Una storia di donne


Quando incontro P. la potrei scambiare per una delle studentesse del Master dell’Università di S. Francisco che sto aspettando in un pomeriggio piovoso davanti alla porta verde della mensa del Centro Astalli. Inglese fluente, coda di cavallo, sorriso sicuro. Chiacchieriamo con naturalezza, mentre aspettiamo gli altri. Solo che quello che mi racconta è – manco a dirlo – straordinario. “Sembra un romanzo!”, non mi trattengo dal commentare (anni e anni di esperienza non mi hanno tolto quel tipico stupore un po’ stupido di chi è nuovo a questi racconti e di cui mi pento fino a un certo punto). Lei mi sorride e risponde quello che risponderei io: “Chissà, magari un giorno lo scriverò”.

P. è tibetana e a 15 anni è fuggita, da sola, in India. Di quella parte della sua vita, senza troppe remore ma anche senza indulgere in particolari macabri, mi traccia un quadro inequivocabile. Il padre ex parlamentare, la repressione cinese, le violenze arrivate inaspettate al villaggio, la madre incinta che per le percosse dei militari perde il suo bambino, il fratello minore oggi in carcere, la paura e la diffidenza che la trattiene ancora qui, a Roma, oggi, dal frequentare i suoi connazionali. Non si sa mai. Anche dopo anni la notizia che lei è qui potrebbe nuocere a chi è rimasto.

Il viaggio attraverso le montagne fino al Nepal e il primo arrivo in un campo profughi un po’ in disarmo P. lo liquida rapidamente (ed è la prima cosa che mi racconta), ma ci sarebbe certo molto da aggiungere. A un certo punto lascia il campo e trova riparo in un monastero buddhista. Lì incontra una signora indiana che, con generosità assoluta, la prende con sé e la porta a Calcutta.

Da oggi pomeriggio non riesco a smettere di pensare a questa donna speciale. “Ha fatto di me quella che sono oggi”, dice P. con semplicità. “Mi ha insegnato a leggere a scrivere, mi ha mandato alle scuole migliori, mi ha fatto studiare l’inglese. Mi ha insegnato ad apprezzare un’opera d’arte. Amava Frida Kahlo e mi ha trasmesso la sua passione. Leggevamo Shakespeare e proprio grazie ai versi del Giulio Cesare ho iniziato a sognare di venire in Italia”. La donna è anziana, sente la fine avvicinarsi. P. lavora in un call center, ma il suo futuro è appeso a un filo. “E’ stata lei a incoraggiarmi. Mi diceva: Se la vuoi davvero, la tua occasione, prendila! Puoi farcela”.

Sorride, P., quando mi dice che l’Italia dove è arrivata non aveva nulla a che fare con il suo sogno pieno di storia e di arte. “Non avevo idea che per gli stranieri qui fosse così difficile. I primi mesi sono stati davvero duri. Dopo pochi giorni mi hanno rapinato per strada e mi hanno preso i pochi soldi che avevo. Sono stata costretta a vendere l’anello che mi aveva dato mia madre, il ricordo più prezioso che conservavo di lei. Ma non c’era alternativa”. Il corso di italiano per lei è stata l’opportunità più grande. “Sono arrivata qui, al Centro Astalli, e sono davvero grata per questo. Ora ho un avvocato che mi segue e tutto va molto meglio”. P. abita presso una famiglia del Bangladesh e si mantiene con un lavoretto in pizzeria. “Certo, non ha nulla a che fare con quello che ho studiato. Ma sono al sicuro. Voi qui in Italia siete così fortunati: potete dire quello che volete, non conoscete la paura. Io oggi sono tranquilla e davvero non potrei chiedere di più”.

Io credo, e lo ho detto anche a lei, che P. dovrebbe assolutamente chiedere di più, invece. Dovrebbe tornare a coltivare le evidenti ricchezze della sua anima, quelle così ben nutrite dalla generosità di una signora incontrata per caso. Voglio credere che altre strade possano aprirsi per questa giovane donna coraggiosa e entusiasta, per il bene suo e di questo Paese sgangherato ma sicuro che oggi la accoglie.

Oggi P. ha avuto il suo piccolo regalo. Una delle studentesse americane che abbiamo incontrato insieme parlava nepali e le due si sono messe a chiacchierare fitto. Guardandole non ho potuto fare a meno di pensare che sarebbe così naturale se fossero compagne di università, coinquiline, colleghe. Al momento vivono due vite completamente diverse. Ma un giorno, chissà.

 

Facciamo un test?


Oggi pomeriggio ho visto un video del Consiglio dell’Unione Europea che mi ha scosso molto. Un video ufficiale, di un’istituzione che si suppone mi rappresenti. Si tratta di uno spot che visualizza 12 mesi di lotta contro gli immigrati, con ogni mezzo (lo potete scaricare da qui). Che celebra l’accordo con la Turchia, la chiusura delle frontiere interne, il sovvenzionamento della guardia costiera libica. Abbiamo ripreso il controllo dei nostri confini, stiamo tenendo fuori gli elementi ostili, le “migrazioni illegali”. Tutto, badate bene, è migrazione illegale in questo video: anche i siriani in fuga da Aleppo e dal resto della Siria devastata. Anche i bambini torturati in Libia, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite uscito ieri.

Vorrei da voi una risposta onesta a queste domande, qui nei commenti o su Facebook, come vi pare. Sul serio vorrei capire.

  1. Sei a conoscenza del fatto che l’Italia, in linea con l’Europa, ritiene che la via principale per affrontare le migrazioni sia evitare che le persone arrivino, anche bloccandole o rimandandole in Turchia, Libia, Sudan? (vedi prime dichiarazioni del nuovo ministro dell’Interno Minniti).
  2. Sei d’accordo?
  3. Credi che le condizioni di vita di un migrante in uno di questi tre Paesi (potete far riferimento al rapporto linkato sopra, a titolo esemplificativo) sarebbero accettabili per te e per la tua famiglia?

E con questo mi ritiro a guardare qualche serie scema su Netflix. Ma mi piacerebbe davvero che rispondeste.

In parole povere


“Non ci sono criticità”. Questa frase, in bocca a un prefetto responsabile di un pezzetto dell’immane e magmatica macchina che giorno dopo giorno incombe sui migranti, li mastica e li sputa, mi ha colpito per due ottime ragioni. In primo luogo, ovviamente, perché è una falsità evidente. Ma anche perché, paradossalmente, non credevo del tutto alla malafede di chi la pronunciava.

Questo mi ha fatto ripensare all’ultimo bellissimo film di Ken Loach. Le procedure, i protocolli, fanno sì che la persona che li applica perda la cognizione precisa dell’impatto di quelle procedure, di cui il singolo non è che un ingranaggio insignificante, abbia in effetti sulla vita delle persone interessate, degli “utenti”. La colpa non è di chi le applica, ma delle procedure inique, si potrebbe argomentare. Vero. E servono, quelle procedure, per difendere i singoli operatori dal peso insostenibile della responsabilità di una, cento, mille vite altrui. Vero anche questo.

Eppure credo che ci sia un momento in cui si dovrebbe essere capaci di chiamare le cose con il loro nome, di descrivere cosa stiamo facendo, in parole povere. Se applico una direttivo e persino, zelantemente, ne do un’interpretazione più restrittiva “per sicurezza”, per ridurre il margine di errore, potrebbe essere che sia io, proprio io a trasformare in un incubo la vita di un bambino, una donna, un giovane uomo. Persone che credevano di aver già vissuto il peggio sulle rotte del terrore, nella stiva di un barcone, nei centri di detenzione dove solo l’arbitrio distingue la vita dalla morte. E invece no. Io, nella mia efficienza, potrei essere la mano che spranga l’ultima porta, il sorriso distaccato che infrange l’ultima speranza, il modulo che preclude la vita normale.

Ricordate questa storia? Queste? Oggi storie così si moltiplicano. Storie che ai dolori inflitti dalla vita aggiungono la violenza cieca di una burocrazia che allunga la lista dei requisiti, restringe le maglie, moltiplica i moduli e le autorizzazioni. E che, soprattutto, vuole prove. Obiettive, costose, invasive, assurde. Chiedere a due genitori salvati dal mare con il loro bambino in braccio di pagare un test del DNA per dimostrare che non sono degli impostori e farlo non in un caso, eccezionalmente, in un caso particolare, ma sistematicamente, caparbiamente, anche a distanza di mesi o di anni dall’arrivo, anche in presenza di documenti (perché, si sa, i documenti potrebbero essere falsi) non vuol dire essere scrupolosi. Vuol dire solo essere capaci di non guardare negli occhi quei bambini, quella madri, quei padri.

Sospiriamo, diciamo che non possiamo nulla davanti alle ingiustizie del mondo. Ci commuoviamo anche, a proposito e a sproposito. Ma quando abbiamo in mano, ciascuno nel suo campo, il nostro timbro rosso, come lo usiamo? (Non ho potuto fare a meno di pensare a questo bellissimo cortometraggio degli amici Artigiani Digitali).

 

Letture difficili


Approfittando di una trasferta, sono riuscita a fare tre letture, in qualche modo collegate una con l’altra. A dispetto del titolo di questo post, nessuna era pesante nel senso proprio del termine: tutti e tre i volumi, ciascuno a suo modo, avevano il taglio del reportage giornalistico e dunque uno stile scorrevole e agile. La difficoltà stava piuttosto nell’argomento: islam, fondamentalismo e radicalismo, Isis/Daesh. Ma andiamo in ordine di lettura.

  1. Napolislam, di Ernesto Pagano. Premesso che non ho visto il film/documentario, ho trovato la lettura interessante, anche se in qualche modo apre diverse domande e questioni. Si racconta la storia di alcuni  convertiti all’Islam e si offrono spunti incoraggianti rispetto alla capacità di un’esperienza religiosa calata nella quotidianità di integrarsi e trovare vie di comunicazione, facilitata da un tessuto sociale complesso ma comunque pieno di relazioni interpersonali come la città di Napoli. Ho apprezzato lo sforzo di andare oltre lo stereotipo, ma in qualche modo alla fine del libro si resta con l’idea di aver solo cominciato a seguire alcuni fili, che in fondo hanno a che fare con la religione fino a un certo punto. Insomma, interessante ma non completamente appagante.
  2. Il combattente, di Karim Franceschi. Qui mi impongo di restare nel format del post e di limitarmi a una scheda breve, ma vi anticipo che questa lettura mi ha messo in seria difficoltà. La storia è stata raccontata anche dai media: Karim, unico italiano a partire per il fronte di Kobane per combattere l’Isis, figlio di partigiano e attivista lui stesso, dopo una missione umanitaria in Kurdistan si rende conto che aiutare non basta, bisogna contribuire alla lotta più direttamente, sia pur per pochi mesi (3, la durata del visto turistico). La perplessità mi era sorta già con Kobane calling di Zerocalcare: pur avendo sinceramente apprezzato l’autore, il suo modo di porsi rispetto al tema, lo stile rispettoso e in qualche misura critico (il format della graphic novel piena di ironia aiutava), già allora mi ero fatta delle domande sull’operazione in sé e sul messaggio o sui messaggi connessi ad essa. Il racconto di Franceschi più che lasciarmi perplessa mi ha fatto a tratti davvero arrabbiare. Soprassiedo su alcuni sfumature che potremmo definire “culturali” e che, raccontate sinteticamente, potrebbero distogliere dal punto principale della mia critica. Il mio problema, credo, sta tutto nella descrizione – o piuttosto nella non-descrizione – dei “nemici barbuti”, i combattenti dell’ISIS. Non fraintendetemi: non starò qui a fare l’apologia di chi perpetra azioni feroci e disumane e si preoccupa anche di farne intensa pubblicità. Ma il nemico di Franceschi è solidamente anonimo, cattivo e uniforme: lo si uccide singolarmente, con colpi di fucile di precisione, ma non ha caratteristiche individuali. Forse più che ucciderlo lo si elimina, come in un videogame. Un colpo e basta. Mi si obietterà che per fare la guerra questo serve. E tanto più quando si tratta di una guerra proprio sporca, dove da un lato e dall’altro del fronte sono coinvolti anche minorenni, quasi ragazzini. I dubbi magari non ce li si può permettere quando si difende la propria terra dall’invasore. Non pretendo di mettermi dal punto di vista di una guerrigliera curda, ci mancherebbe: troppo diversa è la mia vita, la mia forma mentis, il mio punto di osservazione. Ma non posso fare a meno di gridare nel profondo di me stessa che non ce la faccio, in nome di nessuna emergenza, a rinunciare al mio senso critico. E allora io continuo a pensare che la guerra non può essere la soluzione, ma anzi alimenta altre guerre. Che le armi così ben descritte da Franceschi forse più che strumenti di liberazione sono parte del problema. E che un nemico solo brutto e cattivo, ontologicamente diverso da noi che abbiamo ragione, non esiste. Può essere una utile astrazione ideologica e intellettuale, ma non esiste. E da questo consegue che non ce la faccio a pensare davvero che questo sia il contributo che noi siamo chiamati a dare in questa situazione e non solo perché non tutti abbiamo il fisico e l’attitudine del guerrigliero (o del foreign fighter, che poi non è così diverso, almeno da questo punto di vista). Ma mentre scrivo mi rendo conto che la questione non è esaurita, neppure per me.
  3.  Au coeur de Daesh avec mon fils, di Laura Passoni. Comprato per pura reazione e con un certo timore, questa testimonianza mi ha invece sorpreso positivamente. Qui ho ritrovato una lettura più autentica della complessità della questione e, in qualche modo, delle indicazioni più concrete su cosa davvero sarebbe d’aiuto per contribuire a una soluzione. Perché la radicalizzazione dei “combattenti” avviene anche – e in larga misura – in Europa. Perché alcuni di loro, prima di essere anonimi nemici barbuti, erano ragazzi come Laura e come suo marito: con fragilità più o meno marcate, arrabbiati, pieni di rancore, alla ricerca di soluzioni concrete e tangibili, ora, subito. Non tanto diversi da alcuni degli intervistati di Napolislam, se vogliamo. E questo Islam senza comunità e senza moschee è il terreno più fertile per l’indottrinamento online. L’esperienza di Laura e di suo marito fa capire che il rapporto tra il Medio Oriente e le nostre periferie, geografiche e esistenziali, è più diretto di quanto possiamo pensare. Ma anche che le persone coinvolte non sono marziani, non sono strane creature sanguinarie che nulla hanno a che fare con noi. A volte hanno alle spalle famiglie come le nostre, magari sopraffatte dalle difficoltà, ma presenti e a volte disperate delle proprie insufficienze e incapacità. A volte sono loro stesse genitori e ritrovano, come in questo caso, il filo d’Arianna per uscire dal labirinto del fanatismo proprio grazie all’amore per i propri figli (o per quelli della propria compagna). Questo da un lato fa paura, ma dall’altro chiama alla speranza. E alla responsabilità di tutti: genitori, insegnanti, vicini di casa, educatori di ogni genere, amici, conoscenti. La guerra da vincere non è una sequenza di sparatorie, ma la ricostruzione di comunità in cui nessuno viene lasciato indietro. Non è sufficiente, certo. Ma aiuta moltissimo, anche a ragionare insieme su cosa davvero è importante cambiare, anche a livelli politici che sembrano ormai indiscutibili e irraggiungibili.

Io sono con te


“Che cos’è la verità?”. Fin da piccola, alle celebrazioni del giovedì santo, questa domanda di Ponzio Pilato mi è rimasta impressa. Un personaggio che esce di scena con una domanda non passa inosservato. E che domanda. Trovare citato questo episodio evangelico nell’introduzione del primo (e probabilmente unico!) romanzo in cui sono citata per nome mi è parso un curioso segno del destino.

Facciamo un passo indietro. Melania Mazzucco è certamente una delle mie scrittrici preferite. Mi incanta il fatto che ogni suo libro che ho letto era profondamente diverso dall’altro. Ne ho menzionati due su questo blog, qui e qui. Il fatto che si sia lasciata coinvolgere nelle attività del Centro Astalli è stata una grande emozione, già alcuni anni fa. da allora ci si vedeva almeno due volte l’anno, alla riunione della giuria del concorso La scrittura non va in esilio e poi, un mesetto più tardi, alla cerimonia di premiazione. Per niente star, attenta e pienamente partecipe, in sala riunioni ci dimenticavamo tutti del fatto che fosse una scrittrice di fama internazionale. Era Melania.

“Che cos’è la verità?”. Ero tentata di usare questa citazione anche all’inizio del mio ultimo post sui rifugiati.  Davanti a tante bugie la verità va cercata e raccontata: Melania ha accettato di farlo e ci ha chiesto di incontrare una persona. Io sono con te è la storia di Brigitte. Non è solo una storia vera. E’ una storia di verità.

La verità dolorosa di una donna ferita innumerevoli volte, in un Congo brulicante di lutti e di violenza, ma anche qui in Europa. La verità della difficoltà e della fatica di accompagnare il suo percorso, che non ha nulla a che fare con il passo trionfante di un operatore umanitario che sorride a favore di telecamera in uno spot di raccolta fondi. Si inciampa eccome, quando le persone le si accompagna davvero. Si inciampa con loro, si inciampa contro di loro, si inciampa dietro di loro o addirittura sopra di loro, travolgendole con le nostre limitatezze. La verità più importante di tutte: ogni storia è preziosa, ogni generalizzazione o etichetta è una sopraffazione che si aggiunge a tante altre. Non si può provare empatia con una folla di persone. Ma questo non è una scusa per non guardarne negli occhi nemmeno una.

La storia in questo romanzo è anche la mia storia, anche se la “Chiara” nominata qua e là è una comparsa irrilevante, che scrive un articolo e smista ospiti sui taxi dopo un evento. E’ come una fotografia scattata in quel luogo immaginario, composto da tanti luoghi, azioni, persone e sentimenti, che sono gli ultimi sedici anni della mia vita. C’è la Termini in cui anche io vagavo, mi fermavo, mi sedevo ai tavolini a bere cappuccini e soprattutto tè, da sola o in compagnia (e dove ho imparato ad arrotolare la bustina sul cucchiaino). Ci sono i brividi di febbre, qualche volta mia e molto più spesso di altri, che abbiamo portato in giro per autobus e metropolitane; i vestiti bagnati, la fame, l’imbarazzo. C’è l’inspiegabile accadere di eventi inattesi che tante volte hanno raddrizzato ciò che pareva perso per sempre (“sulla Provvidenza possiamo sempre contare”, mi diceva serio e addirittura pragmatico il mio primo capo gesuita).

Ci sono soprattutto i miei colleghi, a cui troppo spesso non sono capace di dire quanto li apprezzi e quanto li ammiri. Sono grata a loro perché compongono quel Centro Astalli che è, ad oggi, prima di un lavoro, il mio rapporto affettivo più duraturo. Sono grata a Melania Mazzucco perché li ha osservati, li ha ascoltati e di ciascuno ha colto qualcosa di unico.

E con questo vi invito a leggere questo romanzo e poi, se vi va, a scrivermi cosa ve ne è parso.

Sbarchi, bugie e videotapes


In questi giorni mi pare davvero che sia in corso una gara a chi le spara più grosse su migranti e rifugiati. Certo, è sempre stato così. Ma ormai stiamo raggiungendo vette finora ineguagliate. Non ho il tempo nemmeno di elencare tutte le assurdità che risuonano non solo sugli autobus e nei bar (magari!), ma che – veicolate dai politici – rimbalzano anche sui quotidiani.

Inizierò con un piccolo florilegio. La mia principale fonte di ispirazione, stamattina, è un post del blog di Beppe Grillo. In genere non lo leggo, così come mi astengo rigorosamente dalla visione di dibattiti televisivi sul tema. Ma stavolta un titolo di Repubblica mi ha tentato e ho ceduto.

  • Coincidenze? Non credo. Il post, intitolato “Da quando c’è Renzi gli sbarchi in Italia sono triplicati”, inizia così: Da quando governa Renzi il numero degli sbarchi (e dei morti purtroppo) è triplicato. Fatalità? Coincidenza? No, semplicemente politiche sbagliate. L’affermazione è corredata da apposito grafico, che registra gli aumenti degli sbarchi dal 2013, fino al picco del 2014 e il lieve calo del 2015. Ora, io posso capire che noi italiani siamo affetti da un certo campanilismo, ma seriamente nessuno si ricorda che nel mondo a partire dal 2013 si sono verificati eventi leggermente più significativi dell’insediamento del governo Renzi, tipo la guerra di Siria, l’espansione dell’ISIS in Nord Africa, eccetera eccetera? Sui numeri mondiali delle migrazioni forzate negli anni in questione, rimando ai rapporti dell’UNHCR. Sulle politiche, in effetti l’aumento del numero degli sbarcati è in buona parte imputabile all’avvio, alla fine del 2013, dell’operazione Mare Nostrum. Il governo (allora ancora Letta) dopo il terribile naufragio del 3 ottobre 2013 a largo di Lampedusa, prese la coraggiosa decisione di avviare e finanziare un’azione di soccorso in mare che ha salvato da morte certa più di 150.000 persone. Da quando è stata interrotta è comunque continuata, su scala ridotta (da cui l’aumento dei morti), l’attività di soccorso sistematico. Se questa è una politica “sbagliata” si può discutere (io la considero una delle poche politiche di cui noi italiani possiamo essere fieri), ma una cosa è certa: non è imputabile al governo Renzi.
  • Prima arrivavano in Grecia, ora arrivano tutti da noi. Continuo a citare dal post di cui sopra: C’è la firma di Renzi sull’accordo con la Turchia che è servito a spostare gli sbarchi dalla rotta balcanica, quella che portava direttamente alla Germania, a quella mediterranea che oggi porta di nuovo verso l’Italia. Su quel capolavoro di violazione del diritto internazionale che è l’accordo con la Turchia  la firma di Renzi direi che non c’è (visto che è un trattato tra UE e Turchia), ma questa possiamo considerarla una licenza poetica: lui, come gli altri leader europei, certo lo hanno approvato e ne saranno pure soddisfatti. Il numero dei rifugiati siriani che arrivano in Grecia è certamente diminuito (a che prezzo, da ogni punto di vista?). Ma una cosa è sicura: quelle persone che non possono più partire per la Grecia o che dalla Grecia sono rimandate in Turchia certo oggi non stanno arrivando dalla Libia. Come lo so? Basta guardare le nazionalità degli sbarcati: i siriani non arrivano da quella rotta dal 2014 e difficilmente riusciranno a breve a riprendere ad arrivare in massa per quella via. Aggiungerei che dal 2014 al 2015 gli sbarchi in Italia non sono aumentati, ma diminuiti, come mostra chiaramente il grafico che illustra l’articolo. Aggiungo che i primi dati per il 2016 confermano che il flusso verso l’Italia non è aumentato neppure quest’anno. Insomma, di che stiamo parlando?
  • Eh, ma quando comnadava Assad (/Gheddafi/nome di dittatore a scelta) era meglio. Questa non viene dal blog grillino, ma da conversazioni e prese di posizione a margine della mostra Nome in codice Caesar, che si è tenuta al MAXXI di Roma. Scusate, ma meglio per chi, esattamente? Meglio da che punto di vista? Certamente non meglio per chi veniva (e viene) sistematicamente torturato. Non per chi si trovava o si trova figli spariti o uccisi senza neanche una spiegazione. Meglio per noi perché se le persone muoiono in carcere nel loro Paese non riescono a fuggire in Europa e non ci infastidiscono? Meglio essere complici di stragi di civili che dover mettere impegno e lungimiranza per progettare una società più aperta e inclusiva?
  • Queste ONG che fanno affari con l’accoglienza mentono per interesse: meglio aiutarli a casa loro! Potrei anche essere d’accordo sul fatto che ciascuno dovrebbe avere il diritto di vivere a casa sua in dignità e sicurezza (diritto, non obbligo!) e che l’unica strategia intelligente per gestire meglio le migrazioni (che ovviamente non si devono né si potrebbero eliminare) sarebbe combattere le cause della migrazione forzata. Peccato che questo non pare proprio che siamo disposti a farlo: significherebbe, tanto per dirne una, rinunciare ai grandi profitti che vengono dall’export di armi da guerra (si veda qui). E taccio del coltan in Congo, dal land grabbing e di tanti altri casi in cui le cause delle migrazioni e le relative responsabilità non sono così misteriose. Certo, se per “aiutarli a casa loro” intendiamo vendere oltre alle armi anche la strumentazione tecnologica per militarizzare i confini, costruire centri di detenzione, mettere mine e usare droni per arrestare la gente in fuga, è un’altra storia. Ma ci vuole un bel pelo sullo stomaco per chiamarla cooperazione.

Annaspando


Lo so, è molto che non scrivo. In realtà non solo ho troppo da fare e spesso sono anche in trasferta: è che mi sentivo in dovere di scrivere un post importante, significativo. Però nulla, nemmeno stasera riesco a mettere in ordine  i miei pensieri, a dare priorità ad alcuni rispetto ad altri.

Oggi curiosamente, incontrando una persona in ufficio per la prima volta, mi è scappato detto che il mio non è un lavoro. E’ la mia vita, una militanza, certamente qualcosa che va oltre, molto oltre qualunque contratto. Non è stato molto professionale spiattellarlo così. Ma capitemi almeno voi che leggete. Sono talmente travolta da bugie, calunnie e propaganda di bassa lega sui rifugiati che certe volte mi pare di vivere in un brutto sogno. Spegni la tv, direte voi. Ecco, l’ho fatto. L’ho fatto ancora una volta pochi minuti fa. Peccato che il collegamento, in diretta, fosse con il mio quartiere, Monteverde. Da un marciapiede di fronte al nostro centro di accoglienza, alla nostra scuola di italiano. Peccato che le vicende che hanno dato la stura a questa ulteriore ondata di xenofobia becera siano già state tempestivamente commentate su Facebook da miei conoscenti e forse persino miei amici, che naturalmente non hanno nulla contro ma…. Ma. Il “ma” è quello che conta e che apre un rubinetto in cui il flusso di inesattezze, bugie e vere e proprie calunnie dette in malafede da qualcuno sono ormai indistinguibili. Ci sguazzano i media, nella pozza sporca che si crea. Ci sguazziamo anche noi, spruzzandola un po’ in giro sui social.

C’è di peggio. I discorsi melliflui, apparentemente composti e razionali, dei politici.Non parlo di Salvini, evidentemente. Parlo di ministri della Repubblica: Alfano, Orlando. Se si deve dare l’idea di controllare la situazione, un prezzo va pagato. O piuttosto, va fatto pagare a qualcuno. Si sa, va così. Bisogna guardare alla sostenibilità generale, non tanto al caso singolo. Ai numeri, ai flussi, ai fenomeni, meglio se ai macrofenomeni. Tutto, pur di guardare le persone negli occhi. E’ la situazione che lo richiede.

Ma c’è un ultimo punto, che personalmente mi fa più male. Davanti a una situazione di sempre più palese scollamento tra prassi e garanzie costituzionali (altro che riforma e referendum: qui si parla proprio dell’abc dei principi fondamentali), sui giornali a cui si guardava per le critiche più nette, per i reportage più coraggiosi, appaiono articoli sottili, documentati, filosofici e visionari. In qualche modo, in un mondo diverso da questo, anche condivisibili. Ma maledettamente ambigui, come questo. Perché anche se gli intenti sono evidentemente antitetici rispetto a quelli dell’autore, temo che quanto è scritto sarebbe condiviso dal Ministro Alfano. Che ne trarrebbe, si intende, conclusioni assai diverse. Ma il disagio resta. Alla fine, come si diceva all’ultimo staff di Astalli, noi Mafia Capitale la stiamo pagando adesso. E non perché ne siamo stati toccati in alcun modo, ci mancherebbe pure. Ma per la mancanza di fiducia sempre più tangibile di chi su questi temi cerca di fare ragionamento e cultura: in fondo noi facciamo accoglienza, quindi siamo potenzialmente interessati, sospetti, comunque non affidabili. Questa per noi, che ci sporchiamo le mani da tanti anni gomito a gomito con i rifugiati, pur con tutte le nostre mancanze e insufficienze, davvero (senza retorica) piangendo e ridendo con loro e talora mandandoci al diavolo, è probabilmente la beffa più grande.

 

Le migrazioni in vacanza


Con il lavoro che faccio e con la gente che frequento (incluso suo padre!), mia figlia sente parlare di migranti e di rifugiati da quando ha memoria (e anche prima, in effetti). Non la ha dunque sorpresa affatto la mia scelta di andare a Bremerhaven, città portuale nella Germania del Nord, con il preciso scopo di visitare il museo delle Migrazioni, la Deutsches Auswanderer Haus. L’ha invece molto stupita quello che ha trovato. “Non sembra affatto un museo!”, ha continuato ad esclamare entusiasta, anche in seguito. In effetti tutta la visita è un’esperienza, intensa, coinvolgente e sorprendente.

In biglietteria ciascun visitatore riceve una carta magnetica abbinata alla storia di due persone: un cittadino europeo emigrato dal molo di Bremerhaven verso l’America e una persona immigrata in Germania a partire dal dopoguerra. Il percorso infatti è diviso in due parti: una racconta vividamente la storia delle migrazione europea e una seconda invece è dedicata alla storia delle migrazioni verso la Germania. In molti punti del percorso, avvicinando la propria carta alle apposite postazioni, è possibile ascoltare particolari della storia della persona che stiamo imparando a conoscere, oltre a diverse integrazioni audio del percorso espositivo. Il tutto è in tedesco o in inglese e ho notato che in biglietteria hanno avuto l’attenzione di assegnare a me e a Meryem personaggi in cui potessimo meglio identificarci, per età.

La prima parte è certamente la più scenografica. La ricostruzione del molo, con gli audio degli addii in tutte le lingue parlate dai migranti e poi la salita sulla passerella della nave sono un inizio di forte impatto. Un altro aspetto interessantissimo è la ricostruzione degli interni delle varie navi, inclusi rumori e odori. A tratto geniali le soluzioni ideate per i pannelli espositivi: particolarmente notevoli quelli consultabili solo sedendosi sulla latrina del piroscafo o girando i rubinetti dei lavabi dei bagni. Notevole anche la ricostruzione dell’arrivo a Ellis Island, con le panchine per l’attesa e il questionario a cui sottoporsi. Nonostante l’ostacolo della lingua, Meryem è rimasta incantata da tutta l’esperienza, potenzialmente ricchissima per quantità di biografie, informazioni, storie di vita (noi ci siamo limitate ai “nostri” personaggi, per non appesantire troppo i tempi della visita).

La seconda parte è concepita come una piccola caccia al tesoro, in cui si devono rintracciare negli stand appositi gli oggetti attraverso i quali si raccontano le storie di migrazioni in Germania: album di foto di famiglia, oggetti personali, documenti. Meryem qui ha avuto da ridire sul fatto che i finti Levis’ cuciti dalla “sua” immigrata vietnamita fossero in mostra altrove, rimpiazzati da una borsa jeans, ma per il resto il tempo è volato e siamo uscite dalle sale appagate e affamate.

E qui il museo ci ha sorpreso ancora, con una caffetteria in assoluta continuità con il percorso espositivo. Su ogni tavolo veniva infatti illustrato un piatto portato dai migranti in Europa e oggi entrato nelle nostre abitudini: la pizza, la paella, il gulasch e, ovviamente, il kebab (che poi era abbinato al tavolo dove ci eravamo sedute prima di notare il tutto!). Abbiamo quindi concluso la visita con cibo buono, prezzi ragionevoli e servizio molto cortese.  La fama di questo museo è, per quanto abbiamo potuto sperimentare noi, assolutamente meritata!

 

Per forza


Oggi la mia bacheca di Facebook è piena di condivisioni che ricordano l’orrendo delitto di Fermo. Non ci sarebbe di per sé bisogno di aggiungere la mia alle molte voci autorevoli e efficaci che si stanno levando in queste ore. In primis quella di Michela Murgia: I cattivi maestri del fascista e razzista che ha ucciso Emmanuel Chidi Namdi e picchiato sua moglie Chinyery siedono in Senato: sono quelli che dieci mesi fa hanno negato l’autorizzazione a procedere contro Calderoli quando diede dell’orango a Cecile Kyenge. Era critica politica, affermarono, mica razzismo, e lo dissero senza distinzione di partito, compresi 81 senatori del PD e 3 di Sel che oggi si dichiareranno certamente sconvolti e turbati davanti a tutti i microfoni dei media. Questo succede a pensare che le parole non abbiano conseguenze. Ipocriti. C’è chi obietta che in questo caso dare del “fascista” all’assassino è nobilitarlo troppo. Non lo so. Una cosa è certa: quella persona si sentiva certamente in diritto di dare della scimmia a una donna nigeriana in pubblico e di reagire picchiando a morte lei e il marito per il solo fatto che si ribellavano a un’umiliazione che per molti è dovuta, scontata, necessaria. Il minimo che “questi” si meritano.

Ricordo benissimo che quando Cécile Kyenge venne in visita al Centro Astalli, anni fa, anche la nostra pagina Facebook fu invasa di commenti assurdi sotto le foto che pubblicammo. In una, che ritraeva tre rifugiati africani con un telefono in mano, qualcuno scrisse: “Adesso anche le scimmie hanno il telefono?”. Segnalai a Facebook il commento, palesemente offensivo e lesivo della dignità di quegli uomini (no, non era critica politica, in quel caso: la Ministra non compariva in quello scatto). Mi venne risposto che non costituiva violazione. Insomma, anche Facebook conveniva che chiamare scimmie i rifugiati africani è lecito. Normale.

Un’altra cosa vorrei aggiungere. E’ vero, la storia di questa coppia (come quella della maggior parte dei rifugiati) è una tragedia e un romanzo insieme. Ma non vorrei che tutta questa insistenza sul fatto che questi due giovani erano fuggiti dalle persecuzioni degli estremisti islamici spostasse l’attenzione dal fatto che la loro religione, la loro condizione di rifugiati, la loro tragica vicenda di genitori di bambini uccisi dalla violenza, in effetti non abbia nulla a che fare con il motivo per cui sono stati aggrediti prima verbalmente e poi fisicamente. E’ successo perché erano neri, ci piaccia o no. Perché, si difende l’aggressore, davano l’impressione di stare rubando una macchina, visto che i neri – si sa – sono ladri. E allora non scomodiamo la fatica dei territori rispetto ai flussi migratori. Questo sì che è nobilitare di motivazione un gesto che è solo becero razzismo e becera ignoranza.

Questo è un delitto, particolarmente efferato. Ma tanti altri atti di violenza, di offesa e di pubblica umiliazione sono sdoganati come normali. Il 24 giugno un giovane richiedente asilo sviene in piazza, a Tradate (Varese): un calo di zuccheri o forse disidratazione per il digiuno di Ramadan. I vigili urbani (!) e i passanti non solo non lo soccorrono, ma lo coprono di insulti, immaginando che sia ubriaco (racconto qui). Non più tardi di ieri a Albano Laziale degli esponenti politici locali esprimevano indignazione per un’ “adunanza islamica” inopportuna visto l’uccisione dei nostri connazionali in Bangladesh. Un gruppo abbastanza modesto di persone che pregava e celebrava in piazza in occasione di Eid al Fitr, massima solennità islamica per cui anche il Presidente Mattarella ha ritenuto opportuno formulare i suoi auguri ai musulmani italiani e residenti in Italia. Il comunicato sarebbe comico se non fosse tragico (leggetelo pure qui, seguirà sabato un flash mob). Sarebbe come dire che è intollerabile che, dopo tutte queste denunce per pedofilia, la gente non si vergogni di celebrare la Pasqua o il Natale sotto gli occhi di tutti. Almeno una delle persone che promuovono con entusiasmo il flash mob di cui sopra, peraltro, condivide l’indignazione per l’uccisione di Emmanuel. Mi chiedo perché, ma temo di non avere voglia di chiederglielo.

Un’ultima cosa vorrei aggiungere a un post fin troppo verboso. E’ assolutamente vero che l’Italia è piena di iniziative meravigliose di accoglienza, integrazione, empatia, creatività e cultura civica nel senso più alto del termine. In questi giorni sto lavorando a questa mappa e credo davvero che come italiani dobbiamo esserne fieri.  Ma è anche vero che ogni tanto anche chi ci crede, anche chi si impone di guardare oltre, si sente stanco, solo e sopraffatto dall’amarezza. Mi hanno colpito le parole di Saverio Tommasi:

Non è stato solo l’ultrà ad uccidere Emmanuel. Lo hanno ucciso anche tutti quelli che riversano sugli ultimi le colpe degli insuccessi delle loro vite, seminando un clima di odio al grido di “non possiamo ospitarli tutti”.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che dicono “aiutiamoli a casa loro” e poi votano per diminuire i fondi alla cooperazione internazionale.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che vorrebbero togliere il wi fi (tra l’altro gratuito), ai richiedenti asilo, l’unico strumento con cui possono chiedere alla mamma “come stai” e dire al papà “sì, sono ancora vivo”.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che vorrebbero far mangiare ai rifugiati la merda scaduta di certe mense “perché già che gli accogliamo vogliono anche decidere il menù?”
Hanno ucciso Emmanuel quelli che se vedono una foto di un bambino su un barcone dicono “perché pubblicate solo le foto dei bambini?”
Hanno ucciso Emmanuel quelli che se vedono una foto di un uomo dicono “hai visto che sui barconi arrivano solo uomini?”
Hanno ucciso Emmanuel quelli che se vedono una foto di una donna incinta su un barcone dicono “vengono qui a partorire, gliel’ha detto la Boldrini”. E poi le commentano tette e culo.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che dicono “ma degli italiani in difficoltà non vi interessa?” E poi non fanno niente per gli italiani e tentano di affogare quelli non italiani.
Hanno ucciso Emmanuel quelli che dicono “gli stranieri vengono qui a rubarci il lavoro”, o se l’immigrato è disoccupato dicono “visto? gli stranieri vengono qui e non vogliono neanche lavorare”.
Hanno ucciso Emmanuel le frasi “io non sono razzista ma”.
Lo hanno ucciso le campagne per chiudere Mare Nostrum, la migliore operazione di salvataggio in mare che l’Italia abbia mai fatto.

Si potrebbe continuare, ma non serve. Io nel mio quotidiano non frequento ultrà, e anche pochi attivisti di Casa Pound. Ma le mie conversazioni quotidiane (e, sono convinta, anche le vostre) sono piene delle frasi di cui sopra. E sono frasi pesanti come macigni, specialmente quando vengono da amici e conoscenti.

P.S. Se siete convinti che una qualunque delle obiezioni riportate nella citazione qui sopra sia, almeno in parte, valida, fatemi il favore di non dirmelo. Tenetevi per voi le vostre argomentazioni. Almeno per oggi mi voglio permettere il lusso di non ascoltarle.

 

Orizzonti e cultura


Ho finito stamattina sull’autobus un libro che ci stava proprio bene con i miei pensieri degli ultimi giorni, questo. Una roba astrusa e inintelligibile, direte voi. Per nulla, vi rispondo io. Questo libro per me non è solo una cara memoria della passata passione accademica (l’autore, che me lo ha addirittura regalato – lasciate che me ne vanti – “con ammirazione e amicizia”, è praticamente l’incarnazione dello studioso che avrei voluto essere, se avessi avuto il talento e l’opportunità), ma è soprattutto una chiave di lettura per l’attualità. Cerco di spiegarvi perché.

Questa raccolta di studi non parla di oggetti, di lettere, di grammatiche, di fiumi o di montagne (come pure potrebbe parere a prima vista): parla di persone o, più precisamente, di persone che si incontrano, si parlano, si raccontano, spiegano e insegnano cose da decine e decine di secoli. Una parte di quelle persone, quelle che vivono ai nostri giorni, sono citate dall’autore, spesso in nota: “La Sig.ra Semra Karabulut, di Torino, mi ha gentilmente comunicato che un buon keşkül ha come ingredienti….”, “Ringrazio Rainer Voigt, di Berlino, per avermi suggerito questa seconda ipotesi”; “Sono grato al giornalista moscovita Jurij Vjaceslavovic Klicenko (Klitsenko) per avermi segnalato la figura e l’opera di M.B. Satilov”; “Apprendo dal mio informante Ayad Al ‘Abbar che beygan è anche un vocabolo dialettale iracheno…”. Ma ovviamente la maggior parte degli incontri che il libro comunica sono avvenuti nel corso di un tempo lungo, attraverso crocevia di ogni sorta: città, biblioteche, strade di montagna, porti, locande, monasteri, università, piazze di villaggi.

Azerbagiàn persiano, Antiochia, Rodi, Malta, Gibilterra: “è questo l’asse della strada maestra su cui da sempre, almeno dall’inizio del neolitico, si sono rincorse da est a ovest e a ritroso, per poi diffondersi a nord e a sud, tutte le nuove acquisizioni dell’ingegno umano, dalla tecniche per assicurarsi la sopravvivenza, alle idee e ai modelli per garantire una convivenza più civile e socialmente allargata”. Accostate queste parole a quelle dell’Amaca di Michele Serra di ieri: ” Noi che siamo, ci piaccia o no, la modernità, abbiamo l’urgenza di far sapere agli imam, anche a quelli amichevoli e civili, che non è sulla base del timor di Dio, ma su quella del rispetto degli uomini che non uccidiamo”. Non entro nel merito della tesi di Serra, ma una cosa è certa: lui quando guarda fuori dall’Europa non vede le stesse cose che vede Pennacchietti. Ma non solo perché con ogni probabilità conosce meno di lui la prospettiva storica antica. Non solo perché quasi certamente parla e legge meno lingue di lui. Ma soprattutto perché in fondo è convinto, secondo me, che fuori dalla “nostra” cultura (nostra di chi, esattamente? europea? occidentale, qualunque cosa ciò voglia dire? laica, qualunque cosa ciò voglia dire?) non ci sia nulla che valga davvero la pena di conoscere, nulla di più di qualche curioso esotismo. Nulla che costituisca davvero un tassello di cultura, nulla che possa contribuire a definire un modello di convivenza civile.

Se ci si pensa bene, questo punto di vista è il primo presupposto per sostenere che il nostro continente o la nostra nazione bastano a se stesse, almeno dal punto di vista ideale/intellettuale. La migrazione si tollera (quando si tollera) per ragioni demografiche, economiche, per carità cristiana o per principio ideale. Ma in fondo l’assunto è che chi arriva nulla ci possa insegnare, nulla aggiunga alla “nostra modernità”. Che venendo qui sia lui (o lei) ad avere tutto da guadagnare, almeno da quel punto di vista. Ecco, io penso che il cuore della nostra povertà culturale consista precisamente in questo. Chiamiamolo colonialismo, chiamiamolo provincialismo. Chiamiamola, semplicemente, ignoranza collettiva. Una cosa è certa: chi non ne è colpito, riesce a stringere relazioni umane più significative. E di solito non si sente superiore per principio, per nascita, per lingua, per religione, per colore di pelle o per qualunque altra caratteristica rispetto a un altro essere umano, specialmente se non gli ha mai rivolto la parola.