I rifugiati, l’Unione Europea e l’autista dell’Atac


Ieri la Commissione Europea ha spiegato in un documento che il modo in cui l’Europa gestisce l’arrivo e la presenza dei rifugiati non va bene, non funziona e non si può andare avanti così. E fin qui non posso che essere d’accordo. Peccato che poi, leggendo il documento, è evidente che la tesi di chi governa l’Europa è che la responsabilità di questa situazione incresciosa è dei rifugiati. Non dobbiamo distrarci quindi e dobbiamo agire tempestivamente contro il vero nemico, loro. Attenzione, non si parla più di alcuni “cattivi” che pregiudicano la legittima accoglienza degli altri, “buoni”. Questa visione che tante volte ho considerato inadeguata e superficiale è ormai del tutto superata. E’ il rifugiato in sé che, cercando di arrivare in Europa, dimostra in tutta evidenza la sua mala fede.

Non vi parlerò nel dettaglio delle misure intraprese e di quelle proposte. Alcune (in particolare quelle già applicate) sono anche talmente inverosimili che temo di passare per eccessivamente fantasiosa. Nizam, che di queste cose ha una certa esperienza diretta, mi chiedeva proprio ieri: “Ma perché mai bisognerebbe riportare i siriani in Turchia e per ogni siriano rimandato l’Europa dovrebbe prendersi un altro siriano? Se li rimandano indietro perché poi se li riprendono, non fanno prima a tenerseli?”. Questa e molte altre obiezioni del tutto ragionevoli cadono davanti alla costatazione che queste non sono soluzioni tecniche per gestire meglio la situazione, ma solo espedienti sempre più fantasiosi che mirano solo a smontare un diffuso pregiudizio (che purtroppo nel tempo ha portato anche alla ratifica di alcune fastidiose convenzioni internazionali), cioè che l’Europa sia tenuta a dare protezione a chi ne ha bisogno.

Per distrarmi credo vi racconterò un aneddoto. L’altro giorno mi trovavo su un autobus al centro di Roma, pieno ma non pienissimo, che percorreva Corso Rinascimento su apposita corsia preferenziale. A una fermata un uomo in sedia a rotelle, palesemente ubriaco e corredato di cartone di Tavernello, chiede a gran voce di salire in vettura. L’autista, come previsto dall’azienda, spegne il motore, cerca la chiave per aprire la pedana, si fa largo tra i passeggeri, cerca invano di attivare la pedana medesima. La chiave in dotazione non corrisponde alla serratura di sblocco. L’autista alza gli occhi al cielo, il potenziale passeggero (non del tutto lucido) lancia bestemmie e improperi, i passeggeri sbuffano. L’autista fa il gesto di caricare la sedia a rotelle a mano, ma da solo non ce la fa. Tutti i passeggeri uomini si dissolvono per magia, accartocciandosi in ogni anfratto possibile lontano dalla porta. Alla fine l’autista scende, spiega la situazione al collega della vettura nel frattempo sopraggiunta, si accerta che il rumoroso passeggero (che continua a inveire contro il primo autista) sia caricato sull’altro autobus non prima di aver verificato che anch’esso lo porti a destinazione (sono appena due fermate). Poi risale e riparte.

Il capannello di passeggeri inizia il commento. “Insomma, i vigili bisognava chiamare! E poi, pure se saliva, ubriaco com’era come si reggeva? E’ una vergogna!”, tuona uno. Il giovane autista, senza perdere le staffe risponde punto su punto: “Guido autobus da 18 anni, se la pedana funzionava la carrozzina poteva essere fissata nell’apposito spazio. Le assicuro che regge. E’ un meccanismo fatto per quello. E poi chiamare i vigili perché? Perché un disabile voleva fare due fermate?”. “Ma questi barboni neanche vogliono essere aiutati, lei è troppo buono”, chioccia una vecchietta. “Signora, ma lei esattamente come sa chi era quella persona? Come io non mi permetto di giudicare la vita sua, perché non l’ho mai vista prima di oggi, così mi pare che non abbiamo elementi per giudicare. Io questo so: c’era una persona in sedia a rotelle e in un intero autobus nessuno ha ritenuto il caso di aiutarmi a caricarlo”. “Ma le pare! Era ubriaco, molesto, sporco! Insultava anche lei!”. A questo punto il giovane autista ha preso fiato e ha detto lentamente, con calma e determinazione: “Quella persona non toglieva nulla a nessuno se saliva per due fermate. Certo, è una persona con vistosi problemi e io sono un autista, non un assistente sociale. Non ho la pretesa di risolverli io, quei problemi. Ma le persone, anche quando hanno tanti problemi, restano persone. E io osservo solo che è davvero triste se noi, invece che protestare con chi ci mette in condizione di lavorare o di vivere in queste condizioni, senza strumenti efficaci e anzi con tanti impacci, non troviamo di meglio che prendercela gli uni con gli altri.”

Che c’entra questo con l’Unione Europea? Secondo me c’entra. E alle parole dell’autista continuo a pensare, anche a due giorni di distanza.

 

Maglietta verde


Tram 8, pomeriggio di venerdì. Rimugino su me stessa, sul mio destino, sulla mia vita, su quello che è successo e quello che non è successo. Penso a una frase sentita ieri sera: la felicità dipende per il 50% da predisposizione genetica, per il 10% da quello che accade e per il 40% dal nostro impegno e consapevole lavoro per essere felici.

Davanti a me, su due sedili affiancati, il mio sguardo viene catturato da un gruppo familiare. Mamma africana, una bambina seduta a fianco, un bambino in braccio, la piccolina legata sulla schiena della donna. Gli occhioni spalancati della figlia minore hanno stregato un certo numero di passeggeri. Una filiforme signora bionda sta giocherellando con lei, consentendole di acchiapparle vigorosamente il dito inanellato (e ogni volta la faccina della piccola si illumina in un sorriso furbetto). Vari passeggeri in piedi, me compresa, sorridono inebetiti. La bambina è in effetti di una bellezza e vivacità straordinarie.

Comincio a guardare anche gli altri due bambini. La grande, forse poco più piccola di Meryem, siede composta e seria con in grembo la cartella rosa. Il maschietto è spalmato sul petto della madre e ogni tanto pencola in direzione della sorella maggiore.

Tanti pensieri mi si accavallano in testa (e sospendo prontamente i bilanci esistenziali) mentre passo ad osservare la madre. Probabilmente abbastanza giovane, con i capelli neri ben pettinati e legati in una sobria coda di cavallo. Testa prima china sulle mani, appoggiata al sedile davanti. Poi, sentendo la piccola che si agita, alza uno sguardo pieno di apprensione, che poi si rilassa al vedere che la figlia non sta disturbando nessuno, ma anzi si è conquistata la simpatia di molti. Sorride, e una dolcezza stanca illumina il viso largo. Non so nulla di lei, anche se sono portata a immaginare molte cose, chissà quanto fondate.

Certo è che arrivata a Stazione Trastevere si alza, raccoglie senza apparente sforzo i suoi bambini e scende. La guardo allontanarsi dignitosa e composta, la sua maglietta verde scompare tra la folla. Si parla molto di famiglia, di questi tempi. E anche di parità di genere. Però poi alla fine mi chiedo quanti dei discorsi di principio che a molti sembrano così irrinunciabili siano concretamente di sostegno alla famiglia che ho incontrato oggi sul tram.

Risposte


Se non ne avete avuto ancora occasione, guardate la sequenza del Papa che lava i piedi ai rifugiati del CARA di Castelnuovo di Porto (dal min. 24 circa). Guardate la potenza del gesto di un uomo anziano che si inchina davanti a questi giovani uomini e donne, sorridente, con una sobrietà e una sicurezza senza alcun imbarazzo. Guardate i lori visi, le loro reazioni. La commozione di persone che vivono in un centro dove quasi 900 persone condividono isolamento e convivenza forzata, mancanza di attenzione, difficoltà di comunicare.

Ascoltate anche la breve, intensissima omelia. “Ognuno nella sua lingua religiosa” preghi per la fratellanza. Una celebrazione così vale decenni di dialogo religioso teorizzato.

 

Domande


Da quando chiudere violentemente le frontiere in faccia a donne, bambini, giovani e anziani in fuga ci pare una misura di politica estera qualsiasi?

Perché tutto continua come se nulla fosse dopo che i capi di Stato europei democraticamente eletti hanno stipulato un accordo con la Turchia che prefigura una strage?

Non è la prima, d’accordo. Non è nemmeno la prima di cui siamo corresponsabili. Ma in questo documento, che è stato definito un grande successo della diplomazia, non si ha vergogna di usare il termine “migranti irregolari”. Persino se si parla di cittadini siriani.

Non hanno usato le vie legali, sembra dire l’Europa. Le vie legali che non esistono, per caparbia volontà della stessa Europa.

Fermare i flussi, a qualunque costo. Un sessantesimo dei rifugiati del mondo è troppo per l’Europa, o per quel che ne resta. Se per mantenere il nostro tranquillo status quo dobbiamo far morire migliaia di altri uomini, inclusi bambini, pazienza. Anche se farlo costa molto. Anche se farlo significa renderci tutti complici di violazioni sistematiche dei nostri valori.

Ma dove sono i difensori della vita ad ogni costo quanto muoiono neonati nell’Egeo, con i loro fratelli, genitori e nonni? Sono interessati solo agli embrioni?

Come faccio a urlare che non sono d’accordo?

Perché nessuno pare particolarmente angosciato?

“L’immigrazione non è un diritto. E basta”, sbraita la Meloni dalla tv.

Che costo ha questa violenza? Per il mondo, per l’Europa, per i nostri quartieri, per i nostri figli?

Com’è un rifugiato?


“Sì, i bambini si sono inseriti bene. Il maggiore frequenta il liceo scientifico. Il minore va in seconda media, è già il primo della sua classe. Io ho trovato lavoro in una radio, sono in prova. Ma credo che ci siano buone speranze per me”. Sfoggia un italiano forbito, con lieve accento settentrionale. A suo tempo ha frequentato il politecnico qui in Italia. Poi ha lavorato per anni a Damasco, come guida turistica. Ora è qui, con la sua moglie fine ed elegante, ancora nel circuito dell’accoglienza, ma con una prospettiva che cerca di restare saldamente ancorata a un’autorappresentazione di famiglia normale: “Quando possiamo vedere l’appartamento? Ci sarà spazio per lo studio dei ragazzi?”. Quest’uomo e la sua famiglia sembrano l’incarnazione del rifugiato colto e facilmente integrabile, quello che fino a ieri molti Paesi europei si contendevano (oggi non più). Il loro percorso in Italia è stato caratterizzato da questo. Ma, del resto, chi di noi potrebbe dire che la propria esperienza non sia il prodotto di quello che si è e di come gli altri si pongono nei nostri confronti?

Un’altra famiglia è arrivata in Italia con un visto, ha trovato ospitalità gratuita in un istituto religioso. Ma la loro storia è molto diversa. Il capofamiglia è una donna, una donna che al suo Paese occupava una posizione di prestigio ed era ammessa senza particolari difficoltà a colloquio con il Presidente di quello Stato. Eppure. I contatti l’hanno aiutata a risparmiare a se stessa e ai suoi figli il Sahara e il barcone. Ma arrivata qui, il suo sguardo si è svuotato. La strada resta tutta in salita. La figlia minore quasi non ricorda la vita precedente, in Kenya. Per questo lei va avanti più spedita. Per sua madre sarà tutto un altro percorso. Niente posto in radio per lei. Un lavoro umile, portato avanti con la fatica di chi prima pagava chi queste cose le facesse per lei, mentre correva da una riunione all’altra.

Le mie colleghe faticano non poco a interagire con una coppia bizzarra. Sono palesemente barboni, fanno fatica a argomentare, parlano poco la lingua. Eppure, scoprirò poi con un certo sconcerto, è stata loro riconosciuta la protezione internazionale più di cinque anni fa. Oggi vivono nel tunnel dell’aeroporto di Fiumicino. Ci vorrà moltissimo lavoro per sbrogliare il groviglio di esclusione che si è stratificato intorno a queste due persone. Forse le mie colleghe hanno individuato il bandolo della matassa. Speriamo.

Rifugiato è il giovane kossovaro che quando è arrivato era bambino e oggi è chef. Oggi è passato dallo stato di migrante a quello di expat, oltre i confini italiani, in virtù della cittadinanza finalmente ottenuta e anche della posizione sociale conquistata con il suo sorriso strafottente e il suo impegno.

Rifugiata è la ragazza sudanese, anch’essa arrivata bambina, che gioca a pallavolo in una squadra trentina e sogna la convocazione in nazionale (probabilmente senza aver nemmeno conosciuto Mimi Ayuara).

Rifugiato è il ragazzo afgano che ancora non parla dieci parole di italiano e non mi aveva mai visto prima, ma vedendomi passeggiare nervosamente per il corridoio del Centro Astalli mi ha portato un bicchiere di tè e dei grissini.

Com’è un rifugiato? Disquisiamo di narrazione sui rifugiati, in Italia e in Europa. Ma l’unica narrazione onesta sarebbe composta da più di sessanta milioni di singole biografie.

Concedersi un cinema


Inaspettatamente, nel giro di una settimana sono andata al cinema ben tre (3) volte. Mi ricordo che quando Meryem era piccola ero convinta che dopo una serie di giornate negative, di malattie e tensioni, a un certo punto il verso cambiava e si cominciava a infilare una serie positiva di eventi che quasi mi spiazzava. Parliamo, evidentemente, di piccole cose (sia nel male che nel bene). Questo periodo è un po’ così. Arrivata all’apice della tensione, si sono spalancate delle piccole vie di fuga. Quel che serviva per riprendere la salita – ché di salita si tratta, comunque.

Per la prima scappatella cinematografica devo un ringraziamento a Chiara. Offriva alle sue lettrici una ghiotta anteprima di Room in orario incastrabile tra l’ufficio e l’orario di tolleranza della tata. Detto fatto. Non sapevo neanche che film fosse. Sarei andata a vedere pure il remake di Uccelli di Rovo, francamente. E invece era un film bellissimo e potentissimo, che ancora oggi mi lascia sensazioni tangibili. Andate a vederlo, in lingua originale, un giorno che vi sentite solidi e poco claustrofobici. O, al contrario, un giorno in cui volete piangervi tutte le vostre lacrime e uscire dal cinema un po’ più ricchi. Insomma, andateci e basta. Farà male, ma ne vale assolutamente la pena.

Il giorno dopo (!!!), grazie a un provvidenziale invito di Meryem a dormire da un’amichetta, ho accolto il consiglio di un intenditore e sono andata all’Apollo 11 a vedere Amore, furti e altri guai. Un giusto compromesso tra il cinema impegnato e la commediola. Adattissimo alla compagnia con cui l’ho visto, ancor più adatto alla sala in cui si proiettava. Insomma, abbiamo sghignazzato, ma possiamo dire di aver visto un film palestinese in bianco e nero. Vedetelo quando vi va di sentirvi intellettuali senza prendervi troppo sul serio. Meglio se, come abbiamo fatto noi, dopo una buona e economicissima cena indiana, a due passi dai portici di Piazza Vittorio: perché per ogni cosa serve il giusto contesto.

Oggi infine il senso di colpa mi ha indotto a portare anche Meryem al cinema. Le ultime esperienze con lei francamente mi avevano lasciato freddina e quindi mi sono adagiata sulle larghe poltrone dell’UCi Cinema con l’atteggiamento della vittima che va al patibolo (e prevede di farsi pure una pennica, al limite). E invece Zootropolis è un gran bel film. Messaggi positivi e non banali, idee davvero divertenti. Io e l’altra mamma ci siamo sbellicate dall’inizio alla fine, lo confesso. Le facce dei clienti della motorizzazione valevano da sole la visione… no, non vi dico di più. Andateci. Al limite fatevi prestare un bambino compiacente. La vostra stupidera troverà il giusto sfogo. E Shakira in versione gazzella non è affatto male.

 

Amicizia


“Gli olandesi fanno di questi scherzi. Nel bel mezzo di una festa uno si alza, fa un discorso ed ecco che piangono tutti”. In effetti è andata esattamente così. Garbatella, casale che sembra ancora una sezione del PCI anni ’70, invitati assortiti per età, paese di origine, cultura nel senso più pieno e vario del termine. Cibo verace, musica dal vivo (senegalese, per lo più). Ed ecco, si alza una signora olandese minuta, che io qualificavo genericamente come parente della festeggiata, e inizia a leggere diligentemente un discorso, in italiano accurato.

Vorrei avere il testo originale. Ricordo però che iniziava con due bambine di 4 anni che andavano a scuola, mano nella mano. E proseguiva con due liceali, e poi con due donne separate dalle distanze ma riunite dal fatto che una delle due, in un momento cruciale della sua vita, aveva trovato assolutamente naturale telefonare all’altra per confidarsi. L’altra, la sua amica del cuore. Ancora oggi. Da 66 anni.

L’espressione amica del cuore mi ha spesso suscitato un sorrisetto di superiorità. Non ho amiche del cuore, io. Oggi di colpo realizzo che non è una cosa di cui vantarsi. 66 anni di amicizia, 66 anni di fedeltà. 66 di disponibilità ad aprire il cuore con garbo e pazienza a un altro essere umano. Io, semplicemente, non sarei capace. Non sono stata capace, forse non lo sarò mai.

Vero è che Marielou, che oggi incredibilmente fa 70 anni, è stata capace di essere amica persino mia. Nonostante le mie spigolosità, i miei silenzi, la mia fretta, i miei impegni veri e presunti, la mia scarsa generosità di tempo e di attenzione.

L’arte dell’amicizia mi è fondamentalmente sconosciuta. Ma oggi, guardando due donne olandesi diverse eppure ancora così vicine, mi si è manifestata in tutta la sua potenza. Ho pianto anche io, insieme a molti altri (anche insospettabili). E ho provato profondo rispetto e ammirazione.

Stop


Ci sono momenti imprevedibili e apparentemente inspiegabili in cui mi sento come ferma a un semaforo e improvvisamente mi assale il dubbio: dove sto andando? “Like a river that don’t know where it’s flowing / I got a wrong turn and I just kept going…” Oggi questa esitazione si è accompagnata a un mix di malinconia e scoraggiamento. Un bello schifo, insomma. Ho pensato a un post di Polly che ora cito a memoria perché sono dal cellulare e per giunta in una stanzetta di una specie di pensionato di Bruxelles: lei si guardava dallo specchietto retrovisore e tutto sommato si stimava per aver fatto della strada. Io nello specchietto retrovisore, nonostante una certa spavalderia che ostento qua e là, cerco ancora di non guardare troppo. Non mi fa impazzire quello che ci vedo. Alla fine cerco di concentrarmi sul paesaggio che varia dietro il finestrino e magari mi sforzo pure di prendere qualche variazione lungo il tragitto per continuare a non annoiarmi.
In sere come questa cerco di respirare e di fare pace con la mia anima che ringhia e piagnucola. E mi dico che per fortuna, nonostante questa metafora, non sono io a guidare.

Cose che ora so di Brescia


Una rapida trasferta, con la testa un po’ affollata di pensieri, preoccupazioni, cose sospese. Confesso che alla fine io Brescia, nel vuoto grigio dello studio scolastico della geografia, non la collocavo neanche tanto. Tre anni fa il primo friendsurfing  mi aveva almeno consentito di ancorarla in qualche modo a Salò e questo mi ha risparmiato ieri alcune pessime figure, che avrebbero dimostrato inequivocabilmente la mia ignoranza storica oltre a quella geografica.

Riassumendo prima di stramazzare, mi annoto le cose apprese:

  1. Brescia ha un centro storico bellissimo, ma proprio bello bello, di quelli che ti riconcilia con l’Italia monumentale. Ideale per passeggiarci con un’amica incontrata finalmente vis-à-vis.
  2. A Brescia e dintorni l’inquinamento è una cosa seria: http://www.ambientebrescia.it/CaffaroRepubblica.pdf
  3. Le valli vicino a Brescia sono posti assai particolari, per vita sociale e folklore, dove si lavora molto, si guadagna (ancora) tanto, si producono alcuni prodotti che si vendono bene un po’ ovunque e sempre (anche posate, ma soprattutto armi).
  4. Tutto questo però si concilia in qualche modo anche con l’indefessa attività di alcuni altrettanto alacri sognatori: c’è chi sogna un  museo bellissimo (e raccontandotelo anche solo per cenni riesce a farti venir voglia di visitarlo, quando ci sarà), c’è chi sogna la pace e un mondo più giusto.
  5. A Brescia c’è almeno un posto dove si mangia da Dio, curati e coccolati da un vero cuoco (che spesso e volentieri cucina per una vecchia gloria del calcio che, contrariamente a ciò che credevo ingenuamente io, non solo non è vegetariano ma si diletta a procacciarsi da sé la non-verdura di cui è ghiotto).

Una trasferta che valeva la pena di fare, pur nei tempi risicati. Grazie a chi l’ha provocata!

Cosa possono portarci i rifugiati


Scrivo meno di prima, in questo periodo. Sono travolta da una specie di turbine, soprattutto lavorativo, che mi risucchia anche i pensieri dalla testa. Ma voglio raccontarvi una conversazione che curiosamente mi ha dato una risposta che in qualche modo, inconsapevolmente cercavo.

La riunione di progetto a cui ho partecipato, a Bruxelles, volge al termine. Ci troviamo su un taxi insieme, io e una bionda collega berlinese. Si chiacchiera. Lei è da poco rientrata in Germania, ha lavorato sette anni a Istanbul. Chiedo così, con leggerezza: “Com’è vivere a Istanbul?”. Il discorso si fa improvvisamente serio e appassionato. Mi parla di una città difficile, faticosa, di un clima politico in costante deterioramento. Ma subito aggiunge, con aria grave: “Ma poi la guardi e ti toglie il fiato. Quanto è bella. Io ancora oggi non riesco a farne a meno. Da quando sono tornata ci sono riscappata due volte. L’ultima volta quando c’è stato l’attentato. In fondo è lì che mi sento a casa”. Poi si sente in dovere di spiegare che non è solo la città, è il modo di vivere. Quell’uscire per le strade con tutta la famiglia. “In Germania certe volte mi pare che tutti siano rintanati dietro porte chiuse”. Sospira. Fa un attimo silenzio, ma poi aggiunge: “Anche questa riunione, se l’avessimo fatta lì sarebbe stata tutta diversa, non trovi? Guarda come ci siamo salutati, dopo due giorni di lavoro: ciao, ciao, al limite una stretta di mano. In Turchia ci saremmo baciati, la sera prima avremmo bevuto tè insieme fino a tardi e adesso qualcuno ci starebbe accompagnando all’aeroporto. Non trovi?”.

Trovo. Rincaro un po’ la dose, raccontando di quando per un disguido all’arrivo non avevo potuto avere la mia camera nel posto dove si teneva il convegno e sì, mi hanno pagato un albergo, ma nessuno mi ha aperto una porta neanche per dieci minuti, nessuno mi ha offerto qualcosa di caldo prima di depositarmi in una hall. “Ma secondo te fanno così perché sono gesuiti o perché sono belgi?”, mi chiede sgranando gli occhioni.

Mia cara collega giovane, fanno così perché in una larga fetta di Europa è così che si fa. Perché gli spazi privati sono inviolabili, o per violarli serve programmazione attenta e estrema cautela. Perché gli slanci e il calore di cui parli tu spesso, su al nord, non sono capiti, e/o sono temuti come la peste. La rassicuro: in Sicilia nulla di tutto ciò che le gela il cuore potrebbe accadere. Il tasso medio di affettività nei confronti dell’ospite magari non raggiunge i livelli turchi, ma certamente si impenna verso l’alto.

E poi ho pensato: ci salvano le migrazioni. Ci salva il calabrese che resta tale, almeno un po’, pure se vive a Glasgow. Ci salvano i movimenti interni all’Italia, quelli attraverso l’Europa e magari ancora di più potranno scaldare il cuore dell’Europa questi rifugiati che oggi vediamo solo come pacchi da smistare e scocciature da delegare. Ho pensato a quanti caffè e tè in questi 15 anni mi sono stati offerti da persone che non avevano neppure una casa. A quante cene etiopi mi sono state cucinate da famiglie che avevano solo una stanza e un fornelletto a gas. A quel desiderio di farti accomodare, da ospite, persino in assenza di sedie, divani, letti. Davvero i rifugiati potrebbero ricordarci cos’è l’ospitalità, perché a volte perdiamo di vista le cose importanti.