A mente fredda, sulle mucche danesi


L’altra sera mi sono ritrovata nel mezzo di una discussione su Facebook che ero impreparata a gestire perché mi faceva davvero arrabbiare, oltre ogni misura. Me la sono cercata. Quando si condividono notizie su argomenti sensibili bisognerebbe essere preparati alle reazioni. Quelle dei miei amici, peraltro, erano civili, educate, composte e non prive di ragionevolezza. Però mi sono resa conto che non riuscivano proprio a vedere il mio punto e questo mi ha rattristato assai.

La notizia era questa. Il Governo danese ha vietato la macellazione senza preventivo stordimento dell’animale, il che è generalmente considerato in contrasto con quanto prescritto dalle norme della macellazione rituale, sia ebraica che musulmana. Dopo essermi un po’ documentata, soprattutto qui, apprendo che non solo la Danimarca non è un caso unico (già da anni la questione si pone in Svizzera e mi pare di capire anche in Svezia), ma che soprattutto esisterebbe, con un po’ di ragionevolezza, la possibilità di mediare, trovando delle forme di stordimento dell’animale non in contrasto con la salvaguardia dell'”integrità fisica” prescritta dalla religione (a una lettura veloce mi pare che in Malesia si sia già proceduto in questo senso).

Concordo che in primo luogo è necessario sgombrare il campo dalle posizioni troppo ideologiche, a partire dalle facili battute sui cuccioli di giraffa. Quello che davvero mi ha disturbato è la frase “I diritti degli animali vengono prima della religione”, che pare il ministro dell’agricoltura danese abbia pronunciato a commento del provvedimento. Dovrei probabilmente andarmi a leggere tutto il contesto dell’intervista. Certo che, riportata così, mi pare un’affermazione aggressiva, violenta e potenzialmente discriminatoria. Io credo che la civiltà imporrebbe di trovare modi che riducano il più possibile le sofferenze di tutti gli esseri viventi. Ma un’affermazione come questa sembra trascurare il fatto che la religione non è un vuoto orpello, ma parte importante dei valori irrinunciabili di molti esseri umani. Ci sono molti uomini al mondo, anche oggi, disposti a morire per la propria fede. Detesto quando la semplice ignoranza (perché di questo molte volte si tratta) si autoproclama metro di civiltà.

La frase del ministro danese è decisamente infelice. Il provvedimento magari è giusto, ma solo se implica la volontà concreta di dialogare con le comunità religiose, composte da cittadini di pari dignità degli altri (animali compresi), per soluzioni condivise e migliori per tutti. Altrimenti è un civilissimo atto di prevaricazione. IMHO.

Cirillo, Metodio e altri miti familiari


“Mamma, ma perché non possiamo essere una famiglia normale?”. Chissà che voleva intendere esattamente, Meryem, quando mi ha trafitto il cuore con questa innocente domanda. Magari non tutto quello che ci ho letto io, che per giunta ero anche sul punto di stramazzare, vinta dalla febbre. Fatto sta che, vigliaccamente, non ho approfondito.

Però oggi, mentre il mondo festeggia San Valentino, a me viene da pensare a San Cirillo e Metodio e alla mia famiglia anormale. Vedo da Google che mio padre pubblicò una traduzione delle biografie paleoslave dei due santi già nel 1981. Non ritrovo i riferimenti esatti, ma leggo che Giovanni Paolo II li ha proclamati patroni d’Europa nel 1980, il che significa che i due giravano in spirito a casa mia almeno da quando avevo 6-7 anni, ovvero circa l’età attuale di Meryem.

Mio padre era uno che, decisamente, si portava il lavoro a casa. E certo non era un lavoro come quello dei padri dei miei compagni di classe. Era un lavoro che comportava produzione di mucchi immensi di scartoffie, che franavano qua e là, e talora faceva spuntare a casa personaggi bizzarri, a cui le mie sorelle davano soprannomi irriverenti. C’era Orsone (esimio accademico dell’Università di Vienna), Timiducci (giovane prete polacco, esperto di glagolitico) e svariati altri personaggi e interpreti.  Io fin da bambina assistevo e partecipavo a questa sorta di bizzarro circo e sono cresciuta a leggende familiari, in gran parte non prodotte da narrazioni mie, tra cui quella che raccontava che una lite seria tra i miei genitori vertesse intorno a quale fosse l’età media degli antichi romani.

Oltre a darmi infinito materiale per gustosi aneddoti, che però oggi non ho tanta voglia di sciorinare, tutto questo clima mi ha portato a vivere con una certa fierezza il fatto che noi non fossimo una famiglia “normale”. Non lo eravamo quasi in nulla, a dire il vero. Non lo eravamo nelle tradizioni delle festività, non nel rapporto con i parenti (almeno che io possa ricordare), non lo eravamo per il fatto che mia madre era considerevolmente più grande di mio padre e quando sono nata io aveva già 47 anni. Non facevamo pranzi speciali la domenica (avevamo, quello sì, il rito delle pastarelle dopo la messa), non andavamo in bicicletta (o almeno, io non ci andavo) né a sciare.

Con il senno del poi, oggi non credo che necessariamente quella mia famiglia potesse dirsi un modello. Lo è stato, fin troppo, per me. Troppo perché il modello che mi ponevo davanti era già mitizzato, enfatizzava le cose piacevoli e ometteva artisticamente gli aspetti oscuri che pure c’erano. Alla fine non mi meraviglia che nei miei inconsulti tentativi di ricreare il mito mi sia ritrovata con un pugno di mosche.

E Meryem, cosa si troverà? Spero di riuscire ad insegnarle che si può essere famiglia in molti modi diversi. Che ai sentimenti, come alle cose più alte dell’universo, non si possono applicare i lacci della logica aristotelica. Che alla fine, la parte che davvero si sceglie non è così rilevante. Più importante è come, giorno dopo giorno, se ne vivono le conseguenze.

Ricordi difficili


Ricevo abbastanza raramente mail da parte di lettori di questo blog (non sono poi così tanti), ma il messaggio di Antonella conteneva un invito e una amichevole “sfida”, che raccolgo volentieri. Non avevo consapevolezza che oggi è la Giornata del Ricordo dell’esodo istriano e dalmata. Antonella lo sa, perché quella storia è la storia della sua mamma e, per riflesso, della sua famiglia. Lo sarebbe un pochino anche della mia, almeno trasversalmente. Il cognome sloveno di mio nonno è uno di quelli modificati per legge durante la politica fascista di italianizzazione. Mio padre non ha mai potuto imparare la lingua madre di suo nonno: parlarla a Gorizia sarebbe stato, a quel tempo, pericoloso. Non ho mai parlato con mio padre di tutte queste storie complesse, che hanno i loro strascichi ancora oggi, con un’unica eccezione: un viaggio in treno tra Roma e Gorizia che facemmo insieme e durante il quale lui, inaspettatamente, tirò fuori un racconto ininterrotto, di cui purtroppo non mi sono appuntata nulla e che istantaneamente mi si è confuso in testa in un guazzabuglio di particolari inestricabili l’uno dall’altro. Peccato.

Ma torniamo a Antonella. Sua madre ha passato la sua infanzia in un campo profughi, in Italia. Spesso dico che in Italia non esistono campi profughi. Ho sempre omesso di dire, perché non ci ho mai davvero pensato a fondo, che però sono esistiti. Ed erano come tutti i campi profughi del mondo: inadeguati, sprovvisti dell’essenziale, durissimi, in luoghi inospitali e inadatti alla vita umana. Lì, nel Carso, ad esempio, è successo che dei bambini morissero di freddo.

Questa pagina di storia è una di quelle che non siamo stati in grado né di scrivere né di raccontare. Forse perché, come emerge chiaramente dalle polemiche in un senso o nell’altro, che puntualmente si scatenano sui numeri, sulle responsabilità delle eventuali vittime, sul significato da attribuire a un episodio o all’altro, quella guerra è in un certo senso ancora in corso, sotto traccia. E’ esattamente così che, anche dopo decenni, si riaccendono le guerre civili. Ancora una volta dal mio lavoro imparo che i processi di pace da soli non bastano: serve un lungo, paziente e certosino lavoro di riconciliazione, che va ben oltre il livello politico e affonda nella cura dello spirito delle persone coinvolte.

Lasciatemi parlare da ignorante (nel senso che davvero ignoro molto di quel periodo storico). Io credo che le persone debbano essere messe al centro, sempre. Se delle persone hanno subito trattamenti degradanti e delle violenze gravi (come è il caso, ovviamente, in tutte le guerre), io non accetto di fare classifiche o di dare giustificazioni. Il che significa, ovviamente, che ci provo. Non è una cosa facile. Mi viene in mente un esempio che non farò, perché aumenterebbe di molto il tasso di potenziale polemica di questo post, che davvero vorrei evitare. Ma penso adesso al mio lavoro. Le storie dei rifugiati sono considerate, sempre,  su base individuale, caso per caso (o almeno, così dovrebbe essere). Questo aiuta a prendere le distanze dalla tentazione di far scontare al singolo,  i cui diritti umani sono stati violati, la responsabilità vera o presunta della collettività a cui appartiene.

Se penso ai conflitti attualmente in corso, la Siria in primis, nei report ONU è frequente leggere la frase: “gravi violazioni dei diritti umani sono state perpetrate da tutte le parti in conflitto”. Questo vuol dire, in pratica, che in tutti e due gli “schieramenti” ci sono vittime da difendere e tutelare, ma che soprattutto (come è il caso in Siria) certamente ci sarà una maggioranza silenziosa e politicamente ininfluente che subisce due volte: per quello che soffre e per il fatto che la narrazione contemporanea ignora le persone che non può etichettare come “buoni” o “cattivi”. Credo davvero che l’esperienza della Siria contemporanea possa aiutarci a guardare con maggiore giustizia anche all’esodo istriano e alle foibe.

Certo è che ci sono persone che dopo un’esperienza dolorosa e grave non ha avuto nessun riconoscimento e anzi hanno vissuto con vergogna la propria condizione di esule, perseguitato e vittima. Antonella mi scrive che il campo profughi sorto a Trieste, sul Carso, è ora un museo. Quando ha raccontato alla sorella di sua nonna, che ora vive in Canada, di averlo visitato, Antonella intendeva esprimere la sua emozione, la sua solidarietà e la sua vicinanza per qualcosa che lei aveva vissuto e di cui lei invece non aveva mai ben capito la portata. Invece si è sentita raccomandare che “non era necessario che raccontassi in giro che anche noi eravamo stati là”.

“È molto difficile parlare di ricordi che in realtà non ci appartengono perché nessuno ce li ha fatti vivere”, racconta la signora Luciana, madre di Antonella; “la mia famiglia come la maggior parte degli Istriani ha tenuta nascosta la propria vicenda perché l’esodo è stata vissuto dai più come una sconfitta, un’umiliazione, l’istriano come asociale e reietto; l’esilio nell’accezione più dura del termine, quello dell’anima. Per cinquant’anni ho sentito sussurrare la parola ‘foibe’, ‘portato via di notte’, ‘sshh, a Pisino… mai più tornato’, ‘i fioi no devi saver se li cariga e poi lassa star più tardi la sa meio è’. Il capofamiglia, mio bisnonno ha lasciato assieme alle sue terre ed alla sua casa di contadino anche due figlie e ben sette nipoti; a nessun battesimo né cresima né matrimonio c’è stata la sua presenza; e come lui tutta la famiglia ha tagliato il cordone che ci legava a quelle terre ed ai nuovi padroni. Quello che mi ricordo della mia famiglia è la dignità con la quale hanno accettato la povertà, i sussidi, la promiscuità. Non ho mai sentito dal bisnonno o dalla nonna una lamentela o una parola di rimpianto, corrispondente all’educazione che mi è stata data: pensa e pondera bene ma quando prendi una decisione quella è la strada giusta, prosegui senza ripensamenti. Di noi profughi posso dire che ho scoperto molto da sola, da adulta, proprio come loro desideravano: gli occhi della maturità vedono con maggior calma e saggezza non lasciando spazio ad estremismi. Il discorso potrà continuare ma quello che vorrei raffigurare è la dignità del popolo istriano e lo illustrerò meglio con un episodio di vita vissuta (da me); quando nel ’69 al maresciallo Tito fu insignita la croce di cavaliere della Repubblica Italiana, io lo dissi a mio bisnonno non per sfida ma soltanto per curiosità: lui mi fissò con gli occhi slavati di vecchio miope cercando il mio sguardo e mentre il mento cominciava a tremargli disse: ‘Vol dir che anca Dio ne gà ‘bandonà’. L’Associazione che frequento ha presentato una richiesta di revoca di tale onorificenza (ed è per questo che quell’episodio si è rifatto vivo nella mia mente) ma da parte mia non c’è e non ci potrà mai essere quella veemenza e rabbia che vedo in altre realtà; noi Istriani siamo stati vilipesi dalla madre patria, costretti a rinunce ed umiliazioni e troppo stanchi nello spirito per gridare il nostro inutile dolore. Ogni nome che sento, vedi Vergarolla, mi fa sentire in mente la mia famiglia, quando parlavano sottovoce ed io li sentivo ma non capivo: stare in questa Associazione è come continuare a vivere con loro ma non da protagonista, bensì da spettatrice”.

Vi lascio con un contributo scritto dalla signora Luciana. E’ apparso in forma rimaneggiata, su “Umago Viva”, periodico dell’associazione di esuli con sede a Trieste con cui collabora. Parla di un film, “La città dolente”, che trovate anche su Youtube.

La città dolente.
Te parti? No, mi resto. Mi no so.
Tempo fa, è stato trasmesso su una rete privata un film in bianco e nero che attirava l’attenzione per le riprese essenziali e buie degli interni, molti i primi piani ed espressivi i volti dei protagonisti, tipico del neo-realismo italiano di quegli anni. Un film che annunciava la sua drammaticità già dall’incipit con la prua di una nave che solca un mare scuro, minaccioso e la scena finale sullo stesso mare ma quieto, statico come gli animi dei protagonisti placatisi soltanto alla fine di quei drammatici eventi storici che noi Istriani conosciamo bene: tesi ed indecisi all’inizio della vicenda fino al tragico finale con quattro scelte diverse ma tutte travagliate ed infelici. Il film è stato selezionato tra i 100 film italiani da salvare, restaurato dall’Istituto Luce e proiettato in varie sale in occasione della giornata del Ricordo.

Due sono le particolarità di questa pellicola: non presenta alcuna retorica, il realismo è accentuato se possibile da documentari che riguardano proprio l’esodo dalla città istriana (Pola) e che vengono inframmezzati a supporto della scenografia del film. Troviamo così le immagini dei documentari di Vitrotti e Moretti alternate alle scene del film, didascalie efficaci di spiegazione dei fatti (non da ultimo il coprifuoco della città in seguito all’attentato di cui fu protagonista la Pasquinelli). Questo è in assoluto l’unico film sugli esuli istriani che sia mai stato fatto, iniziato quasi in tempo reale su canovaccio di una storia vera. ‘La città dolente’ venne girato tra il 1947 ed il 1948 mentre la città di Pola si stava svuotando via via dei suoi cittadini, che vediamo appunto nei documentari mostrare il loro sguardo vuoto ed angosciato e la disperazione dei profughi che partono. Si intrecciano ai documentari ormai famosi sull’esodo della città, le vite dei protagonisti a stigmatizzare i diversi comportamenti dei nostri connazionali in quel momento: Berto indeciso se partire o meno, diviso tra la moglie impaurita e condizionata dall’esodo di quasi tutta la popolazione e l’amico che lo lusinga a rimanere paventando un futuro di libertà e di prosperità; Silvana la moglie preoccupata per il loro bambino ed intimorita dalla spavalderia degli slavi arrivati in città; Sergio che grazie al comunismo spera di riscattarsi e di diventare il padrone ed infine Lubiza, funzionaria comunista, che sarà l’unica tutto sommato a perseverare convinta sulla propria strada ideologica fino alla fine del film.

Tutti subiranno la tragedia della storia ma ciò che conta è che il regista, Mario Bonnard volle ammonire il popolo italiano a vigilare sulla nuova dittatura incombente ai confini orientali, sull’utopia comunista, sui lager conosciuti anche da connazionali non istriani, sulla differenza tra il popolo slavo che balla e si diverte, e gli Italiani costretti ad andarsene; ma….. inutilmente. Anche se ultimato in breve tempo, la distribuzione del film rimase bloccata per un anno e la pellicola uscì nel circuito parrocchiale soltanto il 4 marzo 1949; fu subito ritirato, e ne intuiamo a pieno il motivo, e poi cadde nell’oblio come lo siamo stati d’altra parte anche noi Istriani. Non meritano alcun commento, né tanto meno citazioni, le critiche fatte nel 1949 al film in se stesso soprattutto dai giornali di certa parte: i nostri vecchi dicevano che ‘Il tempo è galantuomo’ ed i fatti hanno dimostrato da soli la validità ad esempio degli sceneggiatori, uno dei quali fu Federico Fellini per il quale non occorrono commenti o delucidazioni; un altro fu Anton Giulio Majano di cui ricordiamo tra gli innumerevoli sceneggiati di mamma Rai, ‘La freccia nera’ con una giovanissima Loretta Goggi ed Aldo Reggiani oppure ‘David Copperfield’ con Ubaldo Lay e Giancarlo Giannini e tanti altri tutti firmati da lui; infine la protagonista femminile Constance Dowling (attrice statunitense) che fu amata da Cesare Pavese che le dedicò alcune sue poesie (Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi) e che godette di una certa fama nel suo paese.

Oggi basta molto meno per ottenere maggior successo di questi validi professionisti che fecero l’errore di girare un film non consono ai diktat politici del tempo, un film inopportuno che non fece epoca (oggi verrebbe osannato e catalogato nel cosiddetto cinema contro); spiace constatare che oggi come allora la politica continua ad influenzare la cultura e soprattutto la verità, quella che viene ricordata dai fatti e non dalle parole (o bugie) espresse al momento o sessant’anni dopo. Abbiamo anche noi occhi, cervello e ….memoria. Potrà sembrare un paradosso, ma il popolo italiano (notoriamente indisciplinato per quanto riguarda l’osservanza alle leggi) ha avuto bisogno di una legge per riconoscerci; soltanto con l’istituzione del Giorno del Ricordo, (legge n. 92, 30 marzo 2004), è stato tolto il paravento dietro al quale ci avevano relegati per oltre sessant’anni ed il film ‘La città dolente’ da opera scomoda è diventato un’opera addirittura da salvare. Ben venga questo riconoscimento ma a noi non serviva una legge né per ricordare né per conoscere la verità.

 

Ispirazione


La passeggiata per il Gianicolo mi ha messo di buon umore. Mi dispongo dunque alla mia “presentation” con una certa rilassatezza. Mi hanno chiesto di presentare l’attività del Centro Astalli a un gruppo di religiose anglofone, normale amministrazione. Ho le mie slide e una breve scaletta. Poi mi scatta qualcosa. La Sister che mi accoglie mi è simpatica, la sua voce suona piacevole e gentile. Il gruppo che mi trovo davanti è eterogeneo, per età e nazionalità. Non piccolo, non enorme. Mi siedo alla scrivania, aziono il Power Point, ma prendo un’altra via.

Racconto di cosa significa questo lavoro per me. Delle mie aspettative giovanili, della casualità (della serie di casualità) che mi ha messo dove sono ora. Parlo di alcune persone che ho incontrato. Cerco di spiegare quali, secondo me, sono i drammi meno ovvi. Illustro in cosa andiamo bene e in cosa ancora noi tutti zoppichiamo. Vado a braccio, racconto la storia del JRS come io la percepisco. Mi sento parlare dell’esperienza rimossa della guerra in una società che dà per scontata la pace. Finisco raccontando del Papa ad Astalli e, inaspettatamente, mi commuovo anche (ancora????).

Funziono. Non so come mi sia venuto in mente di fare così, ma ho la sensazione precisa di aver colto nel segno. A questo gruppo servivano a poco i dati statistici e i chiarimenti legislativi. Vado a farmi un caffè, nella pausa. Una suora del gruppo si avvicina e mi racconta di sé.

Ruandese, è cresciuta in un campo profughi in Uganda. Mi descrive sua madre, abituata ad avere la servitù e a mangiare piatti ricercati, che si è trovata costretta, da un giorno all’altro, a cucinare per i suoi figli con materie prime scarse e povere. “Non era capace. Non l’aveva mai fatto. Noi bambini, spesso, avevamo la diarrea, perché lei sbagliava a cucinare gli alimenti. Poi, poco a poco, ha capito come fare. Ma per lei era come vivere in un pianeta sconosciuto”. Mi è grata perché ho sottolineato alcuni aspetti meno scontati. “Se guardo indietro, ripenso ai miei genitori. Allo sforzo immane che hanno fatto per proteggerci, per sollevarci da quella situazione. Ho visto mio padre piangere. Non tanto per la povertà, quanto per la preoccupazione di non avere la possibilità di farci studiare. Comunque andavamo a scuola. Il maestro insegnava all’aperto, sotto un albero. I nostri quaderni erano la sabbia su cui disegnavamo con un bastoncino”.

Lei alla fine ci è riuscita, a studiare. Le suore che lavoravano nel campo le hanno dato questa possibilità e lei è entrata, giovanissima, nel loro ordine. Presto è stata mandata a Roma. “Ho fatto la mia tesi sull’apostolato sociale. Oggi mi chiedo perché non ho scelto come argomento, specificamente, i rifugiati. Quell’esperienza è una parte di me che non mi abbandona mai”. Si vede che per te non è solo un lavoro, mi hanno detto molte. Già, forse si vede. Non saprei se sia un bene o un male, in generale. Oggi però, per loro, sono stata utile. Almeno credo.

La memoria


Oggi più che mai mi rifiuto di legare la memoria a una giornata. O piuttosto di legare a una sola giornata un solo pezzetto di memoria, esclusivo e escludente. Non so che farmene di una memoria addomesticata e di circostanza, come pure non vorrei che mia figlia e il resto del nostro futuro coltivassero una memoria rabbiosa, identitaria, che si alimenta di contrapposizioni. Sono anche stufa dei tentativi, pur legittimi, di infilare in questa giornata della memoria anche altre memorie. Come se la memoria, patrimonio dell’uomo, non fosse necessariamente una.

Non fraintendetemi: non voglio annacquare quella memoria che è pietra miliare della nostra storia moderna di europei e che, ancora oggi, è tutt’altro che acquisita. Quella di oggi non è una memoria di morti e basta: è una memoria di ammazzati in nome di principi aberranti e nell’indifferenza del mondo civile. Una memoria che, a guardar bene, poteva insegnare molto a noi europei e non solo. E invece.

Sarebbe troppo facile allungare la lista delle vittime altrettanto innocenti di analoghe follie. Servirebbe solo a sentirmi dire che non è vero, non è la stessa cosa. Io lo so già che non è la stessa cosa. Nessun essere umano è la stessa cosa dell’altro e nessun lutto, singolo o collettivo, è la stessa cosa di un altro.

Oggi sono state dette e verranno dette molte parole importanti. Oggi, come sempre, verranno prese molte decisioni, grandi e piccole, che apparentemente non hanno nulla a che vedere con quelle parole. Invece, spesso, il nesso ci sarebbe eccome. Solo che oggi, come tutti gli altri giorni, non ci facciamo caso.

Un guestpost d’eccezione


Oggi lascio spazio sul mio blog a un post d’autore, e che autore: Papa Francesco. Se mi avessero detto che avrei usato il blog per pubblicizzare un messaggio ufficiale della Santa Sede, penso che fino a qualche mese fa avrei sghignazzato. Mai dire mai. Oggi lo faccio, in piena consapevolezza e sperando di non essere fraintesa, perché queste parole sono belle, profonde e importanti per tutti i cittadini della rete, inclusi noi, scrittori e lettori di blog, frequentatori di social network, nativi analogici genitori di nativi digitali.

Vi copio qui il testo e non lo commento. Mi piacerebbe che lo commentaste voi, come se fossimo seduti a cena insieme e ne stessimo parlando. Mi limito a mettere qualche grassetto, così chi ha fretta magari può soffermarsi su qualche frase che a me è piaciuta in particolare. 

Buona lettura!

 

Cari fratelli e sorelle,

oggi viviamo in un mondo che sta diventando sempre più “piccolo” e dove, quindi, sembrerebbe essere facile farsi prossimi gli uni agli altri. Gli sviluppi dei trasporti e delle tecnologie di comunicazione ci stanno avvicinando, connettendoci sempre di più, e la globalizzazione ci fa interdipendenti. Tuttavia all’interno dell’umanità permangono divisioni, a volte molto marcate. A livello globale vediamo la scandalosa distanza tra il lusso dei più ricchi e la miseria dei più poveri. Spesso basta andare in giro per le strade di una città per vedere il contrasto tra la gente che vive sui marciapiedi e le luci sfavillanti dei negozi. Ci siamo talmente abituati a tutto ciò che non ci colpisce più. Il mondo soffre di molteplici forme di esclusione, emarginazione e povertà; come pure di conflitti in cui si mescolano cause economiche, politiche, ideologiche e, purtroppo, anche religiose.

In questo mondo, i media possono aiutare a farci sentire più prossimi gli uni agli altri; a farci percepire un rinnovato senso di unità della famiglia umana che spinge alla solidarietà e all’impegno serio per una vita più dignitosa. Comunicare bene ci aiuta ad essere più vicini e a conoscerci meglio tra di noi, ad essere più uniti. I muri che ci dividono possono essere superati solamente se siamo pronti ad ascoltarci e ad imparare gli uni dagli altri. Abbiamo bisogno di comporre le differenze attraverso forme di dialogo che ci permettano di crescere nella comprensione e nel rispetto. La cultura dell’incontro richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a ricevere dagli altri. I media possono aiutarci in questo, particolarmente oggi, quando le reti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi. In particolare internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio.

Esistono però aspetti problematici: la velocità dell’informazione supera la nostra capacità di riflessione e giudizio e non permette un’espressione di sé misurata e corretta. La varietà delle opinioni espresse può essere percepita come ricchezza, ma è anche possibile chiudersi in una sfera di informazioni che corrispondono solo alle nostre attese e alle nostre idee, o anche a determinati interessi politici ed economici. L’ambiente comunicativo può aiutarci a crescere o, al contrario, a disorientarci. Il desiderio di connessione digitale può finire per isolarci dal nostro prossimo, da chi ci sta più vicino. Senza dimenticare che chi, per diversi motivi, non ha accesso ai media sociali, rischia di essere escluso.

Questi limiti sono reali, tuttavia non giustificano un rifiuto dei media sociali; piuttosto ci ricordano che la comunicazione è, in definitiva, una conquista più umana che tecnologica. Dunque, che cosa ci aiuta nell’ambiente digitale a crescere in umanità e nella comprensione reciproca? Ad esempio, dobbiamo recuperare un certo senso di lentezza e di calma. Questo richiede tempo e capacità di fare silenzio per ascoltare. Abbiamo anche bisogno di essere pazienti se vogliamo capire chi è diverso da noi: la persona esprime pienamente se stessa non quando è semplicemente tollerata, ma quando sa di essere davvero accolta. Se siamo veramente desiderosi di ascoltare gli altri, allora impareremo a guardare il mondo con occhi diversi e ad apprezzare l’esperienza umana come si manifesta nelle varie culture e tradizioni. Ma sapremo anche meglio apprezzare i grandi valori ispirati dal Cristianesimo, ad esempio la visione dell’uomo come persona, il matrimonio e la famiglia, la distinzione tra sfera religiosa e sfera politica, i principi di solidarietà e sussidiarietà, e altri.

Come allora la comunicazione può essere a servizio di un’autentica cultura dell’incontro? E per noi discepoli del Signore, che cosa significa incontrare una persona secondo il Vangelo? Come è possibile, nonostante tutti i nostri limiti e peccati, essere veramente vicini gli uni agli altri? Queste domande si riassumono in quella che un giorno uno scriba, cioè un comunicatore, rivolse a Gesù: «E chi è mio prossimo?» (Lc 10,29). Questa domanda ci aiuta a capire la comunicazione in termini di prossimità. Potremmo tradurla così: come si manifesta la “prossimità” nell’uso dei mezzi di comunicazione e nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Trovo una risposta nella parabola del buon samaritano, che è anche una parabola del comunicatore. Chi comunica, infatti, si fa prossimo. E il buon samaritano non solo si fa prossimo, ma si fa carico di quell’uomo che vede mezzo morto sul ciglio della strada. Gesù inverte la prospettiva: non si tratta di riconoscere l’altro come un mio simile, ma della mia capacità di farmi simile all’altro. Comunicare significa quindi prendere consapevolezza di essere umani, figli di Dio. Mi piace definire questo potere della comunicazione come “prossimità”.

Quando la comunicazione ha il prevalente scopo di indurre al consumo o alla manipolazione delle persone, ci troviamo di fronte a un’aggressione violenta come quella subita dall’uomo percosso dai briganti e abbandonato lungo la strada, come leggiamo nella parabola. In lui il levita e il sacerdote non vedono un loro prossimo, ma un estraneo da cui era meglio tenersi a distanza. A quel tempo, ciò che li condizionava erano le regole della purità rituale. Oggi, noi corriamo il rischio che alcuni media ci condizionino al punto da farci ignorare il nostro prossimo reale.

Non basta passare lungo le “strade” digitali, cioè semplicemente essere connessi: occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero. Non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi. Abbiamo bisogno di amare ed essere amati. Abbiamo bisogno di tenerezza. Non sono le strategie comunicative a garantire la bellezza, la bontà e la verità della comunicazione. Anche il mondo dei media non può essere alieno dalla cura per l’umanità, ed è chiamato ad esprimere tenerezza. La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane. La neutralità dei media è solo apparente: solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento. Il coinvolgimento personale è la radice stessa dell’affidabilità di un comunicatore. Proprio per questo la testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali.

Lo ripeto spesso: tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima. E le strade sono quelle del mondo dove la gente vive, dove è raggiungibile effettivamente e affettivamente. Tra queste strade ci sono anche quelle digitali, affollate di umanità, spesso ferita: uomini e donne che cercano una salvezza o una speranza. Anche grazie alla rete il messaggio cristiano può viaggiare «fino ai confini della terra» (At 1,8). Aprire le porte delle chiese significa anche aprirle nell’ambiente digitale, sia perché la gente entri, in qualunque condizione di vita essa si trovi, sia perché il Vangelo possa varcare le soglie del tempio e uscire incontro a tutti. Siamo chiamati a testimoniare una Chiesa che sia casa di tutti. Siamo capaci di comunicare il volto di una Chiesa così? La comunicazione concorre a dare forma alla vocazione missionaria di tutta la Chiesa, e le reti sociali sono oggi uno dei luoghi in cui vivere questa vocazione a riscoprire la bellezza della fede, la bellezza dell’incontro con Cristo. Anche nel contesto della comunicazione serve una Chiesa che riesca a portare calore, ad accendere il cuore.

La testimonianza cristiana non si fa con il bombardamento di messaggi religiosi, ma con la volontà di donare se stessi agli altri «attraverso la disponibilità a coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana» (Benedetto XVI, Messaggio per la XLVII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 2013). Pensiamo all’episodio dei discepoli di Emmaus. Occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze, e offrire loro il Vangelo, cioè Gesù Cristo, Dio fatto uomo, morto e risorto per liberarci dal peccato e dalla morte. La sfida richiede profondità, attenzione alla vita, sensibilità spirituale. Dialogare significa essere convinti che l’altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alle sue proposte. Dialogare non significa rinunciare alle proprie idee e tradizioni, ma alla pretesa che siano uniche ed assolute.

L’icona del buon samaritano, che fascia le ferite dell’uomo percosso versandovi sopra olio e vino, ci sia di guida. La nostra comunicazione sia olio profumato per il dolore e vino buono per l’allegria. La nostra luminosità non provenga da trucchi o effetti speciali, ma dal nostro farci prossimo di chi incontriamo ferito lungo il cammino, con amore, con tenerezza. Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale. È importante l’attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione, per dialogare con l’uomo d’oggi e portarlo all’incontro con Cristo: una Chiesa che accompagna il cammino sa mettersi in cammino con tutti. In questo contesto la rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell’informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2014, memoria di san Francesco di Sales

 

FRANCESCO

Tanto per cambiare


Avete presente l’8 per mille? Ogni anno, di questa stagione, mi ritrovo a parlarvene. Anche l’anno scorso mi avvelenavo per quello che ormai mi piace definire lo scippo annuale. E indovinate un po’? Anche quest’anno il fondi dell’8 per mille sono già stati impiegati per motivazioni del tutto diverse da quelle per cui gli italiani li hanno dati.

Piccolo e rapido promemoria. Quando si pagano le tasse, l’8 per mille deve essere destinato a uno dei soggetti che hanno titolo di incassarlo: la Chiesa Cattolica, varie altre confessioni religiose, oppure lo Stato. Non è furbo cavarsela semplicemente non scegliendo: se la scelta non è espressa, la quota viene automaticamente aggiunta alla destinazione che ha raccolto più preferenze (la Chiesa Cattolica). Sono soldi di tasse che comunque vanno pagati, ma che si può scegliere come impiegare. L’opzione “Stato” di per sé non si presenta male. La legge prevede che i soldi così incassati verranno destinati a quattro motivazioni, tutte condivisibili: fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali. Per questo ogni anno gli enti che lavorano su questi temi presentano alla Presidenza del Consiglio progetti, che vengono valutati e poi finanziati con i soldi già incassati con il prelievo fiscale.

Peccato che ogni anno i soldi dell’8 per mille vengano destinati a tutt’altro uso, nell’indifferenza generale. Anche quest’anno, puntuale, è arrivata in Parlamento la proposta di decreto. Il “bottino” ammontava a quasi 170 milioni di euro. Peccato che la commissione che doveva ripartirli tra i vari progetti presentati se ne trovasse disponibili poco più di 400.000. Una bella differenza, non vi pare? Quindi per quest’anno, “vista l’esiguità delle risorse” (o piuttosto: vista l’esiguità delle risorse rimaste, perché quelle iniziali tanto esigue non erano) ci limitiamo a quattro progetti sulla fame nel mondo e amen.

E tutti gli altri soldi, si potrebbe legittimamente chiedere il cittadino che magari aveva scelto di destinare la sua quota alle quattro motivazioni di cui sopra? Lo Stato li aveva già sfilati dal salvadanaio per fare altro. E’ legittimo? Ovviamente no. Ma ormai pare prassi consolidata e nessuno si sorprende più di tanto.

In questo Paese si può contare su alcune certezze: a prescindere dal Governo in carica (che cambia con una certa facilità, invece), una volta individuata una pessima prassi certamente si ripeterà identica a se stessa per i secoli a venire.

Approfondimenti e documenti originali li trovate qui.

Non giudicare


Adoro i social network, in tutte le loro forme. Mi pare siano capaci di amplificare positività che altrimenti resterebbero nascoste: idee, vicinanza, solidarietà, humor. La cerchia delle amicizie, per quanto ampia, è pur sempre selezionata. Una certa consonanza dei pareri espressi è quindi garantita. Questo è incoraggiante, specialmente di lunedì mattina. Pur consapevole che così mi inganno da sola, vivo con l’idea di far parte di un folto gruppo di persone che condividono, più o meno, lo stesso sentire sui grandi temi. Di tanto in tanto viene fuori qualche sbavatura, qualche piccola distorsione che tradisce l’illusorietà di questo presunto consenso: una battutina razzista, una condivisione di qualche bufala anti-immigrazione, qualche commento rivelatore. In passato mi sono regolata caso per caso e ho proceduto a qualche cancellazione, di tanto in tanto.

Da qualche mese una delle mie conoscenze di FB mi dà occasione di riflettere sullo strisciante fondamentalismo, religioso e ideologico, che si insinua anche dove uno meno se lo aspetterebbe. Per questo non la cancello e, anzi, apro le orecchie anche nel mondo reale. Quando si parla di fondamentalismo ci si immagina burqa e fustigazioni di adultere sulla pubblica piazza. Ma quando è più culturalmente evoluto non è meno dannoso, anzi. E’ più credibile, fa più adepti. C’è un fondamentalismo degli influencer che speravo caduto nell’oblio con l’eclissi di Magdi Cristiano Allam. E invece mi rispunta da ogni dove, da fedi e storie diversissime, lanciato contro fedi, identità e situazioni altrettanto diverse.

La madre di tutti i fondamentalismi è la certezza di poter giudicare tutto e tutti, sempre. Credo che sia per questo che tutte le grandi religioni, in un modo o nell’altro, invitano a non giudicare – invito puntualmente e clamorosamente disatteso ogni volta che la religione si dà una struttura organizzativa di qualunque genere. L’antidoto di per sé è facilissimo: pensare al fastidio che proviamo quando siamo o ci sentiamo giudicati, specialmente da chi non ci conosce affatto. Protestiamo, ci indigniamo, facciamo presente le mille sfumature e la pluralità di elementi che sfuggono al nostro giudice. Salvo poi salire noi stesso in cattedra e distribuire etichette, promozioni o bocciature, sull’umanità intera.

Non giudicare non significa non farsi un’opinione. Ciascuno di noi, quotidianamente, fa delle scelte che sono il risultato di valutazioni, semplici o complesse che siano. Si valutano le opportunità, le proposte, persino le competenze. Ma le persone, nella loro immensità irriducibile a etichetta, non si valutano né tanto meno si giudicano. Le persone si vivono, in incontri non sempre facili. Ci si espone alle loro idee, ai loro sentimenti e ai sentimenti – anche contraddittori –  che suscitano in noi. Quando si arriva a festeggiare per la morte o la malattia di un altro essere umano, quando si lanciano definizioni lapidarie e definitive (magari espresse nella formula, che particolarmente mi urta, “X è così. Punto.”) dovremmo farci qualche domanda.

Molti di più


Questo più che un post è un messaggio alla me stessa che oggi vede tutto nero. Ogni tanto anche qui nel blog si affaccia un dolore che se ne sta lì, in un angolo, e ogni tanto subdolo riemerge. Lo scrupolo, il rimpianto, la tristezza per il fatto che le mie scelte poco avvedute, sia in campo lavorativo che sentimentale, non potrà che scontarle anche Meryem. Come ogni genitore, vorrei poterle dare tutte le possibilità e le opportunità del mondo. Invece ogni tanto mi scontro contro la realtà dei fatti: ne avrà certamente meno di altri, anche a lei vicini. La matematica non è un’opinione. Avere disponibilità economica, certo, non è sufficiente a fare le scelte giuste. Però non averla rende matematico non poterne fare alcune. Cerco di non pensarci, di fare di necessità virtù, di darmi giustificazioni e spiegazioni più o meno oneste. Però periodicamente ci penso e oggi ci sto pensando maledettamente tanto.

Stamattina ero precipitata in questo ormai familiare buco nero quando sono arrivata con il fiato in gola all’ufficio internazionale del JRS. Dovevo scegliere delle immagini per una pubblicazione e sono letteralmente sprofondata nei file di fotografie. Il primo pensiero è stato di immensa meraviglia e rispetto per l’infinita ricchezza del mondo, davanti a cui qualunque colonialismo appare in tutta la sua meschina piccineria. Dalle verdi colline di Masisi alle sabbiose pianure di Dollo Ado, dalle acque cristalline dell’Afghanistan alle onde grigiastre dell’Oceano indiano, ogni angolo del pianeta pullula di bellezza, naturale e umana.

Poi sono arrivate le immagini dei bambini. Straordinariamente belli, ridenti o struggenti, speranza nel futuro che si fa largo comunque, sotto le tende dei terremotati di Haiti o in un’aula a cielo aperto in Ciad. Il vero potenziale del mondo. Quanti di loro non ne avranno nessuna, di quelle preziose opportunità che mi figuro nella mia testa?

Una volta ho letto che crisi è sentirsi poveri, a prescindere da quello che realmente si possiede. Non dubito che ci sia del vero e che ci si possa sentire molto poveri e molto infelici anche conducendo una vita relativamente agiata. Ma continuo a credere che ogni tanto riportare le sensazioni a valori assoluti faccia bene. Quindi continuerò a pensare che i rimorsi, i rimpianti e soprattutto l’invidia che provo e proverò in futuro non tolgono comunque nulla all’oggettiva fortuna, mia e di Meryem. Per questo stasera guardo mia figlia che sorride e voglio credere che, insieme, cercheremo la felicità senza farci spaventare dall’incertezza.

Inquietudine e affetti disordinati


Ricordo, anni fa, che partecipai insieme a molti volontari del Centro Astalli all’ordinazione di un giovane gesuita che era all’epoca il coordinatore della scuola di italiano del Centro. Come usa, le ordinazioni erano “di massa” (almeno una decina di “candidati”) e la liturgia da guinnes dei primati, sia per pompa che per durata. Sui banchi trovammo un libretto in cui ciascuno degli “ordinandi” aveva scritto un breve profilo di se stesso. Ricordo che prendemmo molto in giro il nostro, perché per descrivere la sua esperienza precedente all’entrata in Compagnia usava l’espressione “vita disordinata”. Capii solo molto più tardi che probabilmente il poveretto non si riferiva a indicibili bagordi e dissolutezze, ma utilizzava semplicemente il gergo dei gesuiti e, in particolare, la definizione di esercizi spirituali data da S.Ignazio: “Si chiamano esercizi spirituali tutti i modi di disporre l’anima a liberarsi di tutti gli affetti disordinati e, una volta eliminati, a cercare e trovare la volontà divina nell’organizzazione della propria vita per la salvezza dell’anima”.

Oggi, leggendo l’omelia di Papa Francesco rivolta ai gesuiti durante la Messa di stamattina alla Chiesa del Gesù, trovo un concetto apparentemente assai diverso da questa furia ordinatrice: l’inquietudine. “Dio è il Deus semper maior, il Dio che ci sorprende sempre […]  Per questo, essere gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto: perché pensa sempre guardando l’orizzonte che è la gloria di Dio sempre maggiore, che ci sorprende senza sosta.  E questa è l’inquietudine della nostra voragine. […] Bisogna cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo ancora e sempre. Solo questa inquietudine dà pace al cuore di un gesuita”.

Non vi nascondo che questo concetto mi è assai più congeniale e sono stata subito tentata di trasferirlo al di là della dimensione strettamente religiosa. In fondo la più sostanziale delle mie debolezze è probabilmente una certa incapacità di “organizzare la mia vita”. Ho sofferto e soffro ancora di questo mio vistoso limite, che negli anni non mi ha permesso di essere neppur lontanamente simile a… A cosa, esattamente? Mah, direi allo schema di massima che io stessa mi sarei aspettata per la vita di una donna della mia età.

Però, se devo essere del tutto onesta con me stessa, non posso neanche definirmi una persona volubile, frivola o inconcludente. Un po’ mobile di spirito, sì. A tratti colta da una sorta di impulso irrefrenabile a buttarmi in tutte le direzioni (probabilmente ereditario). Quando leggo che di Pietro Favre, nuovo santo gesuita, dicevano che pareva «che sia nato per non stare fermo da nessuna parte», mi fa immediatamente simpatia anche se non so nulla di lui. Non credo particolarmente agli oroscopi, ma il mio segno zodiacale, il Sagittario, segno di fuoco e di irrequietezza, mi è sempre piaciuto. Una volta un amico mi aveva regalato un profilo dei “sagittari” che curiosamente descriveva proprio quel certo non so che di mobile, di insubordinato, di irrefrenabile che ho sempre percepito in me stessa.

Recentemente un giochino di Facebook invitava a nominare dieci libri che hanno contato qualcosa per me, a prescindere dal loro valore artistico. Buttando giù la lista di getto ci ho infilato almeno tre titoli che si associano bene agli orizzonti che si spostano, all’irrequietezza e ai punti di vista in continuo aggiustamento: Flatlandia, Gli dèi dell’antico Egitto di Hornung e Chocolat (a cui, come ho spiegato altrove, associo Mary Poppins).

Un giorno, forse, vi parlerò più diffusamente di Hornung e dei limiti del principio di non contraddizione. Oggi mi limito a prendere atto che se è vero che i gesuiti praticano con tanto zelo l’inquietudine non mi meraviglia che parecchi di loro mi siano simpatici.