Non mi piace


Non mi piace chi sgomita, in senso reale o figurato, perché è convinto di meritare qualcosa di più degli altri, a prescindere.

Non mi piace chi sbandiera disgrazie proprie e altrui come voci di curriculum.

Non mi piace chi se ne lava le mani.

Non mi piace chi omette o mente perché l’interlocutore, poverino, non capirebbe.

Non mi piace chi ha l’abitudine di inventare club segreti e riservati per qualunque fesseria.

Non mi piace chi, poi, dice: “Ma come potevo immaginare…”

Non mi piace chi piagnucola e si lamenta. Come dire che oggi non mi piaccio granché.

Riflessi


A Genova, alla Città dei Bambini, c’era una specie di specchio fatto per mischiare i riflessi. Due persone sui sedevano da una parte e dall’altra e la superficie rifletteva un’immagine composita. Meryem non voleva essere fotografata e mi ha boicottato. Sono riuscita comunque a rubare questo scatto. Ci sono soprattutto io, ma guardando bene si vedono i suoi occhi.

La settimana prossima inizierà le elementari e io non sono presente, soprattutto con la testa, quanto vorrei in questi giorni di attesa. La vedo ogni tanto grandissima, ogni tanto ancora piccola. Credo sarà così per tutta la vita a venire, sono sua madre. Però questa foto mi ricorda anche che, qualunque cosa succeda, in me e in tutte le cose che faccio ci sarà sempre un riflesso di lei. E anche in lei vedo riflessi improvvisi di me. Una risata, una smorfia, l’irrequietezza e, questa estate, il gusto di saltellare in giro di sorpresa in sorpresa.

Poi però ci alziamo dallo specchio magico e siamo due persone diverse, ognuna con il suo tragitto verso il futuro.

Si torna a scuola (o almeno si dovrebbe)


Eccoci qui, la Guerrigliera sta per debuttare alle elementari, la scuola “vera”. Io però, vi confesso, sono una madre particolarmente distratta, in questo periodo. Le periodiche discussioni on line sulla scuola pubblica, gli orari delle riunioni e la carta igienica le seguo con la coda dell’occhio. La botta di commozione ancora non l’ho avuta. Ammettiamolo, la mia testa – aiutata dalle circostanze, lavorative e internazionali – tende ad andare oltre. La lacrimuccia ve la racconterò, semmai, la settimana prossima.

Circa un anno fa vi ricordavo la Siria e i bambini che non potevano tornare a scuola. Ora che sono passati altri dodici mesi, pare che il resto del mondo abbia scoperto che in Siria c’è la guerra. Ho letto oggi un’intervista a Anne, una collega del JRS che ho conosciuto un anno e mezzo fa a Bangkok. Lascio a lei, più autorevolmente, il compito di descrivervi (attraverso un’intervista rilasciata al mensile Popoli) cosa stanno vivendo le famiglie siriane e i loro bambini in questo periodo. Estrapolo solo una frase, che credo sia un pugno nello stomaco per chiunque (genitori in particolare): “La guerra non è solo distruzione fisica, ma anche sconvolgimento di un percorso di crescita. Ogni bambino che partecipa alle attività del Jrs ha fatto esperienza di traumi o lutti in famiglia”.

Non vi parlo di questo per rovinarvi la gioia e l’emozione legittima del primo giorno di scuola dei vostri figli. Certamente non per farvi sentire in colpa della pace e del relativo benessere di cui tutti, più o meno, godiamo. Però sono convinta davvero che tutti, genitori e educatori, abbiamo la responsabilità di tenere gli occhi spalancati sul mondo, di sapere e, quando ci viene richiesto, di prendere una posizione (il Padre Generale della Compagnia di Gesù, ad esempio, una posizione l’ha decisamente presa, ed è questa).

Dobbiamo parlarne anche ai nostri figli? Secondo me sì. Scegliendo i termini giusti, non indugiando nel macabro, non scadendo nel moralismo d’accatto (no, non potete tirare in ballo i bambini siriani che muoiono di fame per non comprare la cartella dei Pokemon, secondo me). Il nostro obiettivo è far crescere degni esponenti dell’umanità e, se l’umanità è una, anche queste situazioni ci devono interessare (un tempo si diceva “Homo sum, humani nihil a me alienum puto“: ah, la cultura classica, signora mia!).

Oggi ho rivisto la mia collega Francesca, che ha trascorso un periodo in Giordania collaborando a un progetto del JRS per i rifugiati. Ha consegnato a una scolaresca entusiasta e disegni per la Siria che mi erano stati inviati per iniziativa di due lettrici di questo blog.  Francesca mi racconta che se li sono letteralmente litigati. Che anche qualche segno di pennarello di un artista in erba di tre anni è stato visto come un dono di valore immenso. Credo che noi non ci rendiamo conto, nella nostra frenesia di efficienza, di quanto un piccolo gesto di attenzione possa essere importante. Ringrazio quindi chi ha preso sul serio il mio invito, che suonava peraltro abbastanza esitante. Se altri volessero aggiungersi, potete spedire i disegni al mio indirizzo di ufficio (Chiara Peri, Centro Astalli, via del Collegio Romano 1, 00186 Roma) e io troverò il modo di farli arrivare a destinazione.

Soprattutto però parlate ai vostri bambini della guerra. Altrimenti le mille poesiole in cui ripeteranno la parola “pace” non significheranno molto per loro.

Avvocati by night


“Mamma, cosa fanno gli avvocati?”

Così, dal nulla. Beh, gli avvocati danno alle persone consigli su come risolvere le loro difficoltà, spiegano le regole, aiutano a capirle e a rispettarle (dài, su, ho improvvisato).

“Mmm. Le maestre a scuola hanno detto che gli avvocati aiutano le persone a parlare bene”.

Sì, Guerrigliera, in un certo senso è vero. Piuttosto, a volte parlano al posto loro. E qui mi lancio in una – per me – avvincente descrizione del ruolo dell’avvocato nell’assistenza agli stranieri, che non parlano la lingua… Ma no, non è questo che la interessa.

“Le maestre hanno detto che loro se qualcuno vuole parlare e si porta gli avvocati non ci vanno. Credo che a loro gli avvocati non piacciono”.

Argh. Uhm. Con zelo inizio a riordinare le carte sul tavolo.

“Mamma, ma… cosa fanno gli avvocati di notte?”.

Oddio, figlia mia, presumo che dormano. Ma se qualche esponente della categoria ha delle risposte più convincenti, si accomodi pure.

Chi sono i rifugiati?


Tante e tante volte ho cercato di rispondere a questa domanda, reale o retorica che fosse, nei più diversi contesti. Stamattina, in ufficio, “i rifugiati” hanno preso le sembianze di una bimba di circa tre anni. Fiocchetti rosa nei capelli, jeans scuri, sguardo serio. Saliva le scale, verso il bagno. I gradini sono ripidi, chi è stato nel mio ufficio lo sa. Ha rischiato di inciampare e sua mamma l’ha sorretta. Più tardi mi ha fatto ciao con la mano e mi ha anche sorriso rapidamente.

Anche lei, bambina esattamente uguale alla mia, è “rifugiati”.  Quando Papa Francesco, martedì 10 settembre, verrà ad incontrare i rifugiati, incontrerà anche lei. Ma ricordiamoci anche che quando si ripete la formula stantia (ma sempre attuale)  “mica si può accogliere tutti”, ci riferiamo anche a lei. Quando parliamo di “emergenza”, parliamo anche di lei.  Si dovrebbe sempre riflettere prima di parlare.

Con che diritto…


Con che diritto parliamo di guerra (e di pace) noi che non l’abbiamo mai vista, mai vissuta, mai davvero neanche immaginata?

Così riflettevamo stamattina con una mia collega. Lei aveva ascoltato a lungo una famiglia siriana arrivata da poco. La rabbia e lo sdegno, l’esasperazione di chi arriva e non si capacita che tutto possa essere così sproporzionato rispetto alle aspettative (e al diritto). Io, contemporaneamente, stavo leggendo una biografia di Igino Giordani, che a voi sembrerà che non centri niente, ma invece vi assicuro che qualcosa c’entra.

L’esperienza diretta della guerra è qualcosa che cambia il corso di una vita, esteriormente e interiormente. C’è chi riesce a sublimarla in un grande progetto: penso a Giordani, che ha portato per una vita negli occhi, nel cuore e nel corpo l’esperienza della trincea della Prima Guerra Mondiale, o a Pedro Arrupe, testimone del bombardamento di Hiroshima. Altri, probabilmente i più, cercano vie più umane, meno ambiziose e meno appariscenti per fare i conti con l’indicibile. Spesso, semplicemente, non parlarne. Così come hanno fatto, il più delle volte, i nostri nonni (o genitori).

Oggi, alla vigilia dell’entrata europea nella sanguinosa guerra di Siria, voglio riportare qui un passo dell’intervento di Giordani alla Camera dei Deputati a proposito del Patto Atlantico (16 marzo 1949):

Noi siamo vittime di una politica che non si esprime che facendo la guerra; quindi, politica pazza e criminale. Ho detto che l’assassinio in guerra è omicidio, Ma noi sappiamo che è qualcosa di più, è un deicidio perché nell’uomo sui uccide l’immagine di Dio. Ed è anche un suicidio perché, attraverso qualunque guerra, è il corpo sociale, il corpo di tutta l’umanità che si svena. Che la guerra si combatta in Indonesia e in Cina, che si combatta in Italia o in Germania è sempre l’unico organismo sociale che si dissangua stupidamente. E’ come quando si ferisce una parte del corpo: non è solamente quella parte che si dissangua, ma è tutto l’organismo.

Ancora oggi la politica non si esprime che facendo la guerra.  E nel nostro Parlamento questi discorsi, magari un po’ retorici, ma almeno scaturiti dalla buona fede di chi ha vissuto sulla propria pelle il dramma di dover sparare a un fratello (in senso spirituale, per Giordani; ma qui penso al mio amico sudanese che, in tempi più recenti, si è trovato davvero suo fratello in senso letterale sul fronte opposto al suo), questi discorsi, dicevo, non si sentono più.

Che ne penso?


Mentre i ricordi della vacanza appena trascorsa si sedimentano nella testa e nella memoria, richiamo qui a me stessa (e a voi) che ci sono questioni importanti su cui sarebbe opportuno avere un’opinione.

Iniziamo dalla Siria. Cosa ne penso immagino che non ci sia neanche bisogno di spiegarlo, ho avuto modo di parlarne più volte in questi ultimi due anni. Eppure mi sono sorpresa, ieri, in un attimo di distrazione, a non esserne più sicura neanche io. Potenza dei media? Sta di fatto che per il breve spazio di qualche minuto mi sono trovata a trovare logico e normale l’intervento militare. Qualcosa bisogna fare. Questa indifferenza è intollerabile. Poi mi sono riscossa e ho pensato all’Iraq, all’Afghanistan, alla Libia. Tutti quei luoghi dove le nostre bombe intelligenti hanno portato tutto tranne pace, stabilità, democrazia, diritto.

Certo che qualcosa bisogna fare, ma non altra guerra. Peccato che ormai le armi paiano l’unico strumento che abbiamo per rapportarci con il resto del mondo. La diplomazia, le Nazioni Unite, sono termini che suscitano ormai solo sorrisini di compatimento e alzate di spalle.

E allora mi è tornata in mente una frase di Mariangela Gritta Grainer che ho letto ieri sul web, a proposito della 19°edizione del premio Ilaria Alpi: “Per ora hanno vinto loro”. Per ora. Curiosa espressione per indicare 19 anni di battaglia per la verità, che ha visto soccombere buona parte dei suoi protagonisti.

Non ricordo più come sono incappata nella vicenda dell’esecuzione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, delle navi dei veleni e della falsa cooperazione italiana. Ho letto, mi pare, due o tre libri ben scritti e ben documentati. Certo è che davanti a fatti del genere si avverte con piena consapevolezza quanto poco noi cittadini abbiamo davvero voglia di sapere. “Che cos’è la verità?” (diceva Ponzio Pilato). Certamente qualcosa che non permette di vivere tranquilli. Tanto che anche quando qualcuno la racconta troviamo il modo di aggrottare le ciglia, di sospirare e poi continuare come se nulla fosse stato.

Che c’entra questo con la Siria? C’entra. In questi ultimi mesi i colleghi dell’ufficio internazionale mi hanno fatto riflettere molto sulla “narrazione” sottesa alle notizie sul conflitto. Tutto pareva finalizzato a dipingere un quadro in bianco e nero. Buoni contro cattivi. Al limite cattivi contro cattivi. E adesso i buoni per eccellenza si preparano a intervenire per liberare i buoni di serie B dal cattivo di turno. Come si fa a non trovare insultante questa lettura?

Resto dell’idea che questa presa di distanze non deve essere una scusa per disinteressarci della cosa. Ci deve piuttosto far riflettere: davvero non esistono altri strumenti, altri canali? Chi lo dice? E, soprattutto, chi lo dice è autorevole? Affidabile? Disinteressato?

“Per ora”, dunque, sembriamo felicemente incanalati in un copione che renderà la nostra responsabilità alle stragi del Medio Oriente ancora più esplicita e diretta. Tutto vorrebbe farci credere che questo, come tanti altri “per ora”, sia una condizione destinata a durare in eterno. Però io credo che noi, come cittadini e ancor più come genitori, abbiamo l’obbligo morale di credere che “per ora” non voglia dire “per sempre”.

Ieri sera, presa consapevolezza del momentaneo black-out del mio cervello, mi sono chiesta: se sentire raccontare falsità o mezze verità strumentali, ben condite di immagini strappacore, rincoglionisce persino me, che per lavoro ho molti strumenti di comprensione in più rispetto all’uomo della strada, quanto è grave avere abdicato del tutto a un’informazione decente e con un barlume di indipendenza?

Mi rispondo con un’ovvietà: è molto grave. Si deve fare qualcosa perché questo cambi. Come dico sempre (forse con la realistica consapevolezza che di più al momento non mi è dato fare), iniziamo per esempio a parlarne. Almeno nel nostro personale giro di conoscenze e informazione, cerchiamo di non arrenderci alle opinioni preconfezionate.

Avrete sentito che Rai 1 ha in cantiere un reality sui rifugiati il cui titolo è tutto un programma: The Mission. Anche su questo ho la mia opinione, come immaginerete. Ne vogliamo parlare? Voi avete una vostra opinione in merito? Ho rinunciato a suo tempo a scrivere uno sproloquio di facile ironia sui protagonisti della futura trasmissione e sulle varie imbarazzate e imbarazzanti dichiarazioni rese alla stampa dalle persone coinvolte. Ma penso che varrebbe la pena di capire meglio (se e) perché questo programma è una pessima idea. Vi va?

Back home


Telegraficamente, vi annuncio che alla fine siamo tornate. Praticamente all’ultimo momento utile per il mio ritorno al lavoro, domani. Ho gli occhi, la mente e il cuore ancora traboccanti di bellezza. Il nostro itinerario è stato ricchissimo, zeppo di sorprese, scorci inattesi, regali, consigli, idee straordinarie. Io e Meryem abbiamo sperimentato l’ospitalità in tutte le sue sfumature e goduto dell’infinita varietà del mondo, declinata in paesaggi, specie animali, case, famiglie, caratteri, accenti, esperienze.

Credo che si intuisca che il friendsurfing lo rifarei (e spero che lo rifarò) mille volte ancora. Ringrazio ancora pubblicamente tutti quelli che ci hanno accolto, sopportato, voluto bene, incoraggiato, che hanno cambiato programmi, viaggiato a loro volta, spostato letti, fatto lavatrici (talora dal contenuto improprio), incomodato familiari e animali domestici, preso in prestito macchine e persino furgoni per essere parte della nostra vacanza zingara. Un grazie speciale anche a chi ci aveva offerto ospitalità e non siamo riusciti a includere in questa prima galoppata. Sto già meditando la prossima, non pensiate di averla scampata.

A prestissimo!

Friendsurfing


Eccoci alla vigilia di una vacanza che è un po’ la fotografia della mia condizione esistenziale attuale. Nel bene e nel male. Un salto nel buio e, allo stesso tempo, l’esito di molte riflessioni. Una vacanza che, nelle mie intenzioni, mi assomiglia.

Resa possibile dalla rete. Questa è forse la caratteristica più stupefacente. Non nel senso che è “prenotata su internet”, nell’accezione più anonima del termine. Affatto. Ma la rete ha reso possibili contatti e legami, alcuni “nuovi” (ma ci comprendo anche chi ho incontrato su questo blog 9 anni e tre figli fa, non so se mi spiego) e altri più tradizionali, ma che probabilmente senza mail e social network a quest’ora avrei perso per strada. Questi amici, con generosità, si sono resi disponibili a ospitare me e Meryem. Per questo mi piace pensare questo viaggio come “friendsurfing”. Un coachsurfing a modo nostro, dove più che la logistica conta la gioia di rivedere tante persone care (e di conoscerne alcune).

Con mia figlia. La prima vacanza da sole, l’estate scorsa, ha segnato un punto di svolta e di passaggio. Quest’anno sono pronta a raccogliere i frutti di un altro anno di strada insieme. E sono assai più ottimista. Abbiamo aggiornato le nostre parole segrete, infilato la sua Tigretta nello zaino e siamo pronte (spero).

Itinerante. Sento fortissima l’esigenza di fare un viaggio per il viaggio, senza sapere nemmeno esattamente cosa troverò. E’ sempre stato più nelle aspirazioni della mia anima che in quello che davvero sono riuscita a fare nella mia vita. E’ ora di cominciare una fase nuova, in cui cercare di non lasciarsi scoraggiare dalle tante mancanze che pure ci sono (di soldi, di tempo, di capacità, di coraggio). Non farò finta di essere ricca, coraggiosa, paziente, capace, piacevole. Ma cercherò di vivere queste settimane più serenamente del solito, gustandomi quel che arriva. Ho cercato di ridurre le aspettative precostituite al minimo, per far spazio alle sorprese grandi e piccole.

Volete seguirci sui social? Conto sul mio fido Androide, sperando che non mi tradisca. Saremo su Facebook (qui la bozza del programma di viaggio), su Instagram, su Twitter… I nostri hashtag saranno: #friendsurfing, #inviaggioconmeryem e, naturalmente #bellezzagratis. Quella non ce la vogliamo dimenticare mai e sarà il fil rouge delle nostre e, vi auguro, anche delle vostre vacanze.

Il direttor XY


Dirige un archivio molto particolare. Condivide con me l’abnorme frustrazione di avere a che fare con scelte che arrivano dall’alto senza logica apparente. Eppure, come me, resta ancora convinto che quello che sta facendo ha un senso. Il direttor XY è il protagonista del racconto che ho scritto per l’estate di Genitori Crescono.

Se siete curiosi di conoscerlo – e di sostenere la sua causa – ora sapete dove cliccare. E la prossima volta che, incontrandomi, mi dite: “Ma perché non scrivi narrativa?”, passatevi una mano sulla coscienza. 🙂