Napoli, punti di vista


“Ma a Napoli bisogna andarci con il bel tempo…”. La gentile obiezione del giovane carabiniere, stamattina, non era solo un luogo comune. Dava voce a una profonda, antica saggezza. Ma la risposta di Nizam era pure molto vera: “Questa giornata abbiamo..”. Le previsioni recitavano “coperto”. Le più pessimiste “pioggia leggera”. Sul Freccia Rossa erano diventate addirittura “poco nuvoloso”. E io ero immersa con decisione nella mia immagine della nostra gita di famiglia, a cui non volevo rinunciare. Questa.

Lungomare Caracciolo. Noi saltelliamo come tre vispe Terese davanti al panorama mozzafiato del Golfo. Ci inseguiamo nei vicoletti del Borgo Marinaro fino a Castel dell’Ovo e poi pranziamo in una pizzeria tipica vista mare, per goderci la brezza e lo scintillio del sole sulle onde. Poi caffè al Gambrinus, passeggiata a piazza del Plebiscito, eccetera eccetera.

Meryem intanto socializzava con un paio di bimbe e Nizam, semplicemente, russava.

Ecco, il primo impatto con la città è stato molto diverso da come me lo figuravo io. Ma anche, e soprattutto, da come se lo figurava il kebabbaro. Contrariamente a quanto si crede, i mediorientali veri, specie se da tredici anni soggiornanti in Europa, colgono meno degli altri il fascino decadente (e il casino) del Mediterraneo. All’assalto della “metropolitana” direzione Pozzuoli, il curdo aveva lo sguardo agghiacciato che avrebbe potuto avere la moglie di un attivista leghista nella stessa circostanza. Quando poi siamo scesi, semplicemente, pioveva che Dio la mandava. Sul lungomare, in gran parte peraltro chiuso, le raffiche di vento hanno rapidamente avuto la meglio sui nostri malandati ombrelli. Del Vesuvio non si vedeva la minima traccia, al di là della coltre di nuvole grigio antracite.

A questo punto la mia visione della gita è bruscamente diventata quest’altra:

Ecco, la nostra gita è un disastro. Non ne faremo mai più un’altra. Ora prendiamo un taxi e torniamo in stazione. Anzi, non capirò mai come si arriva alla stazione. Sono sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato, eccetera eccetera.

Non vi nascondo che abbiamo attraversato un momento un po’ critico. Nizam virava pericolosamente sul sarcastico, Meryem ha cominciato a lamentarsi per le scarpe zuppe. Ma a un certo punto, all’imbocco di via Carlo Poerio, siamo riusciti in qualche modo a ritrovare il bandolo della nostra gita. Presa consapevolezza che il mio programma non era fattibile, abbiamo cercato di fare l’unica cosa possibile: cambiarlo. Nizam si è messo a contrattare con un bengalese per tre ombrelli nuovi (uno, il più grande, ho poi provveduto a dimenticarlo sul treno). Abbiamo puntato a piazza del Plebiscito (sbagliando strada e percorrendo un lunghissimo tunnel per macchine, ma insomma, in qualche modo…). Abbiamo dato un’occhiata al Gambrinus e alla piazza e poi, saggiamente, salutato la costa per ripiegare su per via Toledo. Ci siamo infilati in una pizzeria a caso, abbiamo mangiato una pizza. Non abbiamo avuto visioni angeliche, ma insomma, era una pizza, napoletana. Meryem ha mangiato con entusiasmo.

E poi non pioveva più. Tutto ci è parso più facile, e anche più vicino. Ce ne siamo andati a Spaccanapoli. Santa Chiara, Scaturchio, San Gregorio Armeno. San Lorenzo, purtroppo senza Napoli sotterranea. Io qui mi sono rianimata sul serio. La Canon è rimasta nella borsa umidiccia, ma la mia visione della gita è cambiata di nuovo.

Una chiesa gotica alta, pulita, leggermente bicolore, con un camminamento intorno all’abside maggiore che mi porta verso il Nord Europa. Scorci, mura dai colori pastello accentuati dall’acqua, un ragazzo che guida la Vespa con una sola mano e con l’altra regge un vassoio con tre caffè. La statua del Fiume Nilo, che mi ricorda un’antica gita. Meryem che cerca di collaborare in tutti i modi, mostrando entusiasmo e vincendo la tentazione di lagnare. Le rose, immense, sui resti delle terme a Santa Chiara. Ci sono di nuovo. 

Ad essere onesta, non credo che il curdo abbia apprezzato particolarmente. Ma lui, come vi dicevo, non è il tipo che va matto per il fascino decadente dei centri storici mediterranei. Mettiamola così: oggi si sente un po’ più felice di vivere a Roma. E Meryem? Credo che abbia gradito. Certo, non quello che è piaciuto a me. Ma ha gradito certamente di essere con noi.

Ne è valsa la pena? Direi di sì. Potevamo scegliere meglio la giornata. Potevamo avere maggior prontezza nel cambiare programma. Insomma, potevamo fare di meglio. Ma ne valeva la pena, fosse solo per realizzare che Meryem ha camminato, praticamente senza pause, dalle 10.30 alle 16.30. Ha fatto la turista in un contesto non esattamente amichevole per i bambini. Non solo non ha reso le cose più difficili, ma ha capito benissimo la situazione e ha contribuito a migliorarla. Mi ha visto scoraggiata, in pizzeria, e mi ha assicurato che si stava divertendo e mi ha incoraggiato. Davvero. Come un’amica saggia. Ecco, se ripenso a oggi, la prima cosa che mi torna in mente siamo io e lei nel bagno di una pizzeria niente di che, dalle parti di via Toledo. Forse il nostro primo momento di complicità femminile.

 

Perché sì, perché no


Ieri mio nipote doveva realizzare, per la scuola, delle interviste. Io e Nizam abbiamo avuto l’onore di essere inclusi nel campione. La sera abbiamo confrontato le nostre risposte (io mi ero già fatta riferire le sue dalla mamma dell’intervistatore, viva la fiducia… ma corrispondevano a quello che mi ha riferito lui).

La prima domanda era: “Vorresti vivere in una città diversa da Roma?”
Entrambi abbiamo risposto di sì. Io ho menzionato Berlino e Istanbul, lui Amburgo o qualche città dell’Italia del nord, tipo Aosta o Bolzano. Insomma, sulla Germania settentrionale si potrebbe trovare un compromesso.

Sui motivi per cui vivere a Roma tutto sommato ci piace risultavamo abbastanza concordi: la bellezza e straordinarietà oggettiva del luogo, il clima (non dimentichiamo il clima), per me – più che per lui – i ricordi, gli affetti, i legami familiari.

Molto di più avevamo da dire sui motivi per cui vivere a Roma non ci piace. La lista potrebbe essere lunga, ciascuno si è dovuto limitare a sole tre risposte. Trovo però che Nizam sia stato sintetico e efficace nel dire, senza esitazione alcuna: “Perché qui non funziona niente! Un’ora di attesa alla posta, sei ore di attesa al Pronto Soccorso, due ore di attesa allo sportello dell’Anagrafe…”. Magari sarà un po’ esagerato, ma certo il livello di inefficienza medio è tale che tutte le volte che ci si trova davanti a un servizio che funziona si resta basiti. Da quando ha il negozio, Nizam tocca con mano quotidianamente i disservizi che lasciano sgomenti i turisti, specialmente stranieri. Metro chiusa per sciopero praticamente un venerdì sì e un venerdì no, autobus che passano a singhiozzo, senza alcuna possibilità di prevedere l’orario di passaggio, per non parlare di tariffe di hotel truffaldine, tassisti furbi e altri disguidi.

Giusto ieri al kebab è venuta una splendida ragazza palestinese che studia medicina qui a Roma (il dettaglio estetico non ha alcun rilievo per la narrazione, ma ne aveva per il narratore e io, fedele alla verità, riferisco) con suo padre, arrivato a trovarla da Israele. Il distinto signore, che parlava scioltamente cinque lingue (francese, tedesco, inglese oltre a arabo e ebraico) e, un po’ più faticosamente, anche l’italiano, era letteralmente  sconvolto e inorridito. In uno degli autobus affollati come carri bestiame che aveva preso dopo un’attesa di un’ora e più un borseggiatore gli aveva rubato il portafogli. A parte le considerazioni sulla qualità del trasporto pubblico, dunque, il fortunato palestinese ha potuto anche fare esperienza di presentare una denuncia al commissariato. Dopo un’altra eterna attesa, ha scoperto con un certo sconcerto che nessuno parlava una parola di una lingua diversa dall’italiano. Lui dunque se l’è cavata, ma si chiedeva (non senza una certa legittimità): “Ma gli altri, come fanno?”.

Quando Nizam mi dice che giurerebbe sul fatto che la maggior parte dei turisti che vede non torneranno a Roma neanche se profumatamente pagati, io qualche volta ribatto piccata che esagera. Ma allo stesso tempo realizzo, con dolore, che come molte cose, nel nostro Paese, è solo il caso che determina se l’esperienza di uno straniero (ma anche di un italiano) da noi sarà un sogno o un incubo. Chi mi conosce sa che io di Roma sono follemente innamorata. Che sono convinta che sia davvero un luogo straordinario, non solo dal punto di vista storico-artistico (e già solo per quello, quanto ci sarebbe da valorizzare…). Mi ferisce quindi dovere ammettere queste mancanze, così come non è piacevole riconoscere che la qualità della nostra vita è abbassata da tanti fattori che potrebbero essere corretti da organizzazione, volontà e senso civico di amministratori e cittadini.

Tra i punti a favore rispetto a vivere a Roma, Nizam ha elencato, con una certa mia sorpresa, “i romani”. Gli piacciono. “Magari sono un po’ bugiardi, un po’ finti, ma sono simpatici, caldi (nel senso, presumo, di calorosi)”. Io ieri sera non ero dell’umore e ho sbottato che a me no, i romani non piacciono. Non mi piace il menefreghismo, la tendenza a farsi scivolare tutto addosso (il “m’arimbarza”, per intenderci), la sciatteria, il pressappochismo. Ma mentivo. Adoro dei romani, di molti romani, la salace saggezza, l’ironia fulminante, un certo modo di dissacrante di intendere la vita che gli storici attribuiscono alla quotidiana consuetudine con il potere (vaticano, molto prima che nazionale).

Per concludere, stamattina ho chiesto a Meryem se le piace vivere a Roma. “No”, ribatte lei decisa. No? E dove vorresti vivere? “A Pavia” (per la precisione, a casa di Chiara, anzi “di Amelia”). E cosa non ti piace di Roma? Anche in questo caso, nessuna esitazione: “Casa nostra”. Sono soddisfazioni.

Cambiare si può


Avrete capito dal penultimo post che non attraverso un periodo di entusiastico ottimismo. Per fortuna il caso ogni tanto mi dà una mano. Oggi ero all’Istituto Federico Caffè, per una lezione sulla cittadinanza. Avevo pensato molto a questo intervento, che mi dava anche una certa preoccupazione: ho cercato e, per fortuna, anche trovato delle testimonianze (video e dal vivo) chiare, credibili, interessanti per una platea di un centinaio di ragazzi. Il risultato – e non per merito mio – ha superato di molto le mie aspettative.

Nonostante le preoccupazioni dei professori, abbiamo trovato un pubblico attento e coinvolto. Già da subito uno degli studenti ha chiesto di intervenire e con piacere l’ho inserito nella scaletta mentale che aggiornavo via via. Parto dunque con il trailer del documentario 18 Ius Soli, introduco un po’ il tema, faccio parlare Milena, educatrice del Centro di Aggregazione Giovanile Matemù, nata in Italia e non cittadina per burocrazia. Milena, figlia di genitori capoverdiani, non ha potuto usufruire della “finestra” prevista per i diciottenni nati in Italia a causa di un “buco” nella sua continuità di residenza (un mero disguido, lei è sempre vissuta qui): adesso si trova davanti a richieste assurde, tipo quella di far tradurre il suo atto di nascita (del Comune di Roma!) dall’Ambasciata di Capo Verde, perché quello rilasciato dall’anagrafe non avrebbe i requisiti necessari.

Qui  si inserisce l’intervento del primo studente: angolano, arrivato in Italia a 6 anni, rappresentante di istituto, molto desideroso di partecipare alla vita politica. Mi colpisce questo ragazzo, che dietro l’apparente spigliatezza, è in realtà molto emozionato, eppure ci tiene a parlare davanti a tutti, a far presente ai compagni che la vita di un immigrato è difficile, che spesso una casa e un lavoro fisso non li si ha, ci si arrangia come si può. “Io vorrei avere il diritto di votare, non per avere qualcosa di più degli altri, ma per eleggere persone che sento più vicine, che possano rappresentarmi”.

Questo ci dà il là per passare alla seconda parte dell’intervento, la cittadinanza per naturalizzazione e il tema dei diritti civili. Qui passo la parola a Isabel, rifugiata, in Italia da 13 anni e che da 3 anni sta tentando di ottenere la cittadinanza italiana: la pratica al momento è bloccata perché non ha un contratto di lavoro, uno della lista snervante di requisiti richiesti. Sono già moderatamente soddisfatta di come è andata, quando noto un bellissimo ragazzo di colore (ebbene sì, anche l’occhio vuole la sua parte) che si agita vistosamente sulla sedia, chiaramente ansioso di prendere la parola. Gli passo il microfono e non me ne pento.

Il secondo caso della scuola sembra il negativo del primo. Il ragazzo è figlio di cittadini della Guinea, è arrivato in Italia a due anni, ha sempre vissuto “nella stessa casa” e i requisiti per chiedere la cittadinanza li ha tutti. Però non la vuole. I genitori insistono, ma lui non la vuole proprio. Non gli interessa. Nonostante la vistosa cadenza romana, non si sente italiano. Niente di personale, eh? “Qui mi trattano bene, mi vogliono tutti bene”. Ma per la cittadinanza gli basta la Guinea. Concorsi pubblici? “Considerato come vado a scuola, dubito che comunque li passerei”, ribatte con un sorriso assassino. A Dio piacendo, “da grande” (dice proprio così, questo cristone di 17 anni che mi supera di una spanna) magari vivrà all’estero. Il senso della provocazione è chiaro, e viene raccolto con entusiasmo dai compagni (anzi, nello specifico, da due compagne: sarà l’innegabile fascino del non-cittadino?).

Le fanciulle sono infervorate, indignate, sparano a zero sulla politica italiana. Che senso ha questa legge? Non è giusto. E ancora: ci credo che lui non vuole essere italiano, visto questo schifo di leggi che ci troviamo. Ci siamo dimenticati la Bossi Fini? E tutte le connesse assurdità? Lo sfruttamento dei migranti eccetera eccetera? La passione, se si vuole un po’ ingenua, ma certamente sincera di queste ragazze fa bene al cuore. Rispondo come posso, faccio qualche sottolineatura e sento la mia voce dire: “Bisogna essere ottimisti, prima di tutto perché una scuola è un luogo in cui essere pessimisti è un delitto, un’assurdità. E’ importante che ognuno sia libero di scegliere la propria appartenenza e anche la propria cittadinanza. L’importante però è che non lasciate che tutto vi scivoli addosso. Pensateci, a che cosa significa per voi partecipare. Perché l’esercizio dei diritti civili è l’unica strada prevista e legittima per cambiare davvero le cose. Anche se ci pare, oggi, che la strada non ci sia, dobbiamo però continuare, impegnarci, non sottrarci”. Lo penso sul serio e essere in quell’aula magna mi aiuta molto a crederci. Ho provato un sentimento simile anche poco più di un anno fa, al Cattaneo, e lo sento ancora più chiaro oggi, vedendo questi ragazzi che, nonostante gli scrupoli della loro professoressa (“finiamo qualche minuto prima, il tempo di attenzione di questi nativi digitali è limitato”), non si scoraggiano e continuano a intervenire, facendo coraggio anche a qualche docente.

Torno in ufficio molto, molto più convinta di quando l’ho lasciato, venerdì sera. Nel pomeriggio leggo questa notizia, di cui mi era già arrivata qualche voce. In Vaticano tira un vento nuovo, decisamente. Penso a quante volte, sbagliando, ho detto e pensato: “Non cambierà mai”. Penso a quante volte questa frase mi è tornata in mente anche nelle ultime ore, e non senza qualche ragione. Scoraggiarsi si può, ci mancherebbe. Gli sfoghi servono, servono i paradossi, le invettive (venerdì mattina a un certo punto inveivo augurandomi un’invasione indiana dell’Italia, per dire). Serve anche leccarsi le ferite, per un tempo ragionevole. Ma solo se dopo ci si rialza e si ricomincia a sperare (senza dimenticare di rimboccarsi le maniche, per quel che si può).

 

Buon Natale


Di Roma, si intende. 2766 anni dalla fondazione. E, dopo qualche esitazione, ho deciso di partecipare con Meryem alle manifestazioni al Circo Massimo, che avevamo “annusato” già lo scorso anno. Oggi, complice il tempo fantastico e la congiuntura favorevole, siamo rimaste più a lungo, con tanto di picnic sul prato.

E’ stata una bella festa. Certo, non c’era spazio per la didattica che era stata proposta, con più efficacia, nella cornice più raccolta e ristretta dei Ludi Romani, a settembre scorso. Ma era più sempre gradevole, colorato, partecipato. La sfilata era variegata, con chi ci credeva di più e chi ci credeva di meno. Tantissimi bambini e famiglie, anche tra i figuranti. Premio simpatia per il gruppetto di egiziani veri, che si sono incollati con allegria una lettiga completa di Cleopatra. Hanno partecipato anche alcuni gruppi cittadini europei (rumeni, tedeschi), qualcuno con appresso il sindaco. Gli annunci al microfono, poi, erano esilaranti: “Attenzione prego: la dea delle acque è pregata di contattare la postazione di regia”; “La tredicesima legio Gemina e la terza Partica sono pregate di trovarsi schierate lungo la spina del circo, alla destra del cipresso”.

Il programma del pomeriggio, a parte una anacronistica ma decisamente spettacolare esibizione di paracadutisti, si è aperto con la drammatizzazione della vicenda ben nota: Rea Silvia, Romolo e Remo, la lupa e via così, fino al volo degli avvoltoi. Meryem ne ha approfittato per ripassare la storia, già sentita da Alessandra in occasione di una visita al Palatino. Una cosa non ricordava (e a dirla tutta, neanche io): l’uccisione di Remo. E non le andava né su né giù. “Ma come, non gli dispiace di aver ammazzato suo fratello?” “…” “E a Dio, non dispiace?” (Beh, figlia mia, se lo inceneriva lì su due piedi la storia antica avrebbe preso un’altra piega…) “E agli abitanti della città, agli aratori, non dispiace che quello è morto?”. Ora, a parte il fatto che non giurerei che l’attività prevalente dei primi abitanti di Roma fosse portare a spasso l’aratro (anche se l’enorme attrezzo protagonista della scena poteva suggerirlo), a me non risulta, in effetti, che sia stato indetto un lutto cittadino per il povero Remo. Ma aspetto con ansia di essere smentita.

“Sai, mamma, io qualche volta litigo con gli amichetti, ma non li ammazzo mica…”. Meno male, va. Speriamo che non cambi idea.

Ho appreso con piacere che il Gruppo storico Romano ha ottenuto in gestione il Ludus Magnus, il sito della palestra dei gladiatori adiacente al Colosseo, verranno ricostruite, con la supervisione scientifica del Dipartimento di Storia e Filosofia di Tor Vergata, gli ambienti originari: mensa, cucina, camerate, dormitori, sale ludiche, armerie e via dicendo. Noi abbiamo visitato il Ludus Magnus e, nonostante la bravura di Alessandra, abbiamo dovuto constatare che il luogo era davvero poco accogliente. Mi sembra una buona cosa che si inizi una sperimentazione così. So che molte persone colte e specialisti, inclusi miei amici che stimo profondamente, inorridiscono al solo pensiero. Mi rendo conto che si possono fare molti progressi, ed è certo auspicabile. Ma non riesco a rammaricarmi di iniziative come queste, che sono pur sempre occasioni di coinvolgimento e di godimento della nostra splendida città, che troppo spesso contribuiamo a trascurare.

Per i turisti (e i romani) in visita al Circo Massimo: vi segnalo che da oggi al 16 giugno è aperto al pubblico il roseto comunale, che sorge sul sito dell’antico cimitero ebraico di Roma.  Immagino che per gli appassionati e competenti di rose sia una vera chicca, ma anche per i profani è un godimento. Ingresso libero, comode panchine dove, eventualmente, consumare anche un panino e una festa di colori e profumi. Oggi una deliziosa signora (appassionata di rose e anche docente di scienze) ha spiegato gentilmente a me e a Meryem come i semi della rosa canina vengano trasportati dagli uccelli (e non dal vento, come avevo sparato io, facendola trasalire vistosamente). Comunque se capitate da quelle parti non ve lo perdete. In particolare dal 19 maggio sarà aperto tutto e la fioritura dovrebbe essere al massimo.

 

Riconoscimento


Nonostante il mio impegno, stamattina probabilmente non ero abbastanza ben disposta. Affrontavo una riunione in cui, come mi aspettavo e ben sapevo, si contrapponevano due visioni molto diverse, difficilmente conciliabili, in merito a un progetto a cui tengo molto (troppo?). Ne siamo usciti vivi, io me la sono cavata giusto con un paio di rimbrotti e richiami per le mie intemperanze (verbali e facciali). Il che là per là non mi è piaciuto, ovviamente, ma alla fine l’importante è andare avanti in qualche modo. E forse ci riusciremo, alla fine.

Nonostante la fatica e la frustrazione, mi sono portata via la consapevolezza che trovare un percorso comune non è solo una questione di conciliare i punti di vista. Certe volte, anzi, i punti di vista non fanno che bloccarci e più li si approfondisce, peggio è. Se poi uno, come ad esempio me, pensa con tutta la pancia, ecco che la comunicazione si trasforma in un campo minato dove alla fine, nonostante le apparenze e le intenzioni, i contenuti finiscono per non contare affatto. Per mia e nostra fortuna, ci sono stati almeno due contributi di natura diversa che ci hanno portato comunque un passo oltre.

Il primo (che, non lo nascondo, mi ha indispettito ma era necessario) era il tentativo di chi guidava la riunione di riassumere, ricomporre, al limite minimizzare con un certo atteggiamento possibilista che potrebbe anche essere inteso come ricordare la visione di insieme. Una passata di “superficialità” certe volte è utile per sgombrare il campo dai massimi sistemi, ingombranti e inutili per questo genere di discussioni. Il secondo era una sottolineatura del positivo che c’è, frutto evidentemente dell’impegno di tutti. Là per là sembrava un intervento a margine, e invece era importante e io, pur avendo l’intenzione di fare a mia volta questa stessa sottolineatura, non riuscivo in nessun modo a non farla suonare come un’argomentazione “a mio favore” e dunque non utile a lavorare sul conflitto.

Più di ogni altra cosa però ho apprezzato un commento successivo alla  riunione. “Credo che tutti abbiate bisogno di riconoscimento”. Ho apprezzato molto questa osservazione, che mi ha spinto a riconsiderare positivamente questo acceso confronto, che troppo spesso resta implicito dietro a frecciatine e malumori. E’ stata un’attenzione, un feedback non richiesto e in qualche misura inatteso, che mi ha fatto pensare. Mi sono sentita presa in considerazione e allo stesso tempo punta sul vivo.

Riconoscimento è diverso da stima. Il riconoscimento ho molta difficoltà sia a riceverlo (o a percepirlo?) che a darlo. Forse parte del problema è che faccio fatica a mettere a fuoco il concetto. Mi pare che il riconoscimento sia meno partigiano della stima, forse perché la seconda impegna pesantemente una critica di natura più intellettuale e morale. La stima si guadagna, si costruisce, si perde: è un organismo complesso. Il riconoscimento è più quotidiano, più spicciolo, se vogliamo meno impegnativo. Tanto che spesso mi pare superfluo esprimerlo.

Ho imparato con l’esperienza che è importante per i bambini, che più espressamente degli adulti lo cercano. Ma anche gli adulti ne hanno bisogno, e può dare un senso e un colore diverso a qualunque relazione, anche al di fuori dei rapporti di amicizia o di affetto. L’altro giorno, ad esempio, incrociando la coordinatrice della scuola di Meryem, ho sentito il bisogno di manifestarle che ero soddisfatta di come è stato gestito dalla scuola il periodo in cui Meryem ha avuto il gesso. Ok, era loro dovere, eccetera eccetera. Ma la soluzione è stata trovata (e data la struttura non era ovvia affatto), è andato tutto bene e mi è parso giusto, avendone l’occasione, di dirlo. Anche alla luce della riunione di oggi, credo davvero che una maggiore attenzione ai reciproci piccoli riconoscimenti ci aiuterebbe a vivere meglio. Non vi pare?

Dentro, fuori


Un invito ricevuto per il prossimo sabato mi ha riportato indietro nel tempo, agli anni dell’adolescenza. Premetto doverosamente che no, non li rimpiango affatto. Guardando indietro, con il famoso senno del poi, realizzo di aver sofferto molto perché non mi sentivo parte di gruppi, non necessariamente ben definiti o realmente esistenti, che all’epoca mi parevano importanti per sentirmi realmente considerata. Ero sempre, inesorabilmente, “fuori”. Ero sempre “troppo”. Troppo alta, troppo grassa, ma anche troppo intellettuale, troppo complicata, troppo pesante e cervellotica.

Mi ero trovata, però, il mio microgruppo, un paio di amiche con cui facevo quelle cose “troppo impegnate” che ci facevano sentire adulte, ma allo stesso tempo ci divertivano: mostre, cinema seriosi, ma anche weekend e viaggi “culturali” che sono rimaste delle pietre miliari nei miei ricordi (uno era un ponte di novembre per visitare la mostra dei Fenici a Palazzo Grassi – e qui solo qualche mio ex collega orientalistica può capire che portata ebbe per me quella gita, anche se all’epoca non potevo saperlo). Il mio microgruppo, che poi era un trio, era stato definito da qualcuno “la TBC”, dalle nostre iniziali. A noi in fondo piaceva, ma credo la dicesse lunga sul nostro grado di integrazione.

Stranamente scopro che anche da adulti l’appartenenza a gruppi, gruppetti e gruppuscoli è sentita come rilevante. La piazza allargata di Facebook non fa che strizzare l’occhio a questa adolescenziale tendenza: gruppi chiusi, gruppi segreti. Di alcuni faccio parte, di molti non conosco neanche l’esistenza. Ne riconosco la funzionalità, entro certi limiti. Ma non finisce mai di stupirmi quando qualcuno sbandiera (con opportune e trasparentissime allusioni) la propria appartenenza a uno di essi, manco fosse la tessera di un club esclusivo. Peraltro mi risulta che dei club davvero esclusivi non si dovrebbe neanche conoscere l’esistenza, no? [Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club. Seconda regola del Fight Club: non dovete parlare mai del Fight Club…. Ma quel film, confesso, non l’ho nemmeno visto].

Insomma, siamo davvero destinati a non diventare mai adulti?

Postilla. Ripensando poi al trio della mia adolescenza e alle attività a cui ci dedicavamo, realizzo oggi che alcune le trovavo noiosissime. I concerti di musica classica, ad esempio, spesso accompagnati dal pensiero ricorrente: “Ma quando finisce?”. Alcuni spettacoli a teatro,che Dio mio, ci vuole giusto l’entusiasmo dei 16 anni per lanciarcisi (ricordo distintamente la sensazione di sgomento che ha accompagnato l’annuncio “terzo tempo” a una rappresentazione, francamente non imperdibile, de “Le tre sorelle” di Checov al Teatro Argentina. Oddio, i tempi possono essere più di due?). La tendenza al masochismo culturale  è proseguita anche all’università, anche grazie all’insuperabile filone della filmografia iraniana, meglio se in lingua originale con sottotitoli in francese. Ma ricordo anche un film al cinema, più di cassetta, che era talmente lacrimevole (un trapianto al cuore, forse?) che a me e alla mia amica Marta ci prese una ridarola incontrollabile, mentre la mia amica Cristiana (che forse mi legge) si commuoveva il giusto e avrebbe voluto strozzarci (cos’era Cristiana, ti ricordi?). E allora mi chiedo pure: ma perché godevo, godevamo nel fare necessariamente scelte che non sempre pagavano in termini di appagamento reale? Era una questione di aspettative che le nostre famiglie avevano per noi? Era desiderio di differenziarci consciamente e volutamente da chi ci avrebbe comunque differenziato? Comunque, che bello essere abbastanza grandi e scafati per poter dire, con libertà, questo film è una noia mortale. Non trovate? Obietterete che avrei potuto farlo anche prima. Mah, chissà, forse. Ma non sarebbe stata la stessa cosa.

Otto Krunz e Mister Hyde


In questi giorni, mentre mi applicavo a ottemperare – inizialmente a malincuore – agli impegni presi, mi è tornato in mente un aneddoto della mia famiglia talmente mitologico da avere ormai perso quasi ogni addentellato con i fatti reali, per diventare una sorta di paradigma. Saprete forse che mio padre, di lavoro, faceva lo studioso di cose astruse e antiche. Diciamo che un giorno torna a casa visibilmente sconvolto. Dopo mesi, forse anni, a imbastire una teoria rivoluzionaria sulla corretta interpretazione dello pseudocommentario dello pseudo Pincopallis, noto solo da frustolo di manoscritto scritto con la mano sinistra da amanuense ubriaco (roba forte, dalle pesanti ricadute sulla storia della scienza), gli era cascato l’occhio su una noticina bibliografica in carattere micropiccolo in calce a uno dei millemila studi specialistici consultati alla bisogna. Per scrupolo, per mero maledetto scrupolo, e non senza svariate difficoltà logistiche, aveva messo le mani su un tomo tedesco denso e documentato, scritto da tale Otto Krunz. Ed ecco lì esposta nei minimi dettagli la sua teoria. Già edita e argomentata, scompaginata ai dotti della materia fin nelle pieghe più riposte. Le sue ricerche degli ultimi anni potevano, in buona sostanza, essere condensate in un sintetico “cfr. Otto Kunz, op. cit.”.

Sono momenti in cui la tempra dello studioso è messa a dura prova. Tacere di Krunz? Chi mai si prenderà la briga di scovare proprio quella particolare opera? (Internet non c’era ancora). E poi è in tedesco. L’ignoranza linguistica avanza anche nel mondo scientifico. Infine, dall’oscuro tormento interiore, emerge il ricercatore puro. Che, superato lo smarrimento iniziale, capirà che ci sono due o tre argomenti di Krunz che non suonano del tutto convincenti. E li userà per lanciarsi in nuovi, inesplorati sentieri della filologia (o di quel che è).

Da qualche giorno, per l’ennesima volta, mi trovo a scoperchiare il mio lato oscuro, per scrivere quello che, ancora una volta, sono certa sarà il mio ultimo articolo scientifico. E, mannaggia a me, invece di una cauta passeggiata in un terreno noto e poco interessante, mi trovo risucchiata da un tunnel in caduta libera di tentazioni speculative. Devo cavarmela con poco, sia come tempo che come spazio. E invece eccomi lì, ancora una volta, a tirare filetti che si portano via un ordito intero. Il dottor Jekyll stavolta non avrà vita facile. Le potenzialità del web non fanno che dopare l’Hyde biblista, squadernandogli davanti uno dopo l’altro articoli astrusi che lui stesso credeva inaccessibili.

Per un attimo, da un titolo in bibliografia, ho creduto di essermi imbattuta subito subito nel mio Otto Krunz. E invece no, via via che delle domande a cui undici anni fa non avevo saputo dare risposta iniziano a chiarirsi nella mia testa, ancora mi pare che la mia idea sia mia e mia soltanto. Che poi probabilmente tale resterà, vista la sede di presunta pubblicazione. “Ma che soddisfazione ti dava scrivere libri/articoli che leggevano solo una decina di persone?”, mi ha chiesto qualche volta il mio attuale capo. Lui, evidentemente, non si porta un Mr Hyde assatanato di lingue morte chiuso a chiave nel doppio fondo del cervello. Di solito direi: Beato lui. Certamente la sua esistenza è più lineare. Ma in questi giorni, in queste ore, mi godo l’impazzimento (part time) del cane da caccia – nonché il supporto, il sostegno e la compagnia qualche vecchio bracco come me. Grazie a tutti (ma specialmente a Caterina, che sono sicura che mi capisce fino in fondo).

 

Illuminanti miagolii


Non so se esiste qualcosa di più kitch della tazza che è arrivata a casa mia sabato scorso. E’ un mug a strisce bianche e nere, ha un muso di gatto in rilievo e, udite udite, miagola. Sì, miagola. Quando la si solleva. Quando si socchiude lo sportello dell’armadietto in cui è riposta. Quando si apre il rubinetto vicino allo scolapiatti dove è poggiata. Miagola sonoramente, tre volte di seguito.

Eppure è proprio questo raccapricciante oggetto che mi ha permesso di fermare alcuni pensieri luminosamente felici, che mi appunto per non dimenticare.

Questa tazza mi fa pensare a mia sorella maggiore, che l’ha maliziosamente regalata a Meryem. A quanto è divertente ridere insieme a lei (dovremmo farlo più spesso). A quante cose divertenti possiamo ricordare. Perché per carità, la nostra famiglia non è stata tutte rose e fiori, però si è riso parecchio. Penso agli scherzi surreali che ci siamo fatti, agli aneddoti ricordati mille e mille volte. E penso anche che sabato a pranzo, per un attimo, mi è parso che Roberto Palazzi fosse lì a ridere con noi. Quanti momenti felici abbiamo avuto. Mica è da tutti.

La mattina dopo la tazza è stata usata da Meryem per fare uno scherzo perfetto al padre che, alzatosi un po’ assonnato, ha fatto per bere il suo caffellatte e si è trovato sommerso di inaspettati miagolii. Non credo dimenticherò mai le loro espressioni. Un momento perfetto. Il giorno dopo ne ho immortalato un altro, al negozio di kebab. E oggi mi dico: invece di recriminare sul fatto che questi momenti siano così pochi, forse potrei essere felice del fatto che ci sono. Lo sono, in realtà.

Per associazione di idee, ho pensato a me stessa. E’ vero, tante cose non le avrò mai. Non avrò mai, soprattutto, quel “per sempre” a cui in fondo, nella mia ingenuità camuffata da disincanto, ho sempre ambito. Ma oggi, mentre dalla cucina arrivano i miagolii della tazza, non voglio pensare a quello che non avrò. Oggi vedo quello che ho avuto (“Grazie, mio Dio, per la mia buona vita e per tutto l’amore che ho ricevuto”, scriveva Agatha Christie nella sua indimenticabile autobiografia) e, perché no, quello che ho ancora. Una risata. Una coperta divisa. Le piccole cose di ogni giorno. E a ogni giorno basti il suo affanno.

Parole segrete


Ce l’ho, ce l’ho la mia strategia di sopravvivenza alle sfide quotidiane! Forse ne ho già parlato incidentalmente qua e là, ma sono troppo fiera per non condividere qui quella che reputo la mia strategia educativa più riuscita (forse l’unica, ora che ci penso): le parole segrete.

In effetti mi sono ispirata a un concetto un po’ distante da quello della genitorialità tradizionale: le “parole di sicurezza” o safewords. Prima di cancellarmi dalla vostra blogroll e denunciarmi a qualche ente di tutela dei minori, lasciate che vi spieghi meglio.

Ero alla vigilia delle mie vacanze a tu per tu con la Guerrigliera in Salento. Quindici giorni che persino io potevo prevedere che sarebbero stati un po’ stressanti. Sole in luogo ignoto, senza macchina, amici, parenti, conoscenti. Anche senza internet, ma quello non potevo saperlo. Insomma, immaginavo che mantenere il controllo sulla fanciulla – che aveva cinque anni compiuti da poco – sarebbe potuto rivelarsi essenziale, almeno in alcuni momenti. Il principale ostacolo che vedevo erano gli inevitabili conflitti. Quando io e/o mia figlia perdiamo le staffe, le nostre reazioni diventano spesso deleterie. Da qui l’idea, che si è rivelata azzeccatissima.

Io e Meryem ci siamo date tre “safewords”, tre parole segrete che conosciamo solo io e lei. Le abbiamo scelte insieme e servono a gestire situazioni di tre livelli diversi di gravità. La prima (chiamiamola “parola A”, un segreto è un segreto) significa: “sono ragionevolmente certa che questa discussione sia una stupidaggine. Prima che diventi una cosa seria e ci arrabbiamo davvero, diamoci un bacio e finiamola qui”. La seconda (“parola B”) si usa quando il conflitto è in atto e si sente montare la rabbia. Significa: “Ok, cerchiamo di calmarci. Io ora ti spiego come la vedo io e poi tu mi spieghi come la vedi tu. Cerchiamo un compromesso senza sbroccare”. L’ultima (“parola C”) è riservata ai momenti di emergenza. Da agosto scorso a oggi credo in effetti di averla usata una, forse due volte. Significa: “Non c’è tempo ne modo di spiegare ora. Obbediscimi e basta. Ne parleremo meglio quando l’emergenza sarà finita”.

Avevo fatto il tentativo senza particolari aspettative. Ma il meccanismo si è rivelato azzeccatissimo per Meryem, che lo capisce a fondo ed è in grado di utilizzarlo (giusto un paio di giorni fa, dopo molto tempo, ha usato la parola A; a volte, se mi arrabbio, mi richiama giustamente all’uso delle parole). L’unica ovvia accortezza è non abusarne. Specialmente la terza deve essere davvero un’eccezione, altrimenti il senso dell’intera operazione è vanificato.

Poi avviamente non sempre siamo in grado di utilizzare questo metodo. Però sappiamo che c’è, possiamo reciprocamente ricordarcelo e io resto convinta che sia qualcosa di prezioso che resterà tra noi due.

Questo post partecipa al blogstorming “Sfide quotidiane e strategie di sopravvivenza

Avventure domenicali


“Signò, le disgrazie so’ artre. Pensi se ce troviamo Berlusconi al governo! Ecco, vede? Che sarà mai un piccolo incidente?”. Per piccolo, l’incidente era piccolo. La Guerrigliera sabato pomeriggio saltellava sui gradini dell’Altare della Patria (“Ecco, lo sapevo che era colpa sua. La patria, di questi tempi? La prossima volta al mare, o almeno ai giardinetti dell’EUR!”), ha messo un piede in fallo e si è fatta male. Confesso: non avevo dato alla cosa particolare rilievo. Abbiamo continuato la serata e lei stessa pareva aver dimenticato l’infortunio.

Ma ieri mattina la Guerrigliera era troppo lagnosa per non avere un motivo. Dopo aver provato a sgridarla un pochino, mi sono arresa all’evidenza. Aveva qualcosa. Traccheggio fino alle undici, poi noto che la caviglia è effettivamente gonfia. Dopo un attento assessment logistico (vi ricordo che ieri c’era il primo Angelus di Papa Francesco, nonché la Maratona di Roma), mia sorella ci trasporta al CTO, adiacenze kebab (Nizam ci ha dato il via libera dopo il passaggio dell’ultimo maratoneta). Ci accoglie un enorme e vistoso striscione: “CTO occupato”. Per fortuna ciò non pare inficiare il servizio in modo particolare, almeno al pronto soccorso.

Nella lunga attesa mi faccio mangiare un euro dalla macchinetta delle bibite, somministro alla zoppetta due improbabili panini burro e uovo all’occhio di bue (gradisce) e muoio di fame. Però un pronto soccorso romano ha sempre il suo stile inconfondibile, bisogna riconoscerlo. Alla prima visita un paio di garruli infermieri intrattengono me e Meryem con battute tipo quelle di sopra. I radiografi hanno inscenato uno spettacolino degno di clown professionisti (Meryem a questo punto mi sussurra all’orecchio: “Mamma, ma questi hanno bevuto troppo vino?”) e l’infermiere che ha messo il gesso prima ha fatto finta di ingessarle per sbaglio la fronte e poi continuava a contarle le dita del piede, sostenendo di averne persa una.

Comunque, gesso è stato. Per venti giorni. E ho la sensazione che questa nuova condizione ci darà l’opportunità di scoprire nuovi inattesi aspetti della vita di quartiere. Ho provato a telefonare a scuola per informarmi su eventuali possibili soluzioni. Le maestre si sono rimpallate letteralmente la cornetta per poi deliberare che nessuno dei presenti sapeva o poteva dire nulla: l’unica autorizzata a parlare di tanto scabrosi argomenti è la coordinatrice in persona (domani).

Noi intanto ci barcameniamo con le inevitabili sfighe incrociate che in questi casi accorrono a frotte come vespe su un picnic. Ah, per la cronaca: diluvia.