La noia è creativa solo d’estate


 

Non credo che non sappiate come la penso sull’argomento calendario scolastico. Ma è sempre utile riassumerlo e ribadirlo, anche perché mi pare davvero incredibile che in questo Paese non si possa neanche iniziare un dibattito sull’argomento senza levate di scudi surreali.

Provo ad andare per punti, così non mi perdo.10356129_748783721841294_7420382510615066936_n

 

 

– Per molti anni il calendario scolastico è stato organizzato così. Bene. Ma ciò non vuol dire che sia immutabile per principio. Molte cose sono cambiate negli ultimi venti anni. La didattica, sperabilmente (non sempre), il mondo in cui i nostri figli vivono e anche e soprattutto le dinamiche familiari.

La scuola pubblica così organizzata oggi non dà le stesse opportunità a tutti i bambini. Il che è vistosamente in contraddizione con il suo mandato. Perché? Perché una scuola che si disinteressa di un quarto dell’anno (a essere buoni) e lo lascia alla privata iniziativa e al libero mercato (chi più ha meglio si arrangia) è una scuola ipocrita. Punto. Le scuole private possono lasciare il calendario che credono, le scuole pubbliche dovrebbero riorganizzarlo tenendo conto della realtà sociale e delle necessità delle famiglie.

– Necessità delle famiglie significa, a scanso di equivoci, necessità di tutti i componenti della famiglia. Dei genitori che lavorano con difficoltà sempre crescenti e non possono mettersi in ferie per tre mesi e mezzo consecutivi; dei genitori come coppia, perché le ferie separate non sono certo una soluzione ideale; degli studenti, sia nell’immediato (un calendario più razionale, con pause cadenzate, come è uso in molti Paesi del mondo è secondo molti esperti un approccio più adeguato anche didatticamente) che forse in prospettiva (andiamo verso un mondo del lavoro maggiormente integrato, non farebbe comodo anche avere un sistema educativo meno eccentrico?). Ma anche necessità dei nonni, se e quando ci sono, che magari sono felici di trascorrere del tempo con i nipoti, ma si godrebbero certo di più intervalli di tempo più ragionevoli, senza rischiare di vedersi degradati a babysitter a costo zero per mesi e mesi.

– Ma le settimane di vacanza scaglionate durante l’anno (come il calendario ipotizzato nell’immagine sopra) vanno comunque “coperte”, mi si obietterà. Certo. Ma volete mettere? Intanto per una parte dei lavoratori prendersi ferie non consecutive è più facile. Per chi può partire si eviterebbe l'”effetto agosto” e quindi sperabilmente ci sarebbe meno speculazione rispetto ai prezzi dei soggiorni. Ci si potrebbe godere meglio tutte le potenzialità del nostro territorio, che non è bello solo d’estate. E per chi resta, un campo di didattica alternativa di una-due settimane ha molte più probabilità di avere un senso. Per un periodo più breve si potrebbero anche organizzare soluzioni a turnazione tra famiglie dello stesso quartiere o soluzioni informali più efficaci. Insomma, tutta un’altra storia.

Non mi venite a dire, vi prego, che i tre mesi e mezzo di vacanze non sono un problema dei bambini, ma solo un problema dei genitori. Ma che messaggio educativo è questo? Io a dividere problemi dei genitori da problemi dei bambini non ci sto. Nella mia famiglia, tutt’altro che esemplare, le difficoltà si ripercuotono su tutti e quindi, ciascuno secondo quello che è in grado di contribuire, sono di tutti. Sono di tutti le gioie, sono di tutti le fatiche.

E risparmiatevi anche i vagheggiamenti sul periodo più bello dell’anno e sulla noia creativa. Mi sono sempre chiesta perché la noia sia creativa solo d’estate (soprattutto, diciamocelo, quando tu genitore hai sbolognato i tuoi figli a qualcun altro alla tua casa al mare/lago/montagna). Piuttosto, da genitori, diamoci una regolata sulle attività extrascolastiche durante l’anno e non esageriamo con i ritmi. Le opportunità sono molte, resistere ad alcune proposte bellissime è difficile. Ma se alcune di queste attività, almeno quelle che non richiedono strutture mirabolanti, trovassero maggiore spazio in una scuola molto più aperta, che sia davvero un riferimento per tutti?

Giugno


Giugno è un mese infuocato, più di agosto. Il lavoro è una specie di delirio ininterrotto. C’è la fine della scuola, l’inizio dei campi estivi, il compleanno di Meryem. E’ un mese di incastri degni di un tangram, ma anche (in genere) di soddisfazioni, appuntamenti significativi, emozioni.

Ho vari post in canna, ma li devo rimandare per il momento.

Però vi lascio due link di post scritti per altri: una riflessione sulla giornata straordinaria dell’8 giugno scorso sul blog del Centro Astalli e un post sul friendsurfing per Genitori Crescono. Su questo secondo mi concedo un sospiro: che vacanze l’anno scorso! Cercate su Instagram #friendsurfing e rigustate con me che bei posti abbiamo visto, in ottima compagnia.

Mi conforta il pensiero che il 1 agosto si ricomincia la giostra. Ho già un biglietto per Palermo e due biglietti Milano-Zurigo. Tutto sta a riempire ciò che sta in mezzo…

 

 

Un pizzico di ottimismo


Non ho avuto il minimo dubbio, ieri, sul fatto che a votare ci sarei andata. Vi ho messo a parte di molti miei dubbi e dei miei tormenti, ma forse non ho espresso con abbastanza chiarezza che per me astenersi, ieri, non era un’opzione. Non lo era proprio perché era un voto per l’Europa: le implicazioni nazionali mi sono sforzata di non considerarle.

Per una volta, infatti, è proprio l’Europa che vorrei cambiare. Vorrei un Europa diversa, meno artefice e complice di stragi di rifugiati. Andare a manifestarlo ufficialmente nel modo in cui mi è ancora consentito mi sembrava doveroso.

Oggi, davanti a questi risultati, mi vengono a caldo alcune domande.

Ci sentiamo europei?
La mappa qui sotto fa pensare. Noi in Italia non siamo nemmeno tra quelli che si sono astenuti di più, forse perché abbiamo un po’ l’idea di votare sempre per la nostra politica interna (del resto ce la raccontano così). Ma è inevitabile pensare che forse l’Europa si è smesso di costruirla davvero parecchi anni fa. Slovenia, Ungheria, Polonia, Croazia… Che significa per questi Paesi essere entrati in Europa? Decisamente qualcosa non ha funzionato, o non ha funzionato del tutto.

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Eppure pare che il trend di astensionismo, che in passato cresceva a ogni votazione, si sia invertito. Una bella notizia, dunque. A me pare abbastanza sconfortante, ma consoliamoci pensando che poteva andare peggio.

Cosa è successo davvero?
Confesso che ci ho messo un po’ a capirci qualcosa sul parlamento che esce effettivamente dalle urne (grazie al Sole24ore, a proposito). I risultati nazionali, le sorprese e i colpi di scena veri e presunti sembrano attrarre l’attenzione della stampa ben più dei noiosi quadri d’insieme, che però alla fine sono quelli che ci dovrebbero interessare di più.
Alla fin fine, per riassumere in modo un po’ approssimativo, mi pare che i margini estremisti siano cresciuti, ma il solito assetto in qualche modo tenga. Inaspettatamente il risultato del PD in Italia ha contribuito alla tenuta del gruppo socialista e 3 italiani siederanno nei banchi della Sinistra Unita. Ora si deve nominare il Presidente della Commissione. Vedremo.
Siamo anche alla vigilia del semestre di presidenza italiana (un semestre che durerà, di fatto, circa due mesi e mezzo). Ce la facciamo ad interessarcene un po?

Lapo Pistelli, quando è venuto al Centro Astalli, ha giustamente osservato che in un tempo così ridotto non ci si può aspettare grandi rivoluzioni. Ma potrebbe essere un’occasione importante per contribuire con decisione a fissare l’agenda per i prossimi anni. Una finestra preziosa, perché poi il Mediterraneo sparirà dalle turnazioni per un bel po’.

Cosa vedo io?
Io, come dicevo nel titolo, non sono del tutto pessimista. E non tanto o non solo per i risultati elettorali del mio Paese, che facilmente potevano essere assai peggiori. Soprattutto mi conforta quello che vi raccontavo già qua e là per questo blog (per esempio qui): mi pare che si racconti tanto la xenofobia, ma qui e là  i cittadini comuni inizino a realizzare quanto disumane e alienanti siano certe pretese ideologiche e a combattere le loro piccole, ma significative rivoluzioni. La solidarietà, la condivisione e l’empatia sono gesti sempre più rivoluzionari. Quando poi si mettono in rete tra loro possono diventare interessanti.

Aspettiamo e vediamo, insomma. Ma non dimentichiamoci mai che la nostra dimensione è il mondo. Lo “squallore provinciale quotidiano”, come lo definiva ieri assai efficacemente un’amica su Facebook, non deve mai avere la meglio. Nessuno di noi desidera crescere i propri figli nello squallore, non è vero? Ecco perché la politica in qualche modo fa inevitabilmente parte della dimensione di un genitore (secondo me).

Mamma, chi voti?


“Mamma, ma tu voti?” Sì, Guerrigliera, rispondo sospirando. Un sospiro che è tutto un programma. “E papà?” No, Guerrigliera. Paga più tasse lui da 14 anni a questa parte di buona parte delle persone che conosco, eppure no, lui non è europeo. Ergo non vota.

“E chi voti?”. Oddio. Non lo so, sono indecisa. “Ma devi decidere!”. Temo proprio di sì. “Sei indecisa tra due?”. Sì. “Ti piacciono tutti e due?”. Non esattamente, Guerrigliera. Vuoi la verità? Allora sarò brutale. Se elimino tutti quelli che mai e poi mai potrei sopportare di votare, ne restano due. Però ci sono cose che non mi piacciono anche in questi due. E allora il mio problema è capire quali siano le più importanti. “Ti dò un consiglio, mamma: fai una lista delle cose che ti piacciono di uno, poi una lista delle cose che ti piacciono dell’altro e a quel punto conti chi ne ha di più”. Ecco, non è un’idea malvagia. Quasi quasi… Però il mio problema sai qual è, Guerrigliera? E’ che questa volta ho la sensazione di non avere abbastanza informazioni. E quindi leggo, leggo, e ogni volta che sto per decidermi leggo qualcosaltro che mi fa dubitare di nuovo.

Giorni fa ho letto questo, e quasi mi ero convinta. Oggi leggo questo e il mio cuore vacilla ancora, più che mai. Perché, ve lo confesso, io sono di sinistra. Una sinistra tutta mia, forse. Una sinistra ideale, una sinistra che crede nelle utopie come sguardo che si alza sopra l’orizzonte delle beghe piccole e dei privati interessi. Una sinistra impastata di bene comune, giustizia sociale, Europa e mondo. Ma esiste, questa sinistra?

A anni 41 suonati, 15 dei quali trascorsi nell’arena dell’immigrazione, la disillusione è ai massimi livelli. Conosco e stimo alcuni (pochi) che hanno fatto politica, così come conosco e stimo alcuni (pochi) che hanno trovato nell’università o nella scuola un’occasione di lavorare seriamente. Ma poi lo sguardo cade sul carrozzone, sulle dichiarazioni qualunquiste, sugli slogan infelici. E mi imbarazzo. Mi cascano le braccia. Mi scoraggio.

“Mamma, ma tu voti?”. E certo che voto. Come potrei non votare? Fosse solo per manifestare il mio profondo dissenso, voterò. Anzi, di più. Voterò immaginando che a qualcosa serva. Voterò sperando di capire, un giorno, come restituire un senso a questo mio voto.

P.S. No, non ho ancora deciso al 100%. Se vi sentite di aggiungere consigli, argomentate pure.

 

Il fascino discreto delle consolari


Ieri, incamminandomi sulla Casilina, riflettevo sul fatto che c’è una differenza sostanziale tra la visione di Roma che ha un guidatore da quella di chi, come me, non usa la macchina: chi guida non può prescindere dal Grande Raccordo Anulare (per gli amici, GRA). Il GRA è stato eternato da opere artistiche di indubbio valore, sia musicali  che cinematografiche. Ma ciò che mi interessa qui è quella raggiera di vie, le consolari, che dalla prospettiva del GRA finiscono per ridursi a “uscite”, ordinatamente numerate a partire dall’Aurelia.

Chi si muove con i mezzi, come me, impara a conoscere le consolari da un altro punto di vista: dall’imbocco, che in molti casi corrisponde a una porta, ovvero dal tratto che è ancora ben interno alla città. Ciò che va oltre il GRA è, per l’utente ATAC, solitamente l‘hic sunt leones,  quel territorio in cui gli autobus diventano corriere e dove sarebbe saggio non avventurarsi a piedi. L’esplorazione progressiva delle consolari è stata una tappa obbligata della mia conoscenza del territorio e anche oggi, che abbiamo imparato a conoscerci, continuano a riservarmi qualche sorpresa.

Hanno la loro personalità, le consolari. Sono diverse l’una dall’altra. Alcune sono dense, brulicanti, appesantite di cemento. Altre regalano ancora scorci di tempi lontani, specialmente nelle parti “antiche” o semplicemente “vecchie”. Ancora oggi Ponte Nomentano, lasciato un po’ da parte dal traffico ordinario, permette di toccare con mano la presenza dell’Aniene, l’altro fiume di Roma, protagonista scenografico a Tivoli che nell’Urbe è ridotto a comprimario.

L’Aurelia sa di pic nic a Villa Pamphili e di mare, la Cassia è la più snob, l’Ostiense la più romana de Roma. La Casilina per me è la via dell’immigrazione, dei centri di accoglienza e di Torpigna, solcata dalla ferrovia Roma Pantano e eroicamente percorsa dal 105, l’autobus di Babele. La Prenestina è l’alternativa, dal Pigneto all’ex SNIA. La Tiburtina è la via dell’università proletaria, di San Lorenzo e delle passeggiate al Verano; la Nomentana quella dei filosofi e delle ragazze medie di lingue. L’Appia parte dalla rotonda di piazza Re di Roma e poi si snoda nella storia, a colpi di campagne verdi, pecore e acquedotti. Cosa dimentico? La Salaria, che secoli fa abbiamo percorso tutta tutta, fino all’Adriatico, la Tuscolana – per me ancora oggi la meno battuta – e la Flaminia, che nella mia memoria resta legata all’Opera Massaruti, alle ancore di marmo del Ministero dell’Areonautica e allo IALS, dove sono stata sempre sul punto di andare a ballare danze israeliane ma poi non si è più combinato.

Ho un debole per le porte urbiche, in particolare per Porta Maggiore, dove fino a pochi anni fa si trovava ancora qualche vecchietta che, salendo sul trenino, chiedeva: “Va verso Roma?”. Come se Roma fosse ancora tutta lì, racchiusa da quelle mura di biscotto. Invece la Roma vera, quella che non è lottizzata dalle guide turistiche, lì non finisce ma inizia.

 

Messe ebraiche e altri dubbi


Oggi un ragazzo di seconda media mi ha chiesto quali sono “più o meno” la fasi della messa degli ebrei. Io ho cercato di spiegare a lui e ai suoi compagni che si trattava di una domanda a cui, con tutta la buona volontà, non si può rispondere. Non era una domanda provocatoria, il ragazzo era in buona fede. Ho cercato di cogliere l’occasione per dire che quando ci mettiamo di fronte a qualcosa di nuovo per noi, il primo sforzo da fare è sgombrare la mente. Eppure spesso, anche in contesti scolastici, siamo addirittura invitati a riempire caselle, a compilare formulari e a ideare schemi validi un po’ per tutto. In generale.
Poco prima, su Facebook, assistevo a un pacato quanto ordinario scambio di giudizi e valutazioni, ancora una volta “in generale”, sul velo islamico. Nessuno potrebbe dire (neanche io!) che sia illegittimo farsi un’opinione e anche, in qualche modo, dare un giudizio su una qualsiasi pratica religiosa. Noto solo che quando la definizione comprende milioni di persone, accomunate da qualcosa, ma diversissime sotto molti altri aspetti, il giudizio è talmente generico da non essere particolarmente utile. Ho sufficiente esperienza di cantonate prese da avere ben chiaro in mente che sono molte le cose che non posso immaginare, eppure esistono. Nel bene e nel male. La vecchiaia mi suggerisce di essere meno categorica, per ciò che riguarda gli altri, ma anche per ciò che riguarda me stessa.
Eppure ci sono due cose, oggi pomeriggio, che non arrivo proprio a capire. La prima riguarda il comune e giustificatissimo sdegno per le ragazze rapite in Nigeria. L’esperienza spicciola mi suggerisce che se una o anche tutte queste ragazze che non esitiamo a definire “figlie nostre” cercassero asilo in Italia, probabilmente daremmo per scontato che sono qui per prostituirsi e ci adopereremmo per rimandarle indietro. Salvo poi “aiutarle a casa loro”, via sms (una tantum).
La seconda mi ronza in testa da quando ho visto la Meloni spiegare in taillerino che soccorrere così tanti migranti in mare è una spesa che non ci possiamo permettere. Oggi, giorno in cui 400 persone hanno fatto naufragio a largo di Lampedusa, mi domando se davvero ciascuno di noi, preso singolarmente, vedendo una persona che rischia di morire (per non parlare di un cane o di un gatto) non farebbe tutto quello che può per soccorrerlo, ritenendolo un obbligo ineludibile e neppure meritevole di discussione. Perché come collettività assistiamo inerti a stragi così assurde di donne e bambini e lo troviamo persino giustificabile? Questa è davvero una cosa che non capisco.  Ma magari è un mio limite.

Comprendo quindi esisto


Di ritorno da una trasferta milanese, rimuginavo su un brutto episodio che mi ha raccontato una amica. C’era una volta una scuola elementare di un piccolo centro del nord Italia. Nella classe prima, oltre a quella bricconcella meravigliosa della figlia della mia amica, c’era un bambino a cui, nel giro di poco, furono assegnate diverse etichette. Poi dagli aggettivi si passò ai sostantivi. Se prima era un bambino problematico, presto diventò lui stesso un problema, il problema. Non rispondeva agli standard della scuola. Non riuscivano a gestirlo. I genitori mettevano quotidianamente in guardia i figli da lui, dal compagno-problema. Si cominciò a chiamare i genitori ogni volta che gli insegnanti erano in difficoltà nel relazionarsi con il bambino in questione. E ben presto, senza che nessuno si fosse preso la briga di cacciare nessuno, il bambino cambiò scuola. Problema risolto. (Vi dirò anche che, nella nuova scuola, il bambino ha smesso di essere un caso, è tornato un bambino, è stato supportato adeguatamente per un tempo imbarazzantemente breve ed ora fila via tranquillo insieme a una classe che evidentemente ha saputo accoglierlo).

Perché vi racconto questo aneddoto? Perché stamattina, neache a farlo apposta, sono stata a un bel convegno in Campidoglio dedicato all’integrazione scolastica. In questo caso si parlava di alunni stranieri e il bambino dell’esempio non lo era. Ma quello che ho visto stamattina era una risposta lo stesso. Perché alla fine quando si perdono uno, due, tre, cinquanta o cento bambini perché la scuola si è arresa, è comunque un universo quello che stiamo togliendo a noi e ai nostri figli che frequentano quelle classi. Una somma di infiniti. Uno spreco gravissimo, che non ci possiamo permettere.

Quando sono entrata nella sala della Protomoteca suonava un’orchestra, quella dell’Istituto Comprensivo via Mascagni. I ragazzi hanno eseguito, nell’ordine, un brano cinese, uno sudamericano e uno mediorientale (peraltro a me molto caro, Dror Iqra). La professoressa ha poi spiegato con parole molto semplici che studiare musica di tradizione extraeuropea è un’attività utilissima ad educarsi a un ascolto attento. Ritmi, suoni, intervalli non usuali per le nostre orecchie costituiscono una sfida interessante e divertente per i ragazzi e per i loro insegnanti.

Le scuole presenti erano molte e altrettante le esperienze, straordinarie nella loro semplicità. Una dimostrazione palese di quanto possono fare gli insegnanti quando si pongono, sinceramente, in una dimensione educativa. Non è necessario essere specialisti di immigrazione (o di problematiche di apprendimento, o di psicologia, o di disabilità, ecc.). La formazione serve certamente, ma prima ancora serve la convinzione che la cosa più importante da perseguire non sia l’integrazione (sempre vagamente venata di condiscendenza). L’obiettivo, sperabilmente comune, di insegnanti e genitori deve essere la qualità condivisa della scuola e del territorio. Una qualità fatta di cose concrete, costruite da tutti ciascuno per la sua parte. Una qualità fatta di comportamenti coerenti con quello che diciamo di voler insegnare alle nuove generazioni.

Siamo sicuri (e lo dico da genitore di alunna di scuola elementare) che l’origine straniera di alcuni studenti sia la maggiore criticità per le comunità di apprendimento che idealmente dovrebbero essere le classi dei nostri figli? La mia esperienza spicciola dice che quello che spacca queste comunità sono, più di frequente, i malintesi, gli screzi grandi e piccoli, le rivalità, i pettegolezzi, le divergenze di vedute, il non ascolto. Più ancora, forse, il cinismo e lo scetticismo, il sospetto strisciante che non si possa cambiare nulla, ormai. “Ormai“, scrive Bregantini in un libro che ho amato molto, “è la parolaccia più grande. E’ una parola talmente radicata che anche quando la cancelli rimane sotto il segno… Ma io ci scrivo sopra – con decisione – ancora”.

Con tutte le debolezze, le fatiche e le ferite, la scuola italiana resta una bussola. E’ un conforto. Racconta in modo chiaro e obiettivo come cambia e come è già cambiata la nostra società. Ora vanno di moda gli istituti comprensivi. Questo termine non mi è mai stato simpatico, forse perché non mi è ancora familiare. Ma è un nome ben augurante. C’è da sperare che tutti gli istituti siano comprensivi, che comprendano, con intelligenza, quali strategie sono più adatte e quali siano gli obiettivi davvero irrinunciabili. E che sappiano anche comprendere, gli istituti, che gli sforzi fatti in buona fede da tanti singoli vanno supportati. Rimanere soli è un rischio troppo grande. Dice bene il Papa, quando dice che non può vivere solo “per motivi psichiatrici”. La solitudine nelle grandi imprese non è salutare, tanto meno nel lavoro di insegnante e, permettetemi, di genitore.

Non sono una turista


Tante volte mi sono sorpresa a invidiare chi viene a Roma da turista. La meraviglia, la piena disponibilità di tempo per vedere, gustare, catturare ricordi di una città straordinaria. Chissà perché poi ho sempre pensato che il visitatore occasionale di Roma possa gustare solo il meglio, libero com’è dal trantran della routine lavorativa e familiare. A volte, davanti al Pantheon, ho persino guardato con desiderio le finestre di un certo albergo dove, nella mia fantasticheria, avrei soggiornato nella mia vita parallela di ricca turista che esplora per la prima volta la Città eterna.

Qualche giorno fa, dopo una breve pausa a casa, tornavo all’ospedale dove era ricoverata mia figlia. Il tragitto, a piedi, faceva parte della pausa. Sono arrivata sulla terrazza del Gianicolo e mi sono fermata un minuto a respirare davanti al panorama. E allora ho capito, con chiarezza, che sono contenta di non essere una turista. Perché non mi ero fermata lì per guardare per la prima volta un paesaggio da cartolina, ma per farmi consolare da quella bellezza straordinaria e familiare.

Ho pensato alla recensione de La Grande Bellezza che ha scritto la mia amica Silvia: “Ecco perché è ambientato in una Roma metaforica: perché Roma è ESATTAMENTE così. E’ la scenografia perfetta, perché non è solo sfondo, ma è una delle attrici protagoniste”. E ho capito che per me Roma è più che una città. La vivo, la camino, la respiro e la maledico ogni giorno. La vedo la mattina appena si sveglia, come una moglie che si stiracchia e fa una smorfia sul cuscino (dovrei dire un marito? No, perdonatemi: Roma è femmina). Sono con lei giorno dopo giorno, nei momenti memorabili e in quelli che dimentico un attimo dopo averli vissuti.

Mettere un ospedale pediatrico sul Gianicolo mi è improvvisamente parsa una decisione sensata. Ho ripensato al 2007 e ai pensieri che, proprio per quello stesso viale alberato, avevo formulato.  Credo che nei momenti in cui il turbamento è stato tale da non riuscire a condividerlo nemmeno con amici e familiari, Roma mi ha sempre capito al volo.

Millenni d’esperienza serviranno pure a qualcosa.

Sopravvivere ai colleghi americani


Qualche volta capita anche a me di partecipare a gruppi di lavoro trasnazionali. Non spesso, ma capita. Oggi, ad esempio, è capitato. Non so se anche voi avete esperienze analoghe, ma io rischio tutte le volte di soccombere a un senso di inadeguatezza travolgente.
Stavolta però ho deciso di non farmi cogliere impreparata e ho eleborato una precisa strategia. In cinque punti. Per ogni criticità, un preciso consiglio. Potrei quasi riciclarmi come coach di me stessa.

1. Inadeguatezza linguistica. La base, la madre di tutte le insicurezze. Avete l’impressione che loro, gli americani, non facciano nessuna fatica a trovare le parole per dirlo, come si suol dire. Beh, è così. La lingua di lavoro è l’inglese,  quindi bella forza. Rassegnatevi, ma concedetevi qualche segreta soddisfazione di tanto in tanto. Scegliete tra i ricordi di scuola una bella poesia classica che conoscete a memoria (tipo Foscolo, Tasso, Manzoni o al limite Carducci). Nei momenti di frustrazione/noia ripetetela mentalmente,  cercando di assaporare con particolare attenzione il suono delle vocali e delle liquide. Lo sapete, vero, che loro non saprebbero mai pronunciare quei versi?  Ecco. È una piccola soddisfazione che aiuta a tamponare le emergenze. Per la strategia complessiva rimando al punto 5.

2. La qualifica. Vi chiederanno, immancabilmente, quale sia il vostro job title. Può darsi che anche voi, come me, ne siate sprovvisti. Avete due opzioni. La prima, più facile ma più rischiosa, è millantare. Scegliete un job title dei più generici, che abbia qualche addentellato con quello che fate davvero,  e attenetevi a quello. Ma se voi, letta questa guida, vi sarete adeguatamente preparati potrete qui sfoggiare una delle battute spiritose che avrete previamente confezionato. Ve ne serviranno almeno due, da alternare.

3. Ce l’avete un target group? Loro, gli americani, faranno spesso riferimento a interlocutori professionali di livello alto e ne sapranno sviscerare nel dettaglio le caratteristiche specifiche. Vi farete l’idea di un mondo di persone competenti, razionali, efficienti e proattive. Un mondo che per voi, in Italia,  appartiene probabilmente alla sfera della fantascienza. Attenzione: in questo caso il problema è tutto vostro. Stroncatelo con la decisione che merita una mera pippa mentale. Loro non sapranno mai con chi avete a che fare. Anzi, più precisamente,  figuri come quelli che girano in Italia loro non se li immaginano neanche. Se siete del tutto onesti, a volte stentate a immaginarveli persino voi che li vedete con i vostri occhi e li sentite con le vostre orecchie. Traetene le debite conseguenze.

4. Gli schemi di lavoro. Qui vi si richiede uno sforzo culturale. Il facilitatore del workshop vi propone una attività che vi ricorda pericolosamente l’animazione dei campi scuola parrocchiali della vostra infanzia. Loro sono perfettamente a loro agio, come se non avessero mai fatto altro in vita loro. Partite dalla considerazione che probabilmente è proprio così. Levatevi immediatamente quell’aria sbigottita dalla faccia. Deponete la speranza che si tratti di una metafora: è un concetto desueto e anzi probabilmente dall’imbarazzante giochino dipenderà la programmazione strategica della vostra organizzazione/azienda. Usate l’arma segreta del genitore (o al limite dello zio, se non avete figli). Avete presente la faccia che usate quando un bambino di prima elementare fa i compiti e voi non dovete assolutamente tradire il fatto che considerate l’esercizio richiesto del tutto idiota perché altrimenti l’alunno non prenderà sul serio la scuola in generale?  Ecco,  l’espressione corretta è esattamente quella.

5. Aurea mediocritas. E ora un suggerimento di carattere generale. Individuate almeno un elemento del gruppo che è peggio di voi: uno che russa dall’inizio della sessione pomeridiana,  ad esempio. Oppure il collega non anglofono finito per errore nel gruppo sbagliato. Prendetelo come indicatore e ambite a collocarvi a un gradino più alto,  ma senza esagerare.  Lasciate cadere un paio di frasi di tanto in tanto. Siate sintetici, leggermente allusivi e assumete un’aria concentrata. In un caso, massimo due, annuite vigorosamente. Non scarabocchiate sul bloc notes: potrebbero pensare che prendete appunti e incastrarvi per riferire alla sessione plenaria.

Così dovreste sopravvivere. Coraggio e tanta,  tanta solidarietà.

Primo vere


Sembra già finita, la primavera. La settimana scorsa ci sbracavamo in infiniti picnic, il sole glitterava i palazzi romani e gli alberi di Monteverde sfoggiavano fioriture spettacolose.
Oggi piove a tratti e il cielo è lattiginoso. Si dice che le temperature precipiteranno e resteranno basse fino a mercoledì. La passione diffusa per il meteo ha l’indubbio effetto di anticipare di almeno 48 ore la delusione che si prova quando il tempo finisce per guastarsi.
Ho festeggiato la primavera con un giorno di ferie e una visita dal parrucchiere. Però sono costretta a rilevare che lei, la primavera, non ha festeggiato me. Adesso ci teniamo un po’ il muso.
Newroz, la maratona di Roma, la giornata di primavera del FAI. Alla fine ho evitato tutti questi eventi, pure carichi di ricordi positivi. Anzi, questo ha di certo contribuito a farmeli scartare tutti.
Sarà per un’altra volta. Meryem si gode la pioggia costruendosi un nascondiglio sotto lo stendino che troneggia in salotto. Dovrei prendere esempio da lei.