Non conoscevo Ada


Tra gli altri vantaggi di volare Tap Airlines, oltre ad avere un volo diretto Roma-Lisbona e essermi goduta un video di norme di sicurezza decisamente originale, posso annoverare la scoperta di una figura femminile di cui non sapevo nulla, Ada Rogato.

Condivido per voi quello che ricordo di ciò che si leggeva sulla rivista della linea aerea, rinforzato dalla voce della Wikipedia portoghese.

Ada era l’unica figlia di Mariarosa Greco e Guglielmo Rogato, due calabresi immigrati in Brasile. Fin da piccola desiderava imparare a volare e non abbandonò il suo sogno neppure quando i suoi si separarono e lei dovette dedicarsi a lavori piuttosto umili per mantenersi. Riuscì anzi anche a risparmiare abbastanza per pagarsi le lezioni di volo e a diventare, nel 1936, a 24 anni, la prima donna pilota e paracadutista del Brasile.

Era una donna solitaria, non aveva figli. Per mantenersi lavorava come segretaria dell’Istituto Biologico del Ministero dell’Agricoltura. Non smise mai di volare e di compiere imprese sempre più ambiziose: è stata la prima pilota brasiliana a attraversare le Ande; l’unica pilota al mondi a coprire 51.064 km in volo solitario attraverso le tre Americhe, fino all’Alaska (l’impresa durò circa 6 mesi); prima pilota ad atterrare a La Paz, in Bolivia; primo pilota in assoluto a sorvolare con un piccolo aereo senza radio, dotato appena di una bussola, la Foresta Amazzonica. Incidentalmente, è stata anche la prima donna al mondo a paracadutarsi da un elicottero (e poi ci deve aver preso gusto, perché ha realizzato 105 lanci).

E’ morta di cancro, a 76 anni. La rivista ipotizzava che si fosse ammalata a causa di un’impresa a cui aveva partecipato nel 1948, mettendo a disposizione del suo lavoro “normale” le competenze inusuali di pilota: aveva salvato le piantagioni di caffè dall’attacco di tarli, spargendo pesticidi da un aereo.

Mi sono stupita che di una donna così notevole, per giunta di origine italiana, non avessi mai sentito parlare prima. Grazie dunque alla Tap per avere offerto tanto materiale alle mie fantasticherie future.

Viziatemi


Del poco che ho visto (e sentito) di Lisbona vi parlerò un’altra volta. Stasera volevo condividere il bizzarro pensiero che mi ha colto ieri, percorrendo il vialetto condominiale con una pesante busta del duty free e una valigia rossa. Credo che nascesse da una sorta di principio di recriminazione. Ero stanca, molto stanca e, come sempre, non mi era neanche sfiorato il pensiero di chiedere a qualcuno di venirmi a prendere a Fiumicino.  Forse non volevo sentirmi rispondere un no. Forse, semplicemente, sono il tipo di donna che prende il trenino da sola, anche di sera.

Che c’entra l’essere donna? Mah, secondo me un po’ c’entra. O quantomeno c’entrava nei miei pensieri di ieri. Vi risparmio tutti i passaggi in cui ho ripercorso tutte le gentilezze, gli atti di cavalleria e financo i regali e le sorprese più clamorose della mia intera carriera. Il tutto è durato la lunghezza di un vialetto condominiale, per cui regolatevi. Aprendo il portone mi sono detta che tutte quelle cose mirabolanti che avevo rievocato le avevo in realtà scontate ampiamente, fino all’ultimo istante del weekend a sorpresa a Londra, per intenderci. Oggi guardo il conto, per dir così, in parità e credo che mi vada bene così.

Salendo l’ultima rampa di scale però mi sono detta che forse non sarò più viziata da un uomo, ma certamente negli ultimi anni mi hanno viziato gli amici e le amiche. La prima immagine che mi è venuta in mente è stata una Sacher torte cucinata per il mio compleanno e, a seguire, un concerto a San Siro. Quindi questa sera colgo l’occasione per ringraziarvi tutti (molti in effetti leggono questo blog, che è stata una via per trovarci e ritrovarci) e per dirvi che adoro essere viziata. Fatelo ancora.

Back home


Telegraficamente, vi annuncio che alla fine siamo tornate. Praticamente all’ultimo momento utile per il mio ritorno al lavoro, domani. Ho gli occhi, la mente e il cuore ancora traboccanti di bellezza. Il nostro itinerario è stato ricchissimo, zeppo di sorprese, scorci inattesi, regali, consigli, idee straordinarie. Io e Meryem abbiamo sperimentato l’ospitalità in tutte le sue sfumature e goduto dell’infinita varietà del mondo, declinata in paesaggi, specie animali, case, famiglie, caratteri, accenti, esperienze.

Credo che si intuisca che il friendsurfing lo rifarei (e spero che lo rifarò) mille volte ancora. Ringrazio ancora pubblicamente tutti quelli che ci hanno accolto, sopportato, voluto bene, incoraggiato, che hanno cambiato programmi, viaggiato a loro volta, spostato letti, fatto lavatrici (talora dal contenuto improprio), incomodato familiari e animali domestici, preso in prestito macchine e persino furgoni per essere parte della nostra vacanza zingara. Un grazie speciale anche a chi ci aveva offerto ospitalità e non siamo riusciti a includere in questa prima galoppata. Sto già meditando la prossima, non pensiate di averla scampata.

A prestissimo!

Friendsurfing


Eccoci alla vigilia di una vacanza che è un po’ la fotografia della mia condizione esistenziale attuale. Nel bene e nel male. Un salto nel buio e, allo stesso tempo, l’esito di molte riflessioni. Una vacanza che, nelle mie intenzioni, mi assomiglia.

Resa possibile dalla rete. Questa è forse la caratteristica più stupefacente. Non nel senso che è “prenotata su internet”, nell’accezione più anonima del termine. Affatto. Ma la rete ha reso possibili contatti e legami, alcuni “nuovi” (ma ci comprendo anche chi ho incontrato su questo blog 9 anni e tre figli fa, non so se mi spiego) e altri più tradizionali, ma che probabilmente senza mail e social network a quest’ora avrei perso per strada. Questi amici, con generosità, si sono resi disponibili a ospitare me e Meryem. Per questo mi piace pensare questo viaggio come “friendsurfing”. Un coachsurfing a modo nostro, dove più che la logistica conta la gioia di rivedere tante persone care (e di conoscerne alcune).

Con mia figlia. La prima vacanza da sole, l’estate scorsa, ha segnato un punto di svolta e di passaggio. Quest’anno sono pronta a raccogliere i frutti di un altro anno di strada insieme. E sono assai più ottimista. Abbiamo aggiornato le nostre parole segrete, infilato la sua Tigretta nello zaino e siamo pronte (spero).

Itinerante. Sento fortissima l’esigenza di fare un viaggio per il viaggio, senza sapere nemmeno esattamente cosa troverò. E’ sempre stato più nelle aspirazioni della mia anima che in quello che davvero sono riuscita a fare nella mia vita. E’ ora di cominciare una fase nuova, in cui cercare di non lasciarsi scoraggiare dalle tante mancanze che pure ci sono (di soldi, di tempo, di capacità, di coraggio). Non farò finta di essere ricca, coraggiosa, paziente, capace, piacevole. Ma cercherò di vivere queste settimane più serenamente del solito, gustandomi quel che arriva. Ho cercato di ridurre le aspettative precostituite al minimo, per far spazio alle sorprese grandi e piccole.

Volete seguirci sui social? Conto sul mio fido Androide, sperando che non mi tradisca. Saremo su Facebook (qui la bozza del programma di viaggio), su Instagram, su Twitter… I nostri hashtag saranno: #friendsurfing, #inviaggioconmeryem e, naturalmente #bellezzagratis. Quella non ce la vogliamo dimenticare mai e sarà il fil rouge delle nostre e, vi auguro, anche delle vostre vacanze.

Fiori


Chi mi conosce un po’, sobbalzerà per questo titolo. Io e i fiori abbiamo decisamente poco in comune. La mia ignoranza botanica è completa e totale. Al primo pranzo dalla mia futura (ex) suocera – che poi sarebbe la madre di quello che sarebbe diventato prima mio marito e poi il mio ex marito, tanto perché possiate raccapezzarvi – mi presentai, in perfetta buona fede, con un mazzo di crisantemi. Li trovavo belli e lo erano. Tra l’altro con il senno del poi si sarebbero rivelati anche adeguati all’occasione. Ma non divaghiamo.

Oggi se penso fiori penso a Paola (e non vedo l’ora di leggere il suo libro). E la cosa mi evoca un complesso di sensazioni a cui non sono solita dare spazio: grazia, colore, eleganza, in un certo senso femminilità. Non a caso mia figlia Meryem è assai più sensibile a tutte queste cose, fiori compresi, forse perché non l’ho ancora soffocata con troppo altro, o forse perché lei è diversa da me e basta. Però oggi, seguendo il filo dei ricordi e dei pensieri, ho provato a ripescare un po’ di fiori e di persone fiorite dalla mia memoria.

Vado più o meno in ordine cronologico. I fiorellini del giardino della villa di zia Maria ad Ardore Marina. Ricordo che li schiacciavamo per farci pozioni di streghe. Chissà che fiori erano. Pallocchere di piccoli petali gialli e arancioni, dal colore carico.  Sono stati i fiori della mia infanzia, delle estati lunghe e nel complesso solitarie, della penombra delle camere da letto del piano di sopra.

I gigli di S.Antonio sul terrazzo della cucina di casa dei miei. Quelli ci sono ancora, puntuali (anche se ora le stagioni anomale li fanno fiorire più inaspettatamente). E il ricordo va di pari passo con i rami di fiori di pesco che mia sorella Vittoria regala a mia madre appena cominciano a trovarsi. Questi sono i fiori della mia mamma, i fiori dei caffè presi insieme in cucina, del rapporto da adulte per cui non finirò mai di essere riconoscente.

Poi penso alla mamma del mio amico Pietro e al suo giardino bellissimo. A Marielou e al suo modo di guardare con occhio clinico i fiori di ogni bancarella (e alla giacaranda in fiore sulla piscina del suo condominio): la immagino da hostess nascondere piccole piantine clandestine sotto il sedile dell’aereo e riesco quasi a visualizzare che giardino avrebbe se non fosse per i cani, la tartaruga e l’amore per le persone che finiscono per avere la meglio sulla sua passione. Ma anche a Nizam, che un bel fiore non trascura mai di fotografarlo con il cellulare.

Come ultimo ricordo aggiungo i fiorellini quasi invisibili che ho visto, tanti anni fa, nel deserto del Negev. Allora ho trovato incredibile il fatto che piante che faticano anche ad esistere si permettano il lusso di avere dei fiori. In qualche modo ho ritrovato questo pensiero negli anni, nel mio lavoro. Un’azione sociale dovrebbe consistere anche nel condividere la bellezza. Ciò che si fa e si manda avanti con poche risorse non deve essere per forza brutto. Per quanto possa sembrare assurdo, ho visto impiattare con cura un piatto servito a mensa. Non sempre si riesce, io poi per queste cose sono in genere negata. Ma sono particolari importanti, che non si dovrebbero trascurare.

Di tanto in tanto mi trovo a ricordare a me stessa questo concetto anche nella mia vita quotidiana, quando le frustrazioni e l’ansia mi fanno soffrire. Il pensiero di non poter dare abbastanza a mia figlia è un dolore ricorrente. E allora mi aiuta pensare che molta bellezza è gratis: basta spalancare gli occhi per goderne.

Colpo di fulmine


– Mamma, mi sono innamorata.

Dobbiamo proprio parlarne? Ok, parlane.

– Si chiama F., ha sette anni e mezzo.

Gulp.

– A me piace e io gli piaccio. Per questo siamo una coppia.

Semplice e lineare. Io però fossi in te ora che saliamo in macchina cambierei discorso. Sai, tuo padre è curdo. E soprattutto è tuo padre.

–  E quindi ci siamo fidanzati.

– Cosa, cosa, cosaaa?

Che ti avevo detto, Meryem?

– Papà, tanto mica lo decidi tu chi mi sposo. Lo decido io e tu non puoi farci niente.

Quando si dice la diplomazia. Nizam annaspa in cerca di una risposta, ma alla fine si limita a bofonchiare in turco tra sé e sé. Colgo i termini “scuola coranica” e “velo”.

Intanto arriviamo davanti al Centro Estivo, a cui va con entusiasmo incontenibile fin da ieri. Guarda dal finestrino e trasalisce.

– Che incontro!

Eh già, figlia mia, che strana coincidenza. Siete scritti allo stesso campo estivo e se vai lì lo incontri. Davvero sorprendente.

La Guerrigliera schizza fuori dalla macchina e i due si avviluppano in un abbraccio tentacolare. A fatica io e la madre del fanciullo pilotiamo il mucchio di arti indistinguibile verso l’ingresso e li molliamo senza particolari formalità, così, in blocco. Risalgo in macchina. Nizam è in stato confusionale.

– Non ce la mandiamo più!

Con consumata calma assesto l’unico colpo spendibile utilmente in questi frangenti. “Ma come? Con quello che abbiamo pagato…”.

Il pater familias accoglie l’obiezione con un gemito soffocato.

– Ma…. non mi ha salutato. Non mi ha nemmeno… guardato in faccia!

Ebbene sì. La vita del padre è dura. Quella del padre curdo, poi, è durissima.

P.S. Oggi è tornata con le braccia cosparse di cuori disegnati con la bic nera dallo zelante innamorato. Lei non voleva lavarsi. Ma poi ha ceduto, precisando che lui glieli rifarà ogni giorno. Che romanticone.

Uno solo


Stamattina guardavamo, in ufficio, lo spazio di trasmissione che Uno Mattina Estate ha dedicato alla Giornata Mondiale del Rifugiato: in un servizio esterno, il nostro collega Nabaz accompagnava una bionda giornalista alla mensa del Centro Astalli. A conclusione del servizio, in studio, a padre Giovanni (presidente del Centro Astalli) è stata posta questa domanda: “Quanti Nabaz ci sono, in Italia?”.

Lui ha dato la risposta corretta, ovviamente, evidenziando come storie simili siano molte, e troppo poche quelle che hanno esito positivo. Ma io avrei risposto: “Uno. Di Nabaz, in Italia e nel mondo, ce n’è uno solo, lui”. Non prendetela in senso letterale: ci saranno tantissime persone al mondo e certamente svariate anche in Italia che portano lo stesso nome. Ma in questo post veloce, in una giornata convulsa, ci tengo a dire una ovvietà: un rifugiato è prima di tutto una persona, e in quanto tale è unica, irripetibile.

I numeri contano, l’UNHCR oggi ne dà di impressionanti. Ogni 4,1 secondi una persona nel mondo diventa rifugiato o sfollato. Questa frase è molto efficace, ma ancora non ci permette di arrivare del tutto al punto. Proviamo in un altro modo: i rifugiati in Italia alla fine del 2012 erano 64.779. Quanti ne conoscete? Io non riesco a fare bene il conto: più della media, certamente, dato il lavoro che faccio. Ma comunque piuttosto pochi. Finché questo non cambierà radicalmente, la solidarietà civile verso chi fugge resterà necessariamente una cosa astratta.

Un rifugiato ha gli stessi diritti di un cittadino italiano. Raramente, però, ha le stesse opportunità. Non è facile quindi incontrare rifugiati all’università, in quartiere, nei nostri luoghi di lavoro (a parte me, ma sono un caso a parte). Nelle nostre città vivono molti rifugiati, separati da noi da una barriera invisibile eppure spesso invalicabile: quella dell’imbarazzo che molti provano rispetto alle differenze sociali. Non nascondiamocelo, i rifugiati vivono spesso – specialmente a Roma – in povertà estrema. Cominciamo a dirci che non è normale. Non è normale in primo luogo per loro, che prima di diventare inaspettatamente uomini e donne in fuga erano avvocati, insegnanti, giornalisti, proprietari terrieri o anche contadini, infermieri, ostetriche, guardie forestali, studenti universitari (e si potrebbe continuare, cito a caso pensando a chi conosco). Ma soprattutto non dovrebbe essere normale per noi, che riconosciamo loro un diritto di carta salvo poi voltarci dall’altra parte.

Di Nabaz ce n’è uno solo. Come c’è una sola Myrra, una sola Isabel, un solo Safet, un solo Abel, un solo Ali (salvo omonimie!). Le tante iniziative organizzate in varie città in questi giorni sono un’occasione per incontrarli. Non ve la lasciate sfuggire.

Santuario e Nutrimento


“Santuario”, in italiano, non ha tutta la ricchezza semantica dell’inglese “sanctuary”, in cui “luogo sacro” e “rifugio” sono due facce della stessa realtà. Per questo, quando ho visto il titolo della mostra che si inaugura domani, ho pensato che persino le parole, qui in Italia, non ci assistono per parlare di questi argomenti. 

E allora proviamo con le immagini. Per tre sere il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati vuole portarle sotto gli occhi di tutti: 200 fotografie che raccontano la vita di donne, uomini e bambini costretti alla fuga saranno proiettate sulla facciata della Chiesa del Gesù, al centro di Roma. Una bella scommessa, ma perché riesca davvero bisognerebbe che molti ci passino, per quella piazza, tra il 18 e il 20 giugno.

Per i romani, ecco il calendario della giornata:

ore 11, Sala Marconi – Radio Vaticana (Piazza Pia 3): conferenza stampa. Interverranno Peter Balleis sj (direttore dell’ufficio internazionale del JRS, Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati), Danilo Giannese, operatore sociale e fotografo da poco tornato dal Congo, Giovanni La Manna sj, presidente del Centro Astalli (JRS Italia). Ci sarà anche la testimonianza di una rifugiata congolese che oggi vive a Roma.

ore 19, Chiesa del Gesù. Il Cardinale Antonio Maria Vegliò  presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti celebrerà una Messa per tutte le persone che nel mondo sono costrette alla fuga.

ore 20, Chiesa del Gesù (cortile). Concerto del gruppo musicale  “Vera Luz y Norte Musical” con il coro Les Antilopes d’Afrique. Diretto da Claudio Zonta SJ e formato da un gruppo di musicisti e rifugiati provenienti da diverse aree geografiche, il gruppo ci accompagnerà fino al calare del sole. Ci sarà anche un congruo rinfresco a cura del nostro kebabbaro di fiducia.

ore 21 circa, Chiesa del Gesù (facciata). La mostra inizia! Si inaugura la proiezione, che sarà visibile dalle 21 a tarda notte il 18, il 19 e il 20 giugno. E di giorno? All’interno della Chiesa saranno allestiti dei pannelli con alcuni degli scatti più significativi, che potranno essere visitati tra le 7:30 e le 19:45 (fino al 30 giugno).

Per i milanesi, le foto della mostra saranno proiettate il 20 giugno alle 18 durante la celebrazione ecumenica che sarà celebrata nella Chiesa di San Fedele in memoria delle molte e ignote vittime dei viaggi verso l’Europa.

Tutti gli altri possono seguire l’iniziativa attraverso i social network (su Facebook, attraverso la pagina ufficiale dell’evento, e su twitter utilizzando l’hashtag #rifugiatinpiazza).

Ringrazio Claudia e Laura, che hanno accolto con entusiasmo il mio invito e saranno con me, domani sera (la prima in spirito, la seconda in carne ed ossa). Spero che altre amiche riusciranno a unirsi a noi. Confido che chi è lontano ci penserà, ma soprattutto cercherà di mettersi per un momento nei panni dei genitori di 10 milioni di bambini che in Siria non vanno a scuola da un uno o due anni; delle ragazze congolesi che lottano per riconquistare il sorriso e la dignità; delle tante famiglie in Africa e in Medio Oriente che aprono le porte a chi fugge senza troppe remore, in nome di un’ospitalità che è ancora un valore forte, non riservato a pochi intimi.

La Giornata Mondiale del Rifugiato è, per sua natura, una celebrazione agrodolce. Non ha la finalità di farci travolgere da cupi pensieri o da sensi di colpa. Ma vuole essere un invito a informarsi su quello che troppo spesso resta del tutto fuori dai nostri media e a guardarsi intorno. Riflettiamo su quanto la nostra solidarietà scatti solo nei riguardi di chi è lontano, in modo asettico o anonimo. Lo dico spesso: i rifugiati vivono qui, dietro casa nostra. Hanno tanto da darci. Impariamo ad approfittarne.

Uno scatto #rifugiatinpiazza


Nei prossimi giorni, compatibilmente con il turbine di impegni, commissioni, imprevisti, varie ed eventuali che dovrò affrontare, mi piacerebbe condividere con voi qualche storia che ha a che fare con la mostra Santuario e Nutrimento, che sarà inaugurata il prossimo 18 giugno. Si tratta di un evento molto particolare, a cui i miei colleghi dell’ufficio internazionale si stanno dedicando anima e corpo. Il focus sarà su due crisi di straordinaria gravità, di cui si parla troppo poco: la Siria e il Congo.

Della Siria qualche volta vi ho parlato. Quindi mi piace partire dal Congo e, per farlo, prenderò spunto da uno degli scatti della mostra. Rappresenta una ragazzina giovane, molto giovane, che lavora un impasto. Ha sui capelli un foulard viola, indossa un vestito a fiorami e sotto si intravede una canottiera turchese, un po’ lucida. Questa foto, scattata come varie altre dal direttore internazionale del JRS, Peter Balleis sj, senza essere una foto di denuncia in senso stretto ha avuto il potere di farmi sentire, dritta nello stomaco, la tragedia delle donne in Congo.

Ho già confessato una volta che sentir parlare di Kivu Nord, di Goma e di altre località del Congo orientale mi dava una particolare sensazione di estraneità. Non riuscivo proprio a immaginarmele. Poi ho imparato, dai racconti dei colleghi, che non solo si tratta di un luogo di sconvolgente bellezza, ma anche di straordinaria ricchezza. Una regione troppo strategica e ricca di risorse minerarie per essere lasciata in pace. Da lì viene il coltan per i nostri cellulari e i nostri portatili. Da lì prendiamo i diamanti per i gioielli dei nostri sogni, il rame per le nostre case e le nostre macchine. Certamente anche per questo, quella terra non conosce pace.

Nel Congo orientale almeno il 40% delle donne hanno subito violenza sessuale. La giovanissima donna ritratta nella foto è una di loro. I suoi occhi hanno un’espressione che non riesco a descrivere. Una timida gioia, un dolore quieto, tanta tanta fragilità. Non oso immaginare la sua età. Temo che si avvicini molto a quella di mia nipote che fa gli anni oggi, ma la sola idea mi gela il sangue.

Aiutare queste donne, come fa il JRS, se si guarda la dimensione complessiva del fenomeno è una goccia nel mare. Una follia, un progetto di discutibile sostenibilità. Ma se si guarda singolarmente in ciascuna di queste coppie di occhi, credo che non ci possano essere dubbi. Non abbiamo il diritto di arrenderci.

 

 

 

 

Attenzioni


Questi ultimi sono stati giorni molto ricchi e intensi, che mi piacerebbe fissare nella memoria in ogni dettaglio. Pieni di sorprese, di sollievo, di cose che vanno per il giusto verso. Ho trovato persino il sole a Bruxelles, per dire. Ho scoperto di sapere ancora a memoria molte canzoni di Bruce Springsteen, nonostante l’età che avanza (la mia, eh? lui sembra aver fatto il famoso patto col diavolo). Ma soprattutto sono stati giorni in cui ho ricevuto oltre misura e questo, oltre a commuovermi profondamente, mi ha fatto pensare.

Ho in mente, in particolare, due amiche che, nella loro diversità, hanno molti punti in comune.

Il primo e più facile è che senza il web non avrei avuto l’occasione di conoscerle. E scusate se è poco. Detto in altri termini, senza il web molto probabilmente non sarei andata al mio primo concerto (e che concerto!) a San Siro. Senza il web non avrei mai scoperto il volto umano di Bruxelles e il fascino di un aperitivo di nome Hugo.

Il secondo è che sono due giovani donne piene di poesia. Questo è molto più difficile spiegarvelo, mi rendo conto. Sono cose che si sentono, non so se si possano raccontare davvero. Due immagini: una mantella di cachemire ripiegata in borsa e dei tranci di pesce (pesce del Nilo? che pesce sarà mai? comunque fidatevi, è delizioso) accuratamente riposti in uno zaino. Lo vedete che non rende? Proviamo con il terzo punto, che è anche il più ricco di implicazioni.

Sono due persone piene di attenzioni per gli altri e con il gusto dei dettagli. Questo per me è stato una specie di rivelazione. La generosità istintiva, che travolge, animata dallo slancio del momento, non mi è del tutto estranea. Ma io sono un’impaziente, un’approssimativa. Tante volte finisco con il tirare via, non riesco a tenere alta l’attenzione per molto tempo. Sotto sotto ho sempre pensato che bisogna guardare alla sostanza, che è il pensiero che conta e simili trite e ritrite giustificazioni tipiche dei pecioni come me. Invece sto imparando che la bellezza è nei dettagli. Che un particolare può essere, da solo, più commovente di tutto il resto. Credo che questo abbia molto a che fare con la poesia, per cui io notoriamente non ho grande predisposizione.

Oltre a tutto il resto, Paola e Francesca mi stupiscono di continuo e mi fanno respirare le loro passioni: fiori, sapori, stile, emozioni. Ma soprattutto il loro modo meraviglioso di rendere le loro passioni un mezzo per dare felicità agli altri, di coccolare le persone care con semplicità, gratuità e tanta umiltà. Conosco grandi appassionati e grandi artisti che sono tanto presi da loro stessi da non avere alcuna attenzione per il mondo esterno, nemmeno per i propri più stretti congiunti. Figuriamoci per i viandanti incrociati più o meno per caso nelle svolte della vita. Loro invece sono delle artiste della cura, del fare spazio agli altri. Mi sento tanto, tanto fortunata ad essere stata “adottata” da due persone così.