La memoria


Oggi più che mai mi rifiuto di legare la memoria a una giornata. O piuttosto di legare a una sola giornata un solo pezzetto di memoria, esclusivo e escludente. Non so che farmene di una memoria addomesticata e di circostanza, come pure non vorrei che mia figlia e il resto del nostro futuro coltivassero una memoria rabbiosa, identitaria, che si alimenta di contrapposizioni. Sono anche stufa dei tentativi, pur legittimi, di infilare in questa giornata della memoria anche altre memorie. Come se la memoria, patrimonio dell’uomo, non fosse necessariamente una.

Non fraintendetemi: non voglio annacquare quella memoria che è pietra miliare della nostra storia moderna di europei e che, ancora oggi, è tutt’altro che acquisita. Quella di oggi non è una memoria di morti e basta: è una memoria di ammazzati in nome di principi aberranti e nell’indifferenza del mondo civile. Una memoria che, a guardar bene, poteva insegnare molto a noi europei e non solo. E invece.

Sarebbe troppo facile allungare la lista delle vittime altrettanto innocenti di analoghe follie. Servirebbe solo a sentirmi dire che non è vero, non è la stessa cosa. Io lo so già che non è la stessa cosa. Nessun essere umano è la stessa cosa dell’altro e nessun lutto, singolo o collettivo, è la stessa cosa di un altro.

Oggi sono state dette e verranno dette molte parole importanti. Oggi, come sempre, verranno prese molte decisioni, grandi e piccole, che apparentemente non hanno nulla a che vedere con quelle parole. Invece, spesso, il nesso ci sarebbe eccome. Solo che oggi, come tutti gli altri giorni, non ci facciamo caso.

Un guestpost d’eccezione


Oggi lascio spazio sul mio blog a un post d’autore, e che autore: Papa Francesco. Se mi avessero detto che avrei usato il blog per pubblicizzare un messaggio ufficiale della Santa Sede, penso che fino a qualche mese fa avrei sghignazzato. Mai dire mai. Oggi lo faccio, in piena consapevolezza e sperando di non essere fraintesa, perché queste parole sono belle, profonde e importanti per tutti i cittadini della rete, inclusi noi, scrittori e lettori di blog, frequentatori di social network, nativi analogici genitori di nativi digitali.

Vi copio qui il testo e non lo commento. Mi piacerebbe che lo commentaste voi, come se fossimo seduti a cena insieme e ne stessimo parlando. Mi limito a mettere qualche grassetto, così chi ha fretta magari può soffermarsi su qualche frase che a me è piaciuta in particolare. 

Buona lettura!

 

Cari fratelli e sorelle,

oggi viviamo in un mondo che sta diventando sempre più “piccolo” e dove, quindi, sembrerebbe essere facile farsi prossimi gli uni agli altri. Gli sviluppi dei trasporti e delle tecnologie di comunicazione ci stanno avvicinando, connettendoci sempre di più, e la globalizzazione ci fa interdipendenti. Tuttavia all’interno dell’umanità permangono divisioni, a volte molto marcate. A livello globale vediamo la scandalosa distanza tra il lusso dei più ricchi e la miseria dei più poveri. Spesso basta andare in giro per le strade di una città per vedere il contrasto tra la gente che vive sui marciapiedi e le luci sfavillanti dei negozi. Ci siamo talmente abituati a tutto ciò che non ci colpisce più. Il mondo soffre di molteplici forme di esclusione, emarginazione e povertà; come pure di conflitti in cui si mescolano cause economiche, politiche, ideologiche e, purtroppo, anche religiose.

In questo mondo, i media possono aiutare a farci sentire più prossimi gli uni agli altri; a farci percepire un rinnovato senso di unità della famiglia umana che spinge alla solidarietà e all’impegno serio per una vita più dignitosa. Comunicare bene ci aiuta ad essere più vicini e a conoscerci meglio tra di noi, ad essere più uniti. I muri che ci dividono possono essere superati solamente se siamo pronti ad ascoltarci e ad imparare gli uni dagli altri. Abbiamo bisogno di comporre le differenze attraverso forme di dialogo che ci permettano di crescere nella comprensione e nel rispetto. La cultura dell’incontro richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a ricevere dagli altri. I media possono aiutarci in questo, particolarmente oggi, quando le reti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi. In particolare internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio.

Esistono però aspetti problematici: la velocità dell’informazione supera la nostra capacità di riflessione e giudizio e non permette un’espressione di sé misurata e corretta. La varietà delle opinioni espresse può essere percepita come ricchezza, ma è anche possibile chiudersi in una sfera di informazioni che corrispondono solo alle nostre attese e alle nostre idee, o anche a determinati interessi politici ed economici. L’ambiente comunicativo può aiutarci a crescere o, al contrario, a disorientarci. Il desiderio di connessione digitale può finire per isolarci dal nostro prossimo, da chi ci sta più vicino. Senza dimenticare che chi, per diversi motivi, non ha accesso ai media sociali, rischia di essere escluso.

Questi limiti sono reali, tuttavia non giustificano un rifiuto dei media sociali; piuttosto ci ricordano che la comunicazione è, in definitiva, una conquista più umana che tecnologica. Dunque, che cosa ci aiuta nell’ambiente digitale a crescere in umanità e nella comprensione reciproca? Ad esempio, dobbiamo recuperare un certo senso di lentezza e di calma. Questo richiede tempo e capacità di fare silenzio per ascoltare. Abbiamo anche bisogno di essere pazienti se vogliamo capire chi è diverso da noi: la persona esprime pienamente se stessa non quando è semplicemente tollerata, ma quando sa di essere davvero accolta. Se siamo veramente desiderosi di ascoltare gli altri, allora impareremo a guardare il mondo con occhi diversi e ad apprezzare l’esperienza umana come si manifesta nelle varie culture e tradizioni. Ma sapremo anche meglio apprezzare i grandi valori ispirati dal Cristianesimo, ad esempio la visione dell’uomo come persona, il matrimonio e la famiglia, la distinzione tra sfera religiosa e sfera politica, i principi di solidarietà e sussidiarietà, e altri.

Come allora la comunicazione può essere a servizio di un’autentica cultura dell’incontro? E per noi discepoli del Signore, che cosa significa incontrare una persona secondo il Vangelo? Come è possibile, nonostante tutti i nostri limiti e peccati, essere veramente vicini gli uni agli altri? Queste domande si riassumono in quella che un giorno uno scriba, cioè un comunicatore, rivolse a Gesù: «E chi è mio prossimo?» (Lc 10,29). Questa domanda ci aiuta a capire la comunicazione in termini di prossimità. Potremmo tradurla così: come si manifesta la “prossimità” nell’uso dei mezzi di comunicazione e nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Trovo una risposta nella parabola del buon samaritano, che è anche una parabola del comunicatore. Chi comunica, infatti, si fa prossimo. E il buon samaritano non solo si fa prossimo, ma si fa carico di quell’uomo che vede mezzo morto sul ciglio della strada. Gesù inverte la prospettiva: non si tratta di riconoscere l’altro come un mio simile, ma della mia capacità di farmi simile all’altro. Comunicare significa quindi prendere consapevolezza di essere umani, figli di Dio. Mi piace definire questo potere della comunicazione come “prossimità”.

Quando la comunicazione ha il prevalente scopo di indurre al consumo o alla manipolazione delle persone, ci troviamo di fronte a un’aggressione violenta come quella subita dall’uomo percosso dai briganti e abbandonato lungo la strada, come leggiamo nella parabola. In lui il levita e il sacerdote non vedono un loro prossimo, ma un estraneo da cui era meglio tenersi a distanza. A quel tempo, ciò che li condizionava erano le regole della purità rituale. Oggi, noi corriamo il rischio che alcuni media ci condizionino al punto da farci ignorare il nostro prossimo reale.

Non basta passare lungo le “strade” digitali, cioè semplicemente essere connessi: occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero. Non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi. Abbiamo bisogno di amare ed essere amati. Abbiamo bisogno di tenerezza. Non sono le strategie comunicative a garantire la bellezza, la bontà e la verità della comunicazione. Anche il mondo dei media non può essere alieno dalla cura per l’umanità, ed è chiamato ad esprimere tenerezza. La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane. La neutralità dei media è solo apparente: solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento. Il coinvolgimento personale è la radice stessa dell’affidabilità di un comunicatore. Proprio per questo la testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali.

Lo ripeto spesso: tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima. E le strade sono quelle del mondo dove la gente vive, dove è raggiungibile effettivamente e affettivamente. Tra queste strade ci sono anche quelle digitali, affollate di umanità, spesso ferita: uomini e donne che cercano una salvezza o una speranza. Anche grazie alla rete il messaggio cristiano può viaggiare «fino ai confini della terra» (At 1,8). Aprire le porte delle chiese significa anche aprirle nell’ambiente digitale, sia perché la gente entri, in qualunque condizione di vita essa si trovi, sia perché il Vangelo possa varcare le soglie del tempio e uscire incontro a tutti. Siamo chiamati a testimoniare una Chiesa che sia casa di tutti. Siamo capaci di comunicare il volto di una Chiesa così? La comunicazione concorre a dare forma alla vocazione missionaria di tutta la Chiesa, e le reti sociali sono oggi uno dei luoghi in cui vivere questa vocazione a riscoprire la bellezza della fede, la bellezza dell’incontro con Cristo. Anche nel contesto della comunicazione serve una Chiesa che riesca a portare calore, ad accendere il cuore.

La testimonianza cristiana non si fa con il bombardamento di messaggi religiosi, ma con la volontà di donare se stessi agli altri «attraverso la disponibilità a coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana» (Benedetto XVI, Messaggio per la XLVII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 2013). Pensiamo all’episodio dei discepoli di Emmaus. Occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze, e offrire loro il Vangelo, cioè Gesù Cristo, Dio fatto uomo, morto e risorto per liberarci dal peccato e dalla morte. La sfida richiede profondità, attenzione alla vita, sensibilità spirituale. Dialogare significa essere convinti che l’altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alle sue proposte. Dialogare non significa rinunciare alle proprie idee e tradizioni, ma alla pretesa che siano uniche ed assolute.

L’icona del buon samaritano, che fascia le ferite dell’uomo percosso versandovi sopra olio e vino, ci sia di guida. La nostra comunicazione sia olio profumato per il dolore e vino buono per l’allegria. La nostra luminosità non provenga da trucchi o effetti speciali, ma dal nostro farci prossimo di chi incontriamo ferito lungo il cammino, con amore, con tenerezza. Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale. È importante l’attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione, per dialogare con l’uomo d’oggi e portarlo all’incontro con Cristo: una Chiesa che accompagna il cammino sa mettersi in cammino con tutti. In questo contesto la rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell’informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2014, memoria di san Francesco di Sales

 

FRANCESCO

Non giudicare


Adoro i social network, in tutte le loro forme. Mi pare siano capaci di amplificare positività che altrimenti resterebbero nascoste: idee, vicinanza, solidarietà, humor. La cerchia delle amicizie, per quanto ampia, è pur sempre selezionata. Una certa consonanza dei pareri espressi è quindi garantita. Questo è incoraggiante, specialmente di lunedì mattina. Pur consapevole che così mi inganno da sola, vivo con l’idea di far parte di un folto gruppo di persone che condividono, più o meno, lo stesso sentire sui grandi temi. Di tanto in tanto viene fuori qualche sbavatura, qualche piccola distorsione che tradisce l’illusorietà di questo presunto consenso: una battutina razzista, una condivisione di qualche bufala anti-immigrazione, qualche commento rivelatore. In passato mi sono regolata caso per caso e ho proceduto a qualche cancellazione, di tanto in tanto.

Da qualche mese una delle mie conoscenze di FB mi dà occasione di riflettere sullo strisciante fondamentalismo, religioso e ideologico, che si insinua anche dove uno meno se lo aspetterebbe. Per questo non la cancello e, anzi, apro le orecchie anche nel mondo reale. Quando si parla di fondamentalismo ci si immagina burqa e fustigazioni di adultere sulla pubblica piazza. Ma quando è più culturalmente evoluto non è meno dannoso, anzi. E’ più credibile, fa più adepti. C’è un fondamentalismo degli influencer che speravo caduto nell’oblio con l’eclissi di Magdi Cristiano Allam. E invece mi rispunta da ogni dove, da fedi e storie diversissime, lanciato contro fedi, identità e situazioni altrettanto diverse.

La madre di tutti i fondamentalismi è la certezza di poter giudicare tutto e tutti, sempre. Credo che sia per questo che tutte le grandi religioni, in un modo o nell’altro, invitano a non giudicare – invito puntualmente e clamorosamente disatteso ogni volta che la religione si dà una struttura organizzativa di qualunque genere. L’antidoto di per sé è facilissimo: pensare al fastidio che proviamo quando siamo o ci sentiamo giudicati, specialmente da chi non ci conosce affatto. Protestiamo, ci indigniamo, facciamo presente le mille sfumature e la pluralità di elementi che sfuggono al nostro giudice. Salvo poi salire noi stesso in cattedra e distribuire etichette, promozioni o bocciature, sull’umanità intera.

Non giudicare non significa non farsi un’opinione. Ciascuno di noi, quotidianamente, fa delle scelte che sono il risultato di valutazioni, semplici o complesse che siano. Si valutano le opportunità, le proposte, persino le competenze. Ma le persone, nella loro immensità irriducibile a etichetta, non si valutano né tanto meno si giudicano. Le persone si vivono, in incontri non sempre facili. Ci si espone alle loro idee, ai loro sentimenti e ai sentimenti – anche contraddittori –  che suscitano in noi. Quando si arriva a festeggiare per la morte o la malattia di un altro essere umano, quando si lanciano definizioni lapidarie e definitive (magari espresse nella formula, che particolarmente mi urta, “X è così. Punto.”) dovremmo farci qualche domanda.

La magia dei draghi


Ce ne avevano parlato durante le vacanze di Natale, ma vi confesso che temevo che avrebbe deluso le nostre aspettative. E invece l’installazione Harmonic Motion/Rete dei draghi di Toshiko Horiuchi MacAdam, nella Hall del MACRO di via Nizza, mi ha lasciato letteralmente a bocca aperta. E’ geniale. E’ una di quelle botte di bellezza, intelligenza e funzionalità che ancora (purtroppo) ci si stupisce di incontrare a Roma. Onore al merito della rassegna Enelcontemporanea, arrivata alla settima edizione. L’anno scorso ci ha regalato Big Bambù, che abbiamo amato e amiamo molto (una vera ciliegina sulla torta del nostro amato spazio del Mattatoio di Testaccio). Ma la retona multicolore intrecciata a mano, che fa l’occhietto ai lavori all’uncinetto, ha una magia persino superiore.

Bellissima anche da ferma, appena il museo apre è popolata da frotte di bambini di ogni forma e dimensione, che ci si arrampicano dentro, scivolano, si lanciano, fanno capolino da ogni curva e dondolano felici sui palloccheri colorati. L’artista pensava soprattutto ai bimbi, sottolinea il depliant illustrativo, quasi a dire: “Orsù, genitori, datevi un contegno”. Ma l’accesso agli adulti non è proibito e la tentazione, ve lo confesso, è stata fortissima. Ho resistito solo in parte, limitandomi a dondolare su una palla viola. Ma ci tornerò, oh se ci tornerò. Anche perché Meryem me lo ha fatto giurare solennemente.

Ed ora qualche info/dritta per quando ci andrete (perché ve lo raccomando assolutamente, avete tempo fino a dicembre prossimo).

1. L’installazione è all’aperto, coperta da tettoie. Io la prima volta non sono andata perché pioveva. Probabilmente il mio timore che fosse chiusa era infondato, ma il pavimento è freddino e ovviamente è richiesto di togliere le scarpe. I genitori più accorti avevano un calzino aggiuntivo, non necessariamente antiscivolo (la superficie lo è di suo). Idea da copiare.

2. Non si paga nessun biglietto. Ve lo spiegano abbondantemente, al punto che quando ho voluto farlo per visitare il resto del museo mi hanno ripetuto più volte che per l’installazione non era necessario. Questo implica però che ci sia un certo affollamento. Quando la fila in attesa diventa troppo lunga, arriva un addetto del museo armato di fischietto e fa scendere i bambini del turno precedente. Noi siamo entrati all’apertura (11) ed è stata una buona idea: abbiamo spuntato quasi 45 minuti.

3. Non direi affatto che è attraente solo per i più piccoli. Anzi, alcuni bambini molto piccolini in realtà erano un po’ spaventati di saltare nella rete (pochissimi, a dire il vero)  e si sono limitati a giocare con i palloccheri (un termine tecnico che spero che apprezzerete).

Concludo con una notazione. In genere l’arte contemporanea mi risulta davvero ostica. Non questa volta. Il senso di quest’opera è davvero intuitivo. Così come le statue e i monumenti diventano luoghi più che oggetti e il loro valore artistico è anche dato da ciò che rappresentano per gli spazi in cui si trovano, in termini di esperienze, ricordi e sensazioni di chi ne fruisce, così questo playground sospeso è fatto per interagire con i piccoli visitatori e in questo consiste la sua straordinaria bellezza. Stare un’oretta a guardare tutto quello che succedeva è stato straordinariamente appagante per tutti i sensi. Non avrei mai creduto che portare mia figlia “al parco giochi” potesse essere un’esperienza artistica. E invece…

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Da domani


Da domani sono nuovamente nominata ad honorem genitore unico. Nizam è partito per la Turchia stamattina per un’assenza di almeno un mese. Nonostante un simpatico virus intestinale che ci ha funestato gli ultimi giorni di vacanza (ma in realtà ci ha anche regalato lunghissime penniche terapeutiche), direi che questo stacco dal lavoro mi ha ricaricato. Le feste in quanto tali magari un po’ meno, ma questo rientra nella norma. Il tutto, comunque, era per dire che questa volta mi dispongo al mio periodo in solitaria con salutare rassegnazione e un pizzico di ottimismo.

I lettori più fedeli ricorderanno l’anno in cui ho descritto un analogo periodo di separazione giorno per giorno, in termini di reality/prova di sopravvivenza. Ma Meryem era molto più piccola e io assai meno temprata dagli urti della vita. Ormai mi pare (a tratti e con alcuni significativi quanto repentini cedimenti) di avere il fisico bestiale della canzone di Carboni (ricordate, vero?). Perciò, in continuità con un buon proposito salutistico estemporaneo di fine anno, di cui vi raccontavo un paio di post fa, sfumata la possibilità delle corse mattutine in solitaria, sono comunque determinata a riprogrammare la mia routine.

Sono arrivata alla conclusione che qualunque attività di fitness o simili, sia essa indoor o outdoor, può essere da me praticata solo all’alba. Questo almeno per due buone ragioni, connesse una all’altra. La prima è il mio bioritmo. Io sono una gallina da sempre (risparmiatevi, vi prego, le battute). Quando scrivevo la tesi di dottorato la mia sveglia era puntata alle 5: lo sforzo, a onor del vero, era per me assolutamente accettabile. Ora, in considerazione dell’età che avanza, punterei alle 6. La seconda è ancora più determinante: io la sera voglio sbracarmi. Voglio poter cenare presto, anche prestissimo se mi aggrada. Voglio spalmarmi davanti alla tv e godermi il privilegio di non contrattare la scelta del programma. Voglio addormentarmi leggendo un libro. Voglio, all’occorrenza, ricevere la visita di qualcuno (visto che ben difficilmente potrò uscire io). Insomma, la sera sarà il mio premio. La prima ora del mattino, il mio spazio segreto. Da riempire con un po’ di ginnastica a corpo libero, magari qualche asana di yoga e simili. Se avete suggerimenti specifici (tipo dvd, link o similari), sono ovviamente ben accetti. Salvo poi tornare a guadagnare la vista impagabile di Villa Sciarra al mattino presto,  appena ne avrò nuovamente la possibilità. A quel punto, tra l’altro, farà giorno prima.

Pare perfetto, non credete anche voi?

Inquietudine e affetti disordinati


Ricordo, anni fa, che partecipai insieme a molti volontari del Centro Astalli all’ordinazione di un giovane gesuita che era all’epoca il coordinatore della scuola di italiano del Centro. Come usa, le ordinazioni erano “di massa” (almeno una decina di “candidati”) e la liturgia da guinnes dei primati, sia per pompa che per durata. Sui banchi trovammo un libretto in cui ciascuno degli “ordinandi” aveva scritto un breve profilo di se stesso. Ricordo che prendemmo molto in giro il nostro, perché per descrivere la sua esperienza precedente all’entrata in Compagnia usava l’espressione “vita disordinata”. Capii solo molto più tardi che probabilmente il poveretto non si riferiva a indicibili bagordi e dissolutezze, ma utilizzava semplicemente il gergo dei gesuiti e, in particolare, la definizione di esercizi spirituali data da S.Ignazio: “Si chiamano esercizi spirituali tutti i modi di disporre l’anima a liberarsi di tutti gli affetti disordinati e, una volta eliminati, a cercare e trovare la volontà divina nell’organizzazione della propria vita per la salvezza dell’anima”.

Oggi, leggendo l’omelia di Papa Francesco rivolta ai gesuiti durante la Messa di stamattina alla Chiesa del Gesù, trovo un concetto apparentemente assai diverso da questa furia ordinatrice: l’inquietudine. “Dio è il Deus semper maior, il Dio che ci sorprende sempre […]  Per questo, essere gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto: perché pensa sempre guardando l’orizzonte che è la gloria di Dio sempre maggiore, che ci sorprende senza sosta.  E questa è l’inquietudine della nostra voragine. […] Bisogna cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo ancora e sempre. Solo questa inquietudine dà pace al cuore di un gesuita”.

Non vi nascondo che questo concetto mi è assai più congeniale e sono stata subito tentata di trasferirlo al di là della dimensione strettamente religiosa. In fondo la più sostanziale delle mie debolezze è probabilmente una certa incapacità di “organizzare la mia vita”. Ho sofferto e soffro ancora di questo mio vistoso limite, che negli anni non mi ha permesso di essere neppur lontanamente simile a… A cosa, esattamente? Mah, direi allo schema di massima che io stessa mi sarei aspettata per la vita di una donna della mia età.

Però, se devo essere del tutto onesta con me stessa, non posso neanche definirmi una persona volubile, frivola o inconcludente. Un po’ mobile di spirito, sì. A tratti colta da una sorta di impulso irrefrenabile a buttarmi in tutte le direzioni (probabilmente ereditario). Quando leggo che di Pietro Favre, nuovo santo gesuita, dicevano che pareva «che sia nato per non stare fermo da nessuna parte», mi fa immediatamente simpatia anche se non so nulla di lui. Non credo particolarmente agli oroscopi, ma il mio segno zodiacale, il Sagittario, segno di fuoco e di irrequietezza, mi è sempre piaciuto. Una volta un amico mi aveva regalato un profilo dei “sagittari” che curiosamente descriveva proprio quel certo non so che di mobile, di insubordinato, di irrefrenabile che ho sempre percepito in me stessa.

Recentemente un giochino di Facebook invitava a nominare dieci libri che hanno contato qualcosa per me, a prescindere dal loro valore artistico. Buttando giù la lista di getto ci ho infilato almeno tre titoli che si associano bene agli orizzonti che si spostano, all’irrequietezza e ai punti di vista in continuo aggiustamento: Flatlandia, Gli dèi dell’antico Egitto di Hornung e Chocolat (a cui, come ho spiegato altrove, associo Mary Poppins).

Un giorno, forse, vi parlerò più diffusamente di Hornung e dei limiti del principio di non contraddizione. Oggi mi limito a prendere atto che se è vero che i gesuiti praticano con tanto zelo l’inquietudine non mi meraviglia che parecchi di loro mi siano simpatici.

Capodanno


Una cosa me la devo riconoscere: negli ultimi anni della mia vita mi sono scelta meglio la compagnia per Capodanno. Da almeno un paio d’anni non concorro più all’ambito premio “Capodanno sfigato”. Insuperabile, nella mia carriera, l’anno trascorso a guardare Drive In sul divano con i miei genitori. Ma anche quello passato a russare davanti a Shrek a casa di mia sorella, in compagnia di una caritatevole amica venuta appositamente dal nord per finire l’anno in mia compagnia. La notte di San Silvestro in cui mio padre è morto non concorre nemmeno. Ne ricordo comunque svariati in cui le lancette dell’orologio parevano andare al rallentatore e la mezzanotte non arrivare mai.

L’anno nuovo è iniziato con una clamorosa innovazione nella mia routine: sono andata a correre, per ben cinque volte. Onestamente non so quanto questa riuscirà a diventare una sana abitudine, quando le vacanze finiranno. Però registro, con una certa meraviglia, che la cosa non mi annoia come pensavo. Anzi, oserei persino dire che la sensazione che mi lascia addosso per tutto il giorno è molto gradevole.

Insomma, mai dire mai. Che mi sia di insegnamento per l’anno nuovo. Vale sempre la pena di fare un tentativo. Ero convinta di essere una persona a cui il Capodanno non piace e che mai nella vita sarebbe andata a correre la mattina. E invece… Chissà quali altre scoperte mi porterà il 2014.

Sogni pallidi


Una fine d’anno un po’ affannata mi porta ad essere esitante anche nei sogni. Oggi per un attimo mi sono immaginata delle valige fatte in fretta e furia e una fuga a Istanbul. Mi sono guardata anche le previsioni del tempo.

Poi mi guardo intorno. Siamo qui, con le solite recriminazioni, i soliti binari, il solito divano. Il solito. Non c’è nulla di male, intendiamoci.

Un giorno, mi piace pensare, tornerò a sognare con maggiore decisione. Al momento mi sento come tantissimi anni fa, a una lezione di inglese: per un gioco che stavamo facendo mi chiesero di gridare forte e scoprii che non ne ero capace. Grido spesso, anche più di quanto vorrei. Ma a comando non riesco, sono come bloccata.

Così sono al momento i miei sogni. Creativi, tenaci, inopportuni, spuntano fuori anche quando non sarebbe proprio il caso. Ma poi, se voglio lasciarli liberi, se ne stanno lì, esitanti e poco convinti. Finisce che non lo so, quello che davvero davvero vorrei.

Tutto sommato (auguri e belle notizie)


Ieri sera mi trovavo al Caffè Letterario, uno spazio carino mezzo biblioteca e mezzo caffetteria, per una serata (la seconda di un ciclo) organizzata dalle Biblioteche di Roma su e con le varie comunità di rifugiati che vivono a Roma. Ascoltavo un rapper afghano (esiste anche questo) e pensavo a cosa dire in tre minuti e parole facili (non oltre un livello di comprensione A2) come “testimonianza del Centro Astalli”.

Nel frattempo, all’Auditorium Parco della Musica, il sindaco Marino attribuiva al Centro Astalli,  alla presenza dei miei colleghi e di un gruppo di rifugiati, un premio prestigioso che finora hanno ricevuti personaggi del calibro di Giovanni Paolo II, Muhammad Yunus,Ingrid Betancourt, Aung San Suu Kyi e Malala Yousafzai.

Ieri dunque, pur vivendo un momento di grande stanchezza, ho provato a pensare a cos’è questo Centro Astalli, che ormai è parte di me almeno quanto la mia famiglia. Ho testimoniato, dunque, come mi veniva chiesto, che se ci si mette a misurare le cose fatte rispetto a quelle che andrebbero fatte c’è solo da restare sconfortati. Ma se c’è una cosa che mi sento di dire che accomuna questa variegatissima carovana di persone che va sotto il “marchio” Astalli è il desiderio sincero di cercare la giustizia e la verità. Sembra una cosa teorica e altisonante, ma in realtà è molto pratica e si scompone in frammenti piccoli e quotidiani.

Oggi a riunione di staff ognuno raccontava i suoi, di frammenti: le fatiche e le soddisfazioni, i risultati e gli obiettivi, le paure e i sollievi. Il fatto che ci sia questo valore aggiunto non alleggerisce la fatica del lavoro, non sempre almeno. Ed è giusto così. Ma esistono anche questi incontri, queste comunanze, quei cammini che a un certo punto li guardi, voltandoti indietro, e ti rendo conto che sono stati la filigrana dei tuoi anni, forse persino una sorta di filo d’Arianna.

Poco fa, un mio collega ha chiuso una telefonata e mi ha detto che aveva avuto una bella notizia, una prospettiva positiva per uno dei ragazzi che segue. Io l’ho ricambiato condividendo un’altra bella notizia che mi era arrivata ieri: uno dei ragazzi che frequenta un corso d’italiano è stato accolto in uno dei nostri centri di accoglienza e ieri notte, dopo parecchi mesi, non ha dormito per strada ma in un letto.

Il mio augurio per questo Natale e per l’anno nuovo è di dare e ricevere belle notizie. Pensateci. Sono sicura che almeno una bella notizia ce l’avete nascosta da qualche parte. Se volete condividerla con me e con i lettori di questo blog, scrivetela pure qui sotto.

 

In corner (e pure moralista)


Condivido con qualcun altro il disagio di scrivere qualcosa in occasione della giornata contro la violenza sulle donne. Quando si tratta di violenza le parole di circostanza sono particolarmente inappropriate. Mi associo a Claudia e Silvia: forse l’unica cosa che mi sento di sottolineare è l’importanza dell’educazione, al di sopra di simboli, flashmob e loghi vari.

Educazione è esempio, competenza, risposte coerenti. Ma anche modelli. Già, modelli. Sempre su Genitori Crescono oggi si rifletteva sui modelli di bellezza imposti e autoimposti alle donne. Io stamattina, leggendo qua e là, facevo ancora i conti con la rabbia accumulata grazie alla visione di Non ti muovere, ieri sera. Qui ci va un…

Disclaimer: questa non è una recensione lucida, colta e oggettiva del film diretto e interpretato da Castellitto. Tanto meno è una recensione del romanzo di Margaret Mazzantini, che non ho letto e probabilmente non leggerò mai. Devo riconoscere che una visione che ha avuto il potere di risultarmi tanto sgradevole ha in qualche modo raggiunto un suo obiettivo artistico. Un’opera d’arte deve essere educativa? Forse no, ed è ingiusto misurarla con il metro dei valori. Ieri mi sono sentita moralista nel più letterale senso del termine. Mi sono giustificata ai miei stessi occhi argomentando che l’argomento del film mi tocca sul vivo. Ma poi ho fatto pace con me stessa e solo questo mi riprometto: spiegarvi perché questo film mi è risultato odioso e a tratti insopportabile.

Vado dritta al punto. Io, con il protagonista, non riesco proprio a empatizzare. Ho idea che la vicenda lo richiederebbe, dato che me lo presenta nel momento di massimo strazio per un genitore, quello che lo vede a fianco di un figlio in bilico tra la vita e la morte. Ma per ogni tratto della vicenda narrata, che non starò qui a ripercorrere, io di un uomo così nutro una forte disistima, per usare un eufemismo. Ancora più odioso mi è risultato il tentativo di giustificarlo con un breve flashback in cui si dipinge un’infanzia segnata dall’abbandono paterno. Troppo facile. E, per venire più precisamente all’argomento di oggi, non ho capito bene in che senso episodi di violenza anche sessuale pura e semplice possano essere presentati come elementi di un rapporto in qualche modo “romantico”. Di più. La violenza nei rapporti con le donne, accoppiata a una insopportabile mancanza di coraggio, lealtà e responsabilità, sembra essere la caratteristica precipua del personaggio in questione.

Odio vedere questo modello di maschio tormentato e sospirante affacciarsi in tanta letteratura e cinematografia del nostro Paese. Perché lui, “poverino”, ha la moglie fredda e distaccata. Perché lui, “poverino”, ha avuto un’infanzia difficile. Perché lui, “poverino”, è stato penalizzato dalle circostanze. Mi pare che costruire un personaggio così significhi costruirne uno speculare e complementare, quello della donna vittima, autoflagellante, intenta a punirsi da sola nelle forme più efferate e, a tratti, crocerossina. E’ questo, il grande amore? Quello che vede lui sospirare sul cadavere della donna che ha torturato con sistematica vigliaccheria, salvo poi fare un paio di gesti eclatanti (e lesivi di altre persone) volti a tentare di salvarle la vita invano?

Mi dico, anche da sola, che l’arte dipinge la vita. Che magari raffigurare con spietato realismo la piccineria equivale a una denuncia. Non so. Io non sono convinta. La scena del medico che si porta l’amante al congresso di colleghi con cui lavora ogni giorno, in spregio di tutto, amante compresa, non smette di irritarmi. Ed è una fra tante.

Quanto alle donne crocerossine, modello insuperato della nostra educazione sentimentale, hanno fatto più danni loro di generazioni di padri padroni. Grazie anche a Candy Candy, probabilmente.