In corner (e pure moralista)


Condivido con qualcun altro il disagio di scrivere qualcosa in occasione della giornata contro la violenza sulle donne. Quando si tratta di violenza le parole di circostanza sono particolarmente inappropriate. Mi associo a Claudia e Silvia: forse l’unica cosa che mi sento di sottolineare è l’importanza dell’educazione, al di sopra di simboli, flashmob e loghi vari.

Educazione è esempio, competenza, risposte coerenti. Ma anche modelli. Già, modelli. Sempre su Genitori Crescono oggi si rifletteva sui modelli di bellezza imposti e autoimposti alle donne. Io stamattina, leggendo qua e là, facevo ancora i conti con la rabbia accumulata grazie alla visione di Non ti muovere, ieri sera. Qui ci va un…

Disclaimer: questa non è una recensione lucida, colta e oggettiva del film diretto e interpretato da Castellitto. Tanto meno è una recensione del romanzo di Margaret Mazzantini, che non ho letto e probabilmente non leggerò mai. Devo riconoscere che una visione che ha avuto il potere di risultarmi tanto sgradevole ha in qualche modo raggiunto un suo obiettivo artistico. Un’opera d’arte deve essere educativa? Forse no, ed è ingiusto misurarla con il metro dei valori. Ieri mi sono sentita moralista nel più letterale senso del termine. Mi sono giustificata ai miei stessi occhi argomentando che l’argomento del film mi tocca sul vivo. Ma poi ho fatto pace con me stessa e solo questo mi riprometto: spiegarvi perché questo film mi è risultato odioso e a tratti insopportabile.

Vado dritta al punto. Io, con il protagonista, non riesco proprio a empatizzare. Ho idea che la vicenda lo richiederebbe, dato che me lo presenta nel momento di massimo strazio per un genitore, quello che lo vede a fianco di un figlio in bilico tra la vita e la morte. Ma per ogni tratto della vicenda narrata, che non starò qui a ripercorrere, io di un uomo così nutro una forte disistima, per usare un eufemismo. Ancora più odioso mi è risultato il tentativo di giustificarlo con un breve flashback in cui si dipinge un’infanzia segnata dall’abbandono paterno. Troppo facile. E, per venire più precisamente all’argomento di oggi, non ho capito bene in che senso episodi di violenza anche sessuale pura e semplice possano essere presentati come elementi di un rapporto in qualche modo “romantico”. Di più. La violenza nei rapporti con le donne, accoppiata a una insopportabile mancanza di coraggio, lealtà e responsabilità, sembra essere la caratteristica precipua del personaggio in questione.

Odio vedere questo modello di maschio tormentato e sospirante affacciarsi in tanta letteratura e cinematografia del nostro Paese. Perché lui, “poverino”, ha la moglie fredda e distaccata. Perché lui, “poverino”, ha avuto un’infanzia difficile. Perché lui, “poverino”, è stato penalizzato dalle circostanze. Mi pare che costruire un personaggio così significhi costruirne uno speculare e complementare, quello della donna vittima, autoflagellante, intenta a punirsi da sola nelle forme più efferate e, a tratti, crocerossina. E’ questo, il grande amore? Quello che vede lui sospirare sul cadavere della donna che ha torturato con sistematica vigliaccheria, salvo poi fare un paio di gesti eclatanti (e lesivi di altre persone) volti a tentare di salvarle la vita invano?

Mi dico, anche da sola, che l’arte dipinge la vita. Che magari raffigurare con spietato realismo la piccineria equivale a una denuncia. Non so. Io non sono convinta. La scena del medico che si porta l’amante al congresso di colleghi con cui lavora ogni giorno, in spregio di tutto, amante compresa, non smette di irritarmi. Ed è una fra tante.

Quanto alle donne crocerossine, modello insuperato della nostra educazione sentimentale, hanno fatto più danni loro di generazioni di padri padroni. Grazie anche a Candy Candy, probabilmente.

Un bel libro. Punto


Questo titolo è un omaggio a una mia conoscente di Facebook, che è solita esprimere giudizi lapidari su qualsiasi questione, dalla migliore marca di carta igienica alla filosofia ermeneutica, facendoli regolarmente seguire dalla simpatica espressione “.Punto”, probabilmente per segnalare che apprezza molto il confronto dialettico e l’apporto dell’altrui punto di vista. Mi sono domandata se nel fastidio alla bocca dello stomaco che provo nel leggere i suoi status non si celi una strisciante invidia. Io, più vado avanti, meno riesco a dare giudizi netti e universalmente validi. Sarà il bianco e nero della giovinezza che cede il passo alle sfumature di grigio dell’età più matura? Credo, più semplicemente, di essermi col tempo resa conto che almeno alcune delle mie convinzioni si basavano su visioni assai parziali, quando non semplicemente su pregiudizi.

Decostruire, dunque. Questo me lo hanno insegnato assai bene, anche negli anni dell’università. Il problema però è che, una volta decostruito, rimontare si rivela assai meno facile di quel che si immagini. Quando abbandono un’idea, di solito, non è che la sostituisco con una nuova di zecca e scintillante di certezza. Nella migliore delle ipotesi, so cosa non penso più. Ma cosa poi penso è tutta un’altra faccenda.

Una delle due questioni su cui ho avuto modo di rimuginare in questo fine settimana è la genitorialità omosessuale. La prima volta che tra le mie conoscenze c’è stato un caso di maternità surrogata, la mia posizione è stata profondamente influenzata da alcuni elementi esterni: conoscevo la coppia di padri per interposta persona (e la persona in questione era molto contraria alla cosa) e uno dei due aveva l’aggravante di essermi discretamente antipatico. Non ho mai dedicato all’argomento un’attenta considerazione – non mi è del resto mai capitata l’occasione – ma in generale avrei optato per un “per me è no”. Mi corre l’obbligo di precisare, visto che in passato mi è capitato anche di essere accusata di omofobia, che la riserva per me non è mai stata relativa alla “legittimità” del rapporto di coppia omosessuale, che credo di poter dire di aver sempre considerato senza alcuna remora una delle forme dell’essere coppia.

Mi sono imbattuta in Marco e nella sua famiglia tramite web. Abbiamo avuto poi occasione di incontrarci, dal vivo, un paio di volte. Tante cose rendono Marco una persona profondamente diversa da me: lo stile di vita, le scelte professionali, persino la forma mentis, oserei dire. Ma ciò che abbiamo decisamente in comune è la genitorialità. Che dunque ovviamente per me è diventata un dato di fatto, qualcosa su cui mi pare non sia più il momento di dissertare se debba esistere o meno, per il semplice fatto che esiste. Che poi, a guardare la realtà con un briciolo di attenzione, forse in Italia i casi di maternità surrogata non sono molti, ma certamente sono assai di più i casi di figli di genitori divorziati che vivono situazioni variegate di “famiglie arcobaleno” (madri con nuove compagne, padri con nuovi compagni) come dimensione quotidiana.

“Famiglia”, persino in un Paese formalista e tradizionalista come l’Italia, è – non da ieri – molte cose diverse. Genitorialità è molte cose diverse. Cosa è meglio? Ma è davvero questa la domanda da porre? Esiste qualcuno che può rispondere a una domanda così a prescindere dalle persone coinvolte? Io credo di no. Che poi un legislatore, laico o religioso che sia, debba dare delle indicazioni di principio forse è anche vero. Ma per fortuna non sono io quel legislatore. Io non incontro genitorialità, paternità, maternità “naturali” o surrogate: io incontro uomini e donne e, sempre più spesso, genitori. Con alcuni scatta simpatia e affinità, con altri meno. Una cosa è certa: conoscere situazioni concrete nella loro singolarità mi rende sempre più restia a esprimere un’opinione definitiva, a mettere punti dopo frasi lapidarie.

Ma allora, mi chiedo anche da sola, la maternità surrogata la supporteresti senza riserve? Non so. C’è ancora qualcosa, che non saprei ben definire, che mi mette a disagio con questa idea. Forse i costi esorbitanti, forse l’aspetto di trattazione commerciale, forse la fase della selezione della donatrice… Non so. Confesso che non saprei mettere a fuoco questa riserva con chiarezza. Per mettere un punto anche io in questo post difficile direi che allo stato attuale alla domanda “Può un omosessuale essere genitore?”, risponderei “certo che sì”. Sul come, sinceramente, ancora non saprei pronunciarmi. Ma, ripeto, nessuno probabilmente me lo verrà a chiedere.

E il libro a cui faccio riferimento nel titolo? E’ “Sei come sei” di Melania Mazzucco. Un grande romanzo, che tratta questo tema (e quello dell’adolescenza, affatto secondario) con una profondità e una sobrietà da grande scrittrice qual è. Raccomandato, assolutamente.

Glocale


Il mulinello è vietato! Questa frase, urlata mille volte nell’oratorio di Donna Olimpia, mi è tornata in mente all’improvviso guardando Meryem giocare a biliardino con la sua compagna di scuola Clarissa e la sua mamma, una giovane signora peruviana solitamente schiva e riservata, ma che ieri mi ha svelato una discreta grinta nel gioco e una certa misurata eleganza nello scuotimento per fare uscire le palline incastrate.

L’altro giorno, in piazzetta, ci sfreccia accanto un ragazzino in bicicletta e urla: “Ciao, Meryem!”. Sempre più spesso vedo bambini di ogni forma e dimensione fare ciao ciao dai finestrini o fermarsi per strada a fare due chiacchiere con mia figlia. Realizzo che ormai, tra materna, elementari, coro, punti di aggregazione vari, abbiamo tessuto una rete di contatti. Viviamo il quartiere, Meryem molto più di me.

Se penso a tutte le diatribe sulla composizione delle classi, all’inizio dell’anno scolastico, mi viene da sorridere. Se penso anche alle mie preoccupazioni rispetto al fatto che Meryem potesse “legarsi troppo” a una amichetta o all’altra, trascurando nuove conoscenze, mi faccio tenerezza da sola. Ormai i bambini fanno gruppo, sono un gruppo, ben al di là del sottoinsieme classe. Che tra l’altro mi pare che funzioni e sia discretamente affiatata.

Questo post sembrerebbe in contraddizione con il precedente: Meryem la voglio cittadina del mondo o monteverdina (uso a bella posta questa parola, che istintivamente mi riempie di orrore)? Come ho cercato di spiegare oggi in un contributo per quel bellissimo sito che è Zebuk, senza la dimensione concreta della quotidianità, l’apertura agli infiniti mondi possibili diventerebbe esotismo. Vorrei essere, con Meryem, una viaggiatrice che ha un posto dove tornare.

Più vicino di quanto sembri


“Questa processione in Sri Lanka si fa con gli elefanti. Certo, qui non ci sono…” Per un momento cerco di immaginare i pachidermi sfilare per l’asfalto dissestato di via Manzoni a Fonte Nuova e mi sento di convenire che sarebbe un po’ complicato portarceli. Champi è un’ospite meravigliosa. E’ la prima volta che ci vede, eppure siamo costantemente in cima ai suoi pensieri. Ma ben presto realizziamo che l’accoglienza è collettiva. Tutti ci sorridono, ci parlano, ci fanno sentire a nostro agio. Meryem riceve un libro di storie dello Sri Lanka in omaggio dal monaco (“è tipo il parroco”, ci spiega pragmatica la figlia di Champi, nostra tutor ufficiale per la festa) e una bandierina con il leone giallo. Mia figlia familiarizza con il gatto del tempio, scorrazza qua e là, apprezza molto le danze e, in particolare, il salto mortale all’indietro del maestro di ballo baffuto.

Sedute nel tempio, assistiamo alla preghiera. Una sfilata di monaci dietro a una fila di tavoli, con vesti di tre gradazioni diverse, dal color zafferano al marrone, pur composti e assorti ci sorridevano. Non capivamo nulla, ovviamente, ma non ci siamo sentite fuori posto neanche per un attimo. Poi i tempi si dilatano. Cominciamo a pensare che forse è il caso di andare.

Niente da fare, gli ospiti sono ospiti. Alla fine sono state le italiane a inaugurare il ricco buffet, saltando ogni tipo di fila e omaggiate anche di sedie, ottenute facendo alzare con gesti imperiosi un gruppetto di adolescenti (tutti nati in Italia). I figli tra loro parlano italiano, con cadenza romana. “Porca trota!”, esclamava un soldo di cacio che monopolizzava le altalene. Eppure eccoli lì, mediamente partecipi delle tradizioni di famiglia. Una delle due bravissime ballerine, mi spiega una delle maestre di ballo, non è mai stata in Sri Lanka. Il viaggio costa, le famiglie faticano a tornare a trovare i parenti. “Ogni quattro anni andiamo”, mi dice la figlia di Champi. La maestra di danze fa lezione a Acilia e le piacerebbe che Meryem andasse a fare lezione. “Sarebbe bello avere qualche bambina italiana”, mi dice. Se non fosse per la distanza ci faremmo un pensiero, sicuramente.

Dalla prima volta che abbiamo visto un video sullo Sri Lanka io e Meryem sogniamo di andarci. Per il momento ci accontentiamo di questo luogo accogliente, immerso nel verde della via Nomentana. Credo e spero che ci torneremo. Uscendo decine di sconosciuti ci chiedono premurosi se abbiamo mangiato. In effetti sì, e anche piuttosto bene.

Non era una rivincita


Un ragazzo mi chiede un’informazione. Chissà se crede che sia una professoressa. Cammino per il viale che mi ha visto prima ragazza e poi giovane, con addosso la giacca della laurea (“Che tristezza”, ha commentato Nizam). Procedo a grandi passi verso quello che una volta era il mio luogo naturale. Ricordo che un giorno entravo da quel cancello di piazzale Aldo Moro con mio cugino, ingegnere. E gli ho detto: “Io qui, solo qui, mi sento al mio posto. A casa”.

Con un certo gusto indugio sulle fontane su cui mi sedevo con il fidanzato dell’epoca a mangiare uno yogurt per pranzo (una brevissima stagione in cui vivevamo d’aria e di baci), guardo il piazzale dei telefoni a scheda adesso vuoto, rimando leggermente l’ingresso in facoltà.

Ieri tornavo all’Università La Sapienza da relatrice. Non era la prima volta che mi sedevo da quella parte del tavolo. Ma era la prima volta che lo facevo senza avere la sensazione di fare un passo indietro. Per anni ho oscillato come un pendolo tra la “vecchia vita” accademica e la vita attuale. Anni in cui mi sentivo un po’ supereroe e un po’ in difetto. Perché poi il tempo ti frega e la vita vecchia non camminava più (e ogni volta che mi ci rituffavo, per brevi incursioni lampo, sapevo di essere inadeguata), mentre la nuova corre al punto che a un certo punto non sei più quella di prima.

Negli stessi locali in cui entravo ieri in tarda mattinata ho preso l’ultima porta in faccia della mia carriera accademica, la più difficile di tutte, anche se in un certo senso la più ovvia. Durante la pausa pranzo sono andata in pellegrinaggio lungo il “mio” corridoio. Ho guardato la finestra su cui ero seduta quando ho risposto, impertinente e spavalda, a quello che forse sapevo già che sarebbe stato il mio maestro. Ho guardato gli scaffali polverosi, accarezzati e amati per tanti anni da studente, da studiosa, da borsista della biblioteca. Ho letto i cartelli affissi sulle porte delle aule, registrato metodicamente tutti i cambiamenti, antichi e recenti. I lutti, per quanto li si elabori, restano sempre lì, parte della tua anima. Questo, sicuramente, mi ha reso più forte.

“Dovevi andare, è stata una rivincita”, mi ha scritto una mia amica a proposito dell’invito di ieri. No, non è stata una rivincita. Non erano certo gli ex colleghi che mi hanno invitato su cui avrei dovuto “rivalermi”, ammesso e non concesso che un torto mi sia stato fatto. Certo che ieri, mentre parlavo del JRS e del Centro Astalli al tipico consesso accademico, mi veniva in mente il mio maestro e una delle sue frasi più infelici. Avevo finito il dottorato, lavoravo già al Centro Astalli e in un altro centro di accoglienza (attaccando alle prime luci dell’alba). Nonostante ciò, insistevo a mantenere il part-time per continuare “a esserci”. Aiutavo con gli esami, consigliavo laureandi, facevo presenza per la cattedra e per la gloria del Vicino Oriente Antico. E lui, una mattina, mi disse: “Hai finito il dottorato già da qualche mese, sarebbe ora che la piantassi di startene in vacanza”. Vacanza. Ha detto proprio così. Perché tutta la fatica, fisica e emotiva, di imparare da capo un mestiere diverso, nei sui radar non entrava affatto. In un certo senso, era in buona fede. Ma io ero già lontana, lontanissima, e ancora non lo sapevo. Ecco, forse dal dolore di quella frase, ieri, mi sono riscattata.

In quelle mura di lettere ho avuto stima, tonnellate di stima e di riconoscimenti. Spesso, ingrata e arrogante, non sapevo che farmene. Li davo per scontati. Ho avuto le prime frustrazioni importanti e definitive. Ho imparato a mie spese, ho giudicato di impulso, ho fatto scelte di cui potrei pentirmi oggi se non appartenessero a un’altra dimensione. Ho vissuto pienamente la giovinezza e l’ingenuità di cambiare il mondo a suon di storia antica. Ho imparato quello che adesso è parte di me. L’abilità più cara, che ancora mi è preziosa, è il gusto, il piacere e l’arte di parlare in pubblico. Ma anche il trasporto di fare lezione con tutta me stessa.

Scusate questo excursus, che parla più a me stessa che a voi. Oggi faccio altro e in parte sono altro. Però della passione, nella vita lavorativa, non riesco a fare a meno. Oggi so (non l’avrei mai immaginato) che è anche un limite, ma preferisco pensare che sia un punto di forza.

L’arte del compromesso


Un inedito pomeriggio tra diplomatici, al Ministero degli Esteri, mi aveva almeno in parte preparato alla trattativa principale di oggi: l’acquisto delle scarpe per la Guerrigliera. Servono nervi saldi, creatività, prontezza di riflessi e, soprattutto, flessibilità. Le ultime due volte sono state due tragedie apocalittiche. Mi ero in effetti ripromessa di fare acquisti per lei solo in sua assenza.  Ma oggi era un giorno speciale. Il lavoro era stato insolitamente appagante. Il Gianicolo, sbirciato mentre tornavo a casa, era spettacolare, anche più del solito. Inaspettatamente, per un colpo di fortuna, ero riuscita a procurarmi in un tempo straordinariamente breve un certificato medico dalla pediatra sostituta, carina e gentile. Insomma, la fortuna mi sorrideva al punto che mi sono detta: ma sì, facciamolo. Osiamo l’acquisto di un paio di scarpe da ginnastica da usare solo in palestra per il mini volley.

Arrivate sul luogo, ho avuto per un attimo l’illusione di cavarmela con poco. Meryem punta il dito verso un paio di sobrie scarpe blu, con particolari fucsia, dall’aria confortevole, chiusura a strappo e prezzo relativamente accessibile. Sto per svenire. Mi affretto a farle portare il numero, ma nel tempo in cui la signora ravanava in magazzino alla ricerca del colore giusto, il momento di grazia era finito. Era infatti sorta una complicazione. Già dalla prima prova preliminare era stato infatti evidente che – come in effetti temevo – il piede della Guerrigliera è cresciuto ulteriormente. Razionalità imponeva, a quel punto, di acquistare due paia di scarpe: una per la palestra e una da utilizzare nella vita di tutti giorni. Per un attimo ho pensato ingenuamente di prendere lo stesso modello in altro colore. Sì, non dite niente. Un’ingenuità assoluta. Una nuvola nera è calata istantaneamente sullo sguardo della Guerrigliera.

Tento di intavolare una trattativa, contrastando i molti fattori distraenti zelantemente proposti dalla titolare del negozio (“Vuoi queste, che sono tanto pubblicizzate? Ma li hai visti i trucchi in regalo? Queste piacciono a tutte le bambine…”). Ci vengono proposte scarpe che avrebbero fatto impallidire Paris Hilton. Ma che dico? Lady Gaga. Forte delle esperienze precedenti, non ho mosso un muscolo. Non sono svenuta. Mi sono dimostrata possibilista davanti agli stivaletti tutti tempestati di swarovsky.  Alla fine ho ottenuto un identikit della scarpa desiderata.

“Blu, con i lacci che si possano slacciare e allacciare”. Qui si inserisce la signora del negozio: “Ma è difficile, sai, tesoro. Ormai i lacci non li vuole più nessuno”. “Io voglio i lacci”. Il tono è tale da non ammettere repliche di sorta. La signora aggiunge: “Ma anche blu è difficile. Trovare delle scarpe blu da femmina non è facile…”. Ecco, questo “da femmina” non te l’aveva chiesto nessuno. Impreco tra me, mentre la signora cala in magazzino alla ricerca della scarpa perfetta.

Mentre lei si assenta, mi tolgo una curiosità. “Meryem, ma perché con i lacci?” “Te lo devo proprio dire?”. Oddio, non è che tu sia obbligata. Ma sarei curiosa di saperlo. “Io e l’amichetta A. in cortile ci esercitiamo a correre con i lacci slacciati. Se io non li posso slacciare non mi posso esercitare”. Ah. Glom. Ma poi ti sai allacciare le scarpe da sola? “Ci eserciteremo. Per ora ce le allaccia il maestro”. Ah. Mi riprometto di approfondire in seguito. Sul blu non indago.

Siamo tornate a casa con un secondo paio di scarpe da ginnastica blu e argento, completamente glitterate lacci inclusi e lucine fucsia che si accendono sul fianco di una delle due (l’altra è difettosa, ma non avevo le energie per ricominciare da capo la ricerca quindi per noi andranno benissimo così). Avevamo inoltre: una penna con coniglio fluorescente che si illumina in colori diversi; un finto smartphone di plastica che in realtà è una trousse; una custodia per il finto smartphone a forma di coniglietto rosa. In realtà l’unico gadget che ci spettava era l’ultimo. La penna l’ha aggiunta il proprietario del negozio per il sollievo di essere sopravvissuti all’impresa e lo smartphone è stato preteso da Meryem, tornando indietro appositamente, perché obiettava che la custodia senza lo smartphone non aveva senso. Lo smartphone avrebbe implicato l’acquisto di un paio di scarpe così orrendo e inutilmente costoso che persino il negoziante, probabilmente, si vergognava di tale turpe manovra di marketing di bassa lega. “Ce li mandano contati, ma come si fa a dire di no a un bambino?”, ci ha liquidato senza obiettare ulteriormente, appagato di averci sbolognato le scarpe glitterate che comunque immagino assai ardue da smerciare.

Sulla via del ritorno Meryem era sopraffatta dalla soddisfazione per il bottino ottenuto. Approfittando biecamente del momento favorevole ho ottenuto che:

1. non correrà con le scarpe slacciate, ma si limiterà a camminare con attenzione (“parola d’onore”);

2. in compenso si eserciterà ad allacciarsi le scarpe da sola e non scoccerà i maestri per questo;

3. rispetterà scrupolosamente tutte le regole per l’uso dello smartphone (anche se finto) che io via via le sottoporrò. Abbiamo iniziato con “non si usa mai a scuola”, “si spegne a teatro o al cinema” e “in presenza di altri si parla a voce bassa per non disturbare”.

Poteva andare peggio, no?

Vi sfido


Continuo a rimuginare sul post di ieri, con l’idea che forse non è efficace come avrei voluto. Allora mi è venuta un’idea, un esercizio per rendere il concetto più chiaro. Una sfida che vi lancio, per capire meglio quello che volevo dire rispetto alla profonda contraddizione che esiste tra usare per il fundraising quegli stessi stereotipi e deformazioni che sono strettamente intrecciate alle cause più profonde dei problemi che si vogliono affrontare.

Vi propongo dunque questo esercizio. Immaginate di dover pensare a una campagna di fundraising per finanziare un centro antiviolenza per donne a rischio qui, in Italia, nella vostra città. E immaginate di fare lo stesso tipo di ragionamenti che si fanno per i progetti di cooperazione. Mi pare abbastanza evidente che il pubblico italiano è sensibile alle campagne sessiste. Provate con me a immaginare una bella campagna per finanziare un centro antiviolenza che faccia leva su una delle seguenti immagini:

1. una bella donna discinta e ammiccante. Cattura l’attenzione, senza dubbio. E potremmo persino dire che se una donna che ha subito una violenza adesso è sorridente e disinibita vuol dire che ha acquistato fiducia in se stessa. E’ un achievement.

2. una poverina con gli occhi bassi e lo sguardo supplichevole, accompagnata da uno slogan tipo: “Come farebbe la povera Mariolina senza il vostro aiuto?”

3. un uomo dall’aria efficiente e paterna e,sullo sfondo, un gruppo anonimo di donne vestite in modo provocante. Slogan: “Aiutaci a difenderle da se stesse”.

Sono sicura che la vostra fervida fantasia vi suggerirà esempi anche più efficaci. Capite quello che voglio dire quando affermo che secondo me, almeno qualche volta, il fine non giustifica i mezzi?

P.S. A un primo sguardo, tutte le campagne dei centri antiviolenza sono al contrario attentissime a difendere l’immagine della donna: volti rigorosamente coperti, disegni poetici, simboli e slogan attentamente ponderati.

 

Quei bambini che piangono


Oggi su Facebook è nata una discussione costruttiva a partire da un video che avevo postato come esempio negativo di comunicazione sociale: si tratta di uno spot, non tanto recente di Save the Children e, in particolare, questo. La questione non è banale come sembra. Io oggi mi volevo limitare a condividere il fastidio e l’irritazione per uno stile di comunicazione che non apprezzo, poi Floriana mi ha stimolato a pensarci meglio. Guardando con attenzione i discorsi in ballo sono più di uno. Cerco di estrapolarli ordinatamente.

Lo spot in effetti non si può definire di comunicazione sociale. E’ uno spot di fundraising, un messaggio fondamentalmente – passatemi il termine – commerciale. Qui mi pare pertinente l’obiezione di Floriana: “Le varie declinazioni nazionali [di una ONG internazionale] scelgono un po’ gli spot come meglio credono per la audience del luogo (e l’audience italiana la conosciamo bene)”. Vero, troppo vero. Il bambino in pubblicità funziona. Il bambino in comunicazione funziona. “Bisogna parlare alla pancia degli italiani”, ci ripetono allo sfinimento i giornalisti con cui interagiamo. Save the Children, come l’Unicef, hanno come mission i bambini, in particolare quelli che abitano a una certa distanza di sicurezza dal donatore. Partono bene, insomma.

Ok, usi i bambini. Può avere senso. Ma questi bambini, banalizzando un po’, devono piangere o devono ridere? Beh, dipende. Se facciamo un discorso di mero fundraising, dipende dal tuo target. Il tuo target è una persona che si vuole sentire efficiente, attiva, che vuole vivere la gratificazione del sostegno a distanza senza essere troppo aggredita da immagini disturbanti? In altre parole, è una persona già sensibile e ben disposta, che non ha bisogno di forzature per fare una donazione e al limite ne è disturbata, anche parecchio (come nel caso dei miei amici Barbara e Nestore)? In quel caso, immagini positive, che mostrino – come dice l’anglosassone Floriana – un achievement, sono certamente le più adatte. Ma se invece puntiamo al grande pubblico? A quello che fa zapping, che parla per lo più di gossip e di calcio, e che comunque è molto ben focalizzato sugli affari propri? Qui con l’achievement ci fai la birra. Serve un’immagine forte, che parli dritto alla pancia, meglio se accompagnato da un’istruzione immediata: un sms solidale, un clic su un sito, qualcosa che si possa fare subito, travolti dall’emozione del momento (perché probabilmente a quel bambino in lacrime, che geograficamente non sa nemmeno bene come collocare, il donatore non ripenserà mai più – o almeno fino al prossimo spot).

E se tu, ONG o organizzazione internazionale,  non ti occupi solo di bambini? Pigliamo ad esempio l’UNHCR, l’Alto Commissariato della Nazioni Unite per i Rifugiati. Quest’estate l’agenzia è stata oggetto di critiche abbastanza precise per il suo stile di comunicazione: addirittura si è parlato di “pubblicità ingannevole”. In poche parole, si notava che sul sito e negli spot UNHCR i rifugiati erano per lo più africani (e in buona misura anche bambini), quando a rigore il numero maggiore dei rifugiati proviene, attualmente, da Afghanistan, Cina e Russia. Ma l’africano bisognoso funziona meglio e consente una comunicazione più chiara: quanti abbinerebbero il concetto di rifugiato a un cinese? Il donatore poi, idealmente, deve essere soggetto agli stessi stimoli di pancia, per cui pochi uomini, abbondanza di donne indifese e pargoli sotto le tende blu, con il logo UNHCR chiaramente leggibile in ogni scatto. La finalità sono le donazioni, no?

Ecco, qui entro io e la mia irritazione. Vedete, le ragioni del marketing e del fundraising le conosco e le capisco pure. Il problema è che secondo me nessuna di queste ONG, Agenzie ONU o simili (mettendo dentro anche noi del Centro Astalli) può avere come unico obiettivo il fundraising quando fa comunicazione. Tutti noi abbiamo anche dei chiari obiettivi di advocacy e di sensibilizzazione nelle nostre mission. Quindi non si può fare uno spot in un certo stile solo perché funziona, disinteressandosi delle ricadute che ha in termini di messaggio indiretto e di immagine delle persone coinvolte. Non si può limitarsi a difendere i diritti delle persone in sede istituzionale, con ricerche, rapporti e iniziative politiche e poi, per sollecitare le donazioni, lavorare disinvoltamente con gli stessi stereotipi che in altre occasioni sosteniamo di voler scardinare.

Noi di Astalli, ne scherzavo in varie occasioni con alcuni di voi, abbiamo un prodotto assai difficile da vendere. Rifugiati, spesso adulti, in buona parte mediorientali e discretamente malridotti, che hanno per giunta il torto di vivere in Italia, nelle nostre città. Qui dove con 50 euro non si ottengono” achievements” spettacolosi, ma una decina di pasti a mensa o al limite un paio di occhiali per una persona che faticosamente cerca di imparare una lingua ignota dopo una dolorosa cesura esistenziale e magari, tra le altre cose, è anche miope. Essere miopi non ha niente di eroico, ma può essere un impedimento sufficiente per molte cose, quando non si ha nulla per vivere. Noi per giunta siamo convinti che sostenere queste persone non abbia a che fare con la bontà, ma con la giustizia. Persino, reggiamoci forte, che spesso siano i rifugiati che possono aiutare noi italiani, qui, in questo Paese. E non tanto perché “ci pagano le pensioni” oppure perché “fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare”. Purtroppo anche queste due cose, al momento, sono verissime. Ma noi pensiamo piuttosto ai valori che portano: combattere per un ideale; pagare un prezzo alto per la propria integrità; avere il coraggio di superare prove indicibili, nonostante tutto; la resilienza; la speranza.

Leggevo, sempre su Facebook, in un’altra discussione che avrei volentieri fatto dal vivo (si parlava di “diritto alla maternità”), una frase che mi ha colpito: “ Dove si mangia in 3 si mangia in 4 per me non esiste. Non esiste tanto Dio vede e provvede.” Chiaramente qui la decontestualizzo per amore di argomentazione, ma forse il punto è anche questo. Siamo davvero di essere tanto sicuri di aver ragione noi? Io tutte le volte che mi sono trovata a vivere, nei fatti, quelle frasi tanto vituperate, ho sperimentato una grande gioia. Una sensazione di liberazione e di grazia. Ma, come al solito, quando penso all’esperienza con i rifugiati, la testa se ne va per conto suo. Se potessi, forse sarebbe questo che vorrei comunicare: non sapete cosa ci perdiamo, rendendo la vita impossibile a queste persone. E poi, ancora: ma vi pare normale che con la nostra ignoranza e indifferenza facciamo morire tutta questa gente? Questo, va da sé, non sollecita le donazioni.

Tante cose che dico, che diciamo, non sollecitano le donazioni. Dei cari amici che non sono tanto imparziali perché spesso e volentieri sono nostri alleati diretti (e loro sì che ci capiscono di comunicazione) oggi hanno scritto sulla mia bacheca che noi di Astalli comunichiamo ” per contribuire alla costruzione di un mondo dove le persone abbiamo voglia di rimboccarsi le maniche per le ingiustizie”. C’è del vero, sicuramente. Ma ho la sensazione che così facendo parliamo assai poco alla pancia (e al portafoglio).

Finisco con una domanda. E il fantomatico reality Mission,  che a fine anno la RAI manderà in onda, come si collocherà rispetto a quanto detto sopra? Per chi non ha seguito il dibattito agostano in merito, vi riassumo brevemente che si tratta di una trasmissione  in alcuni volti noti televisivi italiani affiancheranno gli operatori umanitari di due importanti organizzazioni umanitarie, l’ong italiana Intersos e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), nel lavoro di assistenza ai rifugiati in campi profughi in Africa e in Medio Oriente. L’ennesima spettacolarizzazione del dolore o un progetto innovativo di “social TV”? Il dibattito è destinato a restare aperto, almeno fino alla prima puntata (qui uno status quaestionis).

Too #BAD


A volte avere splendide expat come amiche aiuta a venire a sapere, seppure in corner, di iniziative interessanti e pertinenti come quella di oggi: il Blog Action Day 2013, dedicato addirittura ai diritti umani.

Ci sarebbe l’imbarazzo della scelta riguardo agli argomenti da affrontare. In questi ultimi giorni si è parlato soprattutto di diritti delle salme, da quella di Priebke a quelle, assai più numerose, delle vittime del naufragio del 3 ottobre scorso a Lampedusa. Non starò qui a sminuire l’importanza di una degna sepoltura, né a gettarmi in uno sterile dibattito rispetto alle valenze che essa può avere (per i vivi): rimando senz’altro i miei lettori a due classici senza tempo, l’Antigone di Sofocle e I sepolcri di Foscolo. Sono letture di gran lunga più arricchenti e stimolanti di tutti gli editoriali di dubbio gusto che tocca sorbirsi in queste occasioni, per tacere dei dibattiti televisivi.

Ma se si parla di diritti umani credo che sia in primo luogo di vivi che ci si debba interessare. E uno dei diritti che più mi sta a cuore, come cittadina (del mondo) e come genitore, è quello all’istruzione. Non ricordavo che uno degli Obiettivi di sviluppo del Millennio (che mi paiono spariti dai radar degli interessi politici, almeno qui nell’Italietta dei dibattiti sull’indulto e sulla legge elettorale) è raggiungere l’istruzione primaria universale entro il 2015.

Sì, vabbè. Secondo un recente rapporto di Unesco e Save the Children, nel mondo circa 50 milioni di bambini, dai 5 ai 15 anni, non vanno a scuola perché colpiti dagli scontri o arruolati nei corpi armati. Nel 2012, sono stati 3.600 gli attacchi di vario tipo per impedire ai bambini l’accesso all’educazione, tra i quali si contano violenze, bombardamenti di scuole, reclutamento dei minori in gruppi armati, torture e intimidazioni contro bambini e insegnanti sfociate in morti o ferimenti gravi. Inoltre, prosegue il rapporto, “resta scandalosamente bassa la quota di fondi destinati all’educazione nelle emergenze umanitarie, che è passata addirittura dal 2% del totale dei fondi umanitari in emergenza del 2011 all’1,4% del 2012”.

Ne ho parlato tante volte: purtroppo nelle emergenze si tende a considerare l’educazione come un accessorio di lusso, il cui acquisto è rimandabile. Per questo mi piace tanto come lavora il JRS. Chiudo questo post quindi con qualche bella storia di impegno concreto, di resistenza e anche qualche successo da alcuni Paesi del mondo in cui il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati opera. Sono storie che, anche se dolorose, fanno bene a tutti: condividiamole.

Kenya, un sogno diventato realtà

Congo: libri, non armi

Siria: un disastro senza fine

 

Biancaneve non ha solo morso la mela


Per non pensare alle nubi nere che si addensano sulla mia attuale visione dell’anno scolastico in corso, registro qui una interessante richiesta di Meryem. “Mamma, quando io ti racconto una cosa, tu devi fare come il maestro, devi chiedermi tutta la storia”. Cioè, Guerrigliera? Lei scuote la testa con una certa commiserazione, poi mi spiega con aria saputa. “Se io ti racconto la favola di Biancaneve e ti racconto solo che ha morso la mela ed è morta, non ti ho raccontato tutto, no? Tu solo da quello non puoi capire”. Giusto. “E quindi se io ti dico solo una cosa e non tutto, tu non capisci cosa è successo. Hai capito, ora?”. Credo di sì. Quindi ribatto: “Ah, ok. Quindi quando mi hai detto che l’amichetta K. ti ha spinto, non mi hai detto tutta la storia”.

Incredibile. Ci ho preso. La Guerrigliera annuisce vigorosamente e si lancia in una dettagliata descrizione di una missione di spie, di un tamponamento involontario e del suo ruolo eroico: “Mi faceva terribilmente male, ma non ho detto niente, perché non volevo che K. fosse sgridata. Allora, visto che soffrivo, l’amichetta C. mi ha medicato con un fazzoletto bagnato”.

Contesto, si chiama contesto. Allora qualcosa la impara, a scuola. Voglio essere paurosamente ottimista: forse qualcosa la impareremo anche noi genitori.