Perché sì, perché no


Ieri mio nipote doveva realizzare, per la scuola, delle interviste. Io e Nizam abbiamo avuto l’onore di essere inclusi nel campione. La sera abbiamo confrontato le nostre risposte (io mi ero già fatta riferire le sue dalla mamma dell’intervistatore, viva la fiducia… ma corrispondevano a quello che mi ha riferito lui).

La prima domanda era: “Vorresti vivere in una città diversa da Roma?”
Entrambi abbiamo risposto di sì. Io ho menzionato Berlino e Istanbul, lui Amburgo o qualche città dell’Italia del nord, tipo Aosta o Bolzano. Insomma, sulla Germania settentrionale si potrebbe trovare un compromesso.

Sui motivi per cui vivere a Roma tutto sommato ci piace risultavamo abbastanza concordi: la bellezza e straordinarietà oggettiva del luogo, il clima (non dimentichiamo il clima), per me – più che per lui – i ricordi, gli affetti, i legami familiari.

Molto di più avevamo da dire sui motivi per cui vivere a Roma non ci piace. La lista potrebbe essere lunga, ciascuno si è dovuto limitare a sole tre risposte. Trovo però che Nizam sia stato sintetico e efficace nel dire, senza esitazione alcuna: “Perché qui non funziona niente! Un’ora di attesa alla posta, sei ore di attesa al Pronto Soccorso, due ore di attesa allo sportello dell’Anagrafe…”. Magari sarà un po’ esagerato, ma certo il livello di inefficienza medio è tale che tutte le volte che ci si trova davanti a un servizio che funziona si resta basiti. Da quando ha il negozio, Nizam tocca con mano quotidianamente i disservizi che lasciano sgomenti i turisti, specialmente stranieri. Metro chiusa per sciopero praticamente un venerdì sì e un venerdì no, autobus che passano a singhiozzo, senza alcuna possibilità di prevedere l’orario di passaggio, per non parlare di tariffe di hotel truffaldine, tassisti furbi e altri disguidi.

Giusto ieri al kebab è venuta una splendida ragazza palestinese che studia medicina qui a Roma (il dettaglio estetico non ha alcun rilievo per la narrazione, ma ne aveva per il narratore e io, fedele alla verità, riferisco) con suo padre, arrivato a trovarla da Israele. Il distinto signore, che parlava scioltamente cinque lingue (francese, tedesco, inglese oltre a arabo e ebraico) e, un po’ più faticosamente, anche l’italiano, era letteralmente  sconvolto e inorridito. In uno degli autobus affollati come carri bestiame che aveva preso dopo un’attesa di un’ora e più un borseggiatore gli aveva rubato il portafogli. A parte le considerazioni sulla qualità del trasporto pubblico, dunque, il fortunato palestinese ha potuto anche fare esperienza di presentare una denuncia al commissariato. Dopo un’altra eterna attesa, ha scoperto con un certo sconcerto che nessuno parlava una parola di una lingua diversa dall’italiano. Lui dunque se l’è cavata, ma si chiedeva (non senza una certa legittimità): “Ma gli altri, come fanno?”.

Quando Nizam mi dice che giurerebbe sul fatto che la maggior parte dei turisti che vede non torneranno a Roma neanche se profumatamente pagati, io qualche volta ribatto piccata che esagera. Ma allo stesso tempo realizzo, con dolore, che come molte cose, nel nostro Paese, è solo il caso che determina se l’esperienza di uno straniero (ma anche di un italiano) da noi sarà un sogno o un incubo. Chi mi conosce sa che io di Roma sono follemente innamorata. Che sono convinta che sia davvero un luogo straordinario, non solo dal punto di vista storico-artistico (e già solo per quello, quanto ci sarebbe da valorizzare…). Mi ferisce quindi dovere ammettere queste mancanze, così come non è piacevole riconoscere che la qualità della nostra vita è abbassata da tanti fattori che potrebbero essere corretti da organizzazione, volontà e senso civico di amministratori e cittadini.

Tra i punti a favore rispetto a vivere a Roma, Nizam ha elencato, con una certa mia sorpresa, “i romani”. Gli piacciono. “Magari sono un po’ bugiardi, un po’ finti, ma sono simpatici, caldi (nel senso, presumo, di calorosi)”. Io ieri sera non ero dell’umore e ho sbottato che a me no, i romani non piacciono. Non mi piace il menefreghismo, la tendenza a farsi scivolare tutto addosso (il “m’arimbarza”, per intenderci), la sciatteria, il pressappochismo. Ma mentivo. Adoro dei romani, di molti romani, la salace saggezza, l’ironia fulminante, un certo modo di dissacrante di intendere la vita che gli storici attribuiscono alla quotidiana consuetudine con il potere (vaticano, molto prima che nazionale).

Per concludere, stamattina ho chiesto a Meryem se le piace vivere a Roma. “No”, ribatte lei decisa. No? E dove vorresti vivere? “A Pavia” (per la precisione, a casa di Chiara, anzi “di Amelia”). E cosa non ti piace di Roma? Anche in questo caso, nessuna esitazione: “Casa nostra”. Sono soddisfazioni.

Buon Natale


Di Roma, si intende. 2766 anni dalla fondazione. E, dopo qualche esitazione, ho deciso di partecipare con Meryem alle manifestazioni al Circo Massimo, che avevamo “annusato” già lo scorso anno. Oggi, complice il tempo fantastico e la congiuntura favorevole, siamo rimaste più a lungo, con tanto di picnic sul prato.

E’ stata una bella festa. Certo, non c’era spazio per la didattica che era stata proposta, con più efficacia, nella cornice più raccolta e ristretta dei Ludi Romani, a settembre scorso. Ma era più sempre gradevole, colorato, partecipato. La sfilata era variegata, con chi ci credeva di più e chi ci credeva di meno. Tantissimi bambini e famiglie, anche tra i figuranti. Premio simpatia per il gruppetto di egiziani veri, che si sono incollati con allegria una lettiga completa di Cleopatra. Hanno partecipato anche alcuni gruppi cittadini europei (rumeni, tedeschi), qualcuno con appresso il sindaco. Gli annunci al microfono, poi, erano esilaranti: “Attenzione prego: la dea delle acque è pregata di contattare la postazione di regia”; “La tredicesima legio Gemina e la terza Partica sono pregate di trovarsi schierate lungo la spina del circo, alla destra del cipresso”.

Il programma del pomeriggio, a parte una anacronistica ma decisamente spettacolare esibizione di paracadutisti, si è aperto con la drammatizzazione della vicenda ben nota: Rea Silvia, Romolo e Remo, la lupa e via così, fino al volo degli avvoltoi. Meryem ne ha approfittato per ripassare la storia, già sentita da Alessandra in occasione di una visita al Palatino. Una cosa non ricordava (e a dirla tutta, neanche io): l’uccisione di Remo. E non le andava né su né giù. “Ma come, non gli dispiace di aver ammazzato suo fratello?” “…” “E a Dio, non dispiace?” (Beh, figlia mia, se lo inceneriva lì su due piedi la storia antica avrebbe preso un’altra piega…) “E agli abitanti della città, agli aratori, non dispiace che quello è morto?”. Ora, a parte il fatto che non giurerei che l’attività prevalente dei primi abitanti di Roma fosse portare a spasso l’aratro (anche se l’enorme attrezzo protagonista della scena poteva suggerirlo), a me non risulta, in effetti, che sia stato indetto un lutto cittadino per il povero Remo. Ma aspetto con ansia di essere smentita.

“Sai, mamma, io qualche volta litigo con gli amichetti, ma non li ammazzo mica…”. Meno male, va. Speriamo che non cambi idea.

Ho appreso con piacere che il Gruppo storico Romano ha ottenuto in gestione il Ludus Magnus, il sito della palestra dei gladiatori adiacente al Colosseo, verranno ricostruite, con la supervisione scientifica del Dipartimento di Storia e Filosofia di Tor Vergata, gli ambienti originari: mensa, cucina, camerate, dormitori, sale ludiche, armerie e via dicendo. Noi abbiamo visitato il Ludus Magnus e, nonostante la bravura di Alessandra, abbiamo dovuto constatare che il luogo era davvero poco accogliente. Mi sembra una buona cosa che si inizi una sperimentazione così. So che molte persone colte e specialisti, inclusi miei amici che stimo profondamente, inorridiscono al solo pensiero. Mi rendo conto che si possono fare molti progressi, ed è certo auspicabile. Ma non riesco a rammaricarmi di iniziative come queste, che sono pur sempre occasioni di coinvolgimento e di godimento della nostra splendida città, che troppo spesso contribuiamo a trascurare.

Per i turisti (e i romani) in visita al Circo Massimo: vi segnalo che da oggi al 16 giugno è aperto al pubblico il roseto comunale, che sorge sul sito dell’antico cimitero ebraico di Roma.  Immagino che per gli appassionati e competenti di rose sia una vera chicca, ma anche per i profani è un godimento. Ingresso libero, comode panchine dove, eventualmente, consumare anche un panino e una festa di colori e profumi. Oggi una deliziosa signora (appassionata di rose e anche docente di scienze) ha spiegato gentilmente a me e a Meryem come i semi della rosa canina vengano trasportati dagli uccelli (e non dal vento, come avevo sparato io, facendola trasalire vistosamente). Comunque se capitate da quelle parti non ve lo perdete. In particolare dal 19 maggio sarà aperto tutto e la fioritura dovrebbe essere al massimo.

 

Mica facile


Annunciare un post è un errore fatale. Specialmente se poi uno scopre che mica è tanto facile parlare di visioni e della loro costruzione. Il giorno dopo la presentazione del libro di Emilio Vergani (Costruire visioni. Fare il mondo come dovrebbe essere, Exòrma) raccontavo alla mia collega quanto mi avesse colpito la presentazione. “Bello, e di che parla?”. Gasp. Ho arrancato penosamente. Lei, per educazione, annuiva. Ma non sono riuscita ad articolare granché. E lì ho cominciato a capire che questo post non sarebbe stato una passeggiata.

Per fortuna ho preso appunti. Quelli analogici, con la biro sul quaderno. E’ un’abitudine che non riesco a perdere e mi ha salvato in molte occasioni. La presentazione, si diceva. Ricordo che, non molto tempo fa, si diceva con qualcuno che le presentazioni di libri “non funzionano più”. Non ricordo se fossi d’accordo o meno. Forse sì. Oggi direi, forse più banalmente, che dipende dalla presentazione. Certo, nessuno ha più voglia di muoversi in giro per la città, specialmente qui a Roma, per assistere a uno spot pubblicitario dal vivo. Ma se la “presentazione” diventa un’occasione di avere qualcos’altro, il discorso potenzialmente cambia. La presentazione organizzata da Exòrma mi ha permesso, per parafrasare un’espressione cara al libro, di “abitare” questo volume prima ancora di leggerlo. Credo che sia importante, per il fatto che il libro di Emilio Vergani sembra fatto per essere inserito in un dialogo. E’ in forma di dialogo l’ultimo dei capitoli, forse il più efficace di tutti. Ma anche il resto bisogna immaginarselo nello stesso contesto.

Ma insomma, di che parla questo libro? Credo sia stato molto azzeccato partire da una citazione, questa:

“Io penso che il senso del possibile in qualche modo sia presente in tutti noi proprio perché tutti noi siamo creature di senso – e non solamente di fatto. Però in molte persone il possibile viene come spento – forse perché ritenuto inutile alla vita quotidiana, al lavoro, ai rapporti sociali – al punto che, in breve, se ne perde coscienza e abilità. Quando però non si perde ma rimane attivo alcuni riescono a ricavarne un esito non scontato. Quell’esito è la visione. In altre parole, la visione è il risultato creativo del senso del possibile messo al lavoro”. 

Giovanni Anversa ha definito questo volume “un libro atteso”. Nel senso che magari uno a priori non lo sa, ma poi – una volta letto – capisce che c’era proprio bisogno di fermarsi a pensare su come dare carne alle visioni e su perché oggi sembra più che mai difficile farlo. La visione non è un’utopia, non è un sogno. Che le persone abbiano bisogno di sogni è un assunto incalzante di una certa politica, che ci assilla con una sorta di “coazione onirica” (cito, mischiandoli, i relatori della presentazione). Ma la visione, soprattutto, non è l’elenco delle cose che ci pare giusto fare: insieme (o invece dei?) sogni, la politica ha scoperto gli elenchi. Otto punti, dieci punti. Concreti, pragmatici. Del tutto privi di orizzonte, intrinsecamente sterili. Non si vive solo di “to do list”, per quanto esse possano rivelarsi utili.

Cominciate a capire? Non si tratta solo di politica. All’inizio del ‘900 la visione nutriva molto le scienze: quelle sociali, quelle politiche, ma anche le cosiddette scienze dure (buttiamo lì qualche nome, a cui si fa riferimento nel libro: Basaglia, don Milani, Olivetti, i padri costituenti, Einstein…). Provate a riflettere su queste affermazioni di Vergani: oggi la letteratura ha chiuso i battenti, ci resta la narrativa; il cinema è ridotto a intrattenimento. L’ultimo visionario dei nostri tempi pare Steve Jobs. Cosa manca, cosa manca a noi, alle nostre vite e alla nostra cultura? La capacità di vedere quello che non c’è (ancora). La capacità di tracciare un’esperienza di senso, di alzare lo sguardo su un orizzonte. Condiviso.

Questo vale prima di tutto per il nostro stile di vita, che finisce per essere orientato verso beni di consumo, più che verso beni relazionali. Anche sul nostro modo di essere genitori. Negli ultimi due decenni non si è fatto che parlare di società del rischio, di insicurezza, di liquidità. Oggi ci troviamo nella società dell’eccesso di protezione, della ricerca della sicurezza a tutti i costi. Ci fanno paura cose che non sappiamo neanche bene cosa significhino. Passiamo la vita a erigere recinti protettivi. Non ci chiediamo più cosa e quanto perdiamo (noi, e più ancora i nostri figli) in questo zelante abbassare lo sguardo nel piccolo raggio di ciò che crediamo di controllare.

Altro spunto interessante. Un’altra reazione comune è quella delle visioni individualistiche, monotematiche, assolutizzanti, esclusive. Le monovisioni portano a leggere tutto in una chiave unica, a cercarsi e riconoscersi in etichette ristrette: quella di genere, quella di un certo tipo di alimentazione, quella di una specifica scelta educativa e via così. Sembra si faccia difficoltà, o addirittura si eviti, di cercare una visione più grande in cui comporre i nostri singoli pezzetti. Guardo il mio, assolutizzo il mio, mi riconosco solo in chi è esattamente come me (e se posso consolidare le mie sicurezze attaccando chi è diverso, funziona meglio). Penso a certe discussioni, anche sul web, e mi pare maledettamente e tristemente vero.

Dove coltivare il senso del possibile? Al momento pare proprio che non ci sia proprio lo spazio fisico. La politica, esangue, è l’ombra di se stessa. La scuola? La famiglia? Quel che si vede non pare promettente. Questo rattrappimento del senso del possibile va a braccetto con la paura, di cui ci nutriamo quotidianamente (e, questo aspetto mi fa davvero pensare, in cui per forza di cose immergiamo i nostri figli fin dalla nascita). La paura si supera solo con uno slancio in avanti. Uno slancio per cui fatichiamo a trovare una motivazione.

Viviamo immersi in questa mancanza di visione, a partire dal linguaggio. Il linguaggio ci fa dire cose di cui neanche siamo consapevoli. Lavorare sull’etica del linguaggio, anche attraverso la narrazione, ci aiuta a tornare consapevoli, a evitare di ritrovarci in una realtà che non ci appartiene, ma da cui siamo detti. Ma come ritrovare uno spazio pubblico del racconto di sé? Come fare il passaggio di condivisione di orizzonte che permette di costruire una storia diversa?

Questa è un’altra di quelle occasioni in cui mi piacerebbe parlare con voi non solo per iscritto. Mettersi tutti insieme in un luogo fisico e vedere dove ci porta la discussione. Intanto me lo dite se ci sono riuscita a passarvi un pezzetto di questa matassa di idee che mi si è aggrovigliata in testa?

Vi lascio con un video delizioso, che racconta la presentazione di Roma. Vi raccomando soprattutto la ricetta di Giovanni Anversa, nella parte centrale del video.

Illuminanti miagolii


Non so se esiste qualcosa di più kitch della tazza che è arrivata a casa mia sabato scorso. E’ un mug a strisce bianche e nere, ha un muso di gatto in rilievo e, udite udite, miagola. Sì, miagola. Quando la si solleva. Quando si socchiude lo sportello dell’armadietto in cui è riposta. Quando si apre il rubinetto vicino allo scolapiatti dove è poggiata. Miagola sonoramente, tre volte di seguito.

Eppure è proprio questo raccapricciante oggetto che mi ha permesso di fermare alcuni pensieri luminosamente felici, che mi appunto per non dimenticare.

Questa tazza mi fa pensare a mia sorella maggiore, che l’ha maliziosamente regalata a Meryem. A quanto è divertente ridere insieme a lei (dovremmo farlo più spesso). A quante cose divertenti possiamo ricordare. Perché per carità, la nostra famiglia non è stata tutte rose e fiori, però si è riso parecchio. Penso agli scherzi surreali che ci siamo fatti, agli aneddoti ricordati mille e mille volte. E penso anche che sabato a pranzo, per un attimo, mi è parso che Roberto Palazzi fosse lì a ridere con noi. Quanti momenti felici abbiamo avuto. Mica è da tutti.

La mattina dopo la tazza è stata usata da Meryem per fare uno scherzo perfetto al padre che, alzatosi un po’ assonnato, ha fatto per bere il suo caffellatte e si è trovato sommerso di inaspettati miagolii. Non credo dimenticherò mai le loro espressioni. Un momento perfetto. Il giorno dopo ne ho immortalato un altro, al negozio di kebab. E oggi mi dico: invece di recriminare sul fatto che questi momenti siano così pochi, forse potrei essere felice del fatto che ci sono. Lo sono, in realtà.

Per associazione di idee, ho pensato a me stessa. E’ vero, tante cose non le avrò mai. Non avrò mai, soprattutto, quel “per sempre” a cui in fondo, nella mia ingenuità camuffata da disincanto, ho sempre ambito. Ma oggi, mentre dalla cucina arrivano i miagolii della tazza, non voglio pensare a quello che non avrò. Oggi vedo quello che ho avuto (“Grazie, mio Dio, per la mia buona vita e per tutto l’amore che ho ricevuto”, scriveva Agatha Christie nella sua indimenticabile autobiografia) e, perché no, quello che ho ancora. Una risata. Una coperta divisa. Le piccole cose di ogni giorno. E a ogni giorno basti il suo affanno.

Parole segrete


Ce l’ho, ce l’ho la mia strategia di sopravvivenza alle sfide quotidiane! Forse ne ho già parlato incidentalmente qua e là, ma sono troppo fiera per non condividere qui quella che reputo la mia strategia educativa più riuscita (forse l’unica, ora che ci penso): le parole segrete.

In effetti mi sono ispirata a un concetto un po’ distante da quello della genitorialità tradizionale: le “parole di sicurezza” o safewords. Prima di cancellarmi dalla vostra blogroll e denunciarmi a qualche ente di tutela dei minori, lasciate che vi spieghi meglio.

Ero alla vigilia delle mie vacanze a tu per tu con la Guerrigliera in Salento. Quindici giorni che persino io potevo prevedere che sarebbero stati un po’ stressanti. Sole in luogo ignoto, senza macchina, amici, parenti, conoscenti. Anche senza internet, ma quello non potevo saperlo. Insomma, immaginavo che mantenere il controllo sulla fanciulla – che aveva cinque anni compiuti da poco – sarebbe potuto rivelarsi essenziale, almeno in alcuni momenti. Il principale ostacolo che vedevo erano gli inevitabili conflitti. Quando io e/o mia figlia perdiamo le staffe, le nostre reazioni diventano spesso deleterie. Da qui l’idea, che si è rivelata azzeccatissima.

Io e Meryem ci siamo date tre “safewords”, tre parole segrete che conosciamo solo io e lei. Le abbiamo scelte insieme e servono a gestire situazioni di tre livelli diversi di gravità. La prima (chiamiamola “parola A”, un segreto è un segreto) significa: “sono ragionevolmente certa che questa discussione sia una stupidaggine. Prima che diventi una cosa seria e ci arrabbiamo davvero, diamoci un bacio e finiamola qui”. La seconda (“parola B”) si usa quando il conflitto è in atto e si sente montare la rabbia. Significa: “Ok, cerchiamo di calmarci. Io ora ti spiego come la vedo io e poi tu mi spieghi come la vedi tu. Cerchiamo un compromesso senza sbroccare”. L’ultima (“parola C”) è riservata ai momenti di emergenza. Da agosto scorso a oggi credo in effetti di averla usata una, forse due volte. Significa: “Non c’è tempo ne modo di spiegare ora. Obbediscimi e basta. Ne parleremo meglio quando l’emergenza sarà finita”.

Avevo fatto il tentativo senza particolari aspettative. Ma il meccanismo si è rivelato azzeccatissimo per Meryem, che lo capisce a fondo ed è in grado di utilizzarlo (giusto un paio di giorni fa, dopo molto tempo, ha usato la parola A; a volte, se mi arrabbio, mi richiama giustamente all’uso delle parole). L’unica ovvia accortezza è non abusarne. Specialmente la terza deve essere davvero un’eccezione, altrimenti il senso dell’intera operazione è vanificato.

Poi avviamente non sempre siamo in grado di utilizzare questo metodo. Però sappiamo che c’è, possiamo reciprocamente ricordarcelo e io resto convinta che sia qualcosa di prezioso che resterà tra noi due.

Questo post partecipa al blogstorming “Sfide quotidiane e strategie di sopravvivenza

Avventure domenicali


“Signò, le disgrazie so’ artre. Pensi se ce troviamo Berlusconi al governo! Ecco, vede? Che sarà mai un piccolo incidente?”. Per piccolo, l’incidente era piccolo. La Guerrigliera sabato pomeriggio saltellava sui gradini dell’Altare della Patria (“Ecco, lo sapevo che era colpa sua. La patria, di questi tempi? La prossima volta al mare, o almeno ai giardinetti dell’EUR!”), ha messo un piede in fallo e si è fatta male. Confesso: non avevo dato alla cosa particolare rilievo. Abbiamo continuato la serata e lei stessa pareva aver dimenticato l’infortunio.

Ma ieri mattina la Guerrigliera era troppo lagnosa per non avere un motivo. Dopo aver provato a sgridarla un pochino, mi sono arresa all’evidenza. Aveva qualcosa. Traccheggio fino alle undici, poi noto che la caviglia è effettivamente gonfia. Dopo un attento assessment logistico (vi ricordo che ieri c’era il primo Angelus di Papa Francesco, nonché la Maratona di Roma), mia sorella ci trasporta al CTO, adiacenze kebab (Nizam ci ha dato il via libera dopo il passaggio dell’ultimo maratoneta). Ci accoglie un enorme e vistoso striscione: “CTO occupato”. Per fortuna ciò non pare inficiare il servizio in modo particolare, almeno al pronto soccorso.

Nella lunga attesa mi faccio mangiare un euro dalla macchinetta delle bibite, somministro alla zoppetta due improbabili panini burro e uovo all’occhio di bue (gradisce) e muoio di fame. Però un pronto soccorso romano ha sempre il suo stile inconfondibile, bisogna riconoscerlo. Alla prima visita un paio di garruli infermieri intrattengono me e Meryem con battute tipo quelle di sopra. I radiografi hanno inscenato uno spettacolino degno di clown professionisti (Meryem a questo punto mi sussurra all’orecchio: “Mamma, ma questi hanno bevuto troppo vino?”) e l’infermiere che ha messo il gesso prima ha fatto finta di ingessarle per sbaglio la fronte e poi continuava a contarle le dita del piede, sostenendo di averne persa una.

Comunque, gesso è stato. Per venti giorni. E ho la sensazione che questa nuova condizione ci darà l’opportunità di scoprire nuovi inattesi aspetti della vita di quartiere. Ho provato a telefonare a scuola per informarmi su eventuali possibili soluzioni. Le maestre si sono rimpallate letteralmente la cornetta per poi deliberare che nessuno dei presenti sapeva o poteva dire nulla: l’unica autorizzata a parlare di tanto scabrosi argomenti è la coordinatrice in persona (domani).

Noi intanto ci barcameniamo con le inevitabili sfighe incrociate che in questi casi accorrono a frotte come vespe su un picnic. Ah, per la cronaca: diluvia.

Adelante por favor


Eccoci qui, con un papa nuovo, proclamato in orario di TG serale, a beneficio di tutte le famiglie italiane (e europee). Noi compresi. Meryem ha rinunciato malvolentieri al cartone del dopo cena, ma alla fine ha seguito con una certa partecipazione (insofferente per la lunga attesa tra la fumata e lo scioglimento della prognosi).

Meryem inizia a rimuginare molto su quello che ascolta, riproponendolo a volte a più riprese. Le sue domande dirette, direttissime, spiazzano qualunque strategia educativa, se pure ne avessi una. “Mamma, ma non puoi essere tu il papa? Oppure papà? O nonno, se c’era ancora?” Ricapitolo sommariamente: io sono donna, papà è musulmano, mio padre oltre che morto era sposato. “Non può essere sposato?”. No. Individua quindi come possibile candidato l’amichetto Federico, che non ha la fidanzata e non la vuole (in particolare mi par di capire che non voglia lei, che invece gli si propone ogni giorno. Ma questo non lo racconteremo al padre curdo).  Pausa. “Ma il papa deve essere per forza vecchio?” Mannaggia, questa bambina va decisamente dritta al punto. E questa da dove gli viene? Ricostruisco che quando mi ha chiesto perché serviva un papa nuovo devo avere optato per la versione “era molto vecchio e stanco”.  Mah, di solito sì.

L’attesa si protrae. Meryem ha drammaticamente tempo di elaborare nuove domande. “Mamma, ma tu sei sposata?”. Avrei potuto rispondere che la domanda non era pertinente. Avrei potuto rispondere semplicemente no, tecnicamente corretto dal punto di vista civilistico. Ma invece mi sento rispondere: “Ora no, ma lo sono stata”. Immagino che l’intento fosse chiarire che, ammesso che vengano a breve introdotte le papesse, io sarei comunque fuori dalla rosa dei candidati. Ma come me ne esco? Lei non pare sconvolta. “Ah, sì? E con chi?”. Concisamente rispondo. Registra. Tirerà certamente fuori il tutto nel più imbarazzante dei momenti. Ben mi sta.

Mi salva il balcone che finalmente si apre. Mi impressiona il silenzio assoluto dei giornalisti dopo la proclamazione. Qualcuno, come me, avrà detto: “Eeeeh? Cioè? Chi è questo?”. Qualcuno, più preparato, avrò fatto un salto sulla sedia. Meryem guarda Touran e chiede, legittimamente perplessa: “Ma sarebbe questo?”. No, ancora un attimo di suspence. Il neo Francesco a pelle ci è piaciuto. Meryem si è lanciata entusiasta nell’Ave Maria (unica preghiera che conosce) e mi ha zittito severissima quando, nel momento di silenzio, cercavo di spiegarle cosa significasse. Ha anche severamente criticato il fatto che armeggiassi con il cellulare in un momento così solenne (ma mica è colpa mia se mi arrivavano millemila notifiche, manco avessero fatto papa me). Valle a spiegare che la benedizione valeva esplicitamente anche per i fruitori delle nuove tecnologie.

Poi l’ho mandata a letto, rafforzando la mia posizione con la buona notte pontificia: lo vedi, Meryem, che lo dice anche lui che è tardi? Poi ho chiamato Nizam, beccandomi qualche improperio: alla fumata, mi aveva imposto di fare un nome, per una scommessa in extremis. Io, sufficientemente depressa, ma con un certo pudore scaramantico ad esplicitare il nome che funesto mi aleggiava in testa, me l’ero cavata con un poco convinto “Ravasi”. Toppando, naturalmente. Però Francesco I l’avevo azzeccato. Dopo poco mi arriva un sms: “forza cesuiti” (traslitterazione turca di gesuiti, Nizam ancora dopo tanti anni ancora fa confusione sulle poche consonanti che divergono).

Da allora, fioccano i messaggi e persino le congratulazioni. Qualcuno mi ha chiesto di scrivere che cosa penso, seriamente. Me lo risparmio, rimandandovi a questo articolo della Murgia. In sintesi: guardiamo il bicchiere mezzo pieno e, soprattutto, guardiamo avanti. Che sarebbe proprio l’ora, nella Chiesa e nel mondo. Condivido quello che ha detto padre Giovanni, il presidente del Centro Astalli: magari questo venire “dalla fine del mondo” aiuterà a rivedere le priorità, a cambiare punto di vista. Fa sempre bene, anche alle persone. Figuriamoci alle istituzioni millenarie.

P.S. Un’ultima notazione. Ho letto, in un florilegio di citazioni pubblicate dal Corriere, alcuni commenti sul libro di Giona. Mi ha fatto piacere. Giona, per tante ragioni, è “il mio” libro della Bibbia. Mi riprometto di approfondire come mai papa Francesco se ne è occupato.

Qualche link (in progress)

Giacomo Costa su Huffington Post
Antonio Spadaro su Il Sole 24 Ore
Stefano Femminis per Europa

Non bisogna rispondere sempre


Uno dei rimproveri che fanno infuriare mia figlia, ma che nonostante questo credo sia importante continuare a farle è: “Non rispondere!”. Non fraintendetemi. Non intendo privare la Guerrigliera della libertà di parola. Il mio intento non è zittirla per bieco esercizio di autoritarismo. Sono una sostenitrice del fatto che esporre il proprio punto di vista sia importante e abbiamo persino una nostra parola d’ordine segreta da usare quando sentiamo che stiamo per arrabbiarci, che significa: “Fermiamoci e parliamone. Io ti spiego come la vedo io e tu come la vedi tu”.

Però ci sono circostanze in cui un rimprovero va accettato con un momento di silenzio. Ribattere colpo su colpo, oltre che essere irritante per me (particolare che ha, non lo nego, la sua importanza), è spesso controproducente. Presi dalla foga della battuta pronta si finisce molto spesso per dire cose di cui ci si pente, ma soprattutto non si seleziona la qualità delle risposte. In altre parole, si fa solitamente la figura degli stupidi. Questo cerco tutte le volte di spiegare a Meryem e questo penso sempre più spesso in questi giorni di acredine politica.

Viva il sano dibattito, per carità. Ma non è questo il momento e, francamente, il tono degli scambi che intercetto è molto più basso delle recriminazioni di mia figlia (che ha la scusante di avere cinque anni e mezzo). Ho spiegato in apposito post e, qualche volta, anche su Facebook, cosa non mi convince del Movimento 5 Stelle. Fino ad ora non ho avuto elementi significativi che mi abbiamo portato a modificare la mia opinione. Sono rimasta, come molti miei amici, stupita e profondamente preoccupata dell’esito del voto. Non mi esalta quel poco che si sta vedendo e sentendo in questi giorni.

Però per ora credo sia opportuno fare una pausa. Non dico di “abbassare gli occhi e stare zitta”, come mi esortava a fare su Facebook – in quanto romana e votante Zingaretti – un sostenitore di M5S. Ma non credo serva a nessuno questa ondata polemica, che si rafforza giorno dopo giorno e sembra quasi alimentarsi della propria assoluta sterilità. Dobbiamo rassegnarci che, fino alla prossima mossa concreta, si può solo aspettare e magari riflettere. Vogliamo cogliere questa occasione per guardarci intorno, allungando un po’ lo sguardo anche sulle crisi internazionali – che hanno comunque un forte impatto anche sulla nostra economia nazionale, che a parole è la priorità di tutti? Ci informiamo un po’ sulla Siria, sul Mali, sulla Libia, sul Congo, piuttosto che dedicarci all’analisi filologica di terzo livello delle dieci parole di autopresentazione di ciascun parlamentare grillino?

Il momento è abbastanza drammatico e il futuro incerto. Io mi sento anche molto coinvolta: come scrive Giacomo Costa in un editoriale che vi esorto caldamente a leggere per intero e con attenzione, ” la partita del welfare sarà strategica nella prossima legislatura”. La questione mi tocca direttamente, come forse immaginerete, professionalmente e personalmente. Oggi più che mai, però, credo che sia necessario cercare riferimenti “alti”, orientamenti che emergano dalla fanghiglia della polemica e delle affermazioni personalistiche dell’uno o dell’altro.  Sono grata dunque a Giacomo Costa anche per aver richiamato, nel suo articolo i “consigli di giustizia” di Carlo Maria Martini.

1. «Lasciarsi inquietare dalle ingiustizie che sono nel mondo, vicine o lontane, ma sempre causa di inaudite sofferenze»

2. «Non dare mai per scontata una soluzione, come se fosse assolutamente giusta, e sottoporla sempre a critica»

3. «Diffidare del proprio egoismo, della propria comodità, del proprio punto di vista, e cercare il punto di vista dell’altro»

4. «Non cedere alle tentazioni di disfattismo (la giustizia è impossibile!), perché in tal caso ogni impegno viene tagliato alla radice».

Credo che io questo volume me lo procurerò al più presto: magari mi aiuta a superare questo momento di attesa forzata senza sconfortarmi del tutto.

A volte ritorno


Da due giorni aspettavo ansiosamente il pranzo di oggi, perché i compleanni di Marielou sono sempre speciali – come lei. Questa volta poi l’appuntamento era alla Città dell’Altra Economia, che io avevo sempre deciso essere (senza ovviamente esserci stata) in un posto diverso da quello in cui effettivamente è. Da cui la telefonata di ieri, la cui sostanza si può riassumere in: C. “Ma proprio all’Ararat? Cioè, proprio entrando dal portone dell’Ararat???” M. “Sì, sì, dentro il Mattatoio”.

Facciamo un passo indietro. Lungo. Torniamo ai tempi in cui scoprivo, insieme ai rifugiati, luoghi di Roma a cui io, liceale monteverdina di scarsa intraprendenza sociale, ero poco avvezza. I centri sociali. Memorabile fu un inizio di marzo 2003 (giusti giusti 10 anni fa). Con un paio di colleghi biblisti avevamo passato la giornata a un convegno all’Accademia dei Lincei sulla storia dell’antico Israele (occasione per noi, all’epoca, abbastanza elettrizzante. So che faticherete a crederlo, ma, suvvia, fate uno sforzo di immedesimazione). La serata, senza soluzione di continuità, prevedeva un concerto di Manu Chao al Villaggio Globale, centro sociale all’interno dell’ex Mattatoio di Testaccio. La collega biblista, nata a Bergamo e residente a Pavia, ci chiedeva perplessa lumi sul significato di “centro sociale”. Spiego come posso, alla luce di un’esperienza per me abbastanza nuova. Passò alla storia il suo memorabile commento: “Ah, tipo un oratorio”. Risate omeriche. Beh, ci divertimmo un sacco, quella sera. Posti in prima fila, in virtù della mia prestigiosa posizione di segretaria della scuola di italiano del Centro Astalli (il servizio d’ordine era composto da curdi dell’Ararat, insediamento semi abusivo di rifugiati che si trova sempre all’interno dell’immenso recinto del Mattatoio), rifornimento continuo di acqua e generi di conforto per l’intera durata del concerto.

Ad Ararat andavamo soprattutto alle feste di Newroz, tra il 20 e il 21 marzo. Era uno di quei posti dove in teoria entrava chiunque, in pratica l’italiano medio non aveva particolare motivo di andare. Dell’Ararat di allora ricordo i tè, forti e neri nei bicchieri di plastica. L’ingenuità della giovinezza e dell’inesperienza. Ma anche l’entusiasmo e la commozione, che neanche tutti gli anni successivi sarebbero valsi a cancellare del tutto. A volte penso che se non fossi stata seduta lì, su quelle sedie di plastica, con l’odore delle stalle comunali in sottofondo e quella bandiera rossa scolorita che sventolava e sventola, ostinata, contro il Monte dei Cocci, la mia vita sarebbe oggi profondamente diversa.

Gli anni sono passati e torniamo a noi, oggi. Che a quello spazio straordinario che è l’Ex Mattatoio di Testaccio si fosse finalmente messo mano in modo sensato, mi era noto da un paio di visite al MACRO e da uno spettacolo teatrale presso la facoltà di Architettura di Roma III. Ma la Città dell’Altra Economia, soprattutto per quell’equivoco spaziale di fondo con cui ho aperto il post, ancora mi mancava.

Oggi, con il suo festeggiamento di compleanno, è stata Marielou a fare un regalo a me. Vedere mia figlia scorrazzare felice in quello spazio che così tanto e così impetuosamente ho amato, con il Gazometro e il Monte dei Cocci a fare da sfondo e le nuvole bianche che si specchiano sulle vetrate mi ha dato una gioia piena e commossa, che non so descrivervi. Scendendo sulla terra, abbiamo mangiato molto bene, gustandoci piatti non banali, dall’agnello al pasticcio di broccoletti, dal tortino di carote alla lasagna ai carciofi. Per la rilassatezza dei genitori, ci sono anche delle proposte per bambini, dal livello di educazione alimentare zero (hamburger in panino con insalata e patatine fritte) a quelli leggermente più avanzati (bocconcini di pollo in salsa appena speziata), ma anche pasta al pomodoro. Ogni piatto del menù è classificato rispetto alla sua compatibilità con diete vegetariane e prive di glutine. Baciati dal primo vero sole di primavera, ci sentivamo davvero in pausa, in vacanza. “Mamma, sembra quasi che siamo partiti!”, ha commentato Meryem mentre andavamo via. Già. Non sembra nemmeno di essere a Roma, se non fosse per quegli scenari che potrebbero essere solo lì, solo in quel punto particolare dell’universo. Bambini, biciclette, passeggini ovunque. Le bancarelle del mercatino biologico, con ottime degustazioni di olio, formaggio e miele. Una domenica in campagna, ma ci siamo arrivati a piedi, attraversando un ponte sul Tevere che è un’altra pietra miliare del mio personale paesaggio romano.

Per la cronaca, ci sono anche begli spazi interni, dei bagni moderni, numerosi e puliti (anche la pipì vuole la sua parte) e una libreria per bambini/ludoteca, Tana liberi tutti, che è davvero un gioiellino: credo che la prenderei seriamente in considerazione anche come location per festicciole varie, vista la felice combinazione di interni e esterni. Wi-fi libero, personale giovane e gradevole. Insomma, un’esperienza da replicare sicuramente.

Certo, si osservava con Rosaria, il luogo ha perso molto del suo antico sapore “militante”. Ma oggi, guardando Meryem e tanti bambini della sua età e anche più piccoli, che si godevano un bello spazio aperto, comune, condiviso da italiani e “stranieri” (il sikh con il grosso turbante arancione che, con la sua famigliola, dava una nota di colore mi dava l’impressione di essere italiano almeno quanto noi, e probabilmente lo è), non mi sentivo di rammaricarmene. Magari restasse così, familiare e senza eccessivi snobismi (un po’, nel mercatino bio, ce ne sono per forza: ma sono temperati dalla “romanaccità” del luogo).

Alla fine la nostalgia ci ha travolto e un salto ce l’abbiamo fatto, all’Ararat. Speravamo di trovare una lezione di danza curda di cui ci avevano parlato, che però questa domenica non c’era. Ci siamo seduti un po’ con questi ragazzi giovani giovani, che non ci conoscono, ma sono stati comunque molto ospitali. Il centro ha l’aria leggermente più ripulita, ma resta un posto dove dorme una sessantina di persone che non hanno alternativa. Marielou mi ha indicato il giardino dove, anni fa, aveva contribuito a costruire un orto. Nella “serra” c’erano materassi, sacchi a pelo e qualcuno sdraiato a riposare. Meryem sperava nel tè, ma non c’era. Poi è rimasta incantata dalle carrozzelle con i cavalli che iniziavano a rientrare dai loro giri con i turisti. Siamo andati nelle stalle, dove i bambini hanno dato da mangiare a un piccolo pony e hanno curiosato tra le balle di fieno. L’impressione di essere molto lontani da casa si è rafforzata ulteriormente. Noi grandi ci gustavamo le battute salaci dei vetturini romani, che sono sempre degne di nota.

“Ci portiamo anche la nonna e i cuginetti?”, mi ha detto Meryem entusiasta, andando a letto con le guance ancora colorite dalla giornata all’aperto. “E anche le zie! Io posso far vedere a tutti dov’è il bagno”. In effetti anche a me pare una buona scoperta. E se mia figlia ci fa vedere il bagno, poi, siamo a cavallo.

Dubbi teologici


L’Antico Testamento non è politically correct. Chiunque se ne accorge, anche a una prima lettura. E mia figlia è evidentemente più sensibile di me alla sua età. Ieri, andando al coro, mi sono trovata a doverle raccontare la storia di Mosé e dell’Esodo: tutto è cominciato dalle parole di Go Down Moses. Sono partita con entusiasmo, lanciandomi in una descrizione (leggermente edulcorata) delle piaghe d’Egitto. Rane, cavallette, roba così. Ho omesso i bambini morti stecchiti in una sola notte, per capirci. E poi il Mar Rosso che si richiude, travolgendo cavallo e cavaliere. Non avevo ancora finito il repertorio, quando mi è arrivata la seguente obiezione: “Ma mamma, non è possibile! Dio è buono con tutti. Ti pare che solo perché si arrabbia fa succedere cose così brutte?”. Ehm. A parte che il sottotesto era: Dio mica è come te, che quando ti scappa la pazienza dici e fai cose di cui ti penti. Ma seriamente, cosa obiettare?

Mi sono aggrappata alla storia del diluvio. Che Dio prima ha cancellato il 99,9% dell’umanità, poi si è dispiaciuto e ha promesso di non farlo più, firmando l’impegno con l’arcobaleno. Ma poi, in uno sprazzo di onestà intellettuale, ho aggiunto che queste storie le raccontano gli uomini. E che Dio, probabilmente, vede le cose in modo molto diverso. Insomma, Guerrigliera, le storie senza i cattivi non funzionano. Si sa. E i cattivi vanno spiaccicati, almeno nelle storie. Non mi fare questioni anche sui fondamentali.