Impulsi e proponimenti


Un anno iniziato senza veri propositi quasi non sembra nuovo. Eppure di fatto è andata così. Non sentivo alcun bisogno di enfasi o di promesse, nella mia vita attuale. Per certi versi, qualcosa di nuovo c’è. Avverto una pericolosa tendenza a cedere agli impulsi e alle frivolezze. Perciò oggi, armeggiando con le chiavi dell’ufficio, ho individuato per il 2013 alcune ferme intenzioni:

1) Andare a San Siro a vedere il Boss il prossimo 3 giugno. E qui la frittata ormai l’ho fatta: ho già il biglietto (in effetti anche due, ma questo si deve alla mia particolare storditezza dovuta a serata eccessivamente alcolica… rimedieremo). Non ho resistito. Il pensiero corre a una vita fa, alla E Street Band dal vivo al Filaforum da Assago. Io e la mitica Milic (qualcuno segue Radio Rock? Sì, proprio lei). Biglietti eroicamente procurati da mia sorella con lunga fila notturna a piazza Duomo. Entrata ordinata, posti splendidi. E, prima del concerto, un calice di prosecco porto da due sconosciuti. Così. Quelle magie che non si programmano.

2) Un weekend a Torino con Meryem. E’ giunta l’ora di tornare sul luogo dei miei sogni giovanili. Torino è questo per me, la città dei progetti e delle speranze. Anche inverosimili, chiaramente. Ripenso a una gita a Superga, in quei pellegrinaggi non propriamente miei, ma condivisi con sereno cameratismo. A una mansardina vista Mole che era per me la manifestazione tangibile della fortuna. A una caffetteria dove premiarsi con una fetta di torta. E, più di tutto, alle Alpi. Non c’è niente che catalizza i sogni come l’aria tersa delle Alpi.

3) Vacanze in compagnia. Questo è un impegno solenne. Bello godersi l’intimità con mia figlia, ma nel 2013 voglio socializzare. E lo farò, in un modo o nell’altro.

4) Dite che ci andrebbe anche qualche intendimento professionale? Non lo escludo, ma oggi l’unico proposito serio che ho a riguardo è di utilizzare proficuamente tutte le mie ferie. Ma no, in realtà non è del tutto vero. Mi piacerebbe essere così farfallona, ma l’anima della calvinista non muore mai. Per cui…

5) E’ un’idea ancora un po’ fumosa, ma vorrei sfruttare un po’ di più la via vita sui social per la causa dei rifugiati. Mi sembra una tappa abbastanza logica. Insomma, se da grande devo essere una influencer, che sia per una valida ragione. Anche perché se vi aspettate consigli sulle scarpe o sull’arte del ricevere sareste messi davvero male, non ne convenite?

6) In coda butto lì una intenzione che forse avrà bisogno di ancora più tempo per sedimentarsi davvero. Mi piacerebbe scrivere qualcosa e pubblicarlo. Non so ancora bene cosa, a dire il vero. Spero che l’ironia e l’autocritica mi salvino dagli sproloqui inutili e dalle sindromi del genio incompreso. Ma un progetto di scrittura, lo ammetto, mi divertirebbe.

E’ finito (e meno male) – giveaway di inizio anno


Mi tornava in mente, stamattina, che l’anno scorso avevo lanciato un bellissimo giveaway di fine anno. Sarebbe stato bello farne una seconda edizione, ma ormai è passato il momento e in realtà, nonostante il cielo romano di spudorato azzurro, non mi sento nella stessa disposizione di spirito idilliaca e riconoscente.

E allora, mentre me ne sto rintanata in ufficio in attesa che inizi il trambusto di quello che ho da fare, mi è venuta un’altra idea.  Lo so che tutti (anche io) abbiamo mille cose di cui essere grati e riconoscenti, pensieri poetici e nobili propositi che magari sentiremo l’urgenza di condividere, in queste ultime ore del 2012. Ma abbiate pazienza: non qui, non oggi. Qui ci diamo un altro obiettivo, molto meno ambizioso.

Pensate all’anno che sta finendo, con un minimo di disincanto. Ci sarà, presumo, qualche circostanza in cui vi siete sentiti Fantozzi. Sfigati come Calimero. Sfortunati come Paperino. Momenti in cui tutto, ma proprio tutto, sembrava tramare contro di voi (e forse pioveva pure). Sì, lo so che state pensando al mio Galaxy che si infrange contro un palo a solo una settimana di vita. Robe così. Ecco, ho una bella notizia: l’anno che ha visto verificarsi quel genere di eventi sta per finire.

Allora vi va di fare un bel rituale scaramantico collettivo? Facciamo un falò dei nostri momenti iellati. Pensatene uno, giusto il primo che vi viene in mente. Non valgono veri drammi e tragedie durevoli. Non siamo qui per piangere e sospirare. Ridiamo insieme delle piccole sfortune, facciamo corna, tocchiamo legno, accendiamo un bel falò ed entriamo nell’anno nuovo con la spudorata convinzione che tutto andrà per il meglio. O almeno facciamo finta.

Quindi, ecco le regolette.

1) Lasciate nei commenti il vostro momento di sfiga preferito del 2012 (o linkate un post, se avete voglia di allargarvi). Se vi va, divulgate con i social che preferite.

2) Basta, in realtà. Avete tempo fino al 3o gennaio. In fondo il mese di gennaio è il lunedì dell’anno. Alleggeriamolo.

3) Che si vince? Boh, ancora non ci ho pensato. Forse farò a sorte, forse giudicherò io, forse si farà una sorta di votazione…. Comunque molto onore per aver partecipato e un regalino di buon augurio.

Insomma, miei fidi lettori di nicchia, scatenatevi!

I film della memoria


Questo pirotecnico post della Piattins sulla filmografia della memoria mi punge sul vivo. La visione di film in famiglia a casa Peri era un’esperienza formativa a tutto tondo. Tv, chiaramente, molto più che cinema. Sebbene si vociferasse che mio padre fosse abbastanza appassionato del grande schermo (pare che avesse persino un carteggio con Fellini), alla fine – per motivi logistici e sospetto anche economici – le visioni familiari prediligevano decisamente quello piccolo. La formazione prevedeva mio padre sdraiato sul divano con la testa in grembo a mia madre, apposite coperte e eventualmente me appollaiata sulla pancia (finché le dimensioni lo hanno consentito). Tutte le altre variamente appollaiate tra poltrona, puff e eventuali sedie. Per la programmazione ci si affidava, fondamentalmente, a mamma RAI (e più tardi anche al Biscione).

Alcuni momenti sono rimasti memorabili. Come quando abbiamo lasciato mia padre e mia madre davanti a Nove settimane e mezzo e li abbiamo trovati che russavano davanti alla scena dello spogliarello. O quando, davanti ai Blues Brothers, la famiglia si è divisa in due schieramenti distinti: chi si scompisciava e chi proprio non capiva che ci fosse da ridere, fino all’uscita indimenticabile di mia sorella Serena: “A me questi film americani di inseguimenti non piacciono”. Ricordo un capodanno agghiacciante davanti a Drive In (mio padre andava pazzo per le comiche di Benny Hill) e svariate estati a guardare film dell’orrore improbabili, tipo Tremors Api assassine.

Ma veniamo ai classici, ai film della memoria.

1. Tutti insieme appassionatamente. Questo, decisamente, è IL film della memoria. Anche a Natale, a tutt’oggi, è una sicurezza. So a memoria quasi tutte le canzoni e quando alla visione era presente zia Maria (la calabra zia di mia madre che veniva a trascorrere le feste a Roma, rendendo indimenticabile ogni singolo giorno) eravamo invitati a intonarle tutte insieme a lei, a partire da una delle prime, quella in cui le monache cantavano “Che cosa ne faremo di Maria…” (e lei sogghignava, ancora fiera di essersi fatta cacciare da scuola dalle monache circa 75 anni prima, per aver nascosto una rana nel cassetto della maestra).

2. La principessa Sissi. Un’altra sicurezza. Qui entrava in gioco anche l’orgoglio austroungarico del padre goriziano. Si godeva della bellezza di Romi Schneider, si rubava l’intramontabile battuta “Ah, brava!” del padre dell’imperatore, sordo quando faceva comodo, si empatizzava per l’antipatia verso l’insopportabile “Maman” di Francesco Giuseppe, allenandoci nella femminea arte dell’odio della suocera. Una palestra di vita.

3. I soliti ignoti.  Intramontabile, indimenticabile. Un must. Per i miei genitori, le basi culturali di una romanità acquisita. Per noi figlie, l’iniziazione al cinema d’autore e agli uomini che meritano di essere guardati (tipo Gassman, pur balbuziente, e  Mastroianni).

4. Buddy Buddy e, più in generale, tutti i film della coppia Jack Lemmon-Walter Matthau. La critica dice che non è questo uno dei più riusciti, ma il killer Trabucco e la sua mimica facciale mi sono rimasti impressi tutta la vita. Aggiungerei sicuramente alla serie E’ ricca, la sposo, l’ammazzo, con l’indimenticabile personaggio di Enrichetta (che temo sia diventato incongruamente uno dei miei modelli adolescenziali… peccato che non ero ricca).

5. Il cowboy con il velo da sposa. Diffidare del remake: non è la stessa cosa. Classicone Disney, che da noi riscuoteva successo anche per la presenza in famiglia di due gemelle femmine.  La gita in montagna si è scolpita nel mio immaginario come qualcosa che un giorno avrei voluto organizzare anche io. Negli anni cambiava solo la persona ai danni della quale l’avrei organizzata.

6. Quattro bassotti per un danese, ma anche FBI Operazione GattoIl Fantasma del Pirata Barbanera, Herbie il maggiolino tutto matto… Dean Jones era una garanzia: magari non si trattava di film pirotecnici, ma facevano ridere, erano dei buoni prodotti, affidabili come un vecchio Maggiolino. Io li riguardo ancora con immutato piacere. Meryem finora non li ha molto apprezzati, a onor del vero.

Poi si cresce e i film di riferimento diventano altri. Anch’essi debitamente conditi di ricordi: i film di gruppo, con i compagni di scuola e di università; i film dei primi (ma anche dei secondi e dei terzi) sospiri; i film di godimento privato. Ma la memoria familiare, che  – ormai forse lo avrete capito – nel bene e nel male è parte costitutiva della mia essenza, resta legata al divano di casa, ai plaid scozzesi, al telefono (fisso) che squillava – con i relativi brontolii di chi aspettava un’altra chiamata. Alla fine, lo sapevo, finisce che mi commuovo.

Questo post partecipa al blogstorming

La serranda filosofica


Stamattina, immortalando con l’androide scrauso il palo protagonista del post precedente, mi è tornato in mente un precedente illustre di miei spiaccicamenti. Dato che è proprio il tipico aneddoto da famiglia Peri, debitamente impanato da decine e decine di racconti orali non solo miei, ho pensato di farvene omaggio, a mo’ strenna natalizia.

Dovete sapere che all’attico del palazzo dei miei genitori, ai tempi delle mie scuole superiori, viveva una famiglia con un grosso dobermann nero. Era femmina e rispondeva al nome di Golia (non facciamo commenti sulla cultura biblica dei padroni di casa. O forse, mi viene in mente solo ora, intendevano proprio la caramella, quella che chi non la mangiava era un ladro o una spia). Golia mi detestava cordialmente. Una volta che, anni dopo, ci comunicarono che l’animale stava male, io me la sono immaginata in fin di vita sulla sua trapunta imbottita e la padrona che scendeva a scampanellarci per chiedermi di salire al suo capezzale per esaudire l’ultimo desiderio della povera Golia: sbranarmi. Ma non divaghiamo.

Era autunno e io avevo da poco iniziato la prima liceo (classico). Tornavo verso casa assorta in profonde riflessioni sulla filosofia platonica. Talmente assorta che sono andata a stampare la parte alta della fronte (altezza attaccatura dei capelli) contro la serranda sporgente di una casa. Un male allucinante. Completamente tramortita, mi trascino fino a casa e chiamo l’ascensore. A quel punto mi affianca la sagoma nera di Golia, comprensiva di proprietaria inguainata in stivali di pelle scura, aggressivi quanto il dobermann. Aspettiamo in silenzio che l’ascensore arrivi. Salgo, salgono. Io a quel punto mi passo una mano sulla fronte e la ritiro grondante di sangue. Evidentemente la serranda mi era rimasta ben impressa nel cuoio capelluto.

Al dobermann brillano gli occhi e inizia a ringhiare. L’affabile proprietaria, forse non cogliendo esattamente la dinamica del tutto, riapre la porta dell’ascensore e mi fa: “Ti dispiace scendere? Sai, mi innervosisci il cane…”. Io obbedisco come un’idiota (che sono, ed ero già allora) e mi inerpico faticosamente per cinque piani di scale. Vengo a quel punto raccattata in lacrime da mia sorella, che mi porta al pronto soccorso. Non era una cosa grave: se lo fosse stata sarei morta dissanguata, visto che un medico mi ha dato un’occhiata di sfuggita solo sei o sette ore dopo. Antitetanica al volo e via.

Di Golia avevo rimosso ogni ricordo, così come dell’aneddoto surreale che vado ora a condividere con voi. Serviva un palo sul naso per rinfrescarmi la memoria. Converrete che sarebbe stato un peccato perdere nell’oblio una storia tanto edificante di buon vicinato.

Errata corrige

La sorella che ha aperto la porta mi fa giustamente notare che il dolce quadrupede non si chiamava Golia, ma Duca. Duca, femmina. Il che, vedete, non lascia ai proprietari neanche l’alibi della liquirizia. Golia pare che fosse un altro astuto cane che si è illustrato per essersi buttato giù dalla torre di un convento, ma io confesso che questa storia non la ricordo bene e magari un giorno ve la racconterà lei. Duca, sebbene odiasse me in particolare, si era illustrata anche con lei. Nella stessa area pre-ascensore che faceva da scenario a molti dei nostri incontri, il dobermann le era scivolato silenziosamente accanto aveva stretto un polso tra i denti. La simpatica padrona aveva osservato: “Vuole solo giocare. Basta però che non sposti il polso, altrimenti finisce che ti fai male”. No comment.

Impermanenza (con quel pizzico di sfiga)


“La stai prendendo anche troppo bene”, tenta di confortarmi la collega in pausa pranzo. Bene, stamattina, ho preso una sola cosa: un palo in faccia. Proprio in pieno. Avete presente quei bei pali di ferro dei segnali stradali, o magari che reggono un lampione o roba così? Solidi, robusti, ben piantati. Visibilissimi. A chi non sta giocherellando con il suo nuovo smartphone, desiderato e bramato per anni, per leggere l’ultimo commento al precedente post di questo blog (ah, la vanità…).

Stud. Craaaash. Tra le stelline che mi turbinavano davanti agli occhi per la botta al naso, vedo il mirabolante Samsung Galaxy S II, dono del kebabbaro per i miei 40 anni, spiaccicarsi rovinosamente sul sampietrino. Di faccia. Aggirando viscidamente la funzionale custodia paraurti in immacolato silicone, da me acquistata il primo giorno di utilizzo. “L’importante è che non si sia fatta male”, commenta una premurosa passante. Nooooo, vorrei urlare io. No, no, no. Era meglio se me lo rompevo, il naso. Ma ora che avevo Foursquare e pure Instagram (che vabbè, da oggi si venderebbe le mie foto, ma dubito ci si farebbe ricco), proprio ora che assaporavo il compiaciuto multitasking delle vere donne 2.0, mi tocca ritornare all’Androide primitivo, che si smonta da solo ogni volta che lo infilo in borsa?

Dopo una rapida visita a un punto assistenza Samsung (“Non lo siamo più da tre anni e comunque tanto vale che se lo ricompra. Garanzia? Macchè. Le pare che se le dò un cazzotto in faccia è coperta da garanzia?” – Grazie, scostante giovincello, spero che ti si sfracelli anche il tuo appena stacchi, e poi che cavolo di esempio è?) e una più confortante puntata in un negozio di cellulari (“Ma no, non è morto, vede che è illuminato? Eviti come la peste i punti di assistenza Samsung, non lo faccia toccare da nessuno e vada proprio al capannone Samsung, a via del Fosso della Magliana. A pagamento, ma vedrà che lo riparano”) ho deciso di prendere la cosa con filosofia e sono giunta ad alcune importanti conclusioni

1) Data la rarità dei regali del kebabbaro, avrei fatto meglio a mettere il telefono in una teca di cristallo per imperitura contemplazione. Tuttavia, dato che invece ho scelto di usarlo…

2) Io sono una donna che sbatte contro i pali. Devo farmene una ragione. Non è la prima volta che mi capita e non sarà l’ultima. E, nonostante la mia prima reazione, rompermi (anche) il naso non era meglio. Magari era l’occasione per rifarmelo e diventare strafiga, con quei 15-20 giorni di malattia necessari alla bisogna, ma magari no.

3) Sapevo che desiderare così ardentemente un bene superfluo avrebbe creato uno squilibrio nel mio karma. Il mio karma di persona sgarrupata non c’è proprio abituato. Cosa c’è di meglio di un pellegrinaggio in via del Fosso della Magliana per espiare (o, più probabilmente, più di uno, accompagnato da doloroso esborso pecuniario)? Osservo, per inciso, che vie dal nome così inquietante esistono solo nella città dove ho l’onore di vivere. Se la Samsung fosse stata in viale Leopardi, non avrebbe avuto lo stesso effetto catartico e quaresimale.

Il tutto per dirvi: se state tentando di telefonarmi o, peggio, mandarmi un sms, desistete fino a nuovo ordine.

Priorità


I blog seri hanno un piano editoriale. Io, manco a dirlo, no. Quindi capita che io immagini di parlarvi di qualcosa e poi si faccia avanti sgomitando qualcos’altro. Oggi vi voglio raccontare una storia.

Immaginate una donna in carriera, interprete e docente universitaria di inglese, abituata a lavorare 12 ore al giorno. Ve la immaginate? Direi di sì. Ora aggiungiamo un particolare. Questa professionista vive a Aleppo, Siria. Chiamiamola Rana, ma non è il suo vero nome. Continua a lavorare, anche oggi, ma molto meno di prima. Le classi di più di cento studenti ne ospitano a malapena trenta. In compenso i campus universitari, così come le scuole di tutto il paese, sono piene di sfollati. Famiglie fuggite dai bombardamenti, dai cecchini, dai conflitti a fuoco. Dietro una parvenza di quotidianità, tutto è cambiato. E qui arriva la parte che mi affascina.

“Le cose sono cambiate. Non potete immaginare quanto. Così sono cambiate anche le mie priorità”. Questa professionista inizia, con un gruppo di amici, a cercare di dare una mano a chi è più in difficoltà. Di conoscenza casuale in conoscenza casuale si crea un gruppo. Ci si inizia a organizzare meglio. Così è nata la Famiglia dei Volontari di Aleppo. Un gruppo di siriani che più diversi non si può. Professionisti, insegnanti, artisti, gente comune, laici e religiosi, cristiani e musulmani. Persone che non hanno neanche la stessa idea politica, ma uniti dall’urgenza e dalla voglia di dare una mano. A volte a rischio della vita, in zone dove le grandi organizzazioni internazionali non riescono a intervenire. Pacco viveri dopo pacco viveri, molti siriani devono a loro la sopravvivenza.

Questa storia, che potete leggere sul sito del JRS (per ora in inglese, presto anche in italiano), mi ha fatto pensare. Rana non era certo una professionista della cooperazione. Nessuno degli altri volontari lo era. E’ che in queste circostanze estreme ad alcuni, per fortuna, scatta qualcosa. “Non mi sono mai sentito più vivo di così”, dichiara uno dei volontari. Perché la vita, la normalità, sotto le bombe bisogna difenderla.

Non riesco a dipanare il groviglio di pensieri che mi si è annodato in testa da quando ho letto questo racconto. Non posso fare a meno di chiedermi: noi italiani in circostanze analoghe faremmo lo stesso? Poi oso rispondere: sì. Perché le energie positive, di genuina solidarietà e di entusiasmo, io ogni tanto le vedo trasparire dal grigiume del generale scetticismo. Forse però la domanda è oziosa. Una cosa è certa: da qui non posso che fare il tifo per tutti loro, che – come affermano loro stessi – vanno d’accordo a causa della loro diversità. Ci vuole coraggio per dire una cosa del genere in mezzo a una guerra civile.

Se fossi te


“Che vuoi fare da grande, Meryem?” “La pop star”. Siamo in macchina su nel nord e mia figlia con questa risposta mi ricorda che prima di partire abbiamo guardato insieme un altro dei DVD inviatici dalla Universal e, precisamente, Barbie: la principessa e la popstar. Mi era passato di mente, lo confesso. Non sono una appassionata dei film di Barbie, che invece Meryem guarda sempre volentieri. Questo, in particolare, racconta la storia di Barbie-principessa e del suo idolo, la popstar Kiera (Ghira, nella personale versione di mia figlia). Le due si invidiano reciprocamente e, con un tocco di magia di cui entrambe sono provvidenzialmente dotate, si scambiano l’identità per un giorno. E poi tutti cantarono, felici e contenti. In estrema sintesi.

Poi, come vi dicevo nell’altro post, ho comprato a Meryem questo libro, che curiosamente racconta una storia in qualche modo simile: la principessa Bianca, sempre in disordine e monella, scappa e viene molto apprezzata dal re dei draghi; contemporaneamente la draghetta, sgridata dai suoi perché sempre troppo pulita e incipriata, viene accolta con giubilo alla corte umana. Salvo poi realizzare che ciascuno sta meglio a casa sua, per il semplice fatto che comunque alle due figlie manca il proprio papà criticone (e viceversa). La forma in questo caso mi piace di più, rime e disegni rispondenti al mio gusto. Ma il tema è lo stesso, come anche Meryem ha notato (anche se qui la situazione è resa paradossale dalla vistosa differenza, anche di specie, tra le due: “Ma come fa una draga a vivere con gli uomini?”, mi chiedeva Meryem).

Tra i quaranta anni e la fine dell’anno, i bilanci si sprecano. E allora, pensando questo post, mi sono trovata a fare questo gioco: vorrei essere qualcun altro/a, almeno per un giorno? Ricordo che all’università ho desiderato di essere una mia amica più giovane, di nome Francesca, che ai miei occhi incarnava il successo professionale e personale. Recentemente, su Facebook, sono tornata in contatto con una mia compagna di classe delle medie, che era molto graziosa e corteggiata: non dico che all’epoca avrei voluto essere lei, ma certamente, almeno per un po’, avrei voluto non essere proprio me stessa. Anche oggi, a tratti, mi sfiora il pensiero che vorrei essere come qualcuna delle mie splendide amicizie bloggarole. Per non finire male come Paride buonanima, non ne nominerò nessuna in particolare, ma ne ho in mente certamente almeno due o tre (ma anche quattro o cinque). Poi però ci penso meglio e mi rendo conto che davvero ciascuna di noi ha le sue croci, i suoi pesi, i suoi punti di forza e i suoi cedimenti. Che le “fortune” sono frutto di scelte e, perché no, anche di rinunce e che in questa vita niente è gratis. Poi ci si mette anche Facebook, a ricordarmi che questo che sta finendo – che istintivamente avrei definito un anno davvero tosto e amaro – in realtà è stato anche un periodo pieno di belle sorprese, di incontri, di viaggi e di sorrisi. Allora, vi dirò, forse per un giorno mi scambierei solo con mia figlia, per la curiosità di vedere il mondo con i suoi occhi.

E voi? Con chi vi sareste cambiati la vita, per un giorno? E adesso?

Più libri, più liberi: una recensione “a scrocco”


Ieri era proprio una giornata del cavolo. A volte mi capita di peccare di eccesso di pregustamento. Pregustavo da un paio di settimane la fiera della piccola e media editoria, croce e delizia degli appassionati di libri squattrinati e cordialmente detestata dalla Guerrigliera fin dalla più tenera età, con una coerenza degna di miglior causa. Stavolta, come due anni fa, si prevedeva incontro con celebrità del calibro di Mammamsterdam in occasione della presentazione di un’opera imprescindibile nella libreria di ogni desperate parent che si rispetti: La risposta del cavolo. Già, proprio come la giornata.

Era questo che vi stavo raccontando. Dormo male, mi sveglio febbricitante e di pessimo umore. Litigo con il mondo, a partire da me stessa. Ringhio, sbuffo, protesto, strascico i piedi. Eppure tutto concorre a esaudire ogni mio desiderio: improvviso cambio di programma di tata Silvana, che in collaborazione con la nonna si spupazza Meryem da ieri alle tre a stamattina compresa, togliendomi ogni pensiero di orario. Passaggio in macchina all’andata e al ritorno. Quasi nessuna fila in biglietteria. Regali di compleanno che continuano a piovere inattesi a oltre una settimana dal giorno deputato. Ma è stato solo versando il mio tradizionale obolo allo stand di Exòrma che sono tornata in me, o meglio nella parte di me meno antipatica, e ho fatto quello che in fondo mi viene piuttosto bene: ho condiviso.

Io in una grossa Fiera affollata ho lo stesso blocco che mi afferra nei supermercati troppo grandi: mi paralizzo. Rispetto ai libri per bambini, poi, il problema aumenta: guardo di qua e di là, sbavo a destra e a sinistra, ma alla fine non metto a fuoco come si deve e finisco per non comprare assolutamente nulla. Però, ieri come in altre occasioni, mi sono giocata la carta segreta: mia sorella Marina.  Lei sì che conosce il territorio. Parte alla caccia come un cane da tartufo. Quest’anno purtroppo ci siamo solo incrociate fugacemente, ma mi sono rivenduta con successo, in seguito, gli ultimi due stand che le ho visto visitare. Ed ecco qui le mie recensioni a scrocco di due piccole case editrici da sostenere, con forza, perché se lo meritano (oltre a Exòrma, naturalmente).

Iniziamo dalla prima chicca. Ho faticato a ritrovarla, perché il nome me lo ricordavo solo attraverso confuse associazioni, decisamente poco indicative: L’asino verde? La rana ubriaca? Alla fine era Orecchio acerbo. “Libri per ragazzi che non recano danno agli adulti / libri per adulti che non recano danno ai ragazzi”, li definiscono loro stessi. Noi abbiamo ancora la bocca spalancata. Dei gioielli di grafica, di idee, di fantasia. Facciamo un esempio? Guardatevi questo booktrailer… oppure questo, che testimonia la nascita di Hansel e Gretel illustrato nell’unico modo possibile per favola davvero spaventosa (“Non ho mai pensato che fosse per bambini, era piuttosto per me, per me quando ero un bambino”, confessa significativamente l’illustratore).

Seconda menzione per Edizioni Lapis. Segnalo in particolare la collana Arte tra le mani e, ancor più, la collana Staccattaccal’arte, albi davvero geniali in cui i bambini possono con degli stickers ricomporre o rimescolare opere di artisti come Klee, Mondrian o Kandinsky. A Meryem alla fine ho comprato questo, mentre zia Marina ha scelto, da Orecchio Acerbo, questo. Scaricatevi l’anteprima, ne vale la pena. E qualcosa mi dice che questo autore vada tenuto d’occhio…. anche il sito è bellissimo!

La renna dell’Avvento


I calendari dell’Avvento erano una costante della mia infanzia. Basici, rigorosamente di tema religioso. Una rappresentazione della grotta, con poche varianti stilistiche di anno in anno. Le finestrelle contenevano pastori, stelle comete, profeti biblici, talora accompagnati da citazione evangelica. La casella del 24 era doppia e conteneva, surprise surprise, Gesù con o senza Maria e Giuseppe. Ricordo vagamente che un anno alle finestrelle era abbinato una specie di contenitore con microscopico giocattolino in plastica, talmente piccolo da risultare pressoché non identificabile. Pezzetti di plastica colorata, insomma.

Io dal calendario dell’Avvento di primo acchitto mi asterrei. Certamente non mi verrebbe mai la fantasia di produrne uno artigianale, cosa che vedo essere ormai un must delle mamme 2.0. Ma mia madre finora si è imposta. Il calendario dell’Avvento lo procura lei. E niente Babbi Natale, scoiattolini e altre naturalistiche raffigurazioni. Il tasso minimo di liturgicità deve essere garantito e accertato. Sulla tradizione (praticamente l’unica sopravvissuta ai colpi d’accetta di mia madre, che ha già abolito il pranzo di Natale e di S.Stefano, la tombola e, fosse per lei, rinuncerebbe senza remore anche al parco buffet in piedi che continuiamo a fare la sera della Vigilia) non si discute.

Quest’anno però è sorto un imprevisto alla nostra consueta routine del calendario cartaceo acquistato all’ultimo minuto. Per circostanze un po’ difficili da giustificare, mi sono trovata ad acquistare una costosa renna di legno rosso con 24 cassettini (ovviamente tutti da riempire). Ineludibile. “In fondo è un investimento”, hanno avuto il coraggio di dirmi. Vabbè, la renna rossa ormai ci sta. Ma non potevo provvedere di persona a riempirla. Come sanno anche le pietre, io e Meryem eravamo strategicamente fuori Roma dal 30 novembre al 3 dicembre.

Il bello di una famiglia come la mia è che per le cose inutili ci si attiva con straordinaria solerzia. Il caso della renna è stato prontamente sposato da mia sorella Marina e dai suoi figli Giulia e Luca. “Compra qualche cioccolatino”, ho suggerito io. Ho pensato per un attimo alla possibile delusione di mia madre per il nostro discostarci dalla solita prassi. Ma, come spesso avviene, la sottovalutavo.

“Carina, molto carina”, ha infatti commentato la nonna. Che ha prontamente suggerito la soluzione perfetta: nei cassettini si potevano facilmente introdurre 24 piccoli personaggi del presepe. Un affare. Messaggio religioso salvo, due gadget natalizi in uno. Bastava solo trovare 24 personaggi congrui, anche per dimensione, e posizionarli nei cassettini. Una missione ideale per Marina & co.

A un certo punto ricevo una telefonata concitata dai riempitori di cassettini. “Non c’entrano”. “Chi?”. “Maria e Giuseppe”. Davanti al problema, i radicali (mia nipote Giulia) sostenevano che non importava, un paio di personaggi si potevano eliminare. Io mi sono trovata a concordare con l’ala moderata (mia sorella), che sosteneva che la loro presenza nel presepe era auspicabile. Conveniamo infine che all’inizio di ogni raccolta che si rispetti viene dato un bonus iniziale. “Possiamo farli affacciare da dietro le corna”, mi è stato infine proposto. Senza riferimenti, beninteso, alla natura un po’ particolare del nucleo familiare in questione. Così è stato. Io, in un rigurgito di senso di colpa, ho incastrato pazientemente nelle fessure rimaste all’interno dei cassettini delle caramelle (per lo più tic tac, visto lo spazio a disposizione).

Ed ecco a voi il risultato finale.

renna

P.S. A proposito di calendari dell’Avvento. Quest’anno ho dato il mio contributo al Calendario dell’Avvento di Piccolini Barilla. Ogni giorno un racconto illustrato e tra qualche giorno troverete il mio. Potete aprire le finestrelle virtuali qui.

 

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Incredibilmente vicino


Al momento cruciale della svolta a destra davanti ai secchioni, io e Luca (alias “il Mignolo”) eravamo intenti in una improvvisa quanto appassionata discussione sulle politiche migratorie. Così siamo finiti in cima, proprio in cima alla collina di Cosso. Un analogo impeto nella nostra conversazione (in merito questa volta al movimento No TAV) si è ripetuto soltanto, il giorno dopo, in prossimità del bivio per Casale (ebbene sì, lo abbiamo mancato).

La mattina, alla vigilia della partenza per l’evento, sono affondata fino al ginocchio nella terra umida delle Cascine Orsine. Però Meryem ha visto un sacco di mucche (e io non mi sono neanche rotta una gamba). Il giorno dopo mi sono stampata lo spigolo del portellone del portabagagli sul sopracciglio destro: ma vuoi non avere un ricordo di un weekend così speciale?

A parte queste piccole goffaggini, che rendono più reale il tutto, il festeggiamento del mio quarantesimo compleanno è stato semplicemente perfetto. Al di là di qualunque aspettativa. Avvolto in una specie di luce magica, in una sospensione che rendeva tutto possibile. L’ho già detto altre volte: non mi venite a parlare di amicizie virtuali. Nella Sacher dei miei 40 anni di virtuale non c’era neanche una briciola. Certamente il virtuale ci ha aiutato molto a organizzare rapidamente e fin nei dettagli questa specie di incontro di mondi che è stato il nostro fine settimana. Un’armonia di diversità apparentemente irriducibili, del tutto compatibile con i ritmi più o meno folli delle nostre vite quotidiane.

Si corre, si corre, eppure avvicinarsi per un weekend è stato possibile. Più facile di quanto pensassi. Guardando il panorama straordinario dalla veranda di Paola, gustando quel senso di familiarità con i particolari tante volte descritti da lei sul blog e ammirando tutti quelli che lei non ha sentito mai il bisogno di descrivere, ho pensato questo: a volte è più facile di quanto ci si aspetterebbe. Ci si stringe un po’, si fa un giro un po’ più lungo, si butta un po’ di pasta in più (diversi chili, in questo caso), si rimanda un impegno. Ognuno ha dato il suo contributo ed eccoci tutti lì, con la Tosca, Andy, Twenty Millions e gli altri personaggio del nostro immaginario un po’ da favola.

Il Monferrato è incredibilmente vicino, se ci si va con la giusta compagnia.

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 P.S. A proposito di vicinanza: oggi il Centro Astalli lancia la campagna di raccolta fondi “Io sostengo da vicino“. Come vedete, basta davvero poco per cambiare in meglio la vita di un rifugiato.

Trovate il banner nella colonna a destra. Se per caso volete sostenere questa causa, che come sapete mi sta molto a cuore, potete metterlo anche sul vostro sito/blog, copiando questo codice:

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