Tutto sommato (auguri e belle notizie)


Ieri sera mi trovavo al Caffè Letterario, uno spazio carino mezzo biblioteca e mezzo caffetteria, per una serata (la seconda di un ciclo) organizzata dalle Biblioteche di Roma su e con le varie comunità di rifugiati che vivono a Roma. Ascoltavo un rapper afghano (esiste anche questo) e pensavo a cosa dire in tre minuti e parole facili (non oltre un livello di comprensione A2) come “testimonianza del Centro Astalli”.

Nel frattempo, all’Auditorium Parco della Musica, il sindaco Marino attribuiva al Centro Astalli,  alla presenza dei miei colleghi e di un gruppo di rifugiati, un premio prestigioso che finora hanno ricevuti personaggi del calibro di Giovanni Paolo II, Muhammad Yunus,Ingrid Betancourt, Aung San Suu Kyi e Malala Yousafzai.

Ieri dunque, pur vivendo un momento di grande stanchezza, ho provato a pensare a cos’è questo Centro Astalli, che ormai è parte di me almeno quanto la mia famiglia. Ho testimoniato, dunque, come mi veniva chiesto, che se ci si mette a misurare le cose fatte rispetto a quelle che andrebbero fatte c’è solo da restare sconfortati. Ma se c’è una cosa che mi sento di dire che accomuna questa variegatissima carovana di persone che va sotto il “marchio” Astalli è il desiderio sincero di cercare la giustizia e la verità. Sembra una cosa teorica e altisonante, ma in realtà è molto pratica e si scompone in frammenti piccoli e quotidiani.

Oggi a riunione di staff ognuno raccontava i suoi, di frammenti: le fatiche e le soddisfazioni, i risultati e gli obiettivi, le paure e i sollievi. Il fatto che ci sia questo valore aggiunto non alleggerisce la fatica del lavoro, non sempre almeno. Ed è giusto così. Ma esistono anche questi incontri, queste comunanze, quei cammini che a un certo punto li guardi, voltandoti indietro, e ti rendo conto che sono stati la filigrana dei tuoi anni, forse persino una sorta di filo d’Arianna.

Poco fa, un mio collega ha chiuso una telefonata e mi ha detto che aveva avuto una bella notizia, una prospettiva positiva per uno dei ragazzi che segue. Io l’ho ricambiato condividendo un’altra bella notizia che mi era arrivata ieri: uno dei ragazzi che frequenta un corso d’italiano è stato accolto in uno dei nostri centri di accoglienza e ieri notte, dopo parecchi mesi, non ha dormito per strada ma in un letto.

Il mio augurio per questo Natale e per l’anno nuovo è di dare e ricevere belle notizie. Pensateci. Sono sicura che almeno una bella notizia ce l’avete nascosta da qualche parte. Se volete condividerla con me e con i lettori di questo blog, scrivetela pure qui sotto.

 

Ma ce lo scrivi un post?


No, Gianni (che sei forse il mio lettore più attento, probabilmente più attento di quanto non sia io stessa), non ce lo scrivo un post sulla mattinata di oggi in quello che chiamano Sportello Unico della Prefettura di Roma. Non lo scrivo per molte buone ragioni. Ne elenco tre, visto che gli elenchi vanno di moda (i punti, per essere davvero cool, dovrebbero essere dieci, ma sono troppi anche per una logorroica come me).

1. In fondo non è successo niente di che. Niente che chi è straniero o conosce stranieri non sappia già. Niente di particolarmente clamoroso, se vogliamo. Nessuno scoop giornalistico. Niente di niente. Solo l’ordinaria sciatteria, disorganizzazione, approssimazione, assurdità che caratterizza molti servizi pubblici e, mi sento di aggiungere, quelli agli stranieri in particolare.

2. Non ho nulla di propositivo da aggiungere alla lamentazione. E, specialmente in questi giorni, le lamentazioni fini a se stesse mi irritano.

3. Dopo tutti questi anni dovrei aver maturato un sano distacco professionale. Ecco, appunto. Dovrei.

Quindi questo post praticamente non esiste e ticchetto su questa tastiera solo per non avere la tentazione, più tardi, di rimangiarmi i miei saggi propositi.

Però concedetemi un riferimento letterario. Almeno quello. Solo in Italia si poteva concepire un personaggio come l’avvocato Azzeccagarbugli.

Gli odierni epigoni del manzoniano leguleio oggi svolgono (a pagamento) per gli stranieri incarichi essenziali quali chiedere – per lo più invano -informazioni a questo o quello sportello pubblico, sempre rigorosamente accompagnati dagli interessati (non sia mai che essi, pagando, risparmino almeno il tempo). Trattasi di servizio linguistico, penserete voi: magari i loro assistiti non parlano italiano. Questo è possibile, ma loro, gli avvocati, non parlano una lingua diversa dall’italiano con i loro assistiti. Solo che (dietro pagamento) se riescono a scoprire qualcosa dal tizio allo sportello lo ripetono all’interessato lentamente e con una parvenza di gentilezza.

Ma i servizi non finiscono qui. Ci sono degli indubbi vantaggi a pagare un avvocato italiano (meglio se femmina). Costei infatti potrà far ricorso a tutte le sue arti e astuzie per farsi strada nei meandri impervi della burocrazia [è un post sessista? forse. Ma la realtà spesso le è]. Simulare svenimenti per riuscire a fare domande a chi si negava. Sbattere le ciglia con il funzionario maschio, affettare donnesca solidarietà con la funzionaria donna. Alla bisogna, sbraitare: “io sono un avvocato!” e fare appello alla categoria per accedere a canali dedicati, veri o presunti, per ottenere il fatidico “appuntamento”.

Mentre mi facevo la mia oretta di anticamera ho assistito a quasi tutte le prestazioni sopra descritte, mirabilmente incarnate in una persona sola. Nessuna di esse, malauguratamente, sarebbe minimamente necessaria se in un ufficio pubblico di Roma Capitale esistessero procedure chiare, personale qualificato (e operativo) in numero sufficiente, materiale informativo plurilingue e qualche minimo standard di razionalità e buona educazione.

Una sola notazione. Ciascuna pratica costa allo straniero cifre nell’ordine delle centinaia di euro in marche da bollo. Le persone che più o meno confusamente sfaccendano in uffici come quello sono pagate dai soldi delle tasse mie e di tanti italiani e stranieri. E’ proprio necessario, oltre ai vari balzelli e balzelloni delle marche da bollo, doverci aggiungere anche la tariffa dell’avvocato?

Pensando (e scrivendo) positivo


La prima influenza (mia) della stagione mi impedisce di andare, anche fugacemente, a Più libri più liberi. E’ la prima volta da molti anni e se ci penso rosico assai. Facciamo che non ci penso. Che mi rallegro di essere stata male DOPO i miei festeggiamenti di compleanno (che, a parte un pensierino inatteso da parte dell’AMA, è stato piacevolissimo) e non prima. Che mi rallegro anche di aver letto non uno, ma due romanzi che vi raccomando caldamente. Sarebbero uno l’ideale continuazione dell’altro. Io li ho letti in ordine inverso ed è andato bene lo stesso. Quando ho acquistato per il mio Kindle L’immigrato, veniva classificato come giallo scandinavo. Lo immaginavo truculento e pieno di poliziotti algidi (e forse omosessuali). Invece la sorpresa è stata notevole. Il format è in effetti poliziesco, in qualche misura. Ma il tema trattato (immigrazione, seconde generazioni, razzismo strisciante e strumentalizzazione politica dello stesso, ruolo dei media in tutto ciò) mi ha subito colpito. Maledettamente interessante, sia per avere un quadro credo piuttosto realistico della Danimarca di oggi, sia per scoprire che esistono giornalisti/scrittori perfettamente in grado di cogliere e affrontare un tema così con tutte le dovute sfumature. Con tutto ciò, vi confesso che a tratti la lettura mi ha commosso profondamente, come non mi accadeva da tempo.

Spinta dalla curiosità ho comprato anche il primo romanzo di Hergel Olav, Il fuggitivo. Anche in questo caso non sono rimasta delusa, anzi. Non a caso l’autore nel 2006 ha vinto, come giornalista, il premio Cavling di cui si parla nel romanzo, per un’inchiesta sui centri di accoglienza danesi. Che dire? Sono due letture che meritano.

Vi lascio con una dichiarazione rilasciata da Olav in occasione di un’intervista, circa un anno e mezzo fa:«Posso dirle che nelle pagine del mio romanzo, come nella mia coscienza e nella coscienza di chi consideri caso per caso le vicende che in trent’anni, da giornalista, mi sono trovato di fronte, il dubbio ha la meglio su una definizione univoca della giustizia. Capisco le ragioni dei danesi che, magari relegati nei ghetti dove abitano le classi meno abbienti, costretti a mandare i propri figli in scuole frequentate per l’80 per cento da musulmani, intimoriti dal crescente tasso di criminalità, votino il Partito popolare della destra xenofoba e antislamica. Capisco la diffidenza delle autorità, delle forze dell’ordine, dei giornalisti – perfino Rikke, la mia eroina, il mio alter ego al femminile nel romanzo – che nella maggior parte dei casi sospettano in prima battuta degli immigrati. Capisco d’altra parte il risentimento dell’immigrato, che va preso singolarmente, come individuo, affinché siano rispettati la sua condizione e i suoi diritti. Ciò che, nel repentino mutamento della nostra società, temo vada perduto è il senso civile e squisitamente occidentale del rispetto per l’altro. È questo il valore di cui, nella nuova società multicolore e multiculturale, rischio di sentire più di tutto la nostalgia».

Leggo che da Il fuggitivo è stato tratto un film. Sarei curiosa di vederlo.

Meglio che niente?


E’ arrivata la prima puntata di Mission, il “raelity” di Rai 1 sui rifugiati, ed è anche passata. A qualche giorno di distanza, voglio esprimere un parere.  Là per là era davvero difficile contrastare il fastidio profondo che provavo, ma ho preso atto anche del parere di alcuni di voi, che stimo, che mi hanno fatto notare che almeno se ne è parlato. Che nel silenzio generale sulla guerra in Siria e altrove, due ore senza pubblicità sono comunque un signor risultato. Ci ho pensato con calma e ora in tutta serenità mi sento di dire: no, non mi basta. 

Ho ricevuto oggi un comunicato stampa del CISPI che condivido in buona parte e mi aiuta a focalizzare meglio quello che più mi è parso sbagliato e controproducente di questa trasmissione.

–  L’unica preoccupazione pareva quella di raccogliere fondi per “aiutare” questa gente. Delle mie preoccupazioni relative al “marketing” a scopo fundraising ho parlato diffusamente qui. Le confermo anche in questo caso. Bambini come se piovesse, nessuno dei quali con il volto oscurato nel rispetto della privacy. A questi rifugiati, sfondo della missione dei buoni, viene al massimo concessa una certa dignità (nel caso del Mali). Ma sono assolutamente funzionali a commuovere gli italiani sotto Natale. Non tiriamo in ballo cause, né tanto meno responsabilità. Roger Waters butta lì un appello sul mercato delle armi, ma resta lì un po’ sospeso nel nulla. Anche nella valutazione a posteriori sulla riuscita del programma, visti anche gli ascolti deludenti, si è fatto riferimento ai 75.000 italiani che hanno fatto donazioni all’UNHCR. Come dire: uno spot riuscito. Ma proprio di uno spottone si trattava, senza alcuna pretesa di informazione.

– Ma quanto siamo bravi noi. I VIP, prima di tutto, che hanno affrontato questa esperienza, che hanno piantato alcuni chiodi, che addirittura – ci viene lasciato a tratti intendere – mettono a repentaglio la propria incolumità. Quelle stesse masse di poveretti assumono a tratti, sia in Giordania che in Mali, connotati di rabbia e aggressività che restano inspiegati e inspiegabili. Bisogna avere pazienza, si legge tra le righe: questi se la prendono persino con noi, non capiscono che buon lavoro facciamo, provano persino a imbrogliare (almeno in tre casi si fa riferimento a procedure di controllo e identificazione per evitare che i rifugiati ritirino indebitamente aiuti che non sono stati loro assegnati). Quanta bontà, quanto eroismo. I cooperanti (si badi bene, non i volontari, ma i cooperanti che sono altra cosa) risultano essere eccessivamente esaltati come salvatori, quando si tratta, non solo per le Nazioni Unite, di vere e proprie professioni, per di più molto ben pagate

–  Ci scordiamo un pezzo. I rifugiati sono lì, paghiamo gli eroi che sono disposti per generosità ad andarli a sfamare e a costruire tende. E i rifugiati che sono qui? E i rifugiati che ambirebbero a qualcosa di più che una razione registrata e una tenda che dura 3 anni? Ma, soprattutto: da nessuna parte si dice che i primi rifugiati siamo stati noi europei? Oggi, per caso, ho visto su Rai 3 una puntata di “Il tempo e la storia”. Il taglio è diverso, certo. Ma l’impostazione è molto più condivisibile. Questa la chiamerei informazione e sensibilizzazione. Che dovrebbe avere almeno una parte in una prima serata della rete ammiraglia. Si potevano almeno intervallare gli spot pubblicitari delle missioni umanitarie con qualche testimonianza, con qualche filmato di informazione storica. In pillole, per carità, che altrimenti il pubblico si annoia (e manda meno sms). 

 

Responsabilità e decadenza


Una delle occasioni più belle del mio lavoro è incontrare classi di giovani studenti e parlare di rifugiati. Meglio ancora se riesco a parlare insieme a un rifugiato, che può raccontare la sua esperienza. Ho un debole per gli studenti di diritto internazionale, italiani e stranieri. Se mi immaginassi studente oggi, probabilmente sarei una di loro. Oggi con Franck, giornalista camerunense, eravamo alla LUISS.

Si alza una mano dal fondo dell’aula. Franck ha appena finito di raccontare, con la misura e l’efficacia che gli sono proprie, le torture e gli abusi subiti al suo Paese per aver svolto con coscienza la sua professione, quella di giornalista.

“Ma oggi, alla luce di tutto quello che ha subito, in Camerun e qui, rifarebbe quello che ha fatto? Li riscriverebbe quegli articoli? Oppure scenderebbe a qualche compromesso, per tutelare la sua incolumità e quella della sua famiglia?”

Franck sorride. “Me lo chiedono spesso. Onestamente ti rispondo che forse cinque anni fa ti avrei detto: no, non lo rifarei. Ma poi vedo che in Camerun non è cambiato nulla. Che ancora oggi un collega è stato arrestato illegalmente e torturato solo per aver scritto la verità. E mi dico che, se tornassi lì, non potrei fare diversamente da come ho sempre fatto. Immagina che un sindaco riceva un finanziamento dall’Europa per scavare un pozzo. Che, per risparmiare e intascarsi i soldi, scavi un pozzo profondo 3 metri invece che 60, cosicché l’acqua di quel pozzo è inquinata e la gente che la beve muore. Tu lo sai e stai zitto. Come potresti dormire la notte? Lo capisci da solo, è inevitabile. Se uno fa il giornalista non avrebbe altra strada. Se, come spero, un giorno tornerò, non potrei fare nulla di diverso dal mio lavoro”.

Io, tra me e me, pensavo a quanti sconti ci facciamo, ogni giorno, per proteggere non solo la nostra incolumità, ma anche la nostra comodità, il nostro interesse, i nostri piccoli e grandi privilegi. Pensavo alla “decadenza” di oggi pomeriggio e a quella, ben più grave, che avvolge l’Italia in un abbraccio mortale. Spero che i giovani professionisti di domani che erano presenti oggi abbiano avuto occasione di riflettere sulla testimonianza semplice e cristallina di Franck. Diciamo spesso che dai rifugiati abbiamo molto da imparare. Domande così ci danno modo di dimostrarlo.

In corner (e pure moralista)


Condivido con qualcun altro il disagio di scrivere qualcosa in occasione della giornata contro la violenza sulle donne. Quando si tratta di violenza le parole di circostanza sono particolarmente inappropriate. Mi associo a Claudia e Silvia: forse l’unica cosa che mi sento di sottolineare è l’importanza dell’educazione, al di sopra di simboli, flashmob e loghi vari.

Educazione è esempio, competenza, risposte coerenti. Ma anche modelli. Già, modelli. Sempre su Genitori Crescono oggi si rifletteva sui modelli di bellezza imposti e autoimposti alle donne. Io stamattina, leggendo qua e là, facevo ancora i conti con la rabbia accumulata grazie alla visione di Non ti muovere, ieri sera. Qui ci va un…

Disclaimer: questa non è una recensione lucida, colta e oggettiva del film diretto e interpretato da Castellitto. Tanto meno è una recensione del romanzo di Margaret Mazzantini, che non ho letto e probabilmente non leggerò mai. Devo riconoscere che una visione che ha avuto il potere di risultarmi tanto sgradevole ha in qualche modo raggiunto un suo obiettivo artistico. Un’opera d’arte deve essere educativa? Forse no, ed è ingiusto misurarla con il metro dei valori. Ieri mi sono sentita moralista nel più letterale senso del termine. Mi sono giustificata ai miei stessi occhi argomentando che l’argomento del film mi tocca sul vivo. Ma poi ho fatto pace con me stessa e solo questo mi riprometto: spiegarvi perché questo film mi è risultato odioso e a tratti insopportabile.

Vado dritta al punto. Io, con il protagonista, non riesco proprio a empatizzare. Ho idea che la vicenda lo richiederebbe, dato che me lo presenta nel momento di massimo strazio per un genitore, quello che lo vede a fianco di un figlio in bilico tra la vita e la morte. Ma per ogni tratto della vicenda narrata, che non starò qui a ripercorrere, io di un uomo così nutro una forte disistima, per usare un eufemismo. Ancora più odioso mi è risultato il tentativo di giustificarlo con un breve flashback in cui si dipinge un’infanzia segnata dall’abbandono paterno. Troppo facile. E, per venire più precisamente all’argomento di oggi, non ho capito bene in che senso episodi di violenza anche sessuale pura e semplice possano essere presentati come elementi di un rapporto in qualche modo “romantico”. Di più. La violenza nei rapporti con le donne, accoppiata a una insopportabile mancanza di coraggio, lealtà e responsabilità, sembra essere la caratteristica precipua del personaggio in questione.

Odio vedere questo modello di maschio tormentato e sospirante affacciarsi in tanta letteratura e cinematografia del nostro Paese. Perché lui, “poverino”, ha la moglie fredda e distaccata. Perché lui, “poverino”, ha avuto un’infanzia difficile. Perché lui, “poverino”, è stato penalizzato dalle circostanze. Mi pare che costruire un personaggio così significhi costruirne uno speculare e complementare, quello della donna vittima, autoflagellante, intenta a punirsi da sola nelle forme più efferate e, a tratti, crocerossina. E’ questo, il grande amore? Quello che vede lui sospirare sul cadavere della donna che ha torturato con sistematica vigliaccheria, salvo poi fare un paio di gesti eclatanti (e lesivi di altre persone) volti a tentare di salvarle la vita invano?

Mi dico, anche da sola, che l’arte dipinge la vita. Che magari raffigurare con spietato realismo la piccineria equivale a una denuncia. Non so. Io non sono convinta. La scena del medico che si porta l’amante al congresso di colleghi con cui lavora ogni giorno, in spregio di tutto, amante compresa, non smette di irritarmi. Ed è una fra tante.

Quanto alle donne crocerossine, modello insuperato della nostra educazione sentimentale, hanno fatto più danni loro di generazioni di padri padroni. Grazie anche a Candy Candy, probabilmente.

Stress e resilienza


Il blogstorming del sito Genitori Crescono, per novembre, è dedicato allo stress. Sono un paio di settimane che mi trattengo dallo scrivere questo post, perché temo di sembrare saccente. Lo conosco anche io, lo stress quotidiano del genitore. Vivo a Roma, mi sposto con i mezzi pubblici. Corro, metto toppe, improvviso, come brillantemente descritto dalla fiction Una mamma imperfetta. Ma non c’è niente da fare, quando sento la parola stress a me viene ormai in mente tutt’altro. Mi viene in mente una sigla, sconosciuta e anche un po’ contestata da alcuni specialisti: PTSD, Post Traumatic Stress Disorder, Disturbo Post Traumatico da Stress.

E’ già un sottoinsieme molto particolare del grande mondo dello stress, mi rendo conto. Per giunta io penso a una specifica casistica del PTSD, quella che riguarda i rifugiati. Non frequentavo psichiatri quando io stessa, nel mio piccolo, ho assistito a un attentato, a Gerusalemme. Non frequentavo psichiatri quando ho iniziato la mia esperienza al Centro Astalli e la scoperta di questo mondo mi ha travolto come un tir in corsa. Magari avrei saputo dare il nome a tanti giorni dolorosi, ma non credo che la traiettoria della mia vita sarebbe cambiata sostanzialmente. Anche oggi, a tanti anni di distanza, non penso che etichettare qualcosa la risolva. Dare un nome alle cose rassicura. Ma mi sono convinta che non è tanto dare un nome all’effetto che contribuisce a farci progredire, ma piuttosto dare nome alle cause dello “stress”.

Devo al mio amico Giancarlo Santone la riflessione sui tre grandi “cassetti” in cui classificare le esperienze che i rifugiati che arrivano da noi ci raccontano: traumi pre-migratori, traumi migratori (le peripezie del viaggio, chiamiamole così), traumi post-migratori (quelli che arrivano in Italia, a causa delle difficoltà oggettive, delle porte in faccia, ma a volte anche solo una apparentemente innocua telefonata a casa).

Ma non sono le loro storie di cui vorrei parlare in questo post. Qui mi interessa condividere quello che ho scoperto ascoltandole e che mi aiuta anche nelle mie personali odissee quotidiane. Non certo, badate bene, che i miei problemi sono piccoli rispetto a quelli, sbalorditivi, di tanti altri. Nessuno si conforta pensando a disgrazie maggiori, così nessuno si sazia pensando che al mondo c’è chi ha più fame, o addirittura muore di fame. Le classifiche aiutano poco in generale e sono, in questo caso specifico, particolarmente irritanti. Un dolore è un dolore. Tra l’altro uno dei pochi elementi più o meno chiari che mi pare di aver capito, nel ginepraio di definizioni del PTSD, è che “non colpisce le persone più deboli o fragili: spesso persone apparentemente fragili riescono ad attraversare senza conseguenze eventi traumatici abbastanza importanti, mentre persone solide si trovano in difficoltà dopo eventi che hanno un significato personale o simbolico particolarmente difficile da elaborare”. Mi permetto di aggiungere, alla luce della mia esperienza personale, che a volte anche la stessa persona può superare con straordinaria facilità tragedie immani e poi schiantarsi davanti a un intoppo “minore”.

Tuttavia certamente il mio lavoro mi ha aiutato a riconoscere un meccanismo straordinario che entra in gioco in questi casi. La chiamano “resilienza”. Ci sono tante definizioni, ma io la visualizzo pensando a tanti straordinari processi della natura: una ferita che si rimargina, la coda della lucertola che ricresce, le radici nuove che si formano da un rametto spezzato (le talee di Pietro e Paola Maria). Ciò che accomuna molte delle definizioni di “resilienza” che si trovano qua e là, applicate ai campi più diversi, è la parola “inaspettato”. Perché no, non ce l’aspettiamo che si possa davvero ricominciare a vivere.

Chiunque ha vissuto un grande dolore, uno sconforto profondo lo sa: in quel momento pensiamo con tutta la nostra anima e con tutta la nostra mente che nulla sarà più come prima. A volte fa fatica anche il pensiero di respirare. Però, mi dico sempre, per fortuna sono tante le cose che non dipendono dalla nostra volontà. In quel libretto sorprendente che è il Piccolo Principe riscopro una frase tremendamente vera: “E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me”.

Ci si consola sempre. Solo che spesso non abbiamo abbastanza fede in questa verità in qualche modo biologica. Non ci rassegniamo. E allora sì che rischiamo di perdere tutto davvero.

P.S. Questo post mi sa che non partecipa al blogstorming, però. E’ davvero finito un po’ troppo lontano dal punto di partenza.

Un bel libro. Punto


Questo titolo è un omaggio a una mia conoscente di Facebook, che è solita esprimere giudizi lapidari su qualsiasi questione, dalla migliore marca di carta igienica alla filosofia ermeneutica, facendoli regolarmente seguire dalla simpatica espressione “.Punto”, probabilmente per segnalare che apprezza molto il confronto dialettico e l’apporto dell’altrui punto di vista. Mi sono domandata se nel fastidio alla bocca dello stomaco che provo nel leggere i suoi status non si celi una strisciante invidia. Io, più vado avanti, meno riesco a dare giudizi netti e universalmente validi. Sarà il bianco e nero della giovinezza che cede il passo alle sfumature di grigio dell’età più matura? Credo, più semplicemente, di essermi col tempo resa conto che almeno alcune delle mie convinzioni si basavano su visioni assai parziali, quando non semplicemente su pregiudizi.

Decostruire, dunque. Questo me lo hanno insegnato assai bene, anche negli anni dell’università. Il problema però è che, una volta decostruito, rimontare si rivela assai meno facile di quel che si immagini. Quando abbandono un’idea, di solito, non è che la sostituisco con una nuova di zecca e scintillante di certezza. Nella migliore delle ipotesi, so cosa non penso più. Ma cosa poi penso è tutta un’altra faccenda.

Una delle due questioni su cui ho avuto modo di rimuginare in questo fine settimana è la genitorialità omosessuale. La prima volta che tra le mie conoscenze c’è stato un caso di maternità surrogata, la mia posizione è stata profondamente influenzata da alcuni elementi esterni: conoscevo la coppia di padri per interposta persona (e la persona in questione era molto contraria alla cosa) e uno dei due aveva l’aggravante di essermi discretamente antipatico. Non ho mai dedicato all’argomento un’attenta considerazione – non mi è del resto mai capitata l’occasione – ma in generale avrei optato per un “per me è no”. Mi corre l’obbligo di precisare, visto che in passato mi è capitato anche di essere accusata di omofobia, che la riserva per me non è mai stata relativa alla “legittimità” del rapporto di coppia omosessuale, che credo di poter dire di aver sempre considerato senza alcuna remora una delle forme dell’essere coppia.

Mi sono imbattuta in Marco e nella sua famiglia tramite web. Abbiamo avuto poi occasione di incontrarci, dal vivo, un paio di volte. Tante cose rendono Marco una persona profondamente diversa da me: lo stile di vita, le scelte professionali, persino la forma mentis, oserei dire. Ma ciò che abbiamo decisamente in comune è la genitorialità. Che dunque ovviamente per me è diventata un dato di fatto, qualcosa su cui mi pare non sia più il momento di dissertare se debba esistere o meno, per il semplice fatto che esiste. Che poi, a guardare la realtà con un briciolo di attenzione, forse in Italia i casi di maternità surrogata non sono molti, ma certamente sono assai di più i casi di figli di genitori divorziati che vivono situazioni variegate di “famiglie arcobaleno” (madri con nuove compagne, padri con nuovi compagni) come dimensione quotidiana.

“Famiglia”, persino in un Paese formalista e tradizionalista come l’Italia, è – non da ieri – molte cose diverse. Genitorialità è molte cose diverse. Cosa è meglio? Ma è davvero questa la domanda da porre? Esiste qualcuno che può rispondere a una domanda così a prescindere dalle persone coinvolte? Io credo di no. Che poi un legislatore, laico o religioso che sia, debba dare delle indicazioni di principio forse è anche vero. Ma per fortuna non sono io quel legislatore. Io non incontro genitorialità, paternità, maternità “naturali” o surrogate: io incontro uomini e donne e, sempre più spesso, genitori. Con alcuni scatta simpatia e affinità, con altri meno. Una cosa è certa: conoscere situazioni concrete nella loro singolarità mi rende sempre più restia a esprimere un’opinione definitiva, a mettere punti dopo frasi lapidarie.

Ma allora, mi chiedo anche da sola, la maternità surrogata la supporteresti senza riserve? Non so. C’è ancora qualcosa, che non saprei ben definire, che mi mette a disagio con questa idea. Forse i costi esorbitanti, forse l’aspetto di trattazione commerciale, forse la fase della selezione della donatrice… Non so. Confesso che non saprei mettere a fuoco questa riserva con chiarezza. Per mettere un punto anche io in questo post difficile direi che allo stato attuale alla domanda “Può un omosessuale essere genitore?”, risponderei “certo che sì”. Sul come, sinceramente, ancora non saprei pronunciarmi. Ma, ripeto, nessuno probabilmente me lo verrà a chiedere.

E il libro a cui faccio riferimento nel titolo? E’ “Sei come sei” di Melania Mazzucco. Un grande romanzo, che tratta questo tema (e quello dell’adolescenza, affatto secondario) con una profondità e una sobrietà da grande scrittrice qual è. Raccomandato, assolutamente.

Far pace


Sulla bacheca di Claudia leggo queste “regole”, che chissà in quante migliaia di varianti avrete ricevuto, via mail o via Facebook, anche voi. La prima mi colpisce: “Fai pace con il tuo passato”.

Quanto è vero che per vivere meglio è indispensabile fare pace con se stessi. Ma oggi realizzo che non basta. Per me è stato più facile arrivare a una specie di armistizio con quella che sono che fare pace con il passato. Sia esso remoto, recente o anche recentissimo, il mio passato è lì, fastidioso come un sassolino appuntito in una scarpa. Per motivi diversi, in una gamma variabile di gravità. ma certamente il mio punto debole, il mio tallone d’Achille, è questo: con il mio passato non riesco a far pace, a volta neanche ad aprire un tavolo di onesta trattativa.

Guardandomi indietro riconosco che, più di prima, sono capace di rimuoverlo, di non rimuginarci troppo. A tratti sono persino riuscita a non farmi condizionare eccessivamente. Ma da qui a farci pace, la strada è ancora lunghissima.

Per giunta non passa giorno senza che un altro pezzetto di passato mal digerito si vada ad accumulare sul precedente. Ci sono momenti in cui la cosa mi provoca una certa angoscia. Riflettendoci un po’, oggi, in seguito all’ennesima sollecitazione, credo che il mio passato più indigesto sia quello che mi determina come “status”. Sono divorziata, per dirne una. Sono… boh, cos’altro sono? Sono ex-un-sacco-di-altre-cose.

Chi ha detto “meglio avere rimorsi che rimpianti”? Io riesco ad avere un ottimo assortimento di tutti e due. Ma ora che ci penso, credo di aver dato a tutti loro troppa importanza.

Non era una rivincita


Un ragazzo mi chiede un’informazione. Chissà se crede che sia una professoressa. Cammino per il viale che mi ha visto prima ragazza e poi giovane, con addosso la giacca della laurea (“Che tristezza”, ha commentato Nizam). Procedo a grandi passi verso quello che una volta era il mio luogo naturale. Ricordo che un giorno entravo da quel cancello di piazzale Aldo Moro con mio cugino, ingegnere. E gli ho detto: “Io qui, solo qui, mi sento al mio posto. A casa”.

Con un certo gusto indugio sulle fontane su cui mi sedevo con il fidanzato dell’epoca a mangiare uno yogurt per pranzo (una brevissima stagione in cui vivevamo d’aria e di baci), guardo il piazzale dei telefoni a scheda adesso vuoto, rimando leggermente l’ingresso in facoltà.

Ieri tornavo all’Università La Sapienza da relatrice. Non era la prima volta che mi sedevo da quella parte del tavolo. Ma era la prima volta che lo facevo senza avere la sensazione di fare un passo indietro. Per anni ho oscillato come un pendolo tra la “vecchia vita” accademica e la vita attuale. Anni in cui mi sentivo un po’ supereroe e un po’ in difetto. Perché poi il tempo ti frega e la vita vecchia non camminava più (e ogni volta che mi ci rituffavo, per brevi incursioni lampo, sapevo di essere inadeguata), mentre la nuova corre al punto che a un certo punto non sei più quella di prima.

Negli stessi locali in cui entravo ieri in tarda mattinata ho preso l’ultima porta in faccia della mia carriera accademica, la più difficile di tutte, anche se in un certo senso la più ovvia. Durante la pausa pranzo sono andata in pellegrinaggio lungo il “mio” corridoio. Ho guardato la finestra su cui ero seduta quando ho risposto, impertinente e spavalda, a quello che forse sapevo già che sarebbe stato il mio maestro. Ho guardato gli scaffali polverosi, accarezzati e amati per tanti anni da studente, da studiosa, da borsista della biblioteca. Ho letto i cartelli affissi sulle porte delle aule, registrato metodicamente tutti i cambiamenti, antichi e recenti. I lutti, per quanto li si elabori, restano sempre lì, parte della tua anima. Questo, sicuramente, mi ha reso più forte.

“Dovevi andare, è stata una rivincita”, mi ha scritto una mia amica a proposito dell’invito di ieri. No, non è stata una rivincita. Non erano certo gli ex colleghi che mi hanno invitato su cui avrei dovuto “rivalermi”, ammesso e non concesso che un torto mi sia stato fatto. Certo che ieri, mentre parlavo del JRS e del Centro Astalli al tipico consesso accademico, mi veniva in mente il mio maestro e una delle sue frasi più infelici. Avevo finito il dottorato, lavoravo già al Centro Astalli e in un altro centro di accoglienza (attaccando alle prime luci dell’alba). Nonostante ciò, insistevo a mantenere il part-time per continuare “a esserci”. Aiutavo con gli esami, consigliavo laureandi, facevo presenza per la cattedra e per la gloria del Vicino Oriente Antico. E lui, una mattina, mi disse: “Hai finito il dottorato già da qualche mese, sarebbe ora che la piantassi di startene in vacanza”. Vacanza. Ha detto proprio così. Perché tutta la fatica, fisica e emotiva, di imparare da capo un mestiere diverso, nei sui radar non entrava affatto. In un certo senso, era in buona fede. Ma io ero già lontana, lontanissima, e ancora non lo sapevo. Ecco, forse dal dolore di quella frase, ieri, mi sono riscattata.

In quelle mura di lettere ho avuto stima, tonnellate di stima e di riconoscimenti. Spesso, ingrata e arrogante, non sapevo che farmene. Li davo per scontati. Ho avuto le prime frustrazioni importanti e definitive. Ho imparato a mie spese, ho giudicato di impulso, ho fatto scelte di cui potrei pentirmi oggi se non appartenessero a un’altra dimensione. Ho vissuto pienamente la giovinezza e l’ingenuità di cambiare il mondo a suon di storia antica. Ho imparato quello che adesso è parte di me. L’abilità più cara, che ancora mi è preziosa, è il gusto, il piacere e l’arte di parlare in pubblico. Ma anche il trasporto di fare lezione con tutta me stessa.

Scusate questo excursus, che parla più a me stessa che a voi. Oggi faccio altro e in parte sono altro. Però della passione, nella vita lavorativa, non riesco a fare a meno. Oggi so (non l’avrei mai immaginato) che è anche un limite, ma preferisco pensare che sia un punto di forza.