Capodanno


Una cosa me la devo riconoscere: negli ultimi anni della mia vita mi sono scelta meglio la compagnia per Capodanno. Da almeno un paio d’anni non concorro più all’ambito premio “Capodanno sfigato”. Insuperabile, nella mia carriera, l’anno trascorso a guardare Drive In sul divano con i miei genitori. Ma anche quello passato a russare davanti a Shrek a casa di mia sorella, in compagnia di una caritatevole amica venuta appositamente dal nord per finire l’anno in mia compagnia. La notte di San Silvestro in cui mio padre è morto non concorre nemmeno. Ne ricordo comunque svariati in cui le lancette dell’orologio parevano andare al rallentatore e la mezzanotte non arrivare mai.

L’anno nuovo è iniziato con una clamorosa innovazione nella mia routine: sono andata a correre, per ben cinque volte. Onestamente non so quanto questa riuscirà a diventare una sana abitudine, quando le vacanze finiranno. Però registro, con una certa meraviglia, che la cosa non mi annoia come pensavo. Anzi, oserei persino dire che la sensazione che mi lascia addosso per tutto il giorno è molto gradevole.

Insomma, mai dire mai. Che mi sia di insegnamento per l’anno nuovo. Vale sempre la pena di fare un tentativo. Ero convinta di essere una persona a cui il Capodanno non piace e che mai nella vita sarebbe andata a correre la mattina. E invece… Chissà quali altre scoperte mi porterà il 2014.

Tutto sommato (auguri e belle notizie)


Ieri sera mi trovavo al Caffè Letterario, uno spazio carino mezzo biblioteca e mezzo caffetteria, per una serata (la seconda di un ciclo) organizzata dalle Biblioteche di Roma su e con le varie comunità di rifugiati che vivono a Roma. Ascoltavo un rapper afghano (esiste anche questo) e pensavo a cosa dire in tre minuti e parole facili (non oltre un livello di comprensione A2) come “testimonianza del Centro Astalli”.

Nel frattempo, all’Auditorium Parco della Musica, il sindaco Marino attribuiva al Centro Astalli,  alla presenza dei miei colleghi e di un gruppo di rifugiati, un premio prestigioso che finora hanno ricevuti personaggi del calibro di Giovanni Paolo II, Muhammad Yunus,Ingrid Betancourt, Aung San Suu Kyi e Malala Yousafzai.

Ieri dunque, pur vivendo un momento di grande stanchezza, ho provato a pensare a cos’è questo Centro Astalli, che ormai è parte di me almeno quanto la mia famiglia. Ho testimoniato, dunque, come mi veniva chiesto, che se ci si mette a misurare le cose fatte rispetto a quelle che andrebbero fatte c’è solo da restare sconfortati. Ma se c’è una cosa che mi sento di dire che accomuna questa variegatissima carovana di persone che va sotto il “marchio” Astalli è il desiderio sincero di cercare la giustizia e la verità. Sembra una cosa teorica e altisonante, ma in realtà è molto pratica e si scompone in frammenti piccoli e quotidiani.

Oggi a riunione di staff ognuno raccontava i suoi, di frammenti: le fatiche e le soddisfazioni, i risultati e gli obiettivi, le paure e i sollievi. Il fatto che ci sia questo valore aggiunto non alleggerisce la fatica del lavoro, non sempre almeno. Ed è giusto così. Ma esistono anche questi incontri, queste comunanze, quei cammini che a un certo punto li guardi, voltandoti indietro, e ti rendo conto che sono stati la filigrana dei tuoi anni, forse persino una sorta di filo d’Arianna.

Poco fa, un mio collega ha chiuso una telefonata e mi ha detto che aveva avuto una bella notizia, una prospettiva positiva per uno dei ragazzi che segue. Io l’ho ricambiato condividendo un’altra bella notizia che mi era arrivata ieri: uno dei ragazzi che frequenta un corso d’italiano è stato accolto in uno dei nostri centri di accoglienza e ieri notte, dopo parecchi mesi, non ha dormito per strada ma in un letto.

Il mio augurio per questo Natale e per l’anno nuovo è di dare e ricevere belle notizie. Pensateci. Sono sicura che almeno una bella notizia ce l’avete nascosta da qualche parte. Se volete condividerla con me e con i lettori di questo blog, scrivetela pure qui sotto.

 

Viziatemi


Del poco che ho visto (e sentito) di Lisbona vi parlerò un’altra volta. Stasera volevo condividere il bizzarro pensiero che mi ha colto ieri, percorrendo il vialetto condominiale con una pesante busta del duty free e una valigia rossa. Credo che nascesse da una sorta di principio di recriminazione. Ero stanca, molto stanca e, come sempre, non mi era neanche sfiorato il pensiero di chiedere a qualcuno di venirmi a prendere a Fiumicino.  Forse non volevo sentirmi rispondere un no. Forse, semplicemente, sono il tipo di donna che prende il trenino da sola, anche di sera.

Che c’entra l’essere donna? Mah, secondo me un po’ c’entra. O quantomeno c’entrava nei miei pensieri di ieri. Vi risparmio tutti i passaggi in cui ho ripercorso tutte le gentilezze, gli atti di cavalleria e financo i regali e le sorprese più clamorose della mia intera carriera. Il tutto è durato la lunghezza di un vialetto condominiale, per cui regolatevi. Aprendo il portone mi sono detta che tutte quelle cose mirabolanti che avevo rievocato le avevo in realtà scontate ampiamente, fino all’ultimo istante del weekend a sorpresa a Londra, per intenderci. Oggi guardo il conto, per dir così, in parità e credo che mi vada bene così.

Salendo l’ultima rampa di scale però mi sono detta che forse non sarò più viziata da un uomo, ma certamente negli ultimi anni mi hanno viziato gli amici e le amiche. La prima immagine che mi è venuta in mente è stata una Sacher torte cucinata per il mio compleanno e, a seguire, un concerto a San Siro. Quindi questa sera colgo l’occasione per ringraziarvi tutti (molti in effetti leggono questo blog, che è stata una via per trovarci e ritrovarci) e per dirvi che adoro essere viziata. Fatelo ancora.

Biancaneve non ha solo morso la mela


Per non pensare alle nubi nere che si addensano sulla mia attuale visione dell’anno scolastico in corso, registro qui una interessante richiesta di Meryem. “Mamma, quando io ti racconto una cosa, tu devi fare come il maestro, devi chiedermi tutta la storia”. Cioè, Guerrigliera? Lei scuote la testa con una certa commiserazione, poi mi spiega con aria saputa. “Se io ti racconto la favola di Biancaneve e ti racconto solo che ha morso la mela ed è morta, non ti ho raccontato tutto, no? Tu solo da quello non puoi capire”. Giusto. “E quindi se io ti dico solo una cosa e non tutto, tu non capisci cosa è successo. Hai capito, ora?”. Credo di sì. Quindi ribatto: “Ah, ok. Quindi quando mi hai detto che l’amichetta K. ti ha spinto, non mi hai detto tutta la storia”.

Incredibile. Ci ho preso. La Guerrigliera annuisce vigorosamente e si lancia in una dettagliata descrizione di una missione di spie, di un tamponamento involontario e del suo ruolo eroico: “Mi faceva terribilmente male, ma non ho detto niente, perché non volevo che K. fosse sgridata. Allora, visto che soffrivo, l’amichetta C. mi ha medicato con un fazzoletto bagnato”.

Contesto, si chiama contesto. Allora qualcosa la impara, a scuola. Voglio essere paurosamente ottimista: forse qualcosa la impareremo anche noi genitori.

Back home


Telegraficamente, vi annuncio che alla fine siamo tornate. Praticamente all’ultimo momento utile per il mio ritorno al lavoro, domani. Ho gli occhi, la mente e il cuore ancora traboccanti di bellezza. Il nostro itinerario è stato ricchissimo, zeppo di sorprese, scorci inattesi, regali, consigli, idee straordinarie. Io e Meryem abbiamo sperimentato l’ospitalità in tutte le sue sfumature e goduto dell’infinita varietà del mondo, declinata in paesaggi, specie animali, case, famiglie, caratteri, accenti, esperienze.

Credo che si intuisca che il friendsurfing lo rifarei (e spero che lo rifarò) mille volte ancora. Ringrazio ancora pubblicamente tutti quelli che ci hanno accolto, sopportato, voluto bene, incoraggiato, che hanno cambiato programmi, viaggiato a loro volta, spostato letti, fatto lavatrici (talora dal contenuto improprio), incomodato familiari e animali domestici, preso in prestito macchine e persino furgoni per essere parte della nostra vacanza zingara. Un grazie speciale anche a chi ci aveva offerto ospitalità e non siamo riusciti a includere in questa prima galoppata. Sto già meditando la prossima, non pensiate di averla scampata.

A prestissimo!

Friendsurfing


Eccoci alla vigilia di una vacanza che è un po’ la fotografia della mia condizione esistenziale attuale. Nel bene e nel male. Un salto nel buio e, allo stesso tempo, l’esito di molte riflessioni. Una vacanza che, nelle mie intenzioni, mi assomiglia.

Resa possibile dalla rete. Questa è forse la caratteristica più stupefacente. Non nel senso che è “prenotata su internet”, nell’accezione più anonima del termine. Affatto. Ma la rete ha reso possibili contatti e legami, alcuni “nuovi” (ma ci comprendo anche chi ho incontrato su questo blog 9 anni e tre figli fa, non so se mi spiego) e altri più tradizionali, ma che probabilmente senza mail e social network a quest’ora avrei perso per strada. Questi amici, con generosità, si sono resi disponibili a ospitare me e Meryem. Per questo mi piace pensare questo viaggio come “friendsurfing”. Un coachsurfing a modo nostro, dove più che la logistica conta la gioia di rivedere tante persone care (e di conoscerne alcune).

Con mia figlia. La prima vacanza da sole, l’estate scorsa, ha segnato un punto di svolta e di passaggio. Quest’anno sono pronta a raccogliere i frutti di un altro anno di strada insieme. E sono assai più ottimista. Abbiamo aggiornato le nostre parole segrete, infilato la sua Tigretta nello zaino e siamo pronte (spero).

Itinerante. Sento fortissima l’esigenza di fare un viaggio per il viaggio, senza sapere nemmeno esattamente cosa troverò. E’ sempre stato più nelle aspirazioni della mia anima che in quello che davvero sono riuscita a fare nella mia vita. E’ ora di cominciare una fase nuova, in cui cercare di non lasciarsi scoraggiare dalle tante mancanze che pure ci sono (di soldi, di tempo, di capacità, di coraggio). Non farò finta di essere ricca, coraggiosa, paziente, capace, piacevole. Ma cercherò di vivere queste settimane più serenamente del solito, gustandomi quel che arriva. Ho cercato di ridurre le aspettative precostituite al minimo, per far spazio alle sorprese grandi e piccole.

Volete seguirci sui social? Conto sul mio fido Androide, sperando che non mi tradisca. Saremo su Facebook (qui la bozza del programma di viaggio), su Instagram, su Twitter… I nostri hashtag saranno: #friendsurfing, #inviaggioconmeryem e, naturalmente #bellezzagratis. Quella non ce la vogliamo dimenticare mai e sarà il fil rouge delle nostre e, vi auguro, anche delle vostre vacanze.

Fiori


Chi mi conosce un po’, sobbalzerà per questo titolo. Io e i fiori abbiamo decisamente poco in comune. La mia ignoranza botanica è completa e totale. Al primo pranzo dalla mia futura (ex) suocera – che poi sarebbe la madre di quello che sarebbe diventato prima mio marito e poi il mio ex marito, tanto perché possiate raccapezzarvi – mi presentai, in perfetta buona fede, con un mazzo di crisantemi. Li trovavo belli e lo erano. Tra l’altro con il senno del poi si sarebbero rivelati anche adeguati all’occasione. Ma non divaghiamo.

Oggi se penso fiori penso a Paola (e non vedo l’ora di leggere il suo libro). E la cosa mi evoca un complesso di sensazioni a cui non sono solita dare spazio: grazia, colore, eleganza, in un certo senso femminilità. Non a caso mia figlia Meryem è assai più sensibile a tutte queste cose, fiori compresi, forse perché non l’ho ancora soffocata con troppo altro, o forse perché lei è diversa da me e basta. Però oggi, seguendo il filo dei ricordi e dei pensieri, ho provato a ripescare un po’ di fiori e di persone fiorite dalla mia memoria.

Vado più o meno in ordine cronologico. I fiorellini del giardino della villa di zia Maria ad Ardore Marina. Ricordo che li schiacciavamo per farci pozioni di streghe. Chissà che fiori erano. Pallocchere di piccoli petali gialli e arancioni, dal colore carico.  Sono stati i fiori della mia infanzia, delle estati lunghe e nel complesso solitarie, della penombra delle camere da letto del piano di sopra.

I gigli di S.Antonio sul terrazzo della cucina di casa dei miei. Quelli ci sono ancora, puntuali (anche se ora le stagioni anomale li fanno fiorire più inaspettatamente). E il ricordo va di pari passo con i rami di fiori di pesco che mia sorella Vittoria regala a mia madre appena cominciano a trovarsi. Questi sono i fiori della mia mamma, i fiori dei caffè presi insieme in cucina, del rapporto da adulte per cui non finirò mai di essere riconoscente.

Poi penso alla mamma del mio amico Pietro e al suo giardino bellissimo. A Marielou e al suo modo di guardare con occhio clinico i fiori di ogni bancarella (e alla giacaranda in fiore sulla piscina del suo condominio): la immagino da hostess nascondere piccole piantine clandestine sotto il sedile dell’aereo e riesco quasi a visualizzare che giardino avrebbe se non fosse per i cani, la tartaruga e l’amore per le persone che finiscono per avere la meglio sulla sua passione. Ma anche a Nizam, che un bel fiore non trascura mai di fotografarlo con il cellulare.

Come ultimo ricordo aggiungo i fiorellini quasi invisibili che ho visto, tanti anni fa, nel deserto del Negev. Allora ho trovato incredibile il fatto che piante che faticano anche ad esistere si permettano il lusso di avere dei fiori. In qualche modo ho ritrovato questo pensiero negli anni, nel mio lavoro. Un’azione sociale dovrebbe consistere anche nel condividere la bellezza. Ciò che si fa e si manda avanti con poche risorse non deve essere per forza brutto. Per quanto possa sembrare assurdo, ho visto impiattare con cura un piatto servito a mensa. Non sempre si riesce, io poi per queste cose sono in genere negata. Ma sono particolari importanti, che non si dovrebbero trascurare.

Di tanto in tanto mi trovo a ricordare a me stessa questo concetto anche nella mia vita quotidiana, quando le frustrazioni e l’ansia mi fanno soffrire. Il pensiero di non poter dare abbastanza a mia figlia è un dolore ricorrente. E allora mi aiuta pensare che molta bellezza è gratis: basta spalancare gli occhi per goderne.

Uno solo


Stamattina guardavamo, in ufficio, lo spazio di trasmissione che Uno Mattina Estate ha dedicato alla Giornata Mondiale del Rifugiato: in un servizio esterno, il nostro collega Nabaz accompagnava una bionda giornalista alla mensa del Centro Astalli. A conclusione del servizio, in studio, a padre Giovanni (presidente del Centro Astalli) è stata posta questa domanda: “Quanti Nabaz ci sono, in Italia?”.

Lui ha dato la risposta corretta, ovviamente, evidenziando come storie simili siano molte, e troppo poche quelle che hanno esito positivo. Ma io avrei risposto: “Uno. Di Nabaz, in Italia e nel mondo, ce n’è uno solo, lui”. Non prendetela in senso letterale: ci saranno tantissime persone al mondo e certamente svariate anche in Italia che portano lo stesso nome. Ma in questo post veloce, in una giornata convulsa, ci tengo a dire una ovvietà: un rifugiato è prima di tutto una persona, e in quanto tale è unica, irripetibile.

I numeri contano, l’UNHCR oggi ne dà di impressionanti. Ogni 4,1 secondi una persona nel mondo diventa rifugiato o sfollato. Questa frase è molto efficace, ma ancora non ci permette di arrivare del tutto al punto. Proviamo in un altro modo: i rifugiati in Italia alla fine del 2012 erano 64.779. Quanti ne conoscete? Io non riesco a fare bene il conto: più della media, certamente, dato il lavoro che faccio. Ma comunque piuttosto pochi. Finché questo non cambierà radicalmente, la solidarietà civile verso chi fugge resterà necessariamente una cosa astratta.

Un rifugiato ha gli stessi diritti di un cittadino italiano. Raramente, però, ha le stesse opportunità. Non è facile quindi incontrare rifugiati all’università, in quartiere, nei nostri luoghi di lavoro (a parte me, ma sono un caso a parte). Nelle nostre città vivono molti rifugiati, separati da noi da una barriera invisibile eppure spesso invalicabile: quella dell’imbarazzo che molti provano rispetto alle differenze sociali. Non nascondiamocelo, i rifugiati vivono spesso – specialmente a Roma – in povertà estrema. Cominciamo a dirci che non è normale. Non è normale in primo luogo per loro, che prima di diventare inaspettatamente uomini e donne in fuga erano avvocati, insegnanti, giornalisti, proprietari terrieri o anche contadini, infermieri, ostetriche, guardie forestali, studenti universitari (e si potrebbe continuare, cito a caso pensando a chi conosco). Ma soprattutto non dovrebbe essere normale per noi, che riconosciamo loro un diritto di carta salvo poi voltarci dall’altra parte.

Di Nabaz ce n’è uno solo. Come c’è una sola Myrra, una sola Isabel, un solo Safet, un solo Abel, un solo Ali (salvo omonimie!). Le tante iniziative organizzate in varie città in questi giorni sono un’occasione per incontrarli. Non ve la lasciate sfuggire.

Topo di città


Questo weekend mi prendo una pausa dal vortice delle iniziative per la Giornata del Rifugiato, iniziato splendidamente con il convegno di giovedì e che mi travolgerà ancora per una decina di giorni, e mi dedico a un altro piccolo vortice più privato, quello dei festeggiamenti per il sesto compleanno di Meryem.

Anche il compleanno di mia figlia, come il mio, è ravvivato dalle amicizie nate su questo blog. Giù ieri è arrivata Chiara con famiglia e oggi finalmente conoscerò Gabriella. Nel pomeriggio festeggeremo con alcune persone care e gli amichetti di classe alla Città dell’Altra Economia, un posto speciale per me e oggi anche per Meryem.

Adoro il panorama metropolitano del Mattatoio di Testaccio. E’ parte di me, della mia storia. Questo mi fa pensare a uno scambio di battute simmetriche di ieri con la mia omonima pavese. Io dicevo che, con tutto l’empito bucolico e la piacevolezza di un fine settimana nell’aia, io in Cascina non credo che potrei viverci. Chiara, in serata, pur avendo ammirato il centro di Roma con una delle luci più meravigliose che esistano e essersi rifatta gli occhi con la facciata di S. Andrea della Valle e la cupola attorcigliata di S.Ivo alla Sapienza, giustamente osservava che lei a Roma non potrebbe viverci. Come da manuale, Meryem da loro notava divertita la puzza degli animali. Amelia ieri si lamentava della puzza di smog.

Insomma, sembravamo la favola del topo di campagna e del topo di città. Questo pensiero mi diverte e allo stesso tempo mi fa apprezzare la gran fortuna di potersi frequentare e cambiare – temporaneamente – panorama e abitudini.

P.S. Comunque mia madre è entusiasta dei suoi ospiti, che trova assai simpatici. Considerando che la prossima settimana vincerà un violoncellista americano, mi sa che dall’anno prossimo possiamo inaugurare il B&B…

Attenzioni


Questi ultimi sono stati giorni molto ricchi e intensi, che mi piacerebbe fissare nella memoria in ogni dettaglio. Pieni di sorprese, di sollievo, di cose che vanno per il giusto verso. Ho trovato persino il sole a Bruxelles, per dire. Ho scoperto di sapere ancora a memoria molte canzoni di Bruce Springsteen, nonostante l’età che avanza (la mia, eh? lui sembra aver fatto il famoso patto col diavolo). Ma soprattutto sono stati giorni in cui ho ricevuto oltre misura e questo, oltre a commuovermi profondamente, mi ha fatto pensare.

Ho in mente, in particolare, due amiche che, nella loro diversità, hanno molti punti in comune.

Il primo e più facile è che senza il web non avrei avuto l’occasione di conoscerle. E scusate se è poco. Detto in altri termini, senza il web molto probabilmente non sarei andata al mio primo concerto (e che concerto!) a San Siro. Senza il web non avrei mai scoperto il volto umano di Bruxelles e il fascino di un aperitivo di nome Hugo.

Il secondo è che sono due giovani donne piene di poesia. Questo è molto più difficile spiegarvelo, mi rendo conto. Sono cose che si sentono, non so se si possano raccontare davvero. Due immagini: una mantella di cachemire ripiegata in borsa e dei tranci di pesce (pesce del Nilo? che pesce sarà mai? comunque fidatevi, è delizioso) accuratamente riposti in uno zaino. Lo vedete che non rende? Proviamo con il terzo punto, che è anche il più ricco di implicazioni.

Sono due persone piene di attenzioni per gli altri e con il gusto dei dettagli. Questo per me è stato una specie di rivelazione. La generosità istintiva, che travolge, animata dallo slancio del momento, non mi è del tutto estranea. Ma io sono un’impaziente, un’approssimativa. Tante volte finisco con il tirare via, non riesco a tenere alta l’attenzione per molto tempo. Sotto sotto ho sempre pensato che bisogna guardare alla sostanza, che è il pensiero che conta e simili trite e ritrite giustificazioni tipiche dei pecioni come me. Invece sto imparando che la bellezza è nei dettagli. Che un particolare può essere, da solo, più commovente di tutto il resto. Credo che questo abbia molto a che fare con la poesia, per cui io notoriamente non ho grande predisposizione.

Oltre a tutto il resto, Paola e Francesca mi stupiscono di continuo e mi fanno respirare le loro passioni: fiori, sapori, stile, emozioni. Ma soprattutto il loro modo meraviglioso di rendere le loro passioni un mezzo per dare felicità agli altri, di coccolare le persone care con semplicità, gratuità e tanta umiltà. Conosco grandi appassionati e grandi artisti che sono tanto presi da loro stessi da non avere alcuna attenzione per il mondo esterno, nemmeno per i propri più stretti congiunti. Figuriamoci per i viandanti incrociati più o meno per caso nelle svolte della vita. Loro invece sono delle artiste della cura, del fare spazio agli altri. Mi sento tanto, tanto fortunata ad essere stata “adottata” da due persone così.