Roma plurale


Plurale. Roma è soprattutto così. Ma non ordinatamente multietnica, ben assortita, coloratamente presentabile. Affatto. Roma è caos, contraddizioni, rabbia, spudoratezza. A volte persino becera violenza. Eppure il suo fascino più seducente resta la sua infinita vertigine di varietà.

Improvvisamente mi viene in mente un parallelo calzante: la basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ricordo di esserne stata rapita al primo sguardo. Ma non per la tomba vuota di Cristo, né per il Golgota, comodamente collocato a pochi gradini di distanza ad uso dei pellegrini di tutte le epoche. Piuttosto per quel mosaico ricchissimo e tormentato di riti, di architetture, di comunità. Quella disarmonica accozzaglia che resta tuttavia un luogo unico al mondo, magnetico, intriso di una magia potente.
Roma è così. Però per vederla in questa luce bisogna smettere di guardarla con i parametri razionali di chi giudica e perdersi, farsi fregare, saper guardare nel profondo delle sue contraddizioni. Da quando poi mi capita, sempre più spesso, di visitare comunità religiose straniere la mia visione si è fatta quasi caleidoscopica. Roma è anche le orgogliose piastrelle tunisine della moschea Al-Huda, già garage e oggi sede di progetti culturali e architettonici di respiro internazionale. Roma è la stanzetta in cui la comunità indù di Torpignattara si riunisce in semplicità, per meditare, purificare l’anima e condividere la prashada, l’offerta di cibo, con chiunque ne abbia voglia o bisogno, senza distinzioni. Un singolare miscuglio di understatement e opulenza di immagini, ori e gestualità.
“Dove c’è amore c’è Dio”, mi ha detto inaspettatamente Anup Kumar, che in quel tempio mi ha invitato. “Siamo tutti esseri umani e il mondo ci appartiene”.
Anche nella più nuova delle moschee di Torpignattara di programmi sono a un tempo semplici e ambiziosi. Esserci, prima di tutto. Farsi conoscere per quello che si è. “I vicini erano preoccupati quando abbiamo aperto, dicevano che avremmo fatto casino”, mi raccontano a via Della Rocca. “Ma qui non è mica una discoteca! Per pregare ci vuole silenzio, no? Hanno cambiato idea”. Sono orgogliosi di questi piccoli trionfi, i musulmani di Torpignattara. E sognano attività culturali, convegni, corsi, dialogo interreligioso.
“Il dialogo non è solo possibile. È doveroso”, chiosa con gravità Mohamed Ben Mohamed, della moschea di Centocelle. Mi hanno sempre colpito i suoi occhi pieni di saggezza, leggermente ironici. Le comunità devono avvicinarsi per ritessere un tessuto sociale che rischia dolorose lacerazioni. Parla della necessità di spazi comuni di pensiero e di progettazione.
Penso a lui e a Anup, penso alla loro Roma. Sono qui da più di 20 anni. Parlano dei loro quartieri con passione, con trasporto. Quanti arrivi e quante partenze, loro e altrui. Famiglie, figli, lavoro, comunità intere in transito o stanziali. Progetti di vita, progetti politici, battaglie, lutti. Tutto con Roma come sfondo. Ma sfondo forse è riduttivo. Tutte queste storie, loro, mie, di tutti, sono nel “core di ‘sta città”, quello di cui parla la canzone. Un cuore immenso, infinito, composito e contraddittorio. Perché il mondo è tutto qui, a guardare Roma dall’angolatura giusta. “Siamo tutti esseri umani e il mondo è nostro”. Anup ha proprio ragione.

In monastero con la Guerrigliera


Ormai mia figlia Meryem è una compagna di viaggio rodata. Per questo mi sono decisa, per il ponte dell’Immacolata, a proporle una gita di tre giorni, stavolta in gruppo. In torpedone. Con ampie parti del programma dedicate a visite culturali. Con pernottamento in monastero. In condizioni meteo che non si prestavano particolarmente a passeggiare nei boschi. Tutti elementi che avrebbero scoraggiato più di un genitore sano di mente. Cominciamo subito dal lieto fine: è stato un successone. Un po’ si deve alla fortuna: ha piovuto un po’, ma non ha mai diluviato e quindi le due gite previste, all’anello basso e all’anello alto de La Verna, si sono svolte regolarmente. Un po’ si deve al carattere sostanzialmente socievole e adattabile della Guerrigliera, che ha mugugnato appena un pochino all’inizio, ma poi si è inserita perfettamente e si è persino esibita in un assolo di spiritual in pullman. Un (bel) po’ si deve agli organizzatori (DdG, in gergo Giovane Montagna) che, al netto di qualche piccolo imprevisto, hanno ideato un programma ricco, vario e con apporti di guide e amici locali che hanno fatto la differenza. Un ultimo contributo al successo si deve agli standard bassi a cui è abituata mia figlia, che ha trovato confortevolissima l’accoglienza in monastero (“La doccia migliore che abbia mai fatto!”) e il cibo favoloso. C’era del vero, intendiamoci, ma il confronto con la nostra quotidianità sgarrupata aiuta. Abbiamo iniziato con un pranzo luculliano ad Arezzo (qui) preceduto da una breve passeggiata libera durante la quale ho colto l’occasione di prendere un lussuoso aperitivo analcolico con un’amica di web e figliola. Nel pomeriggio abbiamo passeggiato tre ore guidati da Serena, una guida efficientissima e appassionata, che personalmente ho trovato particolarmente illuminante. Abbiamo gustato Piero della Francesca, cogliendone appieno l’innovatività (ai frati committenti deve essere preso un coccolone: avevano assoldato un posato pittore gotico e si sono trovati un murales con veri tramonti e sederi di cavalli in primo piano. Praticamente un murales) e ci siamo immersi nella storia medievale e contemporanea in una prospettiva tutta aretina. In serata, sotto una pioggia battente, abbiamo guadagnato il monastero. La mattina successiva, in uno scenario degno di Tolkien, abbiamo percorso i tre km e mezzo dell’anello basso. Si tratta dei cosiddetti sentieri Frassati, che hanno costituito sicuramente l’attrattiva principale della gita. Molto fango, ma anche molta magia. 18   La giornata, poi proseguita nel pomeriggio con la visita di Camaldoli, non sarebbe stata la stessa senza la guita entusiasta e appassionata di Andrea, segretario della Sottosezione P.G. Frassati della Giovane Montagna. La visita di Camaldoli è stata abbastanza veloce e in gran parte occupata dalla cioccolata calda al bar. Ma, come ha osservato giustamente la nostra guida, è servita a scaldarci e, visto il clima fuori, la cosa aveva la sua importanza. Sul ritorno, Meryem sostiene di aver intravisto una volpe dal finestrino. Io non posso testimoniare personalmente rispetto alla veridicità dell’avvistamento, ma altri membri della spedizione hanno visto invece cinghiali e anche un cervo (pare). Il terzo e ultimo giorno è stato dedicato a una visita veloce del santuario francescano e al completamento del sentiero, con l’anello alto e la vetta del Monte Penna. Ancora una volta il percorso, breve e non eccessivamente impegnativo, era assolutamente alla portata di Meryem (e mia!). Da un momento all’altro mi aspettavo di veder comparire la casetta di Hansel e Gretel. Il percorso, mi dicono, sarebbe molto panoramico con condizioni meteo diverse (il modo condizionale, si sa, è stato inventato in montagna…). Ma la nebbia aveva il suo indubbio fascino. 13 19 Finisco per raccomandarvi caldamente un soggiorno a La Verna e le due escursioni che abbiamo fatto noi. La natura è meravigliosa, l’alloggio economico e confortevole. Noi certamente ci torneremo.

Analfabeti di speranza


Alcuni di voi mi chiedono di scrivere qualcosa su Tor Sapienza, sull’Infernetto, su questa assurda ondata di violenza e intolleranza che sembra dilagare ovunque e che, naturalmente, trova con facilità palcoscenici compiacenti nelle televisioni e nei giornali. Mi sopravvalutate, temo. Una cosa è certa: molte delle informazioni che circolano sul tema immigrazione e rifugiati in particolare sono, nella migliore delle ipotesi, non correttamente interpretate e spiegate (se non false del tutto). Non mi sento di farne del tutto una colpa ai singoli cittadini: se la stessa RAI manda in onda in prima serata trasmissioni che rimestano del torbido, non senza malizia, e se su uno dei principali quotidiani italiani si scrive che a Roma negli ultimi mesi sono stati aperti migliaia di nuovi posti di accoglienza per i rifugiati (il che è, semplicemente falso, visto che ci si è limitati a finanziare diversamente posti preesistenti), a questo punto viene la tentazione di considerare più attendibile il proverbiale “amico di mio cuGGino”, come si dice nella mia città natale.

Quegli stessi amici che, sapendo che lavoro faccio, mi chiedono di esprimermi sono certa che mi scuseranno se faccio un passo indietro e rispondo, più per me che per loro, a una domanda che in queste settimane mi tormenta: quando così evidente appare l’immensità del lavoro da fare e la sproporzione inquantificabile di mezzi tra chi mette zizzania (passatemi questa sottile analisi sociologica…) e chi avanza proposte diverse, che senso ha il nostro impegno?

Ieri poi, dopo quattro ore di formazione sulla geopolitica mondiale, il mio scoraggiamento aveva assunto una dimensione cosmica. Uno degli assunti nel nostro relatore era che certamente “a livello individuale” si possono fare tante buone cose. Ma il quadro generale che ne emergeva, tra strategie sul prezzo del petrolio e guerre stellari, era quello di un’enorme partita di Risiko che si svolge, attraverso un miscuglio diabolico di tecnologie avanzatissime e istinti animaleschi, ben al di sopra delle teste di tutti noi. Che senso ha, allora, il nostro lavoro?

E qui mi concedo una precisazione, che in fondo in fondo, contiene un po’ la risposta alle domande della me annichilita e scoraggiata. Noi non lavoriamo per fare del bene, nel nostro piccolo. Noi lavoriamo per cambiare il mondo.

“Parte essenziale della missione del JRS è affrontare le cause profonde delle migrazioni forzate. L’organizzazione si sforza di modificare le politiche ingiuste al livello più appropriato: localmente, a livello nazionale o internazionale”.

Di più: noi lavoriamo per promuovere la giustizia e “ricreare le giuste relazioni” a livello globale. Scusate se è poco.

Ecco, senza questa cornice davvero nessuno dei nostri sforzi ha senso. Essere idealisti non è un difetto, è obbligatorio. Mi spingo un po’ più in là. Bisogna anche sapere che la giustizia e la riconciliazione richiedono di tentare l’impossibile. Quindi, ciascuno faccia appello a quello che ha: la fede religiosa, la convinzione degli ideali, la fiducia nella magia o nei miracoli. I miracoli sono sottovalutati, specialmente quelli quotidiani.

Preciso che i miracoli quotidiani di cui siamo spettatori e che in misura maggiore o minore ci coinvolgono non sono “il nostro piccolo”. Sono lo spiraglio attraverso il quale ci rendiamo conto che il cambiamento che razionalmente è impossibile in realtà ci sarà e forse, in qualche misura, c’è già. «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te».

Ricordo sempre una frase del mio primo “capo gesuita”. I rifugiati insegnano la speranza a noi che siamo analfabeti di questa virtù. Se una persona che ha perso tutto, magari anche se stesso attraverso la tortura, è in grado di rimettersi in piedi, percorrere il deserto e il mare e immaginare qualcosa di nuovo, come possiamo noi essere cinici e rinunciatari?

Ecco, lo so che questo apparentemente non c’entra nulla con Tor Sapienza e con l’Infernetto. Ma prima ancora di parlare di questo avevo bisogno di ricordare a me stessa che ci faccio qui.

#LeggiAMO. Perché mia figlia legge?


La settimana scorsa ci sono stati i colloqui con i maestri di mia figlia, quella circostanza rituale in cui si riscopre tutti insieme, ogni volta, che due ore e mezza non sono sufficienti a incontrare 22 coppie di genitori. Sono certa che avete presente la situazione. La nuova maestra, piuttosto parca nell’espressione orale, mi ha elargito questa definizione di Meryem: “E’ una che legge”. Dopo essere ricorsa alla sapienza orale della tradizione e aver messo insieme il mosaico di indizi che mi erano stati elargiti in questi primi mesi di scuola, credo di aver capito che la frase vada intesa così: quando i bambini finiscono il compito che è stato loro assegnato, mentre aspettano che i compagni terminino a loro volta, la maestra li invita a prendersi un libro dallo scaffale che hanno in classe e a leggerlo in silenzio. In quattro parole la maestra voleva condensare la triplice informazione che Meryem non ha difficoltà a svolgere in classe i compiti assegnati con una certa rapidità, che obbedisce senza fare storie quando le viene proposta un’attività alternativa e che, in effetti, le piace leggere e lo fa volentieri.

Ho deciso quindi di sottoporle le domande suggerite da Genitori Crescono. Ecco a voi le risposte.

Ti piace leggere?
Certo! Che domande fai?

Come si fa a diventare bravi a leggere?
Si comincia a leggere in sillabe. Tipo così: L’er-ba del-la re-gi-na. Io ho imparato così. E anche leggendo in mente.
Provo a riportarle l’opinione del figlio di Serena, che aveva invece detto che per imparare è meglio leggere a voce alta. Lei dissente molto vivacemente.

Perché è importante leggere secondo te?
Ci sono molti motivi per cui leggere è importante. Perché si imparano molte cose, ad esempio. Perché è bello. Perché leggendo ti puoi immaginare le cose tue. Perché è divertente.

Illustra questo post la copertina del primo libro che Meryem ha letto interamente da sola, di sua iniziativa. Io ancora non l’ho letto e questa cosa, vi confesso, mi ha dato proprio la misura di quanto sia cresciuta.

Ciò detto, la sera leggiamo ancora insieme. A volte leggo io, altre volte leggiamo una pagina per uno. Altre volte mi chiede di raccontarle una storia senza libro e questo per me è un piacere a parte, perché così faceva il mio papà con me. E dopo un po’, inevitabilmente, quelle storie un po’ inventate e un po’ reinterpretate, condite dalle risate di mia figlia, mi verrebbe la tentazione di scriverle…

Riparare il mondo


C’è un concetto della cultura ebraica che mi ha sempre colpito, pur nella mia conoscenza piuttosto superficiale (mi scuso fin d’ora per la mia approssimazione, magari qualcuno dei miei lettori nei commenti può integrare e correggere): il tiqqun ‘olam. L’idea, in parole fin troppo povere, è che la creazione del mondo non è esclusiva responsabilità del Creatore, ma che va in qualche misura completata dagli uomini, riparando quello che nel mondo, abbastanza vistosamente, non funziona.

Questa immagine ha sempre colpito la mia immaginazione, per diverse ragioni. E’ bella l’idea che quello che non va non sia una corruzione irrimediabile di una perfezione perduta, ma un non ancora su cui abbiamo voce in capitolo. Soprattutto mi piace il concetto che ciascuno possa e debba fare qualcosa per il bene collettivo, globale, senza per questo essere o sentirsi un supereroe.

Troppe volte, quando racconto sommariamente che lavoro faccio, mi trovo davanti a reazioni di ammirazione che mi imbarazzano molto. In primo luogo il mio è, appunto, un lavoro. Per la mia vita, ovviamente, non è solo un modo per guadagnarmi lo stipendio. Lo faccio con passione, con convinzione. Credo molto nella missione della mia organizzazione, il JRS, soprattutto perché non fa “carità”, ma promozione della giustizia (che poi è un modo cattolico di vedere il tiqqun ‘olam di cui sopra). Noi non ci spendiamo per i diritti dei rifugiati perché “siamo buoni”, ma perché crediamo che sia giusto.

Io, personalmente, credo che nello sfacelo che la mia vita è, da molti punti di vista, svolgere questo lavoro sia in questo momento il pezzettino che devo contribuire a rammendare per la riparazione del mondo. Qui mi ha portato la sorte, qui posso spendere le cose che so fare. Ma credo che non sia necessario lavorare in una ONG per fare questo. Credo che molte persone abbiano nel lavoro l’opportunità di fare giustizia, nel loro piccolo. Il pensiero corre agli insegnanti, ai giornalisti, ai medici, ma anche agli infermieri, agli operatori di sportello, agli impiegati… Fare con coscienza il nostro compito, rammendare il pezzo che è alla nostra portata, è alla fin fine niente di più e niente di meno che fare quello che ci è proprio, in quanto esseri umani. Gli eroi lasciamoli nei fumetti (e nei film americani).

Post scriptum
A proposito di tiqqun ‘olam: vi consiglio di leggere il romanzo di Myla Goldberg, Bee Season. La traduzione italiana non si trova e ne hanno tratto un film con Richard Gere e Juliette Binoche, Parole d’amore, che mi ha incuriosito e spinto a cercare il romanzo per leggerlo. Il romanzo è molto meglio, più complesso e interessante.

Non sto parlando di oche


Domenica alla Villa di Massenzio i bambini si sono fermati nel prato a raccogliere margherite. Uno dei papà li ha ripresi, invitandoli a lasciarle vivere e non strapparle inutilmente. Noi mamme abbiamo tentato una mediazione: abbiamo apprezzato e quindi lodato il gesto di affetto sincero dei nostri figli nei nostri confronti, ma contestualmente li abbiamo invitati a non esagerare, a fermarsi a pochi fiori e soprattutto a non strapparli con indifferenza. Questo piccolo episodio mi è tornato in mente oggi, quando su Facebook, durante una discussione, un’amica mi ha fatto notare che la violenza su qualunque essere vivente deve essere condannata indistintamente, senza fare graduatorie.

Io faccio del mio meglio per crescere mia figlia educandola al rispetto e all’attenzione, a 360°. Ma confesso che le graduatorie le faccio. Se fa male a un suo compagno reagisco molto diversamente da quando coglie una margherita. Non le consentirei mai di maltrattare un animale, ma confesso che mi ha visto spesso uccidere zanzare e persino usare insetticidi.

Più di tutto, ammetto che mi irrita la sensibilità esagerata di alcune persone alla sofferenza di procioni, uccelli migratori, raganelle dagli occhi rossi e girini, salvo poi alzare le spalle quando si tratta di stragi di esseri umani. “Eh, ma gli animali sono innocenti: gli uomini, invece…”. Ci viene più facile metterci nei panni di una tigre siberiana, che magari non sappiamo neanche cosa mangia (per tacere di cosa pensa), che di una professionista siriana, nostra coetanea, con una bambina della stessa età della nostra.

Che poi questo mi ricorda chi è disposto a combattere qualunque battaglia per i diritti dell’embrione, ma non spenderebbe un minuto del suo tempo per prendere in considerazione il vicino di casa. O chi compra cosmetici non testati sugli animali, ma poi maltratta la badante della madre anziana.

Cosa voglio dire con questo? Forse solo che sono stanca e che a volte si parla troppo e si pensa poco (io per prima). Ognuno ha le sue battaglie, è naturale. Credo sia troppo ambizioso immaginare di battersi per tutte le cause, anche perché molte, se si approfondisce bene, sono in contraddizione l’una con l’altra. Meglio i prodotti sintetici rispetto ai piumini d’oca? Però, vi direbbe un’altra mia amica, avete presente quello che sta succedendo ai fiumi e quindi agli oceani e quindi al pianeta intero per via delle microfibre di residuo dalle lavatrici nel lavaggio del sintetico? E avete presente quanta acqua bisogna usare per il cotone? Ha ragione lei, non se ne esce.

E allora, siccome sui siti che leggo paiono avere un certo successo i codici etici (o saranno forse codici morali? mah), vi riassumo qui il mio:

1. Homo sum, humani nihil a me alienum puto. In altre parole: gli uomini, anche nelle loro manifestazioni meno tenere e seducenti, devono essere sempre presi in considerazione. Se c’è da scegliere (ma speriamo di no) vengono prima.
2. La coerenza assoluta non è di questo mondo. Ma vogliamo almeno provarci?
3. (a correzione del 2) Guardarsi dagli estremismi e dai fondamentalismi, sempre. Non ho mai conosciuto un fondamentalismo che non provochi sofferenza. Neanche quando si proponeva le cose più nobili.

Regina viarum: Appia Antica con i bambini


La destinazione della nostra gita domenicale era tutt’altra: la sagra dei marroni in qualche paesino in provincia di Roma. Composti gli equipaggi, studiato l’itinerario, la compagnia è partita dal punto convenuto con appena 20 minuti di ritardo sulla tabella di marcia. Poi è successo che l’Ardeatina era interrotta. Inversione, rapida consultazione tra gli autisti… ma poi lo sguardo ci è caduto sulla Villa di Massenzio, il verde sfacciato della campagna che scintillava al sole, il cielo perfetto. Nei bagagliai avevamo provviste sufficienti a un picnic soddisfacente per cinque adulti e quattro bambini. Ma alla fine, chi ce lo fa fare di allontanarci più di così? Detto fatto, abbiamo aggiornato la meta della nostra gita: Appia Antica. Per giunta ieri, prima domenica del mese, tutti i siti archeologici erano a ingresso gratuito.

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Alla prima tappa, un volontario del Touring Club ci ha guidati all’interno del Mausoleo di Massenzio, dove i bambini sono rimasti molto colpiti soprattutto dall’impronta di cagnolino romano visibile sul pavimento. Poi ci siamo goduti l’erba del circo, in piena luce. I bambini hanno corso su e giù, raccolto margherite, posato per foto ricordo.

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Poi ci siamo fermati alla tomba di Cecilia Metella. Anche questa visita veloce ha soddisfatto grandi e piccini. Io sono rimasta soprattutto soddisfatta del piccolo opuscolo sull’Appia Antica che ci hanno distribuito in biglietteria. So cosa state pensando. Una romana dovrebbe essere consapevole della bellezza del museo a cielo aperto che abbiamo la fortuna di avere a due passi dal centro. Non era nemmeno la prima volta che ci andavo, con Meryem. Ma questa volta non eravamo lì per un evento o una manifestazione particolare: passeggiavamo e basta. Meryem e i suoi amichetti saltellavano da un basolo all’altro, noi genitori chiacchieravamo sbrirciando al di là dei cancelli delle ville e godendoci l’aria fresca e la (relativa) quiete – eravamo pur sempre accompagnati da una truppa di minorenni. E’ stata davvero un’esperienza nuova e sorprendente, nella sua semplicità.

La terza e ultima visita culturale è stato il sito di Capo di Bove, un’oasi deliziosa, dove archeologia e arte contemporanea si alternano sapientemente. La custode ci ha tenuto a precisare che qui l’ingresso è sempre gratuito e che è possibile utilizzare i tavolini del giardino per un picnic. In questa sede, adattissima a mostre e convegni, è conservato anche l’archivio di Antonio Cederna, di cui non sapevo nulla (male!) e al cui impegno i romani e tutti gli uomini, in generale, devono molto. Per la tutela del patrimonio dell’Appia certo resta ancora molto da fare, ma di quanta bellezza godiamo già oggi…

10578788_10152365591760047_1364601168_n In realtà i bambini  cominciavano a soffrire  un po’  per le regole dei musei (“Ma  non possiamo toccare  niente???”, sbuffava ormai la  Guerrigliera), quindi per la  pausa pranzo abbiamo optato  per un prato a margine della  consolare. Qui il contatto con  la natura era assicurato: i  nostri figli non hanno tardato a  rinvenire un bel cadavere di  riccio, che li ha entusiasmati  moltissimo (noi mamme  eravano meno entusiaste, a dir  la verità).

Sulla via del ritorno  siamo stati  poi sorpresi da un  gregge di  pecore, per la gioia  dei  bambini. Ancora una volta abbiamo avuto modo di renderci conto di quante cose qui a Roma sono lì, a portata di tutti. A volte serve solo la buona volontà di ricordarsene.

Mr Magorium, grazie!


Questa estate una delle tappe del friendsurfing ci ha portato a Zurigo da Bruna e dalla sua famiglia. Una sera i bambini si sono messi a vedere un film sul divano e ben presto anche noi grandi ci siamo messi a far loro compagnia. La prima cosa che mi ha colpito è stata Natalie Portman, una delle attrici che prediligo in assoluto.  La seconda è stata una frase: “Dobbiamo affrontare il futuro qualunque cosa possa accaderci con determinazione, gioia e molto coraggio.

Ora dovete sapere che per me e Meryem questa estate è stato un momento di cambiamento e di passaggio, che abbiamo in qualche modo dovuto affrontare insieme, mano nella mano. Non era inaspettato, ma certamente è stata ed è una prova. Capirete quindi che sia io che lei siamo state folgorate da Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie, una favola poetica talmente piena di saggezza da essere quasi una parabola moderna.

Il film parla della preparazione a un distacco definitivo, del dolore e dello smarrimento, ma anche della gratitudine per ciò che si è avuto e di fiducia piena e serena nelle proprie risorse, che sono sempre maggiori di quel che pensiamo.  Meryem ha colto perfettamente il messaggio e ha espresso il desiderio di rivedere il film. Il topo dei denti, con qualche fatica, se l’è procurato e oggi l’abbiamo rivisto.

Aggiungo solo, a mo’ di disclaimer, che io credo nella magia, nei miracoli e nel guizzo imprevedibile del destino. Non avrei vissuto come ho vissuto finora, altrimenti. A volte ho pensato che sarebbe stato più rilassante e appagante avere i piedi per terra, essere almeno un po’ una di quelle persone che dicono “è solo un negozio, è solo un lavoro, è solo una coincidenza”. Mi sarei risparmiata tante, ma tante musate sul selciato. Ma questo film mi ha ricordato che essere come sono può essere meraviglioso.  Del resto perché Bruna, o forse suo marito, che mi conoscevano e mi conoscono appena, avrebbero scelto proprio quel dvd, tra i tanti che hanno, in quella serata d’agosto? C’è voluto un pizzico di magia, certamente.

Il Flauto Magico globalizzato


Avevamo il libro con CD e quindi sapevamo a cosa andavamo incontro. Uno spettacolo bellissimo: funziona come un orologio, coinvolge perfettamente anche i piccoli spettatori (Meryem a metà è crollata dal sonno, ma la colpa era solo dell’orario: fino a quel momento interagiva eccome).

Una sinfonia perfetta di melodie e di lingue diverse, con animazioni azzeccatissime a delimitare un palco di magia pura. Geniale il narratore che spiega la storia “in soldoni”, con un’ironia meravigliosa.

Raramente ho assistito a una rappresentazione che funziona così bene (anche la durata è adeguata) e così ricca di stimoli, con un giusto intreccio di cultura e appagamento sensoriale. Di gran lunga il migliore degli spettacoli de L’Orchestra di Piazza Vittorio: il più ardito, il più ambizioso, il più arioso e azzeccato.

Di pattini a rotelle e di perseveranza


L’altro giorno ho accompagnato Meryem alla lezione di pattinaggio e, mentre la guardavo con la coda dell’occhio, ho ricordato con assoluta precisione quando su una pista del genere c’ero io. Fino ad ora, infatti, lei a pattinaggio era una principiante assoluta e io lo sono stata in un’età di cui non ho ricordi molto distinti. Ora invece ha cominciato ad esercitarsi nella modalità che è stata mia dalle elementari alla terza media.

Il pattinaggio artistico si pratica provando e riprovando. Giri intorno alla pista e provi una figura, un salto, una trottola. Una successione precisa di movimenti che deve diventare automatica e, allo stesso tempo, perfettamente controllata e consapevole. E allora succede che ripeti due, tre, dieci, venti volte quel movimento, prima su un rettilineo e poi sull’altro (o, se serve, sulle curve).

C’è qualcosa di zen in questa gara con se stessi. L’allenatore corregge individualmente e individuale è la maggior parte del lavoro. Millimitro dopo millimetro, pazientemente, si progredisce. Ricordo come oggi lo sguardo determinato della mia amica Giovanna mentre provava quell’axel che io ho sempre “rubato”, arrivando nella migliore delle ipotesi a un giro e un quarto su un giro e mezzo. Quell’espressione che lei aveva negli occhi a me è sempre mancata (e forse non casualmente io prima in una gara non sono arrivata mai).

Se si ripensa al pattinaggio a distanza di molti anni si tende a ricordare le gare, i saggi. L’attesa dell’esibizione, in cui io puntualmente mi sedevo a bordo pista bucandomi i collant con le schegge di legno. L’emozione di salire su un podio e il leggero panico di cadere rovinosamente, davanti a tutti. Ma quei pomeriggi passati a imparare la disciplina, quei tentativi certosini di riuscire, quel carico di frustrazione da masticare poco a poco, senza mai rilassare le braccia, no, non me li ricordavo. Eppure sono stati quelli la parte più importante.

Una tortura, direte ora voi. Come puoi pensare di far vivere questo a tua figlia? Ribatto, in primo luogo, che io non posso sapere se per lei sarà diverso. Magari ha più talento di sua madre e riuscirà con meno fatica. Ma l’obiezione più sostanziale è che poche cose per me sono state formative quanto il pattinaggio. Merito certo della mia allenatrice Cinzia Forghieri, ma anche di quel necessario allenamento alla perseveranza che tutte le discipline sportive richiedono. Ultima obiezione, non irrilevante: una delle prime gioie profonde della mia vita di cui ho memoria è la sensazione di pattinare con il vento nei capelli. Io, sola, con le mie forze. Sola con i miei pensieri. Sola con le cose che sapevo fare e tutte quelle che non mi riuscivano. Su quei pattini io non sono stata tanto spesso soddisfatta di me stessa, ma certamente ho imparato a fare i conti con onestà con quel che ero e quello che potevo (o non potevo) diventare. Su quei pattini sono stata davvero io, completamente.

E ovviamente se poi vorrà smettere, finito l’anno, potrà farlo! 🙂