Dublinati


Al liceo, Dublino significava principalmente U2, Guinness e sogni adolescenziali. All’università la moda dell’Irlanda non faceva che crescere (ma ho anche sentito parlare per la prima volta della Grande Carestia) e ho persino azzardato qualche passo di danza. La città, quella vera, l’ho visitata solo molti anni dopo (scoprendola peraltro dimora stabile di famosi papiri). Ma intanto la parola nella mia mente si era sdoppiata: non più solo un luogo, ma anche un verbo. Dublino, io dublino, tu sei dublinato.

Il Regolamento Dublino II, già convenzione dell’Unione Europea, determina lo stato competente per l’esame delle domande d’asilo nell’UE e poi smista opportunamente i richiedenti stessi da un Paese all’altro, per prevenire la malaugurata ipotesi che questi ultimi possano avere una qualche voce in capitolo in merito alla terra a cui chiedere protezione. Sia mai che incappino in un luogo dove hanno qualche amico, parente o familiare. Sia mai che trovino uno stato di cui parlano la lingua o si sentano meno persi. Ti impacchetto, che tu lo voglia o no, e ti rimando al mittente. Anche varie volte di seguito, se necessario. Una regola così ottusa potrebbe trovare una qualche giustificazione in un’Unione Europea che presenti una assoluta uniformità rispetto a procedure d’asilo, esiti delle stesse e misure sociali previste. Nel marasma attuale, non posso immaginare che qualcuno, in buona fede, possa continuare a sostenerne la validità. Eppure.

I rifugiati più disperati e arrabbiati che io abbia mai conosciuto erano tutti dublinati (o dublinandi). Penso a Issa, che dopo due anni e mezzo in Norvegia si trovava sbattuto su una brandina a San Saba. A tanti ragazzi giovani, afghani anche loro, rimasti anni interi sospesi in un’attesa burocratica e incomprensibile: un “Dublino” stampato sul permesso di soggiorno e la spada di Damocle di essere rispediti in Grecia. Nizam stesso, a 19 anni, è stato trasportato in manette sull’aereo tra Amburgo e Roma, guardato poi a vista per tutto il viaggio da due poliziotti armati: il timore che un ragazzino si potesse opporre al Regolamento richiedeva evidentemente misure eccezionalmente severe. Laddove non c’è logica, ragionevolezza e senso, non si può che moltiplicare la forza. Per non parlare dei rifugiati incontrati a Malta, che cercano strenuamente di scappare da una protezione internazionale che ricorda un ergastolo: nel loro caso il Regolamento di Dublino è una condanna a vita che continua a colpire, come un pugile ottuso, anche quando l’avversario è ormai a terra. Penso anche a una famiglia che non ho mai incontrato, che ha preferito scappare alla cieca, di notte, in pieno inverno, con una bambina piccola e senza medicinali necessari, piuttosto che subire un altro trasferimento forzato.

Non mi stupisce molto che l’Unità Dublino in Italia non abbia un front office e che, anzi, il più delle volte dia l’impressione di essere del tutto deserta, visto la mancanza cronica di risposte a qualunque messaggio, ufficiale e ufficioso. Difficile rispondere, difficile rendere conto. Meglio l’anonimato di un meccanismo assurdo. Meglio non esaminare caso per caso tanta disperazione.

Domani questa perla della legislazione europea compie 10 anni. Giusto la settimana scorsa, a Fiumicino, una ragazzo ivoriano di 19 anni si è dato fuoco. Amsterdam ce l’aveva “dublinato”, noi – regolamenti alla mano – lo stavamo diligentemente rispedendo in patria. Intanto, in Germania, la Corte Europea dei Diritti Umani ha sospeso un altro reinvio ai sensi del regolamento di Dublino dalla Germania all’Italia: questa volta si tratta di una famiglia con tre bambini (uno di 2 anni e due gemelli di 10 mesi). I genitori hanno riferito che al loro arrivo a Lampedusa con il primogenito di pochi mesi sono stati alloggiati in un campo sprovvisto di cure sanitarie e alimenti per il neonato. Per giunta dopo circa un anno la famiglia è stata dimessa per scadenza dei termini, nonostante la signora si trovasse al settimo mese di gravidanza dei gemelli. Vista la situazione, si sono trasferiti in Germania, dove i bambini sono poi nati. Ora la Germania non vede motivo di non rimandare la famiglia in Italia: non riconosce loro alcuna particolare vulnerabilità, obietta che le condizioni di accoglienza dipendono da Paese a Paese e comunque non considera credibili i racconti degli interessati. Quindi, via, via. Applicare il regolamento. Per ora la Corte Europea è intervenuta. Ma come andrà a finire?

Paradossi sanitari


Ieri, con la febbre ancora alta, potevo avere il dubbio che non fosse accaduto sul serio. E invece eccomi qui, più presente a me stessa, per documentarvi l’ennesimo incontro surreale con il mio medico di famiglia. Nel mio caso, il medico di famiglia è proprio il medico della mia famiglia. Ha in cura la quasi totalità della famiglia Peri e questo ha i suoi vantaggi (qualcuno) e i suoi svantaggi (vari). Sarà che ci vado pochino assai (riceve in orario tarato sulle esigenze del pensionato monteverdino medio), ma ho sempre l’impressione di essere un’intrusa anche quando riesco a farmi ricevere. Ieri in effetti non mi è dispiaciuto essere scortata fin dentro la sala visite da mia sorella maggiore: mi pareva che, con i suoi contrappunti, avessimo un peso specifico maggiore.

Mi trascino (o piuttosto, vengo trascinata), più morta che viva, allo studio. Miracolosamente tocca a me in un tempo relativamente breve. Entro, anzi entriamo. Lui esce e mi pianta lì per un po’. Al ritorno dichiara candido che la signora arrivata ben dopo di me (e di altri), quella stessa che cinguettava in sala di attesa amenità su quanto sia affettuoso il suo labrador, “sa, aveva la febbre. Ho dovuto visitarla prima”. Ora non escluderei che la garrula tizia potesse avere qualche minima alterazione. Ma non credo di fosse bisogno di essere un medico per vedere a occhio nudo che io veleggiavo sui 38.5 da tre giorni abbondanti. Vabbè.

Mi visita. Mi ribadisce che ho l’influenza, nota con profonda sorpresa che ho la gola molto rossa, mi ammolla un antibiotico. Precisa che la febbre può durare anche molti giorni. “Lei non aveva fatto il vaccino, quest’anno, eh?”, mi fa con aria di bonario rimprovero. Veramente sì. “Ah, infatti”. E poi infierisce: “E si può anche prendere più di una volta, sa? Magari uno guarisce e dopo due o tre giorni ricomincia da capo, pari pari. Sono virus che si modificano molto velocemente”. Ottimo. Osservo che in effetti mia figlia è a casa da dieci giorni. Gli occhi gli risplendono di luce sinistra: “Aaaah…ecco come l’ha presa! E sa che poi capita che si continua a passarsela per tutto l’inverno? Cioè, magari ora la bambina guarisce e se la riprende da lei? E poi lei di nuovo dalla bambina? Un circolo vizioso”.

Ma grazie, dottore. A volte una parola buona fa più di mille medicinali…. Faccio i debiti scongiuri, cordialmente saluto e ringrazio. Magari, con un po’ di fortuna, ho contagiato anche lui.

Intermezzo influenzale


Sarà la febbre che non mi scende e lo stomaco che si spappola a furia di Tachipirina 1000. Sarà la frustrazione di aver dovuto rinunciare, una ad una, a ben tre cose che facevo volentieri. Sarà lo sconforto della madre che si va convincendo che da questa maledettissima influenza non usciremo mai. Insomma, non la faccio lunga, ma oggi sono proprio negativa.

E, come sempre avviene in questi casi, il pensiero corre alle cose, recenti e antiche, di cui non vado affatto fiera. Oggi davvero non mi sento di ballare. Anzi, vi dirò. Guardo il flash mob di S. Francisco e non ce la faccio neanche da lontano a immedesimarmi. Ma il tema, attenzione, è importante. Importantissimo.

Ieri stavo per scrivere qualcosa sulla mia personale esperienza, poi per fortuna non l’ho fatto. Ho letto cose scritte magistralmente da altri e mi sono censurata. Vi basti solo, a mo’ di chiosa al bel post di Chiara, che non succede mica solo a quelle carine come lei. Mica solo alle ragazzine popolari alle medie. Anzi. Se non sei nemmeno questo granché, ci si aspetta doppiamente che le avances siano accolte con gratitudine. L’umiliazione è doppia.

Poi leggo le paure di Silvietta e mi dico che nonostante tutto non le condivido. Da un lato mi auguro che Meryem sa ragazzina e da adolescente sia molto diversa da sua madre. Dall’altro spero che aver così tanto sofferto e sbagliato, come donna, mi aiuti ad accettarla sempre per la creatura meravigliosa che è.

Una cosa nuova


Confesso che le dimissioni di papa Ratzinger mi hanno colpito. Vista l’immensa risonanza mediatica della notizia, sarebbe inutile aggiungere il mio postarello, se non fosse per un motivo, squisitamente personale: voglio fissare questo momento e anche aggiungere un paio di commenti, nell’immenso bailamme mediatico che si sta inevitabilmente generando.

Non sono mai stata una fan sfegatata di questo Pontefice e non ne ho mai fatto mistero, anche di recente su questo blog. Non essendo neanche morto, trovo fuori luogo le glorificazioni a posteriori. Trovo però altrettanto fuori luogo alcuni commenti che leggo in queste ore sui social network. La battuta di spirito ci sta, ci mancherebbe. Alcune erano molto divertenti, peraltro. Ma mi pare puerile ridurre tutto a “chi aveva bisogno di uno così?”.

La Chiesa Cattolica Romana è una grande istituzione della storia dell’Occidente. Dico grande in senso di “rilevante”, evidentemente, senza valutazioni morali o religiose di sorta. Una istituzione proverbialmente restia al cambiamento, anche minimo. Registro dunque con interesse la posizione, già espressa da Benedetto XVI in un libro intervista, sulla legittimità e anzi doverosità delle dimissioni del Papa. Non sappiamo granché, ad oggi, delle motivazioni. Se ci siano o no oscure trame dietro questa scelta. Per oggi vorrei credere di no e pensare che il cambiamento e la trasformazione di questo mondo possa trovare spazio proprio dove uno meno se la aspetterebbe.

Aggiungerei che la modalità del gesto richiama fortemente alla dimensione del servizio, più che a quella (solitamente fin troppo presente in quel contesto) del potere e dell’autorità. Se il Papa non serve più come dovrebbe, si dimette. Il messaggio mi pare importante e pertinente, assai pertinente, anche per la politica.

Senza dunque recedere dalle molte critiche che, da credente (ogni tanto mi pare il caso di precisarlo: ancora ieri qualcuno mi confessava di non aver ben capito se io sia atea o cosa) e da cittadina, formulerei anche oggi nei confronti della Chiesa Cattolica Romana, mi pare giusto che la notizia di oggi non sia sminuita, né drammatizzata. E’ una cosa nuova. Anche la conferenza stampa di padre Lombardi, che ha seguito l’annuncio, è certamente esempio di uno stile di comunicazione più serio e trasparente, probabilmente più credibile, rispetto alle pietose “influenze del Papa” a cui tanto eravamo avvezzi durante il Pontificato precedente.

Altro mi pare prematuro e inutile aggiungere.

Non mi sono dimenticata


Avevo un giveaway in sospeso con voi. Quello delle piccole sfighe del 2012. Fino a oggi non avevo trovato il tempo di pensare seriamente alla cosa, anche perché il 31 siamo stati tutti impegnati con “Liberiamo una ricetta” e poi il tempo è volato. Ma ecco un bel weekend che si presta perfettamente all’estrazione. Tappati in casa per febbre di Meryem da cinque giorni, feste di Carnevale saltate, noia alle stelle, tempo fuori splendido… Un cavallo di battaglia della sfiga familiare.

Mi sono scaricata un programmino apposito, che si chiama “The Hat”. Mi pareva molto più adatto di strumenti più professionali, tipo Randomizer. Questo ha anche il disegnino del cappello da cui si estrae il bigliettino e il rullo di tamburi. Un po’ di coreografia ci vuole.

Il risultato, non so se si vede, è che vince il premio scaramantico per il 2013 l’ineffabile Lanterna. Mi sembra molto adatto, non solo perché i pidocchi enormi alla chiusura delle farmacie sono un classico di valenza universale, molto più degli incidenti automobilistici o di qualunque altra piccola sventura quotidiana. Quel che mi colpisce soprattutto è che, abitando in città diverse e relativamente lontane, giusto la scorsa settimana ci siamo viste due volte e, se avessi fatto il mio dovere nei tempi giusti, il premio avrei potuto consegnarglielo a mano, senza fila alla posta. Se non è sfiga questa…

hat2

Il meno peggio (sempre peggio è)


Ancora una riunione, ancora una presentazione di una scuola nuova e noto con un filo di preoccupazione che ormai sono completamente in balia dello scetticismo e del disincanto. Due ore di religione e un’ora di inglese a settimana (e, forse, un’ora di ginnastica, ma la palestra è in comune con altri istituti e non sempre disponibile). Per le uscite, una volta sì, ora chissà. Si fa quel che si può. La continuità didattica è un ideale a cui tendere. Il primo step è ottenere che la scuola abbia dei recapiti telefonici effettivi. Sapete com’è, ci hanno accorpato. Questo, più che un istituto comprensivo, è un conglomerato eterogeneo di scuole, di edifici, di persone. Un giorno, magari, troveremo anche un senso. Oggi, sinceramente, si fa fatica.

La presentazione è abbastanza onesta, il pubblico si scalda sulle solite questioni, che non sono comunque all’ordine del giorno: l’insegnamento della religione (quantità e contenuti), l’alternativa (organizzata, come si può, caso per caso e anno per anno), l’insegnamento abbastanza improvvisato della lingua straniera, compiti sì compiti no, il partito del modulo contro il partito del tempo pieno. L’informatica come metodologia, solo per chi la sceglie e se la sostiene tutto da solo.

Io mantengo un certo distacco. Mi sono rassegnata. Religione per due ore a settimana sarà. Inglese, evidentemente, non sarà (e toccherà trovare qualche alternativa). Maestre di ruolo, chissà. Che altro posso inventarmi? L’entusiasmo eroico della prima infanzia di Meryem, quando sarei stata (in teoria) disposta a lanciarmi in nidi all’avanguardia alle pendici del Gianicolo, sembra più lontano che mai. Per fortuna non ci hanno mai preso, in quei luoghi meravigliosi. A stento sono sopravvissuta così, ottimizzando orari e spostamenti e convivendo con l’ansia perenne di fare tardi, di non riuscire, di non potere.

Soprattutto mi sono convinta dell’inutilità di ogni sforzo. Alla fine, dovunque mi volti, l’incertezza regna sovrana. Ammiro chi riesce a fare scelte convinte, consapevoli. Io da tempo mi sono persa dietro le chiacchiere incrociate del “dicono che” e ho alzato bandiera bianca. Facciamo che sono diventata fatalista. La mia anima razionale ha avuto solo un sussulto, quando ci è stato spiegato che la valutazione è in voti, in decimi “e ovviamente si parte da 6”. Perché ovviamente? “Ma ti pare che non si mette almeno sei? A un bambino di prima elementare?”, rincalza una mamma seduta accanto a me. Beh, ma la scala della valutazione è importante. Se parti da 6, 7 è un voto di cui preoccuparsi. Poi ritorno sulla terra. E non obietto nulla, mi limito a annuire distrattamente.

Sarà la stanchezza. Sarà che ogni volta che malauguratamente si ha bisogno di un servizio qualsiasi, è uno stillicidio di tentativi andati a vuoto e di rimandi infiniti. Mi sono fatta rifare due impegnative per visite specialistiche per Meryem: da settembre non sono riuscita a prenotarle. Il CUP non disponibile, il servizio non attivo, ma forse lì è meglio di no, aspetta che ti consiglio io. E poi si ricomincia il giro. Mi hanno clonato il bancomat, devo farmi rimborsare 250 euro. La carta è stato facile bloccarla, ma tutti gli altri numerosi passaggi sono faticosissimi. La denuncia oggi no, c’è un fermato. In banca c’è l’assemblea sindacale. La funzionaria si deve operare e la collega non conosce la pratica. Magari è meglio aspettare. “Tanto la cosa importante è bloccare la carta”, mi fa il poliziotto, per la terza volta in una settimana. Sì, ok. Ma prima o poi mi piacerebbe anche rivedere i miei soldi. La pediatra, dopo lunghi agguati telefonici, di fatto mi rimbalza. E’ una febbre virale, aspettiamo, passerà, vedrà che scende, ci risentiamo lunedì.

Non c’è niente di davvero tragico, in tutto ciò, ma giorno per giorno mi monta una strisciante esasperazione che mi corrode, dalle fondamenta, ogni fiducia. Non è bello. E, oserei dire, con questa stessa sensazione guardo l’avvicinarsi della data delle elezioni. Andrò a votare come sono andata al cosiddetto open day delle elementari, certa che non c’è nulla di cui entusiasmarsi. “La situazione sui territori è al collasso“, scrivono oggi ANCI, UPPI e Conferenza delle Regioni e Province Autonome. Si parla dell’Emergenza Nord Africa, ma vale per molte, troppe altre cose.

Non mi piace accontentarmi del meno peggio. Ma ho momentaneamente smarrito gli elementi utili a scegliere le mie battaglie. Quindi per ora non combatto e aspetto umori migliori.

Pozzanghere


Arrivando in ufficio, oggi, ho scattato distrattamente questa foto. Più la guardo e più mi ci ritrovo. Già una volta, anni fa, ho scritto su questo blog che lo scoraggiamento assomiglia a quando ti si bagnano le scarpe e l’umidità inizia a risalirti attraverso le ossa. Per quanto tu ti copra, il danno è fatto. Stamattina già me la sentivo, quell’umidità metaforica nelle ossa. E gli eventi della giornata, inclusi i piccoli e simpatici virus di stagione, non hanno fatto che acuire quella sensazione.

Nessuno è mai morto per aver messo il piede in una pozzanghera, ne sono consapevole. Adesso mi ficco in un bagno caldo reale, aromatizzato con un campioncino che mi ricorda l’intenso ma soddisfacente weekend appena trascorso. Però continuo ad avere un gran bisogno di un bagno caldo metaforico, di un paio di calzini che mi coccolino i piedi nelle mattine di pioggia e possibilmente, prima o poi, di un bel paio di stivali robusti che mi corazzino meglio dall’umidità dell’anima.

555


Fatico più del solito a raccontarvi questa storia. Si potrebbe partire da una barca, carica fino all’inverosimile. Il solito barcone in viaggio dalla Libia a Lampedusa. Si potrebbe cominciare da prima, da un Paese, il Niger, di cui non so praticamente nulla. Come pure nulla so di quelli che M. definisce, laconico, “problemi”. Problemi tali che lo hanno costretto a partire per non tornare mai più, lasciandosi alle spalle un pezzo di se stesso, la sua famiglia, di cui da allora (6 anni e mezzo) non ha più notizie. Ma si potrebbe anche partire da due giovani che fino a 15 mesi fa non avevano quasi nulla in comune. A. viene dalla Somalia, è spigliato e disinvolto, ha la mimica di un attore professionista e anche lui è fuggito senza guardarsi indietro. M. invece è composto, ha occhi profondi e pensosi, un atteggiamento riservato e un sorriso raro ma luminoso. Da 15 mesi il destino li ha uniti. “Noi due, una barca”.

Che domande stupide che facciamo noi, quando l’imbarazzo ci rende tecnici. “Quante persone viaggiavano in quel barcone?”. M. ci guarda con una certa incredulità. Non le ha contate, ci dice. Tante, troppe. Tutte pigiate sul fondo, senza poter respirare. C’erano degli uomini che battevano con dei bastoni chi cercava di salire a prendere aria. Il suo amico, partito con lui dal Niger, è morto così. Soffocato, accanto a lui. Poi qualcuno lo ha aiutato a tirarsi su e a respirare quell’ossigeno che fa la differenza tra la vita e la morte. M. a Lampedusa ci è arrivato. Su quella stessa barca viaggiava A., ma si incontreranno solo dopo, quando tutti i sopravvissuti a quella traversata saranno trasferiti, con una nave militare, da Lampedusa a un centro a Civitavecchia.

E qui inizia la parte della storia che mi fa davvero indignare. E’ sempre la stessa storia, che raccontavo qui e qui. Però applicata a M. e A. forse è di più immediata comprensione, nella sua crudezza. I due, prima da richiedenti asilo e poi da rifugiati, sono stati parcheggiati prima 3 mesi a Civitavecchia e poi, a seguire, in un analogo casermone alla periferia di Roma, dove potranno stare fino al prossimo marzo. Fortunati, direte voi. Almeno non sono finiti per strada. Non sono morti carbonizzati in un sottopassaggio, come è toccato a due rifugiati somali qualche giorno fa. Insomma, dico io. Perché si dà il caso che in tutti questi mesi (circa 15) i nostri amici non abbiamo potuto fare altro che mangiare, dormire e passare il tempo ammassati in una sala comune. Ma come?, abbiamo chiesto noi. E l’orientamento legale? Lo screening medico?Il supporto psicologico? E, più prosaicamente: i corsi di lingua? Le informazioni minime per orientarsi in un Paese in cui sono destinati a restare a tempo indeterminato?

A. mi guarda, sorride, poi prende un foglietto. Scrive un numero: 5 -5- 5. “Loro sono 3, ragazzi. Gentili, eh? Ma noi siamo 555. Che vuoi che facciano?”. M. e A. un corso di italiano, quello del Centro Astalli, se lo sono trovato da soli, alla fine dello scorso ottobre. Ne hanno sentito parlare da un ragazzo del Mali, a Stazione Termini. Arrivare è un viaggio (si parla di ore), loro non hanno neanche il biglietto dell’autobus. Ma da allora, dal lunedì al venerdì, tutti i giorni vengono a lezione per un’ora e mezza. Non mancano mai e i risultati, anche in così poco tempo (la scuola è stata anche chiusa per la vacanze di Natale) si vedono eccome.

Ma io sono sempre indignata. Perché? Intanto perché 555 moltiplicato per la diaria che viene corrisposta all’ente gestore del centro in questione è una bella cifra, che si suppone che sia stata spesa per mettere queste persone nella possibilità concreta di essere autonome sul territorio alla fine di marzo (è stata concessa un’ultima proroga rispetto alla scadenza del 31 dicembre perché fa freddo e allo stato attuale tutti i rifugiati sono destinati a finire sotto i ponti, letteralmente). La scuola che oggi frequentano è del Centro Astalli e non riceve alcun finanziamento: si basa sull’impegno dei volontari e sulle (relativamente poche) risorse che l’associazione investe per il tutor, l’affitto delle aule e la cancelleria. Pensate a che spreco di soldi: enti vengono lautamente pagati per offrire tutti i servizi necessari e si limitano a creare casermoni dormitorio, disattendendo a tutti i loro obblighi. Ma la cosa più grave, più ancora dell’uso dissennato di fondi pubblici in questo tempo di crisi, è il torto spaventoso fatto a M., a A. e a tutte le migliaia di persone come loro. Sono giovani, desiderosi di imparare, di lavorare, di impegnarsi. E fino a questo corso di italiano trovato per caso nessuno in Italia aveva dato loro mezza possibilità.

Anche così non basta, evidentemente. “Cosa farete quando dovrete lasciare il centro?”. M. e A. ci guardano per qualche istante in silenzio. E’ stato qui che il mio collega ha provato a domandare se tornare al Paese, o il Libia dove lavoravano, non sarebbe in qualche modo preferibile. M., con poche parole, spiega che l’alternativa non esiste. “Qui non ho paura”. In Libia aveva soldi, ma viveva nell’incubo quotidiano di essere imprigionato e rimandato in Niger, il che per lui equivale a una condanna a morte. M. ha ottenuto lo status di rifugiato dall’Italia perché ha bisogno di protezione. Indietro non si torna. E dunque? “Speriamo andrà bene. Inshallah. Io posso lavorare. Solo mi manca la lingua. Ma ora impariamo. Inshallah”. E ci sarebbe anche una gamba da curare, visto che qui nessuno ancora ha ancora risolto la cosa (non ho osato chiedere se ci è andato, da un medico). Ma per M. questi, rispetto alla possibilità di vivere, sono ancora dettagli. “Però…. la mia famiglia. Mi manca la mia famiglia.  Quando non ho niente da fare penso. Penso troppo”.

Di storie come questa, per lavoro, ne sento molte. Eppure ogni volta è diverso. Questa per me è più difficile da digerire. Specialmente perché sento i pochi che hanno responsabilità diretta di questi sperperi immorali insinuare anche che “certe popolazioni, si sa, non hanno voglia di integrarsi, non lavorano, sono tutti alcolizzati”. Immaginate vostro figlio, di 19 o 20 anni, in tutte le fasi della vicenda che vi ho descritto. E poi mangiatevi il fegato, come faccio io oggi.

Babele


“Qui non ho paura”. Tante volte mi capita di cercare di rispondere alla domanda: “Che vuol dire protezione internazionale?”. Eppure, a pensarci bene, è così semplice. Siamo seduti in una classe della scuola di italiano del Centro Astalli, dopo la fine delle lezioni. M. è un giovane uomo del Niger e ha accettato di rilasciare un’intervista sulla sua esperienza di “accoglienza” (le virgolette sono indispensabili) in Italia. Mi mancava, l’atmosfera della scuola. Mi mancava soprattutto quel clima di creatività linguistica che inizialmente ha sconcertato gli intervistatori ufficiali, due colleghi del JRS internazionale.

Avete presente quelle vecchie barzellette che iniziavano con “Ci sono un italiano, un francese…”? Beh, nel nostro caso eravamo un’italiana, un irlandese, una statunitense e un cittadino del Niger (come si dice?). Le informazioni in nostro possesso lo davano per – sia pur non perfettamente – francofono. Eravamo dunque pronti a sfoderare i nostri skills linguistici in tal senso (pochi, ma comunque esistenti). Ipotizzavamo una traduzione francese-inglese, con il supporto di un po’ di italiano-inglese alla bisogna. Però M., con il più largo dei suoi sorrisi, ci ha confessato che lui, il francese, lo sa più o meno come l’italiano che ha iniziato a studiare a novembre. Cioè, quasi per niente. La nostra efficiente pianificazione franava come un castello di carte. Ma niente paura, ci fa capire lui. Ho un amico che ci aiuta. Il mio amico A., che mi aspetta qui fuori. “Anche lui del Niger? E parla italiano?”, faccio io speranzosa. Viene fuori che l’amico è somalo e parla arabo.

Leggo del comprensibile sconcerto sulla faccia dei miei colleghi. E invece è vero, funziona. M. ha vissuto quattro anni in Libia, quindi parla arabo meglio di qualunque altra lingua veicolare. L’amico A. un po’ di inglese lo parla, lo mischia a tutto l’italiano che nel frattempo ha imparato e compensa le piccole lacune che restano con una mimica di tutto rispetto. Certo, è necessaria una piccola traduzione da inglese “vero” a inglese migrante. Ma a questa posso pensare io. L’amico A., alla prima domanda della collega americana, lo esplicita efficacemente: “You speak like British!”, protesta indignato. Come dire: così non vale! Ma ci arriviamo, ci arriviamo.

Ci arriviamo tanto che viene fuori una storia che ancora oggi, a due giorni abbondanti di distanza, non smette di risuonarmi in testa. Una storia tragica per molti versi, che racconta meglio di tante argomentazioni teoriche il disastro che è stato combinato dal nostro Paese nell’ultimo anno e mezzo rispetto alla cosiddetta emergenza Nord Africa. Ma anche una storia bellissima, di amicizia e di fiducia. La prossima volta dovrò proprio raccontarvela.

Liberiamo una ricetta: le ricette dei ritardatari


Questa giornata straordinaria continua. Chissà se un giorno riusciremo a raccontarvela in tutti i suoi risvolti…. Inizio con una piccola riparazione: siccome alcune ricette del post precedente forse non hanno avuto la visibilità che meritavano, approfitto di un’altra ricetta, appena arrivata da Deborah, per ricordare che qui trovate anche il pollo della domenica di Maria Teresa e i “poacia” (panini turchi) di Silvia.

Ma ora, un bel dessert rinfrescante! La cucina a Deborah.

Ciao ecco la mia ricetta, ormai diventata di uso comune nella mia cucina, anche se mutuata dalla mia raccolta di ricette prese qua e là:

GHIACCIOLI di frutta
ingredienti:
250 g di fragole o altra frutta
100 g zucchero a velo
1 uovo
300 gr di yogurt bianco
8-9 bicchierini da caffè di plastica
e altrettante palette di plastica da caffè

Frullare metà della frutta con metà dello zucchero a velo. A parte sbattere un uovo con il resto dello zucchero, unire lo yogurt e mescolare metà circa di questo composto con il frullato di fragole; l’altra metà invece unirla alle restanti fragole. Tagliuzzate in piccoli pezzi.
A questo punto avremo due composti: yogurt e frullato e yogurt con fragole a pezzi.
Prendere i bicchierini da caffè e riempirli per un terzo del composto rosso e mettere in freezer per farli solidificare un po’. Dopo mezz’ora riempirli con il restante composto e rimetterli in freezer fino a definitivo congelamento. Voila il gioco è fatto!
Buon appetito.

“Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web”.

Magari altri si uniranno nei prossimi giorni…. Intanto ci vorrà una vita a provarle tutte!