Adelante por favor


Eccoci qui, con un papa nuovo, proclamato in orario di TG serale, a beneficio di tutte le famiglie italiane (e europee). Noi compresi. Meryem ha rinunciato malvolentieri al cartone del dopo cena, ma alla fine ha seguito con una certa partecipazione (insofferente per la lunga attesa tra la fumata e lo scioglimento della prognosi).

Meryem inizia a rimuginare molto su quello che ascolta, riproponendolo a volte a più riprese. Le sue domande dirette, direttissime, spiazzano qualunque strategia educativa, se pure ne avessi una. “Mamma, ma non puoi essere tu il papa? Oppure papà? O nonno, se c’era ancora?” Ricapitolo sommariamente: io sono donna, papà è musulmano, mio padre oltre che morto era sposato. “Non può essere sposato?”. No. Individua quindi come possibile candidato l’amichetto Federico, che non ha la fidanzata e non la vuole (in particolare mi par di capire che non voglia lei, che invece gli si propone ogni giorno. Ma questo non lo racconteremo al padre curdo).  Pausa. “Ma il papa deve essere per forza vecchio?” Mannaggia, questa bambina va decisamente dritta al punto. E questa da dove gli viene? Ricostruisco che quando mi ha chiesto perché serviva un papa nuovo devo avere optato per la versione “era molto vecchio e stanco”.  Mah, di solito sì.

L’attesa si protrae. Meryem ha drammaticamente tempo di elaborare nuove domande. “Mamma, ma tu sei sposata?”. Avrei potuto rispondere che la domanda non era pertinente. Avrei potuto rispondere semplicemente no, tecnicamente corretto dal punto di vista civilistico. Ma invece mi sento rispondere: “Ora no, ma lo sono stata”. Immagino che l’intento fosse chiarire che, ammesso che vengano a breve introdotte le papesse, io sarei comunque fuori dalla rosa dei candidati. Ma come me ne esco? Lei non pare sconvolta. “Ah, sì? E con chi?”. Concisamente rispondo. Registra. Tirerà certamente fuori il tutto nel più imbarazzante dei momenti. Ben mi sta.

Mi salva il balcone che finalmente si apre. Mi impressiona il silenzio assoluto dei giornalisti dopo la proclamazione. Qualcuno, come me, avrà detto: “Eeeeh? Cioè? Chi è questo?”. Qualcuno, più preparato, avrò fatto un salto sulla sedia. Meryem guarda Touran e chiede, legittimamente perplessa: “Ma sarebbe questo?”. No, ancora un attimo di suspence. Il neo Francesco a pelle ci è piaciuto. Meryem si è lanciata entusiasta nell’Ave Maria (unica preghiera che conosce) e mi ha zittito severissima quando, nel momento di silenzio, cercavo di spiegarle cosa significasse. Ha anche severamente criticato il fatto che armeggiassi con il cellulare in un momento così solenne (ma mica è colpa mia se mi arrivavano millemila notifiche, manco avessero fatto papa me). Valle a spiegare che la benedizione valeva esplicitamente anche per i fruitori delle nuove tecnologie.

Poi l’ho mandata a letto, rafforzando la mia posizione con la buona notte pontificia: lo vedi, Meryem, che lo dice anche lui che è tardi? Poi ho chiamato Nizam, beccandomi qualche improperio: alla fumata, mi aveva imposto di fare un nome, per una scommessa in extremis. Io, sufficientemente depressa, ma con un certo pudore scaramantico ad esplicitare il nome che funesto mi aleggiava in testa, me l’ero cavata con un poco convinto “Ravasi”. Toppando, naturalmente. Però Francesco I l’avevo azzeccato. Dopo poco mi arriva un sms: “forza cesuiti” (traslitterazione turca di gesuiti, Nizam ancora dopo tanti anni ancora fa confusione sulle poche consonanti che divergono).

Da allora, fioccano i messaggi e persino le congratulazioni. Qualcuno mi ha chiesto di scrivere che cosa penso, seriamente. Me lo risparmio, rimandandovi a questo articolo della Murgia. In sintesi: guardiamo il bicchiere mezzo pieno e, soprattutto, guardiamo avanti. Che sarebbe proprio l’ora, nella Chiesa e nel mondo. Condivido quello che ha detto padre Giovanni, il presidente del Centro Astalli: magari questo venire “dalla fine del mondo” aiuterà a rivedere le priorità, a cambiare punto di vista. Fa sempre bene, anche alle persone. Figuriamoci alle istituzioni millenarie.

P.S. Un’ultima notazione. Ho letto, in un florilegio di citazioni pubblicate dal Corriere, alcuni commenti sul libro di Giona. Mi ha fatto piacere. Giona, per tante ragioni, è “il mio” libro della Bibbia. Mi riprometto di approfondire come mai papa Francesco se ne è occupato.

Qualche link (in progress)

Giacomo Costa su Huffington Post
Antonio Spadaro su Il Sole 24 Ore
Stefano Femminis per Europa

Non bisogna rispondere sempre


Uno dei rimproveri che fanno infuriare mia figlia, ma che nonostante questo credo sia importante continuare a farle è: “Non rispondere!”. Non fraintendetemi. Non intendo privare la Guerrigliera della libertà di parola. Il mio intento non è zittirla per bieco esercizio di autoritarismo. Sono una sostenitrice del fatto che esporre il proprio punto di vista sia importante e abbiamo persino una nostra parola d’ordine segreta da usare quando sentiamo che stiamo per arrabbiarci, che significa: “Fermiamoci e parliamone. Io ti spiego come la vedo io e tu come la vedi tu”.

Però ci sono circostanze in cui un rimprovero va accettato con un momento di silenzio. Ribattere colpo su colpo, oltre che essere irritante per me (particolare che ha, non lo nego, la sua importanza), è spesso controproducente. Presi dalla foga della battuta pronta si finisce molto spesso per dire cose di cui ci si pente, ma soprattutto non si seleziona la qualità delle risposte. In altre parole, si fa solitamente la figura degli stupidi. Questo cerco tutte le volte di spiegare a Meryem e questo penso sempre più spesso in questi giorni di acredine politica.

Viva il sano dibattito, per carità. Ma non è questo il momento e, francamente, il tono degli scambi che intercetto è molto più basso delle recriminazioni di mia figlia (che ha la scusante di avere cinque anni e mezzo). Ho spiegato in apposito post e, qualche volta, anche su Facebook, cosa non mi convince del Movimento 5 Stelle. Fino ad ora non ho avuto elementi significativi che mi abbiamo portato a modificare la mia opinione. Sono rimasta, come molti miei amici, stupita e profondamente preoccupata dell’esito del voto. Non mi esalta quel poco che si sta vedendo e sentendo in questi giorni.

Però per ora credo sia opportuno fare una pausa. Non dico di “abbassare gli occhi e stare zitta”, come mi esortava a fare su Facebook – in quanto romana e votante Zingaretti – un sostenitore di M5S. Ma non credo serva a nessuno questa ondata polemica, che si rafforza giorno dopo giorno e sembra quasi alimentarsi della propria assoluta sterilità. Dobbiamo rassegnarci che, fino alla prossima mossa concreta, si può solo aspettare e magari riflettere. Vogliamo cogliere questa occasione per guardarci intorno, allungando un po’ lo sguardo anche sulle crisi internazionali – che hanno comunque un forte impatto anche sulla nostra economia nazionale, che a parole è la priorità di tutti? Ci informiamo un po’ sulla Siria, sul Mali, sulla Libia, sul Congo, piuttosto che dedicarci all’analisi filologica di terzo livello delle dieci parole di autopresentazione di ciascun parlamentare grillino?

Il momento è abbastanza drammatico e il futuro incerto. Io mi sento anche molto coinvolta: come scrive Giacomo Costa in un editoriale che vi esorto caldamente a leggere per intero e con attenzione, ” la partita del welfare sarà strategica nella prossima legislatura”. La questione mi tocca direttamente, come forse immaginerete, professionalmente e personalmente. Oggi più che mai, però, credo che sia necessario cercare riferimenti “alti”, orientamenti che emergano dalla fanghiglia della polemica e delle affermazioni personalistiche dell’uno o dell’altro.  Sono grata dunque a Giacomo Costa anche per aver richiamato, nel suo articolo i “consigli di giustizia” di Carlo Maria Martini.

1. «Lasciarsi inquietare dalle ingiustizie che sono nel mondo, vicine o lontane, ma sempre causa di inaudite sofferenze»

2. «Non dare mai per scontata una soluzione, come se fosse assolutamente giusta, e sottoporla sempre a critica»

3. «Diffidare del proprio egoismo, della propria comodità, del proprio punto di vista, e cercare il punto di vista dell’altro»

4. «Non cedere alle tentazioni di disfattismo (la giustizia è impossibile!), perché in tal caso ogni impegno viene tagliato alla radice».

Credo che io questo volume me lo procurerò al più presto: magari mi aiuta a superare questo momento di attesa forzata senza sconfortarmi del tutto.

A volte ritorno


Da due giorni aspettavo ansiosamente il pranzo di oggi, perché i compleanni di Marielou sono sempre speciali – come lei. Questa volta poi l’appuntamento era alla Città dell’Altra Economia, che io avevo sempre deciso essere (senza ovviamente esserci stata) in un posto diverso da quello in cui effettivamente è. Da cui la telefonata di ieri, la cui sostanza si può riassumere in: C. “Ma proprio all’Ararat? Cioè, proprio entrando dal portone dell’Ararat???” M. “Sì, sì, dentro il Mattatoio”.

Facciamo un passo indietro. Lungo. Torniamo ai tempi in cui scoprivo, insieme ai rifugiati, luoghi di Roma a cui io, liceale monteverdina di scarsa intraprendenza sociale, ero poco avvezza. I centri sociali. Memorabile fu un inizio di marzo 2003 (giusti giusti 10 anni fa). Con un paio di colleghi biblisti avevamo passato la giornata a un convegno all’Accademia dei Lincei sulla storia dell’antico Israele (occasione per noi, all’epoca, abbastanza elettrizzante. So che faticherete a crederlo, ma, suvvia, fate uno sforzo di immedesimazione). La serata, senza soluzione di continuità, prevedeva un concerto di Manu Chao al Villaggio Globale, centro sociale all’interno dell’ex Mattatoio di Testaccio. La collega biblista, nata a Bergamo e residente a Pavia, ci chiedeva perplessa lumi sul significato di “centro sociale”. Spiego come posso, alla luce di un’esperienza per me abbastanza nuova. Passò alla storia il suo memorabile commento: “Ah, tipo un oratorio”. Risate omeriche. Beh, ci divertimmo un sacco, quella sera. Posti in prima fila, in virtù della mia prestigiosa posizione di segretaria della scuola di italiano del Centro Astalli (il servizio d’ordine era composto da curdi dell’Ararat, insediamento semi abusivo di rifugiati che si trova sempre all’interno dell’immenso recinto del Mattatoio), rifornimento continuo di acqua e generi di conforto per l’intera durata del concerto.

Ad Ararat andavamo soprattutto alle feste di Newroz, tra il 20 e il 21 marzo. Era uno di quei posti dove in teoria entrava chiunque, in pratica l’italiano medio non aveva particolare motivo di andare. Dell’Ararat di allora ricordo i tè, forti e neri nei bicchieri di plastica. L’ingenuità della giovinezza e dell’inesperienza. Ma anche l’entusiasmo e la commozione, che neanche tutti gli anni successivi sarebbero valsi a cancellare del tutto. A volte penso che se non fossi stata seduta lì, su quelle sedie di plastica, con l’odore delle stalle comunali in sottofondo e quella bandiera rossa scolorita che sventolava e sventola, ostinata, contro il Monte dei Cocci, la mia vita sarebbe oggi profondamente diversa.

Gli anni sono passati e torniamo a noi, oggi. Che a quello spazio straordinario che è l’Ex Mattatoio di Testaccio si fosse finalmente messo mano in modo sensato, mi era noto da un paio di visite al MACRO e da uno spettacolo teatrale presso la facoltà di Architettura di Roma III. Ma la Città dell’Altra Economia, soprattutto per quell’equivoco spaziale di fondo con cui ho aperto il post, ancora mi mancava.

Oggi, con il suo festeggiamento di compleanno, è stata Marielou a fare un regalo a me. Vedere mia figlia scorrazzare felice in quello spazio che così tanto e così impetuosamente ho amato, con il Gazometro e il Monte dei Cocci a fare da sfondo e le nuvole bianche che si specchiano sulle vetrate mi ha dato una gioia piena e commossa, che non so descrivervi. Scendendo sulla terra, abbiamo mangiato molto bene, gustandoci piatti non banali, dall’agnello al pasticcio di broccoletti, dal tortino di carote alla lasagna ai carciofi. Per la rilassatezza dei genitori, ci sono anche delle proposte per bambini, dal livello di educazione alimentare zero (hamburger in panino con insalata e patatine fritte) a quelli leggermente più avanzati (bocconcini di pollo in salsa appena speziata), ma anche pasta al pomodoro. Ogni piatto del menù è classificato rispetto alla sua compatibilità con diete vegetariane e prive di glutine. Baciati dal primo vero sole di primavera, ci sentivamo davvero in pausa, in vacanza. “Mamma, sembra quasi che siamo partiti!”, ha commentato Meryem mentre andavamo via. Già. Non sembra nemmeno di essere a Roma, se non fosse per quegli scenari che potrebbero essere solo lì, solo in quel punto particolare dell’universo. Bambini, biciclette, passeggini ovunque. Le bancarelle del mercatino biologico, con ottime degustazioni di olio, formaggio e miele. Una domenica in campagna, ma ci siamo arrivati a piedi, attraversando un ponte sul Tevere che è un’altra pietra miliare del mio personale paesaggio romano.

Per la cronaca, ci sono anche begli spazi interni, dei bagni moderni, numerosi e puliti (anche la pipì vuole la sua parte) e una libreria per bambini/ludoteca, Tana liberi tutti, che è davvero un gioiellino: credo che la prenderei seriamente in considerazione anche come location per festicciole varie, vista la felice combinazione di interni e esterni. Wi-fi libero, personale giovane e gradevole. Insomma, un’esperienza da replicare sicuramente.

Certo, si osservava con Rosaria, il luogo ha perso molto del suo antico sapore “militante”. Ma oggi, guardando Meryem e tanti bambini della sua età e anche più piccoli, che si godevano un bello spazio aperto, comune, condiviso da italiani e “stranieri” (il sikh con il grosso turbante arancione che, con la sua famigliola, dava una nota di colore mi dava l’impressione di essere italiano almeno quanto noi, e probabilmente lo è), non mi sentivo di rammaricarmene. Magari restasse così, familiare e senza eccessivi snobismi (un po’, nel mercatino bio, ce ne sono per forza: ma sono temperati dalla “romanaccità” del luogo).

Alla fine la nostalgia ci ha travolto e un salto ce l’abbiamo fatto, all’Ararat. Speravamo di trovare una lezione di danza curda di cui ci avevano parlato, che però questa domenica non c’era. Ci siamo seduti un po’ con questi ragazzi giovani giovani, che non ci conoscono, ma sono stati comunque molto ospitali. Il centro ha l’aria leggermente più ripulita, ma resta un posto dove dorme una sessantina di persone che non hanno alternativa. Marielou mi ha indicato il giardino dove, anni fa, aveva contribuito a costruire un orto. Nella “serra” c’erano materassi, sacchi a pelo e qualcuno sdraiato a riposare. Meryem sperava nel tè, ma non c’era. Poi è rimasta incantata dalle carrozzelle con i cavalli che iniziavano a rientrare dai loro giri con i turisti. Siamo andati nelle stalle, dove i bambini hanno dato da mangiare a un piccolo pony e hanno curiosato tra le balle di fieno. L’impressione di essere molto lontani da casa si è rafforzata ulteriormente. Noi grandi ci gustavamo le battute salaci dei vetturini romani, che sono sempre degne di nota.

“Ci portiamo anche la nonna e i cuginetti?”, mi ha detto Meryem entusiasta, andando a letto con le guance ancora colorite dalla giornata all’aperto. “E anche le zie! Io posso far vedere a tutti dov’è il bagno”. In effetti anche a me pare una buona scoperta. E se mia figlia ci fa vedere il bagno, poi, siamo a cavallo.

Dubbi teologici


L’Antico Testamento non è politically correct. Chiunque se ne accorge, anche a una prima lettura. E mia figlia è evidentemente più sensibile di me alla sua età. Ieri, andando al coro, mi sono trovata a doverle raccontare la storia di Mosé e dell’Esodo: tutto è cominciato dalle parole di Go Down Moses. Sono partita con entusiasmo, lanciandomi in una descrizione (leggermente edulcorata) delle piaghe d’Egitto. Rane, cavallette, roba così. Ho omesso i bambini morti stecchiti in una sola notte, per capirci. E poi il Mar Rosso che si richiude, travolgendo cavallo e cavaliere. Non avevo ancora finito il repertorio, quando mi è arrivata la seguente obiezione: “Ma mamma, non è possibile! Dio è buono con tutti. Ti pare che solo perché si arrabbia fa succedere cose così brutte?”. Ehm. A parte che il sottotesto era: Dio mica è come te, che quando ti scappa la pazienza dici e fai cose di cui ti penti. Ma seriamente, cosa obiettare?

Mi sono aggrappata alla storia del diluvio. Che Dio prima ha cancellato il 99,9% dell’umanità, poi si è dispiaciuto e ha promesso di non farlo più, firmando l’impegno con l’arcobaleno. Ma poi, in uno sprazzo di onestà intellettuale, ho aggiunto che queste storie le raccontano gli uomini. E che Dio, probabilmente, vede le cose in modo molto diverso. Insomma, Guerrigliera, le storie senza i cattivi non funzionano. Si sa. E i cattivi vanno spiaccicati, almeno nelle storie. Non mi fare questioni anche sui fondamentali.

Intermezzo influenzale


Sarà la febbre che non mi scende e lo stomaco che si spappola a furia di Tachipirina 1000. Sarà la frustrazione di aver dovuto rinunciare, una ad una, a ben tre cose che facevo volentieri. Sarà lo sconforto della madre che si va convincendo che da questa maledettissima influenza non usciremo mai. Insomma, non la faccio lunga, ma oggi sono proprio negativa.

E, come sempre avviene in questi casi, il pensiero corre alle cose, recenti e antiche, di cui non vado affatto fiera. Oggi davvero non mi sento di ballare. Anzi, vi dirò. Guardo il flash mob di S. Francisco e non ce la faccio neanche da lontano a immedesimarmi. Ma il tema, attenzione, è importante. Importantissimo.

Ieri stavo per scrivere qualcosa sulla mia personale esperienza, poi per fortuna non l’ho fatto. Ho letto cose scritte magistralmente da altri e mi sono censurata. Vi basti solo, a mo’ di chiosa al bel post di Chiara, che non succede mica solo a quelle carine come lei. Mica solo alle ragazzine popolari alle medie. Anzi. Se non sei nemmeno questo granché, ci si aspetta doppiamente che le avances siano accolte con gratitudine. L’umiliazione è doppia.

Poi leggo le paure di Silvietta e mi dico che nonostante tutto non le condivido. Da un lato mi auguro che Meryem sa ragazzina e da adolescente sia molto diversa da sua madre. Dall’altro spero che aver così tanto sofferto e sbagliato, come donna, mi aiuti ad accettarla sempre per la creatura meravigliosa che è.

Come siamo?


“Mamma, ma noi siamo vagabonde o pigrone?”. Me la merito tutta, questa domanda del lunedì mattina. Io e Meryem abbiamo passato un fine settimana piacevolissimo, saltellando in giro per una Roma strepitosamente luminosa. Abbiamo mangiato persiano, fatto un piccolo shopping da Eataly (provvedendo a rovesciare lei la panna del gelato e io il caffè), passeggiato a lungo per Testaccio, visitato il Quirinale, assistito a un concerto di musica klezmer… Di tutto, insomma, e pure in ottima compagnia.

In questi casi io sono felice. Sono proprio girovaga dentro. Meno sto a casa più sono contenta (anche se registro con soddisfazione la mia prima sbrinatura di congelatore, un’operazione a dir poco eroica). Giusto la settimana scorsa spiegavo a Meryem Born to run e il fatto che “vagabonde come noi sono nate per correre”. Mia figlia rilevava già allora una certa contraddizione tra la mia natura ideale, da me (e dal Boss) così efficacemente sintetizzata, e la mia innegabile passione per la pennichella sotto il piumone. Arrivato dunque il lunedì mattina, peraltro piovoso e uggioso come pochi, il contrasto si è riproposto più stridente che mai.

Come siamo noi, Meryem? O piuttosto, com’è questa tua mamma sgarrupata che fa del suo meglio per conciliare quello che è meglio per te e quello che è meglio per lei, confondendo non di rado i due piani?

Poche cose so dirti di certo, Guerrigliera. Mi piacciono, molto, i progetti nuovi, i viaggi, le gite, i programmi. Molto più di quanto abbia potuto costatare di persona tu in questi anni, anche a causa di alcune mie magari stupide autolimitazioni logistiche. Non riesco a far finta che una cosa mi diverta, se mi annoia mortalmente. Come sai, odio giocare a cassa. Adoro cantare con te, anche per strada (e se ci guardano, pazienza) e giocare a trovare le rime. Non sono brava a comandare, a nessun livello. Mi hai chiesto se mi diverto a sgridarti: ti ho risposto, senza esitazione, che no, quella è la parte peggiore. Mi hai chiesto anche se fare la mamma è faticoso. Ti confermo, come ti ho già detto, che all’inizio un po’ di fatica c’è, è innegabile. Ma sempre meno. E più cala la fatica più aumenta il divertimento.

Mi piace quando mi costringi a comporre in modo creativo la cena rimediaticcia che ti propino. Mi piace quando mi sbalordisci con le tue frasi poetiche (“Sai quanto ti voglio bene? 100 cavalli, 1000 foglie, 40 scarpe e tutto il mondo”). Tante cose mi piacciono e non mi piacciono. Ma io? Come sono?

Questo non posso dirlo io, piccola Guerrigliera. Ti posso assicurare però che cerco sempre di essere onesta con me stessa e con te. Un mio pregio, certamente, è che per quanto profondamente io mi possa scoraggiare, la mattina dopo solitamente sono pronta a ripartire. Ma né i miei pregi né i miei molti difetti, che tu non manchi mai di rilevare (pigrona, pasticciona, distratta…) bastano a dire come sono e tanto meno come siamo, noi. Hai fatto ancora una volta una domanda difficile. Come siamo noi? Spero che siamo felici insieme, il più a lungo possibile. Siamo soprattutto io e te, alle prese  – come tutti – con una vita che non è mai come ce la aspettiamo. E per ora, mi azzarderei a dire, non ce la caviamo male. Sei d’accordo?

Una famiglia diversa


Oggi ho ritrovato, da mia madre, un tema in classe scritto da me quando facevo la prima media. La professoressa evidentemente si è sentita in dovere di farne avere una fotocopia ai miei (e sperabilmente non ai servizi sociali). In aggiunta c’era un altro componimento, intitolato “Prendiamo lo spunto da…”, che evidentemente ho utilizzato per completare il quadro, tracciando un ritrattino di mio padre che te lo raccomando. Ma quello ve lo proporrò successivamente.

Il titolo del compito, non troppo originale, è “La mia famiglia”. Un titolo piuttosto incauto, se lo si propone a un membro della famiglia Peri. Perché possiate constatarlo di persona, ho pensato di riportarvi qui l’intero compito.

La mia è una famiglia molto numerosa: è composta dai miei genitori, da me e dalle mie quattro sorelle maggiori. La figura fondamentale è mia madre, detta anche Generalessa per la sua autorità, che ogni mattina puntualmente provvede a farci alzare, incurante dei brontolii assonnati che provengono da sotto le coperte. Alle otto e un quarto, dopo averci buttato tutti fuori di casa, con le buone o con le cattive, va a scuola, dove insegna italiano.

La figura di mio padre è quella che si nota di più: pur essendo quello che deve uscire più presto di tutti si alza sempre per ultimo, cacciando fuori dal bagno tutte le mie sorelle, che urlando con lo spazzolino da denti in mano, sono costrette ad aspettare che Panzon abbia finito di radersi. E se per il corridoio si sente: “Orca mastela! Chi ha preso le mie braghe?” è sicuramente attribuibile a lui. Poi, dopo essere ritornato indietro due o tre volte, per prendere carte e documenti che dimentica regolarmente, va al Vaticano, dove lavora in biblioteca. Ma la confusione, anche dopo che mio padre è andato via, non è ancora finita: infatti ci sono ancora quattro sorelle che devono uscire.

Io alle otto, dopo aver messo sottosopra la casa per trovare la cartella, il cappotto ed i soldi per la merenda, me ne vado tranquillamente. Marina esce sempre di casa alle otto e ventinove ed ogni tanto spunta dalla sua camera dicendo: “Mammina, pensi che questa gonna sia intonata a queste calze?”. Seguono urlacci di mia madre e Marina viene sbattuta a calci fuori di casa. Le mie due sorelle più grandi molte volte restano a casa e devono affrontare il caos che noi lasciamo ogni mattina. Quando io, Marina e mio padre siamo fuori di casa ci sono quattro o cinque ore di tranquillità, turbata solo dal cinguettare disperato dei miei pappagallini, che mi dimentico sempre di pulire e a cui non do mai da mangiare.

La confusione normale torna verso l’una e mezza al ritorno dalla scuola, ma la parte più caratteristica della famiglia si vede nel tardo pomeriggio e alla sera, quando di solito la famiglia è al completo. Mentre sto facendo i compiti ed il resto della famiglia si sta dedicando alle faccende domestiche, arriva di corsa mia sorella Lucia, che non vive insieme a noi e lavora come segretaria in un ufficio. Va sempre di fretta e nel giro di pochi minuti è già andata via. La casa, nel periodo che va dalle quattro alle otto, è sempre piena di compagni di scuola, miei e di Marina ed i loro studi vengono turbati dai miei temibili esercizi di clarinetto. Le mura della casa tremano ai fischi terribili che dovrebbero essere note, ma che assomigliano di più, a quanto dice mia sorella Marina, al “richiamo di un alce col mal di pancia”. Appena ho finito di studiare Vittoria mi aggredisce: “I pappagalli li hai puliti? Ora li pulisci subito!”. Seguono urla e minacce ed io, brontolando, sono costretta a mettere da parte il libro che avevo afferrato. E quando finalmente riesco a mettermi davanti alla televisione arriva mio padre, emergendo dal mucchio di carte che invadono il suo studio, e senza dire una parola si impadronisce del telecomando e inizia a fare la sua consueta ginnastica digitale, saltellando da un canale all’altro.

A cena ci troviamo di solito tutti riuniti: quando mia madre porta la verdura, mio padre brontola immancabilmente che è tutta fredda, che bisogna riscaldarla e nella migliore delle ipotesi mia madre si mette semplicemente ad urlare, ma quando è nervosa mio padre riceve anche uno schiaffone. Marina spunta ogni sera dalla camera dei miei genitori con un giornale in mano e subito trova un film da vedere. Immediatamente tutta la famiglia si dispone in questo ordine: mia madre sulla poltrona, mio padre sdraiato sul divano, io distesa sopra mio padre e tutte le mie sorelle accovacciate per terra, munite di coperte. Immancabilmente dopo qualche minuto il film viene accompagnato dal russare di mio padre, che riceve continuamente calci e gomitate ed imperterrito continua a dormire. Alla fine del film, dopo la confusione finale, tutta la famiglia va a letto e pian piano la pace torna nella casa buia.

Io penso che la mia famiglia sia diversa da tutte le altre, soprattutto per il rapporto, particolarmente confidenziale, che noi figlie abbiamo con i nostri genitori. La mia è una famiglia particolarmente allegra, forse perché è tanto numerosa ed è molto originale e completamente diversa da tutte le altre famiglie.

Mia madre lo ha conservato accuratamente, dando prova di grande onestà intellettuale: molti, al suo posto, avrebbero cercato di far sparire le prove… 🙂

Ma si sceglie davvero?


Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l’intelligenza di saperle distinguere (Tommaso Moro).

In ufficio, dal momento che aleggia la cicogna (due colleghe e un consulente in dolce attesa), mi è capitato di ascoltare, senza esserne parte, una animata conversazione in merito all’opportunità o meno delle vaccinazioni. Confesso che l’argomento, ad oggi, non mi appassiona molto, ma di riflesso mi è sorta spontanea una riflessione che, come ogni rimuginamento che si rispetti (e come il mio giro vita dopo le abbuffate festive), si è allargata in tutte le direzioni.

I neogenitori o futuri genitori spesso si accaniscono rispetto ad alcune scelte che influirebbero gravemente sul futuro dei figli: ad esempio ieri l’enfasi era appunto sulle vaccinazioni e sul battesimo. A prescindere dalle mie scelte in merito, mi colpisce come sempre la convinzione sincera con cui questi futuri genitori argomentano che non sarebbe legittimo fare scelte che condizionano la vita del figlio, che se si può è meglio rimandarle a quando potranno farle autonomamente, etc.  Quello che mi sorprende è che in realtà difficilmente il dibattito e i dubbi esistenziali dei genitori si appuntano su altri elementi, che se vogliamo ben di più condizionano il presente e il futuro dei nostri figli.

Facciamo un esempio? Dove viviamo. Il particolare non è irrilevante. Compulsiamo statistiche tra i presunti legami tra vaccinazioni e autismo e poi magari abitiamo in una delle regioni in cui le percentuali di tumori sono straordinariamente sopra la media (vedi Taranto e dintorni, giusto per fare un esempio). Penseremmo davvero di pianificare un trasferimento dell’intera famiglia su queste basi? Direi che solitamente nessuno ci pensa sul serio. Sarebbe irrealistico, insostenibile nella stragrande maggioranza dei casi. O magari ci facciamo mille problemi su battezzare o meno, su far frequentare l’ora di religione o meno, preoccupati di non influenzare la libera scelta dei nostri figli, e non pensiamo che li influenziamo eccome, con le nostre risposte alle domande (del cavolo o meno) che ci pongono, e più ancora con il nostro comportamento quotidiano. Senza voler sminuire una scelta formale (o, per chi ci crede, un sacramento), mi piacerebbe sapere come immaginiamo che i nostri figli possano svegliarsi un giorno “quando saranno grandi” e fare una scelta propria, indipendente da cosa abbiamo fatto o non fatto noi.

I genitori, si sa, non si scelgono. Lo abbiamo imparato tutti, a nostre spese. E ora che siamo genitori, noi alcune scelte possiamo sì farle (guai se così non fosse), ma tante altre no. Mettere le priorità è un compito non ovvio di ogni giorno, che richiede una visione d’insieme che non sempre abbiamo la lucidità di avere. Credo che l’aforisma con cui ho aperto il post dovrebbe essere incorniciato e dato in omaggio a tutti i genitori fin dal corso pre-parto. Credo che ogni tanto faccia anche bene chiedersi se le scelte che ci paiono tanto vitali da paralizzarci o da farci combattere aspre battaglie lo siano davvero. A volte è davvero così. Tante altre, onestamente, no. O meglio: non è davvero il benessere dei nostri figli a essere in gioco. E’ piuttosto la nostra necessità di tranquillizzarci, di affermarci, di conformarci o di distinguerci, o magari anche solo di provare a noi stessi che stiamo facendo del nostro meglio come genitori. Il che, intendiamoci, non è condannabile: quasi tutti, in un modo o nell’altro, lo facciamo. La domanda da porsi, semmai, è dove sta il confine tra quello di cui abbiamo bisogno noi e quello di cui hanno bisogno loro (e possibilmente anche il resto del mondo).

Ma sto un po’ divagando dall’idea originaria di questo post. A proposito di scelte, si avvicina il momento del voto. Qui sì che si è sopraffatti da una sconfortante sensazione di non poter scegliere. Tale sensazione è acuita dal disagio di vedere, qua e là sul web, le reazioni alle candidature che sono state decise in questi giorni. C’è chi è stato escluso e se ne lamenta, c’è chi è stato inserito, stappa lo spumante e riceve felicitazioni. Certo è che la maggior parte dei giochi per il futuro Parlamento sono stati fatti in questi giorni e dipendono abbastanza marginalmente dal voto degli elettori. Perdonatemi se sono impropria: la politica non è il mio campo, spero che qualcuno possa smentirmi. Ma certo che è questa l’impressione. E non è bello.

Se si volesse rincarare la dose, aggiungerei che nelle reazioni dei candidati (ormai forse fin troppo visibili, vista la presenza nei social) non traspare, come vorrei, il peso e l’urgenza di mettersi a servizio di un Paese che vive un momento delicato e difficile. Non si può fare di tutta l’erba un fascio, intendiamoci. Ma dalla prospettiva di noi modesti operatori del sociale c’è ben poco da stare allegri. In certi casi ci troviamo ad augurarci che candidati, pur abbastanza blindati, non riescano nell’intento, che li strapperebbe a un buon lavoro finora fatto e oggi non meno necessario. In altri, francamente, ci viene solo da sospirare amaramente. Ma forse, anche qui, sbagliamo prospettiva. Difficile non pensare che l’affermazione e, in un certo senso, il tornaconto personale abbiano un peso in alcune nuove candidature. Anche questo, intendiamoci, è legittimo – in un certo senso. Non mi sento davvero di biasimare qualcuno che, dopo una vita passata a sbattersi variamente con scarsa gratificazione, magari provi una via in cui tale sbattimento possa essere messo a profitto con serenità e molto minor fatica. Io stessa, quando ho provato fuori tempo massimo il concorso da ricercatore non sono stata estranea a tali ragionamenti (fatte, si intende, le debite proporzioni).

E anche lì, sono stata io a scegliere virtuosamente di restare una operatrice del sociale un po’ sfigata? No, andiamo, non è stata una scelta mia. Non solo. Un po’, come tutti, ho scelto, un po’ ha scelto il mio inconscio, molto sono state le circostanze a scegliere per me. Per cui, piuttosto che predicare, mi verrebbe da chiedere come posso contribuire, nel mio piccolo, a portare il mio Paese fuori da questo pantano di sconforto.

Qualche domanda del cavolo


Cito la mitica Barbara Summa per fare il punto delle recenti conversazioni con la Guerrigliera, la cui attenzione, in questi giorni di festa, si è fissata su alcuni argomenti in particolare.

In pole position, decisamente, la morte. Forse tutto è cominciato con un piccione sanguinosamente spiaccicato nel nostro vialetto condominiale. O forse no, chi può dirlo. Comunque le domande sono arrivate, precise e martellanti come non mai. Alla nonna, la mattina che è stata sola con lei, ha chiesto dettagliate spiegazioni su come si capisce, esattamente, quando uno è morto. Il cuore cessa di battere, il respiro viene meno… la nonna si è difesa come poteva. A me ha chiesto come è morto Gesù (dal momento che è nato, suppongo che la domanda venisse consequenziale). Io, con la tipica tattica del genitore definibile come “a risposte successive e concatenate” (tipiche di quando credi di cavartela con poco e invece lei insiste, in una successione implacabile di approfondimenti), ho imbastito una versione così riassumibile: Gesù lo hanno ammazzato le persone che comandavano nel posto dove abitava che no, non erano del suo stesso popolo, ma erano romani. Perché? Beh, perché credevano che volesse cacciare l’imperatore e fare lui il re, però non era vero, non era quello che lui intendeva quando andava in giro a insegnare alla gente come secondo lui era giusto vivere. A questo punto la Guerrigliera obietta: “E non poteva restarsene a casa buono con Maria, così non lo ammazzava nessuno?”. Ecco, io suppongo che questo pensiero sarà venuto in mente alla Madonna, almeno qualche volta.

Esaurito il vangelo, siamo passati ai santi paleocristiani. Complice il nome dell’oratorio frequentato per il pattinaggio, voleva sapere come fosse morto San Pancrazio. Io già ero fiera del fatto di sapere che era un martire, ma questo a Meryem pareva una risposta troppo generica. Stasera, dopo due giorni di tergiversamenti, siamo finite su wikipedia. Abbiamo così appreso che era nato in Turchia (wow!), che era venuto a Roma con lo zio e che a 14 gli hanno tagliato la testa perché non voleva cambiare religione. Ecco, io non so quanto questi elementi siano consoni all’educazione di una bambina di cinque anni, ma non sono riuscita proprio a scansarli.

Alla morte è abbinato il pensiero del nonno che non ha mai conosciuto, che per lei si salda in qualche modo al concetto di Dio. Cantando Tu scendi dalle stelle mi spiegava che le piace quando si canta “O mio Signore”, perché potrebbe riferirsi anche a nonno Vittorio. Non ho indagato oltre. Mi ha spiegato poi che il cuginetto le ha detto che quando si è morti pare che si dorma (“ma con gli occhi aperti o con gli occhi chiusi?”), “ma tanto poi a un certo punto ci si risveglia tutti insieme, lo ha detto la maestra Marina”. Ah, ok. Benvenuti al giudizio universale. Ma anche su questo punto per ora ho glissato.

Sul concepimento ce la caviamo benino. L’idea che papà ha messo un semino nella pancia della mamma, dove ha trovato un ovetto, per ora funziona senza ulteriori domande sul processo. Aspettavo trepidante una qualche imbarazzante domanda successiva, quando la Guerrigliera mi ha chiesto: “E quindi, siccome ero femmina, nella tua pancia ero rosa. Altrimenti, se ero un maschietto, sarei stata blu”. Cosa? “Ma no, tesoro. Tu eri rosa, perché tutti i bambini sono rosa”. Lei mi ha guardato con evidente condiscendenza: “Ma certo che quando nascono sono tutti rosa. Ma quando sono nella pancia sono rosa oppure blu. Altrimenti il dottore come farebbe dalle fotografie a dirti se nascerà un maschio o una femmina?”. Ehm, gasp. Mi sono difesa dicendo che io le ecografie le ho sempre viste in bianco e nero e che il dottore non mi ha mai spiegato questa cosa dei colori, che quindi non potevo confermare. “Beh, ora lo sai. Si vede che il dottore aveva fretta e forse pensava che lo sapessi”. Punto. Per ora finiamola qui, che è meglio.

Ci sono sere


Ci sono sere in cui anche la commediola americana su Canale 5 ti sembra straziante.

Ci sono sere in cui friggi le cipolle per dare sapore alla zuppa precotta e riesci solo a ungerla un po’.

Ci sono sere in cui pensi di finire il romanzo che hai iniziato sul Kindle e improvvisamente ti pare straziante anche quello (ma fino all’88% non ti era parso).

Ci sono sere in cui mandi un sms, uno solo, e te ne penti pure.

Ci sono sere in cui vorresti ricordare perché solo ieri ti sentivi entusiasta di molte cose.

Ci sono sere in cui lo sai che sei lamentosa, che al limite sei anche ingiusta, ma non ti importa affatto.

Ci sono sere in cui l’unica cosa che ti distoglierebbe dai cupi pensieri sono tutte le piccole cose che non hai. Che prese una per una non hanno alcuna importanza. Però sono le uniche che importano, adesso.

Ci sono sere che comunque finiscono sotto un piumone, con Meryem che respira tranquilla nella sua camera.

E,anche se adesso ti pare di non averne alcuna voglia, domani è un altro giorno. A quel punto avrai voglia di cancellare questo post e, chissà, magari per la prima volta della tua vita di blogger lo farai pure.