Storni di Roma


Avrei voluto iniziare questo post con una dotta citazione dello storico arabo Ibn Khaldun, che già nel XIV secolo descriveva le acrobazie che questi piccoli uccelli descrivono nel cielo invernale di Roma. Ricordo bene il passo, che apriva la conferenza del mio professore Giovanni Garbini sulla Storiografia dei semiti a un congresso internazionale che è stata una pietra miliare della mia formazione accademica (si era a novembre 1992 e gli storni volavano appunto nel cielo sopra la villa della Farnesina). Ma non la trovo e dunque la sostituisco con questo video.

Già in un’altra occasione vi ho parlato di questo spettacolo straordinario, che mia figlia a tre anni e mezzo ha genialmente definito “una tempesta di uccellini”. Allora come oggi ripenso ai pomeriggi a via Palestro – che allora ospitava allora una sede distaccata del dipartimento di Studi Orientali dell’Università La Sapienza. Guardavo ipnotizzata quelle manovre aeree, che notavo per la prima volta, e riflettevo sui massimi sistemi. Potevo farlo, badate bene, perché ero all’interno di una stanza con doppi vetri, al quinto piano.

Lo spettacolo è oggettivamente straordinario, ma con alcune precauzioni. Meglio goderne da una certa distanza, protetti da un vetro, magari in ambiente tale che vi sia assicurato anche un certo meditativo silenzio. Perché, come ogni romano ben sa, da vicino è tutta un’altra storia. Il malcapitato passante a tutto pensa meno che ai frattali e alle armoniche simmetrie delle figure geometriche formate in volo. Pensa a sopravvivere come può. Studia soluzioni sperimentali che consentano di tenere con una mano l’ombrello, tapparsi il naso con l’altra e, possibilmente, non scivolare (non è impresa da poco, ve lo assicuro).

Roma di questa stagione, in punti sempre più numerosi della città (un tempo il fenomeno era assai più circoscritto), è sotto assedio. 4 milioni di pennuti,  starnazzano e fanno i loro bisogni con la stessa stupefacente attitudine al gioco di squadra che caratterizza le loro imprese di volo. Se credete che scherzi, leggetevi questo recentissimo lancio di agenzia. Anche il tentativo “social” di Adnkronos è coraggioso: “inviaci una foto su Twitter o su Facebook”. Per ora i commenti salaci superano gli scatti, ma è apprezzabile lo zelo di documentare l’ultima – sebbene antica – “emergenza” di Roma Capitale.

Credo dunque che il turista debba essere consapevole di questo fenomeno naturalistico, che ha i suoi pro e qualche contro importante. Ma soprattutto è bene che sia avvertito della principale contromisura prevista, ideata in pieno accordo con LIPU e Fauna Urbis: i così detti “dissuasori acustici”, noti anche come “distress call”  (grido d’angoscia). Queste urla terrificanti, che arricchiscono di imprevisti acuti la già impegnativa colonna sonora della città al tramonto, pare che simulino il verso del falco pellegrino. Se funzionino non saprei dire. Certo è che tutto il pacchetto di stimoli acustici, tattili, olfattivi e visivi è un’esperienza che non si dimentica facilmente. 

719


“Ma come ci vivi, tu, a Roma?”. Me lo chiede un collega di Trento e io per un attimo cerco di immaginare cosa lui si immagina per qualità della vita. “Roma… mi frega sempre”, confesso alla fine io. Perché non riesco a non amarla, anche quando dà il peggio di sé. E il pensiero corre all’autobus 719 delle 13:15, giovedì scorso, Testaccio-Trullo.

Quando l’ho visto arrivare da via Marmorata, caracollando come un mulo stanco, ho immaginato che sarebbe stato un tragitto impegnativo. Sono in ritardo, quindi con piglio deciso mi faccio largo verso la porta anteriore. Il vano è occupato quasi interamente dalla tipica signora romana. “Nun ce posso annà, più dentro, me manca l’aria. Ma passi, passi, signò!”. Mi insinuo qualche centimetro più in dentro. Alla fermata successiva, altro istituto scolastico. La signora tenta di scoraggiare gli aspiranti passeggeri: “Nun se monta da davanti!”. E’ vero il contrario e le viene fatto notare. Sfidiamo la legge di impenetrabilità dei corpi. La signora, forte della sua posizione adiacente al guidatore, inizia a interloquire con l’autista: “Ma pure lei, perché si ferma? Quando si raggiunge un certo numero…”. Altra fermata, altro gruppo multicolore, multiforme e multietnico di studenti. Uno si scoraggia e resta a terra. Ma alla signora non va bene neanche così. “Ennò!”, urla indignata all’autista. “Mo’ proprio lui deve resta’ a terra, di tutti quanti? Avanti, riapra la porta”. Non vedo la faccia dell’autista, non sento risposte, ma le porte – schiacciando articolazioni assortite – in qualche modo si riaprono. Volente o nolente, il ragazzo è cooptato nella nostra comunità viaggiante.

Fermata successiva, altro istituto scolastico. “Ma che è, l’autobus de li profughi?” commenta un vecchietto dal marciapiede. In effetti in questo caso l’osservazione è pertinente. L’istituto in questione è assai frequentato da utenti del Centro Astalli. E non siamo ancora arrivati alla fermata in cui il 719 imbarcherà gli alunni della scuola di italiano, richiedenti asilo, per lo più. Davanti a questo ulteriore assalto, la signora si arrende. Cede il suo posto a un grappolo di adolescenti e si cala giù dai gradini, non senza un’ultima raccomandazione al guidatore: “Je dica de mori’ ammazzati a quelli al capolinea!”. Gli altri autisti non solleciti nel rispetto degli orari? I dirigenti ATAC? I controllori? Chissà. La signora non lo precisa.

L’autobus, pieno come un uovo, temperatura interna circa 32°, procede a velocità inferiore al passo d’uomo. E’ una prerogativa degli autobus romani, in particolare quando si ha fretta. Curiosamente mantengono questo tratto distintivo anche quando le strade sono apparentemente sgombre. “Ma che sta affà, questo, pesta l’ova?”, si chiede, non senza qualche ragione, un passeggero incastonato tra gli zaini degli studenti.

Un po’ per distrarci, un po’ per sincero interesse antropologico, io e la mia amica Rosaria ci concentriamo sui discorsi dei ragazzi e ci appassioniamo a una discussione di numerologia applicata: 6 meno meno meno è più o meno di 5 e mezzo? Ciascun meno va interpretato come 0,25? O no? “Io se vedo 6 è 6, nun vojo sentì niente”, è la tesi dell’interessato. Anche questo, francamente, è un punto di vista legittimo. Ma cosa spinge un prof ad apporre addirittura tre meno consecutivi? Gli/Le trema la mano? Ha in mente una raffinata tabella di riferimento che sfugge ai non iniziati? E’ un burlone? E’ forse provato anche lui da un tragitto su un autobus come questo?

La radura dei progetti non realizzati


Oggi pensavo a quante idee ho avuto in questi anni, a quante mi parevano eccellenti, e poi sono finite in niente. Dove sono finite, esattamente? Mi piace credere che siano in un posto dove al momento non si vedono più, ma da cui forse, a un certo punto, si faranno largo di nuovo verso la realizzazione, o – quando il caso – verso una nuova realizzazione, migliorata. Forse è l’immaginario disneyano di Bambi (penso a un libro che avevo, non al film), ma mi è venuta in mente una radura piena di erba verde e soffice, ma circondata da un fitto bosco impenetrabile. In quella radura brulicano creature, alcune belle complesse, già formate e sicure (tipo mammiferi), altre ancora allo stadio unicellulare, materia grezza per future metamorfosi.

Molte di queste idee sono, o volevano essere, di natura libresca. Racconti, romanzi, saggi, articoli, studi scientifici, esperimenti letterari di varia natura, addirittura sceneggiature. Altre sono progetti grandiosi di impatto rivoluzionario, della categoria cambiamo il mondo. Imprese, più che idee. Qualcuna, in passato, si è anche tradotta in qualcosa di concreto. La maggior parte no.

Cosa è mancato, a quelle idee, per continuare il loro percorso ordinario nel mondo delle cose reali? In alcuni casi, forse, la concretezza. Il più delle volte la pazienza e, negli anni, anche lo spessore per sopravvivere al vaglio delle priorità che comincio a praticare, se non consapevolmente nei fatti, quando devo distribuire il mio tempo effettivo.

Però io, se penso alla mia radura, non riesco a provare rammarico. Ho bisogno di immaginare nuovi progetti, anche se poi li abbandono a loro stessi. Non più tardi di ieri, per strada, immaginavo un dialogo tra me e me una persona (una persona concreta, non di fantasia) che mi offriva un certo lavoro. Mi descriveva le condizioni, la retribuzione, le mansioni. E io ponderavo e forse, chissà, alla fine accettavo pure. A voi non capita mai di giocare a “facciamo finta che”? Non con i vostri figli, ma proprio così, in solitaria. A me sì. E’ per questo che quando cammino da sola, per le strade di Roma, a volte ridacchio da sola. Questa vecchia sognatrice in fondo mi è abbastanza simpatica.

Un bel libro. Punto


Questo titolo è un omaggio a una mia conoscente di Facebook, che è solita esprimere giudizi lapidari su qualsiasi questione, dalla migliore marca di carta igienica alla filosofia ermeneutica, facendoli regolarmente seguire dalla simpatica espressione “.Punto”, probabilmente per segnalare che apprezza molto il confronto dialettico e l’apporto dell’altrui punto di vista. Mi sono domandata se nel fastidio alla bocca dello stomaco che provo nel leggere i suoi status non si celi una strisciante invidia. Io, più vado avanti, meno riesco a dare giudizi netti e universalmente validi. Sarà il bianco e nero della giovinezza che cede il passo alle sfumature di grigio dell’età più matura? Credo, più semplicemente, di essermi col tempo resa conto che almeno alcune delle mie convinzioni si basavano su visioni assai parziali, quando non semplicemente su pregiudizi.

Decostruire, dunque. Questo me lo hanno insegnato assai bene, anche negli anni dell’università. Il problema però è che, una volta decostruito, rimontare si rivela assai meno facile di quel che si immagini. Quando abbandono un’idea, di solito, non è che la sostituisco con una nuova di zecca e scintillante di certezza. Nella migliore delle ipotesi, so cosa non penso più. Ma cosa poi penso è tutta un’altra faccenda.

Una delle due questioni su cui ho avuto modo di rimuginare in questo fine settimana è la genitorialità omosessuale. La prima volta che tra le mie conoscenze c’è stato un caso di maternità surrogata, la mia posizione è stata profondamente influenzata da alcuni elementi esterni: conoscevo la coppia di padri per interposta persona (e la persona in questione era molto contraria alla cosa) e uno dei due aveva l’aggravante di essermi discretamente antipatico. Non ho mai dedicato all’argomento un’attenta considerazione – non mi è del resto mai capitata l’occasione – ma in generale avrei optato per un “per me è no”. Mi corre l’obbligo di precisare, visto che in passato mi è capitato anche di essere accusata di omofobia, che la riserva per me non è mai stata relativa alla “legittimità” del rapporto di coppia omosessuale, che credo di poter dire di aver sempre considerato senza alcuna remora una delle forme dell’essere coppia.

Mi sono imbattuta in Marco e nella sua famiglia tramite web. Abbiamo avuto poi occasione di incontrarci, dal vivo, un paio di volte. Tante cose rendono Marco una persona profondamente diversa da me: lo stile di vita, le scelte professionali, persino la forma mentis, oserei dire. Ma ciò che abbiamo decisamente in comune è la genitorialità. Che dunque ovviamente per me è diventata un dato di fatto, qualcosa su cui mi pare non sia più il momento di dissertare se debba esistere o meno, per il semplice fatto che esiste. Che poi, a guardare la realtà con un briciolo di attenzione, forse in Italia i casi di maternità surrogata non sono molti, ma certamente sono assai di più i casi di figli di genitori divorziati che vivono situazioni variegate di “famiglie arcobaleno” (madri con nuove compagne, padri con nuovi compagni) come dimensione quotidiana.

“Famiglia”, persino in un Paese formalista e tradizionalista come l’Italia, è – non da ieri – molte cose diverse. Genitorialità è molte cose diverse. Cosa è meglio? Ma è davvero questa la domanda da porre? Esiste qualcuno che può rispondere a una domanda così a prescindere dalle persone coinvolte? Io credo di no. Che poi un legislatore, laico o religioso che sia, debba dare delle indicazioni di principio forse è anche vero. Ma per fortuna non sono io quel legislatore. Io non incontro genitorialità, paternità, maternità “naturali” o surrogate: io incontro uomini e donne e, sempre più spesso, genitori. Con alcuni scatta simpatia e affinità, con altri meno. Una cosa è certa: conoscere situazioni concrete nella loro singolarità mi rende sempre più restia a esprimere un’opinione definitiva, a mettere punti dopo frasi lapidarie.

Ma allora, mi chiedo anche da sola, la maternità surrogata la supporteresti senza riserve? Non so. C’è ancora qualcosa, che non saprei ben definire, che mi mette a disagio con questa idea. Forse i costi esorbitanti, forse l’aspetto di trattazione commerciale, forse la fase della selezione della donatrice… Non so. Confesso che non saprei mettere a fuoco questa riserva con chiarezza. Per mettere un punto anche io in questo post difficile direi che allo stato attuale alla domanda “Può un omosessuale essere genitore?”, risponderei “certo che sì”. Sul come, sinceramente, ancora non saprei pronunciarmi. Ma, ripeto, nessuno probabilmente me lo verrà a chiedere.

E il libro a cui faccio riferimento nel titolo? E’ “Sei come sei” di Melania Mazzucco. Un grande romanzo, che tratta questo tema (e quello dell’adolescenza, affatto secondario) con una profondità e una sobrietà da grande scrittrice qual è. Raccomandato, assolutamente.

Far pace


Sulla bacheca di Claudia leggo queste “regole”, che chissà in quante migliaia di varianti avrete ricevuto, via mail o via Facebook, anche voi. La prima mi colpisce: “Fai pace con il tuo passato”.

Quanto è vero che per vivere meglio è indispensabile fare pace con se stessi. Ma oggi realizzo che non basta. Per me è stato più facile arrivare a una specie di armistizio con quella che sono che fare pace con il passato. Sia esso remoto, recente o anche recentissimo, il mio passato è lì, fastidioso come un sassolino appuntito in una scarpa. Per motivi diversi, in una gamma variabile di gravità. ma certamente il mio punto debole, il mio tallone d’Achille, è questo: con il mio passato non riesco a far pace, a volta neanche ad aprire un tavolo di onesta trattativa.

Guardandomi indietro riconosco che, più di prima, sono capace di rimuoverlo, di non rimuginarci troppo. A tratti sono persino riuscita a non farmi condizionare eccessivamente. Ma da qui a farci pace, la strada è ancora lunghissima.

Per giunta non passa giorno senza che un altro pezzetto di passato mal digerito si vada ad accumulare sul precedente. Ci sono momenti in cui la cosa mi provoca una certa angoscia. Riflettendoci un po’, oggi, in seguito all’ennesima sollecitazione, credo che il mio passato più indigesto sia quello che mi determina come “status”. Sono divorziata, per dirne una. Sono… boh, cos’altro sono? Sono ex-un-sacco-di-altre-cose.

Chi ha detto “meglio avere rimorsi che rimpianti”? Io riesco ad avere un ottimo assortimento di tutti e due. Ma ora che ci penso, credo di aver dato a tutti loro troppa importanza.

Più vicino di quanto sembri


“Questa processione in Sri Lanka si fa con gli elefanti. Certo, qui non ci sono…” Per un momento cerco di immaginare i pachidermi sfilare per l’asfalto dissestato di via Manzoni a Fonte Nuova e mi sento di convenire che sarebbe un po’ complicato portarceli. Champi è un’ospite meravigliosa. E’ la prima volta che ci vede, eppure siamo costantemente in cima ai suoi pensieri. Ma ben presto realizziamo che l’accoglienza è collettiva. Tutti ci sorridono, ci parlano, ci fanno sentire a nostro agio. Meryem riceve un libro di storie dello Sri Lanka in omaggio dal monaco (“è tipo il parroco”, ci spiega pragmatica la figlia di Champi, nostra tutor ufficiale per la festa) e una bandierina con il leone giallo. Mia figlia familiarizza con il gatto del tempio, scorrazza qua e là, apprezza molto le danze e, in particolare, il salto mortale all’indietro del maestro di ballo baffuto.

Sedute nel tempio, assistiamo alla preghiera. Una sfilata di monaci dietro a una fila di tavoli, con vesti di tre gradazioni diverse, dal color zafferano al marrone, pur composti e assorti ci sorridevano. Non capivamo nulla, ovviamente, ma non ci siamo sentite fuori posto neanche per un attimo. Poi i tempi si dilatano. Cominciamo a pensare che forse è il caso di andare.

Niente da fare, gli ospiti sono ospiti. Alla fine sono state le italiane a inaugurare il ricco buffet, saltando ogni tipo di fila e omaggiate anche di sedie, ottenute facendo alzare con gesti imperiosi un gruppetto di adolescenti (tutti nati in Italia). I figli tra loro parlano italiano, con cadenza romana. “Porca trota!”, esclamava un soldo di cacio che monopolizzava le altalene. Eppure eccoli lì, mediamente partecipi delle tradizioni di famiglia. Una delle due bravissime ballerine, mi spiega una delle maestre di ballo, non è mai stata in Sri Lanka. Il viaggio costa, le famiglie faticano a tornare a trovare i parenti. “Ogni quattro anni andiamo”, mi dice la figlia di Champi. La maestra di danze fa lezione a Acilia e le piacerebbe che Meryem andasse a fare lezione. “Sarebbe bello avere qualche bambina italiana”, mi dice. Se non fosse per la distanza ci faremmo un pensiero, sicuramente.

Dalla prima volta che abbiamo visto un video sullo Sri Lanka io e Meryem sogniamo di andarci. Per il momento ci accontentiamo di questo luogo accogliente, immerso nel verde della via Nomentana. Credo e spero che ci torneremo. Uscendo decine di sconosciuti ci chiedono premurosi se abbiamo mangiato. In effetti sì, e anche piuttosto bene.

Non era una rivincita


Un ragazzo mi chiede un’informazione. Chissà se crede che sia una professoressa. Cammino per il viale che mi ha visto prima ragazza e poi giovane, con addosso la giacca della laurea (“Che tristezza”, ha commentato Nizam). Procedo a grandi passi verso quello che una volta era il mio luogo naturale. Ricordo che un giorno entravo da quel cancello di piazzale Aldo Moro con mio cugino, ingegnere. E gli ho detto: “Io qui, solo qui, mi sento al mio posto. A casa”.

Con un certo gusto indugio sulle fontane su cui mi sedevo con il fidanzato dell’epoca a mangiare uno yogurt per pranzo (una brevissima stagione in cui vivevamo d’aria e di baci), guardo il piazzale dei telefoni a scheda adesso vuoto, rimando leggermente l’ingresso in facoltà.

Ieri tornavo all’Università La Sapienza da relatrice. Non era la prima volta che mi sedevo da quella parte del tavolo. Ma era la prima volta che lo facevo senza avere la sensazione di fare un passo indietro. Per anni ho oscillato come un pendolo tra la “vecchia vita” accademica e la vita attuale. Anni in cui mi sentivo un po’ supereroe e un po’ in difetto. Perché poi il tempo ti frega e la vita vecchia non camminava più (e ogni volta che mi ci rituffavo, per brevi incursioni lampo, sapevo di essere inadeguata), mentre la nuova corre al punto che a un certo punto non sei più quella di prima.

Negli stessi locali in cui entravo ieri in tarda mattinata ho preso l’ultima porta in faccia della mia carriera accademica, la più difficile di tutte, anche se in un certo senso la più ovvia. Durante la pausa pranzo sono andata in pellegrinaggio lungo il “mio” corridoio. Ho guardato la finestra su cui ero seduta quando ho risposto, impertinente e spavalda, a quello che forse sapevo già che sarebbe stato il mio maestro. Ho guardato gli scaffali polverosi, accarezzati e amati per tanti anni da studente, da studiosa, da borsista della biblioteca. Ho letto i cartelli affissi sulle porte delle aule, registrato metodicamente tutti i cambiamenti, antichi e recenti. I lutti, per quanto li si elabori, restano sempre lì, parte della tua anima. Questo, sicuramente, mi ha reso più forte.

“Dovevi andare, è stata una rivincita”, mi ha scritto una mia amica a proposito dell’invito di ieri. No, non è stata una rivincita. Non erano certo gli ex colleghi che mi hanno invitato su cui avrei dovuto “rivalermi”, ammesso e non concesso che un torto mi sia stato fatto. Certo che ieri, mentre parlavo del JRS e del Centro Astalli al tipico consesso accademico, mi veniva in mente il mio maestro e una delle sue frasi più infelici. Avevo finito il dottorato, lavoravo già al Centro Astalli e in un altro centro di accoglienza (attaccando alle prime luci dell’alba). Nonostante ciò, insistevo a mantenere il part-time per continuare “a esserci”. Aiutavo con gli esami, consigliavo laureandi, facevo presenza per la cattedra e per la gloria del Vicino Oriente Antico. E lui, una mattina, mi disse: “Hai finito il dottorato già da qualche mese, sarebbe ora che la piantassi di startene in vacanza”. Vacanza. Ha detto proprio così. Perché tutta la fatica, fisica e emotiva, di imparare da capo un mestiere diverso, nei sui radar non entrava affatto. In un certo senso, era in buona fede. Ma io ero già lontana, lontanissima, e ancora non lo sapevo. Ecco, forse dal dolore di quella frase, ieri, mi sono riscattata.

In quelle mura di lettere ho avuto stima, tonnellate di stima e di riconoscimenti. Spesso, ingrata e arrogante, non sapevo che farmene. Li davo per scontati. Ho avuto le prime frustrazioni importanti e definitive. Ho imparato a mie spese, ho giudicato di impulso, ho fatto scelte di cui potrei pentirmi oggi se non appartenessero a un’altra dimensione. Ho vissuto pienamente la giovinezza e l’ingenuità di cambiare il mondo a suon di storia antica. Ho imparato quello che adesso è parte di me. L’abilità più cara, che ancora mi è preziosa, è il gusto, il piacere e l’arte di parlare in pubblico. Ma anche il trasporto di fare lezione con tutta me stessa.

Scusate questo excursus, che parla più a me stessa che a voi. Oggi faccio altro e in parte sono altro. Però della passione, nella vita lavorativa, non riesco a fare a meno. Oggi so (non l’avrei mai immaginato) che è anche un limite, ma preferisco pensare che sia un punto di forza.

Vi sfido


Continuo a rimuginare sul post di ieri, con l’idea che forse non è efficace come avrei voluto. Allora mi è venuta un’idea, un esercizio per rendere il concetto più chiaro. Una sfida che vi lancio, per capire meglio quello che volevo dire rispetto alla profonda contraddizione che esiste tra usare per il fundraising quegli stessi stereotipi e deformazioni che sono strettamente intrecciate alle cause più profonde dei problemi che si vogliono affrontare.

Vi propongo dunque questo esercizio. Immaginate di dover pensare a una campagna di fundraising per finanziare un centro antiviolenza per donne a rischio qui, in Italia, nella vostra città. E immaginate di fare lo stesso tipo di ragionamenti che si fanno per i progetti di cooperazione. Mi pare abbastanza evidente che il pubblico italiano è sensibile alle campagne sessiste. Provate con me a immaginare una bella campagna per finanziare un centro antiviolenza che faccia leva su una delle seguenti immagini:

1. una bella donna discinta e ammiccante. Cattura l’attenzione, senza dubbio. E potremmo persino dire che se una donna che ha subito una violenza adesso è sorridente e disinibita vuol dire che ha acquistato fiducia in se stessa. E’ un achievement.

2. una poverina con gli occhi bassi e lo sguardo supplichevole, accompagnata da uno slogan tipo: “Come farebbe la povera Mariolina senza il vostro aiuto?”

3. un uomo dall’aria efficiente e paterna e,sullo sfondo, un gruppo anonimo di donne vestite in modo provocante. Slogan: “Aiutaci a difenderle da se stesse”.

Sono sicura che la vostra fervida fantasia vi suggerirà esempi anche più efficaci. Capite quello che voglio dire quando affermo che secondo me, almeno qualche volta, il fine non giustifica i mezzi?

P.S. A un primo sguardo, tutte le campagne dei centri antiviolenza sono al contrario attentissime a difendere l’immagine della donna: volti rigorosamente coperti, disegni poetici, simboli e slogan attentamente ponderati.

 

Viziatemi


Del poco che ho visto (e sentito) di Lisbona vi parlerò un’altra volta. Stasera volevo condividere il bizzarro pensiero che mi ha colto ieri, percorrendo il vialetto condominiale con una pesante busta del duty free e una valigia rossa. Credo che nascesse da una sorta di principio di recriminazione. Ero stanca, molto stanca e, come sempre, non mi era neanche sfiorato il pensiero di chiedere a qualcuno di venirmi a prendere a Fiumicino.  Forse non volevo sentirmi rispondere un no. Forse, semplicemente, sono il tipo di donna che prende il trenino da sola, anche di sera.

Che c’entra l’essere donna? Mah, secondo me un po’ c’entra. O quantomeno c’entrava nei miei pensieri di ieri. Vi risparmio tutti i passaggi in cui ho ripercorso tutte le gentilezze, gli atti di cavalleria e financo i regali e le sorprese più clamorose della mia intera carriera. Il tutto è durato la lunghezza di un vialetto condominiale, per cui regolatevi. Aprendo il portone mi sono detta che tutte quelle cose mirabolanti che avevo rievocato le avevo in realtà scontate ampiamente, fino all’ultimo istante del weekend a sorpresa a Londra, per intenderci. Oggi guardo il conto, per dir così, in parità e credo che mi vada bene così.

Salendo l’ultima rampa di scale però mi sono detta che forse non sarò più viziata da un uomo, ma certamente negli ultimi anni mi hanno viziato gli amici e le amiche. La prima immagine che mi è venuta in mente è stata una Sacher torte cucinata per il mio compleanno e, a seguire, un concerto a San Siro. Quindi questa sera colgo l’occasione per ringraziarvi tutti (molti in effetti leggono questo blog, che è stata una via per trovarci e ritrovarci) e per dirvi che adoro essere viziata. Fatelo ancora.

Rappresentare


Giuro che pensavo a questo post prima che il tema delle elezioni tornasse di attualità così scottante per tutto il Paese. Però, inevitabilmente, la mia riflessione micro si rispecchia nel macro del caos che continua a circondarci in ogni direzione. Meryem quest’anno ha cominciato la prima elementare e io, come genitore, ho fatto il mio debutto in un Istituto Comprensivo. Nel giro di due settimane scarse, le mie poche (relative) sicurezze si sono sciolte in un pozzo di dubbi. Mi piacerebbe dunque confrontarmi con chi mi legge sul tema della democrazia rappresentativa a scuola. La situazione di partenza (inizio anno scolastico in una scuola italiana) credo che sia abbastanza chiara. Ci è stato spiegato che in un giorno ics la nostra classe è chiamata ad eleggere un rappresentante. Abbiamo dunque un gruppo di circa quarantasei capocce (escludendo i nonni e supponendo coppie di due genitori) che da qui a un paio di settimane, senza aver davvero avuto modo di realizzare che qualcosa le accomuna, devono democraticamente eleggere chi è deputato/a a parlare a nome di tutti. Già a questo livello si registra qualche difficoltà. Si è iniziato a comunicare per mail, in aggiunta (presumo) alle chiacchiere più o meno episodiche sui marciapiedi, a cui io non partecipo per poca disponibilità di tempo. Subito si è manifestato un fenomeno comune. Ciascuno parla, prevalentemente, con chi già conosce e, come per magia, trova piena approvazione. Ne deduce che tutti la pensino allo stesso modo. Salvo poi rendersi contro che un altro, di idee piuttosto diverse, ne è altrettanto convinto. Che fare? Si andrà alle urne alla data fissata, un rappresentante sarà nominato, ma non è prevista verifica di fiducia in nessuna fase. Sospetto peraltro che l’afflusso ai seggi sarà ridottissimo, quindi mi chiedo: cosa ne verrà fuori? Mi pare che il bivio che ci si para davanti sia, tragicamente, il disinteresse o l’interessamento. La seconda via è già irta di rogne e di screzi.

Salendo di un livello, ho partecipato a una riunione del comitato dei genitori, assemblea di confronto di tutti i genitori dell’Istituto comprensivo (una scuola dell’infanzia, una scuola elementare, due scuole medie). Era presente una quindicina di persone. Tutte si conoscevano già, a parte i pochi nuovi arrivati, e detenevano cariche che non ci sono state del tutto illustrate. Uno dei presenti rappresenta attualmente i genitori, tutti i genitori, al Consiglio di Istituto, unico organo che potrebbe, in certa misura, passare dalla lamentela sterile alla proposta di cambiamento concreto. Qui la mia perplessità è stata ancora maggiore. Ma i genitori, parecchie centinaia, che vengono così rappresentati, lo sanno? Forse sì, forse no. Sta di fatto che sembrano disinteressarsene completamente. Quindi, almeno nella mia scuola, via via che ci si avvicina a spazi deputati a lavorare per un bene comune appena un po’ più ampio della singola classe del singolo figlio, il fuggi fuggi pare totale, percentualmente. Peccato che il rappresentante di classe può certo svolgere un servizio prezioso e facilitare l’esperienza di tutti (o anche il contrario), ma può cambiare ben poco delle famose “cose che non vanno”. Già la rappresentanza ai genitori al Consiglio di Istituto, se ragionevolmente organizzata, può avere un impatto maggiore e più duraturo.

Va detto che già a questi livelli minimi di partecipazione civica si profilano, sia pure a livello embrionale, i meccanismi che tanto scoraggiano il cittadino medio da assumere un ruolo attivo nella vita politica, in primis la sensazione prepotente di scontrarsi con gruppi chiusi, poco permeabili, e che tali gruppi abbiano già chiaro cosa sia bene pensare, fare e, soprattutto, non fare. Il clima che si respira non è di entusiastica propositività, ma di rassegnazione e torpore, ravvivati occasionalmente da polemiche sterili. Senza aver fatto ancora nulla, mi sono sorpresa già un paio di volte a pensare “Ma chi me lo fa fare?”. Non è bello e sono fermamente intenzionata ad andare oltre, se mi sarà possibile.

Per onestà però mi dico che me lo riprometto ciclicamente, anche per il macro, e alla fine non sono mai riuscita a trovare una parvenza di bandolo da cui valga la pena partire. E voi? Come vivete la democrazia scolastica? Ci credete? (E qui mi fermo, perché se allarghiamo il discorso sarebbe fin troppo facile esprimere scetticismi).