Pace in Kurdistan, pensieri


Non sono un’esperta di politica internazionale, mi sembra giusto premetterlo. Tuttavia la mia vita mi ha portato a incrociare più e più volte le vicende del popolo curdo (io preferisco questa grafia, italiana e un po’ retrò, senza k iniziale: lasciatemi questo vezzo), uno dei più famosi popoli senza patria della storia contemporanea (insieme ai palestinesi). Non mi lancerò qui in un’esposizione dettagliata della questione. Se proprio siete digiuni, date una letta qui. Oggi mi interessa raccontarvi un po’ quello che ho pensato lo scorso Newroz (21 marzo), data in cui è stata dichiarata la pace tra curdi turchi, rappresentati dal loro leader Ocalan, e il governo turco. Se la cosa regge (per ora pare di sì) è la fine di un conflitto civile durato decenni, con migliaia di vittime, per lo più giovanissime, e di una storia di negazione di identità ancora dolorosissima fino a pochi anni fa.

Parto da un breve commento del testo della lettera di Ocalan, letta in curdo e in turco alle celebrazioni del Newroz a Diyarbakir/Amed (capitale del Kurdistan turco), alla presenza di una folla immensa. Inframezzerò qualche considerazione, ricordandovi che sono italiana, ho frequentato in una prima fase della mia vita turcologi e turcofili e, in una seconda fase, sia pur più superficialmente, molti curdi a Roma. Capisco un po’, mi sono fatta qualche idea, mi sono fatta spiegare alcune cose da Nizam (che pure ha le sue idee e le sue letture di fatti e situazioni, peraltro cambiate nel tempo). Insomma, per farvela breve: non prendete tutto come oro colato.

Chi è Ocalan? Non è una domanda facile. Come molti personaggi contemporanei e controversi, una descrizione implica di per sé un giudizio. Wikipedia è mediamente neutra, anche se tra le righe, secondo me, si legge: “una volta era uno tosto (magari non l’agnellino che alcuni dipingono), ora è rincoglionito: sarà stato il carcere”. Io ho vissuto da vicino la storiaccia del mancato asilo politico in Italia e le mie fonti di allora (il traduttore della commissione centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato) mi dicevano che il documento depositato a corredo della domanda era densissimo di politica e di letteratura, niente affatto burocratico o dimesso. Velleità letterarie, del resto, il personaggio le ha sempre avute. Non saprei dire, e questo era quello che più mi lasciava perplessa in questi anni, quanto il seguito enorme che i curdi turchi gli riconoscono passasse attraverso le sue posizioni intellettuali, spesso assai complesse. A me, dall’esterno, sembrava (e sembra) piuttosto un culto della personalità, con tanto di bandiere con il suo ritratto e celebrazioni in contumacia per il suo compleanno. L’altra sera dicevo a Nizam: “Ma se fosse andata diversamente, non credi che l’atteggiamento dei curdi verso un Presidente Ocalan in carica sarebbe molto simile a quello di certi turchi nei confronti di Atatürk?”. Lui ne conveniva. Sono del resto due figure che hanno fatto grandi cose in modo autorevole. Il problema probabilmente è nato (per Atatürk) e nascerà (per Ocalan) soprattutto dopo la morte dei leader. I successori hanno legittimato come “eredità di Atatürk” praticamente qualunque cosa, estremizzando, manipolando e non di rado distorcendo le posizioni di lui. Non è improbabile che quando Ocalan non sarà più in scena avvenga qualcosa di simile. Comunque, torniamo a noi. Per ora Ocalan è vivo e vegeto e ha condotto con notevole costanza una trattativa con Erdoğan, il carismatico primo ministro turco.

E qui si impone un’altra parentesi. Chi è questo Erdoğan? Vale quanto osservato prima. Una descrizione implica un giudizio. Io non sono una ammiratrice particolare dello stile, vagamente populista, del politico in questione. Gli va però riconosciuta una personalità, una innovatività e un coraggio non comuni. Se la rischia, a volte (ma dopo calcoli attentissimi), e di solito vince. Basti pensare alla vicenda della nave Mavi Marmara: ha gestito tutta la crisi, complicatissima, in modo magistrale, con fermezza ma senza scadere nel becero antisemitismo, che pure è un problema serio nel Paese (io stessa in quei giorni assistevo basita a approfonditi documentari sulle reti nazionali turche che avevano per oggetto le comunità ebraiche di Turchia, in cui si sottolineava che gli ebrei sono cittadini turchi da sempre, alternati a rassicurazioni e inviti a non farsi scoraggiare rivolti a turisti israeliani e ebrei in genere). E’ infine riuscito a farsi chiedere scusa ufficialmente. Anche rispetto alla questione curda, ha fatto dei passi coraggiosi. Alla vigilia di una sua visita a Diyarbakir, anni fa, fece trasmettere in prima serata, selle reti nazionali, un programma tutto dedicato alla denuncia esplicita delle torture praticate per anni dai militari turchi nel carcere di quella città. Nizam quella sera era davvero scosso, non solo per la crudezza delle testimonianze, ma per l’assoluta novità del gesto. Immaginate che fatti del genere sono stati ufficialmente negati per decenni. Ovviamente non parliamo di un paladino dei diritti umani, ma piuttosto di un politico ardito, addirittura spregiudicato: non fa atti del genere per nobiltà di cuore, ma per consolidare e ampliare i suoi immensi consensi, all’interno del Paese, ma anche all’estero.

Ci voleva comunque fegato a condurre una trattativa con quello che per molti nazionalisti turchi è Colui che non Può Essere Nominato. Ed ecco il risultato, la lettera.

Saluto uno fra i popoli più antichi delle terre sacre di Mesopotamia e Anatolia…. Stilisticamente parlando, siamo davvero nel Vicino Oriente (antico, moderno e contemporaneo). Metafore, geografiche e non, come se piovesse. Retorica a palate. Ma immaginate una piazza con centinaia di migliaia di persone in abiti tradizionali: rende, indubbiamente. Che i popoli stiano tornando alle loro radici non so né se sia vero, né se sia una bella notizia. Ma un filo di fondamentalismo, orsù, non guasta mai.

Ma veniamo al cuore del messaggio. Questa lotta, che è cominciata come la mia ribellione individuale contro l’ignoranza, la disperazione e la schiavitù in cui ero nato, ha provato a creare una nuova coscienza, una nuova comprensione e un nuovo spirito. Oggi vedo che i nostri sforzi hanno raggiunto un nuovo livello. La nostra lotta non è stata e non potrà mai essere contro una determinata razza, religione, setta o gruppo. La nostra lotta è contro la repressione, l’ignoranza e l’ingiustizia, contro il sottosviluppo imposto e contro ogni forma di oppressione. Oggi ci stiamo risvegliando verso una nuova Turchia e un nuovo Medio Oriente. Ai giovani che hanno accolto il mio invito, alle donne che hanno dato ascolto alla mia chiamata, agli amici che hanno accolto il mio discorso e a tutte le persone che possono sentire la mia voce: Oggi comincia una nuova era. Il periodo della lotta armata sta finendo, e si apre la porta alla politica democratica. Stiamo iniziando un processo incentrato sugli aspetti politici, sociali ed economici; cresce la comprensione basata sui diritti democratici, la libertà e l’uguaglianza. Debite precisazioni  (rispetto alla razza e alla religione) e annuncio: da oggi si cambia. [Per Barbara: i giovani e le donne a cui ci si riferisce sono, posso supporre, i combattenti guerriglieri, notoriamente ambosessi].

E che, dunque, abbiamo scherzato? Affatto. Abbiamo sacrificato gran parte della nostra vita per il popolo curdo, abbiamo pagato un prezzo molto alto. Nessuno di questi sacrifici, nessuna delle nostre lotte, è stato vano. Grazie a questo, il popolo curdo ha conquistato ancora una volta la propria identità e le proprie radici.

Attenzione: non è (solo!) una resa quella che viene proposta. E’ un nuovo programma, molto più ambizioso. Qui si introduce un concetto importantissimo: non vogliamo uno stato indipendente per i curdi. Vogliamo costruire una nuova Turchia con tutte le altre minoranze etniche, linguistiche e religiose. Questa è terra di tutti.  Siamo ora giunti al punto in cui “le armi devono tacere e lasciare che parlino le idee e la politica”. Il paradigma modernista che ci ha ignorato, escluso e negato è stato raso al suolo. Che si tratti del sangue di un turco, un curdo, un circasso o un laz – il sangue versato scorre da ogni essere umano e dal ventre di questa terra.

Specificamente: E’ tempo di ritirare le nostre forze armate al di fuori dei confini. Questa è dura. In modo semplice e diretto, ordina ai guerriglieri di lasciare il territorio turco (previo accordo con i curdi iracheni). Ma poi ritorna subito sul concetto del Paese plurale, una vera rivoluzione in un contesto del genere.

Questa non è la fine, ma un nuovo inizio. Non si tratta di abbandonare la lotta, ma di cominciarne una nuova e diversa. La creazione di aree geografiche “pure” basate sull’etnicità e mono-nazionali è una fabbricazione disumana della modernità che nega le nostre radici e le nostre origini.

Ecco, non so se funzionerà e non so neanche se davvero sia questo il vero centro dell’accordo politico. Ma un’affermazione del genere in un Medio Oriente in costante deflagrazione etnica mi pare degna di nota. Certo, ha la sua valenza tattica: uno delle motivazioni della spasmodica affermazione dell’identità turca, a scapito delle altre e spesso del buon gusto e della decenza, aveva la pragmatica motivazione di tenere compatto un territorio che è un vero continente, dal punto di vista della varietà. Già avere una minoranza di svariati milioni di persone qualche ansia la crea, capite bene. Resta però un guizzo, che a me piace considerare non solo retorico: Una grande responsabilità ricade su tutti noi per costruire un paese giusto, libero e democratico di tutti i popoli e le culture, che si addica alla storia del Kurdistan e dell’Anatolia. In questa occasione del Newroz invito gli armeni, i turcomanni, gli assiri, gli arabi e tutti gli altri popoli così come i curdi a rispettare la fiamma della libertà e dell’uguaglianza – il fuoco che si accende qui oggi – e abbracciarla come propria.

Amen. Poi iniziano le bacchettatine, garbate, al popolo turco, a partire dal ricordo della millenaria vita in comune (lo sapete che Saladino era curdo?). Nonostante tutti gli errori, gli ostacoli e i fallimenti degli ultimi novant’anni, ancora una volta stiamo cercando di costruire un modello di società con tutti i popoli, le classi e le culture che sono state vittime e hanno sofferto a causa di terribili disastri. Chiedo a tutti voi di fare passi in avanti e contribuire al raggiungimento di un’organizzazione sociale egualitaria, libera e democratica… L’ampiezza e la completezza del concetto di “NOI” ha un posto importante nella storia di questa terra. Ma nelle mani di ristrette élites dominanti, il “NOI” è stata ridotto a “UNO.” E ‘il momento di dare al concetto di “NOI” il suo spirito originario e di metterlo in pratica.

Scusate se è poco. Sul finale, una meravigliosa composizione di retorica antica e moderna. Notate, per dire, il fascino quasi biblico di questa frase: Coloro che non riescono a comprendere lo spirito dei tempi finiranno nella pattumiera della storia. Coloro che resistono alla corrente cadranno nell’abisso.

Ultimo punto, anch’esso interessante. Le verità nei messaggi di Mosè, Gesù e Mohammad vengono rivitalizzate oggi secondo le nuove tendenze. Le persone stanno cercando di recuperare ciò che hanno perso. Non neghiamo i valori della contemporanea civiltà dell’Occidente nel suo complesso. Raccogliamo infatti i valori dell’Illuminismo, l’uguaglianza, la libertà e la democrazia, e per attuarli ne facciamo una sintesi  con i nostri valori esistenziali e i nostri modi di vita. Qui davvero io vedo l’ambizione di superare gli schemi: occidentale-orientale, religioso-laico, politico-religioso…. Non so se la realtà turca abbia, almeno a tratti, compiuto questa sintesi nuova, o se riuscirà a compierla in misura significativa nel prossimo futuro. Di una cosa sono ragionevolmente certa: se pure fosse, i nostri media non riusciranno mai a raccontarcela.

Parole segrete


Ce l’ho, ce l’ho la mia strategia di sopravvivenza alle sfide quotidiane! Forse ne ho già parlato incidentalmente qua e là, ma sono troppo fiera per non condividere qui quella che reputo la mia strategia educativa più riuscita (forse l’unica, ora che ci penso): le parole segrete.

In effetti mi sono ispirata a un concetto un po’ distante da quello della genitorialità tradizionale: le “parole di sicurezza” o safewords. Prima di cancellarmi dalla vostra blogroll e denunciarmi a qualche ente di tutela dei minori, lasciate che vi spieghi meglio.

Ero alla vigilia delle mie vacanze a tu per tu con la Guerrigliera in Salento. Quindici giorni che persino io potevo prevedere che sarebbero stati un po’ stressanti. Sole in luogo ignoto, senza macchina, amici, parenti, conoscenti. Anche senza internet, ma quello non potevo saperlo. Insomma, immaginavo che mantenere il controllo sulla fanciulla – che aveva cinque anni compiuti da poco – sarebbe potuto rivelarsi essenziale, almeno in alcuni momenti. Il principale ostacolo che vedevo erano gli inevitabili conflitti. Quando io e/o mia figlia perdiamo le staffe, le nostre reazioni diventano spesso deleterie. Da qui l’idea, che si è rivelata azzeccatissima.

Io e Meryem ci siamo date tre “safewords”, tre parole segrete che conosciamo solo io e lei. Le abbiamo scelte insieme e servono a gestire situazioni di tre livelli diversi di gravità. La prima (chiamiamola “parola A”, un segreto è un segreto) significa: “sono ragionevolmente certa che questa discussione sia una stupidaggine. Prima che diventi una cosa seria e ci arrabbiamo davvero, diamoci un bacio e finiamola qui”. La seconda (“parola B”) si usa quando il conflitto è in atto e si sente montare la rabbia. Significa: “Ok, cerchiamo di calmarci. Io ora ti spiego come la vedo io e poi tu mi spieghi come la vedi tu. Cerchiamo un compromesso senza sbroccare”. L’ultima (“parola C”) è riservata ai momenti di emergenza. Da agosto scorso a oggi credo in effetti di averla usata una, forse due volte. Significa: “Non c’è tempo ne modo di spiegare ora. Obbediscimi e basta. Ne parleremo meglio quando l’emergenza sarà finita”.

Avevo fatto il tentativo senza particolari aspettative. Ma il meccanismo si è rivelato azzeccatissimo per Meryem, che lo capisce a fondo ed è in grado di utilizzarlo (giusto un paio di giorni fa, dopo molto tempo, ha usato la parola A; a volte, se mi arrabbio, mi richiama giustamente all’uso delle parole). L’unica ovvia accortezza è non abusarne. Specialmente la terza deve essere davvero un’eccezione, altrimenti il senso dell’intera operazione è vanificato.

Poi avviamente non sempre siamo in grado di utilizzare questo metodo. Però sappiamo che c’è, possiamo reciprocamente ricordarcelo e io resto convinta che sia qualcosa di prezioso che resterà tra noi due.

Questo post partecipa al blogstorming “Sfide quotidiane e strategie di sopravvivenza

Custodirsi


“Le amicizie sono un reciproco custodirsi, nella confidenza, nel rispetto e nel bene”. Da quando le ho sentite pronunciare, queste parole del Papa non mi lasciano tranquilla. Rileggo il testo integrale di questa omelia così composta, eppure così piena di forza. Come si esercita, questa custodia? “Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende”.

Se devo essere del tutto onesta, non credo di essere stata una grande amica. Ho sempre pensato di avere pochi “amici con la A maiuscola” e ho vissuto questa mancanza come una sorta di ingiustizia nei miei confronti. Ora vedo con chiarezza cosa è mancato, specialmente nelle amicizie della mia giovinezza: la mia umiltà. E, forse ancora di più, la capacità di restare presente anche quando non comprendevo. A dirla tutta, non ho mai pensato di non capire, anzi. Ho sempre giudicato. Non per malignità, a dire il vero. Piuttosto per una malintesa forma di onestà, di rigore tutto intellettuale, che nascondeva forse quella “paura della tenerezza” a cui pure l’omelia fa riferimento.

Oggi il web mi ha restituito tante occasioni sprecate. Mi aiuta ad allenarmi a un’amicizia più autentica. Mi offre le occasioni. Il resto, credo, lo hanno fatto l’età e le batoste. E’ un dato di fatto, però, che in questi ultimi anni, con quegli imprevedibili guizzi di positiva condivisione che offre la rete, la mia vita si è addolcita e alleggerita moltissimo.

Per tutte queste ragioni, e altre che non sono capace ora di formulare, sento l’urgenza di fare, almeno, alcuni ringraziamenti.

Alle amiche e gli amici “nuovi”, incrociati e frequentati (anche) attraverso il web. Grazie perché mi stupite, mi ascoltate (o leggete) pazientemente, mi fate pensare a interessi e possibilità a cui non sapevo neanche dare un nome, mi spingete in iniziative e progetti improbabili in cui riconosco la vera me stessa.

Agli amici “vecchi”, fedeli, spesso silenziosi e discreti. Grazie perché (ancora) non vi siete fatti scoraggiare dal mio carattere complicato e dalle mie lunghissime assenze. Non ve lo dico, a volte per anni, ma mi commuovete sempre, profondamente. E vi ammiro, perché non so se io, al posto vostro, saprei essermi fedele.

Agli amici che magari neanche si considerano tali, che si sentono intimoriti da me, o addirittura respinti. Non vi scoraggiate. Ho la testa dura e sono molto disattenta, ma prima o poi mi renderò conto che vi sto facendo un torto e di tutto cuore vorrò riparare. Magari sarà tardi, ma grazie di averci provato.

Concludo questo post insolitamente commosso con un pensiero per mio padre. Mi piacerebbe aver ascoltato questa omelia con lui, dal divano di casa.

Adelante por favor


Eccoci qui, con un papa nuovo, proclamato in orario di TG serale, a beneficio di tutte le famiglie italiane (e europee). Noi compresi. Meryem ha rinunciato malvolentieri al cartone del dopo cena, ma alla fine ha seguito con una certa partecipazione (insofferente per la lunga attesa tra la fumata e lo scioglimento della prognosi).

Meryem inizia a rimuginare molto su quello che ascolta, riproponendolo a volte a più riprese. Le sue domande dirette, direttissime, spiazzano qualunque strategia educativa, se pure ne avessi una. “Mamma, ma non puoi essere tu il papa? Oppure papà? O nonno, se c’era ancora?” Ricapitolo sommariamente: io sono donna, papà è musulmano, mio padre oltre che morto era sposato. “Non può essere sposato?”. No. Individua quindi come possibile candidato l’amichetto Federico, che non ha la fidanzata e non la vuole (in particolare mi par di capire che non voglia lei, che invece gli si propone ogni giorno. Ma questo non lo racconteremo al padre curdo).  Pausa. “Ma il papa deve essere per forza vecchio?” Mannaggia, questa bambina va decisamente dritta al punto. E questa da dove gli viene? Ricostruisco che quando mi ha chiesto perché serviva un papa nuovo devo avere optato per la versione “era molto vecchio e stanco”.  Mah, di solito sì.

L’attesa si protrae. Meryem ha drammaticamente tempo di elaborare nuove domande. “Mamma, ma tu sei sposata?”. Avrei potuto rispondere che la domanda non era pertinente. Avrei potuto rispondere semplicemente no, tecnicamente corretto dal punto di vista civilistico. Ma invece mi sento rispondere: “Ora no, ma lo sono stata”. Immagino che l’intento fosse chiarire che, ammesso che vengano a breve introdotte le papesse, io sarei comunque fuori dalla rosa dei candidati. Ma come me ne esco? Lei non pare sconvolta. “Ah, sì? E con chi?”. Concisamente rispondo. Registra. Tirerà certamente fuori il tutto nel più imbarazzante dei momenti. Ben mi sta.

Mi salva il balcone che finalmente si apre. Mi impressiona il silenzio assoluto dei giornalisti dopo la proclamazione. Qualcuno, come me, avrà detto: “Eeeeh? Cioè? Chi è questo?”. Qualcuno, più preparato, avrò fatto un salto sulla sedia. Meryem guarda Touran e chiede, legittimamente perplessa: “Ma sarebbe questo?”. No, ancora un attimo di suspence. Il neo Francesco a pelle ci è piaciuto. Meryem si è lanciata entusiasta nell’Ave Maria (unica preghiera che conosce) e mi ha zittito severissima quando, nel momento di silenzio, cercavo di spiegarle cosa significasse. Ha anche severamente criticato il fatto che armeggiassi con il cellulare in un momento così solenne (ma mica è colpa mia se mi arrivavano millemila notifiche, manco avessero fatto papa me). Valle a spiegare che la benedizione valeva esplicitamente anche per i fruitori delle nuove tecnologie.

Poi l’ho mandata a letto, rafforzando la mia posizione con la buona notte pontificia: lo vedi, Meryem, che lo dice anche lui che è tardi? Poi ho chiamato Nizam, beccandomi qualche improperio: alla fumata, mi aveva imposto di fare un nome, per una scommessa in extremis. Io, sufficientemente depressa, ma con un certo pudore scaramantico ad esplicitare il nome che funesto mi aleggiava in testa, me l’ero cavata con un poco convinto “Ravasi”. Toppando, naturalmente. Però Francesco I l’avevo azzeccato. Dopo poco mi arriva un sms: “forza cesuiti” (traslitterazione turca di gesuiti, Nizam ancora dopo tanti anni ancora fa confusione sulle poche consonanti che divergono).

Da allora, fioccano i messaggi e persino le congratulazioni. Qualcuno mi ha chiesto di scrivere che cosa penso, seriamente. Me lo risparmio, rimandandovi a questo articolo della Murgia. In sintesi: guardiamo il bicchiere mezzo pieno e, soprattutto, guardiamo avanti. Che sarebbe proprio l’ora, nella Chiesa e nel mondo. Condivido quello che ha detto padre Giovanni, il presidente del Centro Astalli: magari questo venire “dalla fine del mondo” aiuterà a rivedere le priorità, a cambiare punto di vista. Fa sempre bene, anche alle persone. Figuriamoci alle istituzioni millenarie.

P.S. Un’ultima notazione. Ho letto, in un florilegio di citazioni pubblicate dal Corriere, alcuni commenti sul libro di Giona. Mi ha fatto piacere. Giona, per tante ragioni, è “il mio” libro della Bibbia. Mi riprometto di approfondire come mai papa Francesco se ne è occupato.

Qualche link (in progress)

Giacomo Costa su Huffington Post
Antonio Spadaro su Il Sole 24 Ore
Stefano Femminis per Europa

Ingiustizie


Vedo Meryem che si rabbuia, con quel suo tipico aggrottare le sopracciglia che sembra concentrare nel suo sguardo tutte le nuvole temporalesche del mondo. Il libretto di Peppa Pig sull’alfabeto che ieri le ho regalato contiene una specie di puzzle a coppie di pezzi, dove va abbinata la lettera con la parola che inizia con quella lettera. Nell’edizione italiana sono andati al risparmio e, sebbene la cartolina riassuntiva dell’alfabeto (che ha solo disegni e quindi non è stata tradotta) comprende anche j, k, x, y e w (e lo stesso dicasi per il libro allegato), i pezzi del puzzle sono adattati a un alfabeto puramente italico, che ha consentito quindi di risparmiare ben dieci pezzetti di cartone stampato. “Non è giusto!”, sbotta furiosa.   Le fa rabbia che i pezzi da lei ricomposti non corrispondano alla sequenza della cartolina, ma le fa doppiamente rabbia il fatto che la y non è superflua: serve a scrivere il tuo nome (e qui bisogna sottolinearle che il suo nome non è italiano… ma se uno volesse scrivere xilofono?).

Oggi sono sensibile alle ingiustizie. Poche ore fa, infatti, mi pare di averne subita una, clamorosa. Ancora mi brucia, anche se non è poi una cosa di grande importanza, a ben guardare. Tra l’altro, ironia della sorte, ultimamente sto facendo un sacco di letture che girano intorno al concetto di giustizia.

Ma cos’è la giustizia e, per riflesso, cos’è l’ingiustizia? Il saggio che avevo in mano ieri sera argomentava lungamente che una definizione univoca di giustizia non esiste. Filosoficamente è vero. Ma abbandonando le dispute sofistiche, io temo che non sia la definizione il principale problema. Il problema è che, ahimè, un’ingiustizia, piccola o grande che sia, se subìta brucia. Questo lo ha chiarissimo già Meryem. Uno dei ricordi più vividi che ho risale alla mia prima visita in Israele. Avevo dormito a Betlemme, dove ero arrivata a piedi (ed ero stata sbranata da una specie di ferocissimi moschini urticanti per tutta la notte). Ero in compagnia di un tedesco, luterano. La mattina, prestissimo, passiamo davanti alla chiesa della Madonna del Latte (mi pare). Mi viene voglia di dire un’Ave Maria, lascio fuori un attimo il mio amico e scappo dentro. Avevo uno zainetto in spalla e forse questo ha suscitato le ire di uno scorbutico prete, che mi ha cacciato fuori urlando: “No turists!!!”. Sono rimasta molto ferita da quel fatto insignificante. Non è che mi capiti ogni dieci minuti, ma io avevo voglia di pregare e lui me l’ha impedito.

Ho pensato molto al racconto del mio collega siriano, che sottolineava molto il desiderio di giustizia della gente, che cresce davanti ai diffusi soprusi. L’Islam, al momento, è la struttura più attrezzata in loco dal punto di vista giuridico e quindi il consenso ai radicali cresce. La giustizia però non è solo un fatto di tribunali o, peggio, di sanzioni più o meno accettabili. Mi stupisce sempre che alla giustizia evangelica, che pure è un messaggio centrale del cristianesimo, si dia solitamente, nella migliore delle ipotesi, un senso meramente figurato. La promozione della giustizia è certamente uno dei valori dell’organizzazione per cui lavoro che mi sta più a cuore.

Cos’è la giustizia? Torno a chiedermelo. Una direzione, una opzione, ma soprattutto una ricerca. Non una ricerca intellettuale, evidentemente, ma il discrimine principale di tutte le scelte. “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose [cioè il mangiare, il vestire, la casa, il lavoro….] vi saranno date in aggiunta”. Se avessi fede anche solo per una delle cose che mi piacerebbe credere, vorrei fosse questa.

E voi? Che ingiustizie avete subìto? Che giustizia cercate, se la cercate?

Non bisogna rispondere sempre


Uno dei rimproveri che fanno infuriare mia figlia, ma che nonostante questo credo sia importante continuare a farle è: “Non rispondere!”. Non fraintendetemi. Non intendo privare la Guerrigliera della libertà di parola. Il mio intento non è zittirla per bieco esercizio di autoritarismo. Sono una sostenitrice del fatto che esporre il proprio punto di vista sia importante e abbiamo persino una nostra parola d’ordine segreta da usare quando sentiamo che stiamo per arrabbiarci, che significa: “Fermiamoci e parliamone. Io ti spiego come la vedo io e tu come la vedi tu”.

Però ci sono circostanze in cui un rimprovero va accettato con un momento di silenzio. Ribattere colpo su colpo, oltre che essere irritante per me (particolare che ha, non lo nego, la sua importanza), è spesso controproducente. Presi dalla foga della battuta pronta si finisce molto spesso per dire cose di cui ci si pente, ma soprattutto non si seleziona la qualità delle risposte. In altre parole, si fa solitamente la figura degli stupidi. Questo cerco tutte le volte di spiegare a Meryem e questo penso sempre più spesso in questi giorni di acredine politica.

Viva il sano dibattito, per carità. Ma non è questo il momento e, francamente, il tono degli scambi che intercetto è molto più basso delle recriminazioni di mia figlia (che ha la scusante di avere cinque anni e mezzo). Ho spiegato in apposito post e, qualche volta, anche su Facebook, cosa non mi convince del Movimento 5 Stelle. Fino ad ora non ho avuto elementi significativi che mi abbiamo portato a modificare la mia opinione. Sono rimasta, come molti miei amici, stupita e profondamente preoccupata dell’esito del voto. Non mi esalta quel poco che si sta vedendo e sentendo in questi giorni.

Però per ora credo sia opportuno fare una pausa. Non dico di “abbassare gli occhi e stare zitta”, come mi esortava a fare su Facebook – in quanto romana e votante Zingaretti – un sostenitore di M5S. Ma non credo serva a nessuno questa ondata polemica, che si rafforza giorno dopo giorno e sembra quasi alimentarsi della propria assoluta sterilità. Dobbiamo rassegnarci che, fino alla prossima mossa concreta, si può solo aspettare e magari riflettere. Vogliamo cogliere questa occasione per guardarci intorno, allungando un po’ lo sguardo anche sulle crisi internazionali – che hanno comunque un forte impatto anche sulla nostra economia nazionale, che a parole è la priorità di tutti? Ci informiamo un po’ sulla Siria, sul Mali, sulla Libia, sul Congo, piuttosto che dedicarci all’analisi filologica di terzo livello delle dieci parole di autopresentazione di ciascun parlamentare grillino?

Il momento è abbastanza drammatico e il futuro incerto. Io mi sento anche molto coinvolta: come scrive Giacomo Costa in un editoriale che vi esorto caldamente a leggere per intero e con attenzione, ” la partita del welfare sarà strategica nella prossima legislatura”. La questione mi tocca direttamente, come forse immaginerete, professionalmente e personalmente. Oggi più che mai, però, credo che sia necessario cercare riferimenti “alti”, orientamenti che emergano dalla fanghiglia della polemica e delle affermazioni personalistiche dell’uno o dell’altro.  Sono grata dunque a Giacomo Costa anche per aver richiamato, nel suo articolo i “consigli di giustizia” di Carlo Maria Martini.

1. «Lasciarsi inquietare dalle ingiustizie che sono nel mondo, vicine o lontane, ma sempre causa di inaudite sofferenze»

2. «Non dare mai per scontata una soluzione, come se fosse assolutamente giusta, e sottoporla sempre a critica»

3. «Diffidare del proprio egoismo, della propria comodità, del proprio punto di vista, e cercare il punto di vista dell’altro»

4. «Non cedere alle tentazioni di disfattismo (la giustizia è impossibile!), perché in tal caso ogni impegno viene tagliato alla radice».

Credo che io questo volume me lo procurerò al più presto: magari mi aiuta a superare questo momento di attesa forzata senza sconfortarmi del tutto.

Se


Mi ricordo che molti anni fa mio padre mi chiamò in camera sua e mi chiese di comprargli in libreria un libro di poesie di Kipling con il testo a fronte. Lui non parlava l’inglese, ma mi spiegò che una poesia l’aveva colpito in modo particolare e quindi voleva trovarne anche l’originale. Comprai per lui un Oscar Mondadori. La poesia era questa, famosissima.

Mio padre mi ha dato pochi insegnamenti espliciti. Un tipo tanto professorale e potente nei giudizi, eppure sempre assai restio a codificare a noi figlie qualcosa, a rendere in parole chiare e univoche ciò che voleva che cogliessimo di quello che credeva importante. Scherzava sul fatto che se uno è intelligente capisce tutto quello che deve capire da quando ha cinque anni (oddio, Meryem ne ha cinque e mezzo); quindi è inutile perdere tempo a insegnare tanto. Ma sto divagando.

Quella lettura di “Se” sul lettone, accanto a lui, mi è rimasta scolpita nell’anima come una cosa fondamentale, che prima o poi mi sarebbe tornata utile. Forse questo momento è arrivato. Non casualmente, qualche giorno fa, dovendo scegliere una citazione per una pubblicazione del Centro Astalli, mi sono tornati alla mente quei versi.

Se riesci a tenere la testa a posto quando tutti intorno a te
L’hanno persa e danno la colpa a te,
Se puoi avere fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te,
Ma prendi in considerazione anche i loro dubbi.
Se sai aspettare senza stancarti dell’attesa,
O essendo calunniato, non ricambiare con calunnie,
O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo da saggio….

Ieri pomeriggio le parole di Kipling sono risuonate forti in me e ho pensato che mi stavo comportando in modo del tutto diverso. In un modo che non mi faceva bene e non mi faceva onore.

Ma stasera non posso fare a meno di pensare che dovrei declamare questa poesia, a voce alta, a intervalli regolari.

Se riesci a sopportare di sentire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi,
O guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con strumenti logori…

Mi torna in mente un’altra sera con mio padre. Tornavo da una delle mie prime esperienze da scrutatrice. Lui mi aspettava guardando la tv sul divano del salone. Io ero sconvolta per la prima vittoria di Berlusconi. Non ricordo cosa ci siamo detti. Mi ricordo però che in quel momento ho ripensato a un’altra sera, prima di un esame, in cui mi sentivo male e lui mi aveva fatto bere un sorso di Cointreau e mi aveva fatto sdraiare con lui sul divano, sotto la sua coperta. Ecco, la sera di quello scrutinio ho desiderato che facesse la stessa cosa, che mi consolasse.

Se puoi fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare dal principio
e non dire mai una parola sulla tua perdita.
Se sai costringere il tuo cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla

Tranne la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Cavolo, se ho perso tutto, nella mia vita. Almeno quattro volte, forse un po’ di più. Ma so costringere il mio cuore, i miei tendini e i miei nervi a tenere duro? No, in questo non sono tanto brava. Né per le cose piccole, né per quelle grandi. Il mio massimo successo è seppellire, tenere a bada, in un angolo oscuro del mio cuore.

Se non possono ferirti né i nemici né gli amici affettuosi,
Se per te ogni persona conta, ma nessuno troppo….

Ecco, stasera questo è il verso più difficile. Sono pluriferita. E, ciò nonostante, credo profondamente che si debba “riempire ogni inesorabile minuto / Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi”. Forse questa è l’indicazione buona per trovare la strada in questo sconforto.

Che dire?


Ieri ho scritto una decina di bozze di post di commento di questi risultati elettorali. Stanotte meditavo di spostare il discorso su un altro tema, più alto (Dio solo sa quanto bisogno di altezza sento in questi giorni). Però sono anche arrivata alla conclusione che io oggi sono troppo …. (non saprei, completate voi: arrabbiata? depressa? delusa? ci vorrebbe una parola molto più forte, che le comprenda tutte) per pensare e scrivere qualcosa di alto.

E allora me la cavo con una citazione lunga. E’ un testo del 1995. L’ho leggermente sintetizzato, eliminando qualche passaggio tecnico. Ovviamente, essendo un documento di gesuiti per gesuiti, non lo condivido al 100% in alcuni passaggi. Ma se ci fosse un partito che ha questo testo come programma, lo voterei con molti meno sospiri di quanto non abbia fatto domenica scorsa.

Buona lettura.

La lotta per la giustizia ha un carattere storico progressivo, che si manifesta gradualmente nell’impatto con i bisogni mutevoli di culture, epoche e popoli particolari. Le Congregazioni precedenti hanno richiamato l’attenzione sulla necessità di lavorare per il cambiamento delle strutture in campo socioeconomico e politico , quale dimensione importante della promozione della giustizia. Esse ci hanno inoltre impegnati a lavorare per la pace e per la riconciliazione attraverso la non violenza; a lavorare per abolire ogni discriminazione contro le persone, basata sulla razza, la religione, il sesso, l’appartenenza etnica o la classe sociale; a lavorare contro la povertà e la fame crescenti, mentre la prosperità materiale si concentra sempre più nelle mani di pochi

In tempi recenti ci siamo resi sempre più conto di altre dimensioni della lotta per la giustizia . Il rispetto per la dignità della persona umana sta al fondo della crescente presa di coscienza internazionale dell’ampia gamma dei diritti umani. Questi includono: diritti economici e sociali, quanto alle necessità di base per una vita in condizioni degne; diritti personali, quali la libertà di coscienza e di espressione, e il diritto di praticare e di condividere la propria fede; diritti civili e politici a partecipare pienamente e in libertà al processo della vita nella società; diritti allo sviluppo, alla pace e a un ambiente naturale sano. Essendo le persone e le comunità strettamente in rapporto tra loro , importanti analogie sussistono tra i diritti delle persone e quelli che vengono talvolta chiamati i “diritti dei popoli”, come l’integrità e la salvaguardia culturale, il controllo del proprio destino e delle proprie risorse.

Nel nostro tempo vi è una crescente coscienza della interdipendenza di tutti i popoli circa una comune eredità. La globalizzazione dell’economia mondiale e della società avanza a grandi passi, alimentata dagli sviluppi tecnologici, dalle comunicazioni e dagli affari. Benché tale fatto possa apportare molti benefici, può comportare però anche un massiccio accrescimento di ingiustizie. Per esempio: programmi di aggiustamenti economici e forze di mercato che non si curano affatto delle loro ripercussioni sociali, soprattutto sui più poveri; la “modernizzazione” omogenea di culture in modi che distruggono queste e i valori tradizionali; una disuguaglianza crescente tra nazioni e, nelle stesse nazioni, tra ricchi e poveri, tra potenti e marginalizzati. Con giustizia, noi dobbiamo contrastare tutto ciò, lavorando alla costruzione di un ordine mondiale di vera solidarietà, in cui tutti possano avere, come è loro diritto, un posto al banchetto del Regno .

La vita umana, dono di Dio, deve essere rispettata dai suoi inizi sino alla propria fine naturale. Noi ci troviamo sempre più di fronte ad una “cultura di morte”, che spinge all’aborto, al suicidio e all’eutanasia, alla guerra e al terrorismo, alla violenza e alla pena capitale come vie per risolvere i problemi, alla consumazione di droghe, prescindendo poi dal dramma umano della fame, dell’aids e della povertà. Dobbiamo invece incoraggiare una “cultura di vita”. Questo, se davvero ci si prova a farlo, comporta: promuovere soluzioni alternative – realistiche e moralmente accettabili – all’aborto e all’eutanasia; sviluppare con attenzione un contesto etico per la sperimentazione medica e l’ingegneria genetica; lavorare per distogliere le risorse dalla guerra e dal traffico internazionale di armi, a favore dei bisogni dei poveri; creare possibilità che aprano la vita delle persone alla significatività e alla capacità di impegno, anziché all’anomia e alla disperazione.

Il desiderio di preservare l’integrità della creazione è implicito nell’attenzione sempre maggiore verso l’ambiente naturale . L’equilibrio ecologico e un impiego ragionevole ed equo delle risorse del mondo sono elementi importanti di giustizia a favore di tutte le comunità del nostro “villaggio globale” odierno e concernono anche le generazioni future, che erediteranno quanto abbiamo loro lasciato. Lo sfruttamento senza scrupoli delle risorse naturali e dell’ambiente naturale degrada la qualità della vita, distrugge le culture e sprofonda i poveri nella miseria. È necessario, da parte nostra, promuovere atteggiamenti e linee di condotta che generino relazioni responsabili con l’ambiente naturale in cui viviamo e del quale non siamo che gli amministratori.

La nostra esperienza degli ultimi decenni ci ha dimostrato che il cambiamento sociale non consiste soltanto nella trasformazione delle strutture economiche e politiche, dato che tali strutture sono esse stesse radicate in valori e atteggiamenti socio-culturali. La piena liberazione umana, per il povero e per tutti noi, suppone lo sviluppo di comunità di solidarietà – sia di base e a livello non-governativo, sia a livello politico – in cui tutti si possa lavorare insieme per uno sviluppo umano integrale ; tutto ciò nel dinamismo di un accettabile e rispettoso rapporto tra i diversi popoli, le differenti culture, l’ambiente naturale e il Dio che vive in mezzo a noi.

Situazioni urgenti
La marginalizzazione dell’Africa nel “nuovo ordine mondiale” fa di questo intero continente il paradigma di tutti gli emarginati della terra. Trenta dei Paesi più poveri del mondo si trovano in Africa. I due terzi dei rifugiati del pianeta sono africani. La schiavitù, la colonizzazione e il neo-colonialismo, i problemi interni di rivalità etniche e la corruzione hanno creato in questo continente un “oceano di sventure”. C’è però anche molta vitalità e grande coraggio nel popolo africano, che lotta insieme per preparare un avvenire a coloro che arriveranno dopo.

La caduta recente dei sistemi totalitari nell’Europa dell’Est ha lasciato dietro di sé rovine in tutti i campi della vita umana e sociale. La gente è messa di fronte a compiti difficili di ricostruzione di un ordine sociale che permetta a tutti di vivere in una comunità autentica, lavorando per il bene comune e rendendosi responsabili del proprio destino. Nel passato, molte persone hanno dato una notevole testimonianza di solidarietà, fedeltà e resistenza. Ora essi hanno bisogno della cooperazione e dell’assistenza fraterna della comunità internazionale nella loro lotta per un avvenire di sicurezza e di pace. 

I popoli indigeni, in molte parti del mondo, isolati e relegati a ruoli marginali, vedono la loro identità, la loro eredità culturale e il loro ambiente naturale di vita minacciati. Altri gruppi sociali – come ad esempio i Dalits, considerati “intoccabili” in alcune zone dell’Asia meridionale – soffrono di una pesante discriminazione sociale, nella società civile e anche ecclesiale. 

In molte parti del mondo, anche nei Paesi più sviluppati, forze economiche e sociali escludono milioni di persone dai benefici della società. Disoccupati in permanenza, giovani senza alcuna possibilità di impiego, fanciulli sfruttati e abbandonati nelle strade, vecchi soli e senza protezione sociale, ex-carcerati, tossicomani e malati di AIDS: tutti costoro sono condannati a una vita di desolante povertà, marginalizzazione sociale e precarietà culturale. 

Al momento attuale ci sono nel nostro mondo più di 45 milioni di rifugiati e di profughi, di cui l’80% sono donne e bambini. Ospitati spesso nei paesi più poveri, essi devono affrontare un impoverimento crescente, la perdita del senso della vita e della cultura, con il venir meno della speranza, anzi, con la disperazione che ne consegue.

Così vicino


Un meeting come ne ho visti molti: brainstorming, fogli appesi alle pareti, proposte di formulazione e dibattiti, parole chiave, obiettivi generali e specifici. Però io non riuscivo a staccare lo sguardo dalle mani del mio collega siriano. Dita lunghe, controllate, ordinatamente intrecciate sulla superficie del tavolo. E non smettevo di pensare: io starei gesticolando ininterrottamente da ore. Ma come cavolo fa.

Anche la voce è tranquilla. Spiega paziente, cartina alla mano, la complessa geografia siriana. Parla della tragedia quotidiana di tutti loro, lui compreso. Anche chi non è (ancora) stato costretto a lasciare la propria casa è comunque privo degli standard minimi: mancano pane, acqua, elettricità. Il gasolio e la benzina scarseggiano, si trovano solo al mercato nero al 1000% del loro prezzo. La moneta si è svalutata del 100% rispetto al dollaro. Le medicine sono introvabili: l’80% dei medicinali era prodotta nazionalmente, da fabbriche da tempo distrutte o comunque chiuse. In tutta la Siria settentrionale i medicinali per il cancro sono finiti. Non si trovano più neanche le medicine per la leishmaniosi cutanea: tipica di Aleppo, se non è trattata subito mangia la pelle, soprattutto del viso. E’ grave oggi che fa freddo, non si può immaginare che sarà con l’arrivo dell’estate e il parassita al massimo della diffusione.

E poi c’è tutto il resto. I combattimenti, l’odio che cresce, la sete di giustizia che diventa sete di vendetta, il collasso assoluto di qualunque forma di vita civile organizzata. “Abbiamo smesso di contare i morti”. Si scalda appena, Elias, quando ripete, più e più volte, che quello a cui i siriani non si rassegnano è l’indifferenza e il silenzio della comunità internazionale. Quando l’Università è stata bombardata il primo giorno di esami, uccidendo centinaia di studenti, i media del mondo non hanno ritenuto che fosse una notizia significativa.

Ma poi si ricompone. I rapporti delle Nazioni Unite parlano di crimini di guerra da una parte e dall’altra, puntualizza il corrispondente da Ginevra. “Certo. Tutti sono figli di questo regime. Tutti hanno torturato, tutti hanno ucciso. Ma la situazione è molto più complicata di come la dipingono questi rapporti”. “E’ bene”, sostiene Elias, “che l’opposizione sia diversificata: non vogliamo passare da una dittatura all’altra. Una Siria plurale e democratica, questo è il nostro sogno”. Il sogno di tante, tantissime persone, che rischiano la vita ogni giorno per resistere alla violenza.

“Non sottovalutateci”. I civili devono essere sostenuti, ma fanno già moltissimo. E ci parla ancora una volta dei loro team di volontari che arrivano dove le grandi organizzazioni non riescono a arrivare. E lo possono fare perché sono squadre miste, composte da siriani di ogni etnia e religione, divisi persino dalle idee politiche: sostenitori di Bashar al-Assad, attivisti convinti dell’opposizione. Parla dell’impegno di molti direttori della Mezzaluna Rossa locali, che non si tirano indietro, anche se il rischio è continuo. Ogni giorno tutti loro mediano, attraversano le linee, si conquistano con i fatti il rispetto delle due parti combattenti e la possibilità concreta di dare assistenza a tutti. “Anche la semplice distribuzione di un pacco di viveri può essere fatta in modo da contribuire a ricostruire un tessuto sociale di pace e riconciliazione”.

Ma la notte sembra ancora lunga, infinita. La rivoluzione è iniziata il 15 marzo 2011 e per sei mesi è stata assolutamente pacifica. I media, oggi, quando parlano di Siria, lasciano spazio solo agli estremisti. “Il mio popolo è così… semplice. Prima i conflitti si risolvevano con baci e abbracci. Davvero. Non si usava neanche tanto il tribunale. I capi famiglia si incontravano, si abbracciavano, si baciavano e finiva tutto lì”. Cosa servirebbe? Serve tutto, per carità. Aiuti, meglio se non strumentalizzati e partigiani. Prudenza e responsabilità nel descrivere quello che sta accadendo. Ma più di tutto servirebbe che finisca la guerra. Mentre ascoltiamo arriva la notizia di una bomba caduta nei pressi dell’ufficio del JRS a Damasco. “Stanno tutti bene”, commenta telegrafico il direttore internazionale.

Io continuo a guardare le dita di Elias e mi chiedo come si debba sentire a spiegare la sua vita come se fosse una semplice relazione di lavoro. Scegliere le parole in inglese, rispondere a obiezioni che forse suonano persino offensive. A volte, presa dal lavoro qui in Italia, tendo a dimenticare che essere con i rifugiati significa, di solito, vivere in mezzo alla guerra. E, più ancora, dimentico che non solo nei film si è chiamati a scelte di coraggio, decisive. Elias ha avuto con molta difficoltà il visto per venire qui in Europa. Neanche per un momento sembra aver pensato alla possibilità di restarsene qui al sicuro. Da un lato è ovvio. Ma poi ci ripenso e mi dico che non è ovvio. Affatto.

Dublinati


Al liceo, Dublino significava principalmente U2, Guinness e sogni adolescenziali. All’università la moda dell’Irlanda non faceva che crescere (ma ho anche sentito parlare per la prima volta della Grande Carestia) e ho persino azzardato qualche passo di danza. La città, quella vera, l’ho visitata solo molti anni dopo (scoprendola peraltro dimora stabile di famosi papiri). Ma intanto la parola nella mia mente si era sdoppiata: non più solo un luogo, ma anche un verbo. Dublino, io dublino, tu sei dublinato.

Il Regolamento Dublino II, già convenzione dell’Unione Europea, determina lo stato competente per l’esame delle domande d’asilo nell’UE e poi smista opportunamente i richiedenti stessi da un Paese all’altro, per prevenire la malaugurata ipotesi che questi ultimi possano avere una qualche voce in capitolo in merito alla terra a cui chiedere protezione. Sia mai che incappino in un luogo dove hanno qualche amico, parente o familiare. Sia mai che trovino uno stato di cui parlano la lingua o si sentano meno persi. Ti impacchetto, che tu lo voglia o no, e ti rimando al mittente. Anche varie volte di seguito, se necessario. Una regola così ottusa potrebbe trovare una qualche giustificazione in un’Unione Europea che presenti una assoluta uniformità rispetto a procedure d’asilo, esiti delle stesse e misure sociali previste. Nel marasma attuale, non posso immaginare che qualcuno, in buona fede, possa continuare a sostenerne la validità. Eppure.

I rifugiati più disperati e arrabbiati che io abbia mai conosciuto erano tutti dublinati (o dublinandi). Penso a Issa, che dopo due anni e mezzo in Norvegia si trovava sbattuto su una brandina a San Saba. A tanti ragazzi giovani, afghani anche loro, rimasti anni interi sospesi in un’attesa burocratica e incomprensibile: un “Dublino” stampato sul permesso di soggiorno e la spada di Damocle di essere rispediti in Grecia. Nizam stesso, a 19 anni, è stato trasportato in manette sull’aereo tra Amburgo e Roma, guardato poi a vista per tutto il viaggio da due poliziotti armati: il timore che un ragazzino si potesse opporre al Regolamento richiedeva evidentemente misure eccezionalmente severe. Laddove non c’è logica, ragionevolezza e senso, non si può che moltiplicare la forza. Per non parlare dei rifugiati incontrati a Malta, che cercano strenuamente di scappare da una protezione internazionale che ricorda un ergastolo: nel loro caso il Regolamento di Dublino è una condanna a vita che continua a colpire, come un pugile ottuso, anche quando l’avversario è ormai a terra. Penso anche a una famiglia che non ho mai incontrato, che ha preferito scappare alla cieca, di notte, in pieno inverno, con una bambina piccola e senza medicinali necessari, piuttosto che subire un altro trasferimento forzato.

Non mi stupisce molto che l’Unità Dublino in Italia non abbia un front office e che, anzi, il più delle volte dia l’impressione di essere del tutto deserta, visto la mancanza cronica di risposte a qualunque messaggio, ufficiale e ufficioso. Difficile rispondere, difficile rendere conto. Meglio l’anonimato di un meccanismo assurdo. Meglio non esaminare caso per caso tanta disperazione.

Domani questa perla della legislazione europea compie 10 anni. Giusto la settimana scorsa, a Fiumicino, una ragazzo ivoriano di 19 anni si è dato fuoco. Amsterdam ce l’aveva “dublinato”, noi – regolamenti alla mano – lo stavamo diligentemente rispedendo in patria. Intanto, in Germania, la Corte Europea dei Diritti Umani ha sospeso un altro reinvio ai sensi del regolamento di Dublino dalla Germania all’Italia: questa volta si tratta di una famiglia con tre bambini (uno di 2 anni e due gemelli di 10 mesi). I genitori hanno riferito che al loro arrivo a Lampedusa con il primogenito di pochi mesi sono stati alloggiati in un campo sprovvisto di cure sanitarie e alimenti per il neonato. Per giunta dopo circa un anno la famiglia è stata dimessa per scadenza dei termini, nonostante la signora si trovasse al settimo mese di gravidanza dei gemelli. Vista la situazione, si sono trasferiti in Germania, dove i bambini sono poi nati. Ora la Germania non vede motivo di non rimandare la famiglia in Italia: non riconosce loro alcuna particolare vulnerabilità, obietta che le condizioni di accoglienza dipendono da Paese a Paese e comunque non considera credibili i racconti degli interessati. Quindi, via, via. Applicare il regolamento. Per ora la Corte Europea è intervenuta. Ma come andrà a finire?