Ispirazione


La passeggiata per il Gianicolo mi ha messo di buon umore. Mi dispongo dunque alla mia “presentation” con una certa rilassatezza. Mi hanno chiesto di presentare l’attività del Centro Astalli a un gruppo di religiose anglofone, normale amministrazione. Ho le mie slide e una breve scaletta. Poi mi scatta qualcosa. La Sister che mi accoglie mi è simpatica, la sua voce suona piacevole e gentile. Il gruppo che mi trovo davanti è eterogeneo, per età e nazionalità. Non piccolo, non enorme. Mi siedo alla scrivania, aziono il Power Point, ma prendo un’altra via.

Racconto di cosa significa questo lavoro per me. Delle mie aspettative giovanili, della casualità (della serie di casualità) che mi ha messo dove sono ora. Parlo di alcune persone che ho incontrato. Cerco di spiegare quali, secondo me, sono i drammi meno ovvi. Illustro in cosa andiamo bene e in cosa ancora noi tutti zoppichiamo. Vado a braccio, racconto la storia del JRS come io la percepisco. Mi sento parlare dell’esperienza rimossa della guerra in una società che dà per scontata la pace. Finisco raccontando del Papa ad Astalli e, inaspettatamente, mi commuovo anche (ancora????).

Funziono. Non so come mi sia venuto in mente di fare così, ma ho la sensazione precisa di aver colto nel segno. A questo gruppo servivano a poco i dati statistici e i chiarimenti legislativi. Vado a farmi un caffè, nella pausa. Una suora del gruppo si avvicina e mi racconta di sé.

Ruandese, è cresciuta in un campo profughi in Uganda. Mi descrive sua madre, abituata ad avere la servitù e a mangiare piatti ricercati, che si è trovata costretta, da un giorno all’altro, a cucinare per i suoi figli con materie prime scarse e povere. “Non era capace. Non l’aveva mai fatto. Noi bambini, spesso, avevamo la diarrea, perché lei sbagliava a cucinare gli alimenti. Poi, poco a poco, ha capito come fare. Ma per lei era come vivere in un pianeta sconosciuto”. Mi è grata perché ho sottolineato alcuni aspetti meno scontati. “Se guardo indietro, ripenso ai miei genitori. Allo sforzo immane che hanno fatto per proteggerci, per sollevarci da quella situazione. Ho visto mio padre piangere. Non tanto per la povertà, quanto per la preoccupazione di non avere la possibilità di farci studiare. Comunque andavamo a scuola. Il maestro insegnava all’aperto, sotto un albero. I nostri quaderni erano la sabbia su cui disegnavamo con un bastoncino”.

Lei alla fine ci è riuscita, a studiare. Le suore che lavoravano nel campo le hanno dato questa possibilità e lei è entrata, giovanissima, nel loro ordine. Presto è stata mandata a Roma. “Ho fatto la mia tesi sull’apostolato sociale. Oggi mi chiedo perché non ho scelto come argomento, specificamente, i rifugiati. Quell’esperienza è una parte di me che non mi abbandona mai”. Si vede che per te non è solo un lavoro, mi hanno detto molte. Già, forse si vede. Non saprei se sia un bene o un male, in generale. Oggi però, per loro, sono stata utile. Almeno credo.

La memoria


Oggi più che mai mi rifiuto di legare la memoria a una giornata. O piuttosto di legare a una sola giornata un solo pezzetto di memoria, esclusivo e escludente. Non so che farmene di una memoria addomesticata e di circostanza, come pure non vorrei che mia figlia e il resto del nostro futuro coltivassero una memoria rabbiosa, identitaria, che si alimenta di contrapposizioni. Sono anche stufa dei tentativi, pur legittimi, di infilare in questa giornata della memoria anche altre memorie. Come se la memoria, patrimonio dell’uomo, non fosse necessariamente una.

Non fraintendetemi: non voglio annacquare quella memoria che è pietra miliare della nostra storia moderna di europei e che, ancora oggi, è tutt’altro che acquisita. Quella di oggi non è una memoria di morti e basta: è una memoria di ammazzati in nome di principi aberranti e nell’indifferenza del mondo civile. Una memoria che, a guardar bene, poteva insegnare molto a noi europei e non solo. E invece.

Sarebbe troppo facile allungare la lista delle vittime altrettanto innocenti di analoghe follie. Servirebbe solo a sentirmi dire che non è vero, non è la stessa cosa. Io lo so già che non è la stessa cosa. Nessun essere umano è la stessa cosa dell’altro e nessun lutto, singolo o collettivo, è la stessa cosa di un altro.

Oggi sono state dette e verranno dette molte parole importanti. Oggi, come sempre, verranno prese molte decisioni, grandi e piccole, che apparentemente non hanno nulla a che vedere con quelle parole. Invece, spesso, il nesso ci sarebbe eccome. Solo che oggi, come tutti gli altri giorni, non ci facciamo caso.

Ma ce lo scrivi un post?


No, Gianni (che sei forse il mio lettore più attento, probabilmente più attento di quanto non sia io stessa), non ce lo scrivo un post sulla mattinata di oggi in quello che chiamano Sportello Unico della Prefettura di Roma. Non lo scrivo per molte buone ragioni. Ne elenco tre, visto che gli elenchi vanno di moda (i punti, per essere davvero cool, dovrebbero essere dieci, ma sono troppi anche per una logorroica come me).

1. In fondo non è successo niente di che. Niente che chi è straniero o conosce stranieri non sappia già. Niente di particolarmente clamoroso, se vogliamo. Nessuno scoop giornalistico. Niente di niente. Solo l’ordinaria sciatteria, disorganizzazione, approssimazione, assurdità che caratterizza molti servizi pubblici e, mi sento di aggiungere, quelli agli stranieri in particolare.

2. Non ho nulla di propositivo da aggiungere alla lamentazione. E, specialmente in questi giorni, le lamentazioni fini a se stesse mi irritano.

3. Dopo tutti questi anni dovrei aver maturato un sano distacco professionale. Ecco, appunto. Dovrei.

Quindi questo post praticamente non esiste e ticchetto su questa tastiera solo per non avere la tentazione, più tardi, di rimangiarmi i miei saggi propositi.

Però concedetemi un riferimento letterario. Almeno quello. Solo in Italia si poteva concepire un personaggio come l’avvocato Azzeccagarbugli.

Gli odierni epigoni del manzoniano leguleio oggi svolgono (a pagamento) per gli stranieri incarichi essenziali quali chiedere – per lo più invano -informazioni a questo o quello sportello pubblico, sempre rigorosamente accompagnati dagli interessati (non sia mai che essi, pagando, risparmino almeno il tempo). Trattasi di servizio linguistico, penserete voi: magari i loro assistiti non parlano italiano. Questo è possibile, ma loro, gli avvocati, non parlano una lingua diversa dall’italiano con i loro assistiti. Solo che (dietro pagamento) se riescono a scoprire qualcosa dal tizio allo sportello lo ripetono all’interessato lentamente e con una parvenza di gentilezza.

Ma i servizi non finiscono qui. Ci sono degli indubbi vantaggi a pagare un avvocato italiano (meglio se femmina). Costei infatti potrà far ricorso a tutte le sue arti e astuzie per farsi strada nei meandri impervi della burocrazia [è un post sessista? forse. Ma la realtà spesso le è]. Simulare svenimenti per riuscire a fare domande a chi si negava. Sbattere le ciglia con il funzionario maschio, affettare donnesca solidarietà con la funzionaria donna. Alla bisogna, sbraitare: “io sono un avvocato!” e fare appello alla categoria per accedere a canali dedicati, veri o presunti, per ottenere il fatidico “appuntamento”.

Mentre mi facevo la mia oretta di anticamera ho assistito a quasi tutte le prestazioni sopra descritte, mirabilmente incarnate in una persona sola. Nessuna di esse, malauguratamente, sarebbe minimamente necessaria se in un ufficio pubblico di Roma Capitale esistessero procedure chiare, personale qualificato (e operativo) in numero sufficiente, materiale informativo plurilingue e qualche minimo standard di razionalità e buona educazione.

Una sola notazione. Ciascuna pratica costa allo straniero cifre nell’ordine delle centinaia di euro in marche da bollo. Le persone che più o meno confusamente sfaccendano in uffici come quello sono pagate dai soldi delle tasse mie e di tanti italiani e stranieri. E’ proprio necessario, oltre ai vari balzelli e balzelloni delle marche da bollo, doverci aggiungere anche la tariffa dell’avvocato?

Pensando (e scrivendo) positivo


La prima influenza (mia) della stagione mi impedisce di andare, anche fugacemente, a Più libri più liberi. E’ la prima volta da molti anni e se ci penso rosico assai. Facciamo che non ci penso. Che mi rallegro di essere stata male DOPO i miei festeggiamenti di compleanno (che, a parte un pensierino inatteso da parte dell’AMA, è stato piacevolissimo) e non prima. Che mi rallegro anche di aver letto non uno, ma due romanzi che vi raccomando caldamente. Sarebbero uno l’ideale continuazione dell’altro. Io li ho letti in ordine inverso ed è andato bene lo stesso. Quando ho acquistato per il mio Kindle L’immigrato, veniva classificato come giallo scandinavo. Lo immaginavo truculento e pieno di poliziotti algidi (e forse omosessuali). Invece la sorpresa è stata notevole. Il format è in effetti poliziesco, in qualche misura. Ma il tema trattato (immigrazione, seconde generazioni, razzismo strisciante e strumentalizzazione politica dello stesso, ruolo dei media in tutto ciò) mi ha subito colpito. Maledettamente interessante, sia per avere un quadro credo piuttosto realistico della Danimarca di oggi, sia per scoprire che esistono giornalisti/scrittori perfettamente in grado di cogliere e affrontare un tema così con tutte le dovute sfumature. Con tutto ciò, vi confesso che a tratti la lettura mi ha commosso profondamente, come non mi accadeva da tempo.

Spinta dalla curiosità ho comprato anche il primo romanzo di Hergel Olav, Il fuggitivo. Anche in questo caso non sono rimasta delusa, anzi. Non a caso l’autore nel 2006 ha vinto, come giornalista, il premio Cavling di cui si parla nel romanzo, per un’inchiesta sui centri di accoglienza danesi. Che dire? Sono due letture che meritano.

Vi lascio con una dichiarazione rilasciata da Olav in occasione di un’intervista, circa un anno e mezzo fa:«Posso dirle che nelle pagine del mio romanzo, come nella mia coscienza e nella coscienza di chi consideri caso per caso le vicende che in trent’anni, da giornalista, mi sono trovato di fronte, il dubbio ha la meglio su una definizione univoca della giustizia. Capisco le ragioni dei danesi che, magari relegati nei ghetti dove abitano le classi meno abbienti, costretti a mandare i propri figli in scuole frequentate per l’80 per cento da musulmani, intimoriti dal crescente tasso di criminalità, votino il Partito popolare della destra xenofoba e antislamica. Capisco la diffidenza delle autorità, delle forze dell’ordine, dei giornalisti – perfino Rikke, la mia eroina, il mio alter ego al femminile nel romanzo – che nella maggior parte dei casi sospettano in prima battuta degli immigrati. Capisco d’altra parte il risentimento dell’immigrato, che va preso singolarmente, come individuo, affinché siano rispettati la sua condizione e i suoi diritti. Ciò che, nel repentino mutamento della nostra società, temo vada perduto è il senso civile e squisitamente occidentale del rispetto per l’altro. È questo il valore di cui, nella nuova società multicolore e multiculturale, rischio di sentire più di tutto la nostalgia».

Leggo che da Il fuggitivo è stato tratto un film. Sarei curiosa di vederlo.

Meglio che niente?


E’ arrivata la prima puntata di Mission, il “raelity” di Rai 1 sui rifugiati, ed è anche passata. A qualche giorno di distanza, voglio esprimere un parere.  Là per là era davvero difficile contrastare il fastidio profondo che provavo, ma ho preso atto anche del parere di alcuni di voi, che stimo, che mi hanno fatto notare che almeno se ne è parlato. Che nel silenzio generale sulla guerra in Siria e altrove, due ore senza pubblicità sono comunque un signor risultato. Ci ho pensato con calma e ora in tutta serenità mi sento di dire: no, non mi basta. 

Ho ricevuto oggi un comunicato stampa del CISPI che condivido in buona parte e mi aiuta a focalizzare meglio quello che più mi è parso sbagliato e controproducente di questa trasmissione.

–  L’unica preoccupazione pareva quella di raccogliere fondi per “aiutare” questa gente. Delle mie preoccupazioni relative al “marketing” a scopo fundraising ho parlato diffusamente qui. Le confermo anche in questo caso. Bambini come se piovesse, nessuno dei quali con il volto oscurato nel rispetto della privacy. A questi rifugiati, sfondo della missione dei buoni, viene al massimo concessa una certa dignità (nel caso del Mali). Ma sono assolutamente funzionali a commuovere gli italiani sotto Natale. Non tiriamo in ballo cause, né tanto meno responsabilità. Roger Waters butta lì un appello sul mercato delle armi, ma resta lì un po’ sospeso nel nulla. Anche nella valutazione a posteriori sulla riuscita del programma, visti anche gli ascolti deludenti, si è fatto riferimento ai 75.000 italiani che hanno fatto donazioni all’UNHCR. Come dire: uno spot riuscito. Ma proprio di uno spottone si trattava, senza alcuna pretesa di informazione.

– Ma quanto siamo bravi noi. I VIP, prima di tutto, che hanno affrontato questa esperienza, che hanno piantato alcuni chiodi, che addirittura – ci viene lasciato a tratti intendere – mettono a repentaglio la propria incolumità. Quelle stesse masse di poveretti assumono a tratti, sia in Giordania che in Mali, connotati di rabbia e aggressività che restano inspiegati e inspiegabili. Bisogna avere pazienza, si legge tra le righe: questi se la prendono persino con noi, non capiscono che buon lavoro facciamo, provano persino a imbrogliare (almeno in tre casi si fa riferimento a procedure di controllo e identificazione per evitare che i rifugiati ritirino indebitamente aiuti che non sono stati loro assegnati). Quanta bontà, quanto eroismo. I cooperanti (si badi bene, non i volontari, ma i cooperanti che sono altra cosa) risultano essere eccessivamente esaltati come salvatori, quando si tratta, non solo per le Nazioni Unite, di vere e proprie professioni, per di più molto ben pagate

–  Ci scordiamo un pezzo. I rifugiati sono lì, paghiamo gli eroi che sono disposti per generosità ad andarli a sfamare e a costruire tende. E i rifugiati che sono qui? E i rifugiati che ambirebbero a qualcosa di più che una razione registrata e una tenda che dura 3 anni? Ma, soprattutto: da nessuna parte si dice che i primi rifugiati siamo stati noi europei? Oggi, per caso, ho visto su Rai 3 una puntata di “Il tempo e la storia”. Il taglio è diverso, certo. Ma l’impostazione è molto più condivisibile. Questa la chiamerei informazione e sensibilizzazione. Che dovrebbe avere almeno una parte in una prima serata della rete ammiraglia. Si potevano almeno intervallare gli spot pubblicitari delle missioni umanitarie con qualche testimonianza, con qualche filmato di informazione storica. In pillole, per carità, che altrimenti il pubblico si annoia (e manda meno sms). 

 

Responsabilità e decadenza


Una delle occasioni più belle del mio lavoro è incontrare classi di giovani studenti e parlare di rifugiati. Meglio ancora se riesco a parlare insieme a un rifugiato, che può raccontare la sua esperienza. Ho un debole per gli studenti di diritto internazionale, italiani e stranieri. Se mi immaginassi studente oggi, probabilmente sarei una di loro. Oggi con Franck, giornalista camerunense, eravamo alla LUISS.

Si alza una mano dal fondo dell’aula. Franck ha appena finito di raccontare, con la misura e l’efficacia che gli sono proprie, le torture e gli abusi subiti al suo Paese per aver svolto con coscienza la sua professione, quella di giornalista.

“Ma oggi, alla luce di tutto quello che ha subito, in Camerun e qui, rifarebbe quello che ha fatto? Li riscriverebbe quegli articoli? Oppure scenderebbe a qualche compromesso, per tutelare la sua incolumità e quella della sua famiglia?”

Franck sorride. “Me lo chiedono spesso. Onestamente ti rispondo che forse cinque anni fa ti avrei detto: no, non lo rifarei. Ma poi vedo che in Camerun non è cambiato nulla. Che ancora oggi un collega è stato arrestato illegalmente e torturato solo per aver scritto la verità. E mi dico che, se tornassi lì, non potrei fare diversamente da come ho sempre fatto. Immagina che un sindaco riceva un finanziamento dall’Europa per scavare un pozzo. Che, per risparmiare e intascarsi i soldi, scavi un pozzo profondo 3 metri invece che 60, cosicché l’acqua di quel pozzo è inquinata e la gente che la beve muore. Tu lo sai e stai zitto. Come potresti dormire la notte? Lo capisci da solo, è inevitabile. Se uno fa il giornalista non avrebbe altra strada. Se, come spero, un giorno tornerò, non potrei fare nulla di diverso dal mio lavoro”.

Io, tra me e me, pensavo a quanti sconti ci facciamo, ogni giorno, per proteggere non solo la nostra incolumità, ma anche la nostra comodità, il nostro interesse, i nostri piccoli e grandi privilegi. Pensavo alla “decadenza” di oggi pomeriggio e a quella, ben più grave, che avvolge l’Italia in un abbraccio mortale. Spero che i giovani professionisti di domani che erano presenti oggi abbiano avuto occasione di riflettere sulla testimonianza semplice e cristallina di Franck. Diciamo spesso che dai rifugiati abbiamo molto da imparare. Domande così ci danno modo di dimostrarlo.

Glocale


Il mulinello è vietato! Questa frase, urlata mille volte nell’oratorio di Donna Olimpia, mi è tornata in mente all’improvviso guardando Meryem giocare a biliardino con la sua compagna di scuola Clarissa e la sua mamma, una giovane signora peruviana solitamente schiva e riservata, ma che ieri mi ha svelato una discreta grinta nel gioco e una certa misurata eleganza nello scuotimento per fare uscire le palline incastrate.

L’altro giorno, in piazzetta, ci sfreccia accanto un ragazzino in bicicletta e urla: “Ciao, Meryem!”. Sempre più spesso vedo bambini di ogni forma e dimensione fare ciao ciao dai finestrini o fermarsi per strada a fare due chiacchiere con mia figlia. Realizzo che ormai, tra materna, elementari, coro, punti di aggregazione vari, abbiamo tessuto una rete di contatti. Viviamo il quartiere, Meryem molto più di me.

Se penso a tutte le diatribe sulla composizione delle classi, all’inizio dell’anno scolastico, mi viene da sorridere. Se penso anche alle mie preoccupazioni rispetto al fatto che Meryem potesse “legarsi troppo” a una amichetta o all’altra, trascurando nuove conoscenze, mi faccio tenerezza da sola. Ormai i bambini fanno gruppo, sono un gruppo, ben al di là del sottoinsieme classe. Che tra l’altro mi pare che funzioni e sia discretamente affiatata.

Questo post sembrerebbe in contraddizione con il precedente: Meryem la voglio cittadina del mondo o monteverdina (uso a bella posta questa parola, che istintivamente mi riempie di orrore)? Come ho cercato di spiegare oggi in un contributo per quel bellissimo sito che è Zebuk, senza la dimensione concreta della quotidianità, l’apertura agli infiniti mondi possibili diventerebbe esotismo. Vorrei essere, con Meryem, una viaggiatrice che ha un posto dove tornare.

Più vicino di quanto sembri


“Questa processione in Sri Lanka si fa con gli elefanti. Certo, qui non ci sono…” Per un momento cerco di immaginare i pachidermi sfilare per l’asfalto dissestato di via Manzoni a Fonte Nuova e mi sento di convenire che sarebbe un po’ complicato portarceli. Champi è un’ospite meravigliosa. E’ la prima volta che ci vede, eppure siamo costantemente in cima ai suoi pensieri. Ma ben presto realizziamo che l’accoglienza è collettiva. Tutti ci sorridono, ci parlano, ci fanno sentire a nostro agio. Meryem riceve un libro di storie dello Sri Lanka in omaggio dal monaco (“è tipo il parroco”, ci spiega pragmatica la figlia di Champi, nostra tutor ufficiale per la festa) e una bandierina con il leone giallo. Mia figlia familiarizza con il gatto del tempio, scorrazza qua e là, apprezza molto le danze e, in particolare, il salto mortale all’indietro del maestro di ballo baffuto.

Sedute nel tempio, assistiamo alla preghiera. Una sfilata di monaci dietro a una fila di tavoli, con vesti di tre gradazioni diverse, dal color zafferano al marrone, pur composti e assorti ci sorridevano. Non capivamo nulla, ovviamente, ma non ci siamo sentite fuori posto neanche per un attimo. Poi i tempi si dilatano. Cominciamo a pensare che forse è il caso di andare.

Niente da fare, gli ospiti sono ospiti. Alla fine sono state le italiane a inaugurare il ricco buffet, saltando ogni tipo di fila e omaggiate anche di sedie, ottenute facendo alzare con gesti imperiosi un gruppetto di adolescenti (tutti nati in Italia). I figli tra loro parlano italiano, con cadenza romana. “Porca trota!”, esclamava un soldo di cacio che monopolizzava le altalene. Eppure eccoli lì, mediamente partecipi delle tradizioni di famiglia. Una delle due bravissime ballerine, mi spiega una delle maestre di ballo, non è mai stata in Sri Lanka. Il viaggio costa, le famiglie faticano a tornare a trovare i parenti. “Ogni quattro anni andiamo”, mi dice la figlia di Champi. La maestra di danze fa lezione a Acilia e le piacerebbe che Meryem andasse a fare lezione. “Sarebbe bello avere qualche bambina italiana”, mi dice. Se non fosse per la distanza ci faremmo un pensiero, sicuramente.

Dalla prima volta che abbiamo visto un video sullo Sri Lanka io e Meryem sogniamo di andarci. Per il momento ci accontentiamo di questo luogo accogliente, immerso nel verde della via Nomentana. Credo e spero che ci torneremo. Uscendo decine di sconosciuti ci chiedono premurosi se abbiamo mangiato. In effetti sì, e anche piuttosto bene.

Vi sfido


Continuo a rimuginare sul post di ieri, con l’idea che forse non è efficace come avrei voluto. Allora mi è venuta un’idea, un esercizio per rendere il concetto più chiaro. Una sfida che vi lancio, per capire meglio quello che volevo dire rispetto alla profonda contraddizione che esiste tra usare per il fundraising quegli stessi stereotipi e deformazioni che sono strettamente intrecciate alle cause più profonde dei problemi che si vogliono affrontare.

Vi propongo dunque questo esercizio. Immaginate di dover pensare a una campagna di fundraising per finanziare un centro antiviolenza per donne a rischio qui, in Italia, nella vostra città. E immaginate di fare lo stesso tipo di ragionamenti che si fanno per i progetti di cooperazione. Mi pare abbastanza evidente che il pubblico italiano è sensibile alle campagne sessiste. Provate con me a immaginare una bella campagna per finanziare un centro antiviolenza che faccia leva su una delle seguenti immagini:

1. una bella donna discinta e ammiccante. Cattura l’attenzione, senza dubbio. E potremmo persino dire che se una donna che ha subito una violenza adesso è sorridente e disinibita vuol dire che ha acquistato fiducia in se stessa. E’ un achievement.

2. una poverina con gli occhi bassi e lo sguardo supplichevole, accompagnata da uno slogan tipo: “Come farebbe la povera Mariolina senza il vostro aiuto?”

3. un uomo dall’aria efficiente e paterna e,sullo sfondo, un gruppo anonimo di donne vestite in modo provocante. Slogan: “Aiutaci a difenderle da se stesse”.

Sono sicura che la vostra fervida fantasia vi suggerirà esempi anche più efficaci. Capite quello che voglio dire quando affermo che secondo me, almeno qualche volta, il fine non giustifica i mezzi?

P.S. A un primo sguardo, tutte le campagne dei centri antiviolenza sono al contrario attentissime a difendere l’immagine della donna: volti rigorosamente coperti, disegni poetici, simboli e slogan attentamente ponderati.

 

Quei bambini che piangono


Oggi su Facebook è nata una discussione costruttiva a partire da un video che avevo postato come esempio negativo di comunicazione sociale: si tratta di uno spot, non tanto recente di Save the Children e, in particolare, questo. La questione non è banale come sembra. Io oggi mi volevo limitare a condividere il fastidio e l’irritazione per uno stile di comunicazione che non apprezzo, poi Floriana mi ha stimolato a pensarci meglio. Guardando con attenzione i discorsi in ballo sono più di uno. Cerco di estrapolarli ordinatamente.

Lo spot in effetti non si può definire di comunicazione sociale. E’ uno spot di fundraising, un messaggio fondamentalmente – passatemi il termine – commerciale. Qui mi pare pertinente l’obiezione di Floriana: “Le varie declinazioni nazionali [di una ONG internazionale] scelgono un po’ gli spot come meglio credono per la audience del luogo (e l’audience italiana la conosciamo bene)”. Vero, troppo vero. Il bambino in pubblicità funziona. Il bambino in comunicazione funziona. “Bisogna parlare alla pancia degli italiani”, ci ripetono allo sfinimento i giornalisti con cui interagiamo. Save the Children, come l’Unicef, hanno come mission i bambini, in particolare quelli che abitano a una certa distanza di sicurezza dal donatore. Partono bene, insomma.

Ok, usi i bambini. Può avere senso. Ma questi bambini, banalizzando un po’, devono piangere o devono ridere? Beh, dipende. Se facciamo un discorso di mero fundraising, dipende dal tuo target. Il tuo target è una persona che si vuole sentire efficiente, attiva, che vuole vivere la gratificazione del sostegno a distanza senza essere troppo aggredita da immagini disturbanti? In altre parole, è una persona già sensibile e ben disposta, che non ha bisogno di forzature per fare una donazione e al limite ne è disturbata, anche parecchio (come nel caso dei miei amici Barbara e Nestore)? In quel caso, immagini positive, che mostrino – come dice l’anglosassone Floriana – un achievement, sono certamente le più adatte. Ma se invece puntiamo al grande pubblico? A quello che fa zapping, che parla per lo più di gossip e di calcio, e che comunque è molto ben focalizzato sugli affari propri? Qui con l’achievement ci fai la birra. Serve un’immagine forte, che parli dritto alla pancia, meglio se accompagnato da un’istruzione immediata: un sms solidale, un clic su un sito, qualcosa che si possa fare subito, travolti dall’emozione del momento (perché probabilmente a quel bambino in lacrime, che geograficamente non sa nemmeno bene come collocare, il donatore non ripenserà mai più – o almeno fino al prossimo spot).

E se tu, ONG o organizzazione internazionale,  non ti occupi solo di bambini? Pigliamo ad esempio l’UNHCR, l’Alto Commissariato della Nazioni Unite per i Rifugiati. Quest’estate l’agenzia è stata oggetto di critiche abbastanza precise per il suo stile di comunicazione: addirittura si è parlato di “pubblicità ingannevole”. In poche parole, si notava che sul sito e negli spot UNHCR i rifugiati erano per lo più africani (e in buona misura anche bambini), quando a rigore il numero maggiore dei rifugiati proviene, attualmente, da Afghanistan, Cina e Russia. Ma l’africano bisognoso funziona meglio e consente una comunicazione più chiara: quanti abbinerebbero il concetto di rifugiato a un cinese? Il donatore poi, idealmente, deve essere soggetto agli stessi stimoli di pancia, per cui pochi uomini, abbondanza di donne indifese e pargoli sotto le tende blu, con il logo UNHCR chiaramente leggibile in ogni scatto. La finalità sono le donazioni, no?

Ecco, qui entro io e la mia irritazione. Vedete, le ragioni del marketing e del fundraising le conosco e le capisco pure. Il problema è che secondo me nessuna di queste ONG, Agenzie ONU o simili (mettendo dentro anche noi del Centro Astalli) può avere come unico obiettivo il fundraising quando fa comunicazione. Tutti noi abbiamo anche dei chiari obiettivi di advocacy e di sensibilizzazione nelle nostre mission. Quindi non si può fare uno spot in un certo stile solo perché funziona, disinteressandosi delle ricadute che ha in termini di messaggio indiretto e di immagine delle persone coinvolte. Non si può limitarsi a difendere i diritti delle persone in sede istituzionale, con ricerche, rapporti e iniziative politiche e poi, per sollecitare le donazioni, lavorare disinvoltamente con gli stessi stereotipi che in altre occasioni sosteniamo di voler scardinare.

Noi di Astalli, ne scherzavo in varie occasioni con alcuni di voi, abbiamo un prodotto assai difficile da vendere. Rifugiati, spesso adulti, in buona parte mediorientali e discretamente malridotti, che hanno per giunta il torto di vivere in Italia, nelle nostre città. Qui dove con 50 euro non si ottengono” achievements” spettacolosi, ma una decina di pasti a mensa o al limite un paio di occhiali per una persona che faticosamente cerca di imparare una lingua ignota dopo una dolorosa cesura esistenziale e magari, tra le altre cose, è anche miope. Essere miopi non ha niente di eroico, ma può essere un impedimento sufficiente per molte cose, quando non si ha nulla per vivere. Noi per giunta siamo convinti che sostenere queste persone non abbia a che fare con la bontà, ma con la giustizia. Persino, reggiamoci forte, che spesso siano i rifugiati che possono aiutare noi italiani, qui, in questo Paese. E non tanto perché “ci pagano le pensioni” oppure perché “fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare”. Purtroppo anche queste due cose, al momento, sono verissime. Ma noi pensiamo piuttosto ai valori che portano: combattere per un ideale; pagare un prezzo alto per la propria integrità; avere il coraggio di superare prove indicibili, nonostante tutto; la resilienza; la speranza.

Leggevo, sempre su Facebook, in un’altra discussione che avrei volentieri fatto dal vivo (si parlava di “diritto alla maternità”), una frase che mi ha colpito: “ Dove si mangia in 3 si mangia in 4 per me non esiste. Non esiste tanto Dio vede e provvede.” Chiaramente qui la decontestualizzo per amore di argomentazione, ma forse il punto è anche questo. Siamo davvero di essere tanto sicuri di aver ragione noi? Io tutte le volte che mi sono trovata a vivere, nei fatti, quelle frasi tanto vituperate, ho sperimentato una grande gioia. Una sensazione di liberazione e di grazia. Ma, come al solito, quando penso all’esperienza con i rifugiati, la testa se ne va per conto suo. Se potessi, forse sarebbe questo che vorrei comunicare: non sapete cosa ci perdiamo, rendendo la vita impossibile a queste persone. E poi, ancora: ma vi pare normale che con la nostra ignoranza e indifferenza facciamo morire tutta questa gente? Questo, va da sé, non sollecita le donazioni.

Tante cose che dico, che diciamo, non sollecitano le donazioni. Dei cari amici che non sono tanto imparziali perché spesso e volentieri sono nostri alleati diretti (e loro sì che ci capiscono di comunicazione) oggi hanno scritto sulla mia bacheca che noi di Astalli comunichiamo ” per contribuire alla costruzione di un mondo dove le persone abbiamo voglia di rimboccarsi le maniche per le ingiustizie”. C’è del vero, sicuramente. Ma ho la sensazione che così facendo parliamo assai poco alla pancia (e al portafoglio).

Finisco con una domanda. E il fantomatico reality Mission,  che a fine anno la RAI manderà in onda, come si collocherà rispetto a quanto detto sopra? Per chi non ha seguito il dibattito agostano in merito, vi riassumo brevemente che si tratta di una trasmissione  in alcuni volti noti televisivi italiani affiancheranno gli operatori umanitari di due importanti organizzazioni umanitarie, l’ong italiana Intersos e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), nel lavoro di assistenza ai rifugiati in campi profughi in Africa e in Medio Oriente. L’ennesima spettacolarizzazione del dolore o un progetto innovativo di “social TV”? Il dibattito è destinato a restare aperto, almeno fino alla prima puntata (qui uno status quaestionis).