Sono giorni impegnativi. Giorni in cui misuro la distanza tra me, noi e il “sentire comune”. La commozione e l’emozione è di tutti gli uonini. La differenza sta nelle frasi che seguono immediatamente. Io non credo di essere migliore. Ho solo avuto l’occasione di rendermi conto in prima persona di quanto sia opportuno chiudere la bocca prima di pronunciare frasi qualunquiste che, ben lungi dall’essere innocue chiacchiere da bar, suonano come bestemmie alle orecchie di chi, purtroppo per lui/lei, sa di cosa si parla.
Qualche esempio? Non fatemi fare cataloghi. Ci sono quelli che preferiscono “aiutarli a casa loro” (con annessa stantia immagine: non dare il pesce, ma ineegnare a pescare). Peccato che quale sia questa “casa loro” e quanto noi già contribuiamo a renderla inabitabile questi potenziali cooperanti a parole non lo sanno e non vogliono saperlo.
Ci sono poi gli economisti. Quelli che suggeriscono che se “i giovani italiani” fossero più disposti a pulire culi di anziani e bambini, “questi qui” smetterebbero di arrivare. Perché questi qui sono un po’ fessi, poverini. Abbagliati dall’immagine di benessere trasmessa dalla nostra tv commerciale (notoriamente vista in tutto il globo) non capiscono che non vale la pena di rischiare la vita per accaparrarsi i lavori che gli italiani non vogliono fare. Qualcuno dovrebbe spiegarglielo che l’Italia non è il Paese di Bengodi, però a parole semplici, perché altrimenti non capiscono.
Potrei continuare. Meglio di no. Mi ha fatto male sentire/leggere questo tipo di discorsi fatti propri da amici e conoscenti. Allo stesso modo mi ha ferito vedere che sono state relativamente poche le persone che conosco che hanno vissuto intensamente il lutto di questi giorni.
Questo post però l’ho scritto per chi mi ha manifestato vicinanza. Per chi mi ha fatto sentire meno sola e meno marziana. Per chi era lì, venerdì mattina al Centro Astalli. Per chi era con noi venerdì sera al Campidoglio, fisicamente o in spirito. Per i colleghi con cui è sufficiente scambiarsi un’occhiata o un sospiro. Per i nuovi amici che mi fanno pensare che in questi anni mi hanno ascoltato con attenzione e non per cortesia. Per chi anche si offre di fare qualcosa di concreto per cambiare qualcosa, a partire dal proprio piccolo.
Oggi a uno spettacolo di improvvisazione teatrale a Testaccio, l’attore si divertiva a provocare gli adulti tra il pubblico facendo gridare “rivoluzione! “. Davvero facevamo fatica, ridacchiavamo imbarazzati. Invece davvero questo serve. Una rivoluzione quotidiana. Grazie quindi a chi mi ha dimostrato con un cenno di non essere troppo distante.
Autore: Chiara Peri
Almeno stavolta
Probabilmente saprete che oggi il mare d’Italia è pieno di cadaveri. Che a Lampedusa non sanno più, fisicamente, dove riporli. Oggi si è consumata una tragedia di proporzioni tali da costituire un’ottima occasione per farci capire che così non si può andare avanti. Mi dispiace dover citare continuamente Papa Francesco, ma è suo l’unico commento che mi sento di condividere del tutto: “Che vergogna”.
Non parliamo di catastrofi naturali, di malattie incurabili, di tragiche fatalità. Parliamo di precise politiche, nazionali, europee e mondiali, che non considerano le persone una priorità. Vale per l’immigrazione, ma anche per tante altre scelte politiche che riguardano noi, i nostri figli e milioni di altri genitori e figli come noi. Sono scelte che attivamente concorrono alla morte di centinaia di migliaia di persone per il profitto di alcuni privilegiati. Ne siamo responsabili, ciascuno al suo livello. Noi siamo gli elettori dei governi che fanno questo. I nostri Parlamenti votano distrattamente le misure che uccidono uomini, donne e bambini. E poi si animano dibattendo per giorni e giorni di meschinità imbarazzanti.
Si piange, ed è giusto. Ma piangere non basta.
Ho un sogno. Che almeno stavolta, quando la settimana prossima a Roma si organizzerà un momento di memoria di questi fatti terribili, ci sia un’adesione straordinaria. Che tanti ritengano fondamentale cancellare impegni presi per esserci fisicamente in tanti, in tantissimi. Per dire che siamo cittadini di Europa e vogliamo smettere di essere assassini.
Biancaneve non ha solo morso la mela
Per non pensare alle nubi nere che si addensano sulla mia attuale visione dell’anno scolastico in corso, registro qui una interessante richiesta di Meryem. “Mamma, quando io ti racconto una cosa, tu devi fare come il maestro, devi chiedermi tutta la storia”. Cioè, Guerrigliera? Lei scuote la testa con una certa commiserazione, poi mi spiega con aria saputa. “Se io ti racconto la favola di Biancaneve e ti racconto solo che ha morso la mela ed è morta, non ti ho raccontato tutto, no? Tu solo da quello non puoi capire”. Giusto. “E quindi se io ti dico solo una cosa e non tutto, tu non capisci cosa è successo. Hai capito, ora?”. Credo di sì. Quindi ribatto: “Ah, ok. Quindi quando mi hai detto che l’amichetta K. ti ha spinto, non mi hai detto tutta la storia”.
Incredibile. Ci ho preso. La Guerrigliera annuisce vigorosamente e si lancia in una dettagliata descrizione di una missione di spie, di un tamponamento involontario e del suo ruolo eroico: “Mi faceva terribilmente male, ma non ho detto niente, perché non volevo che K. fosse sgridata. Allora, visto che soffrivo, l’amichetta C. mi ha medicato con un fazzoletto bagnato”.
Contesto, si chiama contesto. Allora qualcosa la impara, a scuola. Voglio essere paurosamente ottimista: forse qualcosa la impareremo anche noi genitori.
Assedio
Non so voi, ma a me la parola assedio rimanda a immagini e storie di altri tempi. I bassorilievi assiri, i colori brillanti dei manoscritti medievali. Alessandro Magno e l’assedio di Tiro e l’assedio di Mozia raccontato da Diodoro Siculo. E Troia, dove la lasciamo? Insomma, alla fine – con qualche variante – eroi, principesse, catapulte, ponti levatoi e olio bollente.
Poi leggo questo. Un messaggio di una persona che oggi vive assediata. Non in senso metaforico. In senso fisico, reale e quotidiano. Che non può muoversi in un raggio superiore a un chilometro. Che sta consumando le ultime scorte di cibo. Che va incontro all’inverno con porte e finestre rotte, consapevole che patirà il freddo, la fame, la mancanza d’acqua e di medicinali essenziali. E noi lo sappiamo. Riceviamo i suoi messaggi. Sappiamo il suo nome, sappiamo dove vive, sappiamo anche – in una certa misura – cosa pensa.
A me ha fatto effetto. Non conosco personalmente padre Frans, ma gli sono grata. “In genere non permettiamo a noi stessi di lasciarci sopraffare dalla tristezza e dalla disperazione. Eppure sentiamo che questi sentimenti sono sempre in agguato”. Da quando l’ho letta, questa frase mi torna in mente in modo ricorrente.
Una volta di più, mi rendo conto che ogni volta che si guarda con un minimo di attenzione, la conclusione è sempre la stessa: noi non ci rendiamo conto di cosa sia la guerra. Eppure, a leggere dai giornali, sembrerebbe che siamo noi (o gente come noi) a decidere quali sono le priorità, le linee da non oltrepassare, le strategie migliori. Siamo come i tifosi italiani che guardano le partite e che si sentono tutti, dal primo all’ultimo, allenatori. Però abbiamo certamente più potere dei diretti interessati. Ecco, immaginate che la campagna acquisti del Milan sia determinata dalle chiacchiere di nonno Peppino al bar di Sciacca. A volte ho il tremendo sospetto che la politica internazionale vada un po’ così.
Girovaghe crescono
Capita che chi mi segue sui social si faccia un’idea di me come madre abbastanza distante dalla realtà delle cose. “Ma che brava che sei, la porti sempre a fare un sacco di attività interessanti! Ma dove la trovi questa energia?”. No, non sono brava. E’ che io ho bisogno di uscire di casa. Per me, mica per Meryem. Poi, ovviamente, ormai mia figlia si è abituata a girovagare qua e là e si aspetta cose nuove (il top l’abbiamo raggiunto con il friendsurfing di quest’estate). Mi pare presto per dire se “sarà come me”, ma per adesso mi pare che non le dispiaccia seguirmi in giro.
Come forse saprete, non guido. E’ sicuramente una limitazione, per certi versi. Raramente capita di scroccare passaggi, perché mi sto rendendo conto che sono poche nel giro nelle nostre conoscenze, le famiglie “destrutturate” come la nostra (io e Meryem siamo praticamente sempre sole, anche nel fine settimana). Sto imparando a guardare con occhi più positivi queste mie/nostre carenze. Per quanto riguarda la nostra solitudine, mi rendo conto che è anche libertà: non abbiamo impegni familiari, obblighi, inclinazioni o desideri diversi dai nostri con cui trattare. Siamo del tutto padrone di organizzare il nostro tempo, di cambiare programma, di improvvisare (quanto mi è mancata, quando Meryem era piccola, la componente dell’improvvisazione…).
La prima limitazione, quella logistica, cerchiamo di trasformarla in un punto di forza ugualmente. Ci spostiamo solo con i mezzi pubblici e così anche il tragitto diventa avventura. “Giochiamo a esploratori?”, mi dice Meryem. E così, mentre mi destreggio tra tram, autobus e trenini urbani per mettere a punto itinerari alternativi e flessibili a seconda delle circostanze e dei tempi di attesa (veri e presunti), la Guerrigliera avvista nemici immaginari, schiva frecce, decifra indizi, fino alla meta.
E la meta qual è? Cerco sempre di monitorare gli eventi durante la settimana e di scegliere quelli che mi paiono maggiormente in sintonia con i miei/nostri gusti (ovviamente con un occhio di riguardo per quelli gratuiti). Una prima fonte di informazione è la newsletter del sito Roma per i Bambini. Ma per le visite guidate resto fedele all’amica Alessandra (un nome una garanzia). Frequentare un po’ la rete mi tiene al corrente delle grandi manifestazioni che non sono rare nella nostra città. La nostra preferita resta probabilmente i Ludi Romani, che quest’anno al Circo Massimo si è rivelata ancora più godibile (peccato solo per la pioggia della domenica). Giusto ieri abbiamo scoperto, a Villa Pamphili, il nuovo spazio del Teatro Scuderie Villino Corsini, animato dal Teatro Verde e dalla Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia. Qualcosa mi dice che diventeremo assidui frequentatori. Vi ho già raccontato che amiamo molto anche la Città dell’Altra Economia e dunque seguiamo con interesse le attività della libreria Tana Liberi Tutti. Da sabato prossimo, il sabato mattina siamo al Teatro Vascello, dove prova il coro di bambini della ACMT (e buttiamo un occhio alla programmazione per ragazzi, che negli anni scorsi ci ha riservato diverse piacevoli sorprese).
A leggere tutto questo paragrafo, così di fila, viene l’affanno anche a me. Ma credetemi, mi darebbe molta più ansia la prospettiva di un fine settimana di domestico relax. Capita, certo, che mi afflosci sul divano (e, udite udite, inizio persino a concedermi qualche pennichella mentre Meryem disegna o guarda i cartoni). Ma per sentirmi veramente bene, devo chiudermi la porta alle spalle e andare a fare qualcosa. Osservo per onestà che abbiamo preso anche discrete sòle (per i non romani: fregature), così facendo. Come sabato, quando in rapida successione ci siamo lanciati a visitare un monumento che mi incuriosisce da sempre (ma è chiuso per restauro) e a una festa multietnica assai più moscia delle mie peggiori aspettative. Poco male. Ci siamo rifatte con un gelato da Fassi, pietra miliare della mia giovinezza universitaria e meta comunque degna di nota e uno spettacolo di danze indiane al Museo di Arte Orientale. Ho saputo di questo spettacolo, davvero notevole, non dal sito della Giornata del Patrimonio, ma origliando una conversazione tra mamme ai giardinetti di Piazza Vittorio. Anche questo è essere social.
Rappresentare
Giuro che pensavo a questo post prima che il tema delle elezioni tornasse di attualità così scottante per tutto il Paese. Però, inevitabilmente, la mia riflessione micro si rispecchia nel macro del caos che continua a circondarci in ogni direzione. Meryem quest’anno ha cominciato la prima elementare e io, come genitore, ho fatto il mio debutto in un Istituto Comprensivo. Nel giro di due settimane scarse, le mie poche (relative) sicurezze si sono sciolte in un pozzo di dubbi. Mi piacerebbe dunque confrontarmi con chi mi legge sul tema della democrazia rappresentativa a scuola. La situazione di partenza (inizio anno scolastico in una scuola italiana) credo che sia abbastanza chiara. Ci è stato spiegato che in un giorno ics la nostra classe è chiamata ad eleggere un rappresentante. Abbiamo dunque un gruppo di circa quarantasei capocce (escludendo i nonni e supponendo coppie di due genitori) che da qui a un paio di settimane, senza aver davvero avuto modo di realizzare che qualcosa le accomuna, devono democraticamente eleggere chi è deputato/a a parlare a nome di tutti. Già a questo livello si registra qualche difficoltà. Si è iniziato a comunicare per mail, in aggiunta (presumo) alle chiacchiere più o meno episodiche sui marciapiedi, a cui io non partecipo per poca disponibilità di tempo. Subito si è manifestato un fenomeno comune. Ciascuno parla, prevalentemente, con chi già conosce e, come per magia, trova piena approvazione. Ne deduce che tutti la pensino allo stesso modo. Salvo poi rendersi contro che un altro, di idee piuttosto diverse, ne è altrettanto convinto. Che fare? Si andrà alle urne alla data fissata, un rappresentante sarà nominato, ma non è prevista verifica di fiducia in nessuna fase. Sospetto peraltro che l’afflusso ai seggi sarà ridottissimo, quindi mi chiedo: cosa ne verrà fuori? Mi pare che il bivio che ci si para davanti sia, tragicamente, il disinteresse o l’interessamento. La seconda via è già irta di rogne e di screzi.
Salendo di un livello, ho partecipato a una riunione del comitato dei genitori, assemblea di confronto di tutti i genitori dell’Istituto comprensivo (una scuola dell’infanzia, una scuola elementare, due scuole medie). Era presente una quindicina di persone. Tutte si conoscevano già, a parte i pochi nuovi arrivati, e detenevano cariche che non ci sono state del tutto illustrate. Uno dei presenti rappresenta attualmente i genitori, tutti i genitori, al Consiglio di Istituto, unico organo che potrebbe, in certa misura, passare dalla lamentela sterile alla proposta di cambiamento concreto. Qui la mia perplessità è stata ancora maggiore. Ma i genitori, parecchie centinaia, che vengono così rappresentati, lo sanno? Forse sì, forse no. Sta di fatto che sembrano disinteressarsene completamente. Quindi, almeno nella mia scuola, via via che ci si avvicina a spazi deputati a lavorare per un bene comune appena un po’ più ampio della singola classe del singolo figlio, il fuggi fuggi pare totale, percentualmente. Peccato che il rappresentante di classe può certo svolgere un servizio prezioso e facilitare l’esperienza di tutti (o anche il contrario), ma può cambiare ben poco delle famose “cose che non vanno”. Già la rappresentanza ai genitori al Consiglio di Istituto, se ragionevolmente organizzata, può avere un impatto maggiore e più duraturo.
Va detto che già a questi livelli minimi di partecipazione civica si profilano, sia pure a livello embrionale, i meccanismi che tanto scoraggiano il cittadino medio da assumere un ruolo attivo nella vita politica, in primis la sensazione prepotente di scontrarsi con gruppi chiusi, poco permeabili, e che tali gruppi abbiano già chiaro cosa sia bene pensare, fare e, soprattutto, non fare. Il clima che si respira non è di entusiastica propositività, ma di rassegnazione e torpore, ravvivati occasionalmente da polemiche sterili. Senza aver fatto ancora nulla, mi sono sorpresa già un paio di volte a pensare “Ma chi me lo fa fare?”. Non è bello e sono fermamente intenzionata ad andare oltre, se mi sarà possibile.
Per onestà però mi dico che me lo riprometto ciclicamente, anche per il macro, e alla fine non sono mai riuscita a trovare una parvenza di bandolo da cui valga la pena partire. E voi? Come vivete la democrazia scolastica? Ci credete? (E qui mi fermo, perché se allarghiamo il discorso sarebbe fin troppo facile esprimere scetticismi).
Quel momento indimenticabile
Kura, mi dice Wikipedia, è il nome di una divinità eblaita. E questo, visto il mio passato accademico, dovevo saperlo da me. Kura è anche il nome di un fiume caucasico, un gioco di squadra nordafricano, un gruppo etnico del Brasile e una sella giapponese. Ma Kura è, soprattutto, un letto Ikea. Il letto Ikea che, incautamente, ho fatto desiderare alla Guerrigliera, visto che un’amica me lo cedeva graziosamente di seconda mano.
In quella funesta domenica pomeriggio in cui ci siamo caricati i componenti del mostro, ignoravo ancora la polisemia che vi ho appena descritto. Kura mi pareva un nome come un altro. E invece no. E’ il nome di una divinità (ostile e certamente da noi offesa con qualche gesto inconsapevole quanto irreparabile), è un fiume in cui affogare lentamente il progettista di questo arredo, che probabilmente richiederebbe un’intera squadra del gioco nordafricano per sopravvivere al suo montaggio. Insomma, se nomina sunt consequentia rerum, avrei dovuto affrontare la cosa meno a cuor leggero.
Vi risparmio la descrizione drammatica del nostro primo fallimento. I pezzi scomposti e sogghignanti di Kura giacevano disseminati per il nostro pavimento fino a ieri. Il kebabbaro però si è preso la sua rivincita. Alla fine ha domato il mostro (e senza usare nessuna sella giapponese). Tuttavia il processo non è stato indolore. Ikea è un sistema profondamente moralistico. Si suppone che si seguano le istruzioni pedissequamente. Se si cercano vie alternative, il malcapitato montatore atipico si merita una piccola o grande punizione per la sua hybris.
Avete mai provato a sfidare il libretto di istruzioni Ikea? Se ci avete provato almeno una volta, sono certa che conosciate bene quel tragico, subitaneo istante. Quello che segue immediatamente la certezza che ce l’avete fatta. Ed ecco che, non appena avete stretto con la vostra brugola (regolamentare o meno) fino all’ultima vite, vi apprestate all’ultima operazione accessoria, nel nostro caso il montaggio del piolo della scaletta. E’ esattamente in quel momento che lo sguardo vi cade sul buchino, piccolo ma indispensabile, che non si trova lì dove tu te lo aspetti. Che non si trova proprio. La superficie è implacabilmente e inesorabilmente liscia. Allora il tuo sguardo interrogativo si solleva e, di colpo, lo sai con certezza. Hai invertito i primi due pezzi.
Il mio cuore è a Oriente
Questa domenica è iniziata in salita. Ho dovuto fare pesantemente i conti con una violenta collisione della “me semplice” con la “me genitore”. La me semplice infatti si era fatta, come al solito, un film in testa. Oggi si celebravano i tre anni dalla scomparsa di Padre Fortino e io avevo deciso che era giunto il momento di iniziare la Guerrigliera a quel bell’inestricabile groviglio, che solo in minima parte ha a che fare con la religione, e che cercavo di raccontarvi qui. “Ora è abbastanza grande”, mi sono detta. E dunque ho iniziato a raccontarle di come mio padre mi portava nel posto dove saremmo andate, del fatto che la zia avrebbe cantato e che alla fine ci sarebbe stato anche un piccolo dolce. “Quando eri piccola ti lasciavo dalla nonna, ma oggi mi piacerebbe fare questa cosa insieme a te”. Già mi compiacevo della bellezza e della poeticità del mio discorsetto.
“E non potrei andare dalla nonna anche oggi? Mi pare un po’ noioso”, ha subito ribattuto la Guerrigliera, spezzando il cuore della me semplice. “Sai, potresti fare qualche foto con il telefono. Così poi me lo fai vedere”, ha aggiunto conciliante, vedendo la mia faccia. Lo ammetto, per me è stato un brutto colpo. Ci sono rimasta proprio male. Poi, per fortuna, è intervenuta la me genitore e ha fatto notare alla me semplice che l’obiezione era ragionevole (un’ora e mezza di liturgia bizantina, così dal nulla? e perché mai?), sensata (anche la nonna sarebbe stata felicissima di passare un po’ di tempo con la nipotina) e assolutamente legittima. Soprattutto legittima: i ricordi legati alla Chiesa di S.Atanasio e alle melodie della liturgia bizantina sono, appunto, i miei ricordi, la mia storia. Ci sono dentro il rapporto con mio padre, le vacanze della mia infanzia, alcune parti costitutive della mia mappa emotiva. Meryem non eredita questo con il sangue e non sono io che posso rendere credibile, di seconda mano, la pregnanza di queste cose. Lei avrà le sue e chissà se e quanto io le conoscerò. Dopo essermi arrabbiata, quindi, le ho dato ragione e sono andata senza di lei.
Me lo sono goduto, con consapevolezza, il tuffo nel passato fondante di tante mie fissazioni. Oggi, guardando i tappeti, mi sono detta che – chissà quanto consapevolmente – con quelle liturgie cantate mio padre mi ha davvero iniziato all’Oriente, un Oriente anche più orientale di quello che conosceva lui. I tappeti delle moschee, le melodie che sanno di spezie e di Mediterraneo, più vicine ai canti sefarditi di Evelina che al Gregoriano. Davvero mi sono resa conta che la bislacca scelta di studi universitari, che la mia aneddotica personale attribuisce a una sorta di folgorazione avvenuta a Londra l’estate successiva alla maturità, aveva invece radici assai più profonde.
L’immagine potente della Morte sconfitta, con gran fragore di porte e chiavistelli rotti, la solenne rappresentazione della notte di Pasqua (come dimenticare quel bussare del celebrante alle porte del Collegio Greco, che per l’occasione incarnavano le porte degli Inferi?) l’ho poi inseguita nei testi antichi, indietro fino a Ugarit e ritorno. Giona, anche lui legato a un ricordo liturgico preciso (le foglie bagnate d’acqua santa che Padre Fortino lanciava per la chiesa il sabato santo, al mattino), ancora oggi è il genio ispiratore di quel che resta dei miei studi biblici. Stamattina, poi, l’ultimo tocco: il dolce che avevo ventilato a Meryem per attirarla era in realtà contenuto in un bicchierino. Grano, chicchi di melograno e cannella. In quella dolcezza ctonia ho rigustato tutto il Mediterraneo antico, da Osiride a Demetra, passando per i fenici, che ho sempre immaginato mentre ridono delle teorie di noi studiosi con uno scintillio negli occhi, del tutto simile a quello di Padre Fortino.
Non sono un Papa Boy
La precisazione è d’obbligo, vista la densità di post dedicati a questo nuovo vescovo di Roma che sta stregando il mondo e di cui tutti siamo infatuati. Mi stavo censurando, però – anche se vado molto di corsa – volevo segnalare a chi non l’avesse vista la lunga intervista che ha rilasciato questa estate a padre Antonio Spadaro per tutte le riviste dei gesuiti. Fanno la ruota come i pavoni, i gesuiti, in questo periodo. Io però tendo ad essere indulgente, specialmente con alcuni di loro (quelli, per intenderci, che dal Vaticano negli ultimi anni sono stati abituati a vedere più alzate di sopracciglio che incoraggiamenti).
L’intervista è lunga, a tratti direi tecnica. I giornali ne hanno ripreso (semplificando molto) alcuni aspetti, ma a me pare un peccato che i più si perdano altri passaggi, ugualmente se non più importanti. Quelli relativi propriamente alla Chiesa li lascio ad altri, che meglio di me li sapranno evidenziare. Qui volevo condividere quelli che più hanno colpito me come persona e, anche, come genitore.
Il primo è quello che ho notato anche io: questo Papa – a differenza di Giovanni Paolo II, con cui pure viene accostato, per l’abilità di comunicazione – non è a suo agio con le folle. «Io riesco a guardare le singole persone, una alla volta, a entrare in contatto in maniera personale con chi ho davanti. Non sono abituato alle masse». Spadaro, da bravo esperto, lo rassicura: ci pensa la televisione a portare la sua immagine a tutti, lei continui pure a cercare il contatto visivo, funziona lo stesso (se non di più).
Poi mi sono gustata la parte relativa alla descrizione di se stesso e dei suoi gusti artistici. Il fatto che ne parli con questa tranquillità e scelga di condividere con tutti questi aspetti di normale conoscenza di lui come persona secondo me è in linea con il suo farsi chiamare “vescovo di Roma”. Il suo ruolo è importante, ma è un ruolo. Non è un piedistallo, tanto meno una trasfigurazione. Questo è realmente un presupposto necessario per la collegialità, l’ecumenismo e il dialogo.
“Posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”. La spiegazione di questo concetto, che è legato anche al suo motto (Miserando atque eligendo) è secondo me la parte più bella e poetica dell’intervista. Parte da uno splendido quadro di Caravaggio, la vocazione di S.Matteo, che noi romani conosciamo bene.
«Io non conosco Roma. Conosco poche cose. Conosco Santa Maria Maggiore, San Pietro… ma venendo a Roma ho sempre abitato in via della Scrofa. Da lì visitavo spesso la chiesa di San Luigi dei Francesi, e lì andavo a contemplare il quadro della vocazione di san Matteo di Caravaggio. Quel dito di Gesù così… verso Matteo. Così sono io. Così mi sento. Come Matteo. È il gesto di Matteo che mi colpisce: afferra i suoi soldi, come a dire: “no, non me! No, questi soldi sono miei!”. Ecco, questo sono io: un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi. E questo è quel che ho detto quando mi hanno chiesto se accettavo la mia elezione a Pontefice».
Mi sono immaginata benissimo la scena. Quel quadro, con la sua luce tanto singolare, porta alla contemplazione anche il turista frettoloso. La spiegazione di un concetto spirituale con un’immagine, a me così familiare, mi pare straordinaria. E poi si ferma anche sulle parole e sulla intraducibilità delle stesse, superata dalla connessione all’opera d’arte: “il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando”.
Dopo la citazione della Turandot per spiegare la speranza come virtù teologale, padre Spadaro interroga il Papa sui riferimenti letterari, culturali, artistici. Forse la domanda avrebbe immaginato una risposta elaborata, di sintesi… Invece la risposta è colloquiale, dal tono simile a quella che ciascuno di noi darebbe. “Ho amato molto autori diversi tra loro. Amo moltissimo Dostoevskij e Hölderlin. Di Hölderlin voglio ricordare quella lirica per il compleanno di sua nonna che è di grande bellezza, e che a me ha fatto anche tanto bene spiritualmente. È quella che si chiude con il verso Che l’uomo mantenga quel che il fanciullo ha promesso. … Ho letto il libro I Promessi Sposi tre volte e ce l’ho adesso sul tavolo per rileggerlo. Manzoni mi ha dato tanto. Mia nonna, quando ero bambino, mi ha insegnato a memoria l’inizio di questo libro: Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti…. Anche Gerard Manley Hopkins mi è piaciuto tanto. In pittura ammiro Caravaggio: le sue tele mi parlano. Ma anche Chagall con la sua Crocifissione bianca… ”
“In musica amo Mozart, ovviamente. Quell’Et Incarnatus est della sua Missa in Do è insuperabile: ti porta a Dio! Amo Mozart eseguito da Clara Haskil. Mozart mi riempie: non posso pensarlo, devo sentirlo. Beethoven mi piace ascoltarlo, ma prometeicamente. E l’interprete più prometeico per me è Furtwängler. E poi le Passioni di Bach. Il brano di Bach che amo tanto è l’Erbarme Dich, il pianto di Pietro della Passione secondo Matteo. Sublime. Poi, a un livello diverso, non intimo allo stesso modo, amo Wagner. Mi piace ascoltarlo, ma non sempre. La Tetralogia dell’Anello eseguita da Furtwängler alla Scala nel ’50 è la cosa per me migliore. Ma anche il Parsifal eseguito nel ’62 da Knappertsbusch”.
“Dovremmo anche parlare del cinema. La strada di Fellini è il film che forse ho amato di più. Mi identifico con quel film, nel quale c’è un implicito riferimento a san Francesco. Credo poi di aver visto tutti i film con Anna Magnani e Aldo Fabrizi quando avevo tra i 10 e 12 anni. Un altro film che ho molto amato è Roma città aperta. Devo la mia cultura cinematografica soprattutto ai miei genitori che ci portavano spesso al cinema”.
Poi il Papa parla della sua esperienza di docente di letteratura. “Dovevo fare in modo che i miei alunni studiassero El Cid. Ma ai ragazzi non piaceva. Chiedevano di leggere García Lorca. Allora ho deciso che avrebbero studiato El Cid a casa, e durante le lezioni io avrei trattato gli autori che piacevano di più ai ragazzi. Ovviamente i giovani volevano leggere le opere letterarie più “piccanti”, contemporanee come La casada infiel, o classiche come La Celestina di Fernando de Rojas. Ma leggendo queste cose che li attiravano sul momento, prendevano gusto più in generale alla letteratura, alla poesia, e passavano ad altri autori. E per me è stata una grande esperienza. Ho completato il programma, ma in maniera destrutturata, cioè non ordinata secondo ciò che era previsto, ma secondo un ordine che veniva naturale nella lettura degli autori. E questa modalità mi corrispondeva molto: non amavo fare una programmazione rigida, ma semmai sapere dove arrivare più o meno. Allora ho cominciato anche a farli scrivere. Alla fine ho deciso di far leggere a Borges due racconti scritti dai miei ragazzi. Conoscevo la sua segretaria, che era stata la mia professoressa di pianoforte. A Borges piacquero moltissimo. E allora lui propose di scrivere l’introduzione a una raccolta”.
“Allora, Padre Santo”, chiede a questo punto l’intervistatore “per la vita di una persona la creatività è importante?”. Lui ride e risponde: “Per un gesuita è estremamente importante! Un gesuita deve essere creativo”.
Qui non ho potuto fare a meno di pensare all’indimenticabile discorso sulla creatività e l’educazione fatto dal Padre Generale dei gesuiti, Adolfo Nicolàs quando è venuto al Centro Astalli, anni fa:
“L’educazione è un problema molto serio. Gli studi sullo sviluppo del cervello umano ci dicono che al bambino bisogna lasciar sviluppare tutte le possibilità. Non abbiamo una sola parte di cervello, ne abbiamo cinque diverse. La crescita intellettuale matura in epoche diverse della vita e sono diverse le facoltà che si sviluppano: dopo i trent’anni il processo è completo. Il sistema di educazione attuale forse non sviluppa tutte le parti del cervello: dà priorità a quelle che operano nel lobo sinistro, che è più logico, ideologico, che normalmente va verso la produzione scientifica. Si lascia meno spazio all’immaginazione, alla creatività, all’integrazione delle cose: queste parti sono forse coltivate maggiormente nella cultura indiana e dell’Asia orientale. Secondo me, l’educazione consiste proprio nell’aprire tutte le finestre nella mente di un bambino, di un ragazzo e di una ragazza che crescono e hanno il diritto di diventare sensibili a tutte le realtà umane e naturali del mondo”.
“Aprire, comunicare abiti mentali, del cuore e culturali all’insegna della varietà: così potremo educare persone flessibili, aperte, che non si spaventano per qualcosa di nuovo, di diverso, ma sono pronte ad apprezzare tutte le possibilità umane. Credo che questo lavoro di aprire le finestre della personalità, della mente, del cuore sia essenziale. Credo che dobbiamo arrivare a far sì che i nostri studenti italiani, spagnoli, tedeschi, siano fieri della cultura cinese, o della cultura indiana o africana, per il solo fatto che esse sono una produzione dell’umanità. Non dovremmo più considerarle “cultura degli altri”. Essere fieri di una cultura piccola e ridotta ci ha fatto molto male: credo che sia frutto di un’educazione troppo limitante. C’è decisamente bisogno di una riflessione ad alto e medio livello da parte delle università e di altri gruppi religiosi e umanisti per restituire ai bambini la libertà di immaginare e di crescere, di essere quei “maghi” che dicevo prima, capaci di creare”.
“Quando ero bambino, non avevamo niente, i giocattoli li costruivamo noi. La strada era una grande palestra e apparteneva a tutti. Oggi con tanti giochi elettronici c’è meno la possibilità di partecipare, di scambiare e di creare. Forse abbiamo reso tutto troppo facile ai nostri bambini. E come educare una memoria mondiale? Come portarli a essere fieri degli indiani e dei cinesi – non tristi, ma fieri perché è l’umanità che ha creato questo? Dobbiamo essere fieri degli altri e, di conseguenza, fieri di noi stessi, ma sempre nel contesto degli altri, per crescere insieme con gli altri. Secondo me, questo è un problema di educazione, che necessita di una seria riflessione. Bisogna ricreare l’educazione come un’opportunità per i bambini di crescere come persone, non dipendenti da una tecnologia particolare, ma libere di creare. Ci sarà tempo per diventare tecnici: prima di tutto è urgente aprire la mente e il cuore alle infinite possibilità della vita umana.”
E qui mi fermo e mi dico: cosa posso fare io, nella mia limitatezza, davanti a questo immenso problema educativo? Sospiro. Se la Chiesa è un ospedale da campo, la scuola pubblica cos’è?
Siamo nel turbine
Cari maestri della Guerrigliera,
avete appena vinto mia figlia come alunna della vostra nuova prima. Sono solo uno dei genitori di questi piccoli-ma-anche-grandini. Siamo carichi di aspettative e di paure, alcune razionali, altre meno. Io ostento una certa disinvoltura, ma sappiate che ho messo un biglietto con tutti i nostri numeri di telefono nella tasca superiore della cartella glitterata di Trilli. Così, nel caso che nella confusione che regna non vi trovaste i recapiti necessari.
Il primo giorno io e Meryem avevamo ancora negli occhi lo scintillio di Papa Francesco. Io, personalmente, camminavo a qualche metro dal terreno. Il che mi ha aiutato a sopravvivere alla ressa indicibile del cortile. Ho visto anche in voi la mia stessa delusione davanti alla sciatteria, ai disguidi inspiegabili, ai piccoli pasticcetti meschini che si potevano evitare con un briciolo di buon senso in quel giorno speciale. Quindi non vi scrivo per lagnarmi. Ho visto anche i bigliettini con i nomi disegnati e preparati con cura (e se qualcuno ne mancava questo non era imputabile a voi), il tentativo di far accogliere i nostri figli dagli alunni delle quinte. Ho visto la buona volontà.
Io sono uno di quei genitori che non conoscono già la scuola, che non hanno canali preferenziali, che non sapevano in anticipo la composizione vera o presunta delle classi. Come me ce ne sono moltissimi, anche se gli altri si notano di più perché si mettono in prima fila, salutano tutti, bisbigliano tra loro. Noi siamo quelli che abbiamo creduto, o fatto finta di credere, che fosse impossibile affiggere gli elenchi qualche giorno prima per motivi tecnici. Non siamo del tutto idioti, beninteso. Ma capiamo che era già pesante gestire le proteste di chi nonostante le regole sapeva, figuriamoci che seccatura sarebbe stata ampliare la platea dei potenziali insoddisfatti. Ma anche questo chi di voi lavora da tempo in questa scuola, lo sa bene. Non vi scrivo né per denunciare, né per protestare.
In questa prima settimana di scuola sono stata una madre un po’ appannata. Distratta, preoccupata da questioni di lavoro, poco presente e poco paziente. Confesso. Chiedo venia. Vi dirò di più: succederà ancora. Abbiate pazienza con me. Però non vi ho scritto nemmeno per giustificarmi.
Vi ho scritto per augurarvi un buon anno scolastico. Per dirvi coraggio, perché ne avete bisogno voi come ne ho bisogno io. Per manifestare il mio impegno a stare dalla stessa parte in questa battaglia difficilissima per tenere in piedi la scuola pubblica, almeno nell’angolino che ci compete. So che conservare questa buona volontà non sarà facile e che il mugugno e la critica selvaggia sono nel corredo genetico del genitore italico, me compresa. Che dirvi? Eccoci qui, ancora alla linea di partenza. Io cercherò di guardare con entusiasmo al pezzo di strada che correremo insieme. Così spero di voi.