Papa Francesco e i tramonti


Mattina presto alla Chiesa del Gesù, a Roma. Oggi il Papa celebra con i gesuiti la festività di S.Ignazio. Un’occasione anche per noi collaboratori della Compagnia. Non proprio un incontro per pochi intimi, ma comunque relativamente ristretto. Il pensiero ci ha emozionato e divertito le scorse settimane. Tra il serio e il faceto ci siamo interrogate sul look e sul dress code (indovinate chi ha risolto i miei dubbi? Vabbè, lo so, divento monotona). Tutti i partecipanti erano carichi di attese, si aspettavano il Papa spumeggiante che intrattiene i giornalisti sul volo dal Brasile a Roma. Persino padre Libanori, “padrone di casa”, ha fatto riferimento all’esuberanza del Papa: non sono previsti saluti particolari, ma hai visto mai.

Anche in questo, Papa Francesco ci ha stupito. Il registro oggi era tutt’altro. Forse era stanco, forse era sofferente. Forse, semplicemente, l’occasione oggi era molto diversa. “Tu pensi come un gesuita”, gli ha detto scherzando padre Adolfo Nicolàs, il Padre Generale (sì, dandogli del tu). Già, ma come pensa un gesuita? Forse pensa che c’è un tempo per l’entusiasmo e uno per il raccoglimento.

La predica è stata piana, pacata, anche se piena di linguaggio gesuitico (ovviamente). Ha insistito sulla modestia, sullo sforzo di non mettere se stessi e le proprie idee al centro. Questa immagine di essere sempre “spostati”, decentrati, radicati nella Chiesa (“non esistono cammini paralleli o isolati: cammini di ricerca, cammini creativi sì. Per andare verso le periferie ci vuole creatività”) suonava quasi un “errata corrige”, pronunciata sotto lo splendore aureo e trionfale della Chiesa del Gesù.

Secondo me il tema portante di questo discorso di Papa Francesco, il vero filo conduttore, è stata la fatica, la stanchezza, la sofferenza, lo scoraggiamento della “sequela quotidiana”. Non la disperazione, naturalmente. La vergogna di non essere all’altezza, che è addirittura una grazia da richiedere, in un quadro di “continuo colloquio di misericordia” con Dio. Un’immagine forte: trovare “l’armonia del nostro cuore nelle lacrime”. E ancora, l’umiltà: “siamo come vasi di argilla fragili e insufficienti, con dentro un tesoro immenso”, quello della grazia del Signore che opera attraverso di noi, se lo consentiamo.

Poi Papa Francesco diventa più intenso. Parla di tramonti, di tramonti della vita, e lo fa attraverso quelle che definisce “due icone”, S. Francesco Saverio e Pedro Arrupe. Il Santo nobile, amico di Ignazio, arrivato alla fine, “senza niente”, davanti al Signore. Pedro Arrupe, l’ultimo colloquio pubblico in un campo profughi, l’invito a pregare: poi l’ictus, sul volo del ritorno, e il suo “lungo tramonto esemplare”. “Chiediamo la grazia”, ha detto il Papa “che il nostro tramonto sia come il loro”. Per un attimo pare (non so se solo a me) che pensi soprattutto al suo.

Chi si aspettava una celebrazione festosa dei successi della Compagnia sarà rimasto deluso. La sensazione era quello di una sorta di capovolgimento di registri. Anche le due “icone” citate sono personaggi che, agli occhi del mondo, più vistosamente di altri, sono stati dei perdenti.  Mi veniva continuamente in mente la frase di San Paolo: “E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani.”

Ho pensato alla prima volta che ho letto, tanto tempo fa, lo “slogan” dei gesuiti: ad maiorem Dei gloriam (sono state anche le ultime parole dell’omelia di oggi). L’equivoco è sempre dietro l’angolo. Quella gloriam, per giunta maiorem, fa pensare a noi ignoranti alla magnificenza, agli ori barocchi, alle vittorie. Ma la gloria di Dio non è la gloria degli uomini. Quale che fosse il motivo di questo “tono minore” di Papa Francesco oggi, credo che fosse molto intonato alla ragione che io avevo di essere lì. Con fatica e tanti scivoloni dolorosi, cerco di andare avanti, restando sempre dalla parte dei perdenti.

 

Il testo dell’omelia

Espedienti


Non è che si può essere sempre frizzanti.  Persino per una come me, che vive meglio fuori casa che dentro, la giornata di ieri fin dalle prime ore della mattina si preannunciava tutta in salita. Intanto il clima. Il ghigno bollente di Caronte arroventava il vialetto condominiale. Queste ondate di calore, da quando hanno un nome, sono molto più sicure di sé. Poi la desolazione. Poche cose danno l’idea della vuotezza come il quartiere di Monteverde una domenica di fine luglio.

Aggiungiamo l’umore della sottoscritta. Omicida. In questi giorni mi sento in forma come un lottatore di sumo alla vigilia della pensione. Ho iniziato a pensare ai bagagli delle vacanze e questo ha comportato che mi mettessi a provarmi i vestiti estivi. Pessima idea.  Il sabato poi mi aveva lasciato simpatici strascichi di litigate e discussioni che durante la notte sembravano fermentate in una miscela esplosiva. Sarebbe bastato un pretesto qualsiasi per dare la stura a un fiume in piena di recriminazioni.

Si configurava un’emergenza che, come tale, richiedeva misure straordinarie. Temporeggiando e ringhiando quanto bastava, mi sono fatta accompagnare alla videoteca a riconsegnare un film noleggiato la sera prima. Sono ricaduta in questa pratica un po’ vintage, che fa tanto anni ’90. Ho ricaricato la mia tesserina magnetica e ora sfoggio orgogliosamente la mia appartenenza al popolo dei possessori di computer troppo malmessi per essere utilizzati per la visione di film. Schivando le api che hanno fatto il nido negli interstizi del distributore, ho riconsegnato “Il mio nome è Khan” (film stupendo, peraltro).

E allora mi è balenata in mente la via di fuga. Ho indetto sul momento la giornata DVD senza limiti. Ho noleggiato “Barbie e l’avventura nell’oceano” e ho comunicato alla Guerrigliera il programma della giornata, che è stato: film 1, film 2, pranzo, impostazione lista valigie, passeggiata al distributore, film 3, passeggiata al distributore con gelato, doccia, cena, film 4, letto. Dei film visti posso dirvi che “Barbie e l’avventura nell’oceano” non mi è dispiaciuto affatto (Meryem era entusiasta e si è messa a fare surf sul bracciolo del divano) , “Up!” mi è piaciuto molto (meno alla Guerrigliera), “Barbie e l’avventura nell’oceano 2” non era all’altezza del primo e “Dragons. Il dono del drago”, sequel di Dragon Trainer, è stata una grande delusione soprattutto perché non sapevo che era un cortometraggio. Sì, avete capito bene. Me li sono sciroppati tutti anche io, senza sconti.

Alla fine della giornata, scherzando, ho sottolineato a Meryem l’eccezionalità della cosa. Non è che da ora in poi passeremo i nostri giorni spiaccicate davanti al dvd. “E non lo dire a nessuno che mamma ti ha dato il permesso di vedere quattro film di seguito!”, ho aggiunto scherzando. “Posso dirlo solo a L.?”, ha ribattuto lei, ghignando. No, Guerrigliera, far schiattare di invidia l’amichetta non è un bel sentimento. Ma resta pur sempre nobile in confronto ai pensieri che covavo io al risveglio, e che poi ho annacquato in un mare brulicante di delfini rosa glitterati.

Madre ribelle


Ci sono mille piccoli episodi quotidiani di cui, come madre e come persona, non vado particolarmente fiera. Quello di ieri, però, che direi possa serenamente rientrare nella categoria “sbrocco di fine giornata afosa”, mi continua però a far pensare e con questa scusa  ve lo propino  lo condivido con voi [su, lo sapete che d’estate anche le menti più creative perdono colpi, siate indulgenti].

Ieri sera, mentre stava finendo il suo piatto di spaghetti, fagiolini e uovo sodo artisticamente composti in forma di margherita, la Guerrigliera capisce che ero al telefono con suo padre e se lo fa passare. Fin qui, tutto ok. Dopo pochi istanti mi chiede di farle continuare la conversazione in privato: anche questo mi sta bene, anche perché frattanto ero intenta a fare altre due/tre cose, la maggior parte delle quali mi portavano, in effetti, in un’altra stanza.

Qui mi chiedo: rosicavo già a questo passaggio? Può essere. Nizam la sera a quell’ora spesso deve servire i clienti e chiude le telefonate bruscamente. Giusto un paio di giorni fa la tendenza di Meryem a monopolizzare le comunicazioni mi aveva impedito di farne una, relativamente importante, io. Ma forse qui sto aggiungendo inutilmente carne al fuoco.

Più tardi, al momento di andare a letto, chiedo (forse sbagliando) a Meryem cosa si erano detto con suo padre e lei, forse riferendo fedelmente o forse improvvisando là per là, sghignazzando inizia a dirmi che parlavano di me e inizia a fare una sorta di catalogo di tutti i miei difetti, veri e presunti.

Inaspettatamente, scopro che la cosa mi punge sul vivo e non riesco minimamente a trattenermi. Le dico che non è bello che io debba sentire solo critiche. Che se parlassi di lei con un’altra persona e menzionassi solo le cose che non mi piacciono del suo carattere e del suo comportamento anche lei si sentirebbe ferita. Le auguro la buona notte e me ne vado nell’altra stanza, senza riuscire affatto a nascondere un risentimento forse eccessivo, considerata la situazione.

Da un lato, oggi, mi dico che la mia reazione era esagerata e fuori luogo. Sono sotto pressione, stanca, di malumore e delusa, ma certo non è Meryem che mi prende in giro il motivo della mia strisciante frustrazione. La cosa è stata superata, ovviamente, ma confesso che arrivata al momento di scusarmi (cosa che in questi casi di solito faccio) qualcosa si è inceppato. La reazione era esagerata, eppure in qualche modo anche legittima. Perché devo fare finta che essere presa in giro, in quel momento, non mi abbia ferito? Mi ha ferito. Magari in un altro momento non mi avrebbe ferito. Non mi considero una persona particolarmente permalosa. Però resta il fatto che in quel momento ci sono rimasta malissimo.

Sono arrivata alla conclusione che, finché non diventerò una persona migliore, mi atterrò al meno peggio, cioè la sincerità. Non sono (ancora) una persona migliore e sospetto che mia figlia lo sappia già piuttosto bene. E quindi, ancora una volta, so di aver fatto male, ma se avessi fatto diversamente avrei fatto male lo stesso. Delizie della genitorialità.

Non siamo prevenuti


“Mamma, ma io sul collo ho una pelliccia bianca?”

No, Guerrigliera. Sei lercia e sudata dopo il campo estivo, ma non c’è traccia di pelliccia. Perché?

“Perché F. [il “fidanzato”] invece ce l’ha. Gli è venuta su tutto il corpo e dice che si attacca”.

????

“Sì, mamma. E’ una malattia. Peggiora quando guarda la luna”.

Ok, potevi dirlo subito che vai al campo estivo con un lupo mannaro. Mica siamo prevenuti, noi. Chissà come sarà contento tuo padre.

Fiori


Chi mi conosce un po’, sobbalzerà per questo titolo. Io e i fiori abbiamo decisamente poco in comune. La mia ignoranza botanica è completa e totale. Al primo pranzo dalla mia futura (ex) suocera – che poi sarebbe la madre di quello che sarebbe diventato prima mio marito e poi il mio ex marito, tanto perché possiate raccapezzarvi – mi presentai, in perfetta buona fede, con un mazzo di crisantemi. Li trovavo belli e lo erano. Tra l’altro con il senno del poi si sarebbero rivelati anche adeguati all’occasione. Ma non divaghiamo.

Oggi se penso fiori penso a Paola (e non vedo l’ora di leggere il suo libro). E la cosa mi evoca un complesso di sensazioni a cui non sono solita dare spazio: grazia, colore, eleganza, in un certo senso femminilità. Non a caso mia figlia Meryem è assai più sensibile a tutte queste cose, fiori compresi, forse perché non l’ho ancora soffocata con troppo altro, o forse perché lei è diversa da me e basta. Però oggi, seguendo il filo dei ricordi e dei pensieri, ho provato a ripescare un po’ di fiori e di persone fiorite dalla mia memoria.

Vado più o meno in ordine cronologico. I fiorellini del giardino della villa di zia Maria ad Ardore Marina. Ricordo che li schiacciavamo per farci pozioni di streghe. Chissà che fiori erano. Pallocchere di piccoli petali gialli e arancioni, dal colore carico.  Sono stati i fiori della mia infanzia, delle estati lunghe e nel complesso solitarie, della penombra delle camere da letto del piano di sopra.

I gigli di S.Antonio sul terrazzo della cucina di casa dei miei. Quelli ci sono ancora, puntuali (anche se ora le stagioni anomale li fanno fiorire più inaspettatamente). E il ricordo va di pari passo con i rami di fiori di pesco che mia sorella Vittoria regala a mia madre appena cominciano a trovarsi. Questi sono i fiori della mia mamma, i fiori dei caffè presi insieme in cucina, del rapporto da adulte per cui non finirò mai di essere riconoscente.

Poi penso alla mamma del mio amico Pietro e al suo giardino bellissimo. A Marielou e al suo modo di guardare con occhio clinico i fiori di ogni bancarella (e alla giacaranda in fiore sulla piscina del suo condominio): la immagino da hostess nascondere piccole piantine clandestine sotto il sedile dell’aereo e riesco quasi a visualizzare che giardino avrebbe se non fosse per i cani, la tartaruga e l’amore per le persone che finiscono per avere la meglio sulla sua passione. Ma anche a Nizam, che un bel fiore non trascura mai di fotografarlo con il cellulare.

Come ultimo ricordo aggiungo i fiorellini quasi invisibili che ho visto, tanti anni fa, nel deserto del Negev. Allora ho trovato incredibile il fatto che piante che faticano anche ad esistere si permettano il lusso di avere dei fiori. In qualche modo ho ritrovato questo pensiero negli anni, nel mio lavoro. Un’azione sociale dovrebbe consistere anche nel condividere la bellezza. Ciò che si fa e si manda avanti con poche risorse non deve essere per forza brutto. Per quanto possa sembrare assurdo, ho visto impiattare con cura un piatto servito a mensa. Non sempre si riesce, io poi per queste cose sono in genere negata. Ma sono particolari importanti, che non si dovrebbero trascurare.

Di tanto in tanto mi trovo a ricordare a me stessa questo concetto anche nella mia vita quotidiana, quando le frustrazioni e l’ansia mi fanno soffrire. Il pensiero di non poter dare abbastanza a mia figlia è un dolore ricorrente. E allora mi aiuta pensare che molta bellezza è gratis: basta spalancare gli occhi per goderne.

I ragazzi di Sankt Pauli. Una storia europea


Questa è una storia vera, ma mi prendo la libertà di raccontarla svestendo i miei panni professionali e cercando una prospettiva migliore, perché quella solita davvero non mi basta.

Amburgo, Germania. Sankt Pauli. Protagonisti: 300 turisti arrivati da varie città italiane. La notizia è che non se ne vogliono andare. Io lo so che voi, maliziosi, state pensando a liceali in gita scolastica, che si sono fumati gli ultimi neuroni nel quartiere a luci rosse. Nulla di tutto ciò. Vi dirò anzi che i nostri 300 dormono addirittura in una chiesa. Al di sopra di ogni sospetto, dunque. Eppure vi confesso anche che questi turisti appassionati della Germania del Nord rischiano seriamente di diventare fuorilegge. Presto, molto presto. Entro qualche settimana.

La storia comincia nel 2011, nella Libia di Gheddafi. Ah, ma allora ci propini la solita solfa, diranno i miei lettori ormai esasperati. La guerra, i barconi, i disperati in fuga attraverso il Mediterraneo, Lampedusa. Ebbene sì, pure Lampedusa. Perché i nostri turisti ad Amburgo prima di essere tali sono stati profughi. Accolti dall’Italia nel favoloso programma dell’Emergenza Nord Africa di cui in altre occasioni ho avuto modo di parlare. Con in mano un pezzo di carta e 500 euro, questi giovani (ghanesi, nigeriani, avoriani, togolesi) sono arrivati ad Amburgo vari mesi fa. Perché no? Grazie al permesso di soggiorno (temporaneo) rilasciato dalle autorità italiane avevano titolo ad entrare, ma (e qui inizia il paradosso) come dei turisti. Per un massimo di 90 giorni, senza diritto a lavorare o a essere presi in carico dai servizi sociali.

Per le autorità tedesche, a partire dal sindaco, il discorso è semplice. Finita la parentesi tedesca, è ora che tornino in Italia. Il discorso è chiuso e anzi non c’è neanche motivo di aprirlo. Ma loro, i 300, non la vedono così. Sono giovani, decisi, convinti e alcuni di loro non sono affatto sprovveduti. Non hanno nessuna intenzione di vivere passivamente gli effetti dell’attuale politica europea che li considera dei pacchi, da rimandare qua e là. E’ chiaro che gli Stati europei ragionano in termini di concessione: l’Italia ti ha concesso un permesso di soggiorno, ringrazia, torna là e bacia per terra, sperando che te lo rinnovi. Loro, i “turisti” raccontano un’altra storia. “Eravamo in Libia per lavorare pacificamente e mantenere le nostre famiglie. Noi, come altri 40mila africani che vivevano dell’indotto dell’economia libica. Arrivate voi della NATO, bombardate, combinate un casino spaventoso. Ci troviamo costretti a scappare come rifugiati. Certo, non è che la Libia fosse rose e fiori, prima. Ma ci permetteva di avere un reddito. L’avete vista la Libia, poi? Siamo dovuti scappare, molti sono morti: per i bombardamenti, per l’insicurezza, per la violenza generalizzata. Arriviamo in Europa attraversando il Mediterraneo e ora? Ci avete fatto perdere anni preziosi della nostra giovinezza. Ci avete detto, in Italia, di andare dove volevamo. Ci dite ora, in Germania, di tornare in Italia dove per noi non c’è nulla. Nessuna opportunità di lavoro, solo una vita per strada, forse addirittura la clandestinità. No, non ci stiamo. Non è giusto. Voi siete parte in causa. Voi siete responsabili. Non ci trattate dall’alto in basso. Non lavatevene le mani. Non ve la caverete con così poco”.

Non vogliono la carità, i giovani africani di Amburgo. Non se ne stanno in silenzio aspettando un piatto di minestra. Vogliono imparare il tedesco, studiare, ma soprattutto lavorare, guadagnarsi da vivere. Si fanno sentire. Montano una tenda al centro della città. Parlano apertamente, manifestano in tutte le lingue che conoscono. E qualcuno inizia a unirsi a loro. La popolazione, le ONG, le chiese. Perché è difficile dare torto a questi ragazzi. Le norme europee che difendono non si sa cosa e che permettono qualunque abuso sulla vita di queste persone cominciano a rivelarsi per quello che realmente sono: un meccanismo perverso, che nulla ha a che fare con il vero bene comune. Perché gli albergatori di Amburgo dicono che hanno bisogno di 300 lavoratori, urgentemente, e che se pure questi giovani non sono qualificati potrebbero diventarlo presto. La Germania ha bisogno di giovani, ha bisogno di lavoratori stranieri. Questi sono già lì e non chiedono altro che avere una possibilità di guadagnarsi da vivere onestamente, in dignità.

Impossibile, dicono le norme europee. Che imporrebbero, peraltro, di spendere da subito molti soldi: per la detenzione, per i trasferimenti, per i rimpatri. Per la sicurezza, insomma. Ma a Amburgo cominciano a essere in molti a non capire bene dove sarebbe il “pericolo”. E iniziano ad essere stanchi di questa politica cieca, assente, distratta, ignorante e cinica.

Qui inizia la mia (breve) fiction. 300, 500, 1000, 10.000. Ai ragazzi di Sankt Pauli, quelli che chiamano i rifugiati di Lampedusa, si uniscono gli europei veri. Quelli che guardano al futuro, quelli che sognano un mondo diverso, molto più libero. Negli occhi e nelle parole dei giovani africani trovano il coraggio per mettere da parte la rassegnazione e l’apatia. Perché – è bene che qualche volta ce lo ricordiamo – il futuro ci appartiene e ne siamo responsabili.

Per approfondire

Campo estivo extracomunitario


Mesi fa, colta da un subitaneo impulso, ho iscritto Meryem per due settimane a un campo estivo in lingua inglese. Costava. Però con qualche espediente (tipo ospitare a casa di mia madre uno degli insegnanti, al fine di avere uno sconto abbastanza rilevante) sono riuscita a spendere la stessa cifra dell’anno scorso, per qualcosa di molto diverso.

Volevo aspettare di avere a disposizione il CD con tutte le foto e i video del campo, ma ho pensato che magari qualcuno di Roma Nord può essere interessato a prenotarsi per settembre, quindi anticipo la recensione. L’associazione che organizza si chiama Creative English (Learn Through Multimedia) e, niente da dire, sono creativi davvero. Loro sono una giovane coppia di neozelandesi (Maria e Eugene), a cui si aggiungono insegnanti di rincalzo (noi abbiamo conosciuto e ospitato Eric, eclettico musicista statunitense).

Per Meryem, che non aveva mai studiato neanche una parola di inglese e sta iniziando ora a leggere e a scrivere, è stata un’esperienza fantastica. Si è divertita da morire. Credo che la descrizione delle attività dei campi sul sito sia un po’ minimalista e renda l’idea fino a un certo punto. Durante queste due settimane Meryem ha costruito vulcani che buttavano schiuma di Coca Cola; ha costruito una torre utilizzando solo marshmellows e spaghetti crudi; ha assaggiato (senza gradirlo granché) burro di noccioline per il 4 di luglio; ha guadagnato una ragguardevole quantità di Monster Dollars (la valuta del campo) e poi non li ha voluti spendere perché erano troppo carini e voleva conservarli; ha partecipato alla composizione di una canzone e alla realizzazione del video relativo (che vi posterò quanto prima); ha composto gli inni delle sue squadre con le relative mosse… Potrei continuare.

E’ stata un’esperienza davvero poco italiana, non solo per la lingua. I ragazzi che organizzano il campo, affiancati da “Helpers” adolescenti, si buttavano nelle attività al 100%, divertendosi quanto i bambini (o quanto meno impegnandosi molto perché così sembrasse). Ogni mattina arrivando guardavo i cartelloni pieni di nuove idee (le due settimane hanno avuto attività diverse ogni giorno) e pensavo al tipico animatore di centro estivo italiano, rassegnato al pascolo dei piccoli mostri, spesso con l’aria del martire al patibolo. Non dico che non sia un mestiere faticoso, per carità. Posso testimoniare che il pur giovane e aitante americano in due settimane di ospitalità da mia madre arrivava a casa e schiantava a letto senza passare dal via (un sabato ha dormito 12 ore filate, poi è andato a fare il sopralluogo nei locali del campo e a preparare i materiali).

Le attività duravano dalle 9 alle 17, con possibilità di lasciare i bambini fin dalle 8. Lo staff, alla chiusura della giornata, di fatto continuava a lavorare nel backstage perché arrivati al venerdì, in occasione dello show finale, fossero pronti video divertenti delle attività, un bello slideshow con musica delle foto più significative della settimana, un portfolio per ogni bambino che raccontava le attività svolte, i diplomi… Oltre, ovviamente, ai lavori multimediali realizzati dai ragazzi: video musicali e questa settimana un vero e proprio film di cui i ragazzi più grandini hanno inventato storia e battute, prima di interpretarlo.

Va specificato che il prezzo comprende le lezioni della mattina, materiale didattico originale con schede ed esercizi (che ci è stato dato tutto, non solo la parte svolta da Meryem in questi giorni), l’escursione con noleggio di pullman e biglietti di ingresso (una settimana sono andati a Hydromania e la settimana successiva a Explora), le uscite a Villa Sciarra per la caccia al tesoro, la maglietta del campo e la foto di gruppo a colori. L’anno scorso ho pagato 120 euro fino alle tre per una sguazzata in una specie di piscina, dei balli latino americani e un sacco di televisione.

Lo show del venerdì sera, tutto in inglese, è anch’esso tarato su una sensibilità da nuovo mondo. Nulla di commovente e stucchevole. Tutto molto a gag, inclusa la Parents’ Competition in cui si vincevano Twinx e Ovetti Kinder. Noi adulti, lo confesso, ci sentivamo in neanche tanto lieve imbarazzo. Queste cose non sono molto nelle nostre corde. Ma i bambini e i ragazzi se la sono spassata di cuore e giurerei che qualcosa, di questo inglese, gli rimarrà. Ho prospettato a Meryem di fare qualche lezione anche durante l’anno con la sua adorata Maria. Le sono brillati gli occhi. “Magari! Lo diciamo anche agli amichetti?”. Speriamo davvero di riuscire a combinare.

Io intanto vi consiglio di tenere d’occhio questi ragazzi: girano l’Italia e chissà che non vi capiti di avere una settimana anche dalle vostre parti.

Falsa partenza


Forse saprete già che il kebabbaro è curdo e musulmano. “Ma è praticante?”, mi viene spesso chiesto con una punta di preoccupazione. La risposta corretta è sni.

Non mangia maiale e quindi io evito che esso, in tutti i suoi molteplici e appetitosi derivati, compaia nel nostro frigo. Questo implica che le poche volte che si mangia fuori (kebab escluso) si proceda a una minuziosa disamina del menù, a volte integrata da interrogatorio al cameriere. Con tutto ciò una volta si è trovato a mangiare per errore una ciotola di fagioli con le cotiche, ma è stato davvero un incidente di percorso (e non ricordo se alla fine ho deciso di rivelargli o meno la verità).

Sull’alcol si concede qualche strappo, come la maggior parte dei suoi connazionali. Giusto un bicchiere di vino occasionalmente (la birra non gli piace). Il resto della pratica fa assai più acqua. I 13 anni di assenza dalla Turchia si fanno sentire pesantemente. Ora che può tornarci si è trovato più volte a impicciarsi sulla sequenza della preghiera (suo padre è osservantissimo) e ha sempre evitato accuratamente di essere a casa dei suoi durante il Ramadan, perché “non è più abituato”. Ciò non toglie che, ogni anno, si risveglia in lui almeno il buon proposito. Ricordo che una volta, anni fa, il primo giorno di digiuno lo vedeva impegnato a scarrozzare, sul far del tramonto, buona parte della famiglia Peri nell’entroterra laziale, il che ha comportato che non potesse mettersi a tavola che a tarda notte, prolungando la penitenza di svariate ore (per giunta con l’aggravante delle chiacchiere ininterrotte di cinque donne). Questa la premessa.

Due sere fa, intorno a mezzanotte, il kebabbaro annuncia la sua intenzione di riprovare anche quest’anno. Niente cibo, né acqua, né sigarette dall’alba al tramonto, per un mese. In questi casi, si consuma un pasto prima dell’alba. In un impeto di zelo interreligioso, mi offro di preparare il necessario (uova strapazzate, pane tostato, Philadelphia). E faccio una domanda apparentemente banale: “A che ora devi mangiare?”.

Il kebabbaro inforca lo smartphone e compulsa gli appositi lunari in turco. Lo vedo perplesso.

“Qui ci sono due orari diversi”
“Vabbè, ma lo saprai che significa, no?”
“Ehm, mmm, suhur… Dicesi suhur….ma il sole quando sorge?”
“Google dice che sorge alle 5:42”
“Ah, ok, quello è il secondo orario. Il primo è alle 3.20. Ok, tutto chiaro. Si deve mangiare tra il primo e il secondo orario, cioè tra le 3.20 e le 5.40. Metti la sveglia alle 5”.

Così abbiamo fatto. Toppando clamorosamente. Il digiuno infatti inizia al primo orario, che poi è quello della preghiera dell’alba. Stendiamo un velo pietoso. Il kebabbaro si difende sostenendo che l’ultima volta che il Ramadan cadeva d’estate era molto piccolo e quindi la sua memoria degli orari è assai sfalsata. Sarà. 

Lui si è accorto della cantonata nel pomeriggio. A quel punto ha mangiato un felafel per sottolineare il suo disappunto. Però poi gli hanno detto che è nata una disputa nel mondo islamico sulla data di inizio del Ramadan e che gli “arabi” cominciavano solo oggi. “Vorrà dire che per una volta mi considererò arabo”, mi ha comunicato per telefono un po’ rianimato. E dunque oggi è ripartito, animato da uno zelo leggermente calante. Resisterà? Si accettano scommesse.

Non sono abituata


Non sono abituata a essere così “mainstream”. Più precisamente, non sono abituata al fatto che quello che solitamente ci diciamo tra noi risuoni in bocca a un Papa. Tante, troppo parole vengono aggiunge in queste ore. Un po’ di silenzio non guasterebbe, adesso. Non facciamo come i giornalisti che conducono le dirette, che a ogni pausa si facevano prendere dall’horror vacui e inanellavano banalità alternate a sciocchezze.

Solo un paio di sottolineature però concedetemele, poi cercherò di tacermi anche io. Le letture scelte. Caino e Abele e poi la fuga in Egitto (la storia di quando Gesù e la sua famiglia sono stati rifugiati, quella stessa scena illustrata da un artista etiope rifugiato nella cappellina del centro Astalli) e la strage degli innocenti. L’omelia, tutta incentrata sulla responsabilità, che cita Lope De Vega e Manzoni. Parole forti, poco diplomatiche.

Un commentatore, su RaiNews24, sosteneva che il Papa starebbe evitando le questioni politicamente più sensibili per insistere sulle questioni sociali, di per sé più “trasversali”. Non potrei essere meno d’accordo. So per esperienza quanto politicamente sensibile siano quell’isola, quel molo, quei barconi, quei morti. Tanto politicamente sensibili che questa stessa diretta televisiva, appena quattro anni e spicci fa, trasmetteva le parole di un ministro che inneggiava ai respingimenti in Libia. Ve lo ricordate? Io ne ho parlato molte volte su questo blog (ad esempio qui).

Già nel discorso di insediamento della Boldrini alla Camera sentire menzionati i morti del Mediterraneo è stato per noi segno di speranza e di consolazione. Ma subito si è detto: beh, ne parla perché è stato il suo lavoro fino ad oggi, è un tratto personalistico, si poteva aspettarselo. Ora mi chiedo se questo gesto papale fortissimo, anche in termini di comunicazione, cambierà qualcosa. Voi che pensate?

Colpo di fulmine


– Mamma, mi sono innamorata.

Dobbiamo proprio parlarne? Ok, parlane.

– Si chiama F., ha sette anni e mezzo.

Gulp.

– A me piace e io gli piaccio. Per questo siamo una coppia.

Semplice e lineare. Io però fossi in te ora che saliamo in macchina cambierei discorso. Sai, tuo padre è curdo. E soprattutto è tuo padre.

–  E quindi ci siamo fidanzati.

– Cosa, cosa, cosaaa?

Che ti avevo detto, Meryem?

– Papà, tanto mica lo decidi tu chi mi sposo. Lo decido io e tu non puoi farci niente.

Quando si dice la diplomazia. Nizam annaspa in cerca di una risposta, ma alla fine si limita a bofonchiare in turco tra sé e sé. Colgo i termini “scuola coranica” e “velo”.

Intanto arriviamo davanti al Centro Estivo, a cui va con entusiasmo incontenibile fin da ieri. Guarda dal finestrino e trasalisce.

– Che incontro!

Eh già, figlia mia, che strana coincidenza. Siete scritti allo stesso campo estivo e se vai lì lo incontri. Davvero sorprendente.

La Guerrigliera schizza fuori dalla macchina e i due si avviluppano in un abbraccio tentacolare. A fatica io e la madre del fanciullo pilotiamo il mucchio di arti indistinguibile verso l’ingresso e li molliamo senza particolari formalità, così, in blocco. Risalgo in macchina. Nizam è in stato confusionale.

– Non ce la mandiamo più!

Con consumata calma assesto l’unico colpo spendibile utilmente in questi frangenti. “Ma come? Con quello che abbiamo pagato…”.

Il pater familias accoglie l’obiezione con un gemito soffocato.

– Ma…. non mi ha salutato. Non mi ha nemmeno… guardato in faccia!

Ebbene sì. La vita del padre è dura. Quella del padre curdo, poi, è durissima.

P.S. Oggi è tornata con le braccia cosparse di cuori disegnati con la bic nera dallo zelante innamorato. Lei non voleva lavarsi. Ma poi ha ceduto, precisando che lui glieli rifarà ogni giorno. Che romanticone.