Cambiamenti


Mi piace pensare che questa estate ho fatto provare a mia figlia la bellezza di fare programmi e la bellezza di disfarli, per farne di nuovi. Che ci avrebbe aspettato un settembre di grandi cambiamenti un po’ lo sospettavo e in questa casa la flessibilità e la resilienza, proprio nel senso fisico del termine, sono indispensabili.

Affezionarsi a un’idea, a un sogno, a un proposito è un piacere profondo. Separarsene può fare male, ma a volte è necessario per affezionarsi ad altro, o semplicemente per restare noi stessi (o per restare vivi, il che alla fin fine è quasi la stessa cosa).

Una volta ho pensato che mi auguravo che la relativa facilità all’entusiasmo di Meryem la accompagnasse nei molti anni a venire. Entusiasmarsi e coltivare l’entusiasmo, senza limitarsi alla prima scintilla. Ma anche cambiare strada con lo sguardo ben fisso avanti, lasciando che la prontezza di cogliere cose nuove di cui entusiasmarsi porti via titubanze e sospiri.

Non mi piace ripercorrere nostalgicamente strade del passato. Ho indugiato un po’, a Torino, nella nostalgia. Me lo sarei preso volentieri un cappuccino in quel bar, sulla strada di Palazzo Nuovo. Ma volete mettere la soddisfazione di entrare per la prima volta con Meryem all’Arena di Verona e essere accompagnati ai nostri #tweetseats? 

Avanti dunque. Avremo una nuova maestra, dei nuovi vicini e tante altre cose, grandi e piccole, che non saranno più come prima. Ma se guardo Meryem, anche lei non è più come prima: gambe lunghe, risata pronta, lingua irrefrenabile. E anche io non sono come prima. Un po’ ammaccata, forse, ma comunque ancora capace di mettermi in spalla uno zaino e mettere un freno ai miei piagnistei. 

Friendsurfing, il ritorno


“Ma poi ci scrivi qualcosa su questa esperienza?”, mi ha chiesto uno dei miei molteplici ospiti loro malgrado, ovvero il marito di un’amica che ci ha accolto. Bisognerebbe, sì. Ma non saprei in che forma. Le foto un po’ hanno raccontato, in diretta, queste tre settimane su e giù per la Penisola, zaino in spalla. Col video ci ho provato, ma non è che sia tanto tagliata. 

Restano dunque le parole, ma sarebbe più corretto un racconto collettivo, visto che un’esperienza collettiva è stata. “E chi sei, Wu Ming?”, vi sento già sghignazzare in lontananza. Ma no, dico sul serio. Non sarebbe bello che tutti voi coinvolti a vario titolo aggiungeste a questo post un vostro ricordo, un aneddoto, una descrizione di quel poco o tanto che abbiamo trascorso insieme questa estate? Dài, non fate i timidi. Scrivete pure nei commenti, o per mail, o nei commenti di FB. Io ogni tanto provvederò ad aggiornare.

Comincio io? Ok, comincio.

Spiaggia di Noli, Liguria. Meryem abborda una famigliola i cui bambini giocano sulla sabbia, trascinandosi dietro anche il bambino che ci ospita. Entrambi collaborano fattivamente alla realizzazione di una monumentale piovra di sabbia. Alla fine, quando ce ne andiamo, Meryem ha un ripensamento. Fruga nello zainetto, estrae il borsellino (regalo della sua compagna di stanza in ospedale a Roma, che abbiamo incontrato in Sicilia per un aperitivo in spiaggia), afferra la più grossa delle monete svizzere conservata dalla tappa zurighese e corre a regalarla al pover uomo sconosciuto che aveva diretto i lavori mentre noi madri ce ne stavamo spalmate a prendere l’umido sotto il cielo plumbeo.

Questa è decisamente la prima immagine che mi viene in mente. Continuate voi, adesso!

“Quando ripenso ai giorni vissuti insieme mi rimbomba subito in testa la parola magia. Perché quasi da perfetti sconosciuti abbiamo creato insieme un’atmosfera gradevole, calda e serena per tutto il tempo insieme. Penso a tutte le costruzioni dei bimbi, per cui si sono dati tanto da fare ed hanno da subito lavorato con grande affiatamento insieme, ai pranzi improvvisati, ai luoghi riscoperti che ci hanno lasciati a bocca aperta, al festival del teatro ed ai raggi di sole che non riuscivano a tenerci caldi, ma che mi hanno insegnato che una felpa può tenere al caldo anche tre persone…
I pomeriggi passati al tavolo a mangiare biscotti burrosi, bere caffè e chiacchierare mentre i bimbi “riposavano”.
Mi si dipinge un sorriso sulle labbra per essere stata parte di questa vostra avventura!
E naturalmente… l’immagine più ilare… il segreto inenarrabile che legherà per sempre me, te e le macchinette per i biglietti del tram !!!”

Bruna, Zurigo

 

Ci siamo incrociati velocemente, quanto può andare una Vespa 125, in una calda pausa pranzo, l’ultimo giorno di un viaggio pazzesco che io penso non riuscirò mai a fare. Eppure mi hai regalato un pomeriggio di ferie, che per un veneto polentone è un regalo grande, sempre presi come siamo a pensare di avere tanto da fare. Mi hai regalato 150 km in motoretta, come non facevo da quando ero ragazzo, e mi hai regalato una spadellata di carne al posto dei soliti avanzi, in bella compagnia.
Grazie e a presto. E buon viaggio, qualsiasi significato abbia questo augurio.

Gaetano, Vicenza (incontrato a Verona)

“Ho una roba che devo farti vedere” penso sia stato il momento più sciocco dei due giorni a Torino…. [La mia visita a sorpresa è stata così annunciata a un amico comune che non mi vedeva da…uhm… 12 anni?] Mi spiace per le poche attrazioni [manco tanto poche, eh? Superga, il MAO, il Museo del Cinema…], spero almeno vi siate riposate il giusto, in vista del gran finale….

Felicissimo di aver conosciuto Meryem (non so lei), felicissimo di averti rivista con un po’ di calma. Spero di poter ricambiare a Roma quanto prima.

Bernardo, Torino

Cinque cose da fare a Palermo con i bambini


Siamo in pieno friendsurfing. Io e mia figlia siamo partite per Palermo il 2 agosto e questa sarà solo la prima tappa di una vacanza itinerante di tre settimane, che ci porterà qua e là per la penisola (e anche un pochino oltre). Non credo aggiornerò il blog con regolarità, ci trovate si Instagram e su Twitter (#fiendsurfing #inviaggioconmeryem). Ma dato che questa prima tappa si è rivelata particolarmente azzeccata, non resisto alla tentazione di darvi qualche dritta.

Il mare lo diamo per scontato, vero? Noi ci andiamo la mattina presto, evitando la ressa e il sole troppo forte. Siamo state alla riserva di Capo Gallo, sia dal lato di Barcarello che dall’altra parte del Capo, dopo Mondello. Mare di scogli, tantissimi pesci, accesso al mare a tratti un po’ avventuroso ma nulla che non possa essere affrontato grazie con un paio di scarpette da scoglio e la solidarietà degli altri bagnanti. Ne vale la pena, assolutamente. A Capo Gallo l’accesso al mare si paga (1 euro per i pedoni, 5 euro per la macchina) perché la strada è privata: in compenso si arriva vicino a delle calette che hanno anche della sabbia dentro l’acqua. Un compromesso perfetto. A Barcarello tutto è più selvatico e il bonus è che nei cespugli della riserva si raccolgono succose e abbondanti more. Alle 8 del mattino anche Mondello, spiaggia spiaggiosa per eccellenza, è praticabile. Però per i miei gusti dopo (dalle 10, 10:30) è troppo caotica.

Ma dicevamo delle altre idee. Eccole qui.

  • Museo Internazionale delle Marionette Antonio Pasqualino. Geniale. Marionette e burattini da tutto il mondo, una meraviglia che si rinnova ad ogni ambiente. Incredibile la galleria dei pupi. Noi abbiamo avuto anche la fortuna di assistere a una rappresentazione classica di pupi, in italiano a beneficio dei turisti. Incantevole. Alla fine dello spettacolo il puparo è sceso in sala con i pupi, li ha fatti tenere a grandi e bambini, ha fatto vedere come funzionano. Meryem era molto eccitata per aver potuto manovrare la bella Angelica (un capolavoro in legno di cipresso vestito di seta). Il punto in più è che il Museo è vicinissimo a Piazza Marina, dove l’esplorazione delle radici aeree dei Ficus secolari è un’esperienza ineludibile, qualunque età abbiate.
  • Palazzo Reale e Cappella Palatina. Noi abbiamo fatto una visita seguendo il più breve dei molti itinerari di visita proposti. La Cappella Palatina è straordinaria, davvero a misura di bambino. Con Meryem abbiamo seguito passo passo le storie della Bibbia, dalla creazione fino all’arca di Noè, la Torre di Babele, l’ospitalità di Abramo, il sacrificio di Isacco, la scala di Giacobbe… Anche gli ambienti del Palazzo sono bellissimi e il personale è molto gentile. A differenza di quanto temevo, non abbiamo trovato folla.
  • S. Giovanni degli Eremiti. A due passi dal Palazzo Reale, questo posto magico vale davvero la visita e il prezzo del biglietto. A parte gli ambienti del monastero propriamente dette, il giardino e il chiostro sono pieni di piante di ogni genere. Una piantina, nel primo ambiente, le elenca una ad una con relativa ubicazione, ma noi abbiamo incontrato un signore che con grande gentilezza le ha indicate a Meryem una per una, compresa la pianta rarissima mezza albero e mezza fico d’India…
  • Cattedrale. L’interno è meno bello dell’esterno, ma la cosa più bella è stata senz’altro la passeggiata sui tetti “Una porta verso il cielo”. Gli ingressi sono ogni mezzora, a gruppi, dalle 10 alle 16:30. Costa 5 euro (bambini gratis) e richiede un minimo di sforzo (salita a piedi con scala a chiocciola abbastanza angusta). Ma il panorama è mozzafiato. Meryem ha ancora la bocca spalancata…
  • Infine mi sento di raccomandarvi una gita in giornata a Cefalù, una cittadina balneare piacevolissima, in posizione mozzafiato. Lo sperone roccioso che domina il paesaggio, la giustamente famosa cattedrale con il chiostro, il sorprendente lavatoio medievale, un angolo di inaspettata bellezza e refrigerio. Da non perdere anche il museo Mandralisca: oltre al famoso ed enigmatico Ritratto d’Uomo di Antonello da Messina e il cratere del Venditore di Tonno, Meryem ha apprezzato la bellissima collezione di conchiglie e anche la sala degli animali impagliati… (io meno, ma la vita è fatta di compromessi).

So che questo elenco non è assolutamente esaustivo: mi sono limitata a raccontare cosa abbiamo fatto noi. Aggiungo una notazione tecnica: qui in Sicilia viaggiare con i bambini sembra assicurare un trattamento di favore, invece delle alzate di sopracciglia che mi è capitato di incontrare altrove. In questi giorni ci sono state fatte da personale di musei, negozianti e passanti ogni genere di carinerie: dagli sconti all’uso dei servizi riservati al personale per “non fare fare troppa strada alla bambina”. Magari è stata una felice coincidenza, ma parto da Palermo con la sensazione di un luogo accogliente, dove l’ospitalità significa qualcosa.

Achievement


Non avrei mai usato una parola così nel marzo del 2000. Se l’avessi dovuta tradurre, avrei controllato sul vocabolario.  La mia vita, allora, era diversa. Se la guardo con gli occhi di oggi, potevo ancora evitare gli errori più grossi. Ma i miei orizzonti, che credevo tanto vasti nell’arroganza della mia relativa gioventù, erano ridicolmente ristretti.
Ho pianto, nel marzo del 2000, in una piccola filiale della Cariverona. Mi pareva di essermi messa da sola un cappio al collo, di aver ipotecato la mia libertà. Facevo bene, ad essere angosciata.  Iniziavo un cammino davvero duro. Challenging, se devo usare un’altra parola imparata molto più tardi.
Avevo le lacrime agli occhi anche oggi, allo sportello di un’altra filiale di una banca che in questi 14 anni ha cambiato nome e proprietà.  Terminavo un percorso più lungo di qualunque relazione sentimentale che io abbia mai avuto. La lista mentale dei ringraziamenti onestamente non è lunghissima, ma è sentita.
Oggi, festa di S. Ignazio 2014, ho finito di pagare il mutuo sulla mia casa.

E’ difficile


Forse in queste settimane più che in passato la guerra bussa alla nostra porta con tutta l’assurdità crudele che le è propria. Io cerco di parlare poco, specialmente su quella piazza rumorosa che è Facebook. Non sono riuscita, nonostante questa discrezione che qualcuno ha interpretato come vigliaccheria (magari non a torto), a evitare alcuni malintesi di cui avrei volentieri fatto a meno.

Cerco dunque di spiegare qui, nel modo più lineare possibile, quello che penso.

  1. Il mio rispetto, la mia solidarietà e il mio pensiero è per la maggioranza silenziosa di uomini, donne e bambini che paga il prezzo di guerre volute e perpetrate da altri  in Palestina/Istraele, ma anche in Siria, in Iraq e in tutto il mondo. Come ha giustamente detto la mia amica Tatiana, “siamo tutti ostaggio dei signori della guerra, in fondo alleati fra loro, nonostante fedi e ideologie apparentemente diverse”.
  2. Ammiro profondamente chi, vivendo sulla propria pelle la guerra attraverso lutti pesantissimi e rischi concreti e quotidiani, riesce a parlare di pace, di speranza, spezzando faticosamente giorno dopo giorno la spirale perversa della vendetta con parole e gesti tangibili. Penso ai miei colleghi in Siria, penso ai “Vicini per la pace”, che in questi giorni organizzano manifestazioni tra abitanti di kibbutz e villaggi arabi.
  3. Non dico che noi che non siamo fisicamente lì non dobbiamo dire nulla e neanche che si debba restare neutrali. Apprezzo però chi si astiene dal dare facili giudizi, in particolare se tali giudizi implicano una classifica in morti di serie A e morti di serie B (o C, o D) per qualunque motivazione storica, politica o economica. Diamo voce piuttosto a quella maggioranza silenziosa del punto 1, che nessun giornalista ascolta. Non contribuiamo alla strumentalizzazione del dolore.
  4. Un’ultima considerazione. La denuncia di violazioni gravi dei diritti umani è doverosa. Cerchiamo però di non ridurla a un puntare il dito arrogante e superficiale. Ricordiamoci anche delle nostre responsabilità. No, non quelle della metà del Novecento. Quelle di oggi, 21 luglio 2014. Se davvero abbiamo a cuore la giustizia, lo sguardo non può essere che ampio.

Le ferie? Anche quest’anno?


Pomeriggio estivo. Seduta su una panchina dell’oratorio del quartiere mi intrattengo con una giovane signora sudamericana mentre le nostre figlie, coetanee, giocano a biliardino. “E voi che fate, andate un po’ in vacanza?”. Questa banalità mi esce spontanea, in quella combinazione di distrazione e imbarazzo che prende il sopravvento, a volte, quando la giornata fatica a concludersi.

Lei sorride e mi spiega che sì, pur senza partire da Roma, ha deciso di prendersi due settimane di ferie dal lavoro. Nonostante il parere contrario del suo datore di lavoro, lo stesso da 17 anni. “Non vuole? E perché mai?”. La mia attenzione si è ridestata. Lei continua a sorridere. “Dice che non capisce perché le voglio, visto che non vado al mio Paese. Il biglietto costa, quindi ormai ci andiamo ogni due o tre anni. E lui continua a insistere: non capisce perché me le spreco, se quest’anno non devo partire. Gli pare assurdo che io voglia fare vacanza anche quest’anno”.

La guardo. Giovane, graziosa, madre di una bambina, garbata, con la frutta fresca per la merenda nella sporta di stoffa. Come si può pensare che una donna che lavora ogni giorno, otto ore al giorno, non abbia bisogno di (oltre che diritto a) due settimane di ferie? Per inciso, la bambina cosa dovrebbe fare per tutta l’estate? “Lui dice che dovrei portarla con me al lavoro, visto che è educata e sta zitta e buona tutto il tempo. Dice che a lui e sua madre non dà fastidio. Ma dà fastidio a me, tenerla sempre chiusa in casa a annoiarsi. Almeno per due settimane voglio portarla al mare, o a casa dei cuginetti”.

Scopro che per anni il signore, anzianotto e amorevolissimo verso decine di gatti randagi che accudisce con maniacale premura, ha scalato alla mia amica dalle ferie ogni singola ora in cui è rimasta a casa perché sua figlia era malata. “Ora mi hanno detto che non è giusto”, confessa lei. “Ma a me pareva normale. Comunque quest’anno lei non è stata quasi mai malata”.

Al di là delle questioni sindacali, un aspetto mi colpisce con assoluta evidenza. Questa signora, madre e lavoratrice impeccabile, che parla correntemente tre lingue, evidentemente è considerata dal suo datore di lavoro essenzialmente diversa da se stesso, da sua moglie, da sua madre, da suo figlio. Non una persona che arriva a sera stanca e che alla fatica del lavoro unisce quelle di essere moglie e madre. Non una donna che ha bisogno fisico e mentale di tirare il fiato, di coltivare i suoi interessi, di curare la sua vita privata. No, immagino che la veda come una sorta di elettrodomestico, di sua proprietà. Ha registrato che l’utensile necessita di tornare periodicamente (a intervalli peraltro sempre più distanziati nel tempo) al luogo di produzione: ok, sia. Ma al di là di questo, già piuttosto bizzarro, perché desiderare altro?

“Ma è tanto bravo, eh? Tanto gentile”. Ho sperato per un attimo che fosse un commento ironico. Ma temo di no.

A Silvia


Alla fine di una giornata appiccicaticcia e afosa, voglio riservare un pensiero a una cara amica che oggi compie gli anni. E lo faccio dedicandole dei libri. Glieli dedico virtualmente, non glieli compro. Se vuole e se le ispirano se li procurerà lei stessa. Ma stasera il massimo che riesco a fare è regalarle questo breve post, sui generis, con una bibliografia antiquata e forse non facilmente reperibile (anche per questo ho optato per questa forma).

Cinque libri, dunque, cinque frammenti della mia vita incasinata, cinque volumi che in qualche modo sento in sintonia con lei. Eccoli qui e tanti auguri, avvocato.

Claudia Roden, The Book of Jewish Food: An Odyssey from Samarkand and Vilna to the Present Day. Mica solo ricette (anche quelle, è chiaro: io le ho solo lette, tu le realizzeresti). Aneddoti, storie di famiglia, persone. Un libro che ho desiderato a lungo, uno dei primissimi che ho acquistato on line. E’ ancora in bella vista nella mia cucina, ogni tanto lo sfoglio, lo annuso, mi lascio trasportare dal sogno delle sue pagine.

Bill Bryson, In un paese bruciato dal sole. L’Australia. Amo i libri che mi sono stati regalati da persone importanti nella mia vita. Questo l’ho ricevuto da Roberto Palazzi, di cui forse ti ho parlato e forse no. Semplicemente geniale. Non solo un libro di viaggi, un libro di guizzi. E noi la vita la vogliamo guizzante, non è vero?

Petros Markaris, Ultime della notte. Lo conosci il commissario Charitos, quello che per passare il tempo si legge il vocabolario? Ci ho ritrovato l’ellenofilia strampalata della famiglia Peri, l’inettitudine per qualunque aspetto pratico di mio padre e il gusto del giallo sobrio ma intelligente di Agata Christie.

Agata Christie, La mia vita. A proposito. Ecco un libro che è stato per me una vera ispirazione. E’ carino anche Viaggiare è il mio peccato, ma questo è meglio. Una figura di donna limpida, intelligente, capace di rinascere dalle sue ceneri e di godersi la vita. Un esempio.

Konstantinos Kavafis, Settantacinque poesie. Vale lo stesso discorso di Bryson. L’ho ricevuto in dono tantissimi anni fa. Io, che non frequento la poesia, mi sono sentita presa per mano da questi versi. Non riesco a slegarli dall’idea che l’amicizia, qualche volta, è un legame misterioso che trascende la nostra capacità fisica di coltivarla e si mette, con forza propria, ad intrecciare i fili del destino in modi imprevedibili. Questo vivo con la persona che mi ha regalato le poesie di Kavafis e questo, in modo diverso, mi pare di gustare con te, riemersa da un passato remoto inaspettatamente e imprevedibilmente.

Buona serata, bella signora.

La prima notte in tenda


Non ricordo esattamente quanti anni avessi. Direi 8 o 9. So solo che desideravo follemente una vacanza in campeggio. Ma non potevo averla, di fatto. Le vacanze con i miei genitori hanno sempre seguito dei binari piuttosto fissi, ai limiti dell’immutabilità. In quella fase della mia vita la vacanza era a Reggio Calabria, nella casa lasciata vuota dai miei cugini che andavano, appunto, in campeggio. E che campeggio. Il camping Helios, luogo ammantato di fascino irresistibile, dove solitamente ci spingevamo una o due volte, in giornata, durante tutta la nostra permanenza. Non Saline, non Lazzaro. Il camping Helios era più in là, non lontano da casa di Zia Maria, dove la costa ionica era ionica davvero. In quelle rare spedizioni si univa a volte anche lei e si portava dietro grandi pentole di pasta e ceci. Pasta di casa, fatta a mano.

Gli agosti a Reggio Calabria erano fatti di mare in mattinata e di interminabili pomeriggi nella penombra afosa delle stanze. Leggevo e rileggevo gli stessi libri. Ricordo vividamente Il gran sole di Hirosima. Quando si dice la noia creativa. Potenzialmente sarei potuta diventare un’artista. E invece no.

Pensavo ai miei cugini in campeggio e sospiravo. Pensavo a mio zio, che nel suo amore travolgente per la cultura grecanica e le radici bizantine, era promotore instancabile di attività a sfondo pseudoculturale, che avevano immancabili esiti comici. Lui non raccontava aneddoti, li produceva. A getto continuo.

Al camping Helios i villeggianti, gli stessi da anni, organizzavano le olimpiadi sulla spiaggia per tutti i bambini presenti: salto in lungo, salto in alto, 100 m, corsa a ostacoli… In più il campeggio una volta l’anno coinvolgeva tutti in una faraonica caccia al tesoro: ciascuna delle squadre iscritte doveva recapitare in segreteria, il più rapidamente possibile, una lista di oggetti stabilita dalla direzione. Ricordo, fra tutti, una bandiera dell’Italia (qualcuno arrivò a farsene prestare una da un noto bar sul lungomare, mentre noi barammo cercando invano di farci convalidare un triste gagliardetto di tela con scritto sopra “Subiaco”, spuntato da chissà quale bagagliaio) e una scarpa numero 45 (un ignaro tedesco in vacanza si vide sparire in pochi minuti tutte le sue calzature lasciate davanti alla tenda).

In una di quelle estati mio padre, chissà perché, decise inaspettatamente di realizzare, sia pur parzialmente, il mio sogno. Avremmo dormito, solo io e lui, una notte al camping Helios. E non una notte qualsiasi: la notte di san Lorenzo, il 10 di agosto, in modo da poter festeggiare al capeggio il mio onomastico, il giorno successivo. Di quell’esperienza ricordo solo alcuni flash. A differenza di molte altre occasioni della mia vita, mia sorella Marina non c’era e quindi non ha poi codificato in narrazioni gustose – poi ripetute all’infinito da tutti noi per decenni, con l’aggiunta o la modifica di particolari a piacere – quello che è accaduto in quelle 48 ore.

Ricordo la notte sulla spiaggia, l’immensa limpidezza del cielo scintillante di stelle. Mio zio che mi indicava il carro e la stella polare, spiegandomi che le stelle sono sempre là, ma le nostre luci eccessive in città le nascondono. Quelle parole mi sarebbero tornate in mente tantissimi anni dopo, in Sicilia, immersa in una campagna illuminata da altrettanto travolgente e inatteso splendore.

Ricordo i regali del giorno dopo, soprattutto un sommergibile complicatissimo da montare e che alla fine si è rivelato privo di un pezzo, piccolo ma essenziale. Mio zio, autore dell’acquisto, tornò al negozio e lo sostituì con un modellino di aereo, che per volare doveva essere caricato facendo compiere 300 giri all’elica.

Ma una scena è rimasta indissolubilmente legata a quel soggiorno specialissimo. Avevo imparato a immergermi (a “fare le calate”, come dicevano i miei cugini) e ho pensato allora, al tramonto, di fare uno scherzo a mio padre. Eravamo soli in spiaggia. Io ero rimasta in acqua, lui si era rivestito, con i suoi pantaloni lunghi, la canottiera e la camicia, un abbigliamento formale a cui non riusciva a rinunciare nemmeno in campeggio, se erano presenti “estranei”. A qual punto ho fatto finta di affogare, immergendomi e iniziando a fare bollicine di aria con la bocca. Lui si è lanciato in acqua vestito, senza neanche togliersi i sandali.

Non scorderò mai quanto fosse sconvolto. Restammo lì, nell’acqua tinta dal rosso del sole che tramontava, e lui non aveva nemmeno la forza di rimproverarmi. Ci dicemmo qualcosa, che ricordo confusamente. Lui per la prima e forse unica volta mi parlò esplicitamente della paura della morte. Aveva da poco perso suo fratello, più giovane di lui, da cui era stato per anni diviso da rancori che nessuno dei due era mai riuscito a superare e di cui io non so nulla di preciso neanche oggi. Io mi sentivo piccolissima, stupida, colpevole.

Non ricordo come uscimmo dall’acqua, se e come giustificammo i vestiti zuppi di mio padre. Non ricordo altro che quel fermo immagine lunghissimo, mentre il sole spariva veloce e l’acqua diventava nera di buio.

 

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Lo spirito del razzismo


Domenica scorsa, con alcuni colleghi e collaboratori, siamo stati ospiti della comunità evangelica di Acilia.  Il pastore Alfredo Giannini collabora fedelmente con il Centro Astalli da moltissimi anni e finalmente abbiamo avuto l’occasione di accogliere il suo invito.
Chiacchieravamo dopo la celebrazione quando mi ha raccontato un aneddoto che mi ha colpito molto. Premetto che Alfredo è un uomo appassionato e spiritoso, ricco di esperienze molteplici e variegate. Mi diceva di aver guarito una donna della sua comunità dallo “spirito di razzismo”. La signora, pare non senza qualche valido motivo scatenante, aveva infatti sviluppato una diffidenza bellicosa nei confronti degli stranieri in genere e degli albanesi in particolare.
“Se sei cristiana non può essere razzista, c’è poco da fare”, aveva diagnosticato il pastore. E con assidui e regolari incontri e conversazioni, in un arco di tempo di due anni, la fedele è guarita. La “possessione” si è conclusa con una visita (in carcere) alla persona che ne era stata il fattore scatenante.
Confesso ad Alfredo che la cura del razzismo in quanto spirito maligno non mi era mai ancora venuta in mente. Lui ha ridacchiato. “Siamo evangelici: o è patologia, o è spirito!”.
Mi ha fatto ridere, ma mi ha anche fatto pensare. Dovrebbero essere di più i pastori, di ogni confessione, che si preoccupano non solo di evidenziare l’incompatibilità tra razzismo e cristianedimo, ma anche di spendersi in prima persona per cambiare le cose. Ce ne sarebbe molto bisogno, non pensate?

Eroe per un mese


Giugno è il più infame dei mesi. Lo dico con cognizione di causa. Lavorativamente parlando, gli eventi della giornata del rifugiato moltiplicano l’impegno, rendendolo variegato e imprevedibile.  Le nostre flessibili job description ci trasformano, anche nella stessa mattinata, in autori di testi e facchini, social media manager e assistenti di sala, conferenzieri e fotografi.
La cosa implica di per sé una buona dose di energia (anche di adrenalina, spesso). Ma non finisce qui. È ormai tradizione, infatti, che il 30 giugno si concludano simultaneamente tutti i progetti finanziati con i Fondi Europei. Ciò implica conclusione delle attività, monitoraggi, pubblicazioni finali, altri eventi e rendicontazione. Per darvi un’idea, nel nostro caso i progetti erano tre.
Fatalmente, proprio quando cominci a vedere la luce in fondo al tunnel, ti approvano i progetti dell’anno successivo, da avviare all’inizio di luglio. Belle notizie, per carità.  Ma qui scattano gli adempimenti da compiere entro cinque giorni improrogabilmente (e la successione epica di sfighe e imprevisti che ogni scadenza porta con sé).
Fin qui il lavoro. La scuola intanto ha chiuso il 6 di giugno. Tranquilli, non riparto con la solita filippica. Resta il fatto che quest’anno mi era rimasto un buco di una settimana (questa) tra un campo e l’altro. Per il periodo fin qui coperto ho dovuto assicurare pranzo al sacco ogni giorno, partecipare a un saggio finale alle 15.30 e a due diverse riunioni per prenotare e pagare i campi di luglio.
Aggiungiamo en passant un saggio del coro, un concerto e un picnic di classe (gli ultimi due cancellati per pioggia. La c’è la Provvidenza).
Mia figlia è nata il 16 giugno. Per il compleanno la zia le ha regalato un corso di nuoto due volte a settimana tra le 18 e le 19. Poi c’è stata ovviamente l’organizzazione della festa di compleanno (altro picnic) comprensivo di acquisto di regali e allestimento (per fortuna condiviso con altre due famiglie) di giochi e buffet. La torta fatta con le mie manine non era un obbligo, ma ci tenevo e l’ho fatto.
Ho tentato di portare Meryem a due degli eventi di lavoro che mi parevano più potabili per lei. La visita guidata alla chiesa di S . Andrea al Quirinale la ha detestata. La definisce la cosa più noiosa di tutta la sua vita. Il concerto serale, con qualche espediente, lo ha retto meglio (ho modificato al volo le parole di Moliendo Cafe per intrattenerla) ma nell’ora scarsa dello spettacolo le è caduto un dente. Lascio alla vostra immaginazione. Domenica scorsa ne avevo ben due, di eventi. Saggiamente l’ho parcheggiata tra negozio di Nizam e tata.
Capitolo salute.  La visita ortopedica di Meryem mi è costata un giorno di ferie, ma almeno era una tantum. La mia fisioterapia alla caviglia, invece,  è tre volte a settimana. Non mi sono risparniata neanche tre giorni di febbre a 39. Per fortuna dal venerdì alla domenica, altrimenti non so come avrei fatto.
La sera del concerto siamo rientrate abbastanza tardi. Ebbene, pioveva copiosamente nel mio bagno. Oltre ai balletti notturni che hanno coinvolto l’intera palazzina, è stato necessario anche essere presenti alla venuta dell’idraulico (rigorosamente dalle 10 del mattino, domani si replica).
Chicca finale. Abbiamo finora collezionato tre trattamenti antipidocchi in un mese, due dei quali mi hanno visto co-protagonista. E non ne siamo ancora usciti.
Devo aggiungere altro? Vi giuro che potrei, ma non voglio essere più prolissa di così.  Mi capirete però se vi dico che, nell’ipotesi che sopravviva davvero fino alla fine del mese, ho deciso che mi merito un riconoscimento. Una medaglia, una coppa, una targa. Insomma, devo dirmelo forte da sola, dandomi una vigorosa pacca sulla spalla: “Brava! Ne sei uscita, un po’ ammaccata forse, ma riducendo il danno al minimo. Sono fiera di te”.