Utopia e visioni. Conversazioni in un casale


Mai come in questo periodo sono coinvolta in corsi di formazione, in colloqui con visitatori, ricercatori, gruppi di ogni forma e dimensione. Forse troppo. Confesso che giorni fa, davanti all’ennesima sessione per i ragazzi del servizio civile, avrei preferito darmi alla macchia. Ho deciso di curare questa saturazione con l’omeopatia. Ieri, alla Città dell’Utopia, ho deciso di parlare di rifugiati come piace a me. Quasi senza limite di tempo, senza vincoli, senza contraddittorio. Lusso puro. C’era solo ci voleva, nessun registro e nessuna firma di presenza. Si è chiacchierato. Soprattutto io ho chiacchierato, a dirla tutta. Perché ne avevo bisogno.

Avevo bisogno di dire a me stessa che la questione rifugiati è complicata, ma che si può spiegare, un passaggio alla volta. Capire certo non cambia le cose, non subito almeno. Ma non capirle può facilmente peggiorarle.

Molti anni fa, quando mi sono iscritta all’Università, ho bruscamente cambiato programma e invece di iscrivermi a matematica ho deciso di studiare Vicino Oriente antico. La leggenda familiare narra che, al telefono con i miei ancora in vacanza, davanti al loro comprensibile stupore io abbia risposto: “Ma è praticamente la stessa cosa”. Probabilmente mi riferivo a quello sforzo di far lavorare il cervello verso quello che ancora non è noto, in quel misto a percentuale variabile di paziente applicazione di modelli, apporto di nuovi punti di vista e botte di culo. Ieri la mia amica Caterina, tra il serio e il faceto, mi faceva notare che la decifrazione dei sistemi di accoglienza in Italia richiama pericolosamente il livello di complessità della filologia biblica (preconcetti ideologici inclusi). Alla fine scoprirò che, nonostante le apparenze, da decenni continuo a fare la stessa cosa.

Un elemento comune a tutto resta certamente l’utopia. Utopico era il progetto degli Orientalisti, utopia pura era capirci qualcosa della storia della religione di Israele, utopia è certamente immaginare un cambiamento sensato per i rifugiati nel mondo. Al limite, utopia è anche la promozione della giustizia. Poi però ripenso a un libro letto un paio di anni fa e mi correggo: quelle mie attuali non sono utopie, devono essere visioni. No, non è la stessa cosa.

Non dispero


Improvvisamente mi trovo a vivere in un Paese che discute animatamente di rifugiati. Quello stesso Paese che ignorava felicemente e compattamente tutte le questioni di cui vi parlo da un po’ di anni: il Regolamento di Dublino, il fotosegnalamento, Eurodac e compagnia bella. Non fraintendetemi, non dico che adesso queste cose siano conosciute e comprese. Però se ne parla un sacco. Anche in televisione.

Che bello, direte voi. Insomma, vi dico io. Improvvisamente capisco pienamente la frustrazione dei nutrizionisti veri davanti agli articoli intitolati “10 trucchi per affrontare la prova costume”. Degli archeologi universalmente rappresentati, agli occhi del pubblico, da Indiana Jones. Se mi mettessi ad elencare l’intero catalogo di fesserie, imprecisioni, assurdità e semplici falsità che vengono sciorinate ogni dove, nonché amplificate e commentate sui social, questo post non arriverebbe mai a conclusione.

Non vi nascondo che ogni tanto mi assale lo sconforto. Ma, ne sono convinta, questa tenace e assidua ondiata mediatica di allarme, terrore e considerazioni orrende può e deve essere contrastata, almeno nel nostro piccolo. In questi anni, qui sul blog e sui social, ho provato a condividere i miei pensieri e la mia esperienza. E qualcosa oggi, in questi momenti difficili, torna. Un’amica che suggerisce ai suoi colleghi una donazione; un’altra che mi racconta dell’incontro con un giovane rifugiato eritreo, a casa di amici; un’altra che, di passaggio a Roma, stasera viene al convegno del Centro Astalli. L’altro giorno la mia amica Natalia mi ha parlato dell’impegno di un gruppo scout che lei conosce bene a sostegno dei rifugiati in transitano a Roma. Mi sono incuriosita e le ho chiesto di mettermi in contatto con Marco, il capo scout con cui collabora.

Ecco qui, dunque, una testimonianza a due voci. Di Marco, capo scout, e di Natalia Cattelani, che conoscete come cuoca e foodblogger, ma qui nelle vesti di mamma e soprattutto della splendida persona che è. Grazie a tutti e due.

Faccio una premessa: l’associazione scout di cui fa parte il nostro gruppo è la FSE-Federazione Scout d’Europa, a cui aderiscono più di 19.000 soci in Italia. 

Ogni gruppo viene gestito da una comunità di capi, e l’insieme dei gruppi di una stessa zona forma un distretto, gestito a sua volta da un responsabile (chiamato in gergo “commissario”): nel nostro caso si tratta di Andrea Stabile per il distretto Roma Est. Andrea ha ricevuto più di un mese fa una prima richiesta di aiuto, da parte di uno dei capi dell’associazione, per dare una mano con la preparazione e distribuzione viveri per l’emergenza a Ponte Mammolo [Ponte Mammolo, nei pressi della fermata della metro B, era una baraccopoli dove da anni risiedeva un gruppo di rifugiati eritrei: negli ultimi tempi l’insediamento si era assai allargato a causa dell’arrivo di profughi in transito, diretti verso il nord Europa].
Subito Andrea ha coinvolto noi singoli capi dei vari gruppi del distretto per garantire la presenza di un gruppo di almeno 5-6 persone ogni domenica di maggio e giugno. La risposta è stata ovviamente scontata, tenendo fede al nostro motto “sempre pronti!” 🙂 Andrea è in contatto anche adesso con don Marco Fibbi, parroco di San Romano, che coordina questo tipo di servizio e si stanno dando un gran da fare spendendo tempo ed energie per una gestione attenta e pronta a soddisfare le richieste.

Come dicevo, la prima esperienza per i capi del mio gruppo (e quindi anche per me) è stata a metà maggio, mentre altri capi del distretto avevano già distribuito nelle domeniche precedenti. Se fino a pochi giorni prima si parlava di dover preparare panini e 1 pasto cucinato per un massimo di 150-200 persone: venerdi sera le comunicazioni di don Marco erano abbastanza preoccupanti: a Ponte Mammolo infatti erano già arrivate almeno 400 persone (si sarebbero poi rivelate molte di più la domenica sera per il servizio).

Abbiamo inizialmente coinvolto solo i capi maggiorenni e qualche genitore disponibile a darci una mano nella preparazione di 400 panini. Durante il pomeriggio di domenica è partita la preparazione del cous cous, circa 15-20 kg. Abbiamo conosciuto di persona don Marco che ci ha prospettato una situazione difficile. Non sapevamo ancora cosa avremmo trovato nel parcheggio di ponte mammolo e ovviamente in queste situazioni la voglia di servire si scontra con la paura di non essere preparati alla gestione di una situazione umanitaria così sconvolgente. Ma, come recita uno degli articoli della nostra legge, “lo scout sorride e canta anche nelle difficoltà”, e dunque abbiamo caricato tutto in macchina, compresi circa 100 lt di latte offerti dalla caritas della nostra parrocchia e siamo partiti.

La visione di tutte queste persone ammassate nel parcheggio e nella baraccopoli (che sarebbe stata abbattuta il giorno successivo dalle ruspe) ci ha sicuramente colpito emotivamente, ma allo stesso tempo ci ha caricato: le persone si sono messe educatamente in fila. La paura più grossa era il timore che avremmo potuto finire il cibo prima che tutti e 500 o 600 avessero potuto mangiare: temevamo più che altro di deluderli, di leggere il disappunto nei loro occhi.

Invece tutti questi pregiudizi sono scomparsi vedendo i sorrisi, i ringraziamenti, e in particolare vedendo i ragazzi chiederci buste dell’immondizia per girare e pulire il parcheggio dai piatti e bicchieri di plastica.

Le domeniche successive Ponte Mammolo era tornata nella “normalità”: erano presenti meno di cento persone e la distribuzione da parte di altri capi è stata più tranquilla.

Poi è stata la volta del parcheggio Stazione Tiburtina, la domenica prima del nuovo sgombero da parte delle forze di polizia. Se a Ponte Mammolo la situazione sembrava isolata, per la particolare posizione del parcheggio, qui ci trovavamo in zone normalmente di passaggio. Parlando con uno dei capi più giovani, qualche giorno dopo, ho potuto constatare come il pessimo giornalismo contribuisca ad aumentare i pregiudizi. Nascono facilmente nelle loro menti associazioni del tipo: “Ma se se la passano così male perchè hanno i cellulari”, o “Che gli ci vuole a rubare una macchina”, senza che ci si renda pienamente conto dell’assurdità di certe affermazioni. Ma dopo, attraverso l’esperienza diretta, hanno capito che si trattava di pensieri infondati.

Dopo lo sgombero, la situazione profughi è balzata all’onore delle cronache e la gestione della distribuzione viveri è passata alla CRI, come ci aveva avvisato don Marco. Con Andrea abbiamo così cambiato strategia, invitando i capi e le famiglie a portare viveri già cucinati presso le sedi del nostro gruppo. La risposta è stata molto positiva e tante famiglie hanno contribuito cucinando riso e cous cous da destinare al centro Baobab e alla tendopoli da poco installata dietro la Stazione Tiburtina (via delle Cave di pietralata).

Nel corso delle settimante le poche notizie che arrivavano dai mezzi di comunicazione raccontavano solamente sgomberi e suggerivano che “il problema” era stato risolto, senza precisare che invece i profughi si trovavano principalmente al Baobab. Molte famiglie erano preoccupate della situazione e ci chiedevano continuamente se ancora servisse preparare cibo perchè dai TG sembrava tutto risolto. Ma non è affatto così, come ho potuto constatare di persona domenica scorsa al Centro Baobab.

Uno dei genitori che ha cucinato cuscus alle verdure per i rifugiati di via Cupa è Natalia, che commenta così questa esperienza.

I miei genitori mi hanno sempre insegnato a vivere da buona cristiana anche per gli altri , ad avere quell’attenzione in più verso “un prossimo” che poteva anche essere uno sconosciuto ma anche far parte della famiglia, il prossimo era chiunque avesse avuto bisogno di qualcosa .
Da grande questo aiuto l’ho trasformato in qualcosa di concreto per conciliare anche i miei impegni di mamma e di lavoratrice: ho cercato di donare quello che mi veniva di fare meglio , in modo più spontaneo e anche , lo ammetto, con il dispendio di poche energie. Non sono una super donna: io aiuto il prossimo rendendomi disponibile a preparare cibo per chi non ne ha.
Come potevo rimanere insensibile ora, non rispondere alla richiesta di Marco, il capo scout delle mie figlie di preparare pasti per i migranti di Roma? Però credetemi, come sono felice nel fare questo alolo stesso tempo sono assalita dall’angoscia di sapere che non sarà nulla in confronto al bisogno di queste persone, alle loro tragedie, alla vita che li ha scelti per un destino così crudele. E allora mi chiedo, facendo riflettere anche i miei famigliari: perché loro e non noi?

Qui trovate qualche scatto che documenta la loro esperienza.

Perché vi racconto questa storia, una delle tante storie di solidarietà che sono raccontate troppo poco, ma caratterizzano ancora le nostre città? Perché è un esempio di quello che tante volte ho scritto in questo blog e dell’invito che vi faccio, anche quest’anno, in occasione della Giornata del Rifugiato: non accontentatevi di leggere i titoli dei giornali, o di farvi stordire dai dibattiti televisivi sui rifugiati. Cercate di incontrare loro, direttamente. Di capire chi sono davvero. Per smontare un pregiudizio anche il migliore dei discorsi è meno efficace di mezzora di esperienza vissuta.

P.S. La vignetta è sempre di Mauro Biani.

Limiti


Ritengo perciò che sia quanto mai vitale approfondire oggi una cultura dei diritti umani che possa sapientemente legare la dimensione individuale, o, meglio, personale, a quella del bene comune, a quel “noi-tutti” formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale. Infatti, se il diritto di ciascuno non è armonicamente ordinato al bene più grande, finisce per concepirsi senza limitazioni e dunque per diventare sorgente di conflitti e di violenze.” (Dal discorso di Papa Francesco al Parlamento europeo)

In questi giorni sono un po’ ombrosa e storta. Fastidi minori finiscono per combinarsi tra loro e il rimuginìo (si dice?) è alle stelle. Ieri, a un convegno a cui sono riuscita a fare solo una capatina piuttosto fugace, si discuteva un po’ sommariamente (peccato) di temi importanti. A un certo punto, dal cloud acustico di una relazione, si è stagliata un’espressione che mi ha risvegliato: “il senso del limite”.

Ho capito di colpo che la chiave che accomuna alcuni dei miei malesseri di questo momento è proprio questa, il superamento dei limiti.

Istintivamente, per carattere e per lavoro, diffido dei limiti e dei confini. Sono poco tollerante rispetto alla limitatezza, mia e altrui. Guardo continuamente a confini che uccidono e a limiti fisici e ideologici che tolgono dignità. Eppure il limite ha una sua importanza, persino una sua sacralità. E’ esattamente il limite (il dio Terminus, per gli antichi romani) ciò che tutela ogni diritto e di ogni impegno. Creare, in molte mitologie antiche inclusa quella biblica, è esattamente il gesto di separare e mettere dei limiti, senza i quali tutto sarebbe sterile caos, nulla.

Oggi, leggendo un bel post di Veronica sui vaccini, mi trovavo ancora davanti il limite, in forma di dubbio: “dove finisce la libertà di un genitore di decidere se vaccinare o no i propri figli senza nuocere alla collettività?”. E in fondo non è analoga la questione che ci siamo posti, nello choc che ha seguito i fatti di Parigi, rispetto all’eventualità che anche la libertà di espressione debba porsi dei limiti, a tutela delle libertà e dignità di tutti? Giusto ieri, al convegno, si osservava che anche giuridicamente esiste il concetto di abuso del diritto (l’articolo 17 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo è una specie di scioglilingua e ve lo risparmio). In alcuni casi la Corte Europea si è pronunciata in merito all’abuso della libertà di espressione: ad esempio rigettando il ricorso di alcuni svedesi che avevano divulgato volantini contro l’omosessualità in una scuola e avevano rivendicato il loro diritto alla libertà di espressione, oppure condannando il negazionismo (con qualche contraddizione anche recente, però).

Il senso del limite implica consapevolezza e rispetto. Dovrebbe essere il fondamento di tutte le relazioni tra persone, prima che fra gruppi. La facilità di interazione porta, a volte, a superare i limiti. Ancora una volta, c’è una dimensione positiva della permeabilità del limite, della possibilità di superare barriere e ostacoli, di scoprirci più vicini di quanto si creda. Sono la prima sostenitrice di questa specie di magia della comunicazione web. Ma ogni contatto implica una responsabilità. Anche quando si misurano nell’ordine delle centinaia, o delle migliaia.

Negli ultimi tempi, complice certamente un momento di stress particolare, mi sono spesso sentita ignorata, talora persino offesa o ferita dalla trascuratezza altrui. E certamente altrettante reazioni avrò provocato, nella rapidità un po’ superficiale dello scorrere di una timeline o di una conversazione frettolosa con la mente rivolta ad altro. Sempre più spesso mi confronto con esortazioni a mettere al centro se stessi, a ripartire da sé, a valorizzarsi e promuoversi. Ho la sgradevole sensazione che questo punto di vista porti a perdere di vista i limiti che ciascuno di noi dovrebbe porre ai propri desideri, sogni, aspirazioni e esigenze perché ci sia effettivamente uno spazio reale, e non teorico, per l’interlocuzione con gli altri.

E se fosse proprio il senso del limite che dobbiamo tutti riscoprire?

 

Un mostro, una mamma, un bambino


Non è una favola, ma tutti possiamo contribuire a costruire un lieto fine. Vi ho già parlato tempo fa della storia della mia amica Janette e del suo bambino, Iñaki. Iñaki ha 4 anni e soffre della sindrome di Sanfilippo, una malattia rara per cui al momento non c’è alcuna cura.

La ricerca sta procedendo e c’è una terapia, la terapia genica, che sta dando risultati incoraggianti negli USA. Pare che funzioni e che sia possibile, per bambini piccoli, far regredire i danni che la malattia ha già fatto. Se la sperimentazione fosse attiva in Spagna, Iñaki avrebbe ottime possibilità di essere incluso e forse curato. Avrebbe, in pratica, una possibilità concreta di sopravvivere. Però in Spagna la sperimentazione è stata sospesa per mancanza di fondi. L’associazione di genitori di cui Janette è presidente ha ottenuto la disponibilità dei ricercatori americani a collaborare con un ospedale a Bilbao per portare avanti parallelamente il protocollo. L’ospedale ha accettato e ora è solo una questione di soldi. Tantissimi soldi.

Il tempo si va esaurendo e Janette, come è ovvio, non si arrende. Per questo ha girato un video bellissimo per farvi conoscere il suo splendido bambino. Per dare un sostegno a questa causa, potete cliccare qui. Se potete, passate parola.

Mr Magorium, grazie!


Questa estate una delle tappe del friendsurfing ci ha portato a Zurigo da Bruna e dalla sua famiglia. Una sera i bambini si sono messi a vedere un film sul divano e ben presto anche noi grandi ci siamo messi a far loro compagnia. La prima cosa che mi ha colpito è stata Natalie Portman, una delle attrici che prediligo in assoluto.  La seconda è stata una frase: “Dobbiamo affrontare il futuro qualunque cosa possa accaderci con determinazione, gioia e molto coraggio.

Ora dovete sapere che per me e Meryem questa estate è stato un momento di cambiamento e di passaggio, che abbiamo in qualche modo dovuto affrontare insieme, mano nella mano. Non era inaspettato, ma certamente è stata ed è una prova. Capirete quindi che sia io che lei siamo state folgorate da Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie, una favola poetica talmente piena di saggezza da essere quasi una parabola moderna.

Il film parla della preparazione a un distacco definitivo, del dolore e dello smarrimento, ma anche della gratitudine per ciò che si è avuto e di fiducia piena e serena nelle proprie risorse, che sono sempre maggiori di quel che pensiamo.  Meryem ha colto perfettamente il messaggio e ha espresso il desiderio di rivedere il film. Il topo dei denti, con qualche fatica, se l’è procurato e oggi l’abbiamo rivisto.

Aggiungo solo, a mo’ di disclaimer, che io credo nella magia, nei miracoli e nel guizzo imprevedibile del destino. Non avrei vissuto come ho vissuto finora, altrimenti. A volte ho pensato che sarebbe stato più rilassante e appagante avere i piedi per terra, essere almeno un po’ una di quelle persone che dicono “è solo un negozio, è solo un lavoro, è solo una coincidenza”. Mi sarei risparmiata tante, ma tante musate sul selciato. Ma questo film mi ha ricordato che essere come sono può essere meraviglioso.  Del resto perché Bruna, o forse suo marito, che mi conoscevano e mi conoscono appena, avrebbero scelto proprio quel dvd, tra i tanti che hanno, in quella serata d’agosto? C’è voluto un pizzico di magia, certamente.

Friendsurfing, il ritorno


“Ma poi ci scrivi qualcosa su questa esperienza?”, mi ha chiesto uno dei miei molteplici ospiti loro malgrado, ovvero il marito di un’amica che ci ha accolto. Bisognerebbe, sì. Ma non saprei in che forma. Le foto un po’ hanno raccontato, in diretta, queste tre settimane su e giù per la Penisola, zaino in spalla. Col video ci ho provato, ma non è che sia tanto tagliata. 

Restano dunque le parole, ma sarebbe più corretto un racconto collettivo, visto che un’esperienza collettiva è stata. “E chi sei, Wu Ming?”, vi sento già sghignazzare in lontananza. Ma no, dico sul serio. Non sarebbe bello che tutti voi coinvolti a vario titolo aggiungeste a questo post un vostro ricordo, un aneddoto, una descrizione di quel poco o tanto che abbiamo trascorso insieme questa estate? Dài, non fate i timidi. Scrivete pure nei commenti, o per mail, o nei commenti di FB. Io ogni tanto provvederò ad aggiornare.

Comincio io? Ok, comincio.

Spiaggia di Noli, Liguria. Meryem abborda una famigliola i cui bambini giocano sulla sabbia, trascinandosi dietro anche il bambino che ci ospita. Entrambi collaborano fattivamente alla realizzazione di una monumentale piovra di sabbia. Alla fine, quando ce ne andiamo, Meryem ha un ripensamento. Fruga nello zainetto, estrae il borsellino (regalo della sua compagna di stanza in ospedale a Roma, che abbiamo incontrato in Sicilia per un aperitivo in spiaggia), afferra la più grossa delle monete svizzere conservata dalla tappa zurighese e corre a regalarla al pover uomo sconosciuto che aveva diretto i lavori mentre noi madri ce ne stavamo spalmate a prendere l’umido sotto il cielo plumbeo.

Questa è decisamente la prima immagine che mi viene in mente. Continuate voi, adesso!

“Quando ripenso ai giorni vissuti insieme mi rimbomba subito in testa la parola magia. Perché quasi da perfetti sconosciuti abbiamo creato insieme un’atmosfera gradevole, calda e serena per tutto il tempo insieme. Penso a tutte le costruzioni dei bimbi, per cui si sono dati tanto da fare ed hanno da subito lavorato con grande affiatamento insieme, ai pranzi improvvisati, ai luoghi riscoperti che ci hanno lasciati a bocca aperta, al festival del teatro ed ai raggi di sole che non riuscivano a tenerci caldi, ma che mi hanno insegnato che una felpa può tenere al caldo anche tre persone…
I pomeriggi passati al tavolo a mangiare biscotti burrosi, bere caffè e chiacchierare mentre i bimbi “riposavano”.
Mi si dipinge un sorriso sulle labbra per essere stata parte di questa vostra avventura!
E naturalmente… l’immagine più ilare… il segreto inenarrabile che legherà per sempre me, te e le macchinette per i biglietti del tram !!!”

Bruna, Zurigo

 

Ci siamo incrociati velocemente, quanto può andare una Vespa 125, in una calda pausa pranzo, l’ultimo giorno di un viaggio pazzesco che io penso non riuscirò mai a fare. Eppure mi hai regalato un pomeriggio di ferie, che per un veneto polentone è un regalo grande, sempre presi come siamo a pensare di avere tanto da fare. Mi hai regalato 150 km in motoretta, come non facevo da quando ero ragazzo, e mi hai regalato una spadellata di carne al posto dei soliti avanzi, in bella compagnia.
Grazie e a presto. E buon viaggio, qualsiasi significato abbia questo augurio.

Gaetano, Vicenza (incontrato a Verona)

“Ho una roba che devo farti vedere” penso sia stato il momento più sciocco dei due giorni a Torino…. [La mia visita a sorpresa è stata così annunciata a un amico comune che non mi vedeva da…uhm… 12 anni?] Mi spiace per le poche attrazioni [manco tanto poche, eh? Superga, il MAO, il Museo del Cinema…], spero almeno vi siate riposate il giusto, in vista del gran finale….

Felicissimo di aver conosciuto Meryem (non so lei), felicissimo di averti rivista con un po’ di calma. Spero di poter ricambiare a Roma quanto prima.

Bernardo, Torino

A Silvia


Alla fine di una giornata appiccicaticcia e afosa, voglio riservare un pensiero a una cara amica che oggi compie gli anni. E lo faccio dedicandole dei libri. Glieli dedico virtualmente, non glieli compro. Se vuole e se le ispirano se li procurerà lei stessa. Ma stasera il massimo che riesco a fare è regalarle questo breve post, sui generis, con una bibliografia antiquata e forse non facilmente reperibile (anche per questo ho optato per questa forma).

Cinque libri, dunque, cinque frammenti della mia vita incasinata, cinque volumi che in qualche modo sento in sintonia con lei. Eccoli qui e tanti auguri, avvocato.

Claudia Roden, The Book of Jewish Food: An Odyssey from Samarkand and Vilna to the Present Day. Mica solo ricette (anche quelle, è chiaro: io le ho solo lette, tu le realizzeresti). Aneddoti, storie di famiglia, persone. Un libro che ho desiderato a lungo, uno dei primissimi che ho acquistato on line. E’ ancora in bella vista nella mia cucina, ogni tanto lo sfoglio, lo annuso, mi lascio trasportare dal sogno delle sue pagine.

Bill Bryson, In un paese bruciato dal sole. L’Australia. Amo i libri che mi sono stati regalati da persone importanti nella mia vita. Questo l’ho ricevuto da Roberto Palazzi, di cui forse ti ho parlato e forse no. Semplicemente geniale. Non solo un libro di viaggi, un libro di guizzi. E noi la vita la vogliamo guizzante, non è vero?

Petros Markaris, Ultime della notte. Lo conosci il commissario Charitos, quello che per passare il tempo si legge il vocabolario? Ci ho ritrovato l’ellenofilia strampalata della famiglia Peri, l’inettitudine per qualunque aspetto pratico di mio padre e il gusto del giallo sobrio ma intelligente di Agata Christie.

Agata Christie, La mia vita. A proposito. Ecco un libro che è stato per me una vera ispirazione. E’ carino anche Viaggiare è il mio peccato, ma questo è meglio. Una figura di donna limpida, intelligente, capace di rinascere dalle sue ceneri e di godersi la vita. Un esempio.

Konstantinos Kavafis, Settantacinque poesie. Vale lo stesso discorso di Bryson. L’ho ricevuto in dono tantissimi anni fa. Io, che non frequento la poesia, mi sono sentita presa per mano da questi versi. Non riesco a slegarli dall’idea che l’amicizia, qualche volta, è un legame misterioso che trascende la nostra capacità fisica di coltivarla e si mette, con forza propria, ad intrecciare i fili del destino in modi imprevedibili. Questo vivo con la persona che mi ha regalato le poesie di Kavafis e questo, in modo diverso, mi pare di gustare con te, riemersa da un passato remoto inaspettatamente e imprevedibilmente.

Buona serata, bella signora.