Loro in albergo e i poveri italiani bisognosi per strada


“Loro” sono i rifugiati, le persone sbarcate sulle coste, oppure soccorse in mare a largo di Lampedusa. Quelli per cui, dopo il naufragio del 3 ottobre, i nostri figli hanno fatto un minuto di silenzio a scuola. Mi scuso in anticipo se questo post avrà un tono un po’ polemico. Cercherò per quanto mi è possibile di darvi informazioni oggettive. Ma certi articoli di giornale, condivisi qua e là, grondano malafede al punto da farmi vedere rosso. Non posso quindi esimermi dal mettere qualche puntino sulle i.

Cerchiamo di essere chiari e sintetici. Se poi avete domande e richieste di spiegazioni ulteriori, sarò felice di rispondervi, in pubblico o in privato. Vi prego solo di porle con garbo e rispetto. Quello che sta accadendo in Italia mi tocca profondamente e parlo di questi argomenti non per mero esercizio dialettico, ma avendo sotto gli occhi tragedie indicibili di cui sono diretta testimone. Lo siamo tutti, in realtà, anche se in questo momento non ne siamo consapevoli.

1. Chi arriva in Italia in fuga da una guerra (come quella in Siria) o da persecuzioni ha diritto di chiedere protezione. Lo dice la convenzione di Ginevra, svariate normative europee, la legge italiana. Su questo non ci piove. “Ma non possiamo accoglierli tutti” è un’obiezione, nel caso dei rifugiati, semplicemente non pertinente. Tra l’altro da noi ne arriva davvero un numero modesto, in termini assoluti e in termini relativi. I dati parlano da soli: 27.830 domande d’asilo presentate in Italia nel 2013. In Francia ce ne sono state 64.760, in Germania 126.705.

2. Chi chiede asilo, durante il periodo in cui lo Stato esamina la sua domanda e dunque decide se la persona ha diritto di restare o no, deve essere ospitato in una struttura di accoglienza. Anche in questo caso, si tratta di un obbligo non derogabile. L’Italia spesso e volentieri ha derogato, in realtà, ma adesso siamo stati più volte bacchettati dalle varie istituzioni europee e quindi si sta più attenti. Sull’attuale stato dei vari sistemi di accoglienza per richiedenti asilo in Italia è meglio stendere un velo pietoso. Ma comunque, nonostante il fondamentale apporto numerico del famigerato CARA di Mineo (4.000 posti in mezzo al nulla), si continua a non avere posti sufficienti.

[E come mai, vi chiederete voi? Forse il numero dei richiedenti asilo da un anno all’altro è imprevedibile? Forse è una novità per lo Stato l’obbligo di accogliere almeno chi chiede asilo (un rifugiato riconosciuto può essere tranquillamente lasciato per strada)? La risposta è no. Il numero di domande d’asilo, salvo fisiologiche oscillazioni da un anno all’altro, è costante e prevedibile. L’obbligo non è una novità. Ma in Italia la programmazione evidentemente ci pare cosa per deboli. Forse perché qualcuno ha una predilezione per le emergenze?]

3. Arrivano persone, non ci sono posti, che si fa? Scatta la procedura d’emergenza. Il ministero degli Interni, attraverso le Prefetture, si mette alla ricerca di strutture qualsivoglia in giro per l’Italia. In questo caso il lungimirante progetto è: attivare convenzioni dirette con chiunque abbia posti da mettere a disposizione per tre mesi a 30 euro al giorno per persona accolta. E’ bene precisare, prima che qualcuno tiri fuori la calcolatrice per fare il conto della paghetta ingiustamente attribuita al profugo scroccone, che i soldi vanno all’italianissimo gestore, non ai richiedenti asilo. Chi ha partecipato, chi partecipa? Enti, associazioni, cooperative esperte di accoglienza, nel migliore dei casi. O, nel peggiore, chiunque abbia una struttura inutilizzata o sottoutilizzata e voglia prendersi un po’ di soldi. E’ una storia già vista in altre occasioni: alberghi vuoti o in ristrutturazione, conventi diroccati, palazzine inagibili in mezzo alla campagna, baite alpine… Cominciate a capire il punto?

4. Ma almeno si risparmia? Ma certo che no. Anzi, si spreca. C’era un’alternativa? Certo che sì. E’ stato appena rifinanziato il Sistema nazionale di accoglienza ordinario, che è composto di progetti presentati dai Comuni in partenariato con enti esperti sul territorio, vincolato a precisi parametri di efficienza e qualità. Sono stati finanziati 16.000 posti, ma comunque non si era esaurita la graduatoria. Si sarebbero potuti usare gli stessi soldi per finanziare il resto dei progetti, evitando dispersioni sul territorio e improvvisazioni, assicurando a chi è appena arrivato in fuga da una guerra un’assistenza qualificata e stabile. E allora perché si è scelto di fare diversamente? Misteri italiani.

Io un’ipotesi ce l’ho. Sarò malevola, ma mi pare che così chi vuole fare dell’accoglienza di queste persone un business, libero da controlli e standard qualitativi, ha modo di farlo. L’emergenza consente di derogare a tutto. Anche questa è una storia già sentita. E intanto ci tocca anche sentire le lamentele dei poveri cittadini inorriditi del fatto che per “questi qui” si aprano addirittura gli alberghi. “Non sono razzista, ma…”. E dietro quel “ma”, valanghe di spazzatura. Che poi magari ci attaccano pure l’ebola.

Che vergogna.

 

Sopravvivere ai colleghi americani


Qualche volta capita anche a me di partecipare a gruppi di lavoro trasnazionali. Non spesso, ma capita. Oggi, ad esempio, è capitato. Non so se anche voi avete esperienze analoghe, ma io rischio tutte le volte di soccombere a un senso di inadeguatezza travolgente.
Stavolta però ho deciso di non farmi cogliere impreparata e ho eleborato una precisa strategia. In cinque punti. Per ogni criticità, un preciso consiglio. Potrei quasi riciclarmi come coach di me stessa.

1. Inadeguatezza linguistica. La base, la madre di tutte le insicurezze. Avete l’impressione che loro, gli americani, non facciano nessuna fatica a trovare le parole per dirlo, come si suol dire. Beh, è così. La lingua di lavoro è l’inglese,  quindi bella forza. Rassegnatevi, ma concedetevi qualche segreta soddisfazione di tanto in tanto. Scegliete tra i ricordi di scuola una bella poesia classica che conoscete a memoria (tipo Foscolo, Tasso, Manzoni o al limite Carducci). Nei momenti di frustrazione/noia ripetetela mentalmente,  cercando di assaporare con particolare attenzione il suono delle vocali e delle liquide. Lo sapete, vero, che loro non saprebbero mai pronunciare quei versi?  Ecco. È una piccola soddisfazione che aiuta a tamponare le emergenze. Per la strategia complessiva rimando al punto 5.

2. La qualifica. Vi chiederanno, immancabilmente, quale sia il vostro job title. Può darsi che anche voi, come me, ne siate sprovvisti. Avete due opzioni. La prima, più facile ma più rischiosa, è millantare. Scegliete un job title dei più generici, che abbia qualche addentellato con quello che fate davvero,  e attenetevi a quello. Ma se voi, letta questa guida, vi sarete adeguatamente preparati potrete qui sfoggiare una delle battute spiritose che avrete previamente confezionato. Ve ne serviranno almeno due, da alternare.

3. Ce l’avete un target group? Loro, gli americani, faranno spesso riferimento a interlocutori professionali di livello alto e ne sapranno sviscerare nel dettaglio le caratteristiche specifiche. Vi farete l’idea di un mondo di persone competenti, razionali, efficienti e proattive. Un mondo che per voi, in Italia,  appartiene probabilmente alla sfera della fantascienza. Attenzione: in questo caso il problema è tutto vostro. Stroncatelo con la decisione che merita una mera pippa mentale. Loro non sapranno mai con chi avete a che fare. Anzi, più precisamente,  figuri come quelli che girano in Italia loro non se li immaginano neanche. Se siete del tutto onesti, a volte stentate a immaginarveli persino voi che li vedete con i vostri occhi e li sentite con le vostre orecchie. Traetene le debite conseguenze.

4. Gli schemi di lavoro. Qui vi si richiede uno sforzo culturale. Il facilitatore del workshop vi propone una attività che vi ricorda pericolosamente l’animazione dei campi scuola parrocchiali della vostra infanzia. Loro sono perfettamente a loro agio, come se non avessero mai fatto altro in vita loro. Partite dalla considerazione che probabilmente è proprio così. Levatevi immediatamente quell’aria sbigottita dalla faccia. Deponete la speranza che si tratti di una metafora: è un concetto desueto e anzi probabilmente dall’imbarazzante giochino dipenderà la programmazione strategica della vostra organizzazione/azienda. Usate l’arma segreta del genitore (o al limite dello zio, se non avete figli). Avete presente la faccia che usate quando un bambino di prima elementare fa i compiti e voi non dovete assolutamente tradire il fatto che considerate l’esercizio richiesto del tutto idiota perché altrimenti l’alunno non prenderà sul serio la scuola in generale?  Ecco,  l’espressione corretta è esattamente quella.

5. Aurea mediocritas. E ora un suggerimento di carattere generale. Individuate almeno un elemento del gruppo che è peggio di voi: uno che russa dall’inizio della sessione pomeridiana,  ad esempio. Oppure il collega non anglofono finito per errore nel gruppo sbagliato. Prendetelo come indicatore e ambite a collocarvi a un gradino più alto,  ma senza esagerare.  Lasciate cadere un paio di frasi di tanto in tanto. Siate sintetici, leggermente allusivi e assumete un’aria concentrata. In un caso, massimo due, annuite vigorosamente. Non scarabocchiate sul bloc notes: potrebbero pensare che prendete appunti e incastrarvi per riferire alla sessione plenaria.

Così dovreste sopravvivere. Coraggio e tanta,  tanta solidarietà.

Rivelazione


Venerdì scorso, prima di un weekend di Carnevale che più festaiolo non si poteva (per Meryem, si intende), ho finalmente capito una cosa piuttosto banale. Sono brava a fare lezioni all’università. Ah, direte voi, ecco che rispunta la solita vecchia nostalgia dell’orientalistica, mai sopita. Vi dirò: in realtà sono molto più brava a fare lezione sui rifugiati di quanto non lo fossi a parlare di astruse lingue e religioni semitiche. Questo passaggio non l’avevo ancora mai fatto con questa consapevolezza.

La mia preparazione, in questo mio relativamente nuovo settore di competenza (13 anni mica sono acqua fresca, mi avvio decisamente verso il pareggio, rispetto alla porzione di vita dedicata), è più completa e solida. Me la sono dovuta costruire con l’umiltà che nell’accademia non mi è stata mai richiesta. E’ passata attraverso una varietà di esperienze e molti confronti importanti, anche teorici (laddove, alla fine, negli studi il confronto e il riferimento tendeva ad essere una persona soltanto, nel bene e nel male).

Ma ciò che più conta, credo, è il fatto che quando mi capita di far lezione a giovani studenti di master o di università io sono profondamente convinta che quello che racconto sia davvero rilevante per la loro vita futura, se non di specialisti dell’immigrazione, certamente di cittadini. Questo, quando ho insegnato filologia semitica, mi è sempre mancato. Le scienze inutili sono importanti, a loro modo, e possono contribuire ad affinare il senso critico. Ma richiedono una certa vocazione e condizioni precise, che all’università finivano per mancare, vanificando un po’ il tutto. Ricordo distintamente di aver pensato, svolgendo alle mie allieve il modulo di linguistica semitica, che nelle loro vite quelle informazioni non erano utili. Allora stravolgevo il programma, per quanto mi era possibile. Soprassedevo sul ginepraio delle sibilanti e mi concentravo piuttosto sul rapporto tra lingua, scrittura e identità.

Adesso, invece, da ogni lezione esco convinta e appagata. E mi sorprendo a pensare: sarebbe bello che questo fosse davvero, pienamente, il mio mestiere.

Ispirazione


La passeggiata per il Gianicolo mi ha messo di buon umore. Mi dispongo dunque alla mia “presentation” con una certa rilassatezza. Mi hanno chiesto di presentare l’attività del Centro Astalli a un gruppo di religiose anglofone, normale amministrazione. Ho le mie slide e una breve scaletta. Poi mi scatta qualcosa. La Sister che mi accoglie mi è simpatica, la sua voce suona piacevole e gentile. Il gruppo che mi trovo davanti è eterogeneo, per età e nazionalità. Non piccolo, non enorme. Mi siedo alla scrivania, aziono il Power Point, ma prendo un’altra via.

Racconto di cosa significa questo lavoro per me. Delle mie aspettative giovanili, della casualità (della serie di casualità) che mi ha messo dove sono ora. Parlo di alcune persone che ho incontrato. Cerco di spiegare quali, secondo me, sono i drammi meno ovvi. Illustro in cosa andiamo bene e in cosa ancora noi tutti zoppichiamo. Vado a braccio, racconto la storia del JRS come io la percepisco. Mi sento parlare dell’esperienza rimossa della guerra in una società che dà per scontata la pace. Finisco raccontando del Papa ad Astalli e, inaspettatamente, mi commuovo anche (ancora????).

Funziono. Non so come mi sia venuto in mente di fare così, ma ho la sensazione precisa di aver colto nel segno. A questo gruppo servivano a poco i dati statistici e i chiarimenti legislativi. Vado a farmi un caffè, nella pausa. Una suora del gruppo si avvicina e mi racconta di sé.

Ruandese, è cresciuta in un campo profughi in Uganda. Mi descrive sua madre, abituata ad avere la servitù e a mangiare piatti ricercati, che si è trovata costretta, da un giorno all’altro, a cucinare per i suoi figli con materie prime scarse e povere. “Non era capace. Non l’aveva mai fatto. Noi bambini, spesso, avevamo la diarrea, perché lei sbagliava a cucinare gli alimenti. Poi, poco a poco, ha capito come fare. Ma per lei era come vivere in un pianeta sconosciuto”. Mi è grata perché ho sottolineato alcuni aspetti meno scontati. “Se guardo indietro, ripenso ai miei genitori. Allo sforzo immane che hanno fatto per proteggerci, per sollevarci da quella situazione. Ho visto mio padre piangere. Non tanto per la povertà, quanto per la preoccupazione di non avere la possibilità di farci studiare. Comunque andavamo a scuola. Il maestro insegnava all’aperto, sotto un albero. I nostri quaderni erano la sabbia su cui disegnavamo con un bastoncino”.

Lei alla fine ci è riuscita, a studiare. Le suore che lavoravano nel campo le hanno dato questa possibilità e lei è entrata, giovanissima, nel loro ordine. Presto è stata mandata a Roma. “Ho fatto la mia tesi sull’apostolato sociale. Oggi mi chiedo perché non ho scelto come argomento, specificamente, i rifugiati. Quell’esperienza è una parte di me che non mi abbandona mai”. Si vede che per te non è solo un lavoro, mi hanno detto molte. Già, forse si vede. Non saprei se sia un bene o un male, in generale. Oggi però, per loro, sono stata utile. Almeno credo.

Chef per un giorno #liberericette


Cuochi della domenica o virtuosi del Bimby, degustatori a km 0 o consumatori di schifezze anche surgelate, geni del multitasking o golosi pigri… siete pronti? E’ quasi venerdì 31!!!! Torna la terza edizione di Liberiamo una ricetta #liberericette, la social spignattata più liberatoria del web.

Non provate a svicolare, non è affatto complicato.

Le regole sono poche e semplici e le trovate tutte sulla pagina FB dell’evento, qui: https://www.facebook.com/events/620252821356559/

1. Pubblicare un post il 31 gennaio (possibilmente intorno alle 11, ma l’ora non è fondamentale) e chiamare il post “liberiamo una ricetta: (titolo della ricetta)”. Alla fine della ricetta si metterà la frase: “Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web”. Poi inserire il link del post su questa pagina: http://www.mammafelice.it/2014/01/30/liberiamo-una-ricetta-edizione-2014/

2. Chi ha un profilo FB è caldamente invitato a mettere per quel giorno come immagine del profilo il logo dell’iniziativa: il Keep calm… su fondo rosso. La seconda parte – che dovrà comunque avere attinenza con il cucinare – è libera.(qui il link ad una delle pagine che creano “keep calm” http://www.keepcalmstudio.com/)

3. Vogliamo che l’iniziativa coinvolga più persone possibile. Pubblicizziamola, quindi, in anticipo sui nostri blog, su facebook, su twitter con gli hashtag #liberericette #freearecipe. Più gente aderisce, meglio è.

4. Non indicate in anticipo che ricetta posterete. Conserviamo l’effetto sorpresa!

5. Divertitevi!

FAQ
E se non ho un blog?
Le cucine sono aperte. Chi ha un blog ospiterà chi non lo ha. Basta chiedere. Peraltro se qualcuno ha più piacere di cucinare sul blog di qualcun altro anziché sul proprio, può farlo.
A questo scopo abbiamo creato un gruppo su FB dove troverete l’elenco dei blog disponibili a ospitare: http://www.facebook.com/groups/326951964086476/

– Come deve essere il post?
Il tema della ricetta è libero. Si suggerisce di arricchirlo almeno con una foto del piatto. Ma se non ce la fate non fa nulla. Quest’anno ci piacerebbe anche che accanto alle ricette ci fossero anche delle storie, come recita la nostra frase slogan. Perché avete scelto questa ricetta? Cosa vi ricorda? Aggiungete, se potete, una storia, un aneddoto, un breve racconto, un libro a cui vi siete ispirate… Renderà i post più piacevoli da leggere.

E INOLTRE….
Ci piacerebbe che questo momento di festa e condivisione fosse anche un’occasione di solidarietà. Per questo invitiamo tutti i partecipanti a donare l’equivalente della spesa per il piatto a sostegno delle famiglie rifugiate ospitate dal Centro Astalli di Roma.In questo modo inviteremo a tavola con noi, virtualmente, anche una persona che è dovuta scappare dal suo Paese per fuggire alla guerra e alla persecuzione e che qui in Italia deve ricominciare da zero. In particolare, ci piacerebbe dotare di stoviglie e pentole le famiglie che vivono nel centro di accoglienza Pedro Arrupe, in via di Villa Spada.
Si può effettuare la donazione tramite bonifico bancario, conto corrente postare o anche online, attraverso Paypal. Tutti i dettagli qui: http://www.centroastalli.it/index.php?id=532

Dopo il 31, chiunque lo desideri potrà visitare il centro di accoglienza e/o partecipare a un incontro sul tema dei rifugiati organizzato da Chiara Peri, per conoscere meglio questa realtà.

E dunque avanti, tutti a cucinare!

Tanto per cambiare


Avete presente l’8 per mille? Ogni anno, di questa stagione, mi ritrovo a parlarvene. Anche l’anno scorso mi avvelenavo per quello che ormai mi piace definire lo scippo annuale. E indovinate un po’? Anche quest’anno il fondi dell’8 per mille sono già stati impiegati per motivazioni del tutto diverse da quelle per cui gli italiani li hanno dati.

Piccolo e rapido promemoria. Quando si pagano le tasse, l’8 per mille deve essere destinato a uno dei soggetti che hanno titolo di incassarlo: la Chiesa Cattolica, varie altre confessioni religiose, oppure lo Stato. Non è furbo cavarsela semplicemente non scegliendo: se la scelta non è espressa, la quota viene automaticamente aggiunta alla destinazione che ha raccolto più preferenze (la Chiesa Cattolica). Sono soldi di tasse che comunque vanno pagati, ma che si può scegliere come impiegare. L’opzione “Stato” di per sé non si presenta male. La legge prevede che i soldi così incassati verranno destinati a quattro motivazioni, tutte condivisibili: fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali. Per questo ogni anno gli enti che lavorano su questi temi presentano alla Presidenza del Consiglio progetti, che vengono valutati e poi finanziati con i soldi già incassati con il prelievo fiscale.

Peccato che ogni anno i soldi dell’8 per mille vengano destinati a tutt’altro uso, nell’indifferenza generale. Anche quest’anno, puntuale, è arrivata in Parlamento la proposta di decreto. Il “bottino” ammontava a quasi 170 milioni di euro. Peccato che la commissione che doveva ripartirli tra i vari progetti presentati se ne trovasse disponibili poco più di 400.000. Una bella differenza, non vi pare? Quindi per quest’anno, “vista l’esiguità delle risorse” (o piuttosto: vista l’esiguità delle risorse rimaste, perché quelle iniziali tanto esigue non erano) ci limitiamo a quattro progetti sulla fame nel mondo e amen.

E tutti gli altri soldi, si potrebbe legittimamente chiedere il cittadino che magari aveva scelto di destinare la sua quota alle quattro motivazioni di cui sopra? Lo Stato li aveva già sfilati dal salvadanaio per fare altro. E’ legittimo? Ovviamente no. Ma ormai pare prassi consolidata e nessuno si sorprende più di tanto.

In questo Paese si può contare su alcune certezze: a prescindere dal Governo in carica (che cambia con una certa facilità, invece), una volta individuata una pessima prassi certamente si ripeterà identica a se stessa per i secoli a venire.

Approfondimenti e documenti originali li trovate qui.

Molti di più


Questo più che un post è un messaggio alla me stessa che oggi vede tutto nero. Ogni tanto anche qui nel blog si affaccia un dolore che se ne sta lì, in un angolo, e ogni tanto subdolo riemerge. Lo scrupolo, il rimpianto, la tristezza per il fatto che le mie scelte poco avvedute, sia in campo lavorativo che sentimentale, non potrà che scontarle anche Meryem. Come ogni genitore, vorrei poterle dare tutte le possibilità e le opportunità del mondo. Invece ogni tanto mi scontro contro la realtà dei fatti: ne avrà certamente meno di altri, anche a lei vicini. La matematica non è un’opinione. Avere disponibilità economica, certo, non è sufficiente a fare le scelte giuste. Però non averla rende matematico non poterne fare alcune. Cerco di non pensarci, di fare di necessità virtù, di darmi giustificazioni e spiegazioni più o meno oneste. Però periodicamente ci penso e oggi ci sto pensando maledettamente tanto.

Stamattina ero precipitata in questo ormai familiare buco nero quando sono arrivata con il fiato in gola all’ufficio internazionale del JRS. Dovevo scegliere delle immagini per una pubblicazione e sono letteralmente sprofondata nei file di fotografie. Il primo pensiero è stato di immensa meraviglia e rispetto per l’infinita ricchezza del mondo, davanti a cui qualunque colonialismo appare in tutta la sua meschina piccineria. Dalle verdi colline di Masisi alle sabbiose pianure di Dollo Ado, dalle acque cristalline dell’Afghanistan alle onde grigiastre dell’Oceano indiano, ogni angolo del pianeta pullula di bellezza, naturale e umana.

Poi sono arrivate le immagini dei bambini. Straordinariamente belli, ridenti o struggenti, speranza nel futuro che si fa largo comunque, sotto le tende dei terremotati di Haiti o in un’aula a cielo aperto in Ciad. Il vero potenziale del mondo. Quanti di loro non ne avranno nessuna, di quelle preziose opportunità che mi figuro nella mia testa?

Una volta ho letto che crisi è sentirsi poveri, a prescindere da quello che realmente si possiede. Non dubito che ci sia del vero e che ci si possa sentire molto poveri e molto infelici anche conducendo una vita relativamente agiata. Ma continuo a credere che ogni tanto riportare le sensazioni a valori assoluti faccia bene. Quindi continuerò a pensare che i rimorsi, i rimpianti e soprattutto l’invidia che provo e proverò in futuro non tolgono comunque nulla all’oggettiva fortuna, mia e di Meryem. Per questo stasera guardo mia figlia che sorride e voglio credere che, insieme, cercheremo la felicità senza farci spaventare dall’incertezza.

Tutto sommato (auguri e belle notizie)


Ieri sera mi trovavo al Caffè Letterario, uno spazio carino mezzo biblioteca e mezzo caffetteria, per una serata (la seconda di un ciclo) organizzata dalle Biblioteche di Roma su e con le varie comunità di rifugiati che vivono a Roma. Ascoltavo un rapper afghano (esiste anche questo) e pensavo a cosa dire in tre minuti e parole facili (non oltre un livello di comprensione A2) come “testimonianza del Centro Astalli”.

Nel frattempo, all’Auditorium Parco della Musica, il sindaco Marino attribuiva al Centro Astalli,  alla presenza dei miei colleghi e di un gruppo di rifugiati, un premio prestigioso che finora hanno ricevuti personaggi del calibro di Giovanni Paolo II, Muhammad Yunus,Ingrid Betancourt, Aung San Suu Kyi e Malala Yousafzai.

Ieri dunque, pur vivendo un momento di grande stanchezza, ho provato a pensare a cos’è questo Centro Astalli, che ormai è parte di me almeno quanto la mia famiglia. Ho testimoniato, dunque, come mi veniva chiesto, che se ci si mette a misurare le cose fatte rispetto a quelle che andrebbero fatte c’è solo da restare sconfortati. Ma se c’è una cosa che mi sento di dire che accomuna questa variegatissima carovana di persone che va sotto il “marchio” Astalli è il desiderio sincero di cercare la giustizia e la verità. Sembra una cosa teorica e altisonante, ma in realtà è molto pratica e si scompone in frammenti piccoli e quotidiani.

Oggi a riunione di staff ognuno raccontava i suoi, di frammenti: le fatiche e le soddisfazioni, i risultati e gli obiettivi, le paure e i sollievi. Il fatto che ci sia questo valore aggiunto non alleggerisce la fatica del lavoro, non sempre almeno. Ed è giusto così. Ma esistono anche questi incontri, queste comunanze, quei cammini che a un certo punto li guardi, voltandoti indietro, e ti rendo conto che sono stati la filigrana dei tuoi anni, forse persino una sorta di filo d’Arianna.

Poco fa, un mio collega ha chiuso una telefonata e mi ha detto che aveva avuto una bella notizia, una prospettiva positiva per uno dei ragazzi che segue. Io l’ho ricambiato condividendo un’altra bella notizia che mi era arrivata ieri: uno dei ragazzi che frequenta un corso d’italiano è stato accolto in uno dei nostri centri di accoglienza e ieri notte, dopo parecchi mesi, non ha dormito per strada ma in un letto.

Il mio augurio per questo Natale e per l’anno nuovo è di dare e ricevere belle notizie. Pensateci. Sono sicura che almeno una bella notizia ce l’avete nascosta da qualche parte. Se volete condividerla con me e con i lettori di questo blog, scrivetela pure qui sotto.

 

Responsabilità e decadenza


Una delle occasioni più belle del mio lavoro è incontrare classi di giovani studenti e parlare di rifugiati. Meglio ancora se riesco a parlare insieme a un rifugiato, che può raccontare la sua esperienza. Ho un debole per gli studenti di diritto internazionale, italiani e stranieri. Se mi immaginassi studente oggi, probabilmente sarei una di loro. Oggi con Franck, giornalista camerunense, eravamo alla LUISS.

Si alza una mano dal fondo dell’aula. Franck ha appena finito di raccontare, con la misura e l’efficacia che gli sono proprie, le torture e gli abusi subiti al suo Paese per aver svolto con coscienza la sua professione, quella di giornalista.

“Ma oggi, alla luce di tutto quello che ha subito, in Camerun e qui, rifarebbe quello che ha fatto? Li riscriverebbe quegli articoli? Oppure scenderebbe a qualche compromesso, per tutelare la sua incolumità e quella della sua famiglia?”

Franck sorride. “Me lo chiedono spesso. Onestamente ti rispondo che forse cinque anni fa ti avrei detto: no, non lo rifarei. Ma poi vedo che in Camerun non è cambiato nulla. Che ancora oggi un collega è stato arrestato illegalmente e torturato solo per aver scritto la verità. E mi dico che, se tornassi lì, non potrei fare diversamente da come ho sempre fatto. Immagina che un sindaco riceva un finanziamento dall’Europa per scavare un pozzo. Che, per risparmiare e intascarsi i soldi, scavi un pozzo profondo 3 metri invece che 60, cosicché l’acqua di quel pozzo è inquinata e la gente che la beve muore. Tu lo sai e stai zitto. Come potresti dormire la notte? Lo capisci da solo, è inevitabile. Se uno fa il giornalista non avrebbe altra strada. Se, come spero, un giorno tornerò, non potrei fare nulla di diverso dal mio lavoro”.

Io, tra me e me, pensavo a quanti sconti ci facciamo, ogni giorno, per proteggere non solo la nostra incolumità, ma anche la nostra comodità, il nostro interesse, i nostri piccoli e grandi privilegi. Pensavo alla “decadenza” di oggi pomeriggio e a quella, ben più grave, che avvolge l’Italia in un abbraccio mortale. Spero che i giovani professionisti di domani che erano presenti oggi abbiano avuto occasione di riflettere sulla testimonianza semplice e cristallina di Franck. Diciamo spesso che dai rifugiati abbiamo molto da imparare. Domande così ci danno modo di dimostrarlo.

La radura dei progetti non realizzati


Oggi pensavo a quante idee ho avuto in questi anni, a quante mi parevano eccellenti, e poi sono finite in niente. Dove sono finite, esattamente? Mi piace credere che siano in un posto dove al momento non si vedono più, ma da cui forse, a un certo punto, si faranno largo di nuovo verso la realizzazione, o – quando il caso – verso una nuova realizzazione, migliorata. Forse è l’immaginario disneyano di Bambi (penso a un libro che avevo, non al film), ma mi è venuta in mente una radura piena di erba verde e soffice, ma circondata da un fitto bosco impenetrabile. In quella radura brulicano creature, alcune belle complesse, già formate e sicure (tipo mammiferi), altre ancora allo stadio unicellulare, materia grezza per future metamorfosi.

Molte di queste idee sono, o volevano essere, di natura libresca. Racconti, romanzi, saggi, articoli, studi scientifici, esperimenti letterari di varia natura, addirittura sceneggiature. Altre sono progetti grandiosi di impatto rivoluzionario, della categoria cambiamo il mondo. Imprese, più che idee. Qualcuna, in passato, si è anche tradotta in qualcosa di concreto. La maggior parte no.

Cosa è mancato, a quelle idee, per continuare il loro percorso ordinario nel mondo delle cose reali? In alcuni casi, forse, la concretezza. Il più delle volte la pazienza e, negli anni, anche lo spessore per sopravvivere al vaglio delle priorità che comincio a praticare, se non consapevolmente nei fatti, quando devo distribuire il mio tempo effettivo.

Però io, se penso alla mia radura, non riesco a provare rammarico. Ho bisogno di immaginare nuovi progetti, anche se poi li abbandono a loro stessi. Non più tardi di ieri, per strada, immaginavo un dialogo tra me e me una persona (una persona concreta, non di fantasia) che mi offriva un certo lavoro. Mi descriveva le condizioni, la retribuzione, le mansioni. E io ponderavo e forse, chissà, alla fine accettavo pure. A voi non capita mai di giocare a “facciamo finta che”? Non con i vostri figli, ma proprio così, in solitaria. A me sì. E’ per questo che quando cammino da sola, per le strade di Roma, a volte ridacchio da sola. Questa vecchia sognatrice in fondo mi è abbastanza simpatica.