E se non fosse così?


Uno dei test frivoli e sciocchi che girano su Facebook oggi mi chiedeva quale fosse la mia paura più grande. D’istinto, prima di ragionare sul serio, ho risposto: “Non avere una famiglia”.
Le mie frastagliate vicende sentimentali mi hanno lasciato un grande rimpianto: non essere riuscita, come vedo tante persone fare, a ricomporre una famiglia allargata,  piena di amore trasversale e comunque calorosa di legami.
Oggi mi sono trovata a brusco confronto con una delle mie storiche aspettative deluse: invecchiare insieme. Per la prima volta ho toccato con mano la relatività di un valore del genere.
Di tanto in tanto telefono a un mio ex professore dell’università. La sua famiglia è regolarissima, con tanto di foto di figli e nipoti sul pianoforte a coda del salotto.
Sua moglie era la fidanzata di quando erano entrambi studenti. E ora, proprio come ho sempre fantasticato io, stanno invecchiando insieme.
Ecco, da tanti particolari che filtrano qua e là, sfondo sonoro delle mie visite e telefonate, solo oggi di colpo mi sono sorpresa a pensare che non li invidio poi tanto.

Non sono una turista


Tante volte mi sono sorpresa a invidiare chi viene a Roma da turista. La meraviglia, la piena disponibilità di tempo per vedere, gustare, catturare ricordi di una città straordinaria. Chissà perché poi ho sempre pensato che il visitatore occasionale di Roma possa gustare solo il meglio, libero com’è dal trantran della routine lavorativa e familiare. A volte, davanti al Pantheon, ho persino guardato con desiderio le finestre di un certo albergo dove, nella mia fantasticheria, avrei soggiornato nella mia vita parallela di ricca turista che esplora per la prima volta la Città eterna.

Qualche giorno fa, dopo una breve pausa a casa, tornavo all’ospedale dove era ricoverata mia figlia. Il tragitto, a piedi, faceva parte della pausa. Sono arrivata sulla terrazza del Gianicolo e mi sono fermata un minuto a respirare davanti al panorama. E allora ho capito, con chiarezza, che sono contenta di non essere una turista. Perché non mi ero fermata lì per guardare per la prima volta un paesaggio da cartolina, ma per farmi consolare da quella bellezza straordinaria e familiare.

Ho pensato alla recensione de La Grande Bellezza che ha scritto la mia amica Silvia: “Ecco perché è ambientato in una Roma metaforica: perché Roma è ESATTAMENTE così. E’ la scenografia perfetta, perché non è solo sfondo, ma è una delle attrici protagoniste”. E ho capito che per me Roma è più che una città. La vivo, la camino, la respiro e la maledico ogni giorno. La vedo la mattina appena si sveglia, come una moglie che si stiracchia e fa una smorfia sul cuscino (dovrei dire un marito? No, perdonatemi: Roma è femmina). Sono con lei giorno dopo giorno, nei momenti memorabili e in quelli che dimentico un attimo dopo averli vissuti.

Mettere un ospedale pediatrico sul Gianicolo mi è improvvisamente parsa una decisione sensata. Ho ripensato al 2007 e ai pensieri che, proprio per quello stesso viale alberato, avevo formulato.  Credo che nei momenti in cui il turbamento è stato tale da non riuscire a condividerlo nemmeno con amici e familiari, Roma mi ha sempre capito al volo.

Millenni d’esperienza serviranno pure a qualcosa.

Domande


Sono in una Bruxelles inaspettatamente fiorita e inondata di sole. Nell’ultima settimana lavorativa, grazie ad alcune occasioni di formazione e esperienze varie, ho un mucchietto di domande che mi si è formato in testa, ciascuna delle quali richiederebbe una certa dose di riflessione e, possibilmente,  qualche bella chiacchierata con colleghi e non colleghi.
La verità è che molto probabilmente non ci sarà tempo per nulla di tutto ciò. Finirà che questi spunti resteranno lì,  in attesa di essere ripescati un giorno dalle nebbie dell’oblio. Forse a quel punto non serviranno più.
Avrei la tentazione di elencarli qui, questi spunti di discussione,  per non dimenticarli. Ma per questo è più che sufficiente il mio quadernino personale.
Resta però il rimpianto tipico delle occasioni perse. Mentre trascorrono veloci i venti minuti di pausa di un meeting di dubbia utilità, mi immagino in questo parco profumato di magnolia a chiacchierare delle questioni che adesso più mi stanno a cuore. Un giorno,  un giorno e mezzo. Sarebbe stato un grande sollievo. Probabilmente non avrei cavato un ragno dal buco lo stesso, ma la mia anima sarebbe più leggera.

Sopravvivere ai colleghi americani


Qualche volta capita anche a me di partecipare a gruppi di lavoro trasnazionali. Non spesso, ma capita. Oggi, ad esempio, è capitato. Non so se anche voi avete esperienze analoghe, ma io rischio tutte le volte di soccombere a un senso di inadeguatezza travolgente.
Stavolta però ho deciso di non farmi cogliere impreparata e ho eleborato una precisa strategia. In cinque punti. Per ogni criticità, un preciso consiglio. Potrei quasi riciclarmi come coach di me stessa.

1. Inadeguatezza linguistica. La base, la madre di tutte le insicurezze. Avete l’impressione che loro, gli americani, non facciano nessuna fatica a trovare le parole per dirlo, come si suol dire. Beh, è così. La lingua di lavoro è l’inglese,  quindi bella forza. Rassegnatevi, ma concedetevi qualche segreta soddisfazione di tanto in tanto. Scegliete tra i ricordi di scuola una bella poesia classica che conoscete a memoria (tipo Foscolo, Tasso, Manzoni o al limite Carducci). Nei momenti di frustrazione/noia ripetetela mentalmente,  cercando di assaporare con particolare attenzione il suono delle vocali e delle liquide. Lo sapete, vero, che loro non saprebbero mai pronunciare quei versi?  Ecco. È una piccola soddisfazione che aiuta a tamponare le emergenze. Per la strategia complessiva rimando al punto 5.

2. La qualifica. Vi chiederanno, immancabilmente, quale sia il vostro job title. Può darsi che anche voi, come me, ne siate sprovvisti. Avete due opzioni. La prima, più facile ma più rischiosa, è millantare. Scegliete un job title dei più generici, che abbia qualche addentellato con quello che fate davvero,  e attenetevi a quello. Ma se voi, letta questa guida, vi sarete adeguatamente preparati potrete qui sfoggiare una delle battute spiritose che avrete previamente confezionato. Ve ne serviranno almeno due, da alternare.

3. Ce l’avete un target group? Loro, gli americani, faranno spesso riferimento a interlocutori professionali di livello alto e ne sapranno sviscerare nel dettaglio le caratteristiche specifiche. Vi farete l’idea di un mondo di persone competenti, razionali, efficienti e proattive. Un mondo che per voi, in Italia,  appartiene probabilmente alla sfera della fantascienza. Attenzione: in questo caso il problema è tutto vostro. Stroncatelo con la decisione che merita una mera pippa mentale. Loro non sapranno mai con chi avete a che fare. Anzi, più precisamente,  figuri come quelli che girano in Italia loro non se li immaginano neanche. Se siete del tutto onesti, a volte stentate a immaginarveli persino voi che li vedete con i vostri occhi e li sentite con le vostre orecchie. Traetene le debite conseguenze.

4. Gli schemi di lavoro. Qui vi si richiede uno sforzo culturale. Il facilitatore del workshop vi propone una attività che vi ricorda pericolosamente l’animazione dei campi scuola parrocchiali della vostra infanzia. Loro sono perfettamente a loro agio, come se non avessero mai fatto altro in vita loro. Partite dalla considerazione che probabilmente è proprio così. Levatevi immediatamente quell’aria sbigottita dalla faccia. Deponete la speranza che si tratti di una metafora: è un concetto desueto e anzi probabilmente dall’imbarazzante giochino dipenderà la programmazione strategica della vostra organizzazione/azienda. Usate l’arma segreta del genitore (o al limite dello zio, se non avete figli). Avete presente la faccia che usate quando un bambino di prima elementare fa i compiti e voi non dovete assolutamente tradire il fatto che considerate l’esercizio richiesto del tutto idiota perché altrimenti l’alunno non prenderà sul serio la scuola in generale?  Ecco,  l’espressione corretta è esattamente quella.

5. Aurea mediocritas. E ora un suggerimento di carattere generale. Individuate almeno un elemento del gruppo che è peggio di voi: uno che russa dall’inizio della sessione pomeridiana,  ad esempio. Oppure il collega non anglofono finito per errore nel gruppo sbagliato. Prendetelo come indicatore e ambite a collocarvi a un gradino più alto,  ma senza esagerare.  Lasciate cadere un paio di frasi di tanto in tanto. Siate sintetici, leggermente allusivi e assumete un’aria concentrata. In un caso, massimo due, annuite vigorosamente. Non scarabocchiate sul bloc notes: potrebbero pensare che prendete appunti e incastrarvi per riferire alla sessione plenaria.

Così dovreste sopravvivere. Coraggio e tanta,  tanta solidarietà.

Primo vere


Sembra già finita, la primavera. La settimana scorsa ci sbracavamo in infiniti picnic, il sole glitterava i palazzi romani e gli alberi di Monteverde sfoggiavano fioriture spettacolose.
Oggi piove a tratti e il cielo è lattiginoso. Si dice che le temperature precipiteranno e resteranno basse fino a mercoledì. La passione diffusa per il meteo ha l’indubbio effetto di anticipare di almeno 48 ore la delusione che si prova quando il tempo finisce per guastarsi.
Ho festeggiato la primavera con un giorno di ferie e una visita dal parrucchiere. Però sono costretta a rilevare che lei, la primavera, non ha festeggiato me. Adesso ci teniamo un po’ il muso.
Newroz, la maratona di Roma, la giornata di primavera del FAI. Alla fine ho evitato tutti questi eventi, pure carichi di ricordi positivi. Anzi, questo ha di certo contribuito a farmeli scartare tutti.
Sarà per un’altra volta. Meryem si gode la pioggia costruendosi un nascondiglio sotto lo stendino che troneggia in salotto. Dovrei prendere esempio da lei.

Guida all’uso dei mezzi pubblici a Roma


Utilizzare i mezzi pubblici a Roma non è da tutti. Da abbonata annuale e fedelissima utente, mi permetto di dire che è un’arte. Perché a lamentarsi sono capaci tutti, ma non molti sono in grado di interpretarne al meglio le potenzialità. E io, modestamente, mi annovero tra quei non molti.

Per questa ragione, ho deciso di sintetizzare qui, a beneficio dei lettori, una agile guida in cinque punti che potremmo intitolare “Come usare i mezzi pubblici a Roma, sopravvivere e diventare anche una persona migliore“.

1. Serve preparazione. No, non basta farsi dire il numero dell’autobus da un amico. La preparazione deve essere accurata, olistica e multimediale. Il sito dell’Atac dà risposte diverse a seconda di come lo si interroga, come le migliori opere sapienziali dall’antichità ad oggi. Individuato un primo tragitto, bisogna passarlo al vaglio della conoscenza del territorio e dell’esperienza (se turisti, consultare un indigeno o due). Munirsi di almeno due o tre alternative da memorizzare diligentemente.

2. Cercate la giusta prospettiva. Non siate rigidi come i guidatori regolari di mezzo privato o come gli utenti di un servizio pubblico ordinario, italiano o estero. Voi non siete utenti, siete viaggiatori. Non andate dal punto A al punto B, state attraversando Roma Capitale. Bisogna essere proattivi, creativi, flessibili. Non dovete aspettarvi di salire su un mezzo, sedervi e scendere alla meta. Dovete trovare il vostro percorso individuale saltellando in una rete di possibilità, senza dare nulla per scontato. E’ un po’ come surfare nel web. Il fatto che la direzione della corsa, ben visibile sul fronte dei mezzi, sia spesso sbagliata aiuta a non abbrutirsi: Roma non merita utenti pigri e passivi. Tip: gli itinerari migliori sono quelli che prevedono dei tratti a piedi, meglio se non all’inizio o alla fine del percorso, ma in mezzo, per sperimentare link inediti e a volte risolutivi.

3. La tecnologia aiuta, ma non ne siate schiavi. Le palette con i tempi di attesa esistono, ma non a tutte le fermate. Supplisco con la app Muoversi a Roma (per Android o IPhone), direte voi. Ottimo (e diffidate dalle altre app, apocrife, in circolazione). Ma tenete presente che alcuni autobus non sono monitorati e che a volte spariscono dai radar come gli aerei sul triangolo delle Bermuda. Twitter? @InfoAtac è un servizio a suo modo efficiente, ma ha soprattutto la funzione di confortare il passeggero e di offrire solidarietà a distanza. E’ bello non sentirsi soli. Sapere, almeno in certi casi, i motivi della scomparsa del tuo autobus (corteo, macchina privata parcheggiata irregolarmente, malore di un passeggero…) può aiutare a elaborare meglio il lutto. Ma spesso non cambia sostanzialmente le cose. La morale è: fate uso di tutto ciò che può facilitarvi, ma non dimenticate mai l’imprevedibile, l’irrazionale, l’inatteso.

4. Carpe diem. Cogli l’attimo. La necessaria preparazione non deve impedirti di improvvisare. Anzi. Un autobus vuoto che passa davanti a te è un segno del destino. Considera, molto rapidamente, se è il caso di cambiare radicalmente itinerario, o al limite destinazione. No, è inutile che sbuffate, amici nordici: anche le incombenze lavorative possono essere programmate in successione diversa. Non bisogna essere necessariamente dei pelandroni perdigiorno per approfittare di una deviazione imprevista. Lo diceva anche Colombo: buscar el Levante por el Poniente, no?

5. Goditi l’esperienza. Parafrasando Shakespeare, il mezzo pubblico è un palcoscenico sul quale ciascuno recita la propria parte. Anche tu, che ne sia consapevole o meno, fai parte dello spettacolo. E allora tanto vale che ti gusti questo privilegio. Sui mezzi pubblici è concesso, e anzi consigliato:

  • origliare le conversazioni altrui e al limite divenirne parte;
  • socializzare con il conducente;
  • farsi spettatore di performance di arte varia, dalle più classiche esibizioni musicali alle più imprevedibili conferenze del “matto colto”, figura tipica del mezzo pubblico romano;
  • partecipare a sessioni di costruzione del pensiero collettivo, solitamente di impronta satirica.

Vedete dunque che magari i mezzi di Roma non rispondono del tutto all’obiettivo effimero di trasportare l’utente rapidamente e comodamente da un capo all’altro di un itinerario, ma questo è dovuto al fatto che rispondono a molti altri obiettivi, se vogliamo più importanti e durevoli: potenziare gli skills organizzativi, sviluppare il pensiero laterale, allenare la mente meglio della Settimana Enigmistica, tessere relazioni, incoraggiare il contatto fisico (anche estremo) tra le persone, ricordare a tutti la fragilità umana. Scenderete insomma dal vostro autobus (o tram, o metro, o treno, o più verosimilmente una combinazione di tutti i precedenti) probabilmente in ritardo e ammaccati, ma anche un po’ più saggi.

Tre anni


Stasera io e Meryem parteciperemo alla veglia per la Siria in piazza del Campidoglio, in occasione dei 3 anni di guerra. Sono sempre più convinta che coinvolgere Meryem in queste occasioni sia opportuno. Quando gliel’ho proposto lei ha accettato convinta. L’unica piccola delusione è stata sapere che “quella signora tanto brava a cantare” (Evelina Meghnagi), che era intervenuta alla veglia per le vittime del naufragio del 3 ottobre, probabilmente stavolta non ci sarà. Non posso fare a meno di pensare che io non ero tanto più grande (8 anni) quando mia madre mi portò alla camera ardente di Luigi Petroselli. Allora non sapevo nemmeno bene chi fosse e perché mia madre ci tenesse ad andare. Eppure ricordo con molta precisione quella visita e ho conservato dentro di me il messaggio che quella era un persona da apprezzare e stimare. Un messaggio positivo e un orientamento concreto, nonostante il cadavere.

Meryem sente parlare di guerra in Siria già da un anno. Ha partecipato all’iniziativa, improvvisata, #disegniperlaSiria. credo quindi che esserci insieme, pubblicamente, per comunicare che questa situazione ci importa, non sia una forzatura.

Certe volte mi rendo conto, da osservazioni che raccolgo casualmente, che anche sull’unico conflitto in qualche misura mediatico persino in Italia molte persone in perfetta buona fede dimostrano una totale disinformazione e inconsapevolezza. Approfitto di questa occasione per fare tre piccole precisazioni. Spero di non risultare antipatica o maestrina, non è certo questa la mia intenzione.

1. La guerra in Siria non è una guerra religiosa, men che meno una persecuzione di cristiani da parte dei musulmani. Tutti i siriani soffrono allo stesso modo. Anzi, paradossalmente in questo momento la sofferenza sembra l’unica cosa che tutti i siriani hanno in comune.

2. La situazione in Siria è indescrivibile. Ma non basta passare un confine per essere al sicuro. I rifugiati siriani in Libano, Giordania e Turchia non sono meno bisognosi di assistenza e protezione. Trovare il modo di offrire vie di fuga sicure e efficaci non solo dalla Siria, ma dall’intera regione, in questo momento è urgente e prioritario. Il che, mi rendo conto, cozza con la sensibilità diffusa che “è meglio aiutarli a casa loro” o almeno il più vicino possibile a casa loro (o il più lontano possibile da casa nostra). In questo caso, credetemi, per sopravvivere è necessario allontanarsi. I numeri parlano da soli.

3. I soldi servono, non starò qui a negarlo. Se fate offerte, accertatevi che l’organizzazione a cui le fate sia affidabile e operi effettivamente per la causa che vi sta a cuore. Ma è importante anche andare oltre le mere necessità materiali, anche se sono immense. I rifugiati non sono vittime di calamità imprevedibili e immodificabili. Non smettiamo di chiederci quali sono le cause e le concause delle sofferenze di tutte queste persone, bambini compresi. Si può modificare qualcosa? Certamente sì. A tanti livelli. Abbiamo rispetto dei siriani. Non stanno solo morendo di fame. Tutto questo per dire, per l’ennesima volta: anche parlarne è importante. La nostra indifferenza è percepita dai siriani come una violenza ulteriore. Forse sarete scettici rispetto a questo. Ma ve lo assicuro, è proprio così.

Una festa esclusiva


Una delle amiche di mia figlia è peruviana. Le bambine sono in classe insieme fin dalla materna e la mamma di C., giovane e piuttosto riservata, si è ormai arresa alla nostra costante presenza, anche per merito della presenza affettuosa di tata Silvana. E’ stata comunque una piacevole sorpresa essere invitate a festeggiare il compleanno di C. a casa loro. “Non è una festa”, si è affrettata a precisare la mamma. “Ci vediamo con zii e cuginetti. Ma se ci siete anche voi ci fa piacere. In un certo senso ormai siete parte della famiglia”.

Non sapevo bene cosa aspettarmi ed ero anche preparata, eventualmente, a lasciare Meryem e ripassare a prenderla più tardi, per non essere inopportuna. E invece la frase della mamma non era una frase fatta. Ci hanno accolto con affetto e naturalezza, come membri della famiglia.

Al mio arrivo mi hanno chiesto se parlassi spagnolo. Io ho confessato che, sebbene capisca un minimo, in effetti non lo parlo. Da quel momento tutti, bambini inclusi, hanno parlato per tutto il pomeriggio – anche fra loro – esclusivamente in italiano. Anche la canzoncina di compleanno è stata cantata prima in italiano e, a seguire, in spagnolo. Mi sono immaginata questa scena in una riunione di famiglia italiana e ho provato un certo imbarazzo.

Meryem è subito sparita a scatenarsi con i cuginetti dell’amichetta, di età assortite. Io non ho più avuto alcun impulso di fuga, perché ho potuto godere di un’ottima conversazione, varia e di livello, che ha toccato tra l’altro critica cinematografica (con particolare riferimento a La grande bellezza), politica italiana e soprattutto internazionale (visto che si è presto convenuto che su la prima c’è piuttosto poco da dire), con particolare riferimento alla Turchia quando è emerso che il padre di Meryem viene da lì, genitorialità. Una delle zie, anch’essa considerevolmente più giovane di me, raccontava di quanto sia affascinante il fatto che genitori non si nasce, ma si cresce (ho avuto il sospetto persino che conoscesse un certo sito leader del settore).

Mi hanno raccontato aneddoti di famiglia e hanno riso educatamente ai miei, si è inevitabilmente venuti a parlare anche di immigrazione e della drammatica assenza di mobilità sociale nel nostro Paese. Alcuni di loro sono venuti qui coltivando il sogno di poter mettere a frutto le proprie potenzialità, ma dopo molti anni si sono resi conto che le opportunità sono  poche e poco realistiche. Eppure restano ottimisti e fiduciosi rispetto a una possibilità di cambiamento, anche politico: “questo è il Paese dove stanno crescendo i miei nipoti, non posso arrendermi così facilmente”, mi ha gentilmente redarguito uno degli zii mentre esprimevo tutto il mio sconforto di elettrice e cittadina. Un pomeriggio che mi ha fatto pensare.

Prestereste il vostro account Twitter a un rifugiato?


Io ho deciso di farlo. Per una settimana. Una giovane coppia di rifugiati siriani quindi manderà dei tweet sulla loro esperienza a beneficio dei miei “seguaci” su Twitter e dei miei amici su Facebook.

Vedo che oggi molti condividono un video dolorosissimo di Save the Children sull’impatto della guerra in Siria sulla vita di un bambino. “Solo perché non accade qui non significa che non stia accadendo”. Vero. Ricorderete di quando vi ho proposto di mandare dei disegni dei vostri bambini per i bambini siriani rifugiati. Qualcuno l’ha fatto, coinvolgendo classi intere. Quando la mia collega Francesca, l’estate scorsa, ha consegnato i disegni a un gruppo di bambini rifugiati in Giordania, ha portato indietro alcuni disegni fatti da loro. Mi ha molto colpito il fatto che in quei disegni, pure accurati e coloratissimi, non ci fosse una casa che poggiava solidamente sulla linea di terra. Tutte le casette galleggiavano in aria. Persino io, senza alcuna nozione, capisco che sono disegni che esprimono un profondo sconvolgimento e turbamento.

Ieri è partita una campagna europea organizzata dall’ECRE, a cui il Centro Astalli ha aderito, insieme ad altre 100 organizzazioni in 34 Paesi. Si chiama Europe Act Now.

Sono previste varie azioni di advocacy, tra cui una lettera alle istituzioni europee e una, che abbiamo mandato ieri, a quelle italiane, con richieste abbastanza specifiche e concrete:

– Garantire ai rifugiati un accesso protetto in Europa

– Fermare i respingimenti e proteggere i rifugiati arrivati alle frontiere europee

– Ricongiungere le famiglie separate dalla guerra.

La mia famiglia è bloccata in Egitto. Escono raramente perché temono di essere arrestati. Se venissero imprigionati sarebbero costretti a scegliere tra rimanere in prigione o tornare in Siria. Hanno bisogno di lasciare l’Egitto, ma i miei genitori sono anziani e non possono affrontare il pericoloso viaggio in mare o essere trattenuti in aeroporto, se arrivassero in aereo. La nostra unica speranza è trovare un modo legale per portarli in Europa. Così ha raccontato ieri alla conferenza stampa un rifugiato siriano che vive a Bruxelles.

Curiosamente una storia molto simile mi è stata raccontata ieri da un amico: riguarda un giovane eritreo che al momento si trova in Israele e rischia di essere rimandato in Eritrea da un momento all’altro. Se potesse arrivare in Italia potrebbe chiedere asilo e probabilmente ottenerlo, così come tutti i rifugiati dalla Siria. Ma come arrivare? Vie legali non ne esistono e invece, se non si vuole che la protezione internazionale resti una pura teoria, dovrebbero esisterne.

Sono cose di cui non si parla e a cui non si pensa. L’invito, invece, è cercare di pensarci, di ricordarsene e possibilmente di far vedere che ci interessa. Alcune politiche importanti potrebbero essere cambiate, se ce ne fosse la volontà. Non pensiamo alla statistica, alle masse anonime. Pensiamo a persone concrete, con nomi e facce. La campagna Europe Act Now ci può aiutare in questo. Incontrare un rifugiato, anche solo sulla propria timeline, è un’esperienza che vale  la pena di fare.

Sul sito http://www.helpsyriasrefugees.eu si può firmare la petizione e anche scegliere, come ho fatto io, di dar voce ai rifugiati della crisi siriana attraverso i propri account Twitter e Facebook.

La campagna Europe Act Now  durerà per 4 mesi e terminerà in concomitanza con la Giornata Internazionale del Rifugiato del 20 giugno 2014.

Se vi va, unitevi. E magari passate voce a chi ha tanti tanti follower… 🙂

A proposito di Oscar


Impazza il dibattito su La Grande Bellezza. Io ne ho visto poco più di metà, e per giunta su piccolo schermo, con tanto di interruzioni pubblicitarie. Dopo una notte di sonno ho realizzato che mi ricordava da morire This must be the place. E grazie tante, direte voi. Il regista è lo stesso. Sì, ma io questo l’ho scoperto solo molto più tardi. La formula mi pare identica. Apprezzo il buono, anzi l’eccellente recitazione soprattutto del protagonista, la fotografia da ipnosi, soprattutto su schermo grande, le buone intuizioni nei dialoghi e alcune battute memorabili, ma resto con un senso di fastidiosa insoddisfazione. Sono stata cresciuta con l’idea che un film debba essere un organismo perfetto, qualcosa che armonicamente funziona in tutte le sue componenti. Il pensiero corre immediatamente a Visconti (Morte a Venezia, Senso, Il Gattopardo), ma per onestà mi dico che la magia è in buona parte nell’occhio e nelle aspettative di chi guarda. Quello che davvero mi ha disturbato in questo ultimo film di Sorrentino erano le scene da spot dell’ufficio del turismo, la scelta sistematica di location romane belle, per carità, ma davvero gratuite ai fini della narrazione. Le grandi città sono bei soggetti di film, ma mi piace di più quando si indovinano (tipo Istanbul ne Il bagno turco di Ozpetek: tutti interni tranne una fugace occhiata della macchina da presa; ma anche Roma in La finestra di fronte o Le fate ignoranti).

Ma non volevo parlarvi di questo. Nemmeno, in effetti, volevo improvvisarmi critica cinematografica. Solo aggiungere una considerazione. Siccome casualmente ho visto il pluripremiato “12 anni schiavo” e mi sento molto fiera del mio tempismo, del tutto insolito per una reclusa come me, ci tenevo molto a darvi il mio parere non richiesto (anche perché ai pochi che me lo hanno richiesto l’ho già dato). Lungi da me dire che è un brutto film. Brad Pitt che fa il buono troppo buono ha un sentore leggermente stucchevole, ma ci sta con il sapore ottocentesco del tutto. Certo, è un classicone che più classico non si può. Didascalico, in un certo senso. Anche piuttosto lunghetto, in modo che uno capisca bene.

Quello però che mi veniva da pensare è che a me un film come questo fa sempre un effetto un po’ strano. Perché contribuisce a trasmettere l’idea che la schiavitù sia un fenomeno di un certo periodo storico, non così tanto lontano dal nostro come saremmo portati a credere. Non stiamo parlando di antica Roma, cari spettatori, ma di relativamente poche generazioni orsono.

Però a questo punto a me scatta spontanea una aggiunta: anche oggi, in questo momento, esistono gli schiavi. Non solo in senso metaforico, purtroppo. Anche in senso letterale, specifico. Persone che, come nel film, vengono rapite e vendute. Passano di mano in mano. Sono oggetti di proprietà di qualcuno. Io ne ho conosciuto uno e i miei colleghi molti di più. Per non parlare poi, come ricordava il direttore di Amnesty alla proiezione a cui ho partecipato, di tutte quelle persone che sono talmente prive di diritti e di possibilità anche teorica di accedervi, da poter essere tranquillamente assimilate alla stessa categoria. Queste ultime è più facile vederle e incontrarle, nelle campagne italiane, agli smorzi, per le strade della nostra città. Tante persone che nella vita non incontreranno mai Brad Pitt.