Liberiamo una ricetta: il menù delle sette delizie


Io oggi sono a cucinare in ufficio. Ma questo non mi impedisce di lasciare fiduciosa la mia cucina virtuale ai miei amici! Anzi, alle mie amiche.

Iniziamo con Alessandra. Segni particolari: archeologa, guida per grandi e bambini, amica storica. Benvenuta!

Ho imparato a cucinare da mia nonna, ‘Za Dea in collacciano, ovvero il dialetto che si parla nel suo paese natio, Colle San Magno in piena Ciociaria. Il nome molto poetico di mia nonna materna era in realtà Dorotea, dono di Dio, niente di meno!

E’ stato guardando Nonna Dea cucinare, lasciandosi avvolgere dai profumi della sua cucina (e anche di mia madre, naturalmente, ma i ricordi da bambina associano la cucina soprattutto alla nonna, va’ a capì) che mi è venuta voglia di provare, anzi di sperimentare, perché ricordo che le prime cose che tentavo di cucinare erano ricette che non avevo imparato da lei, che non facevano parte del repertorio casalingo. Ricordo torte fatte con le amichette del cuore dell’epoca, che nonna proprio non faceva! Lei faceva sempre e solo due o tre torte in momenti particolari dell’anno, per le feste. Ma in gioventù penso avesse sperimentato anche lei, soprattutto la cucina romanesca e dell’Italia centrale, con cui crebbe ben 9 figli.
La ricetta che libero è pertanto un tributo alle mie origini ciociare, al ricordo di una nonna casalinga forte e un po’ invadente, classe 1897. Con la quale nel bene e nel male ho condiviso la camera fino ai miei 16 o 17 anni.
Nonna cucinava tanto e molto bene. Ricordo che, proprio a Colle San Magno, mi preparò le sue ultime fettuccine con la pasta stesa col mattarello. Aveva probabilmente 90 anni. Ho sempre creduto che nonna Dea cucinasse per abitudine e che per lei sbrigare le faccende domestiche rientrasse nei doveri di una buona moglie e di un’amorevole madre. Non so se avesse mai avuto idea (o quanto l’avrebbe fatta sua) che una donna potesse realizzarsi anche senza figli, un marito e qualcuno da accudire.
Qualsiasi cosa abbia mai pensato quando si metteva ai fornelli ormai non mi importa più. So però le sue fettuccine a cosa mi faranno sempre pensare. A Tutto in un punto, un racconto delle Cosmicomiche di Calvino.
Qualora vogliate (ri)leggerlo, lo trovate qui.
Come la signora Ph(i)Nko oggi impasto il ganascione, più noto come canascione o canscion. Si tratta di una pizza ripiena tipica della Ciociaria e della Campania settentrionale, generalmente ripiena di salsiccia, formaggio e prosciutto, ma che io conosco soltanto in versione vegetale.
Il ganascione accompagna molti miei ricordi di infanzia. Anche se non so cosa significhi il nome del piatto (aspetto delucidazioni dalla pro loco collacciana), mi piace associare il suo nome all’idea di ridere di gusto, allo sganasciarsi dalle risate. Le risate che si formano attorno ad una tavola imbandita per gli altri, quelli che si amano e quelli che si accolgono. Come la signora Ph(i)Nko.
Si stava così bene tutti insieme, cosí bene, che qualcosa di straordinario doveva pur accadere. Bastò che a un certo momento lei dicesse: Ragazzi, avessi un po’ di spazio, come mi piacerebbe farvi le tagliatelle!

Pizza ripiena o Ganascione di Nonna Dea
Ingredienti, per 6-8 persone
(il numero di persone sazie varia in base alla fame, alla gola, all’intimità del convivio e alle diverse usanze culturali)
Per la pasta di pane: 1 kg di farina 00; 1 panetto di lievito di birra, che sono 25 gr circa, acqua tiepida 500 o 600 ml circa, sale q.b.
Per il ripieno: 1 kg di zucchine, un bel mazzo di scarola, olive nere tipo Gaeta, aglio, olio di oliva e peperoncino.

Mettere la farina a fontana, salare e inserire al centro l’acqua tiepida in cui si sarà fatto sciogliere il lievito di birra. Impastare fino a che non sarà liscio e morbido. Riporlo in un contenitore e farlo lievitare per almeno un paio di ore in luogo asciutto, il volume dell’impasto deve almeno raddoppiare.
Nel frattempo lavare e tagliare zucchine e scarola in piccoli pezzi. Salarli e lasciare che perdano acqua in uno scolapasta. Quando le verdure avranno perso acqua, strizzatele con le mani in modo da far scolare bene l’acqua e mescolatele alle olive, che avrete precedentemente denocciolato, e condite l’insieme con peperoncino, aglio sminuzzato e olio d’oliva.foto 1 Quando l’impasto sarà lievitato a sufficienza, dividetelo in due parti, prendetene una e stendetela fino a raggiungere uno spessore di circa 1,5cm con cui farete la base da disporre in una teglia precedentemente oliata. Io ho usato una teglia rotonda, la forma e lo spessore della pasta dipende dai vostri gusti. Nel frattempo accendete il forno e portatelo ad una temperatura di circa 250°.
A questo punto sarà necessario ricoprire la base della pizza con le verdure condite, messe a crudo.

Poi con il rimanente impasto si stenderà una sfoglia con cui coprire la pizza, facendo attenzione a chiudere bene i bordi. La superficie della pizza deve essere bucherellata con una forchetta e cosparsa di olio di oliva. Ora è pronta per essere infornata ad una temperatura di 230-250° per almeno 40 minuti, fino a che la superficie esterna non si sarà dorata. Si mangia fredda e il giorno dopo è ancora più buona.

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“Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web”.

Si continua sul tema torte rustiche con Caterina. Compagna di studi e di (s)venture accademiche, esperta di un sacco di cose astruse (più di me), corista di livello.

Empanada de bonito (focaccia di tonno)

Questa focaccia ripiena è una ricetta spagnola molto popolare. Senza di essa non c’è festa. Be’, neanche senza frittata di patate, olive, sangria, insalata russa, prosciutto e ovviamente stecchini! Ma non mi andava di mettere la ricetta degli stecchini, e quella del prosciutto non la conosco. L’unica variazione che mi permetto è l’uso della classica pasta per pizza (che si può anche comprare già fatta) al posto della 

pasta della ricetta originale, che si chiama oblea, o della più calorica pasta sfoglia. Ideale per portare un contributo a un convito ovvero, come si dice a Roma, per “bussare co’ li piedi”. Ha avuto l’onore di essere presente alla “gita social” promossa da Chiara Peri lo scorso settembre. [Vero, verissimo. Ancora ci lecchiamo i baffi. Nota dell’ospite].

Ingredienti

Per la pasta:
Farina 400 grammi
Acqua calda
Un cucchiaino scarso di sale
Lievito di birra 20 grammi (poco meno di un cubetto)

Per il ripieno:
Tonno sott’olio sgocciolato 200 grammi (due scatolette grandi)
Cipolla media o scalogno grande
Poco olio d’oliva
Passata o polpa di pomodoro 200 grammi
(facoltativo) Acciughe salate o sottolio

2012_02_12 Empanada casera 006Preparate una pasta piuttosto morbida con farina, acqua calda, sale e lievito di birra e mettetela a lievitare coperta in un luogo tiepido, lontano dalle correnti d’aria, per un paio d’ore. Se non avete tempo / voglia / lievito potete usare il lievito artificiale per pizza (una bustina). In questo caso abbiate l’accortezza di aggiungere uno o due cucchiai d’olio alla pasta, che riempirete subito col ripieno già preparato. Preparate il ripieno facendo appassire la cipolla tagliata sottile in un po’ d’olio. Aggiungete il pomodoro e poco sale, fate cuocere e addensare bene. Aggiungete il tonno sminuzzato a fine cottura. Aggiustate di sale oppure (se preferite, io preferisco) aggiungete due o tre alici sotto sale ben lavate e sminuzzate (se sono sott’olio non occorre lavarle). Sgonfiate la pasta lievitata e dividetela in due parti, di cui una leggermente più grande. Tirate sottile col mattarello la parte più grande per fare la base, che dovrà avere un’area piuttosto abbondante. Mettetela in una teglia unta d’olio. Spargete il ripieno lasciando un piccolo contorno libero. Tirate l’altra parte di pasta e coprite bene il ripieno, ripiegando i lembi della sfoglia sottostante e pigiando bene per richiuderli. Se si usa pasta lievitata col lievito di birra, far aspettare la creatura in luogo tiepido un’altra mezz’oretta. Altrimenti, infornare subito a forno caldo. Per un tocco ulteriore di raffinatezza e morbidezza, si può pennellare delicatamente la superficie con un tuorlo d’uovo. Si mangia tiepida o fredda, tagliata a quadretti, ma soprattutto si mangia tempestivamente prima che gli altri invitati la finiscano tutta. 

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

Dopo due torte rustiche, ci sta bene una bella vellutata di verdura. Ce la cucina Serena, mia compagna di classe delle medie, felicemente “riacchiappata” grazie ai social network, anche se oggi non vive più a Roma. Le passo i fornelli.

Zucca in crema
per 4 persone: 600 gr di zucca, 1 grossa patata farinosa, 1 piccolo cespo di radicchio, 50 gr di parmigiano grattugiato, 2 cucchiai di olio extra vergine, 1 noce di burro, 1 cipolla, noce moscata, dadini di pane tostato, prezzemolo, sale e pepe q.b.

Mondate la zucca e tagliatela a dadini. Sbucciate la patata e lavatela. Mondate anche il radicchio e tagliuzzatelo a striscioline sottili.
Scaldate l’olio in un tegame e fatevi appassire la cipolla tritata. Unite i dadini di zucca, salate e pepate, aggiungete la noce moscata e lasciate insaporire per 5-6 minuti. Bagnate con un litro abbondante di acqua, aggiungete la patata intera e lasciate cuocere per circa 30 minuti. Togliete la pentola dal fuoco e frullate con il minipimer fino ad ottenere una crema liscia, rimettete sul fuoco e, quando la crema alza il bollore, unite il radicchio e il burro e fate cuocere ancora 2-3 minuti. Spolverizzate con il prezzemolo tritato e servite con il formaggio grattugiato ed i dadini di pane tostato.

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E adesso arriva Marielou e si passa ai piatti forti! Marielou è olandese, sia pure in Italia da  alcuni decenni e la sua cucina tra noi amici è leggendaria, specialmente perché spazia dalle specialità thailandese e quelle somale, passando per tutta l’Europa.

Crêpes ripene
La ricetta è per 6 persone.
Fare delle crêpes con un impasto di 200 g. di farina, 2 uova , latte q.b. e un pizzico di sale. Usare una padellina anti aderente e coprirle con un coperchio per mantenerle morbide.

Ingredienti per il ripieno:
500 g di radicchio rosso ( anche quello tondo romano)
250 g di ricotta fresca
50 g di parmigiano
1 cipollina
noce moscata, sale e poco pepe

Lavare , tagliare e stufare il radicchio con una piccola cipollina sminuzzata. Dopo una ventina di minuti togliere il coperchio e far evaporare tutto il liquido. Far raffreddare un poco e mischiare con la ricotta, il parmigiano, poco sale e noce moscata.

Per la cottura:
150 g di gorgonzola piccante
200 ml di panna fresca liquida
parmigiano
20 g di noci spezzettate
qualche fiocco di burro 

Imburrare una larga teglia da forno. Distribuire un po’ di ripieno su ogni crêpe e piegarle in quattro. Metterle nella teglia sovrapponendole un po’.
Mischiare la panna con il gorgonzola e distribuire la salsa sopra e in mezzo alle crêpes. Spargere qua e là un po’ di noci spezzettate. Coprire il parmigiano e dei fiocchetti di burro.
Mettere la teglia nel forno a 180 gradi per 20 minuti. Quando assume un bel colore sopra toglierla dal forno. Se necessario, passare sotto il grill per 5 minuti.

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Per secondo vi proponiamo un classico. Lo ha cucinato Maria Teresa, la mamma della mia amica Bianca. Sì, perché il bello dei legami è che si estendono su e giù per le generazioni… A lei la scena!

Pollo della domenica
È una ricetta familiare, rapida da eseguire e gustosa che proviene come tante altre dall’Artusi che ai primi del 900 diventò il ricettario d’avanguardia nella cucina di mia nonna e della mia prozia, allora giovani spose.
Io l’ho un po’ modificata ma la sostanza è quella.

Ingredienti:

1 pollo non troppo grosso, se si è in tanti 2, oppure aggiungo dei fuselli che sono magri e piacciono molto ai bambini.

Olio, farina, vino bianco, limone, sale e pepe

Odori: salvia, cipolla prezzemolo

Spezzo il pollo in otto pezzi, eliminando il grasso visibile e anche qualche pezzo di pelle, lo lavo e lo asciugo con cura. Passo poi i pezzi nella farina e li scuoto bene, affinché siano coperti solo da un velo. Lo rosolo in un po’ d’olio in una padella dai bordi alti con qualche fogliolina di salvia. Appena dorato aggiungo un po’ di cipolla ben tritata ( poca, non più di un cucchiaio ) e rosolo ancora badando che la cipolla non bruci. Elimino un po’ di grasso se è eccessivo e sfumo con un bicchiere di vino bianco, aggiungo il sale e un po’ di pepe –se piace-. Abbasso il fuoco e copro. Porto a cottura aggiungendo, se serve, un po’ d’acqua calda o brodo vegetale. Quando il pollo è cotto, si trasferiscono i pezzi nel piatto di portata e nel sughetto rimasto nella padella aggiungo se serve, qualche cucchiaio d’acqua o brodo vegetale e spremo il sugo di mezzo limone, anche di uno intero, secondo i gusti e la quantità del pollo. Verso rapidamente il sughetto sul pollo e lo guarnisco con del prezzemolo tritato.
Si abbina bene con qualunque contorno e… buon appetito!

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E il pane? Non lo vogliamo, il pane? Per questo lasciamo i fornelli a Silvia, una cara amica incrociata a Roma anni fa e che oggi vive a Torino. Condivide con me un legame particolare con la Turchia…

“Poacia”
TOC TOC!
E’ permesso? Che bel blog, con questo bianco pulito… e con un bel simit di sottofondo! Che fame!
Sono venuta per offrirti una piccola ricetta. 
Non sarà una di quelle ricette che faranno sbalordire i commensali spingendoli a scriverla sul primo foglietto volante con la promessa che al più presto la rifaranno a casa, ma mi è capitato più volte di avere il grande piacere di vedere i miei bimbi addentarla con fame e soddisfazione. Sono dei panini turchi dal nome all’apparenza impronunciabile, poğaça… no, aspetta, si dice così: POACIA. Anche loro spesso partecipano alle grandi tavolate, confinati in un cestino e spesso ignorati nell’abbondanza globale; ma vicino a un tè (proprio quello del tuo blog!) o in un momento di corsa e di fame rivelano tutta la loro squisitezza, pur nella loro semplicità.

Sono così semplici che ti dico a memoria la mia ricetta (pronta a scrivere?):

Ingredienti:
mezzo chilo di farina
una bustina di lievito, meglio quello di birra secco (in bustina)
un bicchiere di acqua
un bicchiere di latte
mezzo bicchiere di olio, io preferisco quello di semi che è più leggero
sale a piacere
formaggio greco ovvero la feta (ma a Panorama si trova anche beyaz peynir, il formaggio bianco turco)
prezzemolo
un uovo

Mischiare farina, lievito, latte, olio e sale in quantità a piacere (un pizzico come mezzo cucchiaio, come si è abituati) nella modalità a piacere (tradizionale: la classica fontanella sulla spianatoia, la planetaria per la fortunata che ce l’ha o direttamente nella macchina del pane programma dough come la sottoscritta). Lasciare l’impasto a lievitare per un’ora (chi ha la macchina del pane deve aspettare semplicemente la fine del programma, eh eh eh).
Nel frattempo rompete in una ciotola il formaggio con la forchetta e aggiungete il prezzemolo tritato (che in anni di onorato servizio culinario avrete probabilmente già imparato a preparare).
Poi si prende l’impasto, che può avere le consistenze più diverse: l’importante è che sia lavorabile; se è troppo morbido e si appiccica alle dita non prendete l’occasione per giocarci ma ungetevi le mani d’olio e procedete. Formate delle palline di pasta della grandezza di un mandarancio (e anche se non sono uguali le une alle altre nessuno farà le dovute misurazioni); poi prendete la pallina, apritela a disco e mettetevi un cucchiaino circa di formaggio (per i golosi come me anche di più; ma ho considerato anche i moderati). Poi si richiude tutto dandogli di nuovo la forma a pallina e facendo attenzione a chiudere bene la pasta; le palline così confezionate troveranno posto sulla teglia e aspetteranno solamente più la doccia con l’uovo sbattuto che gli spennellerete sopra come tocco finale (per chi non ha il pennellino ricordo che anche per me è passato del tempo prima che lo comprassi appositamente; mi astengo però dal descrivere il procedimento che adottavo). Forno a 180 gradi (molte di voi non leggeranno coscientemente il numero e proprio per questo l’ho scritto) fino a che non diventano dorati.
Ora devo andare Chiara, devo tornare a lavorare! Grazie per la gentile ospitalità, ci vediamo un’altra volta! Ah com’era la tua ricetta….?!?

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Per il dessert, lasciano la cucina a un’altra Alessandra, grafica, mamma e ottima cantante.

Doktorns Persikopaj (Torta di pesche)

Questa ricetta risale a circa dieci anni fa quando il mio caro amico Alberto era fidanzato ad una dolce ragazza svedese, Cecilia! Se fosse in rete potrebbe riconoscerla!

8-10 pesche sciroppate (in genere ne uso 9!)
50 gr di zucchero
1 cucchiaino di cannella

Per l’impasto:
400 g di farina
50 g di zucchero
½ cucchiaino di lievito
½ cucchiaino di sale
100 g di burro

Infine:
2 dl di panna fresca
2 tuorli

Accendere il forno a 225°

doktornsIn un recipiente mischiare la farina con lo zucchero, il lievito e il sale, affettare il burro e sminuzzarlo con un coltello cercando di toccarlo poco con le mani, aggiungerlo alla farina e lavorarlo con la punta delle dita. Mettere questa “pasta” (risulta piuttosto sablé) nella teglia schiacciandola un po’ e cercando di formare i bordi, adagiarci sopra le pesche (in genere ne metto 9), spolverizzarle con lo zucchero mischiato alla cannella, infornare per 15’-20’. Nel frattempo montare un po’ (non molto) la panna con la frusta a mano ed aggiungerci i tuorli. Tirare fuori la torta dal forno ed aggiungere sopra questo liquido, infornare di nuovo a 180° per 25’-30’.

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

E tutte le altre? Facile, le trovate qui. A vostro rischio e pericolo, si intende. Sono tante, tantissime, appetitosissime…

Come siamo?


“Mamma, ma noi siamo vagabonde o pigrone?”. Me la merito tutta, questa domanda del lunedì mattina. Io e Meryem abbiamo passato un fine settimana piacevolissimo, saltellando in giro per una Roma strepitosamente luminosa. Abbiamo mangiato persiano, fatto un piccolo shopping da Eataly (provvedendo a rovesciare lei la panna del gelato e io il caffè), passeggiato a lungo per Testaccio, visitato il Quirinale, assistito a un concerto di musica klezmer… Di tutto, insomma, e pure in ottima compagnia.

In questi casi io sono felice. Sono proprio girovaga dentro. Meno sto a casa più sono contenta (anche se registro con soddisfazione la mia prima sbrinatura di congelatore, un’operazione a dir poco eroica). Giusto la settimana scorsa spiegavo a Meryem Born to run e il fatto che “vagabonde come noi sono nate per correre”. Mia figlia rilevava già allora una certa contraddizione tra la mia natura ideale, da me (e dal Boss) così efficacemente sintetizzata, e la mia innegabile passione per la pennichella sotto il piumone. Arrivato dunque il lunedì mattina, peraltro piovoso e uggioso come pochi, il contrasto si è riproposto più stridente che mai.

Come siamo noi, Meryem? O piuttosto, com’è questa tua mamma sgarrupata che fa del suo meglio per conciliare quello che è meglio per te e quello che è meglio per lei, confondendo non di rado i due piani?

Poche cose so dirti di certo, Guerrigliera. Mi piacciono, molto, i progetti nuovi, i viaggi, le gite, i programmi. Molto più di quanto abbia potuto costatare di persona tu in questi anni, anche a causa di alcune mie magari stupide autolimitazioni logistiche. Non riesco a far finta che una cosa mi diverta, se mi annoia mortalmente. Come sai, odio giocare a cassa. Adoro cantare con te, anche per strada (e se ci guardano, pazienza) e giocare a trovare le rime. Non sono brava a comandare, a nessun livello. Mi hai chiesto se mi diverto a sgridarti: ti ho risposto, senza esitazione, che no, quella è la parte peggiore. Mi hai chiesto anche se fare la mamma è faticoso. Ti confermo, come ti ho già detto, che all’inizio un po’ di fatica c’è, è innegabile. Ma sempre meno. E più cala la fatica più aumenta il divertimento.

Mi piace quando mi costringi a comporre in modo creativo la cena rimediaticcia che ti propino. Mi piace quando mi sbalordisci con le tue frasi poetiche (“Sai quanto ti voglio bene? 100 cavalli, 1000 foglie, 40 scarpe e tutto il mondo”). Tante cose mi piacciono e non mi piacciono. Ma io? Come sono?

Questo non posso dirlo io, piccola Guerrigliera. Ti posso assicurare però che cerco sempre di essere onesta con me stessa e con te. Un mio pregio, certamente, è che per quanto profondamente io mi possa scoraggiare, la mattina dopo solitamente sono pronta a ripartire. Ma né i miei pregi né i miei molti difetti, che tu non manchi mai di rilevare (pigrona, pasticciona, distratta…) bastano a dire come sono e tanto meno come siamo, noi. Hai fatto ancora una volta una domanda difficile. Come siamo noi? Spero che siamo felici insieme, il più a lungo possibile. Siamo soprattutto io e te, alle prese  – come tutti – con una vita che non è mai come ce la aspettiamo. E per ora, mi azzarderei a dire, non ce la caviamo male. Sei d’accordo?

Salotto al capolinea


Cinque e mezza. Mi trovo fuori dai soliti tragitti, ma sempre diretta verso casa. Una visita mi ha un po’ intristito. Cammino con gli occhi bassi verso il capolinea del 75 di via XX settembre. Forse è la prima volta, tra l’altro, che lo cerco nel posto giusto, questo capolinea. Il 75 era l’autobus dell’università. Lo prendevo per tutto il suo tragitto, appunto da un capolinea all’altro. Ho faticato non poco a realizzare che entrambi i capolinea non sono più dove erano allora. I piedi vanno automaticamente verso quelli vecchi. Ieri però, come dicevo, in un empito di consapevolezza rispetto alla definitiva passatezza del mio passato, ero andata nel posto giusto.

Due autobus fermi, entrambi aperti. “Quale parte?”. Fin qui siamo nella pura routine. Quel che da subito è apparso meno ordinario era l’autista che passeggiava nervosamente su e giù per il marciapiede, parlando all’auricolare. “Eh, magari lo sapessi”, sospira. In sintesi: lui era arrivato con una vettura, doveva partire con quella già presente al capolinea (lasciata lì dall’autista che aveva staccato prima di lui), ma per un incomprensibile buco del sistema, nessun autista era previsto per prendere in consegna l’autobus con cui lui era arrivato. E dunque? Niente. Si attendevano istruzioni.

Si crea un capannello variegato. E succede una cosa curiosa. Sarà forse stata la palese buona fede dell’autista e la sua visibile frustrazione. Sarà stato il fatto che anche il collega che aveva staccato non poteva essere indicato come responsabile del corto circuito. Sarà forse stata la piacevolezza del tardo pomeriggio romano e uno sprazzo di ragionevole rassegnazione davanti a  qualcosa che nessuno dei presenti poteva seriamente modificare. Fatto sta che ci siamo messi a fare salotto lì, sul marciapiede. Autista e aspiranti passeggeri. Certo, si è cominciato con qualche salace critica sui dirigenti neoassunti dell’ATAC, che pare non brillino né per qualifiche né per solerzia. Si è proseguito sul mancato rinnovo dei contratti degli autisti, che sono ancora quelli del 2006 (“ma dia retta a me, visto come hanno rinnovato quello del commercio si tenga stretto il suo!”). Si sono sfiorati altri noti temi di indignazione popolare, dai dipendenti statali che ci marciano fino alle raccomandazioni del politico di turno rispetto alle assunzioni.

Ma c’è subito stato spazio anche per le proposte creative per la riorganizzazione del servizio (“Ma voi autisti i numeri di telefono non ve li scambiate?” “Signò, siamo varie migliaia… e poi non è che mo’ chiamo l’amico mio che se lo porta a casa ‘sto autobus!”), alle manifestazioni di partecipazione (“Se vuole fino a Termini glielo guido io. Ce l’ho la patente, sa”), ai desideri estemporanei (“Ma lei che dice, a Monteverde una navetta non si potrebbe rimettere? Si ricorda, quando c’era il filobus? Era tanto più comodo… Ennò, non se lo può ricordare, lei è ggiovane… sigh…”).

Dopo quasi venti minuti eravamo una piccola comunità. “Ma che buon profumo che ha, signora! Cos’è?” “E’ ambra! Sa, dicono che fa anche bene alla salute…” “Proprio gradevole, complimenti”. Abbiamo preso infine posto su uno dei due autobus fermi e mancavano davvero solo il tè e i pasticcini. Quando l’autista è venuto a chiamarci per segnalarci che era arrivato un terzo 75 pronto a ripartire, quasi ci è dispiaciuto. “E lei?” “Io aspetto il collega che si prenda l’altro autobus”. “Ah, vabbè. Allora in bocca al lupo…”. E la vita è ricominciata a velocità normale. Mi è venuto in mente il racconto Filobus 75 di Rodari. Solo a Roma poteva essere ambientata una storia così. Ieri non era primavera, ma chissà. Magari un pizzico di libeccio è bastato per far scattare la magia.

Non capisco


Quarantotto eravamo, e sono uscita viva soltanto io. Molte di loro le ho viste morire, di altre so che fine hanno fatto. Come raccontare a una madre, a un padre, che la loro figlia di vent’anni è morta di cancrena per le botte ricevute da una Kapò? Come descrivere la pazzia di alcune di quelle ragazze a coloro che le amavano? Adesso molti dei genitori, dei fratelli, dei mariti, non ci sono più; le ferite non sono più così fresche. A quelli che restano spero di non fare troppo male. Ma adesso devo mantenere la promessa che ho fatto a quarantasette ragazze che sono morte ad Auschwitz, le mie compagne di lavoro. E a tutti gli altri milioni di morti dei Lager nazisti.

(Settimia Spizzichino, Gli anni rubati)

Ieri sono andata al Teatro Palladium, per uno spettacolo in occasione della Giornata della Memoria. Era dedicato al ricordo di Shlomo Venezia, scomparso pochi mesi fa. Sono stati letti alcuni brani tratti da questo libro, che penso che mi procurerò. Per i primi venti minuti, corrispondenti più o meno all’introduzione degli organizzatori o poco più, mi sono trovata a fare i conti con un pensiero che non mi è del tutto nuovo. Aveva a che fare con la testimonianza, e specificamente con la testimonianza dell'”indicibile”. Non posso fare a meno di pensare alle persone che arrivano, oggi, ora, in questo momento nella mia città e sono sopravvissuti alla tortura. Non a traumi, a violenze, a difficoltà, a violazioni dei diritti umani. Proprio alla tortura strutturata, organizzata, quella che fa riferimento a metodi specifici in tutto il mondo. Non posso fare a meno di pensare che ci sia un nesso tra queste testimonianze: quelle, ormai poche, della Shoah e quelle, per lo più non raccolte né ascoltate, di un numero piccolo ma non insignificante di uomini e donne delle più varie origini.

Un nesso ovviamente non vuol dire precisa corrispondenza o equivalenza. Già mi sento risuonare in mente le proteste, non necessarie, sull’unicità della Shoah e sulla sua irriducibilità a qualunque altra esperienza, sia essa personale o storica. E tuttavia mi colpiscono le parole della moglie di Shlomo Venezia, Marika, riguardo allo straordinario e devastante dolore che a suo marito dava quella testimonianza, necessaria. Il senso di colpa del sopravvissuto. L’immagine del campo che non ti lascia mai, in ogni istante della vita successiva. E visualizzo altri volti, molto diversi tra loro e da quello di Shlomo Venezia.

Credo che il lavoro sulla memoria della Shoah fatto in molte scuole italiane sia eccellente. Mi colpisce la volontà sincera di “passare il testimone” alle generazioni future, perché ciò che è accaduto non diventi mai un fatto storico qualunque, remoto, risolto, come le guerre puniche. Tuttavia credo anche che sarebbe importante riflettere su cosa rende profondamente urgente e importante fare questo. Non  solo l’esigenza di contrastare e arginare chi nega che ciò sia stato. Soprattutto, io credo, si tratta di spiegare a chi non l’ha vissuto che quello che è successo ha una valenza universale. Che riguarda ciascun uomo, in ogni periodo storico e in ogni luogo. E forse il modo più efficace per farlo sarebbe allungare lo sguardo anche alle vittime di oggi. Ai genocidi che non hanno una cultura millenaria capace di tradurne l’assurdo in parole, poesia, musica, danza. Ai familiari che non sono confortati da nessuno nel loro sostegno improbo a chi non è in grado di raccontare cosa gli è stato fatto da altri esseri umani. Intenzionalmente. Scientificamente.

Ma cos’è che non capisci, mi direte a questo punto voi? Non capisco come Evelina Meghnagi e l’Ashira Ensemble non siano in cima alle classifiche musicali di tutti i Paesi del mondo. Non capisco e non mi capacito del fatto che mi sia ancora possibile assistere ai loro spettacoli facilmente, a due passi da casa e spesso pure gratis, quando sarei disposta a comprare il biglietto su internet sei mesi prima. Non capisco perché chi mi sente nominarli pensa che sia la solita roba da nicchiona, non fruibile per i più.

Dicevo che gli aggrovigliati pensieri di questo post li ho fatti nei primi venti minuti. Per tutto il resto del tempo la musica mi ha portato via, fuori dalla sfera delle parole. Sentitela, la voce di Evelina. Sentite la luce che sprigiona, fatevi portare attraverso la pienezza e la complessità della vita nelle sue minime sfumature. Ma non cliccate su un video qualunque. Andateci, di persona. E poi ne riparliamo.

Non proprio una recensione


Scrivere questo post mi è costato molto più fatica di quanto avessi in un primo momento immaginato. Di recensioni, per lavoro o per diletto, ne scrivo un certo numero. Per cui, un po’ ingenuamente, mi ero ripromessa di scrivervi cosa penso del libro L’industria della carità, di Valentina Furlanetto (Chiarelettere). L’input mi era arrivato da un articolo di Vladimiro Polchi, che a mio avviso è uno del pochi giornalisti che si occupa di immigrazione in modo sensato. Mi aveva anche incuriosito (e un po’ indispettito) la reazione di indignazione, a volte preventiva, che leggevo nei siti di comunicazione sociale, Vita in primis. Ed ecco quindi che, zelante, mi sono comprata l’e-book a prezzo pieno, anticipando persino di qualche giorno l’uscita in libreria.

E a quel punto, dopo aver letto, ho constatato che purtroppo sul libro in sé non avrei nulla da aggiungere rispetto agli articoli che avevo letto. A essere gentili e signorili, possiamo definire il volume un’occasione persa. O ancora, con un altro eufemismo, un lavoro scientificamente inconsistente. Insomma, mi è cascata la mascella. E, badate bene, non lo dico mica perché sul no profit, terzo settore e volontariato non ci sarebbe niente da dire. Ci sarebbe un sacco da dire e pregustavo proprio che si cominciasse a dire. Ma certo non così. Mettendo tutto insieme: ong internazionali, piccole onlus locali, Nazioni Unite, cooperazione statale, ambientalismo, adozioni a distanza. Come se tutto fosse la stessa cosa. L’unico filo conduttore pare, a quanto sembra, la tesi dell’autrice: la scarsa trasparenza, se non proprio la corruzione e il nepotismo, di tutte queste diversissime cose. Io a quel punto ci avrei messo anche l’Università, il mio condominio, i partiti politici e il canile municipale.

Badate bene, non è che io mi risenta per la denuncia degli scandali che ci sono e magari abbondano pure (anche se sempre numericamente insignificanti rispetto all’universo esaminato). Ma più interessante mi parrebbe un ragionamento serio sulle motivazioni di certe pecche e sulla valutazione nel merito delle stesse (specialmente se alcune, a guardar bene, non sono neanche tali, mentre altre, potenzialmente assai più problematiche, sono ignorate). La parte di mia competenza di questo volume è assai più piccola di quanto immaginassi. Ma, soprattutto, non c’è un vero ragionamento a cui agganciarmi e contribuire. Mi limito a fare qualche rilievo.

L’unico criterio consigliato dall’autrice per verificare la trasparenza di un’organizzazione è farsi mostrare i bilanci. Io non sono tanto d’accordo. E’ una buona prassi che i bilanci siano pubblici e di fatto spesso, in qualche forma lo sono (oltre a dover essere costantemente prodotti ai finanziatori). Ma perché ogni singolo privato li possa decifrare, essi dovrebbero essere redatti secondo voci chiare, univoche, ben leggibili e uguali per tutti. Peccato che un bilancio di una agenzia delle nazioni unite, quello di una bottega equa e solidale, quello di una cooperativa sociale, quello di un’associazione di volontariato nazionale e quello di un ente pubblico non siano di solito fatti allo stesso modo. Quindi non basta metterli on line e bon. Io, leggendo le argomentazioni dell’autrice sui dati economici in suo possesso, mi sono più volta chiesto se e in quali casi la voce “Progetti” (che lei considera virtuosa, a differenza delle vituperate spese per “tenere in piedi l’organizzazione”) comprenda le spese del personale per i progetti stessi. Immagino che in qualche caso le comprenda e in altri no (o le comprenda parzialmente). Basterebbe questo per invalidare, di fatto, il paragone. “Progetti” non equivale mica a “soldi messi in mano direttamente al beneficiario”. Che poi la cooperazione (o la fornitura di servizi sociali) non vuol dire mica distribuire monetine su larga scala (sebbene la parola “carità” richiami molto questo aspetto), facendoci più o meno la cresta. Sperabilmente, dall’Ottocento a oggi, molte realtà sono un briciolo più evolute di così (anche se in alcune delle trasparentissime Charities USA qui e là questa impostazione di fondo riemerge sempre più spesso: raccogliamo le vostre monetine e le distribuiamo in modo efficiente). A mio avviso una ONG dovrebbe anche lavorare attivamente per eliminare le cause del bisogno su cui opera, attraverso advocacy, policy, lavoro culturale, comunicazione, ricerca (a seconda del campo di intervento). Non serve buon cuore, eroismo, protagonismo. Serve testa, competenza, visione di insieme.

La questione delle emergenze, e della loro eventuale “convenienza”, è importantissima. Ma anche qui ben altra profondità ci vorrebbe. Intanto mi sarei aspettata un bel capitolo sui meccanismi generali di funzionamento dei finanziamenti europei, nazionali e internazionali. Forse un po’ noioso per il lettore, ma non sarebbe fuori luogo almeno dire che una organizzazione che vuole fare interventi di ampio respiro nella maggior parte dei casi deve avere capacità di anticipare in buona parte le spese. Questo in certi casi spiega la pratica di “accumulare” risorse per uno o due anni successivi, nelle forme che sono consentite a ciascuna realtà. Chiedetelo a tutte le piccole ONG “morte di crediti”: ve lo confermeranno.

Interessante anche il fatto del carattere temporaneo degli interventi: se un’emergenza è tale deve iniziare e finire. Sante parole. Peccato che a volte neanche le emergenze vere finiscono (perché chi dovrebbe attivare le risorse ordinarie non lo fa, in genere). Figuriamoci quelle presunte. Resta il fatto che se teorizzassimo (nel migliore dei mondi possibili) che le ONG dovrebbero limitarsi a interventi circoscritti a integrazione di quando dovrebbero fare, che so, gli Stati, poi sarebbe un po’ contraddittorio accusarle di “precarizzare” il personale. Il personale in quel caso dovrebbe lavorare solo per la durata del singolo progetto, poi stop (altrimenti mi fa ad aumentare il budget spero per “mantenere l’organizzazione” e mi fa fare brutta figura….). Come esempio di progetto definito e presto chiudibile magari non avrei scelto l’esempio “istituire un campo profughi” (che non è che una volta istituito uno lo lascia lì e se ne torna a casa), ma questi sono dettagli, se vogliamo, espositivi.

Non mi dilungo oltre. Avrei voluto leggere del processo di “progettizzazione” degli interventi sociali; dei farraginosi meccanismi di gestione dei fondi europei, che rendono di fatto impossibile utilizzarli per le attività a cui sono destinati; delle tante, profonde contraddizioni, in cui questo ormai strutturale “terzo settore” si dibatte in Italia. Non è in questo libro che io possa trovare spunti di rilievo. Purtroppo non mi è stato molto d’aiuto neppure per le mie ricorrenti e tormentate riflessioni sul fundraising e sulla comunicazione. Nel migliore dei casi le spese di comunicazione sono etichettate come inutili e moralmente discutibili, quando non ridotte alla mera marchetta della star bisognosa di pubblicità. Mi preme, nel mio piccolo, precisare che: a) l’adozione di Madonna in Malawi non è proprio un caso tipico di testimonial famoso e mi pare compaia un po’ impropriamente in questo contesto; b) ho avuto il piacere di incontrare molti “famosi” che si mettono davvero al servizio di cause importanti, anche e soprattutto gratis. Ma comunque non era di questo che mi sarebbe interessato parlare.

Conclusione? La raccomandazione di non fare donazione in contanti (specialmente a loschi figuri che vi attaccano bottone per strada o vi vengono a suonare a casa) non posso che condividerla, ma non serviva evidentemente un'”inchiesta” come questa per farvela. Forse chiuderò questo post deluso e deludente con la saggia frase di Stefano Zamagni: “Non dico che tutti siano costretti a conoscere il mondo del non profit, per carità, ma sarebbe bene che almeno chi si mette a scrivere un libro su questo mondo un po’ di cultura sul tema ce l’abbia”.

Lezioni di educazione civica (e genitorialità): il tassista trasteverino


Stasera, verso le sette, uscivo da un prestigioso liceo privato del Centro Storico di Roma in preda a impulsi assassini. Avevo appena partecipato a un incontro per studenti e genitori in cui uno dei tre relatori previsti aveva sproloquiato per tre quarti del tempo, tramortendo il pubblico con lunghi pipponi autoreferenziali in linguaggio inutilmente tecnico. Delizie del sociale. Ma la c’è la Provvidenza!, come scrisse qualcuno.

Mi infilo in un taxi, grugnendo l’indirizzo di destinazione e afferro il Galaxy, ben decisa a NON fare conversazione. Povera ingenua. Ero incappata nel prototipo del maestro di affabulazione: il tassista trasteverino doc. Detto fatto, ancor prima di uscire dalla ZTL, ero calata in uno scambio di straordinario interesse, che cerco qui come posso di riportarvi.

Lo spunto decisivo è stata una Nissan Navara ferma al semaforo davanti a noi. “Ma questi nun ce l’hanno una moje che dice: ‘Se te compri ‘sta macchina così brutta te lascio oggi stesso?”. Ho dovuto convenire, sebbene non mi intenda molto di macchine, che il modello in questione, specialmente se visto da dietro, è di una bruttezza impressionante. Avuto l’attacco, viriamo sul classico: metereologia e dintorni. Impossibile non arrivare alla prevista neve a Roma. E qui cominciano le sorprese. “No, nun nevica. Me l’avrebbe detto la mia regazzina bielorussa. No, nun pensi male, eh?”. Mi spiega che lui e sua moglie, due volte l’anno (per le vacanze estive e a dicembre) ospitano da anni due ragazzine bielorusse, che sentono regolarmente su skype. Mi spiega che la più piccola (“che fa gli anni oggi, 13, appena arrivo a casa la chiamo”) l’anno scorso lo aveva avvertito in anteprima della nevicata avvalendosi delle straordinarie previsioni del tempo bielorusse. Poi, a nevicata avvenuta, si sbellicava dalle risa all’idea che a Roma con la neve i taxi non funzionassero. “Me sfotteva pure, capito? Ma io le ho detto che qui è Roma, mica er Paese suo dove, per inciso, solo la neve c’hanno. E la vodka. Glielo dico sempre: ma che te piace tanto della Bielorussia? La neve, che a primavera se scioje pure?”.

Prosegue dicendomi che entrambe le ragazzine sono molto sveglie e istruite. “Lì fino a 16 anni nun ce stanno santi. A scuola ce devi d’annà. Puntano tutto su quello. Alla prima vacanza chiamano subito i genitori. Sì, è vero, anche qui è obbligatorio. Ma a chi è che gliene frega qualcosa? Chi controlla? Lì è proprio una cosa seria”. Mi spiega che il governo è molto attento e appena i genitori danno segno di non prendersi cura a sufficienza dei figli, con relativa facilità questi ultimi vengono affidati ad altre famiglie che offrono maggiori garanzie. Le famiglie ospitanti ricevono un sussidio statale. La “sua” bielorussa più piccola ha infatti in casa una “sorellina” ospite, una sua coetanea con il padre in carcere e la madre dedita all’alcool.

Per provarmi la sagacia della piccola bielorussia, ci lanciamo in un aneddoto gustosissimo. Il nostro tassista per l’estate, quando vengono le ragazze, è solito prendere in affitto una casetta al mare, sul litorale laziale. Un giorno ritrova nel taxi un cellulare. Lo porta a casa un po’ perplesso, sperando che squilli. Ma non accade. Dopo poco la giovane bielorussa, allora undicenne, fa notare al nostro tassista che la custodia del cellulare ha una tasca nascosta, contenente una carta di credito americana e il bigliettino di un hotel di Roma. Detto fatto chiamano l’hotel, rintracciano il proprietario e riportano il tutto dopo poche ore dallo smarrimento. “Che poi io mi dico: quando doveva essere imbambolato ‘sto trentenne americano, che il giorno prima de parti’ per una crociera si perde la carta di credito? Ar collo, te la devi legà, gli ho detto io quando l’ho visto”.

Ma il bello doveva ancora venire. “Me ne stavo in spiaggia, la mattina dopo, e mia figlia mi chiama: ‘Corri, corri, c’è un funzionario dell’ambasciata americana al telefono’. Oddio, e mo’ che ho fatto? me so’ detto io”. In realtà nulla: il nostro tassista, piuttosto perplesso, riceve una marea di ringraziamenti e complimenti. “Ora, a parte il fatto che io che ce dovevo fa’ con una carta e un telefono che probabilmente erano già stati bloccati dal proprietario? Chiunque avrebbe fatto lo stesso, no? Ma quello che proprio non arrivavo a capi’ era: ma come mi hanno trovato?”. Presto detto. L’americano tonto non aveva chiesto il suo nome, ma si ricordavano che il taxi era una Golf, nuovo modello. Prima di sapere che lui avrebbe spontaneamente riportato il tutto in hotel, aveva chiamato la sua ambasciata e riferito l’unico particolare che sapeva. L’ambasciata aveva chiamato la sede centrale della Volkswagen Italia e si era fatta indicare i 6/7 taxi romani che corrispondevano a delle Golf nuovo modello. “Fatto sta che poi mi hanno chiamato pure quelli della Volkswagen, sempre rallegrandosi per il bel gesto. E io ho ringraziato pur’io ma li ho pregati che me facessero la gentilezza di nun chiamamme più, che magari me riusciva de famme un bagno a mare”. Ora, io non so se la vicenda sia vera o verosimile, ma vi posso assicurare che il talento narrativo giustificava comunque il racconto.

Virando nuovamente sui genitori, in Bielorussia e qui, il tassista osserva che anche in Italia un po’ di controllo in più mica guasterebbe. “Io rispetto tutti, sa, tutte le opinioni. Con il lavoro che faccio, poi. Sapesse quante ne vedo. Ma una cosa non mi va giù: quando raccatto i quattordicenni a notte fonda all’uscita del Piper. A 14 anni, già con i soldi per il taxi in mano. Quanto possono essere maturi, a quell’età? Li mandi in posti così con le tasche piene? Non so, magari so’ antiquato io. E invece ci sono artri che nun li lascerebbero mai, ‘sti fiji. Mia cognata, ad esempio. Si portava sempre in chiesa ‘sto regazzino di 5 anni. Ma che peccati vuoi che abbia fatto, a cinque anni? Ma fallo annà a gioca’ a pallone, no? Ma c’è una giustizia. Cosa ha ottenuto? Un tonto. Solo così può fini’ per i genitori che stanno troppo addosso a ‘sti bambini: o crescono tonti, o arriva il giorno che te menano. Io mi ricordo che portavo mio figlio a Villa Pamphili e, siccome che ero appassionato di fotografia, facevo i filmini. Con il sonoro. Ce le ho registrate quelle madri che dicono ai figli: “Non ti sporcare! Non sudare!”. A Villa Pamphili? E che ce li porti affà? Un giorno, ancora me lo ricordo, c’era un gruppo di ‘sti ragazzini, tutti con le tute nuove di zecca, immacolate. ‘Possiamo giocare anche noi?’, me fanno. ‘Eccerto che potete!’. Era piovuto da poco, il prato era tutto una pozza di fango. So’ tornati dalle madri che sembravano i carbonari der Sulcis. Avrei pagato pe’ vedè le loro facce!”.

E qui purtroppo siamo arrivati a destinazione. Chissà quante altre perle di saggezza avrei potuto condividere, altrimenti. Ve lo già detto che amo questa città? Amo la luce, i cieli, gli scorci, i panorami. Più di tutto amo il fatto che non sia tanto raro imbattersi in persone così.

Lettere da Gerusalemme 1 – Un quadro di insieme


Rimandando a altro momento un post serio su un libro di cui nel mio ambiente si inizia a discutere abbastanza, inizio il promesso special vintage da Gerusalemme con una lettera, datata 20.8.1995, che più di altre si presta a dare un quadro di insieme della condizione della sottoscritta, all’epoca borsista squattrinata della Hebrew University. La lettera è indirizzata a mia sorella Marina ed era evidentemente destinata, fin dalla scrittura, a una lettura collettiva. Mi accorgo solo ora, a posteriori, che è stata scritta il giorno immediatamente precedente all’attentato. Forse per questo, di tutte le lettere, è la più scanzonata.

Disclaimer: La lettura, pur non riservata a un pubblico strettamente femminile, presenta alcuni passaggi potenzialmente imbarazzanti che, per ragioni narrative, non possono essere espunti. Me ne scuso con i miei lettori maschi.

Caro Cucciolo (e cari tutti gli altri!),

ti scrivo dal dormitorio di Givat Ram, ribattezzato dagli americani Givat-Nam (per ovvia assonanza con Vietnam) a causa della piacevolezza dell’ambiente e dell’abbondanza di confort che lo contraddistinguono. Immagino che sia studiato per liberarci dai nostri turpi pregiudizi occidentali, quali ad esempio che sia necessario lavarsi la mattina (l’acqua manca sistematicamente) o addirittura tenere un tavolo più pulito di un pavimento (un numero indefinibile di gatti randagi usa indistintamente l’uno e l’altro per ogni sorta di attività). Nelle stanze la temperatura raggiunge facilmente i 40°, fuori cala rapidamente già nel pomeriggio e sugli autobus arriva intorno allo 0 a causa di una meravigliosa aria condizionata a cui gli israeliani non rinuncerebbero per nulla al mondo.

Sono arrivata alla conclusione, da vari indizi, che gli israeliani sono un popolo che assomma in sé tutte le nevrosi americane (è impossibile trovare del latte che abbia più del 1,5% di grassi e molto difficile trovare uno yogurt che salga sopra lo 0%) e tutte le inefficienze tipicamente mediterranee. Il risultato è che si corre freneticamente qua e là per le più svariate ragioni per ottenere, quasi sempre, nessun risultato. Ci hanno fatto memorizzare il nostro indirizzo fin dal primo giorno che siamo qui, dicendoci che era importante – anzi, VITALE – che le nostre famiglie sapessero subito dove scriverci e poi nessuno fino ad oggi è stato in grado di dirci DOVE arriva la posta (un telegramma spedito mercoledì mattina alla mia compagna di camera è stato misteriosamente trovato oggi, domenica, sotto la porta della nostra camera).

Cerchiamo comunque di sopravvivere. Da questa mattina sono felicemente proprietaria di un bancomat della Bank Discount di Gerusalemme (il nome è tutto un programma) e mi sento di toccare il cielo con un dito (se non è troppo blasfemo, qui non si sa mai). Ho preso parte ad alcune escursioni di un vantaggiosissimo package deal, per cui mi hanno scucito ben 260 dollaroni. Consistono in una specie di trekking (mai estenuante, finora) con l’unica differenza che il gruppo è aperto e chiuso da sorridenti ragazzoni armati di mitra (una semplice misura precauzionale, dicono). Del resto capita spesso di trovarsi sull’autobus un pistolone puntato sulla schiena perché un soldato viene spinto contro di te da una curva: è tutta una questione di nervi saldi e loro evidentemente li hanno, visto che giocherellano continuamente con i grilletti.

A parte questo, la gita lunga che ho fatto questo weekend è stata molto carina, pur con qualche pecca dal punto di vista culturale. Il titolo della gita era: “On the tracks of Nabateans” e l’unica volta che i poveri nabatei sono stati nominati è stata nella frase che riporto testualmente: “Questa cisterna è stata scavata da un popolo chiamato nabatei, ma il nome non importa, è un po’ difficile da ricordare”. Probabilmente i giovani americani pensano che sia il nome di un kibbuz. L’unico a gemere con me è stato un tedesco molto tedesco di nome Peter Stein che con la sua sistematicissima guida tedesca (un mattone di centinaia di pagine) stava controllando dettagliatamente tutti gli importantissimi siti archeologici accanto ai quali siamo passati prima di fermarci alla casa in mezzo al deserto dove Ben Gurion ha passato gli ultimi anni della sua vita.

Comunque abbiamo fatto una bella scarpinata nel deserto, in un parco naturale pieno di stambecchi (che non vivono solo sulle montagne innevate, come credevo io, ma stanno benissimo in mezzo al Negev), di falchi egiziani (enormi e bellissimi, con grandi ali bianche e nere) e pernici (e, di notte, pare che ci siano un sacco di volpi, leopardi e vipere cornute! Grazie a Dio solo di notte…). Abbiamo passato la notte in una specie di tenda beduina vicino Masada (l’unico sito archeologico che ci è stato concesso, in quanto grondante di ideologia giudaica e di eroismo nazionalista) e il giorno dopo – shabbat – erano previste tranquille attività ricreative in un posto chiamato Mizpe Ramon, per non turbare con viaggi il dovuto riposo del sabato.

Dopo aver assistito alle funzioni serali (gli unici tre infiltrati eravamo io, un’altra italiana – avventista – e il tedesco, luterano), abbiamo dormito il sonno del giusto e a me, durante la notte, sono giustamente venute le mestruazioni con qualche giorno di anticipo. Per il giorno seguente il programma prevedeva: piscina “OR” mountain bike nel deserto “OR” un misterioso “repelling to the crater”. Scartate le prime due opzioni con decisione, ho ripiegato sulla terza, pensando che si trattasse di una passeggiata (assumendo “repelling” come sinonimo di “hiking” per innocua variatio stilistica). Indipendentemente da me, anche il tedesco ha fatto lo stesso ragionamento e ci siamo trovati nello stesso gruppo.

Abbiamo a quel punto scoperto due cose: a) Le tre opzioni non erano alternative, ma successive. L’unica scelta era l’ordine in cui fare le cose; b) “repelling”, come forse tu con il tuo Proficiency saprai, consiste in questo:

20130117_203356cioè camminare all’indietro con i piedi aderenti alla roccia e il corpo più o meno proteso nel vuoto. Ebbene, ho fatto anche questo, oscillando a mo’ di pendolo un po’ a destra e un po’ a sinistra e con tremendi saltoni qua e là, ma arrivando felicemente in fondo alla scarpata di questa specie di canyon.

Quello che ho trovato atroce è stata la mountain bike nel deserto. Io non sono una gran ciclista e non so bene come abbia fatto a reggere un’ora, catapultandomi scoordinatamente su e giù dalla bici, prendendo TUTTI i sassi (dal brecciolino allo sperone roccioso) e ansimando come una vaporiera a ogni pendenza. Mi hanno dovuto aspettare una mezzoretta, ma ce l’ho fatta anch’io. Non so se riesci a immaginare come mi sia ridotta, anche in considerazione del mio stato e non so nemmeno se sia possibile prodursi lividi in alcune particolari parti del corpo, ma ancora oggi – a più di 24 ore di distanza – cammino a gambe larghe. Ho boicottato però almeno la piscina e sono andata a vedermi panorami in vari punti strategici (uno spettacolo effettivamente notevole).

Gerusalemme vecchia è pure molto bella, anche se il fatto che il sabato non ci siano autobus taglia un po’ le gambe ai nostri programmi. Il resto della città però non brilla per particolare piacevolezza e bisogna fare attenzione a non capitare per sbaglio nel quartiere ultraortodosso perché se sei una donna e indossi a) pantaloni; b) gonne corte; c) magliette a maniche corte; d) vestiti colorati (per non parlare di canottiere, pantaloncini e minigonne!) qualche simpatico chassid potrebbe tirarti dalla finestra una pentolata di acido, Comunque incontrare (e sono tanti!) questi, tutti addobbati come polacchi del ‘700 con grossi cappelloni di pelliccia nera e tuniche di seta, oppure quelli con cappelli neri a falde larghe, boccoloni e camicione nero è uno spettacolo piuttosto suggestivo. Anche tra gli studenti stranieri c’è qualche osservante con regolare kippah in testa. La mia compagna di camera, Antonella, il primo giorno a lezione sedeva accanto a uno di questi (un ragazzino francese) e le sono caduti gli assorbenti dallo zaino: il poverino ha fatto un balzo indietro e non le ha rivolto parola per 5 o 6 giorni. Poi, passato il periodo a rischio, ha ripreso a parlarle. 

Bene, mi sembra che il bollettino sia abbastanza aggiornato, per ora. Salutami tutti e scrivetemi, perché se un giorno troverò tutte le lettere che mi saranno arrivate sarà una vera pacchia….

Edipo,dove sei?


Ogni promessa è un debito: ecco a voi la seconda istantanea di casa Peri. Autrice: io in prima media. Il titolo, questa volta un po’ sibillino, è “Prendiamo lo spunto da…”. Ovviamente non saprei precisare da cosa mai abbia preso spunto. Ne è venuto fuori un ritratto decisamente poco ufficiale di quello che era un affermato, stimato e persino temuto studioso di storia del cristianesimo e delle chiese: mio padre. Avverto i curiosi che il personaggio si presta poco alle googlate: la bibliografia di un monsignore suo omonimo e poco più giovane di lui è inestricabilmente mischiata alla sua, persino nei cataloghi della Biblioteca Nazionale. Mi sento in dovere di precisare che mio padre non ha scritto mai nulla su San Francesco e Santa Rita. Di molti santi si è occupato, ma erano rigorosamente ignoti ai più (i più famosi, per dire, erano S.Cirillo e S.Metodio). Ma non perdiamoci in dettagli.

Padri, questo è un monito per voi. Per quanto stimati possiate essere nella vostra professione, sappiate che quelle iene dei vostri figli vi descriveranno così, distruggendo in poche paginette di quaderno la vostra reputazione.

Nella mia casa, tra tante donne, mio padre non è tenuto in grande considerazione e di solito noi sorelle ci rivolgiamo a mia madre. [Già l’incipit è tutto un programma]. Quando non è a lavorare, alla Biblioteca Vaticana, è la persona in casa che non aiuta mai disturbando tutti: comincia a leggere il giornale o a correggere le bozze, spargendo fogli e penne ovunque, magari dove è stato appena messo in ordine [e abbiamo sistemato anche le numerose produzioni scientifiche: cartacce ingombranti]. Dal suo divano o dal letto brontola e dice frasi come questa, che è rimasta celebre: “Aiutiamo la mamma, sparecchiate”. 

Ogni tanto cerca di rendersi utile [concediamoglielo] e in quelle poche ore pomeridiane che non sono occupate dal suo riposino o dal lavoro [in quest’ordine], si aggira nei pressi della cucina. Dopo aver cucinato cosine piuttosto buone [su, questo ammettiamolo], si ritira in poltrona a leggere il giornale, lasciando piatti sporchi, bicchieri e patacche sparsi per la cucina.

Quando dobbiamo viaggiare preferisce perdersi piuttosto che chiedere un’informazione ad un passante e quando gli facciamo notare che forse sarebbe meglio farci indicare la strada da qualcuno brontola che lui può trovarla da solo. Se deve partire aspetta l’ultimo momento, infatti se cerchiamo di farlo muovere prima dice che gli mettiamo fretta, ma all’ultimo momento inizia a gridare: “Marina! Il mio passaporto! Chiara! La macchina fotografica! Vittoria! Il mio fazzoletto! Muovetevi!”.

Un’altra delle sue teorie è che qualsiasi malattia, dal raffreddore al morbillo, derivi dal fatto che non portiamo il cappello. Quindi, ogni volta che tentiamo di uscire, ci rivolge queste parole: “Marina! Chiara! La berretta!”.

Comunquenonostante tutto questo, mio padre è spesso affettuoso e giocherellone [quanta magnanimità!]: riesce in particolare a conquistarsi la simpatia degli animali di ogni genere e dei bambini piccoli di qualsiasi nazionalità. Molti ricordi della mia infanzia hanno come protagonista la figura di mio padre, che veniva ogni sera a raccontarmi favole inventate da lui o a cantarmi canzoni di montagna.

Campagna elettorale – rimuginamenti


“Politica italiana: non lasciamoci scoraggiare”. Mi casca l’occhio sulla copertina rossa di Aggiornamenti Sociali di questo mese e non posso fare a meno di sfogliarlo. Perché sono scoraggiata, molto scoraggiata. Di più. Vivo con crescente fastidio la campagna elettorale che avanza sui social network. Evito accuratamente telegiornali e dibattiti televisivi. Ad ogni annuncio di candidatura del “mio” mondo (terzo settore e società civile, in genere) provo una fitta allo stomaco. Però sono anche consapevole che così non va mica bene: non è così, perseverando in questo evitamento codardo e snob, che ritengo giusto vivere.

Mi leggo dunque (e esorto anche voi a farlo, se vi interessa il tema) l’editoriale a firma di Giacomo Costa sj, intitolato, giustappunto, “Dov’è il nostro coraggio?”. Non è che sia stata illuminata sulla via di Damasco, intendiamoci. Però ho aggiunto qualche elemento ai vari rimuginamenti contrastanti che mi porto dietro in questi giorni. Provo, soprattutto per fare un po’ d’ordine, a condividere qui qualche punto. Spero che stavolta siate meno timidi del solito e contribuiate nei commenti a chiarirmi le idee.

1. “La nuova frontiera della politica è quella fra democrazia e populismo, che rimpiazza la vecchia opposizione tra destra e sinistra”. Questo mi convince abbastanza, anche se, sotto sotto, mi spaventa un po’. Mi spiego meglio. Costa sostiene che “la politica che sta tornando alla ribalta a questo proposito è probabilmente un po’ più chiara”, etichettando come “posizioni populiste” più o meno quegli stessi movimenti e partiti (vecchi e nuovi) che così definirei anche io. Il che però, francamente, non ci lascia con molte alternative. Se poi si considerano le necessarie coalizioni, la prospettiva futura non è tanto confortante. Il populismo al governo ce lo beccheremo matematicamente. Rispetto poi al venir meno di destra e sinistra, credo sia vero, ma non lo trovo confortante. Rimando alle considerazioni fatte sul Movimento 5 Stelle (confermate, peraltro, dai chiarimenti forniti dal Movimento stesso in base alla polemica relativa alle posizioni di Grillo su Casa Pound). Forse, anzi sicuramente, sono legata a vecchi schemi: ma un consenso basato solo su un programma, magari assai parziale e generico, non mi sembra sufficiente per esprimere una preferenza elettorale. Le scelte di Governo sono molto più complesse dei programmi. Mi piacerebbe sapere a chi sto dando la mia fiducia, al di là del programma che mi presenta. E non parlo di conoscenza dell’individuo: gli individui, ahimé, difficilmente possono essere davvero scelti dagli elettori. Per non parlare del fatto che le persone avranno un mandato non come singoli individui, ma come membri di Partiti e Movimenti. Non mi basta sapere che Tizio o Tizia sono onesti, carini, simpatici, alla mano, ammirevoli per la loro vita privata. Voglio sapere “chi è” l’organizzazione che li candida. In questo le ideologie, consentitemi la rozzezza, un po’ aiutavano. Ora sono un po’ persa.

2. Mi rendo conto che il mio lavoro distorce fortemente la mia valutazione politica. Il che probabilmente, come ogni particolarismo, è un male e non aiuta a non scoraggiarsi. Ho letto (e twittato) i documenti dell’ASGI e dell’UNHCR che richiamano le parti politiche a riforme urgenti in materia di immigrazione e asilo. Valuto positivamente il documento di lavoro del PD in materia. Resto però convinta che tali questioni dovrebbero essere affrontate in maniera trasversale e quindi non essere prerogativa di una o dell’altra parte politica. Eppure il fatto che alcune parti politiche dichiarino, almeno in teoria, di volere affrontare la questione e altre non lo dichiarino può essere un elemento di valutazione. O no?

3. Mi infastidisce moltissimo, da qualunque parte venga, tutta questa enfasi sulle candidature. Come spiegavo prima, questi fari accesi sui singoli non mi paiono utili a capire in che direzione si intende governare il Paese e con quali priorità. In particolare mi viene l’orticaria istantanea a sentire parlare di: candidature di “extracomunitari”; candidature di donne; candidature di personaggi (in quanto) visti in tv. Sono talebana, lo so. In qualche modo si deve pur comunicare, mi obietterete. Ma non trovate che ci sia una scollatura intollerabile tra il messaggio della campagna elettorale, in cui pare che tutto dipenda dal singolo, e la realtà del governo e del Parlamento, dove quelle persone tanto sponsorizzate magari non arrivano neanche o, se pure ci arrivano, hanno poca o nessuna possibilità su decisioni prese da altri e secondo fumosissime altre logiche? E con questo non voglio affatto dire che la politica sia troppo complicata per noi comuni mortali e che debba essere lasciata agli “specialisti”. Voglio proprio e solo dire che è poco trasparente.

Lettere dal mio passato


Ieri mi sono trovata sottomano le non moltissime lettere (6 in tutto) scritte ai miei da Gerusalemme, durante il mio soggiorno di due mesi per il quale usufruivo di una borsa di studio per lo studio dell’ebraico moderno. E’ stato un periodo molto intenso per me, un’esperienza davvero importante, a cui ripenso ancora oggi. Sere fa, con alcune amiche, ne ripercorrevo gli aspetti più comici, che certo non sono mancati. Questo mi ha spinto a ricercare le lettere. Va però detto che, a soli dieci giorni dal mio arrivo, è successo questo: io ero uno dei “summer students” menzionati nell’articolo e viaggiavo sull’autobus successivo della stessa linea, perché avevo trovato pieno il precedente. Le comunicazioni non erano quelle di oggi. Si telefonava con molta difficoltà e anche le lettere non arrivavano rapidamente. Niente web a disposizione, ovviamente.

Nelle lettere ai miei ho ritrovato aspetti di quel soggiorno che avevo dimenticato, o che ricordavo solo parzialmente. La testimonianza schiacciante che, per la prima e credo unica volta, contavo i giorni per tornare a casa. La fatica rispetto alla scomodità della logistica e la costante tensione che avvolgeva le nostre giornate. Il malcelato fastidio per lo stile generale, tutto ideologico, della didattica. A loro lo raccontavo in tono giustamente scanzonato e mi commuove anche il mio ingenuo modo di ringraziare i miei genitori per aver reagito in modo composto alla notizia dell’attentato (il mio fidanzato, appena ha saputo che non rientravo in Italia immediatamente ma continuavo il periodo di studio previsto, non ha più voluto avere contatti con me fino al mio rientro, offeso). Ma traspare anche la mia incertezza in un contesto di cui non sapevo molto, in un momento politico tra i più complicati (in quei giorni si firmavano gli accordi di Oslo 2 tra Arafat e Rabin, a novembre, poco dopo il mio rientro, hanno ucciso Rabin).

Vi racconto questo per dire che no, non vi propinerò l’intero epistolario. Estrapolerò i racconti più ironici e divertenti e forse qualche passo più serio qua e là. Rileggere, oltre ai miei scanzonati temi di prima media, anche queste testimonianze di ventiduenne mi aiuta a far pace con la giovane che sono stata, che non è stata in grado allora di fare alcune scelte che probabilmente avrebbero migliorato molto la sua (e mia) vita. Però faccio presto a dirlo io, disincantata quarantenne. La giovane studiosa un po’ arrogante ha fatto del suo meglio. L’ho rivista girare per il campus in cerca di una chitarra in prestito per ravvivare un po’ l’ambiente, o persino telefonare a perfetti sconosciuti (cosa che mi mette a disagio ancora oggi) anche per aiutare una nuova amica che aveva la prospettiva di rimanere un anno intero in quel luogo infame: e penso che in fondo fosse, a modo suo, molto più generosa di quanto ricordassi.