Guida all’uso dei mezzi pubblici a Roma


Utilizzare i mezzi pubblici a Roma non è da tutti. Da abbonata annuale e fedelissima utente, mi permetto di dire che è un’arte. Perché a lamentarsi sono capaci tutti, ma non molti sono in grado di interpretarne al meglio le potenzialità. E io, modestamente, mi annovero tra quei non molti.

Per questa ragione, ho deciso di sintetizzare qui, a beneficio dei lettori, una agile guida in cinque punti che potremmo intitolare “Come usare i mezzi pubblici a Roma, sopravvivere e diventare anche una persona migliore“.

1. Serve preparazione. No, non basta farsi dire il numero dell’autobus da un amico. La preparazione deve essere accurata, olistica e multimediale. Il sito dell’Atac dà risposte diverse a seconda di come lo si interroga, come le migliori opere sapienziali dall’antichità ad oggi. Individuato un primo tragitto, bisogna passarlo al vaglio della conoscenza del territorio e dell’esperienza (se turisti, consultare un indigeno o due). Munirsi di almeno due o tre alternative da memorizzare diligentemente.

2. Cercate la giusta prospettiva. Non siate rigidi come i guidatori regolari di mezzo privato o come gli utenti di un servizio pubblico ordinario, italiano o estero. Voi non siete utenti, siete viaggiatori. Non andate dal punto A al punto B, state attraversando Roma Capitale. Bisogna essere proattivi, creativi, flessibili. Non dovete aspettarvi di salire su un mezzo, sedervi e scendere alla meta. Dovete trovare il vostro percorso individuale saltellando in una rete di possibilità, senza dare nulla per scontato. E’ un po’ come surfare nel web. Il fatto che la direzione della corsa, ben visibile sul fronte dei mezzi, sia spesso sbagliata aiuta a non abbrutirsi: Roma non merita utenti pigri e passivi. Tip: gli itinerari migliori sono quelli che prevedono dei tratti a piedi, meglio se non all’inizio o alla fine del percorso, ma in mezzo, per sperimentare link inediti e a volte risolutivi.

3. La tecnologia aiuta, ma non ne siate schiavi. Le palette con i tempi di attesa esistono, ma non a tutte le fermate. Supplisco con la app Muoversi a Roma (per Android o IPhone), direte voi. Ottimo (e diffidate dalle altre app, apocrife, in circolazione). Ma tenete presente che alcuni autobus non sono monitorati e che a volte spariscono dai radar come gli aerei sul triangolo delle Bermuda. Twitter? @InfoAtac è un servizio a suo modo efficiente, ma ha soprattutto la funzione di confortare il passeggero e di offrire solidarietà a distanza. E’ bello non sentirsi soli. Sapere, almeno in certi casi, i motivi della scomparsa del tuo autobus (corteo, macchina privata parcheggiata irregolarmente, malore di un passeggero…) può aiutare a elaborare meglio il lutto. Ma spesso non cambia sostanzialmente le cose. La morale è: fate uso di tutto ciò che può facilitarvi, ma non dimenticate mai l’imprevedibile, l’irrazionale, l’inatteso.

4. Carpe diem. Cogli l’attimo. La necessaria preparazione non deve impedirti di improvvisare. Anzi. Un autobus vuoto che passa davanti a te è un segno del destino. Considera, molto rapidamente, se è il caso di cambiare radicalmente itinerario, o al limite destinazione. No, è inutile che sbuffate, amici nordici: anche le incombenze lavorative possono essere programmate in successione diversa. Non bisogna essere necessariamente dei pelandroni perdigiorno per approfittare di una deviazione imprevista. Lo diceva anche Colombo: buscar el Levante por el Poniente, no?

5. Goditi l’esperienza. Parafrasando Shakespeare, il mezzo pubblico è un palcoscenico sul quale ciascuno recita la propria parte. Anche tu, che ne sia consapevole o meno, fai parte dello spettacolo. E allora tanto vale che ti gusti questo privilegio. Sui mezzi pubblici è concesso, e anzi consigliato:

  • origliare le conversazioni altrui e al limite divenirne parte;
  • socializzare con il conducente;
  • farsi spettatore di performance di arte varia, dalle più classiche esibizioni musicali alle più imprevedibili conferenze del “matto colto”, figura tipica del mezzo pubblico romano;
  • partecipare a sessioni di costruzione del pensiero collettivo, solitamente di impronta satirica.

Vedete dunque che magari i mezzi di Roma non rispondono del tutto all’obiettivo effimero di trasportare l’utente rapidamente e comodamente da un capo all’altro di un itinerario, ma questo è dovuto al fatto che rispondono a molti altri obiettivi, se vogliamo più importanti e durevoli: potenziare gli skills organizzativi, sviluppare il pensiero laterale, allenare la mente meglio della Settimana Enigmistica, tessere relazioni, incoraggiare il contatto fisico (anche estremo) tra le persone, ricordare a tutti la fragilità umana. Scenderete insomma dal vostro autobus (o tram, o metro, o treno, o più verosimilmente una combinazione di tutti i precedenti) probabilmente in ritardo e ammaccati, ma anche un po’ più saggi.

Una festa esclusiva


Una delle amiche di mia figlia è peruviana. Le bambine sono in classe insieme fin dalla materna e la mamma di C., giovane e piuttosto riservata, si è ormai arresa alla nostra costante presenza, anche per merito della presenza affettuosa di tata Silvana. E’ stata comunque una piacevole sorpresa essere invitate a festeggiare il compleanno di C. a casa loro. “Non è una festa”, si è affrettata a precisare la mamma. “Ci vediamo con zii e cuginetti. Ma se ci siete anche voi ci fa piacere. In un certo senso ormai siete parte della famiglia”.

Non sapevo bene cosa aspettarmi ed ero anche preparata, eventualmente, a lasciare Meryem e ripassare a prenderla più tardi, per non essere inopportuna. E invece la frase della mamma non era una frase fatta. Ci hanno accolto con affetto e naturalezza, come membri della famiglia.

Al mio arrivo mi hanno chiesto se parlassi spagnolo. Io ho confessato che, sebbene capisca un minimo, in effetti non lo parlo. Da quel momento tutti, bambini inclusi, hanno parlato per tutto il pomeriggio – anche fra loro – esclusivamente in italiano. Anche la canzoncina di compleanno è stata cantata prima in italiano e, a seguire, in spagnolo. Mi sono immaginata questa scena in una riunione di famiglia italiana e ho provato un certo imbarazzo.

Meryem è subito sparita a scatenarsi con i cuginetti dell’amichetta, di età assortite. Io non ho più avuto alcun impulso di fuga, perché ho potuto godere di un’ottima conversazione, varia e di livello, che ha toccato tra l’altro critica cinematografica (con particolare riferimento a La grande bellezza), politica italiana e soprattutto internazionale (visto che si è presto convenuto che su la prima c’è piuttosto poco da dire), con particolare riferimento alla Turchia quando è emerso che il padre di Meryem viene da lì, genitorialità. Una delle zie, anch’essa considerevolmente più giovane di me, raccontava di quanto sia affascinante il fatto che genitori non si nasce, ma si cresce (ho avuto il sospetto persino che conoscesse un certo sito leader del settore).

Mi hanno raccontato aneddoti di famiglia e hanno riso educatamente ai miei, si è inevitabilmente venuti a parlare anche di immigrazione e della drammatica assenza di mobilità sociale nel nostro Paese. Alcuni di loro sono venuti qui coltivando il sogno di poter mettere a frutto le proprie potenzialità, ma dopo molti anni si sono resi conto che le opportunità sono  poche e poco realistiche. Eppure restano ottimisti e fiduciosi rispetto a una possibilità di cambiamento, anche politico: “questo è il Paese dove stanno crescendo i miei nipoti, non posso arrendermi così facilmente”, mi ha gentilmente redarguito uno degli zii mentre esprimevo tutto il mio sconforto di elettrice e cittadina. Un pomeriggio che mi ha fatto pensare.

A proposito di Oscar


Impazza il dibattito su La Grande Bellezza. Io ne ho visto poco più di metà, e per giunta su piccolo schermo, con tanto di interruzioni pubblicitarie. Dopo una notte di sonno ho realizzato che mi ricordava da morire This must be the place. E grazie tante, direte voi. Il regista è lo stesso. Sì, ma io questo l’ho scoperto solo molto più tardi. La formula mi pare identica. Apprezzo il buono, anzi l’eccellente recitazione soprattutto del protagonista, la fotografia da ipnosi, soprattutto su schermo grande, le buone intuizioni nei dialoghi e alcune battute memorabili, ma resto con un senso di fastidiosa insoddisfazione. Sono stata cresciuta con l’idea che un film debba essere un organismo perfetto, qualcosa che armonicamente funziona in tutte le sue componenti. Il pensiero corre immediatamente a Visconti (Morte a Venezia, Senso, Il Gattopardo), ma per onestà mi dico che la magia è in buona parte nell’occhio e nelle aspettative di chi guarda. Quello che davvero mi ha disturbato in questo ultimo film di Sorrentino erano le scene da spot dell’ufficio del turismo, la scelta sistematica di location romane belle, per carità, ma davvero gratuite ai fini della narrazione. Le grandi città sono bei soggetti di film, ma mi piace di più quando si indovinano (tipo Istanbul ne Il bagno turco di Ozpetek: tutti interni tranne una fugace occhiata della macchina da presa; ma anche Roma in La finestra di fronte o Le fate ignoranti).

Ma non volevo parlarvi di questo. Nemmeno, in effetti, volevo improvvisarmi critica cinematografica. Solo aggiungere una considerazione. Siccome casualmente ho visto il pluripremiato “12 anni schiavo” e mi sento molto fiera del mio tempismo, del tutto insolito per una reclusa come me, ci tenevo molto a darvi il mio parere non richiesto (anche perché ai pochi che me lo hanno richiesto l’ho già dato). Lungi da me dire che è un brutto film. Brad Pitt che fa il buono troppo buono ha un sentore leggermente stucchevole, ma ci sta con il sapore ottocentesco del tutto. Certo, è un classicone che più classico non si può. Didascalico, in un certo senso. Anche piuttosto lunghetto, in modo che uno capisca bene.

Quello però che mi veniva da pensare è che a me un film come questo fa sempre un effetto un po’ strano. Perché contribuisce a trasmettere l’idea che la schiavitù sia un fenomeno di un certo periodo storico, non così tanto lontano dal nostro come saremmo portati a credere. Non stiamo parlando di antica Roma, cari spettatori, ma di relativamente poche generazioni orsono.

Però a questo punto a me scatta spontanea una aggiunta: anche oggi, in questo momento, esistono gli schiavi. Non solo in senso metaforico, purtroppo. Anche in senso letterale, specifico. Persone che, come nel film, vengono rapite e vendute. Passano di mano in mano. Sono oggetti di proprietà di qualcuno. Io ne ho conosciuto uno e i miei colleghi molti di più. Per non parlare poi, come ricordava il direttore di Amnesty alla proiezione a cui ho partecipato, di tutte quelle persone che sono talmente prive di diritti e di possibilità anche teorica di accedervi, da poter essere tranquillamente assimilate alla stessa categoria. Queste ultime è più facile vederle e incontrarle, nelle campagne italiane, agli smorzi, per le strade della nostra città. Tante persone che nella vita non incontreranno mai Brad Pitt.

Cambiamento (teorico)


Arrivo in corner al blogstorming di Genitori Crescono sul cambiamento per condividere con voi, manipolo di lettori, una scoperta che ho fatto su di me. Mi vanto di essere una volatile anima sagittaria, accesa dal fuoco del movimento e della trasformazione. Sbavo, letteralmente, pensando a viaggi improvvisati in mete inconsuete. Mi appago (e mi frego da sola, continuamente) con un torneo di improbabili progetti, imprese, interessi. Salvo poi abbandonarli alla loro ineluttabile irrealizzabilità, o amarli un po’ meno perché quando si realizzano hanno confini, dimensioni definite, vita limitata.

I cambiamenti, io, li adoro. Li cerco, li voglio, li amo.

Però. Non cambio lavoro da 14 anni. Mesi fa, dopo doloroso travaglio interiore, ho mandato un application per un altro impiego. Superata la tragedia e inviata la mail fatidica, ho del tutto rimosso la cosa. Quando alla fine mi è arrivata una risposta, negativa, ho avuto la certezza che mai e poi mai avrei abbracciato entusiasta quell’eventuale cambiamento. Affatto. Avevo avuto il sospetto di essere un coniglio, professionalmente parlando. Dico dico, ma alla fine non so se avrò mai l’ardire di uscire dal mio buco, se qualcuno non mi caccia a pedate. Qualcosa di simile l’ho sempre sperimentato nella mia vita privata. Se proprio non sono costretta con il fucile puntato, lascerei le cose come stanno. Sempre. Oltre ogni legittima immaginazione.

Se ci penso bene, anche fisicamente sono più o meno sempre la stessa, dalla terza media. Qualche chilo in meno o in più (più facilmente in più), ma il colpo d’occhio è quello. Potrei mettermi gli stessi vestiti per decenni e in alcune circostanze l’ho persino fatto. Patisco un po’, questa continuità, ma ormai ci ho fatto pace.

Come si concilia questo tratto con la parte di me che più mi piace, quella avventurosa e mobile? Semplice, non si concilia. Se ne frega di conciliarsi. Sta lì e basta, mi piaccia o meno (direi meno).

We’ve given each other some hard lessons lately
But we ain’t learnin’
We’re the same sad story that’s a fact
One step up and two steps back

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Rispetto


Ieri sera è stata una di quelle occasioni in cui ho saputo artisticamente rivoltare la frittata e trasformare un mio poco edificante sbrocco di mamma in un’occasione educativa. Lo registro quindi, a futura memoria. Avevo perso le staffe, come sempre avviene, per un’infausta combinazione di motivi: un certo malessere generale, l’ennesimo spidocchiamento (stavolta, per fortuna, meramente preventivo) e la tendenza della Guerrigliera a urlarmi in faccia quando le chiedo di fare qualcosa di diverso da ciò che di suo gradirebbe fare. Uniamoci un episodio sgradevole alla fine del picnic con gli amichetti: quando l’ho rimproverata perché si rifiutava di collaborare, mi ha ridacchiato in faccia. Poi mi ha detto che era “per non fare brutta figura con l’amichetta”, il che non ha fatto che aggravare la situazione ai miei occhi. E quindi il fastidio covava lì, non sufficientemente sfogato. Di lì a poco, quindi, la rispostaccia di Meryem mi ha trasformato in un orso Grizzly.

Ho esagerato e sono passata dalla parte del torto. Non ne sono affatto fiera. Sia come sia, una volta tornata in me, me la sono presa sulle ginocchia (era ancora in lacrime) e le ho fatto un discorsetto breve ma convinto. Cara Meryem, le ho detto in pratica, lo sai cosa è il rispetto? Lei, tirando su col naso, mi ha parlato del rispetto per il materiale scolastico e per le cose degli altri. Bene. Ma anche le persone vanno rispettate, perché sono importanti. Tu mi dirai che a me, a papà, ai tuoi amichetti vuoi bene. E’ una bella cosa. Ma ricordati sempre che non è possibile voler bene a una persona se non la si rispetta. Cercheranno, forse, di farti credere il contrario. Ma ti assicuro che è così. Senza il rispetto non può esistere nessun amore.

Ha pensato, ha registrato, magari a un certo punto il discorso ci capiterà di nuovo (sperabilmente omettendo gli urlacci di introduzione). Credo però di aver detto ieri a mia figlia una delle poche cose di cui sono assolutamente certa, per averlo imparato a mie spese. Io, che quando mi chiede “Ma la guerra da noi non può succedere, vero?”, non riesco mai a rispondere “Sì” e basta. Io che ho sempre il “Dipende” in tasca, anche quando la risposta potrebbe essere facilissima. Io, proprio io, sono pronta a dire: di questo sono sicura sicura e vorrei tanto che lo fossi anche tu.

A mente fredda, sulle mucche danesi


L’altra sera mi sono ritrovata nel mezzo di una discussione su Facebook che ero impreparata a gestire perché mi faceva davvero arrabbiare, oltre ogni misura. Me la sono cercata. Quando si condividono notizie su argomenti sensibili bisognerebbe essere preparati alle reazioni. Quelle dei miei amici, peraltro, erano civili, educate, composte e non prive di ragionevolezza. Però mi sono resa conto che non riuscivano proprio a vedere il mio punto e questo mi ha rattristato assai.

La notizia era questa. Il Governo danese ha vietato la macellazione senza preventivo stordimento dell’animale, il che è generalmente considerato in contrasto con quanto prescritto dalle norme della macellazione rituale, sia ebraica che musulmana. Dopo essermi un po’ documentata, soprattutto qui, apprendo che non solo la Danimarca non è un caso unico (già da anni la questione si pone in Svizzera e mi pare di capire anche in Svezia), ma che soprattutto esisterebbe, con un po’ di ragionevolezza, la possibilità di mediare, trovando delle forme di stordimento dell’animale non in contrasto con la salvaguardia dell'”integrità fisica” prescritta dalla religione (a una lettura veloce mi pare che in Malesia si sia già proceduto in questo senso).

Concordo che in primo luogo è necessario sgombrare il campo dalle posizioni troppo ideologiche, a partire dalle facili battute sui cuccioli di giraffa. Quello che davvero mi ha disturbato è la frase “I diritti degli animali vengono prima della religione”, che pare il ministro dell’agricoltura danese abbia pronunciato a commento del provvedimento. Dovrei probabilmente andarmi a leggere tutto il contesto dell’intervista. Certo che, riportata così, mi pare un’affermazione aggressiva, violenta e potenzialmente discriminatoria. Io credo che la civiltà imporrebbe di trovare modi che riducano il più possibile le sofferenze di tutti gli esseri viventi. Ma un’affermazione come questa sembra trascurare il fatto che la religione non è un vuoto orpello, ma parte importante dei valori irrinunciabili di molti esseri umani. Ci sono molti uomini al mondo, anche oggi, disposti a morire per la propria fede. Detesto quando la semplice ignoranza (perché di questo molte volte si tratta) si autoproclama metro di civiltà.

La frase del ministro danese è decisamente infelice. Il provvedimento magari è giusto, ma solo se implica la volontà concreta di dialogare con le comunità religiose, composte da cittadini di pari dignità degli altri (animali compresi), per soluzioni condivise e migliori per tutti. Altrimenti è un civilissimo atto di prevaricazione. IMHO.

Il bicchiere mezzo pieno


Dopo una settimana di influenza e fatica massima, fisica e mentale, ieri dopo l’ufficio sono andata alla riunione del consiglio dei genitori, che si è protratta fino alle sette abbondanti (inutilmente, ma questo sarebbe un altro post). Aprendo la porta di casa, mi trovo davanti Meryem e Nizam seduti a tavola, che mangiavano un pasta al sugo dall’odore decisamente invitante. Ce ne era un terzo piatto che mi aspettava. Ora a voi tutto ciò parrà la cosa più ovvia e naturale del mondo, ma per i nostri standard si tratta di una sorta di eccezione miracolosa.

Mi sono goduta fino in fondo la sensazione che quella parte era fatta, che ci aveva pensato egregiamente qualcun altro, che tutti parevano moderatamente sereni (ho scoperto poi che poco prima si era consumata una specie di tragedia: Meryem aveva rovesciato inavvertitamente dell’acqua sul computer e aveva pianto disperata temendo di averlo rotto. Ma l’ho scoperto appunto poi e della crisi non c’era più traccia). Mi sono seduta e ho mangiato un piatto caldo e delizioso.

E’ straordinario come una cosa così semplice e addirittura ovvia possa dare tanta gioia. La cosa mi ha sorpreso al punto che per un attimo ho pensato di farne un motivo di riflessione, o piuttosto di recriminazione: ma come, possibile che sono arrivata al punto che un episodio così mi pare straordinario? E però subito dopo mi sono ricordata di quando Meryem era piccolissima e la allattavo di notte. Una volta, ritornando a letto dopo la poppata, mi sono sorpresa ad essere felice di essermi svegliata perché così potevo più consapevolmente riprovare la gioia di infilarmi in un letto già caldo. Non sono mai stata particolarmente incline al gioco di Pollyanna, non riesco credibilmente a impormi di vedere il positivo nelle situazioni. Ma ieri mi sono ripromessa che almeno cercherò di non boicottarmi da sola quando mi sento di buon umore.

Cirillo, Metodio e altri miti familiari


“Mamma, ma perché non possiamo essere una famiglia normale?”. Chissà che voleva intendere esattamente, Meryem, quando mi ha trafitto il cuore con questa innocente domanda. Magari non tutto quello che ci ho letto io, che per giunta ero anche sul punto di stramazzare, vinta dalla febbre. Fatto sta che, vigliaccamente, non ho approfondito.

Però oggi, mentre il mondo festeggia San Valentino, a me viene da pensare a San Cirillo e Metodio e alla mia famiglia anormale. Vedo da Google che mio padre pubblicò una traduzione delle biografie paleoslave dei due santi già nel 1981. Non ritrovo i riferimenti esatti, ma leggo che Giovanni Paolo II li ha proclamati patroni d’Europa nel 1980, il che significa che i due giravano in spirito a casa mia almeno da quando avevo 6-7 anni, ovvero circa l’età attuale di Meryem.

Mio padre era uno che, decisamente, si portava il lavoro a casa. E certo non era un lavoro come quello dei padri dei miei compagni di classe. Era un lavoro che comportava produzione di mucchi immensi di scartoffie, che franavano qua e là, e talora faceva spuntare a casa personaggi bizzarri, a cui le mie sorelle davano soprannomi irriverenti. C’era Orsone (esimio accademico dell’Università di Vienna), Timiducci (giovane prete polacco, esperto di glagolitico) e svariati altri personaggi e interpreti.  Io fin da bambina assistevo e partecipavo a questa sorta di bizzarro circo e sono cresciuta a leggende familiari, in gran parte non prodotte da narrazioni mie, tra cui quella che raccontava che una lite seria tra i miei genitori vertesse intorno a quale fosse l’età media degli antichi romani.

Oltre a darmi infinito materiale per gustosi aneddoti, che però oggi non ho tanta voglia di sciorinare, tutto questo clima mi ha portato a vivere con una certa fierezza il fatto che noi non fossimo una famiglia “normale”. Non lo eravamo quasi in nulla, a dire il vero. Non lo eravamo nelle tradizioni delle festività, non nel rapporto con i parenti (almeno che io possa ricordare), non lo eravamo per il fatto che mia madre era considerevolmente più grande di mio padre e quando sono nata io aveva già 47 anni. Non facevamo pranzi speciali la domenica (avevamo, quello sì, il rito delle pastarelle dopo la messa), non andavamo in bicicletta (o almeno, io non ci andavo) né a sciare.

Con il senno del poi, oggi non credo che necessariamente quella mia famiglia potesse dirsi un modello. Lo è stato, fin troppo, per me. Troppo perché il modello che mi ponevo davanti era già mitizzato, enfatizzava le cose piacevoli e ometteva artisticamente gli aspetti oscuri che pure c’erano. Alla fine non mi meraviglia che nei miei inconsulti tentativi di ricreare il mito mi sia ritrovata con un pugno di mosche.

E Meryem, cosa si troverà? Spero di riuscire ad insegnarle che si può essere famiglia in molti modi diversi. Che ai sentimenti, come alle cose più alte dell’universo, non si possono applicare i lacci della logica aristotelica. Che alla fine, la parte che davvero si sceglie non è così rilevante. Più importante è come, giorno dopo giorno, se ne vivono le conseguenze.

Mostri e altre meraviglie


Non siamo nuovi alle visite guidate di Alessandra. Ma quella di oggi mi ha fatto pensare. Io , Meryem e un gruppo di amici con bimbi messo insieme per l’occasione abbiamo visitato la mostra Mostri a Palazzo Massimo, a due passi da stazione Termini. Non sto qui a raccontarvi quanto è brava Alessandra (che è brava, appassionata e abilissima nel catturare l’attenzione dei piccoli), ma una recensione della mostra e del museo era doverosa.

L’esposizione è bellissima. Per una volta, davvero nulla da eccepire. Pezzi da togliere il fiato, atmosfera suggestiva, buoni pannelli esplicativi. Nessun sovrapprezzo sul prezzo del biglietto d’entrata, già piuttosto modesto (10 euro, bambini gratis) e valido per 3 giorni anche alle altre sedi del Museo Nazionale Romano (Terme di Diocleziano Palazzo Altemps – Crypta Balbi). E poi il Museo. Parliamone. I bambini dopo la mostra erano stanchini, quindi abbiamo dato solo una sbirciata veloce all’essenziale.

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Da svenimento. Un museo ricchissimo, pieno di reperti strepitosi e ben esposti. Io sono rimasta rapita soprattutto dagli affreschi della Villa di Livia, così ben conservati da permettere una sorta di tuffo nel passato. Ma anche le statue, i bronzi, gli avori, i resti della nave imperiale trovata nel lago di Nemi, i mosaici della Villa Farnesina… ed era solo la punta dell’iceberg, come si evince dalla pur sobria descrizione del sito ufficiale. Sobria al limite dell’understatement, se proprio vogliamo criticare qualcosa, oltre alla biglietteria lentissima (evidentemente disabituata a un afflusso superiore a zero). Ma io mi sono trovata davvero a farmi un esame di coscienza. Questo non è un museo triste e polveroso, che non possa competere con un qualunque museo europeo, non solo per numero e qualità di prezzi esposti, ma anche per allestimento. E’ a due passi da stazione Termini, raggiungibilissimo. Il prezzo del biglietto è fin troppo modesto. Certo, sul bookshop si può migliorare, ma comunque è più che dignitoso. Non c’è un bar, ma orsù, con il fatto che si può entrare e uscire per ben tre giorni non è una difficoltà a cui non si possa porre rimedio, specie considerando che nella zona di Termini c’è amplissima disponibilità di generi di conforto a tutte le ore del giorno e della notte. E allora, qual è la mia scusa? Perché non ci ho quasi mai messo piede e non l’ho mai neanche raccomandato a amici in transito a Roma?

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Rubo qualche considerazione alla mia amica Deborah, che era con me stamattina.

Roma. Oggi, complice Chiara Peri e la sua amica Alessandra, splendida e appassionata guida, abbiamo visitato con Livia un allestimento sui Mostri nell’antichità nello splendido Museo Romano di Palazzo Massimo. E ho pensato: mamma mia quanta bellezza, discretamente conservata in questi musei spettacolari ( e di musei in giro per il mondo ne ho visti parecchi ), una bellezza oserei dire dimenticata.
Lo splendido pugilatore a riposo di bronzo con le sue cicatrici, il volto insanguinato le mani avvolte nei guantoni di cuoio ha viaggiato oltreoceano di recente per essere esposta al Met di New York con grande successo di pubblico pubblicizzata con un enorme cartellone su Time square.
Gli affreschi della Villa Di Livia: un giardino incantato di fiori, frutta e uccelli su uno sfondo turchese ..pelle d’oca…. Gli affreschi e i mosaici della villa della Farnesina… uno splendore e infine la magnifica capsula del tempo: il corredo funebre di una bambina di circa 8 anni ritrovata anni fa su una via consolare con le sue bambole snodate ( insomma la Barbie ) le sue collane e tutti gli oggetti testimoni di una vita di tanti anni fa nella nostra città.
Questa nostra città, barbaramente devastata dall’incuria e dalla trascuratezza custodisce dei veri e propri tesori, nascosti perché noi romani possiamo trovarli per sentire la responsabilità di custodire un simile tesoro, per affidarlo al tempo come i genitori di quella bambina romana che i suoi genitori hanno seppellito tanti anni fa affidandole il compito di trasportare fino a noi quella bellezza perché sia eterna.
Visitatelo….

Ho avuto davvero lo stesso pensiero. Abbiamo una responsabilità, come genitori e come cittadini. Forse se noi romani mostrassimo di apprezzare in massa questi luoghi splendidi non solo i giorni di apertura gratuita (non venitemi a dire che è un problema di soldi: un cinema quanto costa?), forse se non ci lanciassimo solo a visitare le mostre iperpubblicizzate, forse se tutti mostrassimo di notare la differenza tra un museo ben allestito e ben tenuto e uno sciatto e deprimente, magari non si deciderebbe così a cuor leggero di chiudere questo o quel sito archeologico. I primi a dimenticare questa ricchezza immensa siamo noi stessi, pronti a protestare quando un giornalista ci fa notare che ci viene sottratta.

Chiudo con una proposta molto concreta. A San Valentino regalatevi una visita a un museo. In tutti i musei italiani si paga un solo biglietto in due. Lo sapevate? E se poi vi ho messo una specifica curiosità rispetto a Palazzo Massimo, Alessandra venerdì prossimo ci organizza una visita per adulti. Non garantisco che ci sia ancora posto, però.

Chef per un giorno #liberericette


Cuochi della domenica o virtuosi del Bimby, degustatori a km 0 o consumatori di schifezze anche surgelate, geni del multitasking o golosi pigri… siete pronti? E’ quasi venerdì 31!!!! Torna la terza edizione di Liberiamo una ricetta #liberericette, la social spignattata più liberatoria del web.

Non provate a svicolare, non è affatto complicato.

Le regole sono poche e semplici e le trovate tutte sulla pagina FB dell’evento, qui: https://www.facebook.com/events/620252821356559/

1. Pubblicare un post il 31 gennaio (possibilmente intorno alle 11, ma l’ora non è fondamentale) e chiamare il post “liberiamo una ricetta: (titolo della ricetta)”. Alla fine della ricetta si metterà la frase: “Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web”. Poi inserire il link del post su questa pagina: http://www.mammafelice.it/2014/01/30/liberiamo-una-ricetta-edizione-2014/

2. Chi ha un profilo FB è caldamente invitato a mettere per quel giorno come immagine del profilo il logo dell’iniziativa: il Keep calm… su fondo rosso. La seconda parte – che dovrà comunque avere attinenza con il cucinare – è libera.(qui il link ad una delle pagine che creano “keep calm” http://www.keepcalmstudio.com/)

3. Vogliamo che l’iniziativa coinvolga più persone possibile. Pubblicizziamola, quindi, in anticipo sui nostri blog, su facebook, su twitter con gli hashtag #liberericette #freearecipe. Più gente aderisce, meglio è.

4. Non indicate in anticipo che ricetta posterete. Conserviamo l’effetto sorpresa!

5. Divertitevi!

FAQ
E se non ho un blog?
Le cucine sono aperte. Chi ha un blog ospiterà chi non lo ha. Basta chiedere. Peraltro se qualcuno ha più piacere di cucinare sul blog di qualcun altro anziché sul proprio, può farlo.
A questo scopo abbiamo creato un gruppo su FB dove troverete l’elenco dei blog disponibili a ospitare: http://www.facebook.com/groups/326951964086476/

– Come deve essere il post?
Il tema della ricetta è libero. Si suggerisce di arricchirlo almeno con una foto del piatto. Ma se non ce la fate non fa nulla. Quest’anno ci piacerebbe anche che accanto alle ricette ci fossero anche delle storie, come recita la nostra frase slogan. Perché avete scelto questa ricetta? Cosa vi ricorda? Aggiungete, se potete, una storia, un aneddoto, un breve racconto, un libro a cui vi siete ispirate… Renderà i post più piacevoli da leggere.

E INOLTRE….
Ci piacerebbe che questo momento di festa e condivisione fosse anche un’occasione di solidarietà. Per questo invitiamo tutti i partecipanti a donare l’equivalente della spesa per il piatto a sostegno delle famiglie rifugiate ospitate dal Centro Astalli di Roma.In questo modo inviteremo a tavola con noi, virtualmente, anche una persona che è dovuta scappare dal suo Paese per fuggire alla guerra e alla persecuzione e che qui in Italia deve ricominciare da zero. In particolare, ci piacerebbe dotare di stoviglie e pentole le famiglie che vivono nel centro di accoglienza Pedro Arrupe, in via di Villa Spada.
Si può effettuare la donazione tramite bonifico bancario, conto corrente postare o anche online, attraverso Paypal. Tutti i dettagli qui: http://www.centroastalli.it/index.php?id=532

Dopo il 31, chiunque lo desideri potrà visitare il centro di accoglienza e/o partecipare a un incontro sul tema dei rifugiati organizzato da Chiara Peri, per conoscere meglio questa realtà.

E dunque avanti, tutti a cucinare!