Analfabeti di speranza


Alcuni di voi mi chiedono di scrivere qualcosa su Tor Sapienza, sull’Infernetto, su questa assurda ondata di violenza e intolleranza che sembra dilagare ovunque e che, naturalmente, trova con facilità palcoscenici compiacenti nelle televisioni e nei giornali. Mi sopravvalutate, temo. Una cosa è certa: molte delle informazioni che circolano sul tema immigrazione e rifugiati in particolare sono, nella migliore delle ipotesi, non correttamente interpretate e spiegate (se non false del tutto). Non mi sento di farne del tutto una colpa ai singoli cittadini: se la stessa RAI manda in onda in prima serata trasmissioni che rimestano del torbido, non senza malizia, e se su uno dei principali quotidiani italiani si scrive che a Roma negli ultimi mesi sono stati aperti migliaia di nuovi posti di accoglienza per i rifugiati (il che è, semplicemente falso, visto che ci si è limitati a finanziare diversamente posti preesistenti), a questo punto viene la tentazione di considerare più attendibile il proverbiale “amico di mio cuGGino”, come si dice nella mia città natale.

Quegli stessi amici che, sapendo che lavoro faccio, mi chiedono di esprimermi sono certa che mi scuseranno se faccio un passo indietro e rispondo, più per me che per loro, a una domanda che in queste settimane mi tormenta: quando così evidente appare l’immensità del lavoro da fare e la sproporzione inquantificabile di mezzi tra chi mette zizzania (passatemi questa sottile analisi sociologica…) e chi avanza proposte diverse, che senso ha il nostro impegno?

Ieri poi, dopo quattro ore di formazione sulla geopolitica mondiale, il mio scoraggiamento aveva assunto una dimensione cosmica. Uno degli assunti nel nostro relatore era che certamente “a livello individuale” si possono fare tante buone cose. Ma il quadro generale che ne emergeva, tra strategie sul prezzo del petrolio e guerre stellari, era quello di un’enorme partita di Risiko che si svolge, attraverso un miscuglio diabolico di tecnologie avanzatissime e istinti animaleschi, ben al di sopra delle teste di tutti noi. Che senso ha, allora, il nostro lavoro?

E qui mi concedo una precisazione, che in fondo in fondo, contiene un po’ la risposta alle domande della me annichilita e scoraggiata. Noi non lavoriamo per fare del bene, nel nostro piccolo. Noi lavoriamo per cambiare il mondo.

“Parte essenziale della missione del JRS è affrontare le cause profonde delle migrazioni forzate. L’organizzazione si sforza di modificare le politiche ingiuste al livello più appropriato: localmente, a livello nazionale o internazionale”.

Di più: noi lavoriamo per promuovere la giustizia e “ricreare le giuste relazioni” a livello globale. Scusate se è poco.

Ecco, senza questa cornice davvero nessuno dei nostri sforzi ha senso. Essere idealisti non è un difetto, è obbligatorio. Mi spingo un po’ più in là. Bisogna anche sapere che la giustizia e la riconciliazione richiedono di tentare l’impossibile. Quindi, ciascuno faccia appello a quello che ha: la fede religiosa, la convinzione degli ideali, la fiducia nella magia o nei miracoli. I miracoli sono sottovalutati, specialmente quelli quotidiani.

Preciso che i miracoli quotidiani di cui siamo spettatori e che in misura maggiore o minore ci coinvolgono non sono “il nostro piccolo”. Sono lo spiraglio attraverso il quale ci rendiamo conto che il cambiamento che razionalmente è impossibile in realtà ci sarà e forse, in qualche misura, c’è già. «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te».

Ricordo sempre una frase del mio primo “capo gesuita”. I rifugiati insegnano la speranza a noi che siamo analfabeti di questa virtù. Se una persona che ha perso tutto, magari anche se stesso attraverso la tortura, è in grado di rimettersi in piedi, percorrere il deserto e il mare e immaginare qualcosa di nuovo, come possiamo noi essere cinici e rinunciatari?

Ecco, lo so che questo apparentemente non c’entra nulla con Tor Sapienza e con l’Infernetto. Ma prima ancora di parlare di questo avevo bisogno di ricordare a me stessa che ci faccio qui.

#LeggiAMO. Perché mia figlia legge?


La settimana scorsa ci sono stati i colloqui con i maestri di mia figlia, quella circostanza rituale in cui si riscopre tutti insieme, ogni volta, che due ore e mezza non sono sufficienti a incontrare 22 coppie di genitori. Sono certa che avete presente la situazione. La nuova maestra, piuttosto parca nell’espressione orale, mi ha elargito questa definizione di Meryem: “E’ una che legge”. Dopo essere ricorsa alla sapienza orale della tradizione e aver messo insieme il mosaico di indizi che mi erano stati elargiti in questi primi mesi di scuola, credo di aver capito che la frase vada intesa così: quando i bambini finiscono il compito che è stato loro assegnato, mentre aspettano che i compagni terminino a loro volta, la maestra li invita a prendersi un libro dallo scaffale che hanno in classe e a leggerlo in silenzio. In quattro parole la maestra voleva condensare la triplice informazione che Meryem non ha difficoltà a svolgere in classe i compiti assegnati con una certa rapidità, che obbedisce senza fare storie quando le viene proposta un’attività alternativa e che, in effetti, le piace leggere e lo fa volentieri.

Ho deciso quindi di sottoporle le domande suggerite da Genitori Crescono. Ecco a voi le risposte.

Ti piace leggere?
Certo! Che domande fai?

Come si fa a diventare bravi a leggere?
Si comincia a leggere in sillabe. Tipo così: L’er-ba del-la re-gi-na. Io ho imparato così. E anche leggendo in mente.
Provo a riportarle l’opinione del figlio di Serena, che aveva invece detto che per imparare è meglio leggere a voce alta. Lei dissente molto vivacemente.

Perché è importante leggere secondo te?
Ci sono molti motivi per cui leggere è importante. Perché si imparano molte cose, ad esempio. Perché è bello. Perché leggendo ti puoi immaginare le cose tue. Perché è divertente.

Illustra questo post la copertina del primo libro che Meryem ha letto interamente da sola, di sua iniziativa. Io ancora non l’ho letto e questa cosa, vi confesso, mi ha dato proprio la misura di quanto sia cresciuta.

Ciò detto, la sera leggiamo ancora insieme. A volte leggo io, altre volte leggiamo una pagina per uno. Altre volte mi chiede di raccontarle una storia senza libro e questo per me è un piacere a parte, perché così faceva il mio papà con me. E dopo un po’, inevitabilmente, quelle storie un po’ inventate e un po’ reinterpretate, condite dalle risate di mia figlia, mi verrebbe la tentazione di scriverle…

Riparare il mondo


C’è un concetto della cultura ebraica che mi ha sempre colpito, pur nella mia conoscenza piuttosto superficiale (mi scuso fin d’ora per la mia approssimazione, magari qualcuno dei miei lettori nei commenti può integrare e correggere): il tiqqun ‘olam. L’idea, in parole fin troppo povere, è che la creazione del mondo non è esclusiva responsabilità del Creatore, ma che va in qualche misura completata dagli uomini, riparando quello che nel mondo, abbastanza vistosamente, non funziona.

Questa immagine ha sempre colpito la mia immaginazione, per diverse ragioni. E’ bella l’idea che quello che non va non sia una corruzione irrimediabile di una perfezione perduta, ma un non ancora su cui abbiamo voce in capitolo. Soprattutto mi piace il concetto che ciascuno possa e debba fare qualcosa per il bene collettivo, globale, senza per questo essere o sentirsi un supereroe.

Troppe volte, quando racconto sommariamente che lavoro faccio, mi trovo davanti a reazioni di ammirazione che mi imbarazzano molto. In primo luogo il mio è, appunto, un lavoro. Per la mia vita, ovviamente, non è solo un modo per guadagnarmi lo stipendio. Lo faccio con passione, con convinzione. Credo molto nella missione della mia organizzazione, il JRS, soprattutto perché non fa “carità”, ma promozione della giustizia (che poi è un modo cattolico di vedere il tiqqun ‘olam di cui sopra). Noi non ci spendiamo per i diritti dei rifugiati perché “siamo buoni”, ma perché crediamo che sia giusto.

Io, personalmente, credo che nello sfacelo che la mia vita è, da molti punti di vista, svolgere questo lavoro sia in questo momento il pezzettino che devo contribuire a rammendare per la riparazione del mondo. Qui mi ha portato la sorte, qui posso spendere le cose che so fare. Ma credo che non sia necessario lavorare in una ONG per fare questo. Credo che molte persone abbiano nel lavoro l’opportunità di fare giustizia, nel loro piccolo. Il pensiero corre agli insegnanti, ai giornalisti, ai medici, ma anche agli infermieri, agli operatori di sportello, agli impiegati… Fare con coscienza il nostro compito, rammendare il pezzo che è alla nostra portata, è alla fin fine niente di più e niente di meno che fare quello che ci è proprio, in quanto esseri umani. Gli eroi lasciamoli nei fumetti (e nei film americani).

Post scriptum
A proposito di tiqqun ‘olam: vi consiglio di leggere il romanzo di Myla Goldberg, Bee Season. La traduzione italiana non si trova e ne hanno tratto un film con Richard Gere e Juliette Binoche, Parole d’amore, che mi ha incuriosito e spinto a cercare il romanzo per leggerlo. Il romanzo è molto meglio, più complesso e interessante.

Non sto parlando di oche


Domenica alla Villa di Massenzio i bambini si sono fermati nel prato a raccogliere margherite. Uno dei papà li ha ripresi, invitandoli a lasciarle vivere e non strapparle inutilmente. Noi mamme abbiamo tentato una mediazione: abbiamo apprezzato e quindi lodato il gesto di affetto sincero dei nostri figli nei nostri confronti, ma contestualmente li abbiamo invitati a non esagerare, a fermarsi a pochi fiori e soprattutto a non strapparli con indifferenza. Questo piccolo episodio mi è tornato in mente oggi, quando su Facebook, durante una discussione, un’amica mi ha fatto notare che la violenza su qualunque essere vivente deve essere condannata indistintamente, senza fare graduatorie.

Io faccio del mio meglio per crescere mia figlia educandola al rispetto e all’attenzione, a 360°. Ma confesso che le graduatorie le faccio. Se fa male a un suo compagno reagisco molto diversamente da quando coglie una margherita. Non le consentirei mai di maltrattare un animale, ma confesso che mi ha visto spesso uccidere zanzare e persino usare insetticidi.

Più di tutto, ammetto che mi irrita la sensibilità esagerata di alcune persone alla sofferenza di procioni, uccelli migratori, raganelle dagli occhi rossi e girini, salvo poi alzare le spalle quando si tratta di stragi di esseri umani. “Eh, ma gli animali sono innocenti: gli uomini, invece…”. Ci viene più facile metterci nei panni di una tigre siberiana, che magari non sappiamo neanche cosa mangia (per tacere di cosa pensa), che di una professionista siriana, nostra coetanea, con una bambina della stessa età della nostra.

Che poi questo mi ricorda chi è disposto a combattere qualunque battaglia per i diritti dell’embrione, ma non spenderebbe un minuto del suo tempo per prendere in considerazione il vicino di casa. O chi compra cosmetici non testati sugli animali, ma poi maltratta la badante della madre anziana.

Cosa voglio dire con questo? Forse solo che sono stanca e che a volte si parla troppo e si pensa poco (io per prima). Ognuno ha le sue battaglie, è naturale. Credo sia troppo ambizioso immaginare di battersi per tutte le cause, anche perché molte, se si approfondisce bene, sono in contraddizione l’una con l’altra. Meglio i prodotti sintetici rispetto ai piumini d’oca? Però, vi direbbe un’altra mia amica, avete presente quello che sta succedendo ai fiumi e quindi agli oceani e quindi al pianeta intero per via delle microfibre di residuo dalle lavatrici nel lavaggio del sintetico? E avete presente quanta acqua bisogna usare per il cotone? Ha ragione lei, non se ne esce.

E allora, siccome sui siti che leggo paiono avere un certo successo i codici etici (o saranno forse codici morali? mah), vi riassumo qui il mio:

1. Homo sum, humani nihil a me alienum puto. In altre parole: gli uomini, anche nelle loro manifestazioni meno tenere e seducenti, devono essere sempre presi in considerazione. Se c’è da scegliere (ma speriamo di no) vengono prima.
2. La coerenza assoluta non è di questo mondo. Ma vogliamo almeno provarci?
3. (a correzione del 2) Guardarsi dagli estremismi e dai fondamentalismi, sempre. Non ho mai conosciuto un fondamentalismo che non provochi sofferenza. Neanche quando si proponeva le cose più nobili.

Mr Magorium, grazie!


Questa estate una delle tappe del friendsurfing ci ha portato a Zurigo da Bruna e dalla sua famiglia. Una sera i bambini si sono messi a vedere un film sul divano e ben presto anche noi grandi ci siamo messi a far loro compagnia. La prima cosa che mi ha colpito è stata Natalie Portman, una delle attrici che prediligo in assoluto.  La seconda è stata una frase: “Dobbiamo affrontare il futuro qualunque cosa possa accaderci con determinazione, gioia e molto coraggio.

Ora dovete sapere che per me e Meryem questa estate è stato un momento di cambiamento e di passaggio, che abbiamo in qualche modo dovuto affrontare insieme, mano nella mano. Non era inaspettato, ma certamente è stata ed è una prova. Capirete quindi che sia io che lei siamo state folgorate da Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie, una favola poetica talmente piena di saggezza da essere quasi una parabola moderna.

Il film parla della preparazione a un distacco definitivo, del dolore e dello smarrimento, ma anche della gratitudine per ciò che si è avuto e di fiducia piena e serena nelle proprie risorse, che sono sempre maggiori di quel che pensiamo.  Meryem ha colto perfettamente il messaggio e ha espresso il desiderio di rivedere il film. Il topo dei denti, con qualche fatica, se l’è procurato e oggi l’abbiamo rivisto.

Aggiungo solo, a mo’ di disclaimer, che io credo nella magia, nei miracoli e nel guizzo imprevedibile del destino. Non avrei vissuto come ho vissuto finora, altrimenti. A volte ho pensato che sarebbe stato più rilassante e appagante avere i piedi per terra, essere almeno un po’ una di quelle persone che dicono “è solo un negozio, è solo un lavoro, è solo una coincidenza”. Mi sarei risparmiata tante, ma tante musate sul selciato. Ma questo film mi ha ricordato che essere come sono può essere meraviglioso.  Del resto perché Bruna, o forse suo marito, che mi conoscevano e mi conoscono appena, avrebbero scelto proprio quel dvd, tra i tanti che hanno, in quella serata d’agosto? C’è voluto un pizzico di magia, certamente.

Impatti


Uno dei motivi per cui il blog è più moscio del solito è il fatto che il mio lavoro ha subìto un sensibile aumento di ritmo. Ci sono sempre stati periodi di follia, ma quello che mi pare mancare adesso sono i momenti di normalità. In realtà, tra l’altro, sto coordinando un progetto a qui tengo moltissimo, questo. Ed è esattamente di questa esperienza che vorrei raccontarvi qualcosa.

Quando abbiamo ideato questa architettura di attività sapevamo che, per molti versi, sarebbe stata un’esperienza nuova. Ma sottovalutavamo probabilmente la capacità del progetto di animarsi di vita propria. “Non so quale sarà l’impatto sul territorio, ma l’impatto sulla vita di tutti noi è certamente considerevole”, abbiamo convenuto ieri in una delle innumerevoli riunioni d’équipe. La sensazione è quella di aver scoperchiato una sorta di vaso di Pandora, probabilmente pieno di idee, scoperte, punti di vista interessanti… Ma al momento il caos domina, apparentemente incontrastato.

Un paio di settimane fa, scendeva la sera e io mi trovavo in un teatro parrocchiale ai confini di Tor Pignattara. “Cerca lo spettacolo?”, mi chiede gentile una signora sulla soglia. Boh. No, a rigore no. Cerco la festa di Durga Puja, ma faccio finta che sia la stessa cosa – anche perché francamente non so esattamente cosa sia, questo Durga Puja. Del resto si sta mettendo a piovere. Sono circa le 18:00.

Risalirò quella scalinata tre ora e mezzo più tardi, satolla di spezzatino di tofu al curry e con la curiosa sensazione di scendere da un volo intercontinentale. La sala, a lungo vuota (il concetto di orario effettivo ancora non lo abbiamo chiaro), si era frattanto riempita come un uovo di famiglie vestite a festa: donne avvolte in sete sgargianti, bambine con fiocchi in testa e paillettes sulle scarpette lustre, adolescenti dinoccolati, neonati in carrozzine spinte da padri amorevoli (e apparentemente non turbati, bimbi e genitori, dal volume sempre crescente dello “spettacolo”). Durga, in forma di statua policroma venuta direttamente dall’India, troneggia al centro del palco e sembrava guardare divertita quel brulichio di umanità multicolore.

Una cosa è certa: sono tante le cose che avvengono in questa città e che non non immaginiamo minimamente. La mia ambizione, in questi mesi, è di raccontarne un pezzetto, sperabilmente sopravvivendo agli adempimenti burocratici che un progetto europeo comporta.

Istantanee di Romania


Come spesso accade, la mia  ultima trasferta di lavoro non mi ha dato molte occasioni per realizzare dove mi trovavo. Piuttosto mi ha messo sotto gli occhi persone, gesuiti e non, di vari Paesi europei e dai più diversi background. E’ un viaggio anche quello, in un certo senso.

La prima impressione del luogo, complice un viaggio singolarmente stressante, è stata di assoluto straniamento. Nel mio immaginario la Romania significava montagne. E invece mi sono ritrovata in una campagna piatta come una tavola, comprensiva di nebbione mattutino. La Bassa di Don Camillo e Peppone, praticamente, con tutte le zanzare del caso. Sapevo che saremmo stati ospitati in un monastero e anche qui la mia immaginazione aveva lavorato: pensavo a iconostasi dorate, pareti spesse, tetti spioventi, cripte di pietra. Al contrario, mi sono ritrovata in un complesso modernissimo, la cui costruzione è iniziata nel 2008. Bello, con il legno scuro e le pareti bianche che richiamano in qualche modo la tradizione locale (immagino), con una chiesa non priva di afflato artistico. Ma assolutamente modernissimo.

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In qualche modo, con il senno del poi, questa location era più adeguata allo spirito del team del JRS Romania che ci accoglieva: sono un bel gruppo di giovani, molto agguerriti, efficienti, entusiasti e tecnologicamente avanzati. Questo meeting sarà ricordato per l’organizzazione perfetta, il wifi funzionante, la serata karaoke e una cena stratosferica, in cui abbiamo consumato in poche ore il 30% del fabbisogno mensile di carne di una piccola nazione.

Superato un vago senso di claustrofobia da mancanza di città e di mezzi di trasporto per raggiungerla, mi sono goduta la campagna. Albe spettacolari, in particolare. La cosa che mi divertiva di più era certamente camminare lungo il bordo del piccolo canale, godendomi la rapida successione di tuffi di ranocchie che si lanciavano nell’acqua al mio passaggio.

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Quanto alla compagnia, in parte diversa dagli anni precedenti, aveva certamente degli aspetti piacevoli e bizzarri il giusto (qui vi fate un’idea dell’andamento dei lavori). Menzione speciale per i tedeschi, che hanno in più occasioni rivelato una solida formazione musicale che spaziava dalle fughe di Bach alle citazioni del rock anni ’70, fino a toccare i musical e culminare nel valzer. “Per forza lo sappiamo ballare, è il primo ballo a ogni matrimonio!”, si è giustificato un insospettabile gesuita di stanza a Stoccolma, che ha realizzato un sogno che credevo irrealizzabile: farmi volteggiare per la sala, dandomi persino l’illusione di essere leggera. Che classe.

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Tutto è lecito…


Ricordo una lettura del primo anno dell’università, intitolata: “Assiriologia. Apologia di una scienza inutile”. Se c’era una persona convinta dell’assoluta importanza degli studi di nicchia, quella ero io. Forse, in un angolino del mio cuore, lo sono ancora. Le cose inutili sono spesso belle, gustose, sfiziose. Il fascino dei sentieri non battuti appaga di per sé e ripaga di solito dalla vaga sensazione – che talora si affaccia – di essere fuori da quelli meglio frequentati non per scelta, ma per insufficienza o per incapacità.

Vengo da un paio di giorni intensi di convegno dove, forse per la prima volta, ho avuto la netta sensazione che avrei fatto meglio a non andare. Io li amo, i convegni. Ne ho organizzati anche alcuni, sui temi più improbabili. E allora perché questo disagio fastidioso, questa sensazione di essere un marziano tra quegli accademici, pur affabili, che al contrario parevano spassarsela abbastanza (come facevo io, ai tempi)? Forse la prima considerazione è che mi sentivo in colpa per essere stata invitata a parlare a quel tavolo. Non sono un tipo particolarmente modesto e non è che mi sentissi, di per sé, inferiore agli altri relatori. Semplicemente, non ero la persona giusta da invitare. Forse una decina d’anni fa lo sarei stata, forse nemmeno.

“Tutto è lecito, ma non tutto giova”. Sentire citare questa frase da una delle relatrici mi ha lasciato con la sensazione che forse il punto era proprio quello. Onestamente se il convegno fosse stato sui culti fenici o su questioni più proprie al mio io di accademica improbabile, non so se avrei avuto la stessa sensazione. Ma mi sa proprio di sì.

Sarebbe stato più utile e mi avrebbe giovato di più andare a parlare di rifugiati a un paio di persone in un comune della Valtellina. Con buona pace di José de Acosta, a cui va tutta la mia umana simpatia.

Di pattini a rotelle e di perseveranza


L’altro giorno ho accompagnato Meryem alla lezione di pattinaggio e, mentre la guardavo con la coda dell’occhio, ho ricordato con assoluta precisione quando su una pista del genere c’ero io. Fino ad ora, infatti, lei a pattinaggio era una principiante assoluta e io lo sono stata in un’età di cui non ho ricordi molto distinti. Ora invece ha cominciato ad esercitarsi nella modalità che è stata mia dalle elementari alla terza media.

Il pattinaggio artistico si pratica provando e riprovando. Giri intorno alla pista e provi una figura, un salto, una trottola. Una successione precisa di movimenti che deve diventare automatica e, allo stesso tempo, perfettamente controllata e consapevole. E allora succede che ripeti due, tre, dieci, venti volte quel movimento, prima su un rettilineo e poi sull’altro (o, se serve, sulle curve).

C’è qualcosa di zen in questa gara con se stessi. L’allenatore corregge individualmente e individuale è la maggior parte del lavoro. Millimitro dopo millimetro, pazientemente, si progredisce. Ricordo come oggi lo sguardo determinato della mia amica Giovanna mentre provava quell’axel che io ho sempre “rubato”, arrivando nella migliore delle ipotesi a un giro e un quarto su un giro e mezzo. Quell’espressione che lei aveva negli occhi a me è sempre mancata (e forse non casualmente io prima in una gara non sono arrivata mai).

Se si ripensa al pattinaggio a distanza di molti anni si tende a ricordare le gare, i saggi. L’attesa dell’esibizione, in cui io puntualmente mi sedevo a bordo pista bucandomi i collant con le schegge di legno. L’emozione di salire su un podio e il leggero panico di cadere rovinosamente, davanti a tutti. Ma quei pomeriggi passati a imparare la disciplina, quei tentativi certosini di riuscire, quel carico di frustrazione da masticare poco a poco, senza mai rilassare le braccia, no, non me li ricordavo. Eppure sono stati quelli la parte più importante.

Una tortura, direte ora voi. Come puoi pensare di far vivere questo a tua figlia? Ribatto, in primo luogo, che io non posso sapere se per lei sarà diverso. Magari ha più talento di sua madre e riuscirà con meno fatica. Ma l’obiezione più sostanziale è che poche cose per me sono state formative quanto il pattinaggio. Merito certo della mia allenatrice Cinzia Forghieri, ma anche di quel necessario allenamento alla perseveranza che tutte le discipline sportive richiedono. Ultima obiezione, non irrilevante: una delle prime gioie profonde della mia vita di cui ho memoria è la sensazione di pattinare con il vento nei capelli. Io, sola, con le mie forze. Sola con i miei pensieri. Sola con le cose che sapevo fare e tutte quelle che non mi riuscivano. Su quei pattini io non sono stata tanto spesso soddisfatta di me stessa, ma certamente ho imparato a fare i conti con onestà con quel che ero e quello che potevo (o non potevo) diventare. Su quei pattini sono stata davvero io, completamente.

E ovviamente se poi vorrà smettere, finito l’anno, potrà farlo! 🙂

Perché mi piace Pechino Express


Ammetto che talora mi compiaccio di una certa aura intellettuale che mi viene attribuita da chi mi conosce superficialmente. Non la smentisco, diciamo. Quando guardo streaming di buona qualità su MyMovies, in genere lo twitto. Mi è capitato di recensire, anche qui, libri e film di un certo grado di impegno.

Ma non faccio nemmeno mistero di essere spettatrice abbastanza fedele di Pechino Express. Non dalla prima edizione, che ho perso (la conduzione di Emanuele Filiberto non so se l’avrei retta), ma a partire dalla seconda stagione. Ieri quindi ero sintonizzata su Rai 2, a fantasticare davanti all’oro degli stupa birmani, in compagnia di un piccolo gruppo di ascolto tutto social, dislocato qua e là per la Penisola.

Non starò qui a sostenere che si tratti di un programma irrinunciabile, incentrato su un attento approfondimento delle culture locali e denso di riflessioni filosofiche. Niente di tutto ciò. E’ un programma di intrattenimento, che si avvale a piene mani delle formule abbastanza sicure (e talora un po’ stereotipate) per accattivarsi il consenso del pubblico: le modelle smorfiose, i bellocci, i ricchi antipatici… Però ci sono alcune cose che apprezzo e che, secondo me, rendono la visione non solo tollerabile (il che, in prima serata RAI,  di per sé una notizia), ma persino godibile.

1. C’è una certa autoironia di fondo, un sottile prendersi in giro accentuato certamente dalla conduzione di Costantino della Gherardesca. Manca del tutto l’insopportabile trionfalismo da villaggio turistico di serie B e anche le affettazioni di amore tra i concorrenti che hanno il potere immediato di farmi cambiare canale.

2. Il gioco è divertente. Oggettivamente. Non inutilmente estremo, non umiliante, non insultante. Il turpiloquio è assai limitato.

3. Il pregio maggiore è che fa entrare nelle case, sia pure in pillole facili da ingoiare, il concetto che c’è un mondo, là fuori. Un mondo fatto di storia, di popoli, di religioni, di gente di tutti i tipi, di ricchezza e di povertà. Talvolta, peraltro, si butta là una testimonianza forte (penso alla visita ai luoghi della guerra del Vietnam, lo scorso anno), con un’aria di leggero understatement, ma sempre con sobrietà e rispetto. A volte gli approcci alle culture locali sono un po’ goffi, ma non si ridicolizza mai. Certo, non è un documentario. Ma si annusa, eccome. E magari dietro queste riprese leggere a qualcuno viene il dubbio che il mondo non sia proprio come ce lo raccontano i telegiornali. O quantomeno qualcuno si renderà conto di quante cose non ci vengono mai raccontate. Aspetto con curiosità che il viaggio arrivi in Malesia e Indonesia, per vedere finalmente la televisione che si imbatte un Islam meno stereotipato del solito.

4. E’ un programma che, più di altri, si presta a una visione social. Suvvia, non si può twittare come matti seguendo un film o uno sceneggiato. Ma Pechino Express, come tempi e come spunti, è perfetto. E, non casualmente, l’account del programma (@PechinoExpress) e lo stesso conduttore (@CdGherardesca) offrono tutto il supporto possibile, proponendo in tempo reale immagini, battute, filmati.

Insomma, bravi. L’unico effetto collaterale è una voglia spasmodica di viaggiare per l’Asia da parte a parte, non necessariamente in autostop, ma insomma, neanche in villaggio Valtour. Diciamo che la lista dei Paesi dove vorre assolutamente andare si allunga di puntata in puntata. Non mi basterà una vita, temo.

P.S. Però alla prossima edizione pretendiamo la squadra dei blogger.