Una famiglia diversa


Oggi ho ritrovato, da mia madre, un tema in classe scritto da me quando facevo la prima media. La professoressa evidentemente si è sentita in dovere di farne avere una fotocopia ai miei (e sperabilmente non ai servizi sociali). In aggiunta c’era un altro componimento, intitolato “Prendiamo lo spunto da…”, che evidentemente ho utilizzato per completare il quadro, tracciando un ritrattino di mio padre che te lo raccomando. Ma quello ve lo proporrò successivamente.

Il titolo del compito, non troppo originale, è “La mia famiglia”. Un titolo piuttosto incauto, se lo si propone a un membro della famiglia Peri. Perché possiate constatarlo di persona, ho pensato di riportarvi qui l’intero compito.

La mia è una famiglia molto numerosa: è composta dai miei genitori, da me e dalle mie quattro sorelle maggiori. La figura fondamentale è mia madre, detta anche Generalessa per la sua autorità, che ogni mattina puntualmente provvede a farci alzare, incurante dei brontolii assonnati che provengono da sotto le coperte. Alle otto e un quarto, dopo averci buttato tutti fuori di casa, con le buone o con le cattive, va a scuola, dove insegna italiano.

La figura di mio padre è quella che si nota di più: pur essendo quello che deve uscire più presto di tutti si alza sempre per ultimo, cacciando fuori dal bagno tutte le mie sorelle, che urlando con lo spazzolino da denti in mano, sono costrette ad aspettare che Panzon abbia finito di radersi. E se per il corridoio si sente: “Orca mastela! Chi ha preso le mie braghe?” è sicuramente attribuibile a lui. Poi, dopo essere ritornato indietro due o tre volte, per prendere carte e documenti che dimentica regolarmente, va al Vaticano, dove lavora in biblioteca. Ma la confusione, anche dopo che mio padre è andato via, non è ancora finita: infatti ci sono ancora quattro sorelle che devono uscire.

Io alle otto, dopo aver messo sottosopra la casa per trovare la cartella, il cappotto ed i soldi per la merenda, me ne vado tranquillamente. Marina esce sempre di casa alle otto e ventinove ed ogni tanto spunta dalla sua camera dicendo: “Mammina, pensi che questa gonna sia intonata a queste calze?”. Seguono urlacci di mia madre e Marina viene sbattuta a calci fuori di casa. Le mie due sorelle più grandi molte volte restano a casa e devono affrontare il caos che noi lasciamo ogni mattina. Quando io, Marina e mio padre siamo fuori di casa ci sono quattro o cinque ore di tranquillità, turbata solo dal cinguettare disperato dei miei pappagallini, che mi dimentico sempre di pulire e a cui non do mai da mangiare.

La confusione normale torna verso l’una e mezza al ritorno dalla scuola, ma la parte più caratteristica della famiglia si vede nel tardo pomeriggio e alla sera, quando di solito la famiglia è al completo. Mentre sto facendo i compiti ed il resto della famiglia si sta dedicando alle faccende domestiche, arriva di corsa mia sorella Lucia, che non vive insieme a noi e lavora come segretaria in un ufficio. Va sempre di fretta e nel giro di pochi minuti è già andata via. La casa, nel periodo che va dalle quattro alle otto, è sempre piena di compagni di scuola, miei e di Marina ed i loro studi vengono turbati dai miei temibili esercizi di clarinetto. Le mura della casa tremano ai fischi terribili che dovrebbero essere note, ma che assomigliano di più, a quanto dice mia sorella Marina, al “richiamo di un alce col mal di pancia”. Appena ho finito di studiare Vittoria mi aggredisce: “I pappagalli li hai puliti? Ora li pulisci subito!”. Seguono urla e minacce ed io, brontolando, sono costretta a mettere da parte il libro che avevo afferrato. E quando finalmente riesco a mettermi davanti alla televisione arriva mio padre, emergendo dal mucchio di carte che invadono il suo studio, e senza dire una parola si impadronisce del telecomando e inizia a fare la sua consueta ginnastica digitale, saltellando da un canale all’altro.

A cena ci troviamo di solito tutti riuniti: quando mia madre porta la verdura, mio padre brontola immancabilmente che è tutta fredda, che bisogna riscaldarla e nella migliore delle ipotesi mia madre si mette semplicemente ad urlare, ma quando è nervosa mio padre riceve anche uno schiaffone. Marina spunta ogni sera dalla camera dei miei genitori con un giornale in mano e subito trova un film da vedere. Immediatamente tutta la famiglia si dispone in questo ordine: mia madre sulla poltrona, mio padre sdraiato sul divano, io distesa sopra mio padre e tutte le mie sorelle accovacciate per terra, munite di coperte. Immancabilmente dopo qualche minuto il film viene accompagnato dal russare di mio padre, che riceve continuamente calci e gomitate ed imperterrito continua a dormire. Alla fine del film, dopo la confusione finale, tutta la famiglia va a letto e pian piano la pace torna nella casa buia.

Io penso che la mia famiglia sia diversa da tutte le altre, soprattutto per il rapporto, particolarmente confidenziale, che noi figlie abbiamo con i nostri genitori. La mia è una famiglia particolarmente allegra, forse perché è tanto numerosa ed è molto originale e completamente diversa da tutte le altre famiglie.

Mia madre lo ha conservato accuratamente, dando prova di grande onestà intellettuale: molti, al suo posto, avrebbero cercato di far sparire le prove… 🙂

Ma si sceglie davvero?


Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l’intelligenza di saperle distinguere (Tommaso Moro).

In ufficio, dal momento che aleggia la cicogna (due colleghe e un consulente in dolce attesa), mi è capitato di ascoltare, senza esserne parte, una animata conversazione in merito all’opportunità o meno delle vaccinazioni. Confesso che l’argomento, ad oggi, non mi appassiona molto, ma di riflesso mi è sorta spontanea una riflessione che, come ogni rimuginamento che si rispetti (e come il mio giro vita dopo le abbuffate festive), si è allargata in tutte le direzioni.

I neogenitori o futuri genitori spesso si accaniscono rispetto ad alcune scelte che influirebbero gravemente sul futuro dei figli: ad esempio ieri l’enfasi era appunto sulle vaccinazioni e sul battesimo. A prescindere dalle mie scelte in merito, mi colpisce come sempre la convinzione sincera con cui questi futuri genitori argomentano che non sarebbe legittimo fare scelte che condizionano la vita del figlio, che se si può è meglio rimandarle a quando potranno farle autonomamente, etc.  Quello che mi sorprende è che in realtà difficilmente il dibattito e i dubbi esistenziali dei genitori si appuntano su altri elementi, che se vogliamo ben di più condizionano il presente e il futuro dei nostri figli.

Facciamo un esempio? Dove viviamo. Il particolare non è irrilevante. Compulsiamo statistiche tra i presunti legami tra vaccinazioni e autismo e poi magari abitiamo in una delle regioni in cui le percentuali di tumori sono straordinariamente sopra la media (vedi Taranto e dintorni, giusto per fare un esempio). Penseremmo davvero di pianificare un trasferimento dell’intera famiglia su queste basi? Direi che solitamente nessuno ci pensa sul serio. Sarebbe irrealistico, insostenibile nella stragrande maggioranza dei casi. O magari ci facciamo mille problemi su battezzare o meno, su far frequentare l’ora di religione o meno, preoccupati di non influenzare la libera scelta dei nostri figli, e non pensiamo che li influenziamo eccome, con le nostre risposte alle domande (del cavolo o meno) che ci pongono, e più ancora con il nostro comportamento quotidiano. Senza voler sminuire una scelta formale (o, per chi ci crede, un sacramento), mi piacerebbe sapere come immaginiamo che i nostri figli possano svegliarsi un giorno “quando saranno grandi” e fare una scelta propria, indipendente da cosa abbiamo fatto o non fatto noi.

I genitori, si sa, non si scelgono. Lo abbiamo imparato tutti, a nostre spese. E ora che siamo genitori, noi alcune scelte possiamo sì farle (guai se così non fosse), ma tante altre no. Mettere le priorità è un compito non ovvio di ogni giorno, che richiede una visione d’insieme che non sempre abbiamo la lucidità di avere. Credo che l’aforisma con cui ho aperto il post dovrebbe essere incorniciato e dato in omaggio a tutti i genitori fin dal corso pre-parto. Credo che ogni tanto faccia anche bene chiedersi se le scelte che ci paiono tanto vitali da paralizzarci o da farci combattere aspre battaglie lo siano davvero. A volte è davvero così. Tante altre, onestamente, no. O meglio: non è davvero il benessere dei nostri figli a essere in gioco. E’ piuttosto la nostra necessità di tranquillizzarci, di affermarci, di conformarci o di distinguerci, o magari anche solo di provare a noi stessi che stiamo facendo del nostro meglio come genitori. Il che, intendiamoci, non è condannabile: quasi tutti, in un modo o nell’altro, lo facciamo. La domanda da porsi, semmai, è dove sta il confine tra quello di cui abbiamo bisogno noi e quello di cui hanno bisogno loro (e possibilmente anche il resto del mondo).

Ma sto un po’ divagando dall’idea originaria di questo post. A proposito di scelte, si avvicina il momento del voto. Qui sì che si è sopraffatti da una sconfortante sensazione di non poter scegliere. Tale sensazione è acuita dal disagio di vedere, qua e là sul web, le reazioni alle candidature che sono state decise in questi giorni. C’è chi è stato escluso e se ne lamenta, c’è chi è stato inserito, stappa lo spumante e riceve felicitazioni. Certo è che la maggior parte dei giochi per il futuro Parlamento sono stati fatti in questi giorni e dipendono abbastanza marginalmente dal voto degli elettori. Perdonatemi se sono impropria: la politica non è il mio campo, spero che qualcuno possa smentirmi. Ma certo che è questa l’impressione. E non è bello.

Se si volesse rincarare la dose, aggiungerei che nelle reazioni dei candidati (ormai forse fin troppo visibili, vista la presenza nei social) non traspare, come vorrei, il peso e l’urgenza di mettersi a servizio di un Paese che vive un momento delicato e difficile. Non si può fare di tutta l’erba un fascio, intendiamoci. Ma dalla prospettiva di noi modesti operatori del sociale c’è ben poco da stare allegri. In certi casi ci troviamo ad augurarci che candidati, pur abbastanza blindati, non riescano nell’intento, che li strapperebbe a un buon lavoro finora fatto e oggi non meno necessario. In altri, francamente, ci viene solo da sospirare amaramente. Ma forse, anche qui, sbagliamo prospettiva. Difficile non pensare che l’affermazione e, in un certo senso, il tornaconto personale abbiano un peso in alcune nuove candidature. Anche questo, intendiamoci, è legittimo – in un certo senso. Non mi sento davvero di biasimare qualcuno che, dopo una vita passata a sbattersi variamente con scarsa gratificazione, magari provi una via in cui tale sbattimento possa essere messo a profitto con serenità e molto minor fatica. Io stessa, quando ho provato fuori tempo massimo il concorso da ricercatore non sono stata estranea a tali ragionamenti (fatte, si intende, le debite proporzioni).

E anche lì, sono stata io a scegliere virtuosamente di restare una operatrice del sociale un po’ sfigata? No, andiamo, non è stata una scelta mia. Non solo. Un po’, come tutti, ho scelto, un po’ ha scelto il mio inconscio, molto sono state le circostanze a scegliere per me. Per cui, piuttosto che predicare, mi verrebbe da chiedere come posso contribuire, nel mio piccolo, a portare il mio Paese fuori da questo pantano di sconforto.

E continua a bollire…


Vi raccontavo ieri come sta prendendo forma l’idea di una grande giornata di cucina collettiva per il prossimo 31 gennaio. Se è possibile, adesso l’idea mi piace ancora di più.

Su suggerimento di Anna Lo Piano (sul web piattinicinesi e, per chi ha letto Terre senza Promesse, l’autrice della splendida poesia che dà il titolo al libro), abbiamo voluto rendere questo bel momento di condivisione anche un’opportunità di mostrare la nostra solidarietà. Tutti i partecipanti alla cucinata collettiva sono invitati a donare l’equivalente del costo del piatto che cucineranno alla mensa del Centro AstalliSe il web può essere solidarietà, calore, amicizia, non vogliamo dimenticare tutti quelli che sono soli, invisibili, al margini delle nostre città. L’idea è che in questa nostra festa in cui ognuno porta qualcosa ci sia un certo numero di posti a tavola per far sedere anche chi si trova in un Paese straniero dopo essere fuggito dalla guerra e dalla persecuzione. Quanti? Vedremo. Dipenderà dalla generosità di tutti. Per darvi un’idea, un pasto alla mensa costa 5 euro.

Poi, dopo il 31 gennaio, chi lo vorrà potrà partecipare a un turno di volontariato alla mensa del Centro Astalli, oppure a un incontro per capire meglio la realtà dei rifugiati in Italia che organizzerò in primavera, secondo una formula già sperimentata.

Che altro dire? Sono stupita e commossa dell’entusiasmo con cui questa idea è stata accolta. Tutto inizia a prendere forma. Tanto che la prima ricetta che sarà ospitata nella mia cucina si è già materializzata, stamattina, sul tavolo del mio ufficio (e emana un profumo da svenimento). Perché non ci limitiamo mica al virtuale, noi.

Vi invito ancora, dunque, a partecipare numerosi.

Per fare le vostre donazioni, trovate le indicazioni qui.

 

Cosa bolle in pentola


“Dal letame nascono i fior”, recita un celebre verso di De André. Io cantavo sempre “Dalle tame nascono i fior” e mi chiedevo cosa mai fossero ‘ste tame. Ma non è questo il punto. Quello che invece volevo dire è che su internet, certe volte, nascono polemiche sterili e inutili e i pettegolezzi si espandono a macchia d’olio. Già, è la natura umana e la rete non ci rende migliori. Semmai ci amplifica un po’ (e si ricorda tutte, ma proprio tutte, le nostre intemperanze, più di un partner rancoroso). Però, nella mia esperienza, questi poco edificanti episodi sono assolutamente marginali e insignificanti rispetto alle ondate di allegria, creatività, amicizia e solidarietà con cui il web ha inondato molte mie giornate. Anzi, come ho notato in occasione del mio ultimo compleanno, più passa il tempo e più queste ondate virtuali diventano veri e propri tsunami (in senso buono, eh?) molto reali e concreti.

Un anno fa, in uno di quei tanti vituperati gruppi segreti di Facebook, ideammo un po’ per gioco una manifestazione a blog unificati che ci ha viste diventare, sparse per l’italia e oltre, foodblogger per caso. Quest’anno, nel ricordo di quanto c’eravamo divertiti, abbiamo voluto organizzare una seconda edizione. Finalmente uscita dalla clandestinità, il prossimo 31 gennaio la manifestazione “Libera una ricetta” è aperta a tutti. Ovunque. Anche ai lettori di questo blog, si intende.

Ecco le regole:

“Anche quest’anno vogliamo replicare la bella iniziativa dell’anno scorso. Lo facciamo così, solo per il gusto di farlo, a blog unificati. Il 31 gennaio sarà un giorno in cui cucineremo insieme, scambiandoci le nostre ricette e liberando la nostra amicizia in rete.

Le regole sono poche e semplici.

1. Pubblicare un post il 31 gennaio (possibilmente intorno alle 11, ma l’ora non è fondamentale) e chiamare il post “liberiamo una ricetta: (titolo della ricetta)”. Alla fine della ricetta si metterà la frase: “Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web”. Poi inserire il link del post qui: http://www.mammafelice.it/2013/01/14/liberiamo-una-ricetta-edizione-2013/.

2. Chi ha un profilo FB è caldamente invitato a mettere per quel giorno come immagine del profilo il logo dell’iniziativa: il Keep calm… su fondo rosso. La seconda parte – che dovrà comunque avere attinenza con il cucinare – è libera (qui il link ad una delle pagine che creano “keep calm” http://www.keepcalmstudio.com/)

3. Quest’anno vogliamo che l’iniziativa coinvolga più persone possibile. Pubblicizziamola, quindi, in anticipo sui nostri blog, su facebook, su twitter. Propongo gli hashtag #liberericette #freearecipe. Più gente aderisce, meglio è.

4. Non indicate in anticipo che ricetta posterete. Conserviamo l’effetto sorpresa!

5. Divertitevi!

FAQ
– E se non ho un blog?
Le cucine sono aperte. Chi ha un blog ospiterà chi non lo ha. Basta chiedere. Peraltro se qualcuno ha più piacere di cucinare sul blog di qualcun altro anziché sul proprio, può farlo.

– Come deve essere il post?
Il tema della ricetta è libero. Si suggerisce di arricchirlo almeno con una foto del piatto. Ma se non ce la fate non fa nulla.

Le istruzioni sono disponibili anche in lingua inglese e spagnola sulla pagina Facebook dell’evento.

E se non avete Facebook? Poco male. Potete aderire lo stesso, mandando a me (o a un altro dei blog che partecipano all’iniziativa) la vostra ricetta e una foto che la illustra. La mia cucina è la vostra cucina (anche se sotto sotto spero per voi che la vostra sia più grande e più ordinata)!

Ma qual è il senso di questa cosa? Ho letto una gran perplessità negli occhi di una mia collega a cui accennavo all’iniziativa. Cerco di spiegarlo meglio. Immaginate una grande casa piena di amici. Una giornata di quelle piene di chiacchiere in libertà, di giochi, di pensieri, di confidenze. E ognuno porta qualcosa. Quante volta lo avete fatto, con i vostri amici o con i vostri familiari? Ecco, l’idea è un po’ questa. Riempire la rete di calore e, si potrebbe dire, di prossimità. Non per simulare una confidenza che non c’è. Non per dire che siamo membri di un gruppo, o che la pensiamo tutti allo stesso modo, o che ci vogliamo tutti tanto bene. Ma solo per ottimismo, per fiducia. Per la convinzione che per un giorno si possa davvero, simbolicamente, sedere tutti alla stessa tavola in una festosa e pasticciata convivialità delle differenze.

Insomma, non è proprio la cavolata che sembra, non vi pare? Ma, detto ciò, è un’ottima scusa per cazzeggiare in buona compagnia!

Se qualcuno vuole ospitalità per il 31 gennaio, mi contatti per mail (chiara.peri@gmail.com). Vi chiederò tutto il materiale possibilmente entro lunedì 28.

Partecipate, invitate, diffondete!

Qualche domanda del cavolo


Cito la mitica Barbara Summa per fare il punto delle recenti conversazioni con la Guerrigliera, la cui attenzione, in questi giorni di festa, si è fissata su alcuni argomenti in particolare.

In pole position, decisamente, la morte. Forse tutto è cominciato con un piccione sanguinosamente spiaccicato nel nostro vialetto condominiale. O forse no, chi può dirlo. Comunque le domande sono arrivate, precise e martellanti come non mai. Alla nonna, la mattina che è stata sola con lei, ha chiesto dettagliate spiegazioni su come si capisce, esattamente, quando uno è morto. Il cuore cessa di battere, il respiro viene meno… la nonna si è difesa come poteva. A me ha chiesto come è morto Gesù (dal momento che è nato, suppongo che la domanda venisse consequenziale). Io, con la tipica tattica del genitore definibile come “a risposte successive e concatenate” (tipiche di quando credi di cavartela con poco e invece lei insiste, in una successione implacabile di approfondimenti), ho imbastito una versione così riassumibile: Gesù lo hanno ammazzato le persone che comandavano nel posto dove abitava che no, non erano del suo stesso popolo, ma erano romani. Perché? Beh, perché credevano che volesse cacciare l’imperatore e fare lui il re, però non era vero, non era quello che lui intendeva quando andava in giro a insegnare alla gente come secondo lui era giusto vivere. A questo punto la Guerrigliera obietta: “E non poteva restarsene a casa buono con Maria, così non lo ammazzava nessuno?”. Ecco, io suppongo che questo pensiero sarà venuto in mente alla Madonna, almeno qualche volta.

Esaurito il vangelo, siamo passati ai santi paleocristiani. Complice il nome dell’oratorio frequentato per il pattinaggio, voleva sapere come fosse morto San Pancrazio. Io già ero fiera del fatto di sapere che era un martire, ma questo a Meryem pareva una risposta troppo generica. Stasera, dopo due giorni di tergiversamenti, siamo finite su wikipedia. Abbiamo così appreso che era nato in Turchia (wow!), che era venuto a Roma con lo zio e che a 14 gli hanno tagliato la testa perché non voleva cambiare religione. Ecco, io non so quanto questi elementi siano consoni all’educazione di una bambina di cinque anni, ma non sono riuscita proprio a scansarli.

Alla morte è abbinato il pensiero del nonno che non ha mai conosciuto, che per lei si salda in qualche modo al concetto di Dio. Cantando Tu scendi dalle stelle mi spiegava che le piace quando si canta “O mio Signore”, perché potrebbe riferirsi anche a nonno Vittorio. Non ho indagato oltre. Mi ha spiegato poi che il cuginetto le ha detto che quando si è morti pare che si dorma (“ma con gli occhi aperti o con gli occhi chiusi?”), “ma tanto poi a un certo punto ci si risveglia tutti insieme, lo ha detto la maestra Marina”. Ah, ok. Benvenuti al giudizio universale. Ma anche su questo punto per ora ho glissato.

Sul concepimento ce la caviamo benino. L’idea che papà ha messo un semino nella pancia della mamma, dove ha trovato un ovetto, per ora funziona senza ulteriori domande sul processo. Aspettavo trepidante una qualche imbarazzante domanda successiva, quando la Guerrigliera mi ha chiesto: “E quindi, siccome ero femmina, nella tua pancia ero rosa. Altrimenti, se ero un maschietto, sarei stata blu”. Cosa? “Ma no, tesoro. Tu eri rosa, perché tutti i bambini sono rosa”. Lei mi ha guardato con evidente condiscendenza: “Ma certo che quando nascono sono tutti rosa. Ma quando sono nella pancia sono rosa oppure blu. Altrimenti il dottore come farebbe dalle fotografie a dirti se nascerà un maschio o una femmina?”. Ehm, gasp. Mi sono difesa dicendo che io le ecografie le ho sempre viste in bianco e nero e che il dottore non mi ha mai spiegato questa cosa dei colori, che quindi non potevo confermare. “Beh, ora lo sai. Si vede che il dottore aveva fretta e forse pensava che lo sapessi”. Punto. Per ora finiamola qui, che è meglio.

Impulsi e proponimenti


Un anno iniziato senza veri propositi quasi non sembra nuovo. Eppure di fatto è andata così. Non sentivo alcun bisogno di enfasi o di promesse, nella mia vita attuale. Per certi versi, qualcosa di nuovo c’è. Avverto una pericolosa tendenza a cedere agli impulsi e alle frivolezze. Perciò oggi, armeggiando con le chiavi dell’ufficio, ho individuato per il 2013 alcune ferme intenzioni:

1) Andare a San Siro a vedere il Boss il prossimo 3 giugno. E qui la frittata ormai l’ho fatta: ho già il biglietto (in effetti anche due, ma questo si deve alla mia particolare storditezza dovuta a serata eccessivamente alcolica… rimedieremo). Non ho resistito. Il pensiero corre a una vita fa, alla E Street Band dal vivo al Filaforum da Assago. Io e la mitica Milic (qualcuno segue Radio Rock? Sì, proprio lei). Biglietti eroicamente procurati da mia sorella con lunga fila notturna a piazza Duomo. Entrata ordinata, posti splendidi. E, prima del concerto, un calice di prosecco porto da due sconosciuti. Così. Quelle magie che non si programmano.

2) Un weekend a Torino con Meryem. E’ giunta l’ora di tornare sul luogo dei miei sogni giovanili. Torino è questo per me, la città dei progetti e delle speranze. Anche inverosimili, chiaramente. Ripenso a una gita a Superga, in quei pellegrinaggi non propriamente miei, ma condivisi con sereno cameratismo. A una mansardina vista Mole che era per me la manifestazione tangibile della fortuna. A una caffetteria dove premiarsi con una fetta di torta. E, più di tutto, alle Alpi. Non c’è niente che catalizza i sogni come l’aria tersa delle Alpi.

3) Vacanze in compagnia. Questo è un impegno solenne. Bello godersi l’intimità con mia figlia, ma nel 2013 voglio socializzare. E lo farò, in un modo o nell’altro.

4) Dite che ci andrebbe anche qualche intendimento professionale? Non lo escludo, ma oggi l’unico proposito serio che ho a riguardo è di utilizzare proficuamente tutte le mie ferie. Ma no, in realtà non è del tutto vero. Mi piacerebbe essere così farfallona, ma l’anima della calvinista non muore mai. Per cui…

5) E’ un’idea ancora un po’ fumosa, ma vorrei sfruttare un po’ di più la via vita sui social per la causa dei rifugiati. Mi sembra una tappa abbastanza logica. Insomma, se da grande devo essere una influencer, che sia per una valida ragione. Anche perché se vi aspettate consigli sulle scarpe o sull’arte del ricevere sareste messi davvero male, non ne convenite?

6) In coda butto lì una intenzione che forse avrà bisogno di ancora più tempo per sedimentarsi davvero. Mi piacerebbe scrivere qualcosa e pubblicarlo. Non so ancora bene cosa, a dire il vero. Spero che l’ironia e l’autocritica mi salvino dagli sproloqui inutili e dalle sindromi del genio incompreso. Ma un progetto di scrittura, lo ammetto, mi divertirebbe.

Cartoline


Il sole che si riflette sui sampietrini e il cielo blu, in alto, dietro la colonna Traiana. Un indiano immobile in posizione del loto sopra un bastone, tenuto in mano da un compagno. Un gruppo di musicisti suona un tango che rimbalza argentino per tutti i Fori Imperiali. Biciclette, monopattini, tante ragazze in minigonna che si fanno la foto con il cellulare con lo sfondo del Colosseo. E io. In questa città dove sembra esserci almeno un posticino per tutto e per tutti, mi sento a casa. Penso a quante volte, con il pensiero e con il cuore, mi spingo lontano. Forse troppo lontano? Alla fine la mia vita è ed è sempre stata qui.

Un capodanno tra amici. Resto stupita della velocità con cui il tempo passa. Ripenso ai vari Capodanni in cui le lancette dell’orologio parevano perennemente inchiodate sulle 22:25. E mi dico che la faccio sempre troppo difficile. Non era poi così complicato fare la scema per una sera e smetterla di cercare perfezioni inesistenti. La vita non è perfetta.

E ancora una volta, come mi viene istintivo fare, penso: dove vorrei essere? Forse, alla fine, qui. Al mio posto. Senza correre dietro a nulla e a nessuno. Buon 2013 a me.

E’ finito (e meno male) – giveaway di inizio anno


Mi tornava in mente, stamattina, che l’anno scorso avevo lanciato un bellissimo giveaway di fine anno. Sarebbe stato bello farne una seconda edizione, ma ormai è passato il momento e in realtà, nonostante il cielo romano di spudorato azzurro, non mi sento nella stessa disposizione di spirito idilliaca e riconoscente.

E allora, mentre me ne sto rintanata in ufficio in attesa che inizi il trambusto di quello che ho da fare, mi è venuta un’altra idea.  Lo so che tutti (anche io) abbiamo mille cose di cui essere grati e riconoscenti, pensieri poetici e nobili propositi che magari sentiremo l’urgenza di condividere, in queste ultime ore del 2012. Ma abbiate pazienza: non qui, non oggi. Qui ci diamo un altro obiettivo, molto meno ambizioso.

Pensate all’anno che sta finendo, con un minimo di disincanto. Ci sarà, presumo, qualche circostanza in cui vi siete sentiti Fantozzi. Sfigati come Calimero. Sfortunati come Paperino. Momenti in cui tutto, ma proprio tutto, sembrava tramare contro di voi (e forse pioveva pure). Sì, lo so che state pensando al mio Galaxy che si infrange contro un palo a solo una settimana di vita. Robe così. Ecco, ho una bella notizia: l’anno che ha visto verificarsi quel genere di eventi sta per finire.

Allora vi va di fare un bel rituale scaramantico collettivo? Facciamo un falò dei nostri momenti iellati. Pensatene uno, giusto il primo che vi viene in mente. Non valgono veri drammi e tragedie durevoli. Non siamo qui per piangere e sospirare. Ridiamo insieme delle piccole sfortune, facciamo corna, tocchiamo legno, accendiamo un bel falò ed entriamo nell’anno nuovo con la spudorata convinzione che tutto andrà per il meglio. O almeno facciamo finta.

Quindi, ecco le regolette.

1) Lasciate nei commenti il vostro momento di sfiga preferito del 2012 (o linkate un post, se avete voglia di allargarvi). Se vi va, divulgate con i social che preferite.

2) Basta, in realtà. Avete tempo fino al 3o gennaio. In fondo il mese di gennaio è il lunedì dell’anno. Alleggeriamolo.

3) Che si vince? Boh, ancora non ci ho pensato. Forse farò a sorte, forse giudicherò io, forse si farà una sorta di votazione…. Comunque molto onore per aver partecipato e un regalino di buon augurio.

Insomma, miei fidi lettori di nicchia, scatenatevi!

Storia delle Religioni – una teoria di genere


Disclaimer: il malumore io lo sfogo anche così. Prendete questo post per quel che è, un divertissement politicamente scorretto.

I betili sono tra le più antiche forme di culto attestate nella storia dell’umanità. Chiunque abbia letto Asterix ne conosce la forma: grosse pietre verticali ben piantate nel terreno (se non le trasporta Obelix, che però le chiama menhir). Lo sapete che vuol dire betilo, secondo l’etimologia? bet-il(i), “casa del dio”. Ora ci si chiederà: che cavolo di casa è un macigno piantato nella terra? Beh, è una casa adattissima allo spirito di un morto, che così resta ben chiuso dentro la terra, riceve tanto rispetto e onore e non rompe troppo le scatole a chi è rimasto vivo. Semplificando molto si può dire che siccome gli antichi spesso dei morti avevano una fifa blu, li veneravano. E così le divinità più antiche spesso erano immaginate come (spiriti di) morti da placare in vario modo.

Questa premessa colta ma non troppo serve a illustrarvi meglio il mio colpo di genio storico-religioso di stamani. Si dice (chissà quanto fondatamente) che le culture mediterranee molto antiche – lo so, è un po’ generico, ma passatemela – venerassero una grande divinità femminile, una sorta di Grande Madre, rappresentata spesso in forma di donna ben fornita di tette, pancia, cosce e sedere. “Ma è logico, è tutto chiaro!”, mi sono detta oggi. Cosa c’è di temibile quanto e più dello spirito di un morto? Una madre mediterranea, è chiaro. Onnipresente, onnipotente, dall’ira terribile e dalle manifestazioni d’affetto altrettanto temibili. Nell’immaginario di un antico uomo mediterraneo una figura simile doveva apparire oscura e minacciosa e non possiamo biasimarlo se attribuiva a lei anche le più disastrose calamità naturali. Una madre è meglio tenersela buona, si sarà detto anche il nostro povero uomo mediterraneo (come dicono del resto ancora oggi molti uomini, mediterranei e non). Se proprio non si può piazzarle un betilo in testa, almeno veneriamola.

Quindi, vedete, i culti della dea madre sono vistosamente il prodotto di una cultura di genere. Ma non testimoniano, come sostengono alcune ottimiste e candide antropologhe americane, un maggior protagonismo delle donne nella religione. Anzi. Oserei dire che rivelano una visione prettamente maschile (pur probabilmente condivisa da più di una nuora mediterranea).

Augh, ho detto.

Chiaroscuri


Il tempo va avanti, inesorabile, che tu sia pronta o meno. Pronta per cosa, poi? Ogni anno che passa ci sono pezzi che si perdono inesorabilmente, irrimediabilmente. Ma ce ne sono altri che ci si trova in mano senza averli cercati e altri ancora che sai che faresti bene a buttare, ma invece restano lì e alla fine non sai bene se rammaricartene o no.

Sempre più chiara è la sensazione, andando avanti, che un quadro preciso per tutti questi pezzi non lo possiedo più. Sono sempre troppi, o troppo pochi, per fermarsi in un incastro.

Si va avanti, comunque. Certe volte il cielo terso si porta via anche le più disperate disperazioni. Altre volte un pomeriggio sereno si schianta contro un malumore che non so e non voglio precisare. Chiari e scuri. Freddo e caldo. Anche quest’anno sta finendo e siamo ancora qui.