi sono assuefatta alle notizie sui naufragi. Sono tutte uguali, scorro i titoli e sospiro. E invece no, ognuna dovrebbe colpirci come un pugno nello stomaco.

La notizia parlava delle testimonianze dei 561 profughi arrivati a Messina domenica scorsa dopo che il barcone su cui viaggiavano è stato soccorso da una petroliera. Racconti spaventosi, che parlano di persone chiuse a morire nella stiva (per aver pagato un prezzo inferiore degli altri  – un prezzo comunque superiore al prezzo di un viaggio in business class in aereo), ma anche di almeno una sessantina di persne scelte a caso, accoltellate e gettate in mare, forse per alleggerire l’imbarcazione. Infine decine di persone sarebbero annegate durante le operazioni di trasbordo tra barca e petroliera; tra queste un bambino siriano di due anni di cui i soccorritori hanno recuperato in mare il corpo.

Questo per lo stomaco. Accendiamo ora il cervello.

Leggo il rapporto 2014 di Frontex, agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne. Non è un’agenzia umanitaria, attenzione. La loro mission è contrastare la migrazione irregolare. Ai paragrafi relativi all’intercettazione di persone che tentavano di varcare il confine europea senza averne titolo (senza visto Schengen) troviamo numeri precisi.

Nel 2013 un quarto del totale delle persone sorprese ad attraversare irregolarmente il confine erano siriani. Seguono eritrei e somali. Guardate la tabella di p. 31, dove ci sono le nazionalità divise per rotte. Dovunque la stessa musica: Eritrea, Siria, Somalia, Afghanistan, Pakistan…

Questa non è migrazione irregolare: è fuga.

La domanda sorge spontanea: cosa esattamente stiamo cercando di contrastare con immenso dispiego di forze e di soldi? La fuga di rifugiati. Questo stiamo facendo. E non mi venite a dire che il tutto serve a qualche manciata di arresti di trafficanti. Il traffico di esseri umani si combatte solo creando canali umanitari per mettere in salvo chi ha diritto di essere protetto.

Quanto si spende per questo contrasto? La maggior parte delle risorse. Qualche numero su un istruttivo rapporto di Amnesty International, che fornisce informazioni sullo stanziamento di fondi europei per la gestione delle migrazioni destinati ad alcuni stati membri per il periodo 2007-2013.

L’Italia ha ricevuto 36.087.198,41 € per il Fondo Rifugiati (supporto alla procedura, accoglienza, integrazione) e 250.178.432,52 € per la difesa delle frontiere esterne. In Spagna la sproporzione è anche maggiore: 9 milioni e 300mila circa contro quasi 290 milioni. A Malta stiamo a 6 milioni e 600 contro 70 milioni e mezzo.

In generale, quasi metà del totale dei fondi europei per le migrazioni tra il 2007 e il 2013 (per la precisione 1.820 milioni di euro) è stato usato per il controllo delle frontiere, mentre solo il 17% del totale  (700 milioni di euro)
è stato utilizzato per aiutare gli Stati membri nell’accoglienza e integrazione dei rifugiati.

Cosa stiamo facendo? Finanziamo sistematicamente misure che tentano di fermare, a volte anche con pratiche assai discutibili (detenzione, respingimenti, anche violenza pura e semplice), l’arrivo di persone che continueranno ad arrivare comunque perché non hanno alternativa. Perché non hanno più una casa dove “aiutarli a casa loro”.

A me non pare un modo responsabile di usare i nostri soldi in tempo di crisi. E voi che dite?

E’ difficile


Forse in queste settimane più che in passato la guerra bussa alla nostra porta con tutta l’assurdità crudele che le è propria. Io cerco di parlare poco, specialmente su quella piazza rumorosa che è Facebook. Non sono riuscita, nonostante questa discrezione che qualcuno ha interpretato come vigliaccheria (magari non a torto), a evitare alcuni malintesi di cui avrei volentieri fatto a meno.

Cerco dunque di spiegare qui, nel modo più lineare possibile, quello che penso.

  1. Il mio rispetto, la mia solidarietà e il mio pensiero è per la maggioranza silenziosa di uomini, donne e bambini che paga il prezzo di guerre volute e perpetrate da altri  in Palestina/Istraele, ma anche in Siria, in Iraq e in tutto il mondo. Come ha giustamente detto la mia amica Tatiana, “siamo tutti ostaggio dei signori della guerra, in fondo alleati fra loro, nonostante fedi e ideologie apparentemente diverse”.
  2. Ammiro profondamente chi, vivendo sulla propria pelle la guerra attraverso lutti pesantissimi e rischi concreti e quotidiani, riesce a parlare di pace, di speranza, spezzando faticosamente giorno dopo giorno la spirale perversa della vendetta con parole e gesti tangibili. Penso ai miei colleghi in Siria, penso ai “Vicini per la pace”, che in questi giorni organizzano manifestazioni tra abitanti di kibbutz e villaggi arabi.
  3. Non dico che noi che non siamo fisicamente lì non dobbiamo dire nulla e neanche che si debba restare neutrali. Apprezzo però chi si astiene dal dare facili giudizi, in particolare se tali giudizi implicano una classifica in morti di serie A e morti di serie B (o C, o D) per qualunque motivazione storica, politica o economica. Diamo voce piuttosto a quella maggioranza silenziosa del punto 1, che nessun giornalista ascolta. Non contribuiamo alla strumentalizzazione del dolore.
  4. Un’ultima considerazione. La denuncia di violazioni gravi dei diritti umani è doverosa. Cerchiamo però di non ridurla a un puntare il dito arrogante e superficiale. Ricordiamoci anche delle nostre responsabilità. No, non quelle della metà del Novecento. Quelle di oggi, 21 luglio 2014. Se davvero abbiamo a cuore la giustizia, lo sguardo non può essere che ampio.

Le ferie? Anche quest’anno?


Pomeriggio estivo. Seduta su una panchina dell’oratorio del quartiere mi intrattengo con una giovane signora sudamericana mentre le nostre figlie, coetanee, giocano a biliardino. “E voi che fate, andate un po’ in vacanza?”. Questa banalità mi esce spontanea, in quella combinazione di distrazione e imbarazzo che prende il sopravvento, a volte, quando la giornata fatica a concludersi.

Lei sorride e mi spiega che sì, pur senza partire da Roma, ha deciso di prendersi due settimane di ferie dal lavoro. Nonostante il parere contrario del suo datore di lavoro, lo stesso da 17 anni. “Non vuole? E perché mai?”. La mia attenzione si è ridestata. Lei continua a sorridere. “Dice che non capisce perché le voglio, visto che non vado al mio Paese. Il biglietto costa, quindi ormai ci andiamo ogni due o tre anni. E lui continua a insistere: non capisce perché me le spreco, se quest’anno non devo partire. Gli pare assurdo che io voglia fare vacanza anche quest’anno”.

La guardo. Giovane, graziosa, madre di una bambina, garbata, con la frutta fresca per la merenda nella sporta di stoffa. Come si può pensare che una donna che lavora ogni giorno, otto ore al giorno, non abbia bisogno di (oltre che diritto a) due settimane di ferie? Per inciso, la bambina cosa dovrebbe fare per tutta l’estate? “Lui dice che dovrei portarla con me al lavoro, visto che è educata e sta zitta e buona tutto il tempo. Dice che a lui e sua madre non dà fastidio. Ma dà fastidio a me, tenerla sempre chiusa in casa a annoiarsi. Almeno per due settimane voglio portarla al mare, o a casa dei cuginetti”.

Scopro che per anni il signore, anzianotto e amorevolissimo verso decine di gatti randagi che accudisce con maniacale premura, ha scalato alla mia amica dalle ferie ogni singola ora in cui è rimasta a casa perché sua figlia era malata. “Ora mi hanno detto che non è giusto”, confessa lei. “Ma a me pareva normale. Comunque quest’anno lei non è stata quasi mai malata”.

Al di là delle questioni sindacali, un aspetto mi colpisce con assoluta evidenza. Questa signora, madre e lavoratrice impeccabile, che parla correntemente tre lingue, evidentemente è considerata dal suo datore di lavoro essenzialmente diversa da se stesso, da sua moglie, da sua madre, da suo figlio. Non una persona che arriva a sera stanca e che alla fatica del lavoro unisce quelle di essere moglie e madre. Non una donna che ha bisogno fisico e mentale di tirare il fiato, di coltivare i suoi interessi, di curare la sua vita privata. No, immagino che la veda come una sorta di elettrodomestico, di sua proprietà. Ha registrato che l’utensile necessita di tornare periodicamente (a intervalli peraltro sempre più distanziati nel tempo) al luogo di produzione: ok, sia. Ma al di là di questo, già piuttosto bizzarro, perché desiderare altro?

“Ma è tanto bravo, eh? Tanto gentile”. Ho sperato per un attimo che fosse un commento ironico. Ma temo di no.

Non sono razzista ma… 12 FAQ sui rifugiati (seconda parte)


Ecco la seconda puntata delle 12 FAQ sui rifugiati, realizzate in collaborazione con Luigi Narducci. Buona lettura!

P.S. La vignetta è sempre di Mauro Biani.

7. Non siamo in condizione di accogliere i profughi, non ce lo possiamo permettere.
Chi arriva in Italia in fuga da una guerra (come quella in Siria) o da persecuzioni ha diritto di chiedere protezione. Lo dice la convenzione di Ginevra, svariate normative europee, la legge italiana. “Ma non possiamo accoglierli tutti” è un’obiezione, nel caso dei rifugiati, semplicemente non pertinente. Tra l’altro da noi ne arriva davvero un numero modesto, in termini assoluti e in termini relativi. I dati parlano da soli: 27.830 domande d’asilo presentate in Italia nel 2013. In Francia ce ne sono state 64.760, in Germania 126.705.
Ci sono cose che vanno fatte perché non è possibile non farle, come salvare vite di persone innocenti che peraltro, per il diritto internazionale, hanno assolutamente titolo alla protezione internazionale. Non ci nascondiamo dietro l’alibi economico.
I soldi si spendono già, in abbondanza. Si spendono per il contrasto, per la detenzione, per le misure di accoglienza emergenziale rabberciate e inefficaci, e tuttavia non più a buon mercato di interventi di qualità che sarebbe sufficiente progettare. E non stiamo contando molte altre spese ancor meno trasparenti nei Paesi di origine e nei Paesi di transito. No, non è una questione di soldi. Il punto è solo per cosa si decide di spenderli.
In un periodo di crisi certamente è doveroso evitare gli sprechi e le speculazioni e questo può essere fatto con una programmazione attenta e competenze, con investimenti mirati per migliorare la gestione del sistema di accoglienza (e più che investimenti economici servono competenze effettive nei posti chiave e formazione diffusa) e con una maggiore trasparenza, soprattutto nella gestione dei centri del Ministero degli Interni per l’immigrazione (CPSA, CARA, CIE) e nelle misure di contrasto.
Il razzismo, contrariamente a quello che viene lasciato intendere, non aiuta neanche l’economia.

8. Gli stranieri ci rubano il lavoro e godono dei nostri servizi.
Questi sono luoghi comuni, smentiti da molte ricerche autorevoli.
Il recente rapporto OCSE Labour Market Integration in Italy (7 luglio 2014) afferma che gli immigrati sono diventati una “componente strutturale” della forza lavoro. Si tratta in particolare del settore edile, dove lavora il 50% degli immigrati, e quello dei servizi domestici e assistenziali (50% delle immigrate). Gli immigrati sono sproporzionalmente impiegati in lavori precari, poco qualificati e sottopagati. Vengono licenziati in maniera selettiva e discriminatoria e la loro strada a impieghi di maggiore livello è quasi sempre sbarrata, anche per quelli fra loro, il 10%, altamente qualificati.
Ma anche in queste condizioni di oggettiva difficoltà il contributo fiscale e produttivo degli immigrati resta importante per il Paese. Essi infatti contribuiscono con l’11% di Pil (ogni punto vale 16 miliardi di euro), con 43,6 miliardi di euro dichiarati (gettito Irpef di 6,5 mld) e con circa 7 miliardi annui di versamenti Inps.
Dall’altro lato gli immigrati hanno appunto un profilo demografico che si traduce in un quadro più favorevole per spese sanitarie o pensioni, che porta a un impatto positivo sulle finanze pubbliche: in pratica, le tasse che pagano sono maggiori dei servizi che effettivamente ricevono.

9. Gli stranieri delinquono e minacciano la nostra sicurezza
Anche l´equazione fra immigrazione e criminalità è priva di fondamento. A fronte di un incremento del 500 per cento del numero di permessi di soggiorno dal 1990 ad oggi (e di un aumento presumibilmente ancora più consistente dell´immigrazione totale, irregolari compresi), i tassi di criminalità sono rimasti pressoché invariati in Italia. Inoltre, non c´è stata crescita della criminalità nelle regioni a più alta immigrazione. Al contrario, in queste regioni, il numero di crimini per 100.000 abitanti si è ridotto. Il rapporto “Politica migratoria, immigrazione illegale e criminalità” della Fondazione Benedetti, curato da Paolo Pinotti dell’Università Bocconi insieme ad altri economisti della Banca d’Italia e di altre università, documenta come l’immigrato regolare sia coinvolto in attività criminali nella stessa misura del resto della popolazione. A commettere più reati è, in vece, il clandestino, ovvero l’immigrato irregolare, quello che – in molti casi – ha chiesto il permesso di soggiorno senza ottenerlo oppure, dopo un periodo di soggiorno regolare, lo ha perso, ad esempio perché ha perso il lavoro. Precisamente, gli irregolari rappresentano l’80 per cento degli immigrati coinvolti in attività criminali. La riprova sta nel fatto nel periodo successivo a sanatorie o al “click day” del 2007 – quando un numero di immigrati hanno potuto ottenere il permesso di soggiorno – il tasso di criminalità è diminuito.

10. I rifugiati portano malattie
È forte nell’immaginario collettivo il timore relativo alla possibile importazione di malattie contagiose. È così che, di volta in volta, si rincorrono voci su presunti casi di Ebola in persone imbarcate o focolai di tubercolosi in chi viene con loro a contatto per motivi professionali, o addirittura un caso di vaiolo a bordo di un’imbarcazione (ben presto rivelatosi un caso di varicella).
In generale, i migranti sono per lo più giovani sani, persone che hanno avuto la forza di affrontare un lungo viaggio. Il cosiddetto “effetto migrante sano” è conosciuto da tempo: si riscontra piuttosto che lo stato di benessere di questi migranti può esaurirsi nel tempo a causa di condizioni di vita e di lavoro precarie e dello scarso accesso ai servizi sanitari nel Paese ospite.
In particolare è decisamente improbabile che si riscontrino in chi sbarca in Italia malattie che determinano crisi acute e minaccia maggiore in termini di diffusione (Ebola, ma anche SARS): la durata del viaggio e l’intensità dei sintomi fanno sì che si manifestino piuttosto in chi arriva comodamente dopo poche ore d’aereo. Alcune malattie della povertà, quali HIV, tubercolosi e malaria, sono in media più frequenti in questa popolazione e accentuarsi a causa della precarietà delle condizioni di vita dei migranti al loro arrivo in Italia.
Ancora una volta la miglior risposta è una buona organizzazione dell’accoglienza (uno screening sanitario può individuare efficacemente ogni possibile criticità) e misure efficaci per l’inclusione sociale e l’orientamento ai servizi. Gli allarmismi, soprattutto se ingiustificati, non possono che peggiorare le cose.

11. Perché, in attesa dell’espletamento della domanda dello status di rifugiato non utilizziamo i richiedenti asilo per lavori socialmente utili?
Alcuni progetti di accoglienza hanno sperimentato e praticano il coinvolgimento di richiedenti asilo in lavori socialmente utili, a titolo di volontariato, mentre sono in attesa dell’esito della loro domanda d’asilo. La legge non lo vieta e anzi tutti i progetti di accoglienza nazionali sono tenuti ad attivare tirocini formativi e borse lavoro per gli ospiti. Tutti i richiedenti asilo, dopo sei mesi dalla presentazione della domanda di protezione internazionale, hanno comunque il diritto di lavorare legalmente. Per un rifugiato, che è stato costretto ad interrompere bruscamente la propria vita personale e lavorativa a causa di eventi indipendenti dalla sua volontà, il lavoro può rivelarsi molto utile per riprendere un percorso positivo di integrazione, acquisire nuove competenze, valorizzare quelle già possedute. Può avere addirittura una valenza terapeutica per persone particolarmente traumatizzate dalle esperienze vissute.
L’importante è, evidentemente, mantenere un corretto rapporto di rispetto per la dignità delle persone coinvolte: un richiedente asilo in nessun caso deve essere obbligato a “ripagarsi” l’ospitalità, che resta un suo diritto.

12. Accogliere i profughi, offrire loro protezione e riconoscere i diritti dei rifugiati è solo un obbligo di legge?
È sicuramente un obbligo di legge, ma è soprattutto un obbligo morale.
Il Preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 evidenzia la consapevolezza maturata al termine della seconda guerra mondiale che “il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;” e che ” il disconoscimento e il disprezzo dei diritti dell’uomo hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godono della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;”
I Diritti dell’uomo, condizione della libertà, giustizia e pace, devono essere garantiti a tutte le persone se non vogliamo che diventino privilegi ed il riconoscimento degli stessi comporta sempre un’assunzione di responsabilità da parte di tutti.
Pertanto, non ha senso affermare “prima gli italiani, prima i francesi….”, ma occorre attivarsi affinché siano “prima le persone, prima la dignità umana, prima i diritti umani”. Tutto questo comporta una particolare attenzione agli “ultimi”, a chi “è rimasto indietro” “a chi chiede accoglienza e protezione”.
Per quanto riguarda i rifugiati, è necessario che gli stati membri dell’Unione Europea concordino una politica estera di pace per ridurre il numero dei conflitti e dei profughi, programmino politiche comuni di accoglienza e protezione e si impegnino nella diffusione di una cultura della pace e del rispetto delle persone. E’ giunto anche il momento di affrontare seriamente il tema dei canali umanitari, per trarre in salvo le vittime innocenti di conflitti e persecuzioni, sottraendole ai rischi e alle speculazioni dei trafficanti di esseri umani. Se in tempi rapidissimi l’Unione Europea non troverà una risposta efficace a questa emergenza umanitaria, dimostrerà di essersi ridotta a un’assemblea di Stati preoccupati di guardare solo ai singoli immediati interessi nazionali, incapaci di avere una visione comune al di là delle proprie frontiere. Di aver rinunciato, cioè, a quei valori che sono alla base della sua costituzione.

Leggi le prime 6 FAQ

Non sono razzista ma… 12 FAQ sui rifugiati (prima parte)


Il mio amico Luigi mi ha sfidato a raccogliere in 12 FAQ una prima infarinata di informazione corretta sui rifugiati. Ho fatto del mio meglio, perché l’esperienza mi suggerisce che c’è un grande bisogno di chiarezza su questi temi, vista anche l’insistente circolazione di bufale, pregiudizi e strumentalizzazioni. 

Ecco qui, dunque, il primo risultato di questa impresa a quattro mani. Spero apprezziate!

P.S. La vignetta è di Riccardo Marassi. 

1. Basta chiamarli profughi o richiedenti asilo: sono clandestini che vengono in Italia pensando di trovare una migliore sistemazione.
Falso. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha sottolineato in più occasioni che gli arrivi via mare sono composti in gran parte da persone in cerca di protezione, soprattutto siriani ed eritrei, in fuga dalla guerra e da gravi violazioni dei diritti umani. Queste persone non hanno scelto di emigrare, sono state costrette ad abbandonare il paese di provenienza per salvare la propria vita. I continui casi di negazione dell’accesso alle frontiere e di respingimenti in mare e lungo le frontiere terrestri pongono i rifugiati in condizioni di ulteriore rischio. L’arrivo di rifugiati in Italia, pur essendosi intensificato nel 2013 e nel 2014, non è né eccezionale, né imprevedibile: richiede pertanto una pianificazione strategica a lungo termine, che eviti il susseguirsi di misure emergenziali (notoriamente più costose e meno efficaci) e stati di allarmismo.
Per approfondire

2. Non li possiamo accogliere tutti, rimandiamoli a casa.
Chi arriva in Italia in fuga da una guerra (come quella in Siria) o da persecuzioni ha diritto di chiedere protezione. Lo dice la Costituzione italiana, la Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato del 1951, svariate normative europee inclusa la Convenzione Europea dei Diritti Umani e la legislazione italiana attualmente in vigore sull’immigrazione.
Il 23 febbraio 2012 la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato all’unanimità l’Italia per violazione dell’art. 3 (per aver esposto i ricorrenti al rischio di essere rinviati nei rispettivi Paesi di origine), dell’art. 4 Protocollo n. 4 (“Le espulsioni collettive di stranieri sono vietate”), nonché dell’art. 13 della Convenzione Europea dei Diritti Umani perché il 6 maggio 2009 circa 200 persone, che viaggiavano su tre barconi diretti in Italia, sono state intercettate da motovedette italiane, in acque internazionali, trasferite a bordo delle navi italiane e riportate in Libia, da dove erano partite, in conformità agli accordi bilaterali fra Italia e Libia. Era l’avvio della c.d. “politica dei respingimenti” che, secondo le parole del Ministro dell’Interno italiano dell’epoca, Roberto Maroni, doveva rappresentare un “punto di svolta” nella lotta contro l’immigrazione irregolare. La sentenza della Corte europea ha chiarito ufficialmente e senza dubbio che quella operazione di respingimento, così come tutte le altre condotte dal governo italiano fino a tutto il 2010, erano pienamente e senza alcun dubbio illegittime ai sensi del diritto internazionale. Altri respingimenti di rifugiati ai confini, effettuati più recentemente da diversi Paesi europei, sono stati denunciati dall’UNHCR.
Chi cerca protezione internazionale non può essere rimandato a casa, né in un altro Paese dove la sua incolumità potrebbe essere a rischio, prima che si sia esaminato individualmente e accuratamente qual è il motivo per cui chiede protezione.
Intercettare le persone nei Paesi di transito o pattugliare le coste africane per bloccare le partenze, misure a volte adottate dall’Unione Europea e dai singoli Stati membri, in molti casi costituiscono vere e proprie violazioni del diritto d’asilo e in quanto tali vengono denunciate dagli enti di tutela. Violare una legge dove è meno probabile di essere scoperti non rende la violazione della legge meno grave o meno condannabile.

3. Perché tutti da noi?
Contrariamente a quello che potrebbe sembrare, in Italia arriva un numero piuttosto piccolo di rifugiati, sia in termini assoluti che in termini relativi. Secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite, al mondo i migranti forzati (le persone costrette per motivi di forza maggiore ad abbandonare le loro case) sono 45,2 milioni, di cui 10,5 milioni di rifugiati registrati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).
I 4/5 dei rifugiati vivono nei cosiddetti Paesi “in via di sviluppo” e la metà del totale in Paesi dove il reddito medio è inferiore a 5 dollari al giorno. A giugno 2013 il Paese che accoglieva il più alto numero di rifugiati era il Pakistan. In termini assoluti e in termini relativi (rispetto al PIL, rispetto alla popolazione, rispetto a qualunque cosa) il carico maggiore grava su Paesi poveri, instabili, già molto provati. Praticamente nessuno di questi Paesi chiude le frontiere davanti a civili in fuga dalla guerra. I rifugiati registrati in Libano, ad esempio, sono 1,4 milioni su una popolazione totale di 4,3 milioni. Fatte le debite proporzioni, sarebbe come se in Italia in 3 anni fossero arrivate 20 milioni di persone.
Sì, ma quanti arrivano in Europa? Nel 2013 in tutta l’Unione Europea sono state presentate 398.200 domande d’asilo (non tutte accolte, evidentemente). Di queste, 109.600 sono state presentate in Germania. E in Italia? Nel 2013 in Italia sono state presentate complessivamente 27.830 domande d’asilo. In particolare, i siriani che hanno chiesto asilo nell’Unione Europea sono stati quasi 50.000. In Italia, appena 695.

4. L’Unione Europea e gli altri Stati membri non ci aiutano.
SI’ E NO. Il commissario Ue agli Affari interni Cecilia Malmström ha dichiarato: “L’Italia nella passata programmazione finanziaria europea ha ricevuto circa 500 milioni di euro complessivi provenienti da diversi fondi mentre nella prossima programmazione, che va dal 2014 al 2020, sarà il più grande ricevente di fondi per la gestione dell’immigrazione”. Al di là dello stanziamento dei fondi, però, la principale carenza è la mancanza di una politica comune, benchè la legislazione in materia d’asilo sia stata unificata a livello europeo. Arrivare da rifugiato in Paese europeo o in un altro fa moltissima differenza, da ogni punto di vista.
Addirittura alcuni Paesi europei (Grecia e Bulgaria, al momento) sono stati dichiarati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite (UNHCR) paesi non sicuri per chi chiede asilo, sebbene siano Stati membri dell’Unione Europea. Non c’è bisogno di sottolineare quanto sia grave una situazione del genere.
Anche quando si ha accesso alla procedura d’asilo, i tempi, le modalità e le probabilità di avere successo variano enormemente da un luogo all’altro. Diverse sono anche le concrete possibilità per chi è riconosciuto rifugiato di rifarsi una vita, di imparare la lingua, di trovare un lavoro, di vedere riconosciute le sue competenze, di studiare, di mandare i suoi figli a scuola, di fruire di misure di sostegno sociale per sé e per i propri familiari.
L’unica cosa comune è la sostanziale chiusura delle frontiere esterne e la gestione di alcune misure di difesa dei confini, tra cui un’apposita agenzia, Frontex.
Alcuni Paesi europei fanno molto più di noi per l’accoglienza dei rifugiati. Molti ricevono più domande d’asilo dell’Italia, sia in termini assoluti che in termini relativi. Nella maggior parte dei Paesi la cosiddetta prima accoglienza è molto meglio organizzata. Con alcune eccezioni, si intende: a Malta, ad esempio, i richiedenti asilo sono comunemente detenuti durante la procedura d’asilo.
In alcuni Paesi europei le politiche per l’integrazione sono molto più strutturate e efficaci.
L’Europa invece, intesa sia come singoli Stati che come Unione, fa molto meno dell’Italia per il soccorso in mare dei rifugiati che arrivano attraverso il Mediterraneo. Mare Nostrum è un’operazione che ha salvato la vita a oltre 60.000 persone. Un’operazione certo costosa, ma doverosa e indispensabile per adempiere pienamente a quanto richiesto dalle norme internazionali.

5. Perché non lasciamo andare in altri Paesi chi non vuole fermarsi in Italia?
Perché la legislazione europea allo stato attuale non lo consente. L’ultima versione del Regolamento di Dublino, che risale al giugno 2013, ribadisce la regola che l’Unione Europea si è data a suo tempo: chi chiede asilo deve farlo nel primo Paese europeo in cui arriva. Le eccezioni sono poche: per chi ha un visto rilasciato da uno Stato europeo, per un minore non accompagnato che può dimostrare di avere famiglia altrove… Ma per un adulto, anche avere un familiare (fratello, marito, zio o altro parente) cittadino di uno Stato non è motivo sufficiente per poter presentare domanda d’asilo lì. Chi arriva in Italia dovrebbe fermarsi in Italia.

Tuttavia al momento molte delle persone che arrivano nel nostro Paese proseguono verso i Paesi del nord Europa. I dati ci dicono che per la maggior parte scappano come possono da un Paese che li accoglie così male. Lo Stato di fatto li incoraggia, non essendo del tutto sistematico nel rilevare le impronte digitali (che, introdotte nel sistema EURODAC, di fatto consentono i reinvii da un paese all’altro) e dichiarando anche espressamente che il Regolamento di Dublino è iniquo e va rivisto. Peccato che quando era il momento di farlo nessuno lo abbia fatto, sebbene chiesto da molti anni da tutti gli enti di tutela alla luce di moltissimi studi dettagliati e in buona parte finanziati dalla stessa Unione Europea.
Il caso dei rifugiati dalla Siria è abbastanza emblematico. Circa il 94% dei cittadini siriani arrivati in Italia hanno scelto di non presentare domanda d’asilo e di proseguire il loro viaggio: degli 11.300 siriani sbarcati nel 2013, solo 695 persone hanno chiesto asilo. Dati analoghi si registrano a Malta, in Grecia e in Portogallo. Ma cosa succede a queste persone una volta arrivate nel Paese dove vogliono chiedere asilo? Molti siriani, intercettati durante il viaggio all’interno dell’Europa, sono stati inviati nuovamente, a volte dopo un periodo di detenzione, in altri stati membri (Italia, Grecia, o anche in Paesi terzi (Federazione russa, Ucraina, Serbia, Macedonia…) che offrono ancora meno garanzie rispetto alla tutela del diritto d’asilo. Dopo viaggi lunghissimi, costosi e pericolosi, chi fugge dalla guerra rischia di trovarsi in carcere o in luoghi dove non viene garantita nemmeno l’incolumità fisica.

6. I rifugiati in albergo ed i poveri italiani non riescono ad arrivare alla fine del mese.
Chi chiede asilo, durante il periodo in cui lo Stato esamina la sua domanda e dunque decide se la persona ha diritto di restare o no, deve essere ospitato in una struttura di accoglienza. Si tratta di un obbligo non derogabile, recentemente ribadito anche dall’Unione Europea. L’Italia spesso e volentieri ha derogato, in realtà, lasciando un buon numero di richiedenti asilo senza accoglienza, ma anche in seguito a richiami ufficiali a questo aspetto si fa maggiore attenzione. Però l’attuale sistema nazionale di accoglienza, pur recentemente allargato, continua ad essere di gran lunga insufficiente al bisogno: non solo i posti non bastano, ma si fa molta fatica a farne un uso razionale ed efficiente. Perché? Perché il numero dei richiedenti asilo da un anno all’altro è imprevedibile? Non esattamente. Il numero di domande d’asilo, salvo fisiologiche oscillazioni da un anno all’altro, è costante e prevedibile. L’obbligo di accogliere i richiedenti asilo non è certo una novità. Ma in Italia si fatica a programmare e, addirittura, sembriamo prediligere le emergenze, specialmente quelle annunciate.

Arrivano persone, non ci sono posti, che si fa? Scatta la procedura d’emergenza. Il Ministero degli Interni, attraverso le Prefetture, si mette alla ricerca di strutture in giro per l’Italia, attivando convenzioni dirette con chiunque abbia posti da mettere a disposizione (per tre mesi o sei mesi, a circa 30 euro al giorno per persona accolta). È bene precisare, prima che qualcuno tiri fuori la calcolatrice per fare il conto della paghetta ingiustamente attribuita al profugo scroccone, che non vanno direttamente ai richiedenti asilo, bensì agli enti gestori. Chi ha partecipato, chi partecipa a questo tipo di bandi? Enti, associazioni, cooperative esperte di accoglienza, nel migliore dei casi. O, nel peggiore, chiunque abbia una struttura inutilizzata o sottoutilizzata e voglia prendersi un po’ di soldi. E’ una storia già vista in altre occasioni: alberghi vuoti o in ristrutturazione, conventi diroccati, palazzine inagibili in mezzo alla campagna, baite alpine…

Ma almeno si risparmia? Ma certo che no. Anzi, si spreca. C’era un’alternativa? Sì, varie. Quando è stata dichiarata l’emergenza, era stato appena rifinanziato il Sistema nazionale di accoglienza ordinario, che è composto di progetti presentati dai Comuni in partenariato con enti esperti sul territorio, vincolato a precisi parametri di efficienza e qualità. Erano stati finanziati 16.000 posti, ma comunque non si era esaurita la graduatoria. Si sarebbero potuti, ad esempio, usare gli stessi soldi per finanziare il resto dei progetti, evitando dispersioni sul territorio e improvvisazioni, assicurando a chi è appena arrivato in fuga da una guerra un’assistenza qualificata e stabile.

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Rifugiati: quando ci sfugge l’essenziale


È incredibile che all’arrivo di queste persone, donne e bambini, ragazzi, non sia prevista la distribuzione di acqua, cui hanno provveduto dei volontari. 

Padre Giovanni è da molti anni il presidente del Centro Astalli, l’associazione per cui lavoro. Chi lo segue su twitter sa che non è un burocrate. Incontra e ascolta rifugiati ogni giorno, è costantemente presente nei servizi di prima accoglienza e spesso e volentieri anche negli edifici occupati e in tutti quei luoghi poco comodi e talora indegni in cui si svolge la quotidianità di queste persone.

Ieri sera era a Lampedusa, per l’anniversario della visita di papa Francesco che ricorre oggi. Nella giornata di ieri sull’isola sono sbarcate oltre 300 persone. Lui è andato sul molo e ha notato una banalità: nella macchina della prima assistenza alcune cose non sono previste. Ad esempio, dare un bicchier d’acqua a chi arriva e deve attendere sul molo. Dare la possibilità di fare una telefonata a dei ragazzi che vorrebbero informare le loro famiglie che sono sopravvissuti al deserto e al mare.

Il lavoro delle forze dell’ordine e di tutti gli enti coinvolti in Sicilia è certamente ingente. Mi resta però il dubbio che certe volte ci sfugga l’essenziale.

Se io fossi una di quelle persone sbarcate a Lampedusa, se venissi – nella migliore delle ipotesi – da 24 ore di traversata in condizioni disumane per tacere di tutto il resto, cosa desidererei per prima cosa? Forse un bicchiere d’acqua e un sorriso.

Magari può suonare semplicistico. Anche tutto il resto è necessario e doveroso e andrebbe fatto con responsabilità e solerzia anche maggiore. Ma se non si parte da questi primi ineludibili gesti (non semplici, evidentemente, sia per le quantità che per le condizioni oggettive) si finisce per tentare di gestire le persone come se fossero colli da immagazzinare. Se pure fosse una gestione efficiente (e purtroppo spesso non lo è), sarebbe una gestione disumana.