Santuario e Nutrimento


“Santuario”, in italiano, non ha tutta la ricchezza semantica dell’inglese “sanctuary”, in cui “luogo sacro” e “rifugio” sono due facce della stessa realtà. Per questo, quando ho visto il titolo della mostra che si inaugura domani, ho pensato che persino le parole, qui in Italia, non ci assistono per parlare di questi argomenti. 

E allora proviamo con le immagini. Per tre sere il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati vuole portarle sotto gli occhi di tutti: 200 fotografie che raccontano la vita di donne, uomini e bambini costretti alla fuga saranno proiettate sulla facciata della Chiesa del Gesù, al centro di Roma. Una bella scommessa, ma perché riesca davvero bisognerebbe che molti ci passino, per quella piazza, tra il 18 e il 20 giugno.

Per i romani, ecco il calendario della giornata:

ore 11, Sala Marconi – Radio Vaticana (Piazza Pia 3): conferenza stampa. Interverranno Peter Balleis sj (direttore dell’ufficio internazionale del JRS, Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati), Danilo Giannese, operatore sociale e fotografo da poco tornato dal Congo, Giovanni La Manna sj, presidente del Centro Astalli (JRS Italia). Ci sarà anche la testimonianza di una rifugiata congolese che oggi vive a Roma.

ore 19, Chiesa del Gesù. Il Cardinale Antonio Maria Vegliò  presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti celebrerà una Messa per tutte le persone che nel mondo sono costrette alla fuga.

ore 20, Chiesa del Gesù (cortile). Concerto del gruppo musicale  “Vera Luz y Norte Musical” con il coro Les Antilopes d’Afrique. Diretto da Claudio Zonta SJ e formato da un gruppo di musicisti e rifugiati provenienti da diverse aree geografiche, il gruppo ci accompagnerà fino al calare del sole. Ci sarà anche un congruo rinfresco a cura del nostro kebabbaro di fiducia.

ore 21 circa, Chiesa del Gesù (facciata). La mostra inizia! Si inaugura la proiezione, che sarà visibile dalle 21 a tarda notte il 18, il 19 e il 20 giugno. E di giorno? All’interno della Chiesa saranno allestiti dei pannelli con alcuni degli scatti più significativi, che potranno essere visitati tra le 7:30 e le 19:45 (fino al 30 giugno).

Per i milanesi, le foto della mostra saranno proiettate il 20 giugno alle 18 durante la celebrazione ecumenica che sarà celebrata nella Chiesa di San Fedele in memoria delle molte e ignote vittime dei viaggi verso l’Europa.

Tutti gli altri possono seguire l’iniziativa attraverso i social network (su Facebook, attraverso la pagina ufficiale dell’evento, e su twitter utilizzando l’hashtag #rifugiatinpiazza).

Ringrazio Claudia e Laura, che hanno accolto con entusiasmo il mio invito e saranno con me, domani sera (la prima in spirito, la seconda in carne ed ossa). Spero che altre amiche riusciranno a unirsi a noi. Confido che chi è lontano ci penserà, ma soprattutto cercherà di mettersi per un momento nei panni dei genitori di 10 milioni di bambini che in Siria non vanno a scuola da un uno o due anni; delle ragazze congolesi che lottano per riconquistare il sorriso e la dignità; delle tante famiglie in Africa e in Medio Oriente che aprono le porte a chi fugge senza troppe remore, in nome di un’ospitalità che è ancora un valore forte, non riservato a pochi intimi.

La Giornata Mondiale del Rifugiato è, per sua natura, una celebrazione agrodolce. Non ha la finalità di farci travolgere da cupi pensieri o da sensi di colpa. Ma vuole essere un invito a informarsi su quello che troppo spesso resta del tutto fuori dai nostri media e a guardarsi intorno. Riflettiamo su quanto la nostra solidarietà scatti solo nei riguardi di chi è lontano, in modo asettico o anonimo. Lo dico spesso: i rifugiati vivono qui, dietro casa nostra. Hanno tanto da darci. Impariamo ad approfittarne.

Mamma che blog, c’ero anch’io


Lo sospettavo che quest’anno sarebbe stato diverso e infatti così è stato. Sono arrivata, stata e partita, ho visto amici, ho goduto di un paio di interessanti panel. Ma se mi guardo indietro, mi pare di aver vissuto questa esperienza con una  certa leggerezza. Forse con maggiore sicurezza di me (che a qualcuno sarà parsa spocchia, presunzione?). Certamente ero più consapevole di cosa avrei trovato e anche più selettiva e convinta nello scegliere, nella grande ricchezza della giornata, quello di cui volevo “fruire”.

Per una volta non mi sono sentita come quando mi perdo davanti a uno scaffale del supermercato e il tempo scorre mentre io passo in rassegna biscotti, salse, bagno schiuma – senza peraltro decidermi a comprare nulla. O come quando mi aggiro tra le pile di libri di Feltrinelli, o tra gli scaffali di una libreria più piccola, sfogliando qua e là. No, questa volta era come al ristorante: mi sono seduta a un bel tavolo, ho scelto i commensali (senza per questo voler snobbare nessuno, si intende), ho ordinato qualche piatto sfizioso e me lo sono gustato in tutta tranquillità, sapendo che scegliere implica rinunciare a altro e non sentendomi però né dilaniata né penalizzata.

Altri meglio di me vi hanno raccontato della fascinazione del pomeriggio, di Coderdojo e di Impara Digitale, con la generalessa Dianora Bardi che ha stregato tutti, me compresa. Io oggi, in questo post in tono minore, voglio ringraziare di cuore Fattore Mamma per l’impeccabile organizzazione e anche Anna, per avermi sorriso timidamente dalla fila dietro alla mia.

La toppa più grande dell’anno: le vacanze


Essere genitori, mettere toppe. Anche io, come molti, sono rimasta colpita dalla metafora proposta da Genitori Crescono. La prima, più clamorosa toppa che mi viene in mente è quella delle vacanze estive. Una premessa: sarò io che non so cucire, sarà lo sbrego (si dice, “sbrego”? mi sa che è un po’ veneto, ma rende l’idea più di “strappo”, solo a dirlo pare che si allarghi…) che è immenso ed eccede, per superficie, la stoffa che ho a disposizione, ma la toppa delle vacanze estive è di gran lunga la più insufficiente e insoddisfacente della mia carriera di genitore.

Non vi ammorbo di lamentazioni, ma – tanto per capirci: niente nonni fungibili (solo una nonna ottantottenne che resta a Roma), niente case al mare, in campagna o in montagna, tre settimane di ferie mie da giocarsi rigorosamente in agosto e un padre kebabbaro, che giusto stamattina mi comunica che no, boh, non lo sa se e quando riesce a liberarsi, ma più probabilmente non ci riesce affatto. E anche fosse, lo saprebbe il giorno prima.

Aggiungete le risorse economiche assai limitate e il gioco è fatto. Altro che mamma imperfetta. Mi sento la madre peggiore del pianeta. Già adesso, che sto organizzando la festa per il compleanno di Meryem (16 giugno), si inizia a sentire il ritornello: “No, sai, la/o mandiamo dai nonni al mare all’inizio di giugno, come si fa a tenere i bimbi in questa città così afosa e inquinata/come si fa a mandarli a scuola in quel forno di classi fino alla fine del mese/eccetera eccetera”. Già, come si fa? E se mi azzardassi a confessare che io Meryem in  città la tengo tutto giugno, tutto luglio e anche qualche settimana di agosto? Mi denuncerebbero ai servizi sociali? Insomma, lo so che non è colpa degli altri, che hanno più possibilità di me. Potendo, me ne avvarrei anche io. E quindi scatta – in realtà è già scattata – la ricerca del campo estivo.

Solo che non c’è ricerca di mercato peggiore di quella condizionata da svariati vincoli logistici e alimentata dal senso di colpa crescente. Che io faccia pessime scelte è quasi matematico. Quest’anno poi, alla luce delle esperienze degli anni precedenti, sono pericolosamente propensa a soluzioni al di sopra delle mie possibilità, nella speranza che Meryem non passi tutto il tempo parcheggiata davanti a dvd a prendersi i pidocchi.  Per onestà devo ammettere che lei non è mai rimasta traumatizzata dalle esperienze in questione. Il problema è tutto mio. Però lo vedo enorme, insormontabile e angoscioso.

Un pensiero mi frulla in testa: abbiamo un bell’appellarci alla scuola pubblica, ma se la scuola per un terzo dell’anno chiude, col cavolo che i bambini hanno tutti le stesse opportunità. Per quanto lo ricacci, mi continua a tormentare. E sotto la costosissima toppa, lo strappo si allarga.

Ora vi lascio: vado a staccare un altro assegno per mettere una toppa su un altro paio di settimane di luglio.

 

Orrore e bellezza


La mattina della festa della mamma non è iniziata nel migliore dei modi. Immaginavo una passeggiata senza impegno ai Fori Imperiali, complice la bella giornata di sole. Io e Meryem siamo sbucate dalla metro di Colosseo mentre iniziava a sfilare il corteo “per la vita”. Ammetto che non solo non lo sapevo, ma non ero preparata. Ho letto cartelli che erano schiaffi in pieno viso per una come me. Non ho visto la croce ornata di feti, ma ho visto striscioni dello stesso morboso cattivo gusto. E’ la prima volta che mi trovo davanti un corteo organizzato di fondamentalisti. Vederli sfilare lì, sotto il Colosseo, accanto a tanti ragazzi che partecipavano a una manifestazione sportiva, mi ha fatto molta impressione. Come sempre, in queste manifestazioni sul diritto alla vita, i titolari del diritto sembrano essere esclusivamente i feti. Dopo la nascita ciascuno può morire come meglio crede. Non mi pare una coincidenza che non si faccia mai menzione, in questi contesti, dei milioni di vittime innocenti dei conflitti del mondo, dell’iniqua distribuzione delle ricchezze del pianeta, della nostra indifferenza, dell’incompetenza e del cinismo di chi eleggiamo a governarci e amministrarci. Aggiungo solo una notazione: anche rispetto alle varie forme di disabilità, alle malattie genetiche, alle sindromi le più varie, mi pare che la preoccupazione di questi attivisti si limiti al tentativo, anche violento, di scongiurare l’aborto. Poi ognuno si impicchi come può. Si torna oggetto di interesse solo se si è ridotti allo stato vegetativo.

Questi e altri più cupi pensieri cercavo di camuffare stamattina ai Fori Imperiali. Prima che Meryem mi facesse troppe domande, mi sono rituffata nella metro e ho sfoderato il piano B: Palazzo Barberini. Sapevo che l’ingresso era gratuito e che c’erano dei laboratori. Ma confesso che non nutrivo grandi speranze né aspettative. E invece. Anche la tempistica ci ha favorito. Siamo arrivate proprio mentre cominciava una piacevolissima esibizione di ottoni: ragazzi e ragazze di varie età hanno suonato brani rinascimentali, spostandosi tra il cortile e il porticato, con le trombe che si affacciavano dalla balconata. Il maestro spiegava i pezzi in un linguaggio accessibile anche ai bambini presenti. Poi ci siamo andate a registrare per entrare.

“Per la bambina laboratorio?”. Ne iniziava uno di lì a un quarto d’ora. Era prevista un’ora e mezza: 45 minuti di visita per bambini e 45 di laboratorio didattico. Ok, la Guerrigliera era entusiasta. “E per lei visita guidata?”. Oddio, ma farò in tempo? Mi spiegano che la sincronia è assicurata: farei parte del gruppo giallo, che finirebbe la visita giusto in tempo per riprendere la fanciulla all’uscita dalle sue creative attività. Tutto gratis, ovviamente. Ok, perché no? Ci affacciamo nella stanza dei laboratori e Meryem riceve al volo una maglietta graziosissima, che ne sancisce l’appartenenza al gruppo dei gialli e viene invitata a iniziare a familiarizzare con guide e animatrici. Insomma, me la sequestrano un quarto d’ora prima del previsto. Io sono frastornata. Gironzolo incerta in attesa che inizi la mia visita. Mi rendo conto che io non so neanche cosa ci sia, a Palazzo Barberini. Ricordo confusamente una conferenza organizzata dal Circolo dell’Areonautica. Ma, appurerò poi, dal 2006 è tutto museo.

La mia guida è una giovane storica dell’arte della sovrintendenza, evidentemente un po’ provata (era la sua quarta visita consecutiva), ma comunque molto professionale. Quando si parte, finalmente, mi rilasso. Non sapere cosa mi aspettava accresce l’impatto. Certo, la visita è appena un assaggio (45 minuti), vista la ricchezza della collezione. Ma anche la piccola selezione che visitiamo è sufficiente a immergermi nella bellezza, quella vera, assoluta, universale. Quella di cui le giornate in salita hanno tanto bisogno.

Poi sono andata a prendere la Guerrigliera entusiasta, a cui è stato anche fatto omaggio di una pregevole raccolta di schede e stickers sulla Galleria Borghese dal titolo Incornicia l’arte.

Il tutto faceva parte del progetto “L’Arte si mette in gioco” realizzato da Il Gioco del Lotto-Lottomatica in collaborazione con la Galleria Nazionale di Arte Antica in Palazzo Barberini. Meryem ha molto apprezzato anche la visita: mi ha parlato di una specie di caccia al tesoro, in cui dovevano rintracciare degli elementi della scheda che avevano nei quadri di alcune sale e anche del fatto che hanno potuto saltellare tutti insieme per i gradini bassi della scalinata di Borromini. La visita era prevista anche per i bambini sordi, in collaborazione con una onlus specializzata.

Trovate qui la versione di Meryem del Ritratto di Erasmo da Rotterdam. Quella a sinistra è una libreria e quello al centro un libro (nel caso non lo aveste capito da soli).

 

Nuovo mondo


Stamattina, contravvenendo ai miei principi, ho condiviso su Facebook un articolo di Igiaba Scego che criticava assai severamente l’intervista di Lucia Annunziata al neo ministro per l’immigrazione Cécile Kyenge senza aver ascoltato il programma in questione. Non ne sono pentita, anche perché ne è nato un bello scambio tra alcune mie amiche. Ma mi metteva a disagio riportare l’opinione altrui senza essermene fatta una mia.

Stasera ho rimediato e potete stare tranquilli: condivido pienamente le critiche espresse da Igiaba. Ho ascoltato attentamente la terminologia usata dalla giornalista e davvero il linguaggio diceva tutto. Non sto a ribadire cose già dette efficacemente su Corriere Immigrazione. Ma condivido un dubbio ulteriore.

La Annunziata ha fatto ripetutamente riferimento a un “nuovo mondo”. Concetto quantomeno bizzarro, a cavallo tra lo sfasamento geografico e quello temporale. Ma cosa intendeva, di preciso? Dal “nuovo mondo” sembra, secondo la giornalista, venire la neoministra e, in quanto tale, è suo dovere chiarire i molti aspetti per cui, a suo dire, non sarebbe “in regola” e che dunque “possono esserle imputati”. Il nuovo mondo, in questa prima parte dell’intervista, parrebbe quel contesto straniero, estraneo e in qualche misura folkloristico (“intrigante”, è la parola usata) che si oppone alla nostra “regolare” realtà. Poligamia, politeismo, animismo… Di questo “nuovo mondo” parrebbe far parte in qualche misura anche il marito “calabrese” (nato e vissuto a Modena, peraltro, ma lo ius sanguinis, si sa, è una brutta bestia). Ci si chiede perché mai questo mondo sarebbe nuovo. Sospetto fortemente che il mondo sia sempre stato lì, a prescindere dalla nostra capacità di guardare al di là del nostro naso o meno.

Ma poi, nella seconda parte, sembra emergere un quadro diverso. Chiedendo ripetutamente a Davide Piccardo conto della sua fede religiosa (“musulmano PERO’ perfettamente italiano”), la Annunziata afferma con una certa enfasi: “Nel nuovo mondo dobbiamo cominciare a dare patenti molto specifiche su chi è chi”. C’è un nuovo mondo in vista, dunque. Questa di per sé non è una cattiva notizia, visto quello che ci troviamo tra le mani ora. Mi chiedo come e quando avverrà questa metamorfosi socio-politica. Resta però qualche ansia su queste patenti. Perché devono essere molto specifiche? E chi mai dovrebbe darle, o chiedere di esibirle?

La specificità della patente più che un fatto nuovo o un fatto vecchio mi pare una pretesa irrealizzabile. Chi mai, nella storia del mondo, ha posseduto una patente molto specifica? Solo i personaggi di fantasia. Sì, mi sono divertita a immaginare cosa scrivere sulla mia patente. Romana (dal luogo di nascita), o calabrese (origine di mia madre, sospetto che sia un carattere dominante), o friulana (mia padre) o addirittura slovena (mio nonno)? Cattolica (ma quanto cattolica? battezzata? sì, battezzata, cara signora Annunziata, quello è proprio il minimo sindacale mi sa), convivente con musulmano (ma quanto musulmano?). Madre di figlia unica e femmina o lavoratrice? Di sinistra? Blogger? Disordinata? Non so perché, ma tutto ciò mi suona molto poco specifico.

Fuor di celia, in quadro che emerge da questa mezzora di cosiddetto servizio pubblico è piuttosto desolante. La Annunziata dipinge politici e sindaci che “camminano sulle uova” quando si arriva a questioni che riguardano “la pelle (!), o la religione, o il cibo (?), o i soldi (?)”. Ma siamo davvero messi così male? Parrebbe davvero di sì.

Su una cosa la ministra Kyenge ha perfettamente ragione: la società civile urla perché si facciano i cambiamenti indispensabili o, almeno, li si riconosca quando sono già in atto da anni sul territorio. Se poi lei, con tutti i molti limiti del suo mandato, potrà fare qualcosa è presto per dirlo. Certo, se si iniziasse a fare del giornalismo decoroso e serio sarebbe già un contributo. A costo zero, peraltro. Perché allo stesso prezzo di un’intervista stupida e grondante razzismo e luoghi comuni se ne potrebbe realizzare una sensata. Non vi pare?

Cambiare si può


Avrete capito dal penultimo post che non attraverso un periodo di entusiastico ottimismo. Per fortuna il caso ogni tanto mi dà una mano. Oggi ero all’Istituto Federico Caffè, per una lezione sulla cittadinanza. Avevo pensato molto a questo intervento, che mi dava anche una certa preoccupazione: ho cercato e, per fortuna, anche trovato delle testimonianze (video e dal vivo) chiare, credibili, interessanti per una platea di un centinaio di ragazzi. Il risultato – e non per merito mio – ha superato di molto le mie aspettative.

Nonostante le preoccupazioni dei professori, abbiamo trovato un pubblico attento e coinvolto. Già da subito uno degli studenti ha chiesto di intervenire e con piacere l’ho inserito nella scaletta mentale che aggiornavo via via. Parto dunque con il trailer del documentario 18 Ius Soli, introduco un po’ il tema, faccio parlare Milena, educatrice del Centro di Aggregazione Giovanile Matemù, nata in Italia e non cittadina per burocrazia. Milena, figlia di genitori capoverdiani, non ha potuto usufruire della “finestra” prevista per i diciottenni nati in Italia a causa di un “buco” nella sua continuità di residenza (un mero disguido, lei è sempre vissuta qui): adesso si trova davanti a richieste assurde, tipo quella di far tradurre il suo atto di nascita (del Comune di Roma!) dall’Ambasciata di Capo Verde, perché quello rilasciato dall’anagrafe non avrebbe i requisiti necessari.

Qui  si inserisce l’intervento del primo studente: angolano, arrivato in Italia a 6 anni, rappresentante di istituto, molto desideroso di partecipare alla vita politica. Mi colpisce questo ragazzo, che dietro l’apparente spigliatezza, è in realtà molto emozionato, eppure ci tiene a parlare davanti a tutti, a far presente ai compagni che la vita di un immigrato è difficile, che spesso una casa e un lavoro fisso non li si ha, ci si arrangia come si può. “Io vorrei avere il diritto di votare, non per avere qualcosa di più degli altri, ma per eleggere persone che sento più vicine, che possano rappresentarmi”.

Questo ci dà il là per passare alla seconda parte dell’intervento, la cittadinanza per naturalizzazione e il tema dei diritti civili. Qui passo la parola a Isabel, rifugiata, in Italia da 13 anni e che da 3 anni sta tentando di ottenere la cittadinanza italiana: la pratica al momento è bloccata perché non ha un contratto di lavoro, uno della lista snervante di requisiti richiesti. Sono già moderatamente soddisfatta di come è andata, quando noto un bellissimo ragazzo di colore (ebbene sì, anche l’occhio vuole la sua parte) che si agita vistosamente sulla sedia, chiaramente ansioso di prendere la parola. Gli passo il microfono e non me ne pento.

Il secondo caso della scuola sembra il negativo del primo. Il ragazzo è figlio di cittadini della Guinea, è arrivato in Italia a due anni, ha sempre vissuto “nella stessa casa” e i requisiti per chiedere la cittadinanza li ha tutti. Però non la vuole. I genitori insistono, ma lui non la vuole proprio. Non gli interessa. Nonostante la vistosa cadenza romana, non si sente italiano. Niente di personale, eh? “Qui mi trattano bene, mi vogliono tutti bene”. Ma per la cittadinanza gli basta la Guinea. Concorsi pubblici? “Considerato come vado a scuola, dubito che comunque li passerei”, ribatte con un sorriso assassino. A Dio piacendo, “da grande” (dice proprio così, questo cristone di 17 anni che mi supera di una spanna) magari vivrà all’estero. Il senso della provocazione è chiaro, e viene raccolto con entusiasmo dai compagni (anzi, nello specifico, da due compagne: sarà l’innegabile fascino del non-cittadino?).

Le fanciulle sono infervorate, indignate, sparano a zero sulla politica italiana. Che senso ha questa legge? Non è giusto. E ancora: ci credo che lui non vuole essere italiano, visto questo schifo di leggi che ci troviamo. Ci siamo dimenticati la Bossi Fini? E tutte le connesse assurdità? Lo sfruttamento dei migranti eccetera eccetera? La passione, se si vuole un po’ ingenua, ma certamente sincera di queste ragazze fa bene al cuore. Rispondo come posso, faccio qualche sottolineatura e sento la mia voce dire: “Bisogna essere ottimisti, prima di tutto perché una scuola è un luogo in cui essere pessimisti è un delitto, un’assurdità. E’ importante che ognuno sia libero di scegliere la propria appartenenza e anche la propria cittadinanza. L’importante però è che non lasciate che tutto vi scivoli addosso. Pensateci, a che cosa significa per voi partecipare. Perché l’esercizio dei diritti civili è l’unica strada prevista e legittima per cambiare davvero le cose. Anche se ci pare, oggi, che la strada non ci sia, dobbiamo però continuare, impegnarci, non sottrarci”. Lo penso sul serio e essere in quell’aula magna mi aiuta molto a crederci. Ho provato un sentimento simile anche poco più di un anno fa, al Cattaneo, e lo sento ancora più chiaro oggi, vedendo questi ragazzi che, nonostante gli scrupoli della loro professoressa (“finiamo qualche minuto prima, il tempo di attenzione di questi nativi digitali è limitato”), non si scoraggiano e continuano a intervenire, facendo coraggio anche a qualche docente.

Torno in ufficio molto, molto più convinta di quando l’ho lasciato, venerdì sera. Nel pomeriggio leggo questa notizia, di cui mi era già arrivata qualche voce. In Vaticano tira un vento nuovo, decisamente. Penso a quante volte, sbagliando, ho detto e pensato: “Non cambierà mai”. Penso a quante volte questa frase mi è tornata in mente anche nelle ultime ore, e non senza qualche ragione. Scoraggiarsi si può, ci mancherebbe. Gli sfoghi servono, servono i paradossi, le invettive (venerdì mattina a un certo punto inveivo augurandomi un’invasione indiana dell’Italia, per dire). Serve anche leccarsi le ferite, per un tempo ragionevole. Ma solo se dopo ci si rialza e si ricomincia a sperare (senza dimenticare di rimboccarsi le maniche, per quel che si può).

 

Buon Natale


Di Roma, si intende. 2766 anni dalla fondazione. E, dopo qualche esitazione, ho deciso di partecipare con Meryem alle manifestazioni al Circo Massimo, che avevamo “annusato” già lo scorso anno. Oggi, complice il tempo fantastico e la congiuntura favorevole, siamo rimaste più a lungo, con tanto di picnic sul prato.

E’ stata una bella festa. Certo, non c’era spazio per la didattica che era stata proposta, con più efficacia, nella cornice più raccolta e ristretta dei Ludi Romani, a settembre scorso. Ma era più sempre gradevole, colorato, partecipato. La sfilata era variegata, con chi ci credeva di più e chi ci credeva di meno. Tantissimi bambini e famiglie, anche tra i figuranti. Premio simpatia per il gruppetto di egiziani veri, che si sono incollati con allegria una lettiga completa di Cleopatra. Hanno partecipato anche alcuni gruppi cittadini europei (rumeni, tedeschi), qualcuno con appresso il sindaco. Gli annunci al microfono, poi, erano esilaranti: “Attenzione prego: la dea delle acque è pregata di contattare la postazione di regia”; “La tredicesima legio Gemina e la terza Partica sono pregate di trovarsi schierate lungo la spina del circo, alla destra del cipresso”.

Il programma del pomeriggio, a parte una anacronistica ma decisamente spettacolare esibizione di paracadutisti, si è aperto con la drammatizzazione della vicenda ben nota: Rea Silvia, Romolo e Remo, la lupa e via così, fino al volo degli avvoltoi. Meryem ne ha approfittato per ripassare la storia, già sentita da Alessandra in occasione di una visita al Palatino. Una cosa non ricordava (e a dirla tutta, neanche io): l’uccisione di Remo. E non le andava né su né giù. “Ma come, non gli dispiace di aver ammazzato suo fratello?” “…” “E a Dio, non dispiace?” (Beh, figlia mia, se lo inceneriva lì su due piedi la storia antica avrebbe preso un’altra piega…) “E agli abitanti della città, agli aratori, non dispiace che quello è morto?”. Ora, a parte il fatto che non giurerei che l’attività prevalente dei primi abitanti di Roma fosse portare a spasso l’aratro (anche se l’enorme attrezzo protagonista della scena poteva suggerirlo), a me non risulta, in effetti, che sia stato indetto un lutto cittadino per il povero Remo. Ma aspetto con ansia di essere smentita.

“Sai, mamma, io qualche volta litigo con gli amichetti, ma non li ammazzo mica…”. Meno male, va. Speriamo che non cambi idea.

Ho appreso con piacere che il Gruppo storico Romano ha ottenuto in gestione il Ludus Magnus, il sito della palestra dei gladiatori adiacente al Colosseo, verranno ricostruite, con la supervisione scientifica del Dipartimento di Storia e Filosofia di Tor Vergata, gli ambienti originari: mensa, cucina, camerate, dormitori, sale ludiche, armerie e via dicendo. Noi abbiamo visitato il Ludus Magnus e, nonostante la bravura di Alessandra, abbiamo dovuto constatare che il luogo era davvero poco accogliente. Mi sembra una buona cosa che si inizi una sperimentazione così. So che molte persone colte e specialisti, inclusi miei amici che stimo profondamente, inorridiscono al solo pensiero. Mi rendo conto che si possono fare molti progressi, ed è certo auspicabile. Ma non riesco a rammaricarmi di iniziative come queste, che sono pur sempre occasioni di coinvolgimento e di godimento della nostra splendida città, che troppo spesso contribuiamo a trascurare.

Per i turisti (e i romani) in visita al Circo Massimo: vi segnalo che da oggi al 16 giugno è aperto al pubblico il roseto comunale, che sorge sul sito dell’antico cimitero ebraico di Roma.  Immagino che per gli appassionati e competenti di rose sia una vera chicca, ma anche per i profani è un godimento. Ingresso libero, comode panchine dove, eventualmente, consumare anche un panino e una festa di colori e profumi. Oggi una deliziosa signora (appassionata di rose e anche docente di scienze) ha spiegato gentilmente a me e a Meryem come i semi della rosa canina vengano trasportati dagli uccelli (e non dal vento, come avevo sparato io, facendola trasalire vistosamente). Comunque se capitate da quelle parti non ve lo perdete. In particolare dal 19 maggio sarà aperto tutto e la fioritura dovrebbe essere al massimo.

 

Riconoscimento


Nonostante il mio impegno, stamattina probabilmente non ero abbastanza ben disposta. Affrontavo una riunione in cui, come mi aspettavo e ben sapevo, si contrapponevano due visioni molto diverse, difficilmente conciliabili, in merito a un progetto a cui tengo molto (troppo?). Ne siamo usciti vivi, io me la sono cavata giusto con un paio di rimbrotti e richiami per le mie intemperanze (verbali e facciali). Il che là per là non mi è piaciuto, ovviamente, ma alla fine l’importante è andare avanti in qualche modo. E forse ci riusciremo, alla fine.

Nonostante la fatica e la frustrazione, mi sono portata via la consapevolezza che trovare un percorso comune non è solo una questione di conciliare i punti di vista. Certe volte, anzi, i punti di vista non fanno che bloccarci e più li si approfondisce, peggio è. Se poi uno, come ad esempio me, pensa con tutta la pancia, ecco che la comunicazione si trasforma in un campo minato dove alla fine, nonostante le apparenze e le intenzioni, i contenuti finiscono per non contare affatto. Per mia e nostra fortuna, ci sono stati almeno due contributi di natura diversa che ci hanno portato comunque un passo oltre.

Il primo (che, non lo nascondo, mi ha indispettito ma era necessario) era il tentativo di chi guidava la riunione di riassumere, ricomporre, al limite minimizzare con un certo atteggiamento possibilista che potrebbe anche essere inteso come ricordare la visione di insieme. Una passata di “superficialità” certe volte è utile per sgombrare il campo dai massimi sistemi, ingombranti e inutili per questo genere di discussioni. Il secondo era una sottolineatura del positivo che c’è, frutto evidentemente dell’impegno di tutti. Là per là sembrava un intervento a margine, e invece era importante e io, pur avendo l’intenzione di fare a mia volta questa stessa sottolineatura, non riuscivo in nessun modo a non farla suonare come un’argomentazione “a mio favore” e dunque non utile a lavorare sul conflitto.

Più di ogni altra cosa però ho apprezzato un commento successivo alla  riunione. “Credo che tutti abbiate bisogno di riconoscimento”. Ho apprezzato molto questa osservazione, che mi ha spinto a riconsiderare positivamente questo acceso confronto, che troppo spesso resta implicito dietro a frecciatine e malumori. E’ stata un’attenzione, un feedback non richiesto e in qualche misura inatteso, che mi ha fatto pensare. Mi sono sentita presa in considerazione e allo stesso tempo punta sul vivo.

Riconoscimento è diverso da stima. Il riconoscimento ho molta difficoltà sia a riceverlo (o a percepirlo?) che a darlo. Forse parte del problema è che faccio fatica a mettere a fuoco il concetto. Mi pare che il riconoscimento sia meno partigiano della stima, forse perché la seconda impegna pesantemente una critica di natura più intellettuale e morale. La stima si guadagna, si costruisce, si perde: è un organismo complesso. Il riconoscimento è più quotidiano, più spicciolo, se vogliamo meno impegnativo. Tanto che spesso mi pare superfluo esprimerlo.

Ho imparato con l’esperienza che è importante per i bambini, che più espressamente degli adulti lo cercano. Ma anche gli adulti ne hanno bisogno, e può dare un senso e un colore diverso a qualunque relazione, anche al di fuori dei rapporti di amicizia o di affetto. L’altro giorno, ad esempio, incrociando la coordinatrice della scuola di Meryem, ho sentito il bisogno di manifestarle che ero soddisfatta di come è stato gestito dalla scuola il periodo in cui Meryem ha avuto il gesso. Ok, era loro dovere, eccetera eccetera. Ma la soluzione è stata trovata (e data la struttura non era ovvia affatto), è andato tutto bene e mi è parso giusto, avendone l’occasione, di dirlo. Anche alla luce della riunione di oggi, credo davvero che una maggiore attenzione ai reciproci piccoli riconoscimenti ci aiuterebbe a vivere meglio. Non vi pare?

Elefante, primo pezzo: le visioni nel sociale


Nel post precedente mi sono limitata a mettere tutta la carne al fuoco, in ordine sparso. Ho cercato di raccontarvi un po’ di idee uscite durante la presentazione del libro Costruire visioni. Però sono molte le implicazioni di un discorso del genere, calato nella mia esperienza attuale.

Pur consapevole che è difficile così, per iscritto, contribuire a una conversazione davvero significativa, nei prossimi giorni intenderei sottolineare un paio di direzioni possibili di ragionamento, separandole in post dedicati. L’idea è quella, da manuale, di dividere l’elefante a pezzi per riuscire a masticarlo. Sono consapevole che questo genere di post, sia per il contenuto un po’ hard, sia per la forma poco brillante, interessano una porzione limitata dei miei non molti lettori. Cercherò quindi di diluirveli un po’ nel tempo, abbiate pazienza.

Si parla di visioni, dunque. Il primo posto a cui guardo, istintivamente, è il mio lavoro. Mi accorgo, dopo un paio di cancellature, che rischio di fare uno sproloquio lunghissimo e noioso. Cerco allora di fare ordine.

# Lavorare nel sociale significa avere una visione?
Non direi, non necessariamente. Anzi, mi pare di poter dire che il processo di “progettualizzazione” del lavoro sociale (tutto ormai funziona per progetti, che iniziano e finiscono, al ritmo sempre più incerto e macchinoso dei finanziamenti) lavora attivamente contro la costruzione di visioni sociali. Leggo oggi questo articolo di Bernardino Casadei, che mi pare assai pertinente: sarebbe il caso di “verificare se le organizzazioni che perseguono finalità d’utilità sociale sono consapevoli del loro ruolo e del loro impatto nella costruzione del bene comune”. Un altro problema è la questione dell’erogazione di servizi sociali per conto terzi (specialmente per conto dello Stato o dell’amministrazione locale): in principio, di per sé molto ricco e positivo, della sussidiarietà scivola ormai pericolosamente nel subappalto (ancora Casadei: ” le organizzazioni non profit devono certo liberarsi da quella mentalità di erogatori per conto terzi, per cui l’unico vero obiettivo è quello di produrre il servizio nel rispetto degli standard richiesti al minor costo possibile, per imparare a definire e a comunicare quale sia il loro vero impatto in termini di benefici non solo economici e sociali, ma anche morali e civili”).
E’ una degenerazione irreversibile? Ma certo che no. Però è una bella battaglia, che richiede che l’organizzazione no profit in questione abbia una bella solidità, e non solo economica. Deve avere, anche in questi tempi di crisi e di ristrettezze, una visione. Noi al Centro Astalli mi sento di poter dire che la visione la abbiamo, bella forte: è quella del JRS e, più in generale, dell’apostolato sociale della Compagnia di Gesù.  Suona stantio? Vi assicuro che pochi testi sono rivoluzionari e, appunto, visionari quanto i documenti della Congregazione Generale 34° (1995), in particolare il decreto 3 (La nostra missione e la giustizia) e il decreto 5 (La nostra missione e il dialogo interreligioso). “Se, come Ignazio, immaginiamo di rivolgere il nostro sguardo alla terra insieme alla Trinità, mentre sta per iniziare il terzo millennio del cristianesimo, che cosa vedremmo?” Insomma, non si può dire che questi gesuiti pecchino di ristrettezza di orizzonti…  Certo, da qui a tenere conto di tutta questa larghezza di pensiero anche nelle scelte contingenti di gestione dell’Associazione, per non parlare dei singoli impicci del lavoro quotidiano, ce ne corre. Ma almeno qualcosa abbiamo.

#Lavorare nel sociale aiuta a costruire visioni?
Anche qui, dipende. Il lavoro nel sociale può essere fortemente logorante e spesso ci si trova a farlo in condizioni obiettivamente deleterie per se stessi e per gli altri. Altro che visioni. E’ già tanto uscirne sani di mente. Però è pur vero che sono anche lavori che più facilmente di altri si fanno per passione (nel senso, anche, di “attraverso la” passione). Sono lavori privilegiati, che allenano più di altri a uscire dagli schemi e a cambiare punto di vista (sempre se accompagnati da sufficiente spazio per il pensiero, cosa non banale). Il libro di Emilio Vergani mi ha richiamato fortemente quello di Cesare Moreno e forse la cosa non è casuale. Più ancora mi è tornato in mente un densissimo incontro con Cesare, per cui sono ancora grata alla mia amica Rosaria.
Cito dagli appunti di quel giorno: “Il metodo che noi seguiamo è la riflessione. Facile, direte voi. Tutti riflettiamo. L’uomo è animale pensante e dunque riflettente. Dipende cosa si intende per riflettere. Qui vogliamo dire riflettere sull’esperienza e fare in modo che ciò che ci accade diventi patrimonio di pensiero. Apprendere dall’esperienza non solo non è ovvio, ma è anche particolarmente difficile. […] Noi non abbiamo alcuna fiducia nella capacità del singolo di vedere la realtà nella sua interezza, ma crediamo che il gruppo sia in grado di ricostruire un quadro attendibile”.
Sarà un caso che queste riflessioni, che paiono andare in direzioni simili, nascano da persone che hanno immerso la propria conoscenza teorica in contesti sociali molto reali e concreti, dove molti (anche addetti ai lavori) vedono solo un’emergenza indistinta? Non credo proprio.
Quindi, per rispondere alla mia domanda, secondo me lavorare nel sociale potenzialmente aiuta. O, piuttosto, si potrebbe dire che chi lavora nel sociale ha una responsabilità maggiore di condivisione in vista della costruzione del bene comune. C’è poco da adagiarsi sugli allori, dunque.

E voi? Che ne pensate?

Mica facile


Annunciare un post è un errore fatale. Specialmente se poi uno scopre che mica è tanto facile parlare di visioni e della loro costruzione. Il giorno dopo la presentazione del libro di Emilio Vergani (Costruire visioni. Fare il mondo come dovrebbe essere, Exòrma) raccontavo alla mia collega quanto mi avesse colpito la presentazione. “Bello, e di che parla?”. Gasp. Ho arrancato penosamente. Lei, per educazione, annuiva. Ma non sono riuscita ad articolare granché. E lì ho cominciato a capire che questo post non sarebbe stato una passeggiata.

Per fortuna ho preso appunti. Quelli analogici, con la biro sul quaderno. E’ un’abitudine che non riesco a perdere e mi ha salvato in molte occasioni. La presentazione, si diceva. Ricordo che, non molto tempo fa, si diceva con qualcuno che le presentazioni di libri “non funzionano più”. Non ricordo se fossi d’accordo o meno. Forse sì. Oggi direi, forse più banalmente, che dipende dalla presentazione. Certo, nessuno ha più voglia di muoversi in giro per la città, specialmente qui a Roma, per assistere a uno spot pubblicitario dal vivo. Ma se la “presentazione” diventa un’occasione di avere qualcos’altro, il discorso potenzialmente cambia. La presentazione organizzata da Exòrma mi ha permesso, per parafrasare un’espressione cara al libro, di “abitare” questo volume prima ancora di leggerlo. Credo che sia importante, per il fatto che il libro di Emilio Vergani sembra fatto per essere inserito in un dialogo. E’ in forma di dialogo l’ultimo dei capitoli, forse il più efficace di tutti. Ma anche il resto bisogna immaginarselo nello stesso contesto.

Ma insomma, di che parla questo libro? Credo sia stato molto azzeccato partire da una citazione, questa:

“Io penso che il senso del possibile in qualche modo sia presente in tutti noi proprio perché tutti noi siamo creature di senso – e non solamente di fatto. Però in molte persone il possibile viene come spento – forse perché ritenuto inutile alla vita quotidiana, al lavoro, ai rapporti sociali – al punto che, in breve, se ne perde coscienza e abilità. Quando però non si perde ma rimane attivo alcuni riescono a ricavarne un esito non scontato. Quell’esito è la visione. In altre parole, la visione è il risultato creativo del senso del possibile messo al lavoro”. 

Giovanni Anversa ha definito questo volume “un libro atteso”. Nel senso che magari uno a priori non lo sa, ma poi – una volta letto – capisce che c’era proprio bisogno di fermarsi a pensare su come dare carne alle visioni e su perché oggi sembra più che mai difficile farlo. La visione non è un’utopia, non è un sogno. Che le persone abbiano bisogno di sogni è un assunto incalzante di una certa politica, che ci assilla con una sorta di “coazione onirica” (cito, mischiandoli, i relatori della presentazione). Ma la visione, soprattutto, non è l’elenco delle cose che ci pare giusto fare: insieme (o invece dei?) sogni, la politica ha scoperto gli elenchi. Otto punti, dieci punti. Concreti, pragmatici. Del tutto privi di orizzonte, intrinsecamente sterili. Non si vive solo di “to do list”, per quanto esse possano rivelarsi utili.

Cominciate a capire? Non si tratta solo di politica. All’inizio del ‘900 la visione nutriva molto le scienze: quelle sociali, quelle politiche, ma anche le cosiddette scienze dure (buttiamo lì qualche nome, a cui si fa riferimento nel libro: Basaglia, don Milani, Olivetti, i padri costituenti, Einstein…). Provate a riflettere su queste affermazioni di Vergani: oggi la letteratura ha chiuso i battenti, ci resta la narrativa; il cinema è ridotto a intrattenimento. L’ultimo visionario dei nostri tempi pare Steve Jobs. Cosa manca, cosa manca a noi, alle nostre vite e alla nostra cultura? La capacità di vedere quello che non c’è (ancora). La capacità di tracciare un’esperienza di senso, di alzare lo sguardo su un orizzonte. Condiviso.

Questo vale prima di tutto per il nostro stile di vita, che finisce per essere orientato verso beni di consumo, più che verso beni relazionali. Anche sul nostro modo di essere genitori. Negli ultimi due decenni non si è fatto che parlare di società del rischio, di insicurezza, di liquidità. Oggi ci troviamo nella società dell’eccesso di protezione, della ricerca della sicurezza a tutti i costi. Ci fanno paura cose che non sappiamo neanche bene cosa significhino. Passiamo la vita a erigere recinti protettivi. Non ci chiediamo più cosa e quanto perdiamo (noi, e più ancora i nostri figli) in questo zelante abbassare lo sguardo nel piccolo raggio di ciò che crediamo di controllare.

Altro spunto interessante. Un’altra reazione comune è quella delle visioni individualistiche, monotematiche, assolutizzanti, esclusive. Le monovisioni portano a leggere tutto in una chiave unica, a cercarsi e riconoscersi in etichette ristrette: quella di genere, quella di un certo tipo di alimentazione, quella di una specifica scelta educativa e via così. Sembra si faccia difficoltà, o addirittura si eviti, di cercare una visione più grande in cui comporre i nostri singoli pezzetti. Guardo il mio, assolutizzo il mio, mi riconosco solo in chi è esattamente come me (e se posso consolidare le mie sicurezze attaccando chi è diverso, funziona meglio). Penso a certe discussioni, anche sul web, e mi pare maledettamente e tristemente vero.

Dove coltivare il senso del possibile? Al momento pare proprio che non ci sia proprio lo spazio fisico. La politica, esangue, è l’ombra di se stessa. La scuola? La famiglia? Quel che si vede non pare promettente. Questo rattrappimento del senso del possibile va a braccetto con la paura, di cui ci nutriamo quotidianamente (e, questo aspetto mi fa davvero pensare, in cui per forza di cose immergiamo i nostri figli fin dalla nascita). La paura si supera solo con uno slancio in avanti. Uno slancio per cui fatichiamo a trovare una motivazione.

Viviamo immersi in questa mancanza di visione, a partire dal linguaggio. Il linguaggio ci fa dire cose di cui neanche siamo consapevoli. Lavorare sull’etica del linguaggio, anche attraverso la narrazione, ci aiuta a tornare consapevoli, a evitare di ritrovarci in una realtà che non ci appartiene, ma da cui siamo detti. Ma come ritrovare uno spazio pubblico del racconto di sé? Come fare il passaggio di condivisione di orizzonte che permette di costruire una storia diversa?

Questa è un’altra di quelle occasioni in cui mi piacerebbe parlare con voi non solo per iscritto. Mettersi tutti insieme in un luogo fisico e vedere dove ci porta la discussione. Intanto me lo dite se ci sono riuscita a passarvi un pezzetto di questa matassa di idee che mi si è aggrovigliata in testa?

Vi lascio con un video delizioso, che racconta la presentazione di Roma. Vi raccomando soprattutto la ricetta di Giovanni Anversa, nella parte centrale del video.