Nessuno


Ieri sera, a un seminario organizzato dal Centro Astalli, uno dei relatori ha fatto riferimento a un’esperienza purtroppo comunissima: un rifugiato va a uno sportello di orientamento al lavoro (o simili) e, visto che i suoi titoli di studio non sarebbero comunque spendibili in Italia (perché non ha con sé gli originali, perché sarebbe troppo complesso e costoso farli convalidare e, il più delle volte, non servirebbe comunque a nulla) si vede scrivere, alla voce “titolo di studio” un laconico “nessuno”.

Mi sono ricordata di C., una donna congolese che ho incontrato in ufficio. Ho ripensato alle sue parole che descrivevano quell’esperienza, così come l’aveva vissuta lei. Bisogna sapere che C. in Congo era un magistrato, figlia di un giudice. Una passione di famiglia, coltivata con anni di studio e molta determinazione. C. è una donna abituata a porsi grandi questioni e a sposare principi alti e complessi. Questo aveva ovviamente a che fare con le circostanze che l’hanno costretta alla fuga.

Quella signora allo sportello, in buona fede, credeva di svolgere coscienziosamente il suo lavoro. Da un certo punto di vista, quanto è spendibile una carriera di magistrato in Congo, una volta sbarcati a Roma? Semplicemente non vale nulla. C. nella sua nuova dimensione è semplicemente una donna africana come un’altra, che può aspirare a fare le pulizie, la badante o, se ha caparbia e fortuna a sufficienza, qualche altro mestiere di cura leggermente più qualificato. “Titolo di studio (sottinteso: di una qualche utilità): nessuno”. C. ha giustamente vissuto quella etichettatura impropria come una violenza. A lei come rifugiata, ma prima ancora a lei come donna e come essere umano. Non si deve sottovalutare il trauma del cambio di status sociale, sottolineava ancora il relatore di ieri (Marco Catarci, dell’università di Roma 3). Certo conta più quello dei sapori e persino più della lingua, che pure spesso vengono evocati per spiegare presunte “difficoltà di integrazione”.

Oggi che non sono più tanto giovane, immedesimarmi con queste donne e uomini che arrivano con storie lunghe alle spalle comincia ad essere meno difficile. Se si tratta di donne, in qualche modo la faccenda mi pare ancora più tragicamente ironica. Una donna rifugiata, solitamente, ha un bagaglio di ideali, determinazione e competenze acquisite sul campo che in una società come la nostra sarebbero più che mai necessarie. Una donna rifugiata, spesso, ha già molto combattuto. Come donna, come cittadina, come straniera. Eppure la prima cosa che chiediamo loro di imparare è annullarsi, sorridere, mostrarsi umili e, se per caso sono colte, nasconderlo accuratamente. Non avere pretese e andare ad occupare il cantuccio che, a certe condizioni, non è impossibile riservare loro ai margini della nostra società.

Il contesto non può non incidere, si diceva ancora ieri sera. Un contesto difficile per i giovani, per i lavoratori, per i bambini, per gli anziani, per i poveri… Ma certamente, in media, più violento per le donne, qualunque sia la loro storia.

Mamma Alias


Lei ha otto mesi e lo sa benissimo chi è la sua mamma. Conosce il suo odore, il suo viso, le sue braccia. Eppure questo ai poliziotti italiani non è sufficiente. Perché la storia della sua mamma è una di quelle storie assurde, in cui la burocrazia concorre a rendere più drammatiche le tragedie della vita.

Pensate a una giovane donna. La chiameremo Awet, ma non è il suo nome. E’ una delle giovani eritree fuggite da un regime intollerabile, da un “servizio militare” che somiglia a una schiavitù a vita, in cui le donne devono “fare la loro parte” e non si tratta in genere di compiti strategici. E’ una delle sopravvissute alle odissee del nostro tempo: il Sahara, la Libia, il barcone per Lampedusa. E’ in Italia, è viva, chiede asilo e viene creduta. Ottiene la protezione sussidiaria, un permesso di soggiorno valido tre anni e… nient’altro. Niente soldi, una strada davanti.

Posso immaginare solo in parte il resto della storia. Awet si trova a vivere in quello che i giornali hanno chiamato Selam Palace, la casa della vergogna. Si trova incinta, senza lavoro, in quel contesto violento e malsano. Gli amici, i connazionali, raccontano che qualcuno è andato in Svizzera: lì sì che l’assistenza ai rifugiati è una cosa seria. Basta cambiare nome e tentare ancora la fortuna. Awet si decide, per se stessa e più ancora perché ormai è responsabile anche del futuro di qualcun altro. Va in Svizzera, chiede asilo di nuovo sotto altro nome, partorisce lì.

Ma in Europa ci sono delle regole. Le impronte digitali lo rivelano inequivocabilmente: quella donna asilo l’ha già chiesto e, nonostante le apparenze, lo ha già avuto. Quindi, qualche mese dopo la nascita della sua bimba, viene rimandata in Italia, il Paese che le ha promesso protezione. La protezione per Awet riassume la solita forma delle pareti scrostate del Selam Palace. Con un problema in più. Quando va a fare il permesso di soggiorno per la bambina le obiettano che il nome sull’atto di nascita non è il suo: è l’altro nome, quello falso, quello con cui aveva sperato di cominciare una nuova vita. E quelle stesse autorità che sono state così sicure della coincidenza delle due identità da rispedire la giovane in Italia ora che si tratta di riconoscerle la maternità della bimba non sanno più che lei e l’alias sono la stessa donna. Per uscirne, richiedono un test del DNA. Un test costoso, un test che Awet non sa come pagare, come tante altre cose che pure sarebbero tanto più necessarie.

Oggi questa madre stava seduta nell’ufficio accanto al mio, piangeva e si scusava perché sì, è vero, ha cercato di raggirare un regolamento europeo, non ha rispettato le regole. Ma io, che non invidiavo le mie colleghe che forse non potranno aiutarla, tra me pensavo: chi di noi non avrebbe fatto lo stesso? E, soprattutto: sono davvero moralmente più rispettabili uno Stato che lascia una rifugiata a vivere in uno stabile fatiscente e un altro, che la rimanda lì con una bambina di pochi mesi tra le braccia? E mi sono detta ancora (anche se qualcuno forse si scandalizzerà): dove sono, in questi casi gli zelanti sostenitori della vita a tutti i costi? Quanti funzionari e operatori in fondo (e neanche tanto in fondo) pensano che avrebbe fatto bene a abortire e restarsene buona  a Selam Palace, accontentandosi della soddisfazione di possedere un prezioso pezzo di carta che le permette di non essere “clandestina”?

 

 

Mi chiamo Chiara


Ci sono alcune volte – in realtà sempre più frequenti, quasi mi preoccupo – che vorrei essere a Milano. Il che però supporrebbe anche di non fare il lavoro che faccio, ma di essere libera di accettare con entusiasmo gli inviti interessanti che mi arrivano. E allora di che parliamo? Io sono io, quindi ripigliamo il filo di questo post senza vaneggiare oltre.

Dicevamo degli inviti. Alla presentazione della fiction “Una mamma IMperfetta” di Ivan Cotroneo ci sarei andata volentieri. Invece ho passato la mattina a disquisire di vittime di tortura. Ognuna ha l’imperfezione che si merita. Ma restavo curiosa e da tre giorni seguo, fedelmente, le puntate sul sito del Corriere. Ogni giorno una manciata di minuti. Oggi la puntata si intitolava “Il tempo non torna” e l’ho trovata particolarmente godibile (nonché persino intonata con il tema del mese di Genitori Crescono).

Ecco là, già mi è saltata fuori l’anima di mamma blogger professionista. Quella che bazzica i siti di riferimento e che sa che sulla definizione di mamma “imperfetta”, “vera” o come cavolo vogliamo chiamarla sono state consumate tastiere, tra flame sui forum e disquisizioni su gruppi di Facebook. E dunque? E dunque nulla. Non sono ancora così alienata nel web genitoriale per pensare che una fiction abbia un’attinenza qualsivoglia con i nostri dibattiti, più o meno bizantini. La maternità è un filone comico inesauribile, sempre attuale. Con un po’ di fortuna, si riesce a rendersene conto anche quando si interpreta la parte della madre (lo svenimento di un’ostetrica durante il parto aiuta a partire con il piede giusto, indubbiamente). Un bravo autore riesce a interpretarlo e questo è certamente il caso di Cotroneo. Fa ridere anche chi non è genitore, ma secondo me chi è madre ride anche di più. E noi mamme 2.0, che sulla genitorialità ci ricamiamo anche intellettualmente, dovremmo goderci doppiamente questa occasione di svago e intrattenimento, senza per questo sentirci sminuite nei nostri tentativi di essere genitori sufficientemente buoni.

Vi faccio un esempio. Qualcuno saprà che, in un’altra vita, studiavo vicino oriente antico: assiri, babilonesi, egiziani, fenici e popoli ancora più misconosciuti, tipo gli urartei. Una volta le disquisizioni scientifiche e metodologiche sullo studio di questo passato remoto erano per me rilevantissime. Rintracciare corbellerie nelle fiction e nei film di grido di ambientazione biblica era il mio sport preferito (ricordo una visione di The Passion di Mel Gibson, in cui con alcuni degni colleghi notammo che l’aramaico di Pilato era ben più fluido e credibile di quello di Gesù Cristo). Ma se un film era fatto intelligentemente per divertire, senza la spocchia di parlare con autorevolezza della materia, lo apprezzavo di gusto. La Mummia mi ha fatto sbellicare. Stargate (il film) mi ha fatto sorridere per la scena dell’egittologo che, sentendo parlare per la prima volta un egiziano antico, commenta: “Ah, così lo pronunciate?”, con un dotto accenno alla nostra sostanziale ignoranza del sistema vocalico delle lingue antiche che pure decifriamo. Mi posso arrabbiare (e infatti non li guardo) per i programmi di divulgazione scientifica che divulgano corbellerie. Ancora di più mi arrabbio con i libri di testo dei nostri figli, che in nulla contribuiscono a una conoscenza corretta della storia antica (sulle altre materie non mi pronuncio). Ma se c’è da divertirsi, mi diverto e apprezzo la qualità, l’inventiva e l’intelligenza.

Guardatevela, questa fiction web. Dopo l’estate sbarcherà in tv, ma volete mettere la soddisfazione di averla vista nascere, di aver seguito Chiara nelle sue peripezie giorno dopo giorno? Sarà come vedere sul piccolo schermo un’amica, una parente. A me è stata subito simpatica: del resto mi chiamo Chiara anch’io.

Sul ghiaccio


Sono giorni inspiegabilmente difficili. E’ come se, leggendo in penombra, avessi perso il segno e non riuscissi a ritrovarlo. Una volta, molti anni fa, scrivevo in un post che mi pareva di camminare su una lastra di ghiaccio scricchiolante. Ci sono di nuovo.

Sono cose che succedono, o almeno che succedono a me. La nostalgia del passato è il rimpianto di quello che avremmo voluto che fosse stato (ma che magari non è stato affatto come ci piace ricordarlo). Questa è la prima frase, dettami gentilmente da un amico venerdì sera, che mi ripeto in queste ore. La seconda la debbo a Anna Lo Piano: “per riuscire a condividere senza pesantezza bisogna essere prima molto soli e accettare questa solitudine, viverla pienamente”. Anche questa frase la ripeto tra me e me in questi giorni. Mi pare dia un senso alla mia solitudine (anche se questo post è decisamente pesante: farò in modo che sia almeno breve).

A questo punto prevengo i commenti che mi aspetto: non è successo assolutamente nulla. Non è cambiato nulla negli ultimi giorni o nelle ultime ore. Abbiate pazienza con me. Sono solo un’anima inquieta. Niente di cui preoccuparsi.

Improvvisazione (una metafora)


Certe volte, anche a causa di certe mie troppo incoraggianti frequentazioni (vero, Natalia?), mi sembra quasi di essere in grado di cucinare pure io. E, regolarmente, arriva il momento in cui faccio il passo più lungo della gamba. Situazione tipo: sera, dopo cena, guardo quello che ho in dispensa. Ma sì, perché no? Metto insieme due tre cose, le mescolo bene, una mezza bustina di lievito… Facciamo un dolce per la colazione. Risultato, immancabilmente: frittatone crudo (o bruciacchiato) dal sapore improponibile.

Per fare una cosa lievitata, ma in genere una preparazione cotta in forno, l’estro paraculo che mi salva in tante occasioni non serve. Ci vuole almeno un minimo di competenza, un progetto definito – che consente poi, ma POI, variazioni sul tema – e i tempi giusti. Parlavo venerdì scorso con la ben nota Francesca Sanzo AKA Panzallaria, che ci raccontava come incasinare la preparazione dei dolci più elementari. Anche quello è un talento e, udite udite, non sempre è possibile rimediare con un po’ di fantasia. Anzi, come nel caso della sua torta yogurt e banane, ci sono delle circostanze in cui il guizzo di creatività è peggiore del male.

Perché vi racconto tutto questo? Perché con tristezza vedo il mio Paese in mano a cuochi dilettanti e presuntuosi, che ancora sono convinti (nonostante il successo planetario di Masterchef) che basti mescolare un paio di ingredienti insoliti e dare una veloce mescolata per sfornare un piatto succulento (o almeno degno di essere impiattato). A Roma siamo in piena campagna elettorale e volano guizzi creativi da tutte le parti, per non parlare di quelli sfoderati per l’elezione del Presidente della Repubblica.

A me pare che si sprechino un sacco di energie per rabberciare e improvvisare a destra e a manca. Il sociale, in questi casi, è una spezia da ritirare fuori dai cassetti, meglio se per caramellare una bella quota rosa (ingrediente irrinunciabile e di gran moda, come lo scalogno). Possibile che nessuno abbia pensato, a tempo debito, a svegliarsi presto, fare un salto al mercato, scegliere gli ingredienti, possibilmente non avariati e lavorarci il tempo necessario per potere ora, impiattare con un briciolo di onestà?

Che ne pensate, voi? Sono troppo severa?

 

Illuminanti miagolii


Non so se esiste qualcosa di più kitch della tazza che è arrivata a casa mia sabato scorso. E’ un mug a strisce bianche e nere, ha un muso di gatto in rilievo e, udite udite, miagola. Sì, miagola. Quando la si solleva. Quando si socchiude lo sportello dell’armadietto in cui è riposta. Quando si apre il rubinetto vicino allo scolapiatti dove è poggiata. Miagola sonoramente, tre volte di seguito.

Eppure è proprio questo raccapricciante oggetto che mi ha permesso di fermare alcuni pensieri luminosamente felici, che mi appunto per non dimenticare.

Questa tazza mi fa pensare a mia sorella maggiore, che l’ha maliziosamente regalata a Meryem. A quanto è divertente ridere insieme a lei (dovremmo farlo più spesso). A quante cose divertenti possiamo ricordare. Perché per carità, la nostra famiglia non è stata tutte rose e fiori, però si è riso parecchio. Penso agli scherzi surreali che ci siamo fatti, agli aneddoti ricordati mille e mille volte. E penso anche che sabato a pranzo, per un attimo, mi è parso che Roberto Palazzi fosse lì a ridere con noi. Quanti momenti felici abbiamo avuto. Mica è da tutti.

La mattina dopo la tazza è stata usata da Meryem per fare uno scherzo perfetto al padre che, alzatosi un po’ assonnato, ha fatto per bere il suo caffellatte e si è trovato sommerso di inaspettati miagolii. Non credo dimenticherò mai le loro espressioni. Un momento perfetto. Il giorno dopo ne ho immortalato un altro, al negozio di kebab. E oggi mi dico: invece di recriminare sul fatto che questi momenti siano così pochi, forse potrei essere felice del fatto che ci sono. Lo sono, in realtà.

Per associazione di idee, ho pensato a me stessa. E’ vero, tante cose non le avrò mai. Non avrò mai, soprattutto, quel “per sempre” a cui in fondo, nella mia ingenuità camuffata da disincanto, ho sempre ambito. Ma oggi, mentre dalla cucina arrivano i miagolii della tazza, non voglio pensare a quello che non avrò. Oggi vedo quello che ho avuto (“Grazie, mio Dio, per la mia buona vita e per tutto l’amore che ho ricevuto”, scriveva Agatha Christie nella sua indimenticabile autobiografia) e, perché no, quello che ho ancora. Una risata. Una coperta divisa. Le piccole cose di ogni giorno. E a ogni giorno basti il suo affanno.

Una famiglia diversa


Oggi ho ritrovato, da mia madre, un tema in classe scritto da me quando facevo la prima media. La professoressa evidentemente si è sentita in dovere di farne avere una fotocopia ai miei (e sperabilmente non ai servizi sociali). In aggiunta c’era un altro componimento, intitolato “Prendiamo lo spunto da…”, che evidentemente ho utilizzato per completare il quadro, tracciando un ritrattino di mio padre che te lo raccomando. Ma quello ve lo proporrò successivamente.

Il titolo del compito, non troppo originale, è “La mia famiglia”. Un titolo piuttosto incauto, se lo si propone a un membro della famiglia Peri. Perché possiate constatarlo di persona, ho pensato di riportarvi qui l’intero compito.

La mia è una famiglia molto numerosa: è composta dai miei genitori, da me e dalle mie quattro sorelle maggiori. La figura fondamentale è mia madre, detta anche Generalessa per la sua autorità, che ogni mattina puntualmente provvede a farci alzare, incurante dei brontolii assonnati che provengono da sotto le coperte. Alle otto e un quarto, dopo averci buttato tutti fuori di casa, con le buone o con le cattive, va a scuola, dove insegna italiano.

La figura di mio padre è quella che si nota di più: pur essendo quello che deve uscire più presto di tutti si alza sempre per ultimo, cacciando fuori dal bagno tutte le mie sorelle, che urlando con lo spazzolino da denti in mano, sono costrette ad aspettare che Panzon abbia finito di radersi. E se per il corridoio si sente: “Orca mastela! Chi ha preso le mie braghe?” è sicuramente attribuibile a lui. Poi, dopo essere ritornato indietro due o tre volte, per prendere carte e documenti che dimentica regolarmente, va al Vaticano, dove lavora in biblioteca. Ma la confusione, anche dopo che mio padre è andato via, non è ancora finita: infatti ci sono ancora quattro sorelle che devono uscire.

Io alle otto, dopo aver messo sottosopra la casa per trovare la cartella, il cappotto ed i soldi per la merenda, me ne vado tranquillamente. Marina esce sempre di casa alle otto e ventinove ed ogni tanto spunta dalla sua camera dicendo: “Mammina, pensi che questa gonna sia intonata a queste calze?”. Seguono urlacci di mia madre e Marina viene sbattuta a calci fuori di casa. Le mie due sorelle più grandi molte volte restano a casa e devono affrontare il caos che noi lasciamo ogni mattina. Quando io, Marina e mio padre siamo fuori di casa ci sono quattro o cinque ore di tranquillità, turbata solo dal cinguettare disperato dei miei pappagallini, che mi dimentico sempre di pulire e a cui non do mai da mangiare.

La confusione normale torna verso l’una e mezza al ritorno dalla scuola, ma la parte più caratteristica della famiglia si vede nel tardo pomeriggio e alla sera, quando di solito la famiglia è al completo. Mentre sto facendo i compiti ed il resto della famiglia si sta dedicando alle faccende domestiche, arriva di corsa mia sorella Lucia, che non vive insieme a noi e lavora come segretaria in un ufficio. Va sempre di fretta e nel giro di pochi minuti è già andata via. La casa, nel periodo che va dalle quattro alle otto, è sempre piena di compagni di scuola, miei e di Marina ed i loro studi vengono turbati dai miei temibili esercizi di clarinetto. Le mura della casa tremano ai fischi terribili che dovrebbero essere note, ma che assomigliano di più, a quanto dice mia sorella Marina, al “richiamo di un alce col mal di pancia”. Appena ho finito di studiare Vittoria mi aggredisce: “I pappagalli li hai puliti? Ora li pulisci subito!”. Seguono urla e minacce ed io, brontolando, sono costretta a mettere da parte il libro che avevo afferrato. E quando finalmente riesco a mettermi davanti alla televisione arriva mio padre, emergendo dal mucchio di carte che invadono il suo studio, e senza dire una parola si impadronisce del telecomando e inizia a fare la sua consueta ginnastica digitale, saltellando da un canale all’altro.

A cena ci troviamo di solito tutti riuniti: quando mia madre porta la verdura, mio padre brontola immancabilmente che è tutta fredda, che bisogna riscaldarla e nella migliore delle ipotesi mia madre si mette semplicemente ad urlare, ma quando è nervosa mio padre riceve anche uno schiaffone. Marina spunta ogni sera dalla camera dei miei genitori con un giornale in mano e subito trova un film da vedere. Immediatamente tutta la famiglia si dispone in questo ordine: mia madre sulla poltrona, mio padre sdraiato sul divano, io distesa sopra mio padre e tutte le mie sorelle accovacciate per terra, munite di coperte. Immancabilmente dopo qualche minuto il film viene accompagnato dal russare di mio padre, che riceve continuamente calci e gomitate ed imperterrito continua a dormire. Alla fine del film, dopo la confusione finale, tutta la famiglia va a letto e pian piano la pace torna nella casa buia.

Io penso che la mia famiglia sia diversa da tutte le altre, soprattutto per il rapporto, particolarmente confidenziale, che noi figlie abbiamo con i nostri genitori. La mia è una famiglia particolarmente allegra, forse perché è tanto numerosa ed è molto originale e completamente diversa da tutte le altre famiglie.

Mia madre lo ha conservato accuratamente, dando prova di grande onestà intellettuale: molti, al suo posto, avrebbero cercato di far sparire le prove… 🙂

Dopo tanti anni…


Stasera ho avuto una illuminazione di autoconsapevolezza. Scusate se è poco. Tornavo da un incontro di quelli un po’ curiosi, inaspettati. Uno dei pochissimi lettori del mio libro storico-religioso serio, amico di amici, aveva insistentemente chiesto di conoscermi. Tornavo dunque da una piacevole chiacchierata con lui e sua moglie, a casa di questi amici comuni. Rivedendomi mentalmente in quella conversazione, ho finalmente messo a fuoco – per contrasto – una caratteristica di mia sorella Marina che per molto tempo le ho invidiato e che a tratti, forse per questo, ancora mi infastidisce. Il mio e il suo sono davvero di stili opposti di comunicazione, che ottengono comprensibilmente risultati diversissimi.

Mia sorella, fin da quando ho memoria di lei, seduce. Non fraintendetemi, è una rispettabilissima madre di famiglia. Ma è quello il suo stile. E lo applica praticamente in tutte le circostanze: seduce non solo gli amici, ma anche i negozianti, con cui spesso ha (o cerca) un rapporto privilegiato, i vigili urbani, i postini, i vicini, eccetera. Maschi o femmine che siano (anche se, a mio modesto parere, spesso le riesce meglio con i maschi). Con questo non voglio dire né che sempre ci riesca, né che lo faccia (sempre) intenzionalmente. Ma la disegnano così. E’ il suo stile.

Io non sono mai stata seducente, in nessun modo. Ora che mi sono riconciliata parecchio con me stessa, posso concepire che qualcuno mi trovi interessante, persino affascinante. Ma seducente proprio no. Io, anche e soprattutto quando sono a mio agio (come stasera), solitamente travolgo il povero interlocutore con l’ardore di un fiume in piena. Butto fuori tutto, faccio salti logici spaventosi, mi lancio in decine di argomenti e vorrei continuare all’infinito. Non è un trattamento a cui tutti reggono, evidentemente. Ma soprattutto questa modalità ha un grande difetto: per attivarsi, mi ci devo applicare. E per applicarmici, la persona deve rivestire per me una qualche forma di interesse. Il che, evidentemente, non si dà in tutte le occasioni e tanto meno può verificarsi con interlocutori funzionali come il tabaccaio, l’autista del tram e, ahimé, le attuali maestre di mia figlia. In tutti questi casi io, solitamente, finché posso taccio e basta. Apparendo il più delle volte, posso presumere, scontrosa e scostante.

La prova provata l’ho avuta con i vicini di casa. Abituati a mia sorella, che abitava in questa casa prima di me, credo abbiano avuto un vero e proprio trauma. Io saluto educatamente quando ci si incontra, mi è successo (in tempi abbastanza recenti, quindi dopo almeno otto anni dal mio ingresso in casa) di scambiare qualche chiacchiera su bambini e banalità, ma mi è sempre sfuggito profondamente cosa mai potremmo dirci. E quindi non lo dico. Non è per snobismo. Non sono proprio capace, mi imbarazza.

Al contrario, immagino che chi mi ha conosciuto con i giri “di web” difficilmente mi descriverebbe come una musona taciturna. Credo piuttosto di essere stata inquadrata come soggetto fin troppo loquace. E con questo torniamo alla mia tesi iniziale. Chi scelgo di frequentare, di persona o virtualmente, mi interessa. Chi mi interessa, deve scontarlo sopportando (anche) la mia espansività verbale e argomentativa.

 

Quattro desideri per una figlia femmina


Meryem, è un’epoca difficile per noi donne. Come sempre, più di sempre. La prima causa di morte per una donna in età fertile è l’omicidio. Femminicidio, lo chiamano. Nell’abisso di impotenza che ogni genitore prova davanti a questi temi, sono giorni che penso che qualcosa, come madre, mi devo impegnare a farla. Non posso proteggerti dagli altri, probabilmente non posso proteggerti neanche da te stessa e dalle eventuali scelte sbagliate che, se mi assomigli almeno un po’, farai in buona fede. Ma l’amore per te stessa, quello che passa attraverso i piccoli gesti quotidiani, quello almeno ci voglio provare a insegnartelo.

Sono giorni tutti in salita anche per me, come donna. Ripenso al passato e vedo cose difficili da raccontarti, pezzi della mia storia che probabilmente tu non conoscerai fino in fondo. Ma se potessi convocare qui delle fate, come sulla culla della futura Bella Addormentata, e formulare dei desideri, sarebbero questi quattro.

1) Che Meryem non consideri mai un privilegio avere un rapporto speciale un uomo che dovrebbe essere un educatore, una guida, un maestro. Che nulla, né la stima, né l’ammirazione, né la soggezione, la possano indurre a fare sconti davanti a comportamenti inopportuni.

2) Che Meryem non si senta mai in dovere di autorizzare un uomo a non offrirle nulla di impegnativo, pur di avere le sue attenzioni. Che non si presti mai ad alimentare alibi per chi vuole solo prendere, senza condividere nulla di sé.

3) Che Meryem non debba mai aver paura di eccellere, di esprimersi, di coltivarsi e di essere ammirata solo perché chi le sta accanto potrebbe sentirsi messo in ombra.

4) Che Meryem non si faccia mai convincere di non meritare, per mancanze di qualunque genere,  tutto il rispetto, l’affetto, l’amore, il sostegno che aiutano un essere umano nel percorso difficile della felicità quotidiana.

Verso l’ignoto


Eccomi qui. Domani vado a Bangkok. Per una volta questo lavoro mi fa sentire quasi figa. Ovviamente sono in preda a tutto il catalogo di ansie, motivate e soprattutto immotivate. Però un pensiero mi colpisce più di altri: è la prima volta che vado in un posto di cui non sono in grado di decifrare, neanche minimamente, la scrittura. Lo so, non sono normale. E con l’inglese me la caverò in ogni caso. Però questa idea dello spaesamento grafico mi colpisce molto. Vi saprò dire se sarà reale o me lo sto solo immaginando.

Dopo lunga meditazione ho deciso che mi incollerò sia il cosiddetto portatile (che non si porta poi molto), sperando che capti senza troppi traumi qualche wifi in loco, che la fida Canon. Se ce ne sarà la possibilità, potrei azzardare anche qualche impressione in diretta. Non dico dei Bangkok diaries (sono pur sempre lì per lavorare), ma insomma, non credo di farcela a staccare nove giorni dalla rete.  Facciamo outing, ho sviluppato una preoccupante dipendenza.

Tornando a Bangkok, non è che avete delle dritte da darmi? Gironzolando per la rete ho trovato qualcosa, ma anche delle indicazioni agghiaccianti. Visto che questo mese si parla di femminile, stereotipi, etc, mi sento di condividere con voi un paragrafo estremamente istruttivo che ho trovato in bella vista sul sito di un tour operator.

Compagnia e massaggi particolari a Bangkok
Per un massaggio … particolare un po’ di tempo fa a Bangkok era famoso il Velunda, oggi sono molto noti anche i centri massaggi situati nell’area di Paya Thai road ma se chiedete ai taxisti ognuno vi potrà indirizzare in un posto diverso (a seconda di quanto gli viene in tasca). L’importante è che sia un posto di un certo livello [non vi accontenterete mica di una sveltina da quattro soldi! e che figura ci fate con gli amici?] e costo, in modo da essere al sicuro da eventuali imprevisti [trovo meraviglioso questo eufemismo]. Questi massaggi, definiti comunemente “body massages” non hanno nulla a che vedere con il massaggio tradizionale thailandese [meno male che ce lo precisi, dovessimo pensare che le donne thai sono puttane per tradizione]. Solitamente sono eseguiti da avvenenti “masseuses” che provvedono a massaggiare il vostro corpo con il loro, normalmente dopo un’abbondante bagno di schiuma. La tariffa non comprende prestazioni extra, ma non è insolito che, considerata anche l’intimità del luogo, i limiti “professionali” vengano abbondantemente superati. Per quanto riguarda una eventuale “assistenza” femminile [anche questo eufemismo non è male], sempre che non siate gia’ in dolce compagnia [e ci mancherebbe pure!!!!], non avrete problemi a trovarne in tutto il Paese (è più facile e preferibile nei posti di mare come Phuket o Pattaya soprattutto visto che il governo sta cercando di eliminare la brutta immagine che il commercio sessuale dà del Paese [che Governo repressivo, non trovate?]). Certo non sarà una compagnia molto disinteressata [ma non mi dire, non si innamorano?], ma calcolate gli eventuali e noti rischi e poi decidete autonomamente.

Ecco, forse sarò bacchettona, ma non mi pare di aver mai trovato un tour operator di viaggi su Roma che recensisca le location per il “puttan tour”. Mi pare indegno e indecoroso. Sappiate che comunque il paragrafo immediatamente successivo (sì, avete capito bene: successivo) è dedicato a “Andar per monumenti e siti d’arte”. E mi chiedo: anche questa organizzazione delle informazioni è dettato dalla domanda del turista italiano medio, così come la televisione e la pubblicità sarebbero decise dallo spettatore italiano medio? E non sarebbe il caso di indirizzarla un po’ meglio, ‘sta domanda (specialmente dove potrebbe comportare anche reati, ad esempio)?

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