“Mammahaipresenteolivnomagaricianaperchéiomiricordotuttomasonoanchebravaacantarelodiceancheilmaestrocheseunosalvaqualcosanellamemoriailcervellonessunolopuòrubarementreiltelefonosìcomeèsuccessoate? MammaaaavieniacontrollaresehopiegatobeneivestitimacosìicapellisonoabbsstanzabagnatimammachepigiamadevomettermimammadoveèfinitatigrabiancanonècheMarialhanascostaaaa?”
Ci sono giornate che iniziano e finiscono così, con te che cerchi di parare i colpi, ma che di tanto in tanto ti senti urlare:”Un attimo! Aspetta-un-attimo!”, ma tanto le parole non fanno nessuna presa, scivolano come suole lisce su un pavimento insaponato.
Oggi mia figlia mi ha detto che lei sa già più cose di me, perché io sarò pure andata a scuola, ma non avevo un maestro come il suo. E per dimostrarmelo mi faceva l’esempio del platano. Io so dove si trova il platano? Ecco, sta proprio davanti alla scuola e io non lo so. Visto?
A un certo punto mi ha detto anche che vorrebbe un’altra mamma, più gentile.
Però poi in mezzo sono successe tante cose e soprattutto ne sono state dette tante altre. Parole, parole, parole. Fiumi in piena che ti travolgono senza lasciarti il tempo di una pipì.
“Ma la gente risorge alla stessa età in cui è morta? O si torna tutti neonati? Perché sarebbe un disastro, non ti pare? Tutti che gattonano nel mondo, nessuno che sa che il fuoco non si tocca, tutti che rovesciano i motorini. ..”. Una prospettiva agghiacciante. Ho smesso di domandarmi da dove le arrivino queste idee.
“Mamma è gelata, mamma scotta, mamma è bollente, mamma ti ho detto che è gelataaaa!” Trovo che la più efficace metafora della mia genitorialità oggi siano i miei affannosi tentativi di regolare la temperatura dell’acqua della doccia. Come faccio sbaglio, e non di poco. Mia figlia non sembra percepire temperature intermedie. E più lei urla, meno è captabile questo giusto mezzo di cui siamo tutti alla ricerca e che certe sere sospetti che sia una mera astrazione dei fisici teorici.
Ma poi, assoluti e inaspettati come le critiche, arrivano gli apprezzamenti: “Mamma che bella idea è stata venire qui. È stata una giornata veramente meravigliosa”. E tu vorresti solo stramazzare in un angolo silenzioso eppure sei contenta lo stesso.
Il fascino discreto delle consolari
Ieri, incamminandomi sulla Casilina, riflettevo sul fatto che c’è una differenza sostanziale tra la visione di Roma che ha un guidatore da quella di chi, come me, non usa la macchina: chi guida non può prescindere dal Grande Raccordo Anulare (per gli amici, GRA). Il GRA è stato eternato da opere artistiche di indubbio valore, sia musicali che cinematografiche. Ma ciò che mi interessa qui è quella raggiera di vie, le consolari, che dalla prospettiva del GRA finiscono per ridursi a “uscite”, ordinatamente numerate a partire dall’Aurelia.
Chi si muove con i mezzi, come me, impara a conoscere le consolari da un altro punto di vista: dall’imbocco, che in molti casi corrisponde a una porta, ovvero dal tratto che è ancora ben interno alla città. Ciò che va oltre il GRA è, per l’utente ATAC, solitamente l‘hic sunt leones, quel territorio in cui gli autobus diventano corriere e dove sarebbe saggio non avventurarsi a piedi. L’esplorazione progressiva delle consolari è stata una tappa obbligata della mia conoscenza del territorio e anche oggi, che abbiamo imparato a conoscerci, continuano a riservarmi qualche sorpresa.
Hanno la loro personalità, le consolari. Sono diverse l’una dall’altra. Alcune sono dense, brulicanti, appesantite di cemento. Altre regalano ancora scorci di tempi lontani, specialmente nelle parti “antiche” o semplicemente “vecchie”. Ancora oggi Ponte Nomentano, lasciato un po’ da parte dal traffico ordinario, permette di toccare con mano la presenza dell’Aniene, l’altro fiume di Roma, protagonista scenografico a Tivoli che nell’Urbe è ridotto a comprimario.
L’Aurelia sa di pic nic a Villa Pamphili e di mare, la Cassia è la più snob, l’Ostiense la più romana de Roma. La Casilina per me è la via dell’immigrazione, dei centri di accoglienza e di Torpigna, solcata dalla ferrovia Roma Pantano e eroicamente percorsa dal 105, l’autobus di Babele. La Prenestina è l’alternativa, dal Pigneto all’ex SNIA. La Tiburtina è la via dell’università proletaria, di San Lorenzo e delle passeggiate al Verano; la Nomentana quella dei filosofi e delle ragazze medie di lingue. L’Appia parte dalla rotonda di piazza Re di Roma e poi si snoda nella storia, a colpi di campagne verdi, pecore e acquedotti. Cosa dimentico? La Salaria, che secoli fa abbiamo percorso tutta tutta, fino all’Adriatico, la Tuscolana – per me ancora oggi la meno battuta – e la Flaminia, che nella mia memoria resta legata all’Opera Massaruti, alle ancore di marmo del Ministero dell’Areonautica e allo IALS, dove sono stata sempre sul punto di andare a ballare danze israeliane ma poi non si è più combinato.
Ho un debole per le porte urbiche, in particolare per Porta Maggiore, dove fino a pochi anni fa si trovava ancora qualche vecchietta che, salendo sul trenino, chiedeva: “Va verso Roma?”. Come se Roma fosse ancora tutta lì, racchiusa da quelle mura di biscotto. Invece la Roma vera, quella che non è lottizzata dalle guide turistiche, lì non finisce ma inizia.
Messe ebraiche e altri dubbi
Oggi un ragazzo di seconda media mi ha chiesto quali sono “più o meno” la fasi della messa degli ebrei. Io ho cercato di spiegare a lui e ai suoi compagni che si trattava di una domanda a cui, con tutta la buona volontà, non si può rispondere. Non era una domanda provocatoria, il ragazzo era in buona fede. Ho cercato di cogliere l’occasione per dire che quando ci mettiamo di fronte a qualcosa di nuovo per noi, il primo sforzo da fare è sgombrare la mente. Eppure spesso, anche in contesti scolastici, siamo addirittura invitati a riempire caselle, a compilare formulari e a ideare schemi validi un po’ per tutto. In generale.
Poco prima, su Facebook, assistevo a un pacato quanto ordinario scambio di giudizi e valutazioni, ancora una volta “in generale”, sul velo islamico. Nessuno potrebbe dire (neanche io!) che sia illegittimo farsi un’opinione e anche, in qualche modo, dare un giudizio su una qualsiasi pratica religiosa. Noto solo che quando la definizione comprende milioni di persone, accomunate da qualcosa, ma diversissime sotto molti altri aspetti, il giudizio è talmente generico da non essere particolarmente utile. Ho sufficiente esperienza di cantonate prese da avere ben chiaro in mente che sono molte le cose che non posso immaginare, eppure esistono. Nel bene e nel male. La vecchiaia mi suggerisce di essere meno categorica, per ciò che riguarda gli altri, ma anche per ciò che riguarda me stessa.
Eppure ci sono due cose, oggi pomeriggio, che non arrivo proprio a capire. La prima riguarda il comune e giustificatissimo sdegno per le ragazze rapite in Nigeria. L’esperienza spicciola mi suggerisce che se una o anche tutte queste ragazze che non esitiamo a definire “figlie nostre” cercassero asilo in Italia, probabilmente daremmo per scontato che sono qui per prostituirsi e ci adopereremmo per rimandarle indietro. Salvo poi “aiutarle a casa loro”, via sms (una tantum).
La seconda mi ronza in testa da quando ho visto la Meloni spiegare in taillerino che soccorrere così tanti migranti in mare è una spesa che non ci possiamo permettere. Oggi, giorno in cui 400 persone hanno fatto naufragio a largo di Lampedusa, mi domando se davvero ciascuno di noi, preso singolarmente, vedendo una persona che rischia di morire (per non parlare di un cane o di un gatto) non farebbe tutto quello che può per soccorrerlo, ritenendolo un obbligo ineludibile e neppure meritevole di discussione. Perché come collettività assistiamo inerti a stragi così assurde di donne e bambini e lo troviamo persino giustificabile? Questa è davvero una cosa che non capisco. Ma magari è un mio limite.
Festa della mamma, lista dal cellulare
Oggi all’alba mia figlia Meryem ha costretto il padre a prepararmi la colazione. Bevevo il mio caffellatte alle 6:10 e pensavo che questa forse è la prima volta che vengo festeggiata in quanto mamma.
E allora mi è venuta voglia di fare una lista all’impronta delle prime cinque cose che mi vengono in mente di questa maternità quasi settennale. Allora vado.
1. Quella volta che me la tenevo tutta allungata sulla pancia e lei dormiva, ma poche ore prima credevo che fosse morta. Ciò avveniva nello stesso pronto soccorso dove qualche settimana fa abbiamo trascorso 24 ore e lei saltava e faceva video con suo padre, mentre io in fondo lo sapevo che si sarebbe risolto tutto, ma sentivo lo stesso un macigno alla bocca dello stomaco.
2. Quella sera, in quel di San Foca, in cui tornavamo alla nostra stanzetta in affitto passandoci una lattina di Fanta. La prima volta in cui ho realizzato che, al di là dell’accudimento, era iniziato un animato rapporto tra persone. Mi ha fatto pensare alla Coca Cola bevuta con mia madre a Santorini, ma io ero molto più grande.
3. Le lacrime, tante e forse troppe, versate davanti a lei. Non penserà mai, non credo abbia mai pensato, che sono una supereroina. Ma in qualche modo so che nelle tempeste che ci aspettano potrò contare comunque su di lei. Che ci faremo coraggio a vicenda, o almeno lo spero.
4. La prima volta che, seguendo con il dito le lettere sul basamento della statua di Garibaldi al Gianicolo, ha letto “Roma”. E mi sono sentita fiera di essere con lei in questa città incredibile.
5. Vedere i suoi compagni e amici che la chiamano e la salutano per le strade del quartiere. Penso che non tutte le mancanze, per fortuna, sono ereditarie. Scoprirla socievole e solare ogni giorno che passa mi dà lo stesso sollievo di vederla mangiare gelosamente fragole e pomodori crudi.
Non l’avrei mai detto, fino a pochi anni fa, ma essere madre è diventato l’unico punto saldo della mia vita vacillante. Stasera, più che mai, mi torna in mente una frase antica, di quelle dei testi incomprensibili ai più che hanno dato gioia alla mia giovinezza: “Il figlio è la radice del padre (e anche della madre, aggiungo io)”. Non il contrario, attenzione. Ho spiegato a volte, pedante, che si intende che il figlio assicurava al genitore la sopravvivenza post mortem compiendo i riti necessari. Ma è ben più di questo e penso che chiunque sia genitore lo capisca facilmente.
Tanti auguri a me, allora.
Comprendo quindi esisto
Di ritorno da una trasferta milanese, rimuginavo su un brutto episodio che mi ha raccontato una amica. C’era una volta una scuola elementare di un piccolo centro del nord Italia. Nella classe prima, oltre a quella bricconcella meravigliosa della figlia della mia amica, c’era un bambino a cui, nel giro di poco, furono assegnate diverse etichette. Poi dagli aggettivi si passò ai sostantivi. Se prima era un bambino problematico, presto diventò lui stesso un problema, il problema. Non rispondeva agli standard della scuola. Non riuscivano a gestirlo. I genitori mettevano quotidianamente in guardia i figli da lui, dal compagno-problema. Si cominciò a chiamare i genitori ogni volta che gli insegnanti erano in difficoltà nel relazionarsi con il bambino in questione. E ben presto, senza che nessuno si fosse preso la briga di cacciare nessuno, il bambino cambiò scuola. Problema risolto. (Vi dirò anche che, nella nuova scuola, il bambino ha smesso di essere un caso, è tornato un bambino, è stato supportato adeguatamente per un tempo imbarazzantemente breve ed ora fila via tranquillo insieme a una classe che evidentemente ha saputo accoglierlo).
Perché vi racconto questo aneddoto? Perché stamattina, neache a farlo apposta, sono stata a un bel convegno in Campidoglio dedicato all’integrazione scolastica. In questo caso si parlava di alunni stranieri e il bambino dell’esempio non lo era. Ma quello che ho visto stamattina era una risposta lo stesso. Perché alla fine quando si perdono uno, due, tre, cinquanta o cento bambini perché la scuola si è arresa, è comunque un universo quello che stiamo togliendo a noi e ai nostri figli che frequentano quelle classi. Una somma di infiniti. Uno spreco gravissimo, che non ci possiamo permettere.
Quando sono entrata nella sala della Protomoteca suonava un’orchestra, quella dell’Istituto Comprensivo via Mascagni. I ragazzi hanno eseguito, nell’ordine, un brano cinese, uno sudamericano e uno mediorientale (peraltro a me molto caro, Dror Iqra). La professoressa ha poi spiegato con parole molto semplici che studiare musica di tradizione extraeuropea è un’attività utilissima ad educarsi a un ascolto attento. Ritmi, suoni, intervalli non usuali per le nostre orecchie costituiscono una sfida interessante e divertente per i ragazzi e per i loro insegnanti.
Le scuole presenti erano molte e altrettante le esperienze, straordinarie nella loro semplicità. Una dimostrazione palese di quanto possono fare gli insegnanti quando si pongono, sinceramente, in una dimensione educativa. Non è necessario essere specialisti di immigrazione (o di problematiche di apprendimento, o di psicologia, o di disabilità, ecc.). La formazione serve certamente, ma prima ancora serve la convinzione che la cosa più importante da perseguire non sia l’integrazione (sempre vagamente venata di condiscendenza). L’obiettivo, sperabilmente comune, di insegnanti e genitori deve essere la qualità condivisa della scuola e del territorio. Una qualità fatta di cose concrete, costruite da tutti ciascuno per la sua parte. Una qualità fatta di comportamenti coerenti con quello che diciamo di voler insegnare alle nuove generazioni.
Siamo sicuri (e lo dico da genitore di alunna di scuola elementare) che l’origine straniera di alcuni studenti sia la maggiore criticità per le comunità di apprendimento che idealmente dovrebbero essere le classi dei nostri figli? La mia esperienza spicciola dice che quello che spacca queste comunità sono, più di frequente, i malintesi, gli screzi grandi e piccoli, le rivalità, i pettegolezzi, le divergenze di vedute, il non ascolto. Più ancora, forse, il cinismo e lo scetticismo, il sospetto strisciante che non si possa cambiare nulla, ormai. “Ormai“, scrive Bregantini in un libro che ho amato molto, “è la parolaccia più grande. E’ una parola talmente radicata che anche quando la cancelli rimane sotto il segno… Ma io ci scrivo sopra – con decisione – ancora”.
Con tutte le debolezze, le fatiche e le ferite, la scuola italiana resta una bussola. E’ un conforto. Racconta in modo chiaro e obiettivo come cambia e come è già cambiata la nostra società. Ora vanno di moda gli istituti comprensivi. Questo termine non mi è mai stato simpatico, forse perché non mi è ancora familiare. Ma è un nome ben augurante. C’è da sperare che tutti gli istituti siano comprensivi, che comprendano, con intelligenza, quali strategie sono più adatte e quali siano gli obiettivi davvero irrinunciabili. E che sappiano anche comprendere, gli istituti, che gli sforzi fatti in buona fede da tanti singoli vanno supportati. Rimanere soli è un rischio troppo grande. Dice bene il Papa, quando dice che non può vivere solo “per motivi psichiatrici”. La solitudine nelle grandi imprese non è salutare, tanto meno nel lavoro di insegnante e, permettetemi, di genitore.
Parliamo d’Europa?
Si avvicinano, inesorabilmente, le elezioni europee. Ora di combattere contro il consueto senso di fastidio e di esasperazione che mi assale ogni qualvolta si arriva a un appuntamento politico. Giornali e siti già sbandierano sondaggi: gli italiani sono stanchi dell’Europa, gli italiani sotto sotto ci credono ancora, gli italiani si sentono europei, gli italiani prediligono le loro identità locali o localissime. La sensazione è piuttosto che, in questa lunga stagione di crisi, gli italiani e gli europei in genere non riescano più a alzare lo sguardo. Una politica esangue, che alterna liste sterili di “cose da fare” a messaggi allarmistici, non aiuta. Per non parlare di spettacoli pietosi tipo Meloni e La Russa che inscenano il finto sbarco chiedendo gli stessi privilegi degli immigrati (no, non ve lo linko: se ci tenete ve lo cercate).
Probabilmente la domanda sensata da porsi non è se vogliamo l’Europa, ma quale Europa vogliamo. Facciamo un piccolo reminder dei fondamentali?
Il progetto della casa comune europea è nato dall’esperienza diretta della guerra. Gli obiettivi, almeno sulla carta, sono chiari: la promozione della pace, dei suoi valori e del benessere dei suoi popoli. Quali sono i valori della pace? Alcuni sono esplicitati nei documenti fondamentali dell’Unione: tra gli altri, lo sviluppo sostenibile, la lotta contro l’esclusione sociale, la promozione della giustizia e della protezione sociale.
Nel 2000 l’Europa si è dotata di una Carta dei Diritti Fondamentali, condivisa da tutti gli Stati Membri. Oltre agli obiettivi, dunque, si è chiarito inequivocabilmente anche il modo in cui procedere per raggiungerli: porre la persona al centro di qualunque azione politica. Tali diritti non sono riservati ai cittadini dell’Unione: devono essere garantiti, com’è ovvio, a “tutti gli individui”.
“Il godimento di questi diritti”, conclude il preambolo della Carta dei Diritti Fondamentali, “fa sorgere responsabilità e doveri nei confronti degli altri come pure della comunità umana e delle generazioni future”.
Non tanto lontano dai confini dell’Europa, il conflitto in Siria uccide e mette in fuga centinaia di migliaia di civili innocenti, con la stessa irrimediabile irrazionalità che gli europei hanno sperimentato sulla loro pelle durante la Seconda Guerra Mondiale. In Africa e in Medio Oriente conflitti vecchi e nuovi creano ogni giorno migliaia di rifugiati. Come esercita l’Unione Europea la propria responsabilità nei confronti di queste persone?
Giusto oggi sono stati pubblicati un paio di rapporti, uno di Amnesty e uno di Human Rights Watch, su ciò che accade ai rifugiati siriani alle frontiere dell’Europa. Respingimenti e abusi commessi regolarmente, in buona parte finanziati da fondi europei e persino rivendicati come legittimi e necessari. La “casa comune” di un tempo sembra essere diventata un club esclusivo, una fortezza inespugnabile da difendere a tutti i costi.
Io sono però profondamente convinta che, se vuole tenere fede ai suoi valori fondanti, l’Europa oggi più che mai è chiamata ad aprire le porte a chi cerca asilo e a impegnarsi seriamente per agire con dignità e giustizia nell’accoglienza e nelle politiche sociali in generale.
Ho iniziato solo oggi a guardarmi intorno e a leggiugghiare qualche materiale elettorale. Il sito ufficiale del PD mi spiega che “il vero limite delle elezioni europee è che sembrano lontane dai problemi dei cittadini. Con questa campagna, è possibile ‘avvicinare l’Europa’ a casa delle persone”. Ottimo. E cosa ci propone di circolo PD di Bruxelles in materia di immigrazione e asilo, nel documento Europa 2014, questa volta è diverso?
“Immigrazione e asilo: con una vera gestione comune delle frontiere esterne dell’Unione, ad esempio, attraverso la trasformazione di Frontex in un vero corpo europeo di guardie di frontiera, l’Italia sarebbe meno sola nell’affrontare le emergenze migratorie”.
E questo è tutto, almeno lì. Pochino davvero. Pochino e assai discutibile.
Zelante, cerco nel programma del PSE, in cerca di uno sguardo più ampio.
“Gli Stati membri devono mostrare una reale solidarietà in materia di politiche di migrazione e di asilo, per evitare che si
verifichino altre tragedie umane, e mettendo a disposizione risorse sufficienti. Per salvare vite, l’Europa e i suoi Stati membri sono chiamati ad agire in maniera solidale, dotandosi dei meccanismi adeguati per condividere le responsabilità. Vogliamo politiche di integrazione e di partecipazione efficaci e meccanismi di assistenza ai paesi da cui partono i migranti. La lotta alla tratta di esseri umani deve essere intensificata”.
Meno peggio, diciamo. Ma comunque vago e insoddisfacente. Un mix tra afflato umanitario da lacrime post Lampedusa e il vecchio e rassicurante adagio “aiutiamoli a casa loro”. La chiusa sullo spauracchio della “tratta di esseri umani”, poi, salva capre e cavoli. La si può intendere come Papa Francesco, ma ci si può far rientrare anche il proseguimento delle consuete politiche di contrasto dell’immigrazione clandestina, di cui sopra abbiamo avuto alcuni esempi. Più in là, al paragrafo “diritto alla sicurezza”, il testo menziona anche la lotta al “crimine organizzato e trasfrontaliero”. Chissà cosa si intende, esattamente.
A conclusione parziale, potrei dire di essere certamente euroconvinta, ma anche assai europerplessa.
Dal mio personale database
Solo oggi ho avuto occasione di ascoltare questa testimonianza di una mia collega, la direttrice del JRS Malta. Una donna straordinaria da molti punti di vista, che qualche anno fa ha ricevuto – assolutamente a ragione – il Premio Nansen.
Verso la fine di questo discorso molto toccante, Katrine fa riferimento al suo personale database di memorie, ricordi, testimonianze che credo chiunque fa un lavoro come il nostro automaticamente si crei e a cui potrà attingere ogni volta che ce ne sia bisogno. La possibilità di conservare in cuor nostro un database così è probabilmente il più grande privilegio della nostra vita e il regalo più prezioso che ci fanno i rifugiati, costantemente.
Mi sono riconosciuta molto nelle parole di Katrine e sono convinta che in momenti in cui la vita mi sembra in salita, consapevolmente o meno, anche io ho attinto e attingo all’enorme riserva di speranza e di fede di cui sono stata testimone in questi ormai quasi 14 anni della mia vita.
Come Katrine, vi regalo l’ultimo pezzo della mia collezione, che risale a ieri mattina. In ufficio, chiede di me A., un ragazzo palestinese che è stato ospite del centro di accoglienza dove lavoravo anni fa nonché alunno della scuola di italiano. Ci conosciamo da quando è in Italia, vale a dire circa 8 anni. Quando l’ho incontrato la prima volta ne aveva quasi 20 ed era la mascotte del centro. Ora ha 28 anni e noto con piacere che non ha perso il sorriso luminoso e un po’ da paraculo che lo contraddistingue, credo, dalla nascita.
Chiacchieriamo. Io sono un po’ nervosa. Temo che mi chieda quello che non posso dargli: soldi, lavoro, casa. Ma no, A. non è venuto per questo. Sta finendo il triennio di scienze geologiche, da borsista. Vive in una casa occupata perché non poteva permettersi un affitto, ma è giovane ed è convinto che sarà una cosa temporanea. Tutti i weekend lavora come pasticcere dall’altra parte della città, si alza alle 4, ma “è normale fare qualche sacrificio”.
E dunque? Dunque mi parla di quello che davvero è importante. Della tragedia del Medio Oriente. Della guerra che si è portata via a suo tempo suo padre e suo nonno e di quella terribile che sta disintegrando la Siria. Me ne parla con passione, ma senza rabbia. Con gravità. Mi racconta di quello che, come musulmano, prova. Del fatto che le religioni dovrebbero fare qualcosa di più per contrastare il fanatismo e l’ignoranza. E mi parla di un sogno grande. Credo che sotto sotto sappia anche lui che non si può realizzare. Ma mentre me ne parla, capisco che per lui è importante che io lo prenda sul serio. E io lo prendo sul serio davvero, non faccio finta.
Non potrò fare granché per portare il Papa a La Mecca, temo. E non potrà fare granché neanche lui, con ogni probabilità. Però l’ho incoraggiato a scrivere una bella lettera spiegando perché secondo lui sarebbe importante. Al di là della fattibilità del progetto in sé, sono convinta che saranno parole che meritano di essere lette. A me intanto fa un gran bene vedere un giovane uomo capace di non piangersi addosso, di usare le sue energie in modo positivo e di coltivare una fede che io me la sogno.
P.S. Voi però il video con il discorso di Katrine guardatevelo. E’ in inglese, ma un inglese molto chiaro e comprensibile.
Pasqua sull’isola
Non una, ma almeno tre volte ha sorriso la dottoressa bionda, di turno la notte di Pasqua e anche la mattina. Non che ne avesse particolare motivo. Nottata di emergenze, mattina di altre emergenze, pazienti molesti quando non del tutto fuori di senno. E infine le è cascato rovinosamente a terra anche il portatile. Però ha sorriso e ho pensato che era bella e che le ero grata.
Se devo essere del tutto onesta, questa Pasqua in ospedale non mi ha tolto granché. Magari quei due o tre giorni di relax. Mai come in questo momento mi viene voglia di quello che non ho. Che poi se inizio a desiderare una cosa stupida, come la colazione salata con la pizza pasqualina, mi ritrovo a contemplare tutte le mie povertà presenti, passate e future. No, non è proprio il caso.
Storytelling
Mai come nelle ultime settimane ho avuto la percezione di avere accesso a una quantità di storie importanti, che andrebbero raccontate. La forma in cui mi arrivano, di solito, non è esattamente quella canonica del racconto, dell’articolo di giornale o del documentario. Sono storie che parlano attraverso degli intermediari: solitamente colleghi, qualche volta amici, in molti casi colleghi che sono anche amici.
Queste storie quindi hanno ai miei occhi un valore doppio. Sono importanti di per sé, perché raccontano di sofferenze e di vergogne di cui tutti, in quanto uomini, dovremmo interessarci. Ma sono importanti anche perché rivelano che qui e là, in giro per l’Europa e anche in questo nostro Paese a brandelli, ci sono persone che si indignano, che si sentono chiamate in causa e interpellate dall’ingiustizia e che fanno tutto quello che possono per fare resistenza agli orrori commessi in nome della sicurezza. Oggi leggevo di come i passeggeri di un comune aereo di linea abbiano impedito (momentaneamente, è chiaro) che un rifugiato curdo venisse rimandato in Iran. Il governo svedese probabilmente riuscirà a rimandarcelo, alla fine. Ma se le nostre sono democrazie come ci vantiamo che siano, prima o poi i cittadini riusciranno ad opporsi a questa deriva disumana.
Persino Alfano, di cui tendenzialmente non sono un’ammiratrice, poco fa alla Camera ha detto: “Noi non faremo morire le persone in mare per 500mila voti in più della Lega. Ci faremo carico della sicurezza dei cittadini e dell’accoglienza. Se voi volete la sicurezza e i morti sappiate che noi vogliamo la sicurezza e i vivi”. Credo e spero che questo sia un buon segno.
Un giorno ci faranno il film, e piangeremo. Un bellissimo post scritto mesi fa dalla mia amica Anna mi torna continuamente in mente in questi giorni. Mi immagino i cento bambini in fuga sulla piazza della stazione di Catania di cui mi parla Elvira. Vedo lo sguardo terrorizzato del giovane eritreo (“ma secondo noi non ce li aveva, 18 anni”, dicono Annamaria e Azim) che da Vicenza è scappato, in ciabatte e felpa, senza soldi, senza cellulare, probabilmente perché a lui il mio Paese fa paura quanto e più della Libia. Riferendosi a lui e a altri due ragazzi, anch’essi scappati poche ore dopo dalla città, il sindaco di Vicenza ha scritto una lettera ufficiale dicendo: “E’ oggi fondamentale far capire che l’Italia non è il Paese del Bengodi, dove chi arriva viene ospitato gratuitamente senza lavorare, con vitto, alloggio e quant’altro assicurati”. Oserei dire che il messaggio è arrivato, e anzi probabilmente era già arrivato da un pezzo attraverso l’esperienza di tanti altri rifugiati in questi anni, senza bisogno che il sindaco di prendesse il disturbo di metterlo nero su bianco.
Loro in albergo e i poveri italiani bisognosi per strada
“Loro” sono i rifugiati, le persone sbarcate sulle coste, oppure soccorse in mare a largo di Lampedusa. Quelli per cui, dopo il naufragio del 3 ottobre, i nostri figli hanno fatto un minuto di silenzio a scuola. Mi scuso in anticipo se questo post avrà un tono un po’ polemico. Cercherò per quanto mi è possibile di darvi informazioni oggettive. Ma certi articoli di giornale, condivisi qua e là, grondano malafede al punto da farmi vedere rosso. Non posso quindi esimermi dal mettere qualche puntino sulle i.
Cerchiamo di essere chiari e sintetici. Se poi avete domande e richieste di spiegazioni ulteriori, sarò felice di rispondervi, in pubblico o in privato. Vi prego solo di porle con garbo e rispetto. Quello che sta accadendo in Italia mi tocca profondamente e parlo di questi argomenti non per mero esercizio dialettico, ma avendo sotto gli occhi tragedie indicibili di cui sono diretta testimone. Lo siamo tutti, in realtà, anche se in questo momento non ne siamo consapevoli.
1. Chi arriva in Italia in fuga da una guerra (come quella in Siria) o da persecuzioni ha diritto di chiedere protezione. Lo dice la convenzione di Ginevra, svariate normative europee, la legge italiana. Su questo non ci piove. “Ma non possiamo accoglierli tutti” è un’obiezione, nel caso dei rifugiati, semplicemente non pertinente. Tra l’altro da noi ne arriva davvero un numero modesto, in termini assoluti e in termini relativi. I dati parlano da soli: 27.830 domande d’asilo presentate in Italia nel 2013. In Francia ce ne sono state 64.760, in Germania 126.705.
2. Chi chiede asilo, durante il periodo in cui lo Stato esamina la sua domanda e dunque decide se la persona ha diritto di restare o no, deve essere ospitato in una struttura di accoglienza. Anche in questo caso, si tratta di un obbligo non derogabile. L’Italia spesso e volentieri ha derogato, in realtà, ma adesso siamo stati più volte bacchettati dalle varie istituzioni europee e quindi si sta più attenti. Sull’attuale stato dei vari sistemi di accoglienza per richiedenti asilo in Italia è meglio stendere un velo pietoso. Ma comunque, nonostante il fondamentale apporto numerico del famigerato CARA di Mineo (4.000 posti in mezzo al nulla), si continua a non avere posti sufficienti.
[E come mai, vi chiederete voi? Forse il numero dei richiedenti asilo da un anno all’altro è imprevedibile? Forse è una novità per lo Stato l’obbligo di accogliere almeno chi chiede asilo (un rifugiato riconosciuto può essere tranquillamente lasciato per strada)? La risposta è no. Il numero di domande d’asilo, salvo fisiologiche oscillazioni da un anno all’altro, è costante e prevedibile. L’obbligo non è una novità. Ma in Italia la programmazione evidentemente ci pare cosa per deboli. Forse perché qualcuno ha una predilezione per le emergenze?]
3. Arrivano persone, non ci sono posti, che si fa? Scatta la procedura d’emergenza. Il ministero degli Interni, attraverso le Prefetture, si mette alla ricerca di strutture qualsivoglia in giro per l’Italia. In questo caso il lungimirante progetto è: attivare convenzioni dirette con chiunque abbia posti da mettere a disposizione per tre mesi a 30 euro al giorno per persona accolta. E’ bene precisare, prima che qualcuno tiri fuori la calcolatrice per fare il conto della paghetta ingiustamente attribuita al profugo scroccone, che i soldi vanno all’italianissimo gestore, non ai richiedenti asilo. Chi ha partecipato, chi partecipa? Enti, associazioni, cooperative esperte di accoglienza, nel migliore dei casi. O, nel peggiore, chiunque abbia una struttura inutilizzata o sottoutilizzata e voglia prendersi un po’ di soldi. E’ una storia già vista in altre occasioni: alberghi vuoti o in ristrutturazione, conventi diroccati, palazzine inagibili in mezzo alla campagna, baite alpine… Cominciate a capire il punto?
4. Ma almeno si risparmia? Ma certo che no. Anzi, si spreca. C’era un’alternativa? Certo che sì. E’ stato appena rifinanziato il Sistema nazionale di accoglienza ordinario, che è composto di progetti presentati dai Comuni in partenariato con enti esperti sul territorio, vincolato a precisi parametri di efficienza e qualità. Sono stati finanziati 16.000 posti, ma comunque non si era esaurita la graduatoria. Si sarebbero potuti usare gli stessi soldi per finanziare il resto dei progetti, evitando dispersioni sul territorio e improvvisazioni, assicurando a chi è appena arrivato in fuga da una guerra un’assistenza qualificata e stabile. E allora perché si è scelto di fare diversamente? Misteri italiani.
Io un’ipotesi ce l’ho. Sarò malevola, ma mi pare che così chi vuole fare dell’accoglienza di queste persone un business, libero da controlli e standard qualitativi, ha modo di farlo. L’emergenza consente di derogare a tutto. Anche questa è una storia già sentita. E intanto ci tocca anche sentire le lamentele dei poveri cittadini inorriditi del fatto che per “questi qui” si aprano addirittura gli alberghi. “Non sono razzista, ma…”. E dietro quel “ma”, valanghe di spazzatura. Che poi magari ci attaccano pure l’ebola.
Che vergogna.
