Qualcuno di voi, mosso da eccessiva stima nei miei confronti, mi ha chiesto una lettura dei fatti di Istanbul (e non solo). Vi dirò, al momento più che risposte ho domande. Non sono (a differenza di Nizam) una ammiratrice di Erdogan. Non riesco tuttavia a paragonarlo ad altri capi di Stato della regione, il cui affermarsi è basato unicamente su corruzione e spregiudicato uso dell’esercito. Ero in Turchia, tanti anni fa, durante la campagna elettorale che lo portò alla prima affermazione come presidente del consiglio. Ho visto la differenza, nella vita di molti turchi, tra avere una moneta che si svaluta rispetto al dollaro ogni mattina (letteralmente) e godere di un periodo di crescita economica e di prestigio internazionale. Non sono un’esperta, sia chiaro. Ma a marzo ho sentito parlare di riforma della costituzione e di passi concreti, per la prima volta, per una pace in Kurdistan.
Nel dubbio e nella confusione di queste ore, in cui tanto ottimismo sembra essere messo in forse, vorrei solo condividere due perplessità, due punti a cui stare attenti nel nostro descrivere, riassumere e giudicare.
1. Il popolo protesta contro l’eccessiva islamizzazione del Paese. Penso che sia importante tenere presente cosa la Turchia oggi è e cosa, soprattutto, non è. E’ vero, alcuni provvedimenti di Erdogan sono volti a ridurre la laicità alla francese in vigore nel Paese: ma abolire il divieto di indossare il velo all’università non vuol dire obbligare tutte a indossarlo ovunque, come è stato scritto su alcuni giornali italiani. L’ultimo provvedimento contestato, che vieta la vendita di alcolici dopo una certa ora di sera, è ai miei occhi eccessivo se applicato a un Paese intero. Forse sarebbe stata una misura più adeguata – e probabilmente ugualmente contestata – se fosse stata limitata alle sole metropoli. Sia come sia, siamo ben lontani dallo Stato teocratico. E comunque, le elezioni si avvicinano. Basta non votarlo.
2. Ho letto anche che si sente la mancanza dell’esercito, che nella storia turca è sempre stato pronto a intervenire con piccoli e eleganti colpi di stato per richiamare i governi di turno al rispetto dello status quo. Mi pare bizzarro rimpiangere colpi di stato come correttivi agli esiti di libere elezioni. E lo status quo che si manteneva non è che fosse questo prodigio di meraviglie: mafia, corruzione, tangenti, speculazione… Avrà i suoi amici anche Erdogan, ci mancherebbe. Uno che ha un passato di sindaco di Istanbul e progetti edilizi così ambiziosi certo di soldi ne fa girare molti. Ma non invochiamo l’esercito che non ha più il potere di una volta, vi prego. Lo può fare davvero solo chi non ha mai avuto l’occasione di viverne le conseguenze, di quel potere.
Negli articoli vedo anche riferimenti al malcontento per la politica di Erdogan rispetto alla Siria (sostegno all’esercito dell’Opposizione e grande protagonismo nelle trattative per la pace) e per il tragico attentato di Reyhanli (51 morti e oltre 100 feriti). Aggiungiamo che il la situazione alimenta anche una tensione tra sunniti e aleviti in Turchia, che più che religiosa è politica: alevita è il capo del partito di opposizione, strenuamente kemalista, e il conflitto siriano viene tirato in ballo, da una parte e dall’altra, senza esclusione di colpi già da diversi mesi. Figuriamoci adesso.
Insomma, la tensione è molta. Ci tengo a sottolineare che la repressione brutale di libere manifestazioni è sempre condannabile. Ma ho la sensazione che sia in ballo ben di più di un pur importante parco cittadino. Io suggerisco di abbandonarsi meno alla poesia a sfondo naturalistico e di seguire con attenzione quello che succederà nei prossimi giorni.
