Pensando (e scrivendo) positivo


La prima influenza (mia) della stagione mi impedisce di andare, anche fugacemente, a Più libri più liberi. E’ la prima volta da molti anni e se ci penso rosico assai. Facciamo che non ci penso. Che mi rallegro di essere stata male DOPO i miei festeggiamenti di compleanno (che, a parte un pensierino inatteso da parte dell’AMA, è stato piacevolissimo) e non prima. Che mi rallegro anche di aver letto non uno, ma due romanzi che vi raccomando caldamente. Sarebbero uno l’ideale continuazione dell’altro. Io li ho letti in ordine inverso ed è andato bene lo stesso. Quando ho acquistato per il mio Kindle L’immigrato, veniva classificato come giallo scandinavo. Lo immaginavo truculento e pieno di poliziotti algidi (e forse omosessuali). Invece la sorpresa è stata notevole. Il format è in effetti poliziesco, in qualche misura. Ma il tema trattato (immigrazione, seconde generazioni, razzismo strisciante e strumentalizzazione politica dello stesso, ruolo dei media in tutto ciò) mi ha subito colpito. Maledettamente interessante, sia per avere un quadro credo piuttosto realistico della Danimarca di oggi, sia per scoprire che esistono giornalisti/scrittori perfettamente in grado di cogliere e affrontare un tema così con tutte le dovute sfumature. Con tutto ciò, vi confesso che a tratti la lettura mi ha commosso profondamente, come non mi accadeva da tempo.

Spinta dalla curiosità ho comprato anche il primo romanzo di Hergel Olav, Il fuggitivo. Anche in questo caso non sono rimasta delusa, anzi. Non a caso l’autore nel 2006 ha vinto, come giornalista, il premio Cavling di cui si parla nel romanzo, per un’inchiesta sui centri di accoglienza danesi. Che dire? Sono due letture che meritano.

Vi lascio con una dichiarazione rilasciata da Olav in occasione di un’intervista, circa un anno e mezzo fa:«Posso dirle che nelle pagine del mio romanzo, come nella mia coscienza e nella coscienza di chi consideri caso per caso le vicende che in trent’anni, da giornalista, mi sono trovato di fronte, il dubbio ha la meglio su una definizione univoca della giustizia. Capisco le ragioni dei danesi che, magari relegati nei ghetti dove abitano le classi meno abbienti, costretti a mandare i propri figli in scuole frequentate per l’80 per cento da musulmani, intimoriti dal crescente tasso di criminalità, votino il Partito popolare della destra xenofoba e antislamica. Capisco la diffidenza delle autorità, delle forze dell’ordine, dei giornalisti – perfino Rikke, la mia eroina, il mio alter ego al femminile nel romanzo – che nella maggior parte dei casi sospettano in prima battuta degli immigrati. Capisco d’altra parte il risentimento dell’immigrato, che va preso singolarmente, come individuo, affinché siano rispettati la sua condizione e i suoi diritti. Ciò che, nel repentino mutamento della nostra società, temo vada perduto è il senso civile e squisitamente occidentale del rispetto per l’altro. È questo il valore di cui, nella nuova società multicolore e multiculturale, rischio di sentire più di tutto la nostalgia».

Leggo che da Il fuggitivo è stato tratto un film. Sarei curiosa di vederlo.

Meglio che niente?


E’ arrivata la prima puntata di Mission, il “raelity” di Rai 1 sui rifugiati, ed è anche passata. A qualche giorno di distanza, voglio esprimere un parere.  Là per là era davvero difficile contrastare il fastidio profondo che provavo, ma ho preso atto anche del parere di alcuni di voi, che stimo, che mi hanno fatto notare che almeno se ne è parlato. Che nel silenzio generale sulla guerra in Siria e altrove, due ore senza pubblicità sono comunque un signor risultato. Ci ho pensato con calma e ora in tutta serenità mi sento di dire: no, non mi basta. 

Ho ricevuto oggi un comunicato stampa del CISPI che condivido in buona parte e mi aiuta a focalizzare meglio quello che più mi è parso sbagliato e controproducente di questa trasmissione.

–  L’unica preoccupazione pareva quella di raccogliere fondi per “aiutare” questa gente. Delle mie preoccupazioni relative al “marketing” a scopo fundraising ho parlato diffusamente qui. Le confermo anche in questo caso. Bambini come se piovesse, nessuno dei quali con il volto oscurato nel rispetto della privacy. A questi rifugiati, sfondo della missione dei buoni, viene al massimo concessa una certa dignità (nel caso del Mali). Ma sono assolutamente funzionali a commuovere gli italiani sotto Natale. Non tiriamo in ballo cause, né tanto meno responsabilità. Roger Waters butta lì un appello sul mercato delle armi, ma resta lì un po’ sospeso nel nulla. Anche nella valutazione a posteriori sulla riuscita del programma, visti anche gli ascolti deludenti, si è fatto riferimento ai 75.000 italiani che hanno fatto donazioni all’UNHCR. Come dire: uno spot riuscito. Ma proprio di uno spottone si trattava, senza alcuna pretesa di informazione.

– Ma quanto siamo bravi noi. I VIP, prima di tutto, che hanno affrontato questa esperienza, che hanno piantato alcuni chiodi, che addirittura – ci viene lasciato a tratti intendere – mettono a repentaglio la propria incolumità. Quelle stesse masse di poveretti assumono a tratti, sia in Giordania che in Mali, connotati di rabbia e aggressività che restano inspiegati e inspiegabili. Bisogna avere pazienza, si legge tra le righe: questi se la prendono persino con noi, non capiscono che buon lavoro facciamo, provano persino a imbrogliare (almeno in tre casi si fa riferimento a procedure di controllo e identificazione per evitare che i rifugiati ritirino indebitamente aiuti che non sono stati loro assegnati). Quanta bontà, quanto eroismo. I cooperanti (si badi bene, non i volontari, ma i cooperanti che sono altra cosa) risultano essere eccessivamente esaltati come salvatori, quando si tratta, non solo per le Nazioni Unite, di vere e proprie professioni, per di più molto ben pagate

–  Ci scordiamo un pezzo. I rifugiati sono lì, paghiamo gli eroi che sono disposti per generosità ad andarli a sfamare e a costruire tende. E i rifugiati che sono qui? E i rifugiati che ambirebbero a qualcosa di più che una razione registrata e una tenda che dura 3 anni? Ma, soprattutto: da nessuna parte si dice che i primi rifugiati siamo stati noi europei? Oggi, per caso, ho visto su Rai 3 una puntata di “Il tempo e la storia”. Il taglio è diverso, certo. Ma l’impostazione è molto più condivisibile. Questa la chiamerei informazione e sensibilizzazione. Che dovrebbe avere almeno una parte in una prima serata della rete ammiraglia. Si potevano almeno intervallare gli spot pubblicitari delle missioni umanitarie con qualche testimonianza, con qualche filmato di informazione storica. In pillole, per carità, che altrimenti il pubblico si annoia (e manda meno sms). 

 

Stress e resilienza


Il blogstorming del sito Genitori Crescono, per novembre, è dedicato allo stress. Sono un paio di settimane che mi trattengo dallo scrivere questo post, perché temo di sembrare saccente. Lo conosco anche io, lo stress quotidiano del genitore. Vivo a Roma, mi sposto con i mezzi pubblici. Corro, metto toppe, improvviso, come brillantemente descritto dalla fiction Una mamma imperfetta. Ma non c’è niente da fare, quando sento la parola stress a me viene ormai in mente tutt’altro. Mi viene in mente una sigla, sconosciuta e anche un po’ contestata da alcuni specialisti: PTSD, Post Traumatic Stress Disorder, Disturbo Post Traumatico da Stress.

E’ già un sottoinsieme molto particolare del grande mondo dello stress, mi rendo conto. Per giunta io penso a una specifica casistica del PTSD, quella che riguarda i rifugiati. Non frequentavo psichiatri quando io stessa, nel mio piccolo, ho assistito a un attentato, a Gerusalemme. Non frequentavo psichiatri quando ho iniziato la mia esperienza al Centro Astalli e la scoperta di questo mondo mi ha travolto come un tir in corsa. Magari avrei saputo dare il nome a tanti giorni dolorosi, ma non credo che la traiettoria della mia vita sarebbe cambiata sostanzialmente. Anche oggi, a tanti anni di distanza, non penso che etichettare qualcosa la risolva. Dare un nome alle cose rassicura. Ma mi sono convinta che non è tanto dare un nome all’effetto che contribuisce a farci progredire, ma piuttosto dare nome alle cause dello “stress”.

Devo al mio amico Giancarlo Santone la riflessione sui tre grandi “cassetti” in cui classificare le esperienze che i rifugiati che arrivano da noi ci raccontano: traumi pre-migratori, traumi migratori (le peripezie del viaggio, chiamiamole così), traumi post-migratori (quelli che arrivano in Italia, a causa delle difficoltà oggettive, delle porte in faccia, ma a volte anche solo una apparentemente innocua telefonata a casa).

Ma non sono le loro storie di cui vorrei parlare in questo post. Qui mi interessa condividere quello che ho scoperto ascoltandole e che mi aiuta anche nelle mie personali odissee quotidiane. Non certo, badate bene, che i miei problemi sono piccoli rispetto a quelli, sbalorditivi, di tanti altri. Nessuno si conforta pensando a disgrazie maggiori, così nessuno si sazia pensando che al mondo c’è chi ha più fame, o addirittura muore di fame. Le classifiche aiutano poco in generale e sono, in questo caso specifico, particolarmente irritanti. Un dolore è un dolore. Tra l’altro uno dei pochi elementi più o meno chiari che mi pare di aver capito, nel ginepraio di definizioni del PTSD, è che “non colpisce le persone più deboli o fragili: spesso persone apparentemente fragili riescono ad attraversare senza conseguenze eventi traumatici abbastanza importanti, mentre persone solide si trovano in difficoltà dopo eventi che hanno un significato personale o simbolico particolarmente difficile da elaborare”. Mi permetto di aggiungere, alla luce della mia esperienza personale, che a volte anche la stessa persona può superare con straordinaria facilità tragedie immani e poi schiantarsi davanti a un intoppo “minore”.

Tuttavia certamente il mio lavoro mi ha aiutato a riconoscere un meccanismo straordinario che entra in gioco in questi casi. La chiamano “resilienza”. Ci sono tante definizioni, ma io la visualizzo pensando a tanti straordinari processi della natura: una ferita che si rimargina, la coda della lucertola che ricresce, le radici nuove che si formano da un rametto spezzato (le talee di Pietro e Paola Maria). Ciò che accomuna molte delle definizioni di “resilienza” che si trovano qua e là, applicate ai campi più diversi, è la parola “inaspettato”. Perché no, non ce l’aspettiamo che si possa davvero ricominciare a vivere.

Chiunque ha vissuto un grande dolore, uno sconforto profondo lo sa: in quel momento pensiamo con tutta la nostra anima e con tutta la nostra mente che nulla sarà più come prima. A volte fa fatica anche il pensiero di respirare. Però, mi dico sempre, per fortuna sono tante le cose che non dipendono dalla nostra volontà. In quel libretto sorprendente che è il Piccolo Principe riscopro una frase tremendamente vera: “E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me”.

Ci si consola sempre. Solo che spesso non abbiamo abbastanza fede in questa verità in qualche modo biologica. Non ci rassegniamo. E allora sì che rischiamo di perdere tutto davvero.

P.S. Questo post mi sa che non partecipa al blogstorming, però. E’ davvero finito un po’ troppo lontano dal punto di partenza.

Too #BAD


A volte avere splendide expat come amiche aiuta a venire a sapere, seppure in corner, di iniziative interessanti e pertinenti come quella di oggi: il Blog Action Day 2013, dedicato addirittura ai diritti umani.

Ci sarebbe l’imbarazzo della scelta riguardo agli argomenti da affrontare. In questi ultimi giorni si è parlato soprattutto di diritti delle salme, da quella di Priebke a quelle, assai più numerose, delle vittime del naufragio del 3 ottobre scorso a Lampedusa. Non starò qui a sminuire l’importanza di una degna sepoltura, né a gettarmi in uno sterile dibattito rispetto alle valenze che essa può avere (per i vivi): rimando senz’altro i miei lettori a due classici senza tempo, l’Antigone di Sofocle e I sepolcri di Foscolo. Sono letture di gran lunga più arricchenti e stimolanti di tutti gli editoriali di dubbio gusto che tocca sorbirsi in queste occasioni, per tacere dei dibattiti televisivi.

Ma se si parla di diritti umani credo che sia in primo luogo di vivi che ci si debba interessare. E uno dei diritti che più mi sta a cuore, come cittadina (del mondo) e come genitore, è quello all’istruzione. Non ricordavo che uno degli Obiettivi di sviluppo del Millennio (che mi paiono spariti dai radar degli interessi politici, almeno qui nell’Italietta dei dibattiti sull’indulto e sulla legge elettorale) è raggiungere l’istruzione primaria universale entro il 2015.

Sì, vabbè. Secondo un recente rapporto di Unesco e Save the Children, nel mondo circa 50 milioni di bambini, dai 5 ai 15 anni, non vanno a scuola perché colpiti dagli scontri o arruolati nei corpi armati. Nel 2012, sono stati 3.600 gli attacchi di vario tipo per impedire ai bambini l’accesso all’educazione, tra i quali si contano violenze, bombardamenti di scuole, reclutamento dei minori in gruppi armati, torture e intimidazioni contro bambini e insegnanti sfociate in morti o ferimenti gravi. Inoltre, prosegue il rapporto, “resta scandalosamente bassa la quota di fondi destinati all’educazione nelle emergenze umanitarie, che è passata addirittura dal 2% del totale dei fondi umanitari in emergenza del 2011 all’1,4% del 2012”.

Ne ho parlato tante volte: purtroppo nelle emergenze si tende a considerare l’educazione come un accessorio di lusso, il cui acquisto è rimandabile. Per questo mi piace tanto come lavora il JRS. Chiudo questo post quindi con qualche bella storia di impegno concreto, di resistenza e anche qualche successo da alcuni Paesi del mondo in cui il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati opera. Sono storie che, anche se dolorose, fanno bene a tutti: condividiamole.

Kenya, un sogno diventato realtà

Congo: libri, non armi

Siria: un disastro senza fine

 

Almeno stavolta


Probabilmente saprete che oggi il mare d’Italia è pieno di cadaveri. Che a Lampedusa non sanno più, fisicamente, dove riporli. Oggi si è consumata una tragedia di proporzioni tali da costituire un’ottima occasione per farci capire che così non si può andare avanti. Mi dispiace dover citare continuamente Papa Francesco, ma è suo l’unico commento che mi sento di condividere del tutto: “Che vergogna”.

Non parliamo di catastrofi naturali, di malattie incurabili, di tragiche fatalità. Parliamo di precise politiche, nazionali, europee e mondiali, che non considerano le persone una priorità. Vale per l’immigrazione, ma anche per tante altre scelte politiche che riguardano noi, i nostri figli e milioni di altri genitori e figli come noi. Sono scelte che attivamente concorrono alla morte di centinaia di migliaia di persone per il profitto di alcuni privilegiati. Ne siamo responsabili, ciascuno al suo livello. Noi siamo gli elettori dei governi che fanno questo. I nostri Parlamenti votano distrattamente le misure che uccidono uomini, donne e bambini. E poi si animano dibattendo per giorni e giorni di meschinità imbarazzanti.

Si piange, ed è giusto. Ma piangere non basta.

Ho un sogno. Che almeno stavolta, quando la settimana prossima a Roma si organizzerà un momento di memoria di questi fatti terribili, ci sia un’adesione straordinaria. Che tanti ritengano fondamentale cancellare impegni presi per esserci fisicamente in tanti, in tantissimi. Per dire che siamo cittadini di Europa e vogliamo smettere di essere assassini.

Assedio


Non so voi, ma a me la parola assedio rimanda a immagini e storie di altri tempi. I bassorilievi assiri, i colori brillanti dei manoscritti medievali. Alessandro Magno e l’assedio di Tiro e l’assedio di Mozia raccontato da Diodoro Siculo. E Troia, dove la lasciamo? Insomma, alla fine – con qualche variante – eroi, principesse, catapulte, ponti levatoi e olio bollente.

Poi leggo questo. Un messaggio di una persona che oggi vive assediata. Non in senso metaforico. In senso fisico, reale e quotidiano. Che non può muoversi in un raggio superiore a un chilometro. Che sta consumando le ultime scorte di cibo. Che va incontro all’inverno con porte e finestre rotte, consapevole che patirà il freddo, la fame, la mancanza d’acqua e di medicinali essenziali. E noi lo sappiamo. Riceviamo i suoi messaggi. Sappiamo il suo nome, sappiamo dove vive, sappiamo anche – in una certa misura – cosa pensa.

A me ha fatto effetto. Non conosco personalmente padre Frans, ma gli sono grata. “In genere non permettiamo a noi stessi di lasciarci sopraffare dalla tristezza e dalla disperazione. Eppure sentiamo che questi sentimenti sono sempre in agguato”. Da quando l’ho letta, questa frase mi torna in mente in modo ricorrente.

Una volta di più, mi rendo conto che ogni volta che si guarda con un minimo di attenzione, la conclusione è sempre la stessa: noi non ci rendiamo conto di cosa sia la guerra. Eppure, a leggere dai giornali, sembrerebbe che siamo noi (o gente come noi) a decidere quali sono le priorità, le linee da non oltrepassare, le strategie migliori. Siamo come i tifosi italiani che guardano le partite e che si sentono tutti, dal primo all’ultimo, allenatori. Però abbiamo certamente più potere dei diretti interessati. Ecco, immaginate che la campagna acquisti del Milan sia determinata dalle chiacchiere di nonno Peppino al bar di Sciacca. A volte ho il tremendo sospetto che la politica internazionale vada un po’ così.

 

Il Papa dalla mia sedia


Come prevedevo, un racconto articolato e meditato della visita di Papa Francesco al Centro Astalli non riesco proprio a proporvelo. Di alcuni aspetti hanno parlato le tv, i giornali. Specialmente di quel suo invito tagliente: cari religiosi, non trasformate i conventi vuoti in alberghi per fare soldi. “I conventi vuoti non sono nostri, sono per la carne di cristo, per i rifugiati”. Dire una cosa così a Roma, capitale mondiale del turismo religioso (e gestito da religiosi) è certamente segno di grande coraggio e sicurezza.

Ma torniamo al mio punto di vista, parziale e condizionato dal fatto che io ero lì in primo luogo per essere funzionale. Non ho potuto quindi essere presente quando il Papa è sceso alla mensa, nel cuore del nostro servizio. Più tardi ho visto gli scatti della fotografa e ho pianto di commozione (una volta di più). Poi ho sentito il racconto di chi c’era e mi sono commossa di nuovo. Perché era evidente che il Papa si muoveva in quel corridoio del tutto a suo agio, come uno di noi, come uno “specialista” del sociale. Nessun imbarazzo, nessuna ritrosia. Non credo di aver visto nessun visitatore esterno (laico o religioso che fosse) scendere le scale buie della mensa con quella naturalezza. Io stessa ricordo bene la sensazione di straniamento provata nel corridoio di via degli Astalli, la prima volta che l’ho visto. Lui no, era tranquillo. Ha abbracciato le persone in fila, si è affacciato nelle stanze augurando buon appetito a chi mangiava, ha dato tempo a tutti, ha ascoltato rifugiati che hanno parlato all’orecchio a lui e solo a lui, in una vicinanza fisica e tangibile che davvero non è da tutti (resisto ancora una volta alla tentazione di fare paragoni). Questo non si simula. Non avevamo davanti una persona che ha deciso di far vedere che bisogna essere vicini ai poveri. Papa Francesco evidentemente si sente vicino ai poveri, senza strategie particolari, con la sicurezza e la normalità che viene dall’esperienza.

Papa Francesco ha una gestione del tempo molto particolare. Da un lato chi ha parlato con lui ha avuto l’impressione che avesse tutto il tempo nel mondo, che non andasse di fretta. Lo stesso si può dire del suo tragitto in chiesa: non c’erano né transenne né corde e tutti, proprio tutti, si sono avvicinati. Hanno fatto foto, hanno consegnato lettere e regali, si sono persino fatti fare autografi.  Eppure, allo stesso tempo, il suo ritmo è incalzante, asciutto, quasi brusco. Insieme alla tenerezza dei gesti ha anche una certa compostezza e severità che evidentemente non indulge agli sbrodolamenti e alla retorica. L’ho visto anche sabato sera alla veglia a San Pietro: è entrato e ha stroncato sul nascere i coretti con un secco “Nel nome del Padre…”. Quindi, come per magia, i tempi dell’incontro da noi sono stati rispettati al secondo. E’ stato come se fosse riuscito a dilatare il tempo in mezzo senza spostare i due estremi.

A proposito di tempo. Ho come la sensazione che questo Papa non voglia perderne. Come se pensasse di non averne molto. O, più semplicemente, che se ne deve fare un buon uso, senza per questo diventare frenetici o affrettati. E’ un tema su cui riflettere.

Il resto sono immagini, ricordi, istantanee. I volti di tanti amici che sorridevano, l’emozione dei rifugiati. Il regalo che si rompe e viene miracolosamente sostituito in tempo, ma anche il mantra di noi “lettori”, a cui le gambe e la voce tremavano all’idea di salire sull’ambone: è una festa, non è un esame. Quando Adam si è scusato per il suo italiano, il Papa ha sorriso e commentato in modo abbastanza percepibile: “E a me lo vieni a dire?”. Il Papa che, a sorpresa, si unisce alla famiglia egiziana che doveva deporre i fiori sulla tomba di Pedro Arrupe e si incammina con piglio deciso per la navata, lasciandomi basita sull’ambone a leggere la preghiera di Adolfo Nicolàs al posto suo, come da disposizioni immediate e indiscutibili di Giani, l’ombra di Papa Francesco, un uomo che deve avere una padronanza di sé e una prontezza di riflessi al di là dell’umano. E io, mentre leggevo a fatica dal testo corpo 8 dell’immaginetta (i fogli stampati grandi erano nella cartellina del Papa) e pregavo di non impappinarmi, sentivo il fruscio delle voci dell’assemblea recitare con me eprovavo una commozione indescrivibile. Come se quei due grandi Generali spagnoli della Compagnia di Gesù, Arrupe e Nicolàs, uno morto e uno vivissimo ma non presente (forse il mio unico piccolo rammarico), fossero in realtà lì con noi attraverso quelle parole bellissime. E ancora una volta il miracolo del tempo: senza che fosse stato previsto né pensato, per pura coincidenza, il testo è finito nel momento esatto in cui Papa Francesco si risiedeva sulla sua sedia modesta, davanti all’altare.

Sulle parole dette quel pomeriggio troverete tanti commenti più autorevoli del mio. Io so solo che, alle parole fatidiche sui conventi vuoti, mi sono girata d’istinto verso i colleghi accanto a me e ho visto che anche loro si spellavano le mani in un applauso liberatorio. Cambierà davvero qualcosa? Non ci illudiamo che non ci siano resistenze. Ma, per una volta, sentiamo che il Papa in persona, senza esitazioni o distinguo, è dalla nostra parte. Non è poco, dopo tanti anni di sorrisetti di superiorità raccolti a destra e a manca.

Vi lascio con questa intervista a Frank, che ha incontrato il Papa alla mensa e con il video della conferenza stampa dopo la visita, a cui non ho assistito perché ero intenta a caricare i materiali sul sito: senza togliere nulla alla mia collega Donatella, sentire la voce di padre Lombardi è sempre un’emozione. Una delle moltissime di questi giorni. Del primo giorno di prima elementare parliamo un’altra volta!

 

Chi sono i rifugiati?


Tante e tante volte ho cercato di rispondere a questa domanda, reale o retorica che fosse, nei più diversi contesti. Stamattina, in ufficio, “i rifugiati” hanno preso le sembianze di una bimba di circa tre anni. Fiocchetti rosa nei capelli, jeans scuri, sguardo serio. Saliva le scale, verso il bagno. I gradini sono ripidi, chi è stato nel mio ufficio lo sa. Ha rischiato di inciampare e sua mamma l’ha sorretta. Più tardi mi ha fatto ciao con la mano e mi ha anche sorriso rapidamente.

Anche lei, bambina esattamente uguale alla mia, è “rifugiati”.  Quando Papa Francesco, martedì 10 settembre, verrà ad incontrare i rifugiati, incontrerà anche lei. Ma ricordiamoci anche che quando si ripete la formula stantia (ma sempre attuale)  “mica si può accogliere tutti”, ci riferiamo anche a lei. Quando parliamo di “emergenza”, parliamo anche di lei.  Si dovrebbe sempre riflettere prima di parlare.

Che ne penso?


Mentre i ricordi della vacanza appena trascorsa si sedimentano nella testa e nella memoria, richiamo qui a me stessa (e a voi) che ci sono questioni importanti su cui sarebbe opportuno avere un’opinione.

Iniziamo dalla Siria. Cosa ne penso immagino che non ci sia neanche bisogno di spiegarlo, ho avuto modo di parlarne più volte in questi ultimi due anni. Eppure mi sono sorpresa, ieri, in un attimo di distrazione, a non esserne più sicura neanche io. Potenza dei media? Sta di fatto che per il breve spazio di qualche minuto mi sono trovata a trovare logico e normale l’intervento militare. Qualcosa bisogna fare. Questa indifferenza è intollerabile. Poi mi sono riscossa e ho pensato all’Iraq, all’Afghanistan, alla Libia. Tutti quei luoghi dove le nostre bombe intelligenti hanno portato tutto tranne pace, stabilità, democrazia, diritto.

Certo che qualcosa bisogna fare, ma non altra guerra. Peccato che ormai le armi paiano l’unico strumento che abbiamo per rapportarci con il resto del mondo. La diplomazia, le Nazioni Unite, sono termini che suscitano ormai solo sorrisini di compatimento e alzate di spalle.

E allora mi è tornata in mente una frase di Mariangela Gritta Grainer che ho letto ieri sul web, a proposito della 19°edizione del premio Ilaria Alpi: “Per ora hanno vinto loro”. Per ora. Curiosa espressione per indicare 19 anni di battaglia per la verità, che ha visto soccombere buona parte dei suoi protagonisti.

Non ricordo più come sono incappata nella vicenda dell’esecuzione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, delle navi dei veleni e della falsa cooperazione italiana. Ho letto, mi pare, due o tre libri ben scritti e ben documentati. Certo è che davanti a fatti del genere si avverte con piena consapevolezza quanto poco noi cittadini abbiamo davvero voglia di sapere. “Che cos’è la verità?” (diceva Ponzio Pilato). Certamente qualcosa che non permette di vivere tranquilli. Tanto che anche quando qualcuno la racconta troviamo il modo di aggrottare le ciglia, di sospirare e poi continuare come se nulla fosse stato.

Che c’entra questo con la Siria? C’entra. In questi ultimi mesi i colleghi dell’ufficio internazionale mi hanno fatto riflettere molto sulla “narrazione” sottesa alle notizie sul conflitto. Tutto pareva finalizzato a dipingere un quadro in bianco e nero. Buoni contro cattivi. Al limite cattivi contro cattivi. E adesso i buoni per eccellenza si preparano a intervenire per liberare i buoni di serie B dal cattivo di turno. Come si fa a non trovare insultante questa lettura?

Resto dell’idea che questa presa di distanze non deve essere una scusa per disinteressarci della cosa. Ci deve piuttosto far riflettere: davvero non esistono altri strumenti, altri canali? Chi lo dice? E, soprattutto, chi lo dice è autorevole? Affidabile? Disinteressato?

“Per ora”, dunque, sembriamo felicemente incanalati in un copione che renderà la nostra responsabilità alle stragi del Medio Oriente ancora più esplicita e diretta. Tutto vorrebbe farci credere che questo, come tanti altri “per ora”, sia una condizione destinata a durare in eterno. Però io credo che noi, come cittadini e ancor più come genitori, abbiamo l’obbligo morale di credere che “per ora” non voglia dire “per sempre”.

Ieri sera, presa consapevolezza del momentaneo black-out del mio cervello, mi sono chiesta: se sentire raccontare falsità o mezze verità strumentali, ben condite di immagini strappacore, rincoglionisce persino me, che per lavoro ho molti strumenti di comprensione in più rispetto all’uomo della strada, quanto è grave avere abdicato del tutto a un’informazione decente e con un barlume di indipendenza?

Mi rispondo con un’ovvietà: è molto grave. Si deve fare qualcosa perché questo cambi. Come dico sempre (forse con la realistica consapevolezza che di più al momento non mi è dato fare), iniziamo per esempio a parlarne. Almeno nel nostro personale giro di conoscenze e informazione, cerchiamo di non arrenderci alle opinioni preconfezionate.

Avrete sentito che Rai 1 ha in cantiere un reality sui rifugiati il cui titolo è tutto un programma: The Mission. Anche su questo ho la mia opinione, come immaginerete. Ne vogliamo parlare? Voi avete una vostra opinione in merito? Ho rinunciato a suo tempo a scrivere uno sproloquio di facile ironia sui protagonisti della futura trasmissione e sulle varie imbarazzate e imbarazzanti dichiarazioni rese alla stampa dalle persone coinvolte. Ma penso che varrebbe la pena di capire meglio (se e) perché questo programma è una pessima idea. Vi va?

I ragazzi di Sankt Pauli. Una storia europea


Questa è una storia vera, ma mi prendo la libertà di raccontarla svestendo i miei panni professionali e cercando una prospettiva migliore, perché quella solita davvero non mi basta.

Amburgo, Germania. Sankt Pauli. Protagonisti: 300 turisti arrivati da varie città italiane. La notizia è che non se ne vogliono andare. Io lo so che voi, maliziosi, state pensando a liceali in gita scolastica, che si sono fumati gli ultimi neuroni nel quartiere a luci rosse. Nulla di tutto ciò. Vi dirò anzi che i nostri 300 dormono addirittura in una chiesa. Al di sopra di ogni sospetto, dunque. Eppure vi confesso anche che questi turisti appassionati della Germania del Nord rischiano seriamente di diventare fuorilegge. Presto, molto presto. Entro qualche settimana.

La storia comincia nel 2011, nella Libia di Gheddafi. Ah, ma allora ci propini la solita solfa, diranno i miei lettori ormai esasperati. La guerra, i barconi, i disperati in fuga attraverso il Mediterraneo, Lampedusa. Ebbene sì, pure Lampedusa. Perché i nostri turisti ad Amburgo prima di essere tali sono stati profughi. Accolti dall’Italia nel favoloso programma dell’Emergenza Nord Africa di cui in altre occasioni ho avuto modo di parlare. Con in mano un pezzo di carta e 500 euro, questi giovani (ghanesi, nigeriani, avoriani, togolesi) sono arrivati ad Amburgo vari mesi fa. Perché no? Grazie al permesso di soggiorno (temporaneo) rilasciato dalle autorità italiane avevano titolo ad entrare, ma (e qui inizia il paradosso) come dei turisti. Per un massimo di 90 giorni, senza diritto a lavorare o a essere presi in carico dai servizi sociali.

Per le autorità tedesche, a partire dal sindaco, il discorso è semplice. Finita la parentesi tedesca, è ora che tornino in Italia. Il discorso è chiuso e anzi non c’è neanche motivo di aprirlo. Ma loro, i 300, non la vedono così. Sono giovani, decisi, convinti e alcuni di loro non sono affatto sprovveduti. Non hanno nessuna intenzione di vivere passivamente gli effetti dell’attuale politica europea che li considera dei pacchi, da rimandare qua e là. E’ chiaro che gli Stati europei ragionano in termini di concessione: l’Italia ti ha concesso un permesso di soggiorno, ringrazia, torna là e bacia per terra, sperando che te lo rinnovi. Loro, i “turisti” raccontano un’altra storia. “Eravamo in Libia per lavorare pacificamente e mantenere le nostre famiglie. Noi, come altri 40mila africani che vivevano dell’indotto dell’economia libica. Arrivate voi della NATO, bombardate, combinate un casino spaventoso. Ci troviamo costretti a scappare come rifugiati. Certo, non è che la Libia fosse rose e fiori, prima. Ma ci permetteva di avere un reddito. L’avete vista la Libia, poi? Siamo dovuti scappare, molti sono morti: per i bombardamenti, per l’insicurezza, per la violenza generalizzata. Arriviamo in Europa attraversando il Mediterraneo e ora? Ci avete fatto perdere anni preziosi della nostra giovinezza. Ci avete detto, in Italia, di andare dove volevamo. Ci dite ora, in Germania, di tornare in Italia dove per noi non c’è nulla. Nessuna opportunità di lavoro, solo una vita per strada, forse addirittura la clandestinità. No, non ci stiamo. Non è giusto. Voi siete parte in causa. Voi siete responsabili. Non ci trattate dall’alto in basso. Non lavatevene le mani. Non ve la caverete con così poco”.

Non vogliono la carità, i giovani africani di Amburgo. Non se ne stanno in silenzio aspettando un piatto di minestra. Vogliono imparare il tedesco, studiare, ma soprattutto lavorare, guadagnarsi da vivere. Si fanno sentire. Montano una tenda al centro della città. Parlano apertamente, manifestano in tutte le lingue che conoscono. E qualcuno inizia a unirsi a loro. La popolazione, le ONG, le chiese. Perché è difficile dare torto a questi ragazzi. Le norme europee che difendono non si sa cosa e che permettono qualunque abuso sulla vita di queste persone cominciano a rivelarsi per quello che realmente sono: un meccanismo perverso, che nulla ha a che fare con il vero bene comune. Perché gli albergatori di Amburgo dicono che hanno bisogno di 300 lavoratori, urgentemente, e che se pure questi giovani non sono qualificati potrebbero diventarlo presto. La Germania ha bisogno di giovani, ha bisogno di lavoratori stranieri. Questi sono già lì e non chiedono altro che avere una possibilità di guadagnarsi da vivere onestamente, in dignità.

Impossibile, dicono le norme europee. Che imporrebbero, peraltro, di spendere da subito molti soldi: per la detenzione, per i trasferimenti, per i rimpatri. Per la sicurezza, insomma. Ma a Amburgo cominciano a essere in molti a non capire bene dove sarebbe il “pericolo”. E iniziano ad essere stanchi di questa politica cieca, assente, distratta, ignorante e cinica.

Qui inizia la mia (breve) fiction. 300, 500, 1000, 10.000. Ai ragazzi di Sankt Pauli, quelli che chiamano i rifugiati di Lampedusa, si uniscono gli europei veri. Quelli che guardano al futuro, quelli che sognano un mondo diverso, molto più libero. Negli occhi e nelle parole dei giovani africani trovano il coraggio per mettere da parte la rassegnazione e l’apatia. Perché – è bene che qualche volta ce lo ricordiamo – il futuro ci appartiene e ne siamo responsabili.

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