La biblioteca


L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un
numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con
vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse
ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e
inferiori, interminabilmente….

Lo conoscete il racconto “La biblioteca di Babele” di J.L.Borges? Se non lo conoscete lo trovate qui. Mi torna in mente oggi perché è forse uno dei più calzanti esempi di come la biblioteca possa essere metafora dell’universo intero, parabola di come funzionano le cose. Un altro lo ho avuto ieri, all’ultima riunione di interclasse dell’anno scolastico della scuola di mia figlia.

La questione biblioteca ha fatto capolino a intervalli regolari in tutte le riunioni dell’anno. I punti affrontati sono stati, sostanzialmente i seguenti.

Questione 1. Rivestimento degli scaffali in metallo della allestenda biblioteca con fumetti riciclati, secondo la tecnica del découpage. Animati dibattiti sulla modalità di stesura della colla vinilica, sulla supposta  tenuta della decorazione, sulle divergenze rispetto alla modalità di incollamento e di asciugatura tra le  diverse componenti del corpo insegnante.

Questione 2. Acquisto mobilio e, in particolare, apparente impossibilità da parte della segreteria della scuola di utilizzare i fondi stanziati e disponibili per l’acquisto di mobili Ikea come da preventivo. Ikea non accetterebbe bonifici. Questo intoppo è rimasto tale da settembre ad oggi senza essere superato in alcuna maniera. Ingegnose soluzioni creative prevedono di arredare la biblioteca senza gli arredi, utilizzando materassi e tappetoni della sala di psicomotricità non utilizzata.

Comunque ieri è stato trionfalmente annunciato che si è cominciato a tirare fuori i libri dagli scatoloni per selezionare quelli che si possono ancora utilizzare. “E poi forse bisognerà catalogarli”, chiosa una delle maestre promotrici del progetto.

Non vorrei, ma mi scappa una domanda. “Ma c’è un bibliotecario? Qualcuno che si occuperà della biblioteca [e che magari capisce qualcosa rispetto a un suo eventuale funzionamento, ma questo non lo dico]?”. Sguardo interrogativo. Ovviamente se ne occuperanno i maestri, che sanno sì che ci sono “diversi programmi”, ma pensavano di fare una cosa semplice tipo un elenco in excel.

Il nervoso rispetto all’inettitudine amministrativa svanisce come d’incanto. Va da sé che la biblioteca, come molti altri progetti, è destinata a non essere mai in funzione. Più che una previsione è una constatazione.

Perché dico che è una metafora del funzionamento della scuola italiana? Perché si spreca tempo, soldi, parole sui dettagli del come. Peccato che nessuno sembri avere la minima idea del cosa.

Perché non sono fatta per la politica. Ovvero: Io e l’Invalsi


Disclaimer: questo non è un post sulle prove Invalsi. Ne trovate tanti in rete, qualcuno pro e qualcuno contro, e non si sente il bisogno di aggiungerne un altro. Questo è un post su di me in qualità (più o meno nell’ordine) di persona, di rappresentante di classe e di madre.

Arrivare in seconda elementare con un maestro poeta e obiettore è nel 99,9% dei casi una gran fortuna, per i bambini e per i di loro genitori. Mi è stato proposto di essere rappresentante di classe in gran parte per quello 0,1% dei casi, ovvero per il momento – che oggi si conclude – in cui ci saremmo trovati di fronte al dilemma: “Invalsi, che fare?”. Sintetizzando i termini della questione all’estremo: lui sappiamo come la pensa, ma l’altra maestra? E noi, come la pensiamo? Questa terza domanda certe volte mi viene il sospetto che per molti abbia meno rilevanza delle prime due, ma io non solo me la pongo, ma me ne pongo pure una quarta: quello che scelgo di fare o non fare come interagisce con quello che mia figlia capisce e pensa? Per farvela breve, io studio, rimugino, dubito e ripenso fin dall’anno scorso. E, ve lo dico subito, credo di essermi fatta un’idea piuttosto precisa di come la penso. Peccato però che questa mia posizione sia di una forma e di una dimensione che non si adatta alle scatole ad oggi disponibili in commercio, ovvero all’adesione o alla protesta. Il mio problema è che quando mi faccio un’opinione io alla scatola in cui confezionarla non ci penso. E per certi versi faccio male, perché poi mi tocca tenermela per me (o condividerla con pochi intimi), perché non posso spedirla a nessuno, non posso metterla in pila con quella di altri come me, non posso servirmene per costruire qualcosa. Oggi credo che molti staranno pensando di me che non mi sono posta il problema, che non mi voglio esporre, che non me ne frega nulla della scuola italiana in genere e della vita scolastica di mia figlia in particolare. Il che, ve lo dico con il cuore in mano, non è vero. Se mi conoscete un po’, capirete che è persino un po’ inverosimile. Però una cosa è certa: ho mandato mia figlia a scuola, sia ieri che oggi e non ho scritto diffide o documenti di alcun genere. In parole povere, non ho fatto niente. Riassumo dunque qui, più per promemoria che per altro, il punto a cui sono arrivate le tre me attualmente coinvolte nella questione.

Io come persona. Non ce la faccio davvero a sottoscrivere una modalità di protesta che non condivido fino in fondo. Sono convinta, convintissima che il sistema Invalsi così come è oggi sia inefficace, inutile quando non dannoso, costoso e a tratti pure incoerente (tipo quando fa media nell’esame di terza media). Però ci sono alcuni assunti, detti e non detti, nella protesta che non mi trovano altrettanto convinta. Ne esemplifico uno per tutti, che è probabilmente il principale, facendo riferimento a questo comunicato dei Cobas (punto 5): “Le prove non misurano la buona didattica né il buon insegnante: un buon insegnante è colui che, rispettando i tempi e le attitudini dei suoi allievi, riesce ad appassionarli alla sua materia, riesce a coinvolgerli e a motivarli nello studio; tutto questo non si misura“. E niente, io questo grassetto non ce la faccio davvero a condividerlo così com’è. Potrei dire “tutto questo non si misura facilmente”, persino “tutto questo non si misura in questo modo, cioè con questo sistema così com’è stato immaginato e soprattutto applicato”. Ma “tutto questo non si misura” no, non ce la faccio a condividerlo. La buona didattica si deve poter misurare e i buoni insegnanti dovrebbero porsi il problema di come farlo. Il motivo per cui lo penso nasce precisamente dalla mia esperienza. Prima di iniziare a fare il lavoro che faccio io avrei affermato convintamente l’immisurabilità di quasi tutto. Ora sono altrettanto convinta che la misurazione è una delle cose più importanti, complesse e delicate che esistano. Una buona misurazione aiuta a migliorare, a non inventare l’acqua calda ogni volta, a individuare meglio – al di là degli scoramenti e delle sensazioni, che sono pur sempre componenti fondamentali della vita – cosa non funziona e cosa invece funziona. A usare le risorse, soprattutto quelle umane (intese come gli sforzi, la fatica, la fantasia, la pazienza) nel migliore dei modi. Una misurazione pensata e fatta male è inutile e persino dannosa, su questo concordo pienamente. Ma non è una buona scusa per rinunciare a farla. Specie in un servizio come la scuola pubblica la misurazione è un’urgenza e una tutela e se – come è evidente – questo sistema di misurazione e valutazione presenta vistose criticità, bisogna trovare il modo di correggerlo. Ma non posso, per la mia storia e per tutto quello in cui credo, argomentare che “tutto questo non si misura”. Potrei continuare il pippone, ma mi astengo.

Io come rappresentante di classe. Mi trovo davanti una situazione spinosa. Una minoranza molto minoritaria di sostenitori dell’Invalsi. Un gruppo nutrito di aderenti alla protesta, per motivi diversi. Un gruppo, quasi altrettanto nutrito, di incerti, potenzialmente indirizzabili, ma tendenzialmente tiepidini. Alla fine ho scelto, e lo rifarei, di diffondere le corrette informazioni logistiche (correggendo voci inesatte che di tanto e tanto si diffondevano) e non proporre una linea comune. Non mi sarei sentita a posto con la mia coscienza a fare in altro modo. Così sono io. Come rappresentante faccio tutto quello che posso per promuovere un clima cordiale tra noi (che c’è già spontaneamente, di suo), per evitare i drammi e le enfatizzazioni (ritengo, forse a torto, che siamo tutti usciti dall’adolescenza e abbiamo già vite abbastanza complicate di loro, senza necessità di aggiungere pathos). Ma più in là non vado.

Io come genitore. Alla fine Meryem ha fatto le prove dei test, probabilmente non i test in sé (lo saprò tra qualche ora). Ma quando mi ha raccontato di queste prove mi sono limitata a ascoltare, senza commentare. Non le ho sminuite o ridicolizzate, non le ho enfatizzate in alcun modo. Lei sapeva che il maestro le brucerebbe, ed è giusto che lo sappia. Sapeva che la maestra, pur non essendo probabilmente una fan, gliele ha fatte provare e che, pur essendo un pochino difficili, non c’era nulla che lei non fosse in grado di fare. Niente alone di mistero, dunque, e niente paura. Oggi a scuola una sua amichetta aveva in mano la copia della diffida che sua madre aveva depositato in segreteria. “Cos’è?”, mi ha chiesto ovviamente Meryem. L’amichetta non sapeva rispondere e allora io le ho detto la prima che mi è venuta, non troppo lontana dal vero: “Lo sciopero dei genitori”. Alcuni insegnanti scioperano, alcuni no. Alcuni insegnanti scioperano alcune volte e altre no. Così i genitori. Se mi chiederà perché stavolta io no, cercherò di spiegarglielo. Me la immagino, Meryem, che mi chiede: “Ma quindi tu non pensi come il maestro?”. E qui dovrò spiegarle la cosa più difficile. Che si può apprezzare profondamente qualcuno, rispettarlo, persino amarlo e lo stesso non essere d’accordo con lui su una, due, tre cose o mille cose. Anche se quel qualcuno è un maestro meraviglioso. Anche se quel qualcuno è mio fratello, mia sorella, la mia migliore amica, il mio compagno. Anche se quel qualcuno è la mia mamma. Anche se quel qualcuno è mia figlia, per cui sarei comunque disposta a fare qualsiasi cosa. La libertà è una cosa più complicata di quello che sembra.

10 più uno – Celebriamo YB!


Ultimamente Facebook ci regala squarci inattesi (e non richiesti) del nostro passato attraverso la fuzione “Accadde oggi”, che a me ricorda fortemente la rubrica “Domani avvenne” dell’Almanacco del giorno dopo (chi se lo ricorda? questo è davvero un ricordo che mi data…). Per questo ho notato che alcuni anni fa (4, per la precisione) avevo lanciato un giveaway in occasione del compleanno di questo blog. All’epoca era il settimo compleanno, oggi inizio il conto alla rovescia per l’undicesimo.

Dieci anni più uno, insomma. Non pochi. Il primo post di Yenibelqis è datato 16 maggio 2004. I dieci anni non mi è venuto in mente di festeggiarli, ma almeno i dieci più uno meritano che si organizzi qualcosina, non vi pare? Visto che siamo in vena di revival, quello che vi chiederei stavolta è di regalarmi un ricordo.

Regalatemi, nei commenti qui o sui social, un ricordo vostro che coinvolga anche me, come blogger (un post che ricordate, un argomento che vi ha ispirato delle riflessioni) o come persona (se ci conosciamo personalmente). Buttiamo tutti i nostri ricordi in questo pensatoio virtuale.

Per partecipare avete tempo dieci giorni, ovvero fino al 16 maggio alle 24:00.

E poi che ne faremo, di tutti questi ricordi? Come sempre, ancora non lo so. Una cosa è certa: non si vince niente. Credo che non si possa più nemmeno per legge. Ma intanto facciamo questo brainstorming di memorie, come una festa in cui ognuno porta qualcosa. Qualcosa di carino ne verrà fuori certamente.

Idrovore e piante pioniere


Il futuro è tutto da costruire, potrà essere anche peggiore ma ci sono due certezze: nulla resta immutato, il presente non è per sempre, e molto dipenderà da noi, dal nostro impegno, dalla nostra forza di non arrenderci, dalla nostra creatività e dal nostro coraggio. Leggevo ieri queste parole di Mario Calabresi su La Stampa e immediatamente ho pensato ai giorni che ho trascorso con Meryem e la Giovane Montagna nel Polesine. Una gita di tutto riposo dal punto di vista dell’impegno fisico (l’unico dislivello era quello che ci separava dagli argini del fiume e si aggirava sui due metri e mezzo), ma straordinariamente intensa. Il Polesine non l’abbiamo solo visto, ma ce l’hanno raccontato, con passione e competenza, le guide a cui ci eravamo affidati. Questo per me ha fatto davvero la differenza. Natura e uomo insieme, nemici e alleati. Fatica, pazienza, ingegno, coraggio. Quella di questo territorio è una storia bellissima e anche una potente metafora. Abbiamo iniziato a capirlo già il pomeriggio che siamo arrivati, al Museo della Bonifica. Se mi avessero detto che mi sarei commossa davanti a un’idrovora, non ci avrei creduto. E anzi, vi dirò: se fossi stata io a scegliere magari non ci sarei andata affatto, preferendo qualche vetrina di museo di antichità molto mono significativo. Avrei commesso un errore madornale. Davanti a quelle pompe stupefacenti, la nostra guida Sandro ha iniziato a spiegarci davvero dove ci trovavamo. Ci ha fatto notare come “i pesci nuotano più in alto di dove volano gli uccelli”, poiché il fiume scorre vari metri più in alto del livello delle campagne e incombe, letteralmente, sulle colture. Ci ha descritto la povertà vera di chi vive di nulla e con nulla. L’emigrazione che ha portato via tanti dal Veneto e da qui in particolare. E poi quell’impianto solenne, capace di riportare l’acqua in eccesso su al fiume e bonificare i terreni. Ci ha detto di quando suo nonno li portava, da bambini, a guardarlo, perché era quella macchina straordinaria che dava la possibilità ai suoi figli di continuare a vivere dove erano nati. Mi ha colpito l’eleganza del soffitto liberty, le targhe che tradivano la fierezza di chi aveva costruito quell’impianto con la consapevolezza che non era una macchina come un’altra. “Ca’ Vendramin parla”, ci diceva Sandro. Verissimo. Parla persino a me, che di pompe e caldaie non capisco nulla. Ma anche la natura, con il suo fascino discreto, ha fatto e fa la sua parte. Al giardino botanico di Porto Caleri, oltre ad aver conosciuto la salicornia – una pianta che avrei giurato fosse un parto della fantasia della Rowling e invece esiste, e ho avuto persino il coraggio di masticare una bacca (salata!!!!) – abbiamo visto con i nostri oggi come dalla sabbia le piante pioniere avviino un processo lento ma inesorabile che di fatto trasforma il terreno profondamente, fino a renderlo adatto agli arbusti prima e al bosco vero e proprio poi. Se non fosse stato per le zanzare, che lì prosperano come nel paradiso terrestre e raggiungono dimensioni e ingordigia ben al di fuori della media stagionale romana, anche quell’itinerario sarebbe stato perfetto. Natura, uomo, uomo, natura. La mattina dopo navigavamo sul Po di Venezia in motonave e il pensiero correva alle capanne di canne in cui si viveva prima, quando le alternative erano scarse o inesistenti. Quando possedere una bicicletta era segno di ricchezza e una scintilla di troppo poteva mandare in fumo tutto in un momento (per quello si sono inventati i camini a dado). Il faro, su cui immaginavo Montale e la moglie (“la talpa”) che salgono le scale un po’ a fatica e poi fissano lo sguardo su quella linea dell’orizzonte dove l’acqua cambia colore e diventa mare. E mi veniva anche da sorridere, ripensando a quando, il giorno precedente, Meryem armata di binocolo avvistava garzette e volpoche. L’avete visto Un anno da leoni? Comunque lei ha rischiato seriamente di odiarmi perché ho avvistato una nutria e un fagiano e lei no. Il birdwatching induce alla competizione, evidentemente (sì, la nutria non è un uccello, ma non state a guardare il capello).

Ordinazione di famiglia


Sabato scorso ho partecipato all’ordinazione presbiteriale (chirotonia, per essere precisi) di un amico di famiglia, che per 35 anni è stato presbitero nella chiesa di S. Atanasio dei Greci. Vi ho parlato più di una volta della mia frequentazione di questo luogo un po’ speciale, a due passi da piazza del Popolo, ad esempio qui e qui. Come la comunità ucraina che ho conosciuto lo scorso Natale, la comunità di S. Atanasio è cattolica.

Perché si fa presto a dire cattolico. Apriamo una parentesi didascalica.

La Chiesa cattolica, sia in Occidente che in Oriente, ha un’ampia gamma di riti.

Ci sono quattro “tronchi” principali:

1.- In Occidente: il rito latino.

2.- In Oriente:
a).- il rito antiocheno (siriaco)
b).- il rito bizantino, nato da un gruppo di riti provenienti dal rito antiocheno sotto l’influenza di San Basilio e San Giovanni Crisostomo
c).- il rito alessandrino (Egitto).

In questi quattro “tronchi” si raggruppano tutti i riti: 29, per essere esatti. E il rito non è solo, come ero portata a pensare io, la lingua della funzione, che canti si cantano, che letture si fanno. Il rito scandisce tutta la vita concreta della comunità, comprese le date delle festività e, appunto, la questione delle ordinazioni.

Il mio amico Luigi è già nonno. In tutti i riti orientali della chiesa cattolica, infatti, si può essere ordinati diaconi e anche presbiteri anche se si è sposati (ma dopo l’ordinazione non si può sposarsi). Il celibato è richiesto solo per i vescovi, ma dubito che Luigi abbia questa ambizione. Alla sua ordinazione c’erano tutti i suoi familiari e hanno avuto un posto d’onore anche nei ringraziamenti, nelle preghiere e nella cerimonia: la “sposa”, i figli, i nipotini (che hanno partecipato alla processione con aria compitissima, facendo capolino tra i paramenti scintillanti dei molti concelebranti) e persino i consuoceri.

Posso dire che ho trovato questo sacramento di famiglia molto bello? Se devo essere onesta del tutto, il valore aggiunto del celibato per i sacedoti non sono mai riuscita a coglierlo pienamente, specialmente se è un requisito obbligatorio. Posso capire che possa essere per alcuni una dimensione liberamente scelta di vivere la propria vocazione. Ma l’argomento che una famiglia osterebbe o limiterebbe molto la funzione sacerdotale mi pare debole, molto debole. Specialmente oggi che frequento pastori di chiese non cattoliche (e, come abbiamo visto, anche cattoliche di rito diverso da quello latino) che molto praticamente e semplicemente dimostrano che essere padri di  famiglia nulla toglie alla loro vocazione, anzi.

Il Papa anche oggi, come succede spesso, cerca di volgere al positivo i punti più critici del dibattito, laddove altri sentono il bisogno di irrigidirsi e arroccarsi su posizioni “non negoziabili”. Invita a riflettere, Papa Francesco, sul fatto che molti giovani sembrano non aver fiducia nella famiglia: pochi matrimoni, molti divorzi, meno figli. Io credo che la famiglia intesa in senso ampio come nucleo costitutivo di un amore che si fa impegno preciso tra alcune persone e che da questo legame trae motivazione per estendersi generosamente all’esterno possa essere un punto di forza per rinnovare la qualità della nostra vita sociale. Ma allora non sarebbe opportuno aprirsi con convinzione alla possibilità che il sacramento del sacerdozio possa essere accolto più che adeguatamente anche in un contesto familiare?

Se penso alle persone che ho incontrato che si sono trovate a lasciare il sacerdozio non senza dolore solo a causa del requisito del celibato, non posso che pensare alle molte occasioni sprecate di avere sacerdoti convinti, felici e ricchi affettivamente e spiritualmente.

Un 25 aprile sporco


Fin da quando ero piccola, il 25 aprile profumava di sensazioni forti e belle. Avevo l’idea che questa ricorrenza in qualche modo resistesse  all’onda montante del cinismo e del menefreghismo. Bella ciao, la libertà, la resistenza. Questo messaggio che alla fine nessuna dittatura può durare per sempre. Anche il periodo dell’anno aiuta. Quell’inizio di primavera che non è ancora necessariamente bella stagione mi è sempre parso adattissimo a rappresentare un momento che non metteva fine alla guerra (anzi, in qualche misura ne cominciava un’altra), ma che era già una promessa di cambiamento.

I racconti della liberazione avevano anche questa componente dello sforzo che ci accomunava ad altri popoli per un bene comune: gli americani, gli inglesi (con i loro eserciti multietnici) e con loro tutti gli altri popoli d’Europa. La fine della persecuzione degli ebrei, ad oggi simbolo per eccellenza della violenza cieca che non distingue uomini, donne, bambini.

Non la faccio lunga, ma quest’anno, dopo l’incontro straordinario del consiglio d’Europa di ieri, non mi abbandona l’idea che questo 25 aprile me lo abbiano macchiato per sempre. Un’Europa che teorizza l’egoismo e la più miope politichetta volta solo a guadagnare facili consensi. I trionfalismi fuori luogo di chi cerca pateticamente di fare il gioco delle tre carte, con la stessa finalità. No, se scrivo tutto quello che penso la farei lunga sul serio.

Osservo solo che se QUEL 25 aprile ci fossero stati leader politici anche solo paragonabili a quelli di oggi, probabilmente non sarei qui a scriverne. Non perché allora ci fosse questo grande afflato umanitario, ci mancherebbe. Ma semplicemente perché chi governava una nazione forse era ancora in grado di leggere il contesto geopolitico al di là del proprio personalissimo ritorno d’immagine.

Concludo con una citazione dal bell’articolo di Antonio Guterres, alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, pubblicato su Time di ieri:

The first thing we must do is be more honest about what is happening. That includes recognizing that this is more than a migrant issue: Many of the people on these boats are refugees, fleeing from conflict and persecution. This means we have an unambiguous legal obligation to protect them. Seeking asylum is not only a universal human right—it’s also a political principle that has guided nations for thousands of years and is at the very foundation of the values upon which modern Europe was built. […]

The 1951 Refugee Convention was not born out of starry-eyed idealism. After years of conflict, and as a new Cold War descended, it was a deeply pragmatic document. What leaders understood then was that, even in the worst of circumstances, security comes from managing a crisis, not hiding from it. That only solidarity and a genuinely collective response can stop suffering on a massive scale.

We need to heed their lesson. The moment has arrived for us all to step up to the plate, not just those on the front lines. We need to put our values into practice. Because values which we relinquish when the going gets tough are no values at all. It is for times like these that we created the humanitarian system. We must not abandon it at precisely the moment when it is needed most.

Aggiungo una dichiarazione congiunta che testimonia che non sono la sola a pensarla così rispetto al tanto esaltato (da noi) meeting di ieri….

P.S. La vignetta, manco a dirlo, è del solito Mauro Biani

Buon compleanno, Roma


Domenica scorsa, per rifarci da qualche giorno di clausura a causa dell’influenza, io e Meryem siamo state a spasso per quasi tutto il giorno. Proprio alla mostra dei Numeri, insieme a varie cose interessanti, abbiamo avuto modo di riflettere sulla relatività dei calendari e su quanti modi possibili esistono per definire date (che per alcuni sono) storiche.

Eppure, in barba alla ragionevolezza storico-scientifica, oggi ho voglia di festeggiarlo, questo 2768° Natale di Roma. Mi piacerebbe partecipare alle iniziative proposte dal comune (visite guidate, ingresso gratuito nei musei, illuminazioni…): con tutte le difficoltà che ci sono e che non staremo qui oggi ad elencare, credo faccia un gran bene a noi romani ricordare che la nostra è una città speciale e meravigliosa.

Domenica, non del tutto studiatamente, uscite dalla mostra abbiamo reso omaggio alla Città Eterna e al suo talento più straordinario: riuscire a stupirci e a sorprenderci sempre con qualcosa di nuovo. Quest’anno al corteo storico classico lungo i Fori, a cui negli anni scorsi abbiamo partecipato, abbiamo preferito il Nagar Kitan della comunità sikh. Perciò abbiamo puntato con decisione verso Piazza Vittorio.

11117464_10152696586655047_1745750698_nMeryem là per là era convinta di essere l’unica di tutta la folla variopinta a parlare italiano. Non so se l’aver incontrato vari amici vistosamente italofoni incuriositi come me dalla festa l’abbia fatta ricredere. Una cosa è certa: è rimasta assolutamente rapita dal fascino delle esibizioni dei “pirati”, che saltavano roteando scimitarre, sbattendo bastoni e facendo roteare delle reti colorate con delle palline (che per l’entusiasmo di documentare io alla fine sono riuscita a prendermi in testa). E’ rimasta colpita anche dalla signora rom che, passando accanto alla processione, ha gridato con entusiasmo: “Buona festa!”.

Quella stessa mattina, mentre camminavamo verso l’Esquilino, siamo passate davanti alla chiesa ucraina, dove un nutrito gruppo di fedeli che seguiva la messa dalla piazza antistante (la chiesa è piccolissima) e abbiamo anche visto un ambulante musulmano che pregava sul marciapiede. Una piccola antologia della città multireligiosa che ho imparato a scoprire in questi anni e che mi piace far notare anche a Meryem.

Ieri poi ho completato la mia personale celebrazione del Natale di Roma con una visita alla Moschea di Monte Antenne, la più grande d’Europa. Un edificio imponente, in cui sampietrini e travertino convivono con le geometrie riprese dall’Andalusia spagnola e con le cupole che ammiccano a Istanbul, la Roma del Bosforo.  L’unica cosa che mi ha fatto un po’ tristezza è stato vedere che, dopo il richiamo della preghiera, la moschea restava occupata solo da noi visitatori. Il che, ovviamente, è normale, considerato il fatto che era un pomeriggio lavorativo e che la Moschea sorge alle pendici di Parioli, in un luogo sostanzialmente distante da negozi e abitazioni. “Se fossimo a Centocelle, a questo punto sarebbero già arrivate un centinaio di persone”, ha commentato uno dei musulmani presenti, aggiungendo anche: “Questo per questo luogo è un grande vantaggio, così resta bello e pulito”. Ora io non so se questa chiosa fosse dettata dal desiderio di non sfigurare o da una convinzione effettiva. Io, per conto mio, preferirei che questo spazio così bello e significativo non restasse la moschea delle grandi occasioni, ma potesse effettivamente servire a raccogliere la fede vissuta di tanti uomini e donne. Una fede che fa rumore, non è sempre esteticamente piacevole e magari, in effetti, sporca anche. Ma è la vera ricchezza che tutti noi abbiamo bisogno di scoprire.

Mi torna in mente un passo del discorso del Papa al Presidente Mattarella in visita al Vaticano: “Un sano pluralismo non si chiuderà allo specifico apporto offerto dalle varie componenti ideali e religiose che compongono la società, purché naturalmente esse accolgano i fondamentali principi che presiedono alla vita civile e non strumentalizzino o distorcano le loro credenze a fini di violenza e sopraffazione. In altre parole, lo sviluppo ordinato di una civile società pluralistica postula che non si pretenda di confinare l’autentico spirito religioso nella sola intimità della coscienza, ma che si riconosca anche il suo ruolo significativo nella costruzione della società, legittimando il valido apporto che esso può offrire”. Una convivialità della cittadinanza attiva, insomma, che faccia delle differenze un punto di forza per accogliere, sperimentare, immaginare.

Il mio augurio a Roma, oggi, è che non smetta di essere metropoli nello spirito. Per quanto limitata, provinciale e chiusa nei suoi confini possa essere l’Italia o l’Europa in questa stagione, Roma non smetterà mai di guardare al mondo. Di più. Dentro Roma, il mondo, ci sta comodamente tutto.

Guerra di religione


Mi raccontano che ieri, nel vagone della metropolitana in cui sono stati lasciati bloccati diversi passeggeri per improvvisa adesione anticipata allo sciopero del conducente (pare), la radio della stazione trasmetteva compulsivamente tre notizie: due erano relative all’avanzata dell’ISIS, tra attentati e decapitazioni, la terza era quella relativa all’incriminazione di alcuni migranti musulmani arrivati su un gommone che avrebbero spinto in mare alcuni compagni di viaggio in quanto cristiani. Potete immaginare, in quel concentrato di frustrazioni che era il vagone della metro bloccato in galleria, quali parole di odio siano volate e quanta violenza, sia pur solo verbale.

La sera prima, quando cominciavano ad arrivare le prime telefonate dei giornalisti che avevano individuato la terza notizia come ghiotta e da rilanciare, ho pensato di aver capito male. Davvero vogliamo parlare di guerra religione in una situazione come quella? Un barcone in avaria in mezzo al Mediterraneo, gruppi nazionali che si contendono l’ultima goccia d’acqua, la morte dello sconosciuto che nel delirio del naufrago potrebbe aumentare le possibilità di sopravvivenza per me e per mio fratello… Chiunque abbia sentito i racconti di viaggio di chi arriva (via mare e via deserto) non si stupisce affatto che la vita umana, in quei momenti, non abbia più alcun valore. Se i giornalisti avessero la memoria un po’ meno corta ricorderebbero anche notizie assolutamente analoghe: persone chiuse a morire nella stiva, passeggeri accoltellati e buttati in mare per alleggerire la barca, contrasti tra arabi e africani legati più a motivi storci, politici, economici e di razzismo reciproco che alla religione in sé. Padre Albanesi ieri ricordava che, ad esempio, il governo nigeriano e quello ghanese sono stati ripetutamente coinvolti nelle missioni dell’Ecomog – The Economic Community of West African States Monitoring Group in Africa Occidentale e spesso la loro presenza in alcuni Paesi è stata percepita negativamente, ma ovviamente queste sono cose di cui noi ignoriamo beatamente l’esistenza.

E invece tutta la stampa, nazionale e internazionale, si è lanciata a costruire la notizia facendo abbondante uso di termini come jihad, persecuzione, odio religioso. Ho letto (o ascoltato al tg?) persino un raccontino che potrebbe far invidia alle storie di santi medievali che così argutamente racconta Lucyette: nel pericolo gli uni pregavano Gesù e gli altri Allah, i feroci musulmani avrebbero cercato di convincere i cristiani a pregare Allah pure loro e quelli invece hanno preferito il martirio. Avanti, sembra la canzoncina della Santa Caterina (biribim, biribim, bibum)! Persino la Bibbia è più verosimile, quando racconta che sulla barca di Giona che rischiava di affondare ciascuno dei marinai e dei passeggeri invocava il suo dio.

Scherzi a parte, credo che ci siano due cose che dobbiamo chiederci.

1. Ma che, davvero siamo disposti a berci una notizia raccontata così? Possiamo realisticamente immaginare che su una barca, in punto di morte, persone disperate di tutte e etnie si lancino in dispute teologiche? O piuttosto siamo disposti a lasciarci convincere che i musulmani, come dimostrano anche le vicende internazionali, siano tutti crudeli per natura?

2. Perché che la raccontano così? Io la mia idea un po’ me la sono fatta. Non so voi. Ci sono molte possibili risposte, ovviamente. Ma credo che l’importante sia non smettere di chiederselo.

Migliorarsi

rimuginare, cose serie


Se avessi trent’anni e un lavoro che ti paga generosamente per trascorrere il tempo con le mani in mano, senza particolari incombenze, facendo beatamente i casi tuoi, saresti felice?
Mi faccio questa domanda, dettata da un aneddoto che mi è stato raccontato oggi e non credo di essere ipocrita a rispondermi che no, non sarei felice. Non dico che mai e poi mai lo accetterei, intendiamoci. So che a volte una scelta in questo senso è obbligata e anche fortunata, rispetto a lavori pesanti e mal pagati. Ma felice, no. Specialmente a trent’anni. Ma anche ora. Mi sembrerebbe di essere privata di un diritto, del sacrosanto diritto che abbiamo tutti (e o giovani ancor di più) di migliorarci, sfidarci, progredire.
Non parlo di carriera, ovviamente. Io, tanto per fare un caso personale, platealmente non ho fatto carriera e non la farò mai. Ma se mi guardo indietro, professionalmente ho imparato moltissimo e continuo costantemente ad avere occasione di sbattere il muso contro aspetti in cui ho ampi margini di miglioramento.
Il mio lavoro è l’opposto di quanto descritto sopra. Mal pagato e frenetico, pieno di cose diversissime tra loro. Ma è il mio lavoro, parla di me. Mi dà tanto e adesso posso dire che, almeno qualche volta, porta la mia impronta: un progetto pensato, voluto, scritto e ora – faticosamente – gestito; un evento riuscito; un rapporto annuale, quello che presenteremo la prossima settimana, che mi/ci soddisfa fino in fondo. Potrei continuare a elencare le opportunità che ho lavorando a Astalli, ma oggi il punto che mi preme è un altro.
Non è male essere ben pagati per il proprio lavoro. Beato chi lo è. Ma il lavoro deve dare qualcosa oltre allo stipendio. Passiamo al lavoro una parte importante della vita. Un lavoro che non chiede nulla si può sopportare, per necessità. Ma che un giovane ne sia felice mi rattrista e insieme mi allarma.
Sono esagerata?

P.S. A proposito di miglioramenti. Ho fatto il proposito di migliorare un po’ anche questo blog. Chissà se terrò fede a questa buona intenzione…

Un lago a forma di Y


“…la y di Meryem!”. Così mi spiegava animatamente mia figlia, di ritorno dalla nostra gita sul lago di Como. Forse io, a questo giro (il secondo in pochi mesi), ho capito la storia del ramo del lago suddetto, dopo averlo nominato a sproposito diverse volte. Pensavo, rientrando da questa mini vacanza al nord, che io e Meryem ancora non abbiamo viaggiato molto all’estero, ma l’Italia iniziamo a averla percorsa in misura abbastanza soddisfacente. Mi piace l’idea che Meryem abbini dei nomi geografici che per me sono rimasti privi di reale significato per buona parte della vita a volti di amici, ricordi, aneddoti. Così il lago di Como ci ricorda le splendide camelie di Bellagio, ma anche il volo della poana Linda e il gatto Bri con i suoi padroni umani; il lago di Garda è legato al guado avventuroso di due estati fa e ai voli spettacolari dei kitesurfer; Verona alla Madama Butterfly, prima indimenticabile opera a cui abbiamo assistito insieme. E così via.

In programma, nei prossimi frenetici mesi abbiamo almeno il delta del Po e il Museo Egizio di Torino. E per l’estate, chissà. Sogno la Sardegna fenicio-punica, in una versione corretta alla palermitana. Ma chi può dirlo. Mi limito a dire, a rischio di sembrarvi monotona, che l’Italia è meravigliosa e ricca di sorprese. Non finisco di stupirmi di quanto poco io la conosca e di quanto sia varia e diversa, da ogni punto di vista.

Finisco questo rapido post con qualche notazione pratica per la gita ai giardini di Villa Melzi a Bellagio, che vi raccomando assolutamente. Sono aperti dal 29 marzo al 1 ottobre, l’ingresso costa 6,50 ed è gratuito per i bambini sotto i 12 anni (attenzione: solo contanti!). Noi abbiamo l’abbiamo raggiunta in battello da Varenna e la traversata, pure breve e relativamente cara, è assolutamente parte del divertimento. Ad averci un po’ più di tempo e fantasia, con il biglietto giornaliero familiare del battello si sarebbe potuto fare un giro un po’ più lungo.

Il giardino di per sé è un godimento dei sensi. Curatissimo, spazioso, vario, noi con due bambine al seguito ce lo siamo goduto semplicemente passeggiando qua e là. C’erano camelie spettacolari esposte, ma anche tanti angoli sorprendenti e spettacolari. Le piccole pesti a tratti hanno mostrato segni di irrequietezza per il fatto di non poter correre sui prati, ma gli ampi viali hanno ovviato egregiamente, consentendo corse ed esplorazioni individuali. Le briciole del picnic sono state condivise con le folaghe (i “paperotti neri”).

Chiudo con i doverosi ringraziamenti a chi ci ha accolto, anche questa volta (grazie, Linda e Ivano!) e anche a chi contribuisce quotidianamente a mantenere accesa la curiosità di mia figlia. E’ un dono prezioso, che spero riusciamo a coltivare tutti insieme nel migliore dei modi.