Rifugiati: e l’Europa, perché non ci aiuta?


Oggi l’attenzione di qualcuno sarà stata colpita dalla foto dei cadaveri rinvenuti su uno dei barconi soccorsi dall’operazione Mare Nostrum  pubblicata da Il Tempo in prima pagina e molto probabilmente ripresa qua e là sul web (immagine agghiacciante e a mio avviso ingiustificata, ma questo è un altro tema) . Forse vale la pena di spendere altre due parole da aggiungere alla mia neocreata rubrica “Rifugiati in pillole“.

Quando si parla di rifugiati il pensiero e la parola corre, di solito all’Europa. L’Europa che non fa niente, l’Europa che non ci aiuta, l’Europa che è tanto più seria e civile di noi. Anche qui c’è da fare un po’ di chiarezza. Come sempre vado a grandi linee, per la discussione e l’approfondimento ci sarà occasione

Qual è l’atteggiamento dell’Europa nei confronti dei rifugiati?
Purtroppo non si può parlare di Europa in generale. Sebbene la legislazione in materia d’asilo sia stata unificata, non si è arrivati minimamente a una politica comune. Arrivare da rifugiato in Paese europeo o in un altro fa moltissima differenza, da ogni punto di vista.
Addirittura alcuni Paesi europei (Grecia e Bulgaria, al momento) sono stati dichiarati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite (UNHCR) paesi non sicuri per chi chiede asilo, sebbene siano Stati membri dell’Unione Europea. Non credo ci sia bisogno di sottolineare quanto sia grave una situazione del genere.
Anche quando si ha accesso alla procedura d’asilo, i tempi, le modalità e le probabilità di avere successo variano enormemente da un luogo all’altro. Diverse sono anche le concrete possibilità per chi è riconosciuto rifugiato di rifarsi una vita, di imparare la lingua, di trovare un lavoro, di vedere riconosciute le sue competenze, di studiare, di mandare i suoi figli a scuola, di fruire di misure di sostegno sociale per sé e per i propri familiari.
L’unica cosa comune è la sostanziale chiusura delle frontiere esterne e la gestione di alcune misure di difesa dei confini, tra cui un’apposita agenzia, Frontex.

L’Europa fa più o meno dell’Italia sul tema rifugiati?
Alcuni Paesi europei fanno molto più di noi per l’accoglienza dei rifugiati. Abbiamo già detto che molti ricevono più domande d’asilo dell’Italia, sia in termini assoluti che in termini relativi.
Nella maggior parte dei Paesi la cosiddetta prima accoglienza (il sistema per cui lo stato ospita le persone che hanno presentato domanda d’asilo almeno finché non è stata presa una decisione sul loro eventuale diritto a restare) è molto meglio organizzata. Con alcune eccezioni, si intende: a Malta, ad esempio, i richiedenti asilo sono comunemente detenuti durante la procedura d’asilo.
In alcuni Paesi europei le politiche per l’integrazione sono molto più strutturate e efficaci.
Molti Paesi europei sono più efficienti di noi nell’allontanare chi non ha diritto di restare (o, piuttosto, chi non lo ha in base alle decisioni prese dalle autorità), a volte anche con metodi assai discutibili. Se si è deciso che una persona va rimpatriata in Afghanistan, spesso lo si fa, senza tergiversare e senza attenuanti umanitarie.
L’Europa invece, intesa sia come singoli Stati che come Unione, fa molto meno dell’Italia per il soccorso in mare dei rifugiati che arrivano attraverso il Mediterraneo. Mare Nostrum è un’operazione che ha salvato la vita a oltre 60.000 persone. Un’operazione certo costosa, ma doverosa e indispensabile per adempiere pienamente a quanto richiesto dalle norme internazionali.

“Tanto i rifugiati non si fermano in Italia, se ne vanno in Europa”
Il vero punto della questione, in effetti è questo. E’ vero? Sì e no. Vediamo più nel dettaglio.

Chi arriva via mare in Italia e chiede asilo può decidere di non fermarsi in Italia e proseguire verso il nord Europa?
Per la legge, in effetti, tendenzialmente no. L’ultima versione del Regolamento di Dublino, che risale al giugno 2013, ribadisce la regola che l’Unione Europea si è data a suo tempo: chi chiede asilo deve farlo nel primo Paese europeo in cui arriva. Le eccezioni sono poche: per chi ha un visto rilasciato da uno Stato europeo, per un minore non accompagnato che può dimostrare di avere famiglia altrove… Ma per un adulto anche avere un familiare (fratello, marito, zio o altro parente) cittadino di uno Stato del nord Europa non è motivo sufficiente per poter presentare domanda d’asilo lì. Chi sbarca in Italia dovrebbe fermarsi in Italia.

Ma se lo riconoscono rifugiato si può trasferire all’estero in un secondo momento?
Nemmeno. O comunque non automaticamente. Essere riconosciuto rifugiato in Italia non vuol dire diventare cittadino italiano e dunque europeo. Chi è rifugiato in Italia può viaggiare per turismo in alcuni Paesi europei, ma a patto che non si fermi più di tre mesi e non lavori.

E quindi tutte queste migliaia di persone che stanno arrivando restano qui da noi?
Al momento in effetti no. Anzi. I dati ci dicono che per la maggior parte scappano come possono da un Paese che li accoglie così male. Lo Stato di fatto li incoraggia, non essendo del tutto sistematico nel rilevare le impronte digitali (che, introdotte nel sistema EURODAC, di fatto consentono i reinvii da un paese all’altro) e dichiarando anche espressamente che il Regolamento di Dublino è iniquo e va rivisto. Peccato che quando era il momento di farlo nessuno lo abbia fatto, sebbene chiesto da molti anni da tutti gli enti di tutela alla luce di moltissimi studi dettagliati e in buona parte finaziati dalla stessa Unione Europea.

Per oggi mi fermo qui di nuovo. Vedete che la situazione è complicata e ancora tutta da definire. Ci torneremo. Comunque credo che cominciate ad avere alcuni elementi per fare, se credete, le vostre valutazioni.

 

Lo spirito del razzismo


Domenica scorsa, con alcuni colleghi e collaboratori, siamo stati ospiti della comunità evangelica di Acilia.  Il pastore Alfredo Giannini collabora fedelmente con il Centro Astalli da moltissimi anni e finalmente abbiamo avuto l’occasione di accogliere il suo invito.
Chiacchieravamo dopo la celebrazione quando mi ha raccontato un aneddoto che mi ha colpito molto. Premetto che Alfredo è un uomo appassionato e spiritoso, ricco di esperienze molteplici e variegate. Mi diceva di aver guarito una donna della sua comunità dallo “spirito di razzismo”. La signora, pare non senza qualche valido motivo scatenante, aveva infatti sviluppato una diffidenza bellicosa nei confronti degli stranieri in genere e degli albanesi in particolare.
“Se sei cristiana non può essere razzista, c’è poco da fare”, aveva diagnosticato il pastore. E con assidui e regolari incontri e conversazioni, in un arco di tempo di due anni, la fedele è guarita. La “possessione” si è conclusa con una visita (in carcere) alla persona che ne era stata il fattore scatenante.
Confesso ad Alfredo che la cura del razzismo in quanto spirito maligno non mi era mai ancora venuta in mente. Lui ha ridacchiato. “Siamo evangelici: o è patologia, o è spirito!”.
Mi ha fatto ridere, ma mi ha anche fatto pensare. Dovrebbero essere di più i pastori, di ogni confessione, che si preoccupano non solo di evidenziare l’incompatibilità tra razzismo e cristianedimo, ma anche di spendersi in prima persona per cambiare le cose. Ce ne sarebbe molto bisogno, non pensate?

La noia è creativa solo d’estate


 

Non credo che non sappiate come la penso sull’argomento calendario scolastico. Ma è sempre utile riassumerlo e ribadirlo, anche perché mi pare davvero incredibile che in questo Paese non si possa neanche iniziare un dibattito sull’argomento senza levate di scudi surreali.

Provo ad andare per punti, così non mi perdo.10356129_748783721841294_7420382510615066936_n

 

 

– Per molti anni il calendario scolastico è stato organizzato così. Bene. Ma ciò non vuol dire che sia immutabile per principio. Molte cose sono cambiate negli ultimi venti anni. La didattica, sperabilmente (non sempre), il mondo in cui i nostri figli vivono e anche e soprattutto le dinamiche familiari.

La scuola pubblica così organizzata oggi non dà le stesse opportunità a tutti i bambini. Il che è vistosamente in contraddizione con il suo mandato. Perché? Perché una scuola che si disinteressa di un quarto dell’anno (a essere buoni) e lo lascia alla privata iniziativa e al libero mercato (chi più ha meglio si arrangia) è una scuola ipocrita. Punto. Le scuole private possono lasciare il calendario che credono, le scuole pubbliche dovrebbero riorganizzarlo tenendo conto della realtà sociale e delle necessità delle famiglie.

– Necessità delle famiglie significa, a scanso di equivoci, necessità di tutti i componenti della famiglia. Dei genitori che lavorano con difficoltà sempre crescenti e non possono mettersi in ferie per tre mesi e mezzo consecutivi; dei genitori come coppia, perché le ferie separate non sono certo una soluzione ideale; degli studenti, sia nell’immediato (un calendario più razionale, con pause cadenzate, come è uso in molti Paesi del mondo è secondo molti esperti un approccio più adeguato anche didatticamente) che forse in prospettiva (andiamo verso un mondo del lavoro maggiormente integrato, non farebbe comodo anche avere un sistema educativo meno eccentrico?). Ma anche necessità dei nonni, se e quando ci sono, che magari sono felici di trascorrere del tempo con i nipoti, ma si godrebbero certo di più intervalli di tempo più ragionevoli, senza rischiare di vedersi degradati a babysitter a costo zero per mesi e mesi.

– Ma le settimane di vacanza scaglionate durante l’anno (come il calendario ipotizzato nell’immagine sopra) vanno comunque “coperte”, mi si obietterà. Certo. Ma volete mettere? Intanto per una parte dei lavoratori prendersi ferie non consecutive è più facile. Per chi può partire si eviterebbe l'”effetto agosto” e quindi sperabilmente ci sarebbe meno speculazione rispetto ai prezzi dei soggiorni. Ci si potrebbe godere meglio tutte le potenzialità del nostro territorio, che non è bello solo d’estate. E per chi resta, un campo di didattica alternativa di una-due settimane ha molte più probabilità di avere un senso. Per un periodo più breve si potrebbero anche organizzare soluzioni a turnazione tra famiglie dello stesso quartiere o soluzioni informali più efficaci. Insomma, tutta un’altra storia.

Non mi venite a dire, vi prego, che i tre mesi e mezzo di vacanze non sono un problema dei bambini, ma solo un problema dei genitori. Ma che messaggio educativo è questo? Io a dividere problemi dei genitori da problemi dei bambini non ci sto. Nella mia famiglia, tutt’altro che esemplare, le difficoltà si ripercuotono su tutti e quindi, ciascuno secondo quello che è in grado di contribuire, sono di tutti. Sono di tutti le gioie, sono di tutti le fatiche.

E risparmiatevi anche i vagheggiamenti sul periodo più bello dell’anno e sulla noia creativa. Mi sono sempre chiesta perché la noia sia creativa solo d’estate (soprattutto, diciamocelo, quando tu genitore hai sbolognato i tuoi figli a qualcun altro alla tua casa al mare/lago/montagna). Piuttosto, da genitori, diamoci una regolata sulle attività extrascolastiche durante l’anno e non esageriamo con i ritmi. Le opportunità sono molte, resistere ad alcune proposte bellissime è difficile. Ma se alcune di queste attività, almeno quelle che non richiedono strutture mirabolanti, trovassero maggiore spazio in una scuola molto più aperta, che sia davvero un riferimento per tutti?

Reminder


Lo dicevamo nel post precedente: è momento di saggi, picnic, scampagnate, incastri e progetti. Tuttavia credo sia importante, a costo di suonarvi fuori registro, di ricordare a me e a voi – ancora una volta – la Siria. L’ho fatto relativamente spesso, in questi tre anni, da questo blog. Ma converrete forse con me che, considerata la situazione, non se ne parla mai abbastanza.

Dai miei colleghi sul campo so che circa 242.000 siriani vivono attualmente in aree assediate dalle forze governative o dall’opposizione. In queste zone ai civili è negato l’accesso al cibo, alle forniture sanitarie e ai beni essenziali. I tassi di malnutrizione sono in crescita e il rischio di morte per fame è concreto: alcune persone hanno solo olive e lenticchie per sopravvivere.

In appena tre anni il numero degli sfollati è pari a quasi tre volte la popolazione della città di Parigi. Più di un quarto della popolazione siriana ha bisogno di assistenza – rifugiati, sfollati interni e alter persone che vivono in condizioni tragiche.

Finora la guerra ha costretto più di 2,7 milioni di siriani a cercare asilo nei Paesi vicini, ha causato oltre 150.000 vittime e reso sfollati più di 9 milioni di siriani.

Non credo si possa davvero immaginare una situazione del genere. Però credo sia anche importante sapere che decine di migliaia di siriani, mettendo a rischio la propria incolumità e superando le loro diversità di religione, etnia e classe sociale, stanno lavorando insieme incessantemente per fornire assistenza a chi ne ha bisogno e con il preciso intento di costruire una cultura di incontro e di dialogo, gettando semi di pace, di riconciliazione e di futuro per il loro Paese. Questa è la maggioranza silenziosa dei siriani che rifiuta la violenza e che resiste, giorno dopo giorno. Sono profondamente fiera di conoscere personalmente alcuni di loro. A Aleppo, Damasco e Homs il JRS, lavorando così, riesce ad aiutare oltre 300.000 persone.

Oggi vi chiedo di firmare una petizione importante, questa. Dall’Italia le firme sono ancora poche, pochissime, meno del numero dei miei amici di Facebook. Questo mi rattrista un po’. Mi piacerebbe che entro la fine di questo mese, alla chiusura della campagna, il numero fosse di molto superiore.

Sfastidiata


Tanto prima o poi questo post lo riscriverò, anche se sull’argomento mi sono già espressa chiaramente lo scorso anno. Quindi tanto vale farlo oggi, che sono comunque di pessimo umore. Quest’anno la scuola chiude la prossima settimana, dopo un numero x di giorni di vacanza e di chiusura dovute a elezioni, festività e ragioni imprecisate.

Non vi ripeto tutta la lamentazione, mi limiterò all’essenziale: una scuola pubblica che chiude per tre mesi abbondanti (un terzo dell’anno) non si preoccupa di fatto di offrire a tutti quelli che la frequentano le stesse opportunità. In quei tre mesi il divario tra chi ha i soldi e chi non li ha (perdonatemi la distinzione terra terra) è di per sé immane. A questo si aggiunge quello tra chi ha i nonni e chi non li ha, tra chi ha un lavoro flessibile e chi non lo ha, eccetera eccetera.

Non è l’unico problema della scuola pubblica, certo. Non è l’unico problema della scuola in generale. Ma è quello di stagione, questo me lo concederete, nonché uno di quelli che più mi brucia, in assoluto.

Qualunque creativa attività che (pagando) si possa avere, migliore o peggiore che sia, ha comunque la caratteristica di essere per sua natura temporanea, disorganica, a volte assolutamente settoriale. Non so se nell’attuale offerta di attività, pur ammettendo di avere budget illimitato e nessun vincolo di luogo e di orario, si potrebbe rintracciare qualcosa che abbia un senso e continui ad averlo per 11 settimane (cioè le settimane di chiusura della scuola meno le tre settimane di ferie di cui posso disporre). Se poi ci si cala nella realtà e si applicano i filtri del pagabile (sia pur con fatica, buffi, rinunce e collette) e del logisticamente compatibile, la scelta si orienta decisamente sul meno peggio.

Paradossalmente il format di famiglia ideale per affrontare le vacanze scolastiche è quello dei genitori separati. Chi non lo è, a volte lo simula prendendo ferie in periodi diversi. Chi è “fortunato” e può disporre dei nonni, provvede a manovre di affido ai limiti dello sbolognamento del pacco ingombrante. Posso dire che tutto questo? A me pare una follia. Una follia pura.

Quello del calendario scolastico mi pare uno dei molti tabù ideologici che esistono in questo Paese. Ah, come era bello quando nella nostra infanzia ci si apriva un periodo spensierato di lunghi mesi senza scuola, di noia creativa, di socializzazione e contatto con la natura… Beh, mi permetto di dire che non tutti l’hanno vissuta così, già allora. Io, che pure potevo contare su una madre insegnante che (salvo esami di maturità) era più libera di altri lavoratori (si può dire almeno questo?), non ricordo vacanze particolarmente straordinarie e memorabili (il budget era quello che era). Ma che, cosa più rilevante, io ritengo che la percentuale di bambini che la vive così adesso non sia la maggioranza. E se anche lo fosse, mi piacerebbe molto che uno Stato civile si preoccupasse un minimo anche di ciò che si prospetta per le minoranze.

Rifugiati: ce li possiamo permettere?


Oggi chiedevo a un gruppo di ragazzi in servizio civile in formazione: “Secondo voi quanti rifugiati arrivano in Italia? Tanti o pochi?”. Una ragazza ha risposto prontamente: “Troppi. Ne arrivano troppi”.

Le grandezze, si sa, sono relative. E allora forse è il caso di farla, qualche comparazione.

Quanti sono i migranti forzati nel mondo? Dati UNHCR: 45,2 milioni di migranti forzati. 10,5 milioni di rifugiati registrati (giugno 2013, oggi sono certamente aumentati).

Dove sono i rifugiati nel mondo? Per i 4/5 nei Paesi cd “in via di sviluppo”. La metà in Paesi dove il reddito medio è inferiore a 5 dollari al giorno. A giugno 2013 il Paese che accoglieva il più alto numero di rifugiati era il Pakistan. In termini assoluti e in termini relativi (rispetto al PIL, rispetto alla popolazione, rispetto a qualunque cosa) il carico maggiore grava su Paesi poveri, instabili, già molto provati. Praticamente nessuno di questi Paesi chiude le frontiere davanti a civili in fuga dalla guerra.

Un esempio. Prendiamo il Libano? I rifugiati registrati in Libano sono 1,4 milioni su una popolazione totale di 4,3 milioni. Fatte le debite proporzioni, sarebbe come se in Italia in 3 anni fossero arrivate 20 milioni di persone.

Ancora convinti che arrivino tutti da noi?

Sì, ma quanti arrivano in Europa? Nel 2013 in tutta l’Unione Europea sono state presentate 398.200 domande d’asilo (non tutte accolte, evidentemente). Sono tante o sono poche? Di queste, 109.600 sono state presentate in Germania.

E in Italia? Nel 2013 in Italia ci sono state 27.830 domande d’asilo. Sono tante o sono poche? Una cosa straordinaria la facciamo, e la facciamo solo noi in Europa: da ottobre a oggi le nostre navi militari hanno salvato in mare 30.000 persone. Persone civili, famiglie, bambini in fuga dalla guerra e da dittature spaventose. La responsabilità del soccorso in mare non dovrebbe essere nazionale, ma europea.

Ce lo possiamo permettere? Ci sono cose che vanno fatte perché non è possibile non farle, tipo salvare vite di persone innocenti che peraltro, per il diritto internazionale, hanno assolutamente titolo alla protezione internazionale. Non ci nascondiamo dietro l’alibi economico. I soldi si spendono già, in abbondanza. Si spendono per il contrasto, per la detenzione, per le misure di accoglienza emergenziale rabberciate e inefficaci, e tuttavia non più a buon mercato di interventi di qualità che sarebbe sufficiente progettare. E non stiamo contando molte altre spese ancor meno trasparenti nei Paesi di origine e nei Paesi di transito. No, non è una questione di soldi. Il punto è solo per cosa si decide di spenderli.

Manca un passaggio importante a questo ragionamento. Ma mi spiegano che i post così lunghi sono poco leggibili. Credo che per ora sia sufficiente questo per farci un esame di coscienza e per smontare qualche luogo comune. Il resto alla prossima puntata. Stay tuned.

Disobbedire


Ieri ero, con caparbia testardaggine, alla riunione del comitato dei genitori della mia scuola, per motivazioni analoghe a quelle di cui parlavo a proposito del voto europeo: sostanzialmente, una fede cieca nel fatto che un giorno anche questa assemblea al momento incomprensibile tornerà ad avere un senso. Si è venuto a parlare degli Invalsi e, di conseguenza, del tema più ampio del rispetto delle leggi quando sono, più o meno palesemente, ingiuste.

Il primo pensiero corre, inevitabilmente, a Antigone. Strano come il primo serio pensiero sulla disobbedienza civile mi sia stato insegnato da una professoressa severissima e vecchio stile, che non aveva nulla di sessantottino. Una professoressa che un giorno, traducendo un verso dell’Iliade con la sua vocina tremolante, aveva avuto un’uscita indimenticabile: “Qui in realtà la traduzione letterale sarebbe un po’… un po’… un po’ forte, ecco. Il testo dice infatti: …e tu, ficcatelo…” L’intera classe restò con il fiato sospeso, completando mentalmente la frase interrotta con ogni sorta di colorite immagini. Ma poi la prof riprese: “…ficcatelo… bene in testa!“. Risata omerica (e dunque pertinentissima al testo in questione). Dicevo però che questa donnina temutissima da tutti, facendoci comprendere fino in fondo la pienezza di un classico come la tragedia di Sofocle, ci ha creato in testa quel fondamento teorico che distingue una azione semplicemente illegale da un gesto etico.

Il mio secondo pensiero è andato invece al nocciolo del mio problema attuale: come insegnare a un bambino la disobbedienza? Mi obietterete che non ce n’è alcun bisogno, dato che gli viene assolutamente spontanea. Ecco, appunto.Disobbedienza non significa fregarsene delle regole: al contrario, io credo che abbia valore se chi la pratica crede in un sistema regolato da leggi e lotta per migliorarlo. L’esperienza di un bambino è forse troppo breve per riuscire a spiegare in modo efficace questa differenza. Soprattutto la differenza tra violare una regola per il proprio personale tornaconto e farlo invece in nome di un bene maggiore, universale. O forse sono io che sono troppo limitata?

Il mio terzo pensiero derivava direttamente dal secondo e non era troppo allegro: non credo che sarei davvero capace di violare la legge per un bene più alto. L’ho desiderato molte volte, ma in fin dei conti non ce l’ho mai fatta. Mi piace pensare che forse, in circostanze estreme… Ma poi mi ritrovo sempre, elveticamente ligia. Pago persino il canone RAI, per dire… Evidentemente i miei genitori e i miei educatori sono stati più efficaci nell’insegnarmi il rispetto della norma che nell’incoraggiarne i alcun modo la trasgressione. Ma anche il carattere conta, immagino.

Ma proprio mentre mi crogiolavo in questo semicupo pensiero, stamattina mi si è presentata la straordinaria opportunità di rendermi complice di un gesto di disobbedienza che condivido profondamente. Un gesto dovuto, che denuncia tutta l’ipocrisia delle leggi e delle politiche sull’immigrazione contro cui mi sentite tuonare spesso e volentieri su questo blog. La realtà è la strage di persone innocenti a cui assistiamo inebetiti e persino commossi. La realtà è la cappa di impermeabile indifferenza che gettiamo sui sopravvissuti, che evidentemente non ci commuovono altrettanto. Io stessa, alla Stazione Centrale di Milano, non ho faticato a individuare i siriani in transito, fuggiti dalla guerra e in attesa di altre rocambolesche e disperate fughe qui, a casa nostra.

Per questo, la compassione non è il sentimento giusto. Perché noi siamo soggetti politici, e il non farci carico delle questioni europee perché riguardano “gli altri” per i quali ci commuoviamo è ipocrita, e immorale come le azioni per le quali ci indigniamo.

Per questo, un gruppo di folli ha deciso di cambiare registro. Non più la lacrima come veicolo politico, deresponsabilizzante, ma la festa come strumento di battaglia. Disobbedire con sorrisi, abiti di gala, e situazioni rocambolesche. Perché nulla è più potente per esorcizzare la morte e la sofferenza, di un legame festoso.
Non stare da questa parte, e compatire, ma stare dalla parte giusta. Con la sposa.
Io sto con la sposa nasce così. 

(Valeria Verdolini, Io sto con la sposa)

Un’avventura iniziata il 14 novembre 2013 a Milano da 23 ragazzi e ragazze, convinti che in questo caso disobbedire si può e si deve. Loro, trafficanti improvvisati per coscienza e per arte, hanno rischiato e rischiano molto. Io non rischio affatto, ma mi piace pensare di essere parte di essere parte di quella “comunità di persone, in Europa e nel Mediterraneo, che come noi sognano che un giorno questo mare smetta di ingoiare le vite dei suoi viaggiatori e torni ad essere un mare di pace, un mare dove tutti siano liberi di viaggiare, e dove nessuno divida più gli uomini e le donne in legali e illegali”. Immaginate di offrire un caffè o una pizza a questi ragazzi, di ospitarli per una notte. Rendetevi complici, nel vostro piccolo. Magari così questa storia arriverà al Festival di Venezia e, da lì, anche ai posti dove questa vergogna può essere cambiata. Potete fare un’offerta, anche piccolissima, qui.

Mamma, chi voti?


“Mamma, ma tu voti?” Sì, Guerrigliera, rispondo sospirando. Un sospiro che è tutto un programma. “E papà?” No, Guerrigliera. Paga più tasse lui da 14 anni a questa parte di buona parte delle persone che conosco, eppure no, lui non è europeo. Ergo non vota.

“E chi voti?”. Oddio. Non lo so, sono indecisa. “Ma devi decidere!”. Temo proprio di sì. “Sei indecisa tra due?”. Sì. “Ti piacciono tutti e due?”. Non esattamente, Guerrigliera. Vuoi la verità? Allora sarò brutale. Se elimino tutti quelli che mai e poi mai potrei sopportare di votare, ne restano due. Però ci sono cose che non mi piacciono anche in questi due. E allora il mio problema è capire quali siano le più importanti. “Ti dò un consiglio, mamma: fai una lista delle cose che ti piacciono di uno, poi una lista delle cose che ti piacciono dell’altro e a quel punto conti chi ne ha di più”. Ecco, non è un’idea malvagia. Quasi quasi… Però il mio problema sai qual è, Guerrigliera? E’ che questa volta ho la sensazione di non avere abbastanza informazioni. E quindi leggo, leggo, e ogni volta che sto per decidermi leggo qualcosaltro che mi fa dubitare di nuovo.

Giorni fa ho letto questo, e quasi mi ero convinta. Oggi leggo questo e il mio cuore vacilla ancora, più che mai. Perché, ve lo confesso, io sono di sinistra. Una sinistra tutta mia, forse. Una sinistra ideale, una sinistra che crede nelle utopie come sguardo che si alza sopra l’orizzonte delle beghe piccole e dei privati interessi. Una sinistra impastata di bene comune, giustizia sociale, Europa e mondo. Ma esiste, questa sinistra?

A anni 41 suonati, 15 dei quali trascorsi nell’arena dell’immigrazione, la disillusione è ai massimi livelli. Conosco e stimo alcuni (pochi) che hanno fatto politica, così come conosco e stimo alcuni (pochi) che hanno trovato nell’università o nella scuola un’occasione di lavorare seriamente. Ma poi lo sguardo cade sul carrozzone, sulle dichiarazioni qualunquiste, sugli slogan infelici. E mi imbarazzo. Mi cascano le braccia. Mi scoraggio.

“Mamma, ma tu voti?”. E certo che voto. Come potrei non votare? Fosse solo per manifestare il mio profondo dissenso, voterò. Anzi, di più. Voterò immaginando che a qualcosa serva. Voterò sperando di capire, un giorno, come restituire un senso a questo mio voto.

P.S. No, non ho ancora deciso al 100%. Se vi sentite di aggiungere consigli, argomentate pure.

 

Comprendo quindi esisto


Di ritorno da una trasferta milanese, rimuginavo su un brutto episodio che mi ha raccontato una amica. C’era una volta una scuola elementare di un piccolo centro del nord Italia. Nella classe prima, oltre a quella bricconcella meravigliosa della figlia della mia amica, c’era un bambino a cui, nel giro di poco, furono assegnate diverse etichette. Poi dagli aggettivi si passò ai sostantivi. Se prima era un bambino problematico, presto diventò lui stesso un problema, il problema. Non rispondeva agli standard della scuola. Non riuscivano a gestirlo. I genitori mettevano quotidianamente in guardia i figli da lui, dal compagno-problema. Si cominciò a chiamare i genitori ogni volta che gli insegnanti erano in difficoltà nel relazionarsi con il bambino in questione. E ben presto, senza che nessuno si fosse preso la briga di cacciare nessuno, il bambino cambiò scuola. Problema risolto. (Vi dirò anche che, nella nuova scuola, il bambino ha smesso di essere un caso, è tornato un bambino, è stato supportato adeguatamente per un tempo imbarazzantemente breve ed ora fila via tranquillo insieme a una classe che evidentemente ha saputo accoglierlo).

Perché vi racconto questo aneddoto? Perché stamattina, neache a farlo apposta, sono stata a un bel convegno in Campidoglio dedicato all’integrazione scolastica. In questo caso si parlava di alunni stranieri e il bambino dell’esempio non lo era. Ma quello che ho visto stamattina era una risposta lo stesso. Perché alla fine quando si perdono uno, due, tre, cinquanta o cento bambini perché la scuola si è arresa, è comunque un universo quello che stiamo togliendo a noi e ai nostri figli che frequentano quelle classi. Una somma di infiniti. Uno spreco gravissimo, che non ci possiamo permettere.

Quando sono entrata nella sala della Protomoteca suonava un’orchestra, quella dell’Istituto Comprensivo via Mascagni. I ragazzi hanno eseguito, nell’ordine, un brano cinese, uno sudamericano e uno mediorientale (peraltro a me molto caro, Dror Iqra). La professoressa ha poi spiegato con parole molto semplici che studiare musica di tradizione extraeuropea è un’attività utilissima ad educarsi a un ascolto attento. Ritmi, suoni, intervalli non usuali per le nostre orecchie costituiscono una sfida interessante e divertente per i ragazzi e per i loro insegnanti.

Le scuole presenti erano molte e altrettante le esperienze, straordinarie nella loro semplicità. Una dimostrazione palese di quanto possono fare gli insegnanti quando si pongono, sinceramente, in una dimensione educativa. Non è necessario essere specialisti di immigrazione (o di problematiche di apprendimento, o di psicologia, o di disabilità, ecc.). La formazione serve certamente, ma prima ancora serve la convinzione che la cosa più importante da perseguire non sia l’integrazione (sempre vagamente venata di condiscendenza). L’obiettivo, sperabilmente comune, di insegnanti e genitori deve essere la qualità condivisa della scuola e del territorio. Una qualità fatta di cose concrete, costruite da tutti ciascuno per la sua parte. Una qualità fatta di comportamenti coerenti con quello che diciamo di voler insegnare alle nuove generazioni.

Siamo sicuri (e lo dico da genitore di alunna di scuola elementare) che l’origine straniera di alcuni studenti sia la maggiore criticità per le comunità di apprendimento che idealmente dovrebbero essere le classi dei nostri figli? La mia esperienza spicciola dice che quello che spacca queste comunità sono, più di frequente, i malintesi, gli screzi grandi e piccoli, le rivalità, i pettegolezzi, le divergenze di vedute, il non ascolto. Più ancora, forse, il cinismo e lo scetticismo, il sospetto strisciante che non si possa cambiare nulla, ormai. “Ormai“, scrive Bregantini in un libro che ho amato molto, “è la parolaccia più grande. E’ una parola talmente radicata che anche quando la cancelli rimane sotto il segno… Ma io ci scrivo sopra – con decisione – ancora”.

Con tutte le debolezze, le fatiche e le ferite, la scuola italiana resta una bussola. E’ un conforto. Racconta in modo chiaro e obiettivo come cambia e come è già cambiata la nostra società. Ora vanno di moda gli istituti comprensivi. Questo termine non mi è mai stato simpatico, forse perché non mi è ancora familiare. Ma è un nome ben augurante. C’è da sperare che tutti gli istituti siano comprensivi, che comprendano, con intelligenza, quali strategie sono più adatte e quali siano gli obiettivi davvero irrinunciabili. E che sappiano anche comprendere, gli istituti, che gli sforzi fatti in buona fede da tanti singoli vanno supportati. Rimanere soli è un rischio troppo grande. Dice bene il Papa, quando dice che non può vivere solo “per motivi psichiatrici”. La solitudine nelle grandi imprese non è salutare, tanto meno nel lavoro di insegnante e, permettetemi, di genitore.

Parliamo d’Europa?


Si avvicinano, inesorabilmente, le elezioni europee. Ora di combattere contro il consueto senso di fastidio e di esasperazione che mi assale ogni qualvolta si arriva a un appuntamento politico. Giornali e siti già sbandierano sondaggi: gli italiani sono stanchi dell’Europa, gli italiani sotto sotto ci credono ancora, gli italiani si sentono europei, gli italiani prediligono le loro identità locali o localissime. La sensazione è piuttosto che, in questa lunga stagione di crisi, gli italiani e gli europei in genere non riescano più a alzare lo sguardo. Una politica esangue, che alterna liste sterili di “cose da fare” a messaggi allarmistici, non aiuta. Per non parlare di spettacoli pietosi tipo Meloni e La Russa che inscenano il finto sbarco chiedendo gli stessi privilegi degli immigrati (no, non ve lo linko: se ci tenete ve lo cercate).

Probabilmente la domanda sensata da porsi non è se vogliamo l’Europa, ma quale Europa vogliamo. Facciamo un piccolo reminder dei fondamentali?

Il progetto della casa comune europea è nato dall’esperienza diretta della guerra. Gli obiettivi, almeno sulla carta, sono chiari: la promozione della pace, dei suoi valori e del benessere dei suoi popoli. Quali sono i valori della pace? Alcuni sono esplicitati nei documenti fondamentali dell’Unione: tra gli altri, lo sviluppo sostenibile, la lotta contro l’esclusione sociale, la promozione della giustizia e della protezione sociale.

Nel 2000 l’Europa si è dotata di una Carta dei Diritti Fondamentali, condivisa da tutti gli Stati Membri. Oltre agli obiettivi, dunque, si è chiarito inequivocabilmente anche il modo in cui procedere per raggiungerli: porre la persona al centro di qualunque azione politica. Tali diritti non sono riservati ai cittadini dell’Unione: devono essere garantiti, com’è ovvio, a “tutti gli individui”.
“Il godimento di questi diritti”, conclude il preambolo della Carta dei Diritti Fondamentali, “fa sorgere responsabilità e doveri nei confronti degli altri come pure della comunità umana e delle generazioni future”.

Non tanto lontano dai confini dell’Europa, il conflitto in Siria uccide e mette in fuga centinaia di migliaia di civili innocenti, con la stessa irrimediabile irrazionalità che gli europei hanno sperimentato sulla loro pelle durante la Seconda Guerra Mondiale. In Africa e in Medio Oriente conflitti vecchi e nuovi creano ogni giorno migliaia di rifugiati. Come esercita l’Unione Europea la propria responsabilità nei confronti di queste persone?

Giusto oggi sono stati pubblicati un paio di rapporti, uno di Amnesty e uno di Human Rights Watch, su ciò che accade ai rifugiati siriani alle frontiere dell’Europa. Respingimenti e abusi commessi regolarmente, in buona parte finanziati da fondi europei e persino rivendicati come legittimi e necessari. La “casa comune” di un tempo sembra essere diventata un club esclusivo, una fortezza inespugnabile da difendere a tutti i costi.

Io sono però profondamente convinta che, se vuole tenere fede ai suoi valori fondanti, l’Europa oggi più che mai è chiamata ad aprire le porte a chi cerca asilo e a impegnarsi seriamente per agire con dignità e giustizia nell’accoglienza e nelle politiche sociali in generale.

Ho iniziato solo oggi a guardarmi intorno e a leggiugghiare qualche materiale elettorale. Il sito ufficiale del PD mi spiega che “il vero limite delle elezioni europee è che sembrano lontane dai problemi dei cittadini. Con questa campagna, è possibile ‘avvicinare l’Europa’ a casa delle persone”. Ottimo. E cosa ci propone di circolo PD di Bruxelles in materia di immigrazione e asilo, nel documento Europa 2014, questa volta è diverso?

“Immigrazione e asilo: con una vera gestione comune delle frontiere esterne dell’Unione, ad esempio, attraverso la trasformazione di Frontex in un vero corpo europeo di guardie di frontiera, l’Italia sarebbe meno sola nell’affrontare le emergenze migratorie”.

E questo è tutto, almeno lì. Pochino davvero. Pochino e assai discutibile.

Zelante, cerco nel programma del PSE, in cerca di uno sguardo più ampio.

“Gli Stati membri devono mostrare una reale solidarietà in  materia di politiche di migrazione e di asilo, per evitare che si
verifichino altre tragedie umane, e mettendo a disposizione risorse sufficienti. Per salvare vite, l’Europa e i suoi Stati membri sono chiamati ad agire in maniera solidale, dotandosi dei meccanismi adeguati per condividere le responsabilità. Vogliamo politiche di integrazione e di partecipazione efficaci e meccanismi di assistenza ai paesi da cui partono i migranti. La lotta alla tratta di esseri umani deve essere intensificata”.

Meno peggio, diciamo. Ma comunque vago e insoddisfacente. Un mix tra afflato umanitario da lacrime post Lampedusa e il vecchio e rassicurante adagio “aiutiamoli a casa loro”. La chiusa sullo spauracchio della “tratta di esseri umani”, poi, salva capre e cavoli. La si può intendere come Papa Francesco, ma ci si può far rientrare anche il proseguimento delle consuete politiche di contrasto dell’immigrazione clandestina, di cui sopra abbiamo avuto alcuni esempi. Più in là, al paragrafo “diritto alla sicurezza”,  il testo menziona anche la lotta al “crimine organizzato e trasfrontaliero”. Chissà cosa si intende, esattamente.

A conclusione parziale, potrei dire di essere certamente euroconvinta, ma anche assai europerplessa.