Il bicchiere mezzo pieno


Dopo una settimana di influenza e fatica massima, fisica e mentale, ieri dopo l’ufficio sono andata alla riunione del consiglio dei genitori, che si è protratta fino alle sette abbondanti (inutilmente, ma questo sarebbe un altro post). Aprendo la porta di casa, mi trovo davanti Meryem e Nizam seduti a tavola, che mangiavano un pasta al sugo dall’odore decisamente invitante. Ce ne era un terzo piatto che mi aspettava. Ora a voi tutto ciò parrà la cosa più ovvia e naturale del mondo, ma per i nostri standard si tratta di una sorta di eccezione miracolosa.

Mi sono goduta fino in fondo la sensazione che quella parte era fatta, che ci aveva pensato egregiamente qualcun altro, che tutti parevano moderatamente sereni (ho scoperto poi che poco prima si era consumata una specie di tragedia: Meryem aveva rovesciato inavvertitamente dell’acqua sul computer e aveva pianto disperata temendo di averlo rotto. Ma l’ho scoperto appunto poi e della crisi non c’era più traccia). Mi sono seduta e ho mangiato un piatto caldo e delizioso.

E’ straordinario come una cosa così semplice e addirittura ovvia possa dare tanta gioia. La cosa mi ha sorpreso al punto che per un attimo ho pensato di farne un motivo di riflessione, o piuttosto di recriminazione: ma come, possibile che sono arrivata al punto che un episodio così mi pare straordinario? E però subito dopo mi sono ricordata di quando Meryem era piccolissima e la allattavo di notte. Una volta, ritornando a letto dopo la poppata, mi sono sorpresa ad essere felice di essermi svegliata perché così potevo più consapevolmente riprovare la gioia di infilarmi in un letto già caldo. Non sono mai stata particolarmente incline al gioco di Pollyanna, non riesco credibilmente a impormi di vedere il positivo nelle situazioni. Ma ieri mi sono ripromessa che almeno cercherò di non boicottarmi da sola quando mi sento di buon umore.

Cirillo, Metodio e altri miti familiari


“Mamma, ma perché non possiamo essere una famiglia normale?”. Chissà che voleva intendere esattamente, Meryem, quando mi ha trafitto il cuore con questa innocente domanda. Magari non tutto quello che ci ho letto io, che per giunta ero anche sul punto di stramazzare, vinta dalla febbre. Fatto sta che, vigliaccamente, non ho approfondito.

Però oggi, mentre il mondo festeggia San Valentino, a me viene da pensare a San Cirillo e Metodio e alla mia famiglia anormale. Vedo da Google che mio padre pubblicò una traduzione delle biografie paleoslave dei due santi già nel 1981. Non ritrovo i riferimenti esatti, ma leggo che Giovanni Paolo II li ha proclamati patroni d’Europa nel 1980, il che significa che i due giravano in spirito a casa mia almeno da quando avevo 6-7 anni, ovvero circa l’età attuale di Meryem.

Mio padre era uno che, decisamente, si portava il lavoro a casa. E certo non era un lavoro come quello dei padri dei miei compagni di classe. Era un lavoro che comportava produzione di mucchi immensi di scartoffie, che franavano qua e là, e talora faceva spuntare a casa personaggi bizzarri, a cui le mie sorelle davano soprannomi irriverenti. C’era Orsone (esimio accademico dell’Università di Vienna), Timiducci (giovane prete polacco, esperto di glagolitico) e svariati altri personaggi e interpreti.  Io fin da bambina assistevo e partecipavo a questa sorta di bizzarro circo e sono cresciuta a leggende familiari, in gran parte non prodotte da narrazioni mie, tra cui quella che raccontava che una lite seria tra i miei genitori vertesse intorno a quale fosse l’età media degli antichi romani.

Oltre a darmi infinito materiale per gustosi aneddoti, che però oggi non ho tanta voglia di sciorinare, tutto questo clima mi ha portato a vivere con una certa fierezza il fatto che noi non fossimo una famiglia “normale”. Non lo eravamo quasi in nulla, a dire il vero. Non lo eravamo nelle tradizioni delle festività, non nel rapporto con i parenti (almeno che io possa ricordare), non lo eravamo per il fatto che mia madre era considerevolmente più grande di mio padre e quando sono nata io aveva già 47 anni. Non facevamo pranzi speciali la domenica (avevamo, quello sì, il rito delle pastarelle dopo la messa), non andavamo in bicicletta (o almeno, io non ci andavo) né a sciare.

Con il senno del poi, oggi non credo che necessariamente quella mia famiglia potesse dirsi un modello. Lo è stato, fin troppo, per me. Troppo perché il modello che mi ponevo davanti era già mitizzato, enfatizzava le cose piacevoli e ometteva artisticamente gli aspetti oscuri che pure c’erano. Alla fine non mi meraviglia che nei miei inconsulti tentativi di ricreare il mito mi sia ritrovata con un pugno di mosche.

E Meryem, cosa si troverà? Spero di riuscire ad insegnarle che si può essere famiglia in molti modi diversi. Che ai sentimenti, come alle cose più alte dell’universo, non si possono applicare i lacci della logica aristotelica. Che alla fine, la parte che davvero si sceglie non è così rilevante. Più importante è come, giorno dopo giorno, se ne vivono le conseguenze.

Mostri e altre meraviglie


Non siamo nuovi alle visite guidate di Alessandra. Ma quella di oggi mi ha fatto pensare. Io , Meryem e un gruppo di amici con bimbi messo insieme per l’occasione abbiamo visitato la mostra Mostri a Palazzo Massimo, a due passi da stazione Termini. Non sto qui a raccontarvi quanto è brava Alessandra (che è brava, appassionata e abilissima nel catturare l’attenzione dei piccoli), ma una recensione della mostra e del museo era doverosa.

L’esposizione è bellissima. Per una volta, davvero nulla da eccepire. Pezzi da togliere il fiato, atmosfera suggestiva, buoni pannelli esplicativi. Nessun sovrapprezzo sul prezzo del biglietto d’entrata, già piuttosto modesto (10 euro, bambini gratis) e valido per 3 giorni anche alle altre sedi del Museo Nazionale Romano (Terme di Diocleziano Palazzo Altemps – Crypta Balbi). E poi il Museo. Parliamone. I bambini dopo la mostra erano stanchini, quindi abbiamo dato solo una sbirciata veloce all’essenziale.

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Da svenimento. Un museo ricchissimo, pieno di reperti strepitosi e ben esposti. Io sono rimasta rapita soprattutto dagli affreschi della Villa di Livia, così ben conservati da permettere una sorta di tuffo nel passato. Ma anche le statue, i bronzi, gli avori, i resti della nave imperiale trovata nel lago di Nemi, i mosaici della Villa Farnesina… ed era solo la punta dell’iceberg, come si evince dalla pur sobria descrizione del sito ufficiale. Sobria al limite dell’understatement, se proprio vogliamo criticare qualcosa, oltre alla biglietteria lentissima (evidentemente disabituata a un afflusso superiore a zero). Ma io mi sono trovata davvero a farmi un esame di coscienza. Questo non è un museo triste e polveroso, che non possa competere con un qualunque museo europeo, non solo per numero e qualità di prezzi esposti, ma anche per allestimento. E’ a due passi da stazione Termini, raggiungibilissimo. Il prezzo del biglietto è fin troppo modesto. Certo, sul bookshop si può migliorare, ma comunque è più che dignitoso. Non c’è un bar, ma orsù, con il fatto che si può entrare e uscire per ben tre giorni non è una difficoltà a cui non si possa porre rimedio, specie considerando che nella zona di Termini c’è amplissima disponibilità di generi di conforto a tutte le ore del giorno e della notte. E allora, qual è la mia scusa? Perché non ci ho quasi mai messo piede e non l’ho mai neanche raccomandato a amici in transito a Roma?

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Rubo qualche considerazione alla mia amica Deborah, che era con me stamattina.

Roma. Oggi, complice Chiara Peri e la sua amica Alessandra, splendida e appassionata guida, abbiamo visitato con Livia un allestimento sui Mostri nell’antichità nello splendido Museo Romano di Palazzo Massimo. E ho pensato: mamma mia quanta bellezza, discretamente conservata in questi musei spettacolari ( e di musei in giro per il mondo ne ho visti parecchi ), una bellezza oserei dire dimenticata.
Lo splendido pugilatore a riposo di bronzo con le sue cicatrici, il volto insanguinato le mani avvolte nei guantoni di cuoio ha viaggiato oltreoceano di recente per essere esposta al Met di New York con grande successo di pubblico pubblicizzata con un enorme cartellone su Time square.
Gli affreschi della Villa Di Livia: un giardino incantato di fiori, frutta e uccelli su uno sfondo turchese ..pelle d’oca…. Gli affreschi e i mosaici della villa della Farnesina… uno splendore e infine la magnifica capsula del tempo: il corredo funebre di una bambina di circa 8 anni ritrovata anni fa su una via consolare con le sue bambole snodate ( insomma la Barbie ) le sue collane e tutti gli oggetti testimoni di una vita di tanti anni fa nella nostra città.
Questa nostra città, barbaramente devastata dall’incuria e dalla trascuratezza custodisce dei veri e propri tesori, nascosti perché noi romani possiamo trovarli per sentire la responsabilità di custodire un simile tesoro, per affidarlo al tempo come i genitori di quella bambina romana che i suoi genitori hanno seppellito tanti anni fa affidandole il compito di trasportare fino a noi quella bellezza perché sia eterna.
Visitatelo….

Ho avuto davvero lo stesso pensiero. Abbiamo una responsabilità, come genitori e come cittadini. Forse se noi romani mostrassimo di apprezzare in massa questi luoghi splendidi non solo i giorni di apertura gratuita (non venitemi a dire che è un problema di soldi: un cinema quanto costa?), forse se non ci lanciassimo solo a visitare le mostre iperpubblicizzate, forse se tutti mostrassimo di notare la differenza tra un museo ben allestito e ben tenuto e uno sciatto e deprimente, magari non si deciderebbe così a cuor leggero di chiudere questo o quel sito archeologico. I primi a dimenticare questa ricchezza immensa siamo noi stessi, pronti a protestare quando un giornalista ci fa notare che ci viene sottratta.

Chiudo con una proposta molto concreta. A San Valentino regalatevi una visita a un museo. In tutti i musei italiani si paga un solo biglietto in due. Lo sapevate? E se poi vi ho messo una specifica curiosità rispetto a Palazzo Massimo, Alessandra venerdì prossimo ci organizza una visita per adulti. Non garantisco che ci sia ancora posto, però.

Molti di più


Questo più che un post è un messaggio alla me stessa che oggi vede tutto nero. Ogni tanto anche qui nel blog si affaccia un dolore che se ne sta lì, in un angolo, e ogni tanto subdolo riemerge. Lo scrupolo, il rimpianto, la tristezza per il fatto che le mie scelte poco avvedute, sia in campo lavorativo che sentimentale, non potrà che scontarle anche Meryem. Come ogni genitore, vorrei poterle dare tutte le possibilità e le opportunità del mondo. Invece ogni tanto mi scontro contro la realtà dei fatti: ne avrà certamente meno di altri, anche a lei vicini. La matematica non è un’opinione. Avere disponibilità economica, certo, non è sufficiente a fare le scelte giuste. Però non averla rende matematico non poterne fare alcune. Cerco di non pensarci, di fare di necessità virtù, di darmi giustificazioni e spiegazioni più o meno oneste. Però periodicamente ci penso e oggi ci sto pensando maledettamente tanto.

Stamattina ero precipitata in questo ormai familiare buco nero quando sono arrivata con il fiato in gola all’ufficio internazionale del JRS. Dovevo scegliere delle immagini per una pubblicazione e sono letteralmente sprofondata nei file di fotografie. Il primo pensiero è stato di immensa meraviglia e rispetto per l’infinita ricchezza del mondo, davanti a cui qualunque colonialismo appare in tutta la sua meschina piccineria. Dalle verdi colline di Masisi alle sabbiose pianure di Dollo Ado, dalle acque cristalline dell’Afghanistan alle onde grigiastre dell’Oceano indiano, ogni angolo del pianeta pullula di bellezza, naturale e umana.

Poi sono arrivate le immagini dei bambini. Straordinariamente belli, ridenti o struggenti, speranza nel futuro che si fa largo comunque, sotto le tende dei terremotati di Haiti o in un’aula a cielo aperto in Ciad. Il vero potenziale del mondo. Quanti di loro non ne avranno nessuna, di quelle preziose opportunità che mi figuro nella mia testa?

Una volta ho letto che crisi è sentirsi poveri, a prescindere da quello che realmente si possiede. Non dubito che ci sia del vero e che ci si possa sentire molto poveri e molto infelici anche conducendo una vita relativamente agiata. Ma continuo a credere che ogni tanto riportare le sensazioni a valori assoluti faccia bene. Quindi continuerò a pensare che i rimorsi, i rimpianti e soprattutto l’invidia che provo e proverò in futuro non tolgono comunque nulla all’oggettiva fortuna, mia e di Meryem. Per questo stasera guardo mia figlia che sorride e voglio credere che, insieme, cercheremo la felicità senza farci spaventare dall’incertezza.

La magia dei draghi


Ce ne avevano parlato durante le vacanze di Natale, ma vi confesso che temevo che avrebbe deluso le nostre aspettative. E invece l’installazione Harmonic Motion/Rete dei draghi di Toshiko Horiuchi MacAdam, nella Hall del MACRO di via Nizza, mi ha lasciato letteralmente a bocca aperta. E’ geniale. E’ una di quelle botte di bellezza, intelligenza e funzionalità che ancora (purtroppo) ci si stupisce di incontrare a Roma. Onore al merito della rassegna Enelcontemporanea, arrivata alla settima edizione. L’anno scorso ci ha regalato Big Bambù, che abbiamo amato e amiamo molto (una vera ciliegina sulla torta del nostro amato spazio del Mattatoio di Testaccio). Ma la retona multicolore intrecciata a mano, che fa l’occhietto ai lavori all’uncinetto, ha una magia persino superiore.

Bellissima anche da ferma, appena il museo apre è popolata da frotte di bambini di ogni forma e dimensione, che ci si arrampicano dentro, scivolano, si lanciano, fanno capolino da ogni curva e dondolano felici sui palloccheri colorati. L’artista pensava soprattutto ai bimbi, sottolinea il depliant illustrativo, quasi a dire: “Orsù, genitori, datevi un contegno”. Ma l’accesso agli adulti non è proibito e la tentazione, ve lo confesso, è stata fortissima. Ho resistito solo in parte, limitandomi a dondolare su una palla viola. Ma ci tornerò, oh se ci tornerò. Anche perché Meryem me lo ha fatto giurare solennemente.

Ed ora qualche info/dritta per quando ci andrete (perché ve lo raccomando assolutamente, avete tempo fino a dicembre prossimo).

1. L’installazione è all’aperto, coperta da tettoie. Io la prima volta non sono andata perché pioveva. Probabilmente il mio timore che fosse chiusa era infondato, ma il pavimento è freddino e ovviamente è richiesto di togliere le scarpe. I genitori più accorti avevano un calzino aggiuntivo, non necessariamente antiscivolo (la superficie lo è di suo). Idea da copiare.

2. Non si paga nessun biglietto. Ve lo spiegano abbondantemente, al punto che quando ho voluto farlo per visitare il resto del museo mi hanno ripetuto più volte che per l’installazione non era necessario. Questo implica però che ci sia un certo affollamento. Quando la fila in attesa diventa troppo lunga, arriva un addetto del museo armato di fischietto e fa scendere i bambini del turno precedente. Noi siamo entrati all’apertura (11) ed è stata una buona idea: abbiamo spuntato quasi 45 minuti.

3. Non direi affatto che è attraente solo per i più piccoli. Anzi, alcuni bambini molto piccolini in realtà erano un po’ spaventati di saltare nella rete (pochissimi, a dire il vero)  e si sono limitati a giocare con i palloccheri (un termine tecnico che spero che apprezzerete).

Concludo con una notazione. In genere l’arte contemporanea mi risulta davvero ostica. Non questa volta. Il senso di quest’opera è davvero intuitivo. Così come le statue e i monumenti diventano luoghi più che oggetti e il loro valore artistico è anche dato da ciò che rappresentano per gli spazi in cui si trovano, in termini di esperienze, ricordi e sensazioni di chi ne fruisce, così questo playground sospeso è fatto per interagire con i piccoli visitatori e in questo consiste la sua straordinaria bellezza. Stare un’oretta a guardare tutto quello che succedeva è stato straordinariamente appagante per tutti i sensi. Non avrei mai creduto che portare mia figlia “al parco giochi” potesse essere un’esperienza artistica. E invece…

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Da domani


Da domani sono nuovamente nominata ad honorem genitore unico. Nizam è partito per la Turchia stamattina per un’assenza di almeno un mese. Nonostante un simpatico virus intestinale che ci ha funestato gli ultimi giorni di vacanza (ma in realtà ci ha anche regalato lunghissime penniche terapeutiche), direi che questo stacco dal lavoro mi ha ricaricato. Le feste in quanto tali magari un po’ meno, ma questo rientra nella norma. Il tutto, comunque, era per dire che questa volta mi dispongo al mio periodo in solitaria con salutare rassegnazione e un pizzico di ottimismo.

I lettori più fedeli ricorderanno l’anno in cui ho descritto un analogo periodo di separazione giorno per giorno, in termini di reality/prova di sopravvivenza. Ma Meryem era molto più piccola e io assai meno temprata dagli urti della vita. Ormai mi pare (a tratti e con alcuni significativi quanto repentini cedimenti) di avere il fisico bestiale della canzone di Carboni (ricordate, vero?). Perciò, in continuità con un buon proposito salutistico estemporaneo di fine anno, di cui vi raccontavo un paio di post fa, sfumata la possibilità delle corse mattutine in solitaria, sono comunque determinata a riprogrammare la mia routine.

Sono arrivata alla conclusione che qualunque attività di fitness o simili, sia essa indoor o outdoor, può essere da me praticata solo all’alba. Questo almeno per due buone ragioni, connesse una all’altra. La prima è il mio bioritmo. Io sono una gallina da sempre (risparmiatevi, vi prego, le battute). Quando scrivevo la tesi di dottorato la mia sveglia era puntata alle 5: lo sforzo, a onor del vero, era per me assolutamente accettabile. Ora, in considerazione dell’età che avanza, punterei alle 6. La seconda è ancora più determinante: io la sera voglio sbracarmi. Voglio poter cenare presto, anche prestissimo se mi aggrada. Voglio spalmarmi davanti alla tv e godermi il privilegio di non contrattare la scelta del programma. Voglio addormentarmi leggendo un libro. Voglio, all’occorrenza, ricevere la visita di qualcuno (visto che ben difficilmente potrò uscire io). Insomma, la sera sarà il mio premio. La prima ora del mattino, il mio spazio segreto. Da riempire con un po’ di ginnastica a corpo libero, magari qualche asana di yoga e simili. Se avete suggerimenti specifici (tipo dvd, link o similari), sono ovviamente ben accetti. Salvo poi tornare a guadagnare la vista impagabile di Villa Sciarra al mattino presto,  appena ne avrò nuovamente la possibilità. A quel punto, tra l’altro, farà giorno prima.

Pare perfetto, non credete anche voi?

In corner (e pure moralista)


Condivido con qualcun altro il disagio di scrivere qualcosa in occasione della giornata contro la violenza sulle donne. Quando si tratta di violenza le parole di circostanza sono particolarmente inappropriate. Mi associo a Claudia e Silvia: forse l’unica cosa che mi sento di sottolineare è l’importanza dell’educazione, al di sopra di simboli, flashmob e loghi vari.

Educazione è esempio, competenza, risposte coerenti. Ma anche modelli. Già, modelli. Sempre su Genitori Crescono oggi si rifletteva sui modelli di bellezza imposti e autoimposti alle donne. Io stamattina, leggendo qua e là, facevo ancora i conti con la rabbia accumulata grazie alla visione di Non ti muovere, ieri sera. Qui ci va un…

Disclaimer: questa non è una recensione lucida, colta e oggettiva del film diretto e interpretato da Castellitto. Tanto meno è una recensione del romanzo di Margaret Mazzantini, che non ho letto e probabilmente non leggerò mai. Devo riconoscere che una visione che ha avuto il potere di risultarmi tanto sgradevole ha in qualche modo raggiunto un suo obiettivo artistico. Un’opera d’arte deve essere educativa? Forse no, ed è ingiusto misurarla con il metro dei valori. Ieri mi sono sentita moralista nel più letterale senso del termine. Mi sono giustificata ai miei stessi occhi argomentando che l’argomento del film mi tocca sul vivo. Ma poi ho fatto pace con me stessa e solo questo mi riprometto: spiegarvi perché questo film mi è risultato odioso e a tratti insopportabile.

Vado dritta al punto. Io, con il protagonista, non riesco proprio a empatizzare. Ho idea che la vicenda lo richiederebbe, dato che me lo presenta nel momento di massimo strazio per un genitore, quello che lo vede a fianco di un figlio in bilico tra la vita e la morte. Ma per ogni tratto della vicenda narrata, che non starò qui a ripercorrere, io di un uomo così nutro una forte disistima, per usare un eufemismo. Ancora più odioso mi è risultato il tentativo di giustificarlo con un breve flashback in cui si dipinge un’infanzia segnata dall’abbandono paterno. Troppo facile. E, per venire più precisamente all’argomento di oggi, non ho capito bene in che senso episodi di violenza anche sessuale pura e semplice possano essere presentati come elementi di un rapporto in qualche modo “romantico”. Di più. La violenza nei rapporti con le donne, accoppiata a una insopportabile mancanza di coraggio, lealtà e responsabilità, sembra essere la caratteristica precipua del personaggio in questione.

Odio vedere questo modello di maschio tormentato e sospirante affacciarsi in tanta letteratura e cinematografia del nostro Paese. Perché lui, “poverino”, ha la moglie fredda e distaccata. Perché lui, “poverino”, ha avuto un’infanzia difficile. Perché lui, “poverino”, è stato penalizzato dalle circostanze. Mi pare che costruire un personaggio così significhi costruirne uno speculare e complementare, quello della donna vittima, autoflagellante, intenta a punirsi da sola nelle forme più efferate e, a tratti, crocerossina. E’ questo, il grande amore? Quello che vede lui sospirare sul cadavere della donna che ha torturato con sistematica vigliaccheria, salvo poi fare un paio di gesti eclatanti (e lesivi di altre persone) volti a tentare di salvarle la vita invano?

Mi dico, anche da sola, che l’arte dipinge la vita. Che magari raffigurare con spietato realismo la piccineria equivale a una denuncia. Non so. Io non sono convinta. La scena del medico che si porta l’amante al congresso di colleghi con cui lavora ogni giorno, in spregio di tutto, amante compresa, non smette di irritarmi. Ed è una fra tante.

Quanto alle donne crocerossine, modello insuperato della nostra educazione sentimentale, hanno fatto più danni loro di generazioni di padri padroni. Grazie anche a Candy Candy, probabilmente.

Un bel libro. Punto


Questo titolo è un omaggio a una mia conoscente di Facebook, che è solita esprimere giudizi lapidari su qualsiasi questione, dalla migliore marca di carta igienica alla filosofia ermeneutica, facendoli regolarmente seguire dalla simpatica espressione “.Punto”, probabilmente per segnalare che apprezza molto il confronto dialettico e l’apporto dell’altrui punto di vista. Mi sono domandata se nel fastidio alla bocca dello stomaco che provo nel leggere i suoi status non si celi una strisciante invidia. Io, più vado avanti, meno riesco a dare giudizi netti e universalmente validi. Sarà il bianco e nero della giovinezza che cede il passo alle sfumature di grigio dell’età più matura? Credo, più semplicemente, di essermi col tempo resa conto che almeno alcune delle mie convinzioni si basavano su visioni assai parziali, quando non semplicemente su pregiudizi.

Decostruire, dunque. Questo me lo hanno insegnato assai bene, anche negli anni dell’università. Il problema però è che, una volta decostruito, rimontare si rivela assai meno facile di quel che si immagini. Quando abbandono un’idea, di solito, non è che la sostituisco con una nuova di zecca e scintillante di certezza. Nella migliore delle ipotesi, so cosa non penso più. Ma cosa poi penso è tutta un’altra faccenda.

Una delle due questioni su cui ho avuto modo di rimuginare in questo fine settimana è la genitorialità omosessuale. La prima volta che tra le mie conoscenze c’è stato un caso di maternità surrogata, la mia posizione è stata profondamente influenzata da alcuni elementi esterni: conoscevo la coppia di padri per interposta persona (e la persona in questione era molto contraria alla cosa) e uno dei due aveva l’aggravante di essermi discretamente antipatico. Non ho mai dedicato all’argomento un’attenta considerazione – non mi è del resto mai capitata l’occasione – ma in generale avrei optato per un “per me è no”. Mi corre l’obbligo di precisare, visto che in passato mi è capitato anche di essere accusata di omofobia, che la riserva per me non è mai stata relativa alla “legittimità” del rapporto di coppia omosessuale, che credo di poter dire di aver sempre considerato senza alcuna remora una delle forme dell’essere coppia.

Mi sono imbattuta in Marco e nella sua famiglia tramite web. Abbiamo avuto poi occasione di incontrarci, dal vivo, un paio di volte. Tante cose rendono Marco una persona profondamente diversa da me: lo stile di vita, le scelte professionali, persino la forma mentis, oserei dire. Ma ciò che abbiamo decisamente in comune è la genitorialità. Che dunque ovviamente per me è diventata un dato di fatto, qualcosa su cui mi pare non sia più il momento di dissertare se debba esistere o meno, per il semplice fatto che esiste. Che poi, a guardare la realtà con un briciolo di attenzione, forse in Italia i casi di maternità surrogata non sono molti, ma certamente sono assai di più i casi di figli di genitori divorziati che vivono situazioni variegate di “famiglie arcobaleno” (madri con nuove compagne, padri con nuovi compagni) come dimensione quotidiana.

“Famiglia”, persino in un Paese formalista e tradizionalista come l’Italia, è – non da ieri – molte cose diverse. Genitorialità è molte cose diverse. Cosa è meglio? Ma è davvero questa la domanda da porre? Esiste qualcuno che può rispondere a una domanda così a prescindere dalle persone coinvolte? Io credo di no. Che poi un legislatore, laico o religioso che sia, debba dare delle indicazioni di principio forse è anche vero. Ma per fortuna non sono io quel legislatore. Io non incontro genitorialità, paternità, maternità “naturali” o surrogate: io incontro uomini e donne e, sempre più spesso, genitori. Con alcuni scatta simpatia e affinità, con altri meno. Una cosa è certa: conoscere situazioni concrete nella loro singolarità mi rende sempre più restia a esprimere un’opinione definitiva, a mettere punti dopo frasi lapidarie.

Ma allora, mi chiedo anche da sola, la maternità surrogata la supporteresti senza riserve? Non so. C’è ancora qualcosa, che non saprei ben definire, che mi mette a disagio con questa idea. Forse i costi esorbitanti, forse l’aspetto di trattazione commerciale, forse la fase della selezione della donatrice… Non so. Confesso che non saprei mettere a fuoco questa riserva con chiarezza. Per mettere un punto anche io in questo post difficile direi che allo stato attuale alla domanda “Può un omosessuale essere genitore?”, risponderei “certo che sì”. Sul come, sinceramente, ancora non saprei pronunciarmi. Ma, ripeto, nessuno probabilmente me lo verrà a chiedere.

E il libro a cui faccio riferimento nel titolo? E’ “Sei come sei” di Melania Mazzucco. Un grande romanzo, che tratta questo tema (e quello dell’adolescenza, affatto secondario) con una profondità e una sobrietà da grande scrittrice qual è. Raccomandato, assolutamente.

Più vicino di quanto sembri


“Questa processione in Sri Lanka si fa con gli elefanti. Certo, qui non ci sono…” Per un momento cerco di immaginare i pachidermi sfilare per l’asfalto dissestato di via Manzoni a Fonte Nuova e mi sento di convenire che sarebbe un po’ complicato portarceli. Champi è un’ospite meravigliosa. E’ la prima volta che ci vede, eppure siamo costantemente in cima ai suoi pensieri. Ma ben presto realizziamo che l’accoglienza è collettiva. Tutti ci sorridono, ci parlano, ci fanno sentire a nostro agio. Meryem riceve un libro di storie dello Sri Lanka in omaggio dal monaco (“è tipo il parroco”, ci spiega pragmatica la figlia di Champi, nostra tutor ufficiale per la festa) e una bandierina con il leone giallo. Mia figlia familiarizza con il gatto del tempio, scorrazza qua e là, apprezza molto le danze e, in particolare, il salto mortale all’indietro del maestro di ballo baffuto.

Sedute nel tempio, assistiamo alla preghiera. Una sfilata di monaci dietro a una fila di tavoli, con vesti di tre gradazioni diverse, dal color zafferano al marrone, pur composti e assorti ci sorridevano. Non capivamo nulla, ovviamente, ma non ci siamo sentite fuori posto neanche per un attimo. Poi i tempi si dilatano. Cominciamo a pensare che forse è il caso di andare.

Niente da fare, gli ospiti sono ospiti. Alla fine sono state le italiane a inaugurare il ricco buffet, saltando ogni tipo di fila e omaggiate anche di sedie, ottenute facendo alzare con gesti imperiosi un gruppetto di adolescenti (tutti nati in Italia). I figli tra loro parlano italiano, con cadenza romana. “Porca trota!”, esclamava un soldo di cacio che monopolizzava le altalene. Eppure eccoli lì, mediamente partecipi delle tradizioni di famiglia. Una delle due bravissime ballerine, mi spiega una delle maestre di ballo, non è mai stata in Sri Lanka. Il viaggio costa, le famiglie faticano a tornare a trovare i parenti. “Ogni quattro anni andiamo”, mi dice la figlia di Champi. La maestra di danze fa lezione a Acilia e le piacerebbe che Meryem andasse a fare lezione. “Sarebbe bello avere qualche bambina italiana”, mi dice. Se non fosse per la distanza ci faremmo un pensiero, sicuramente.

Dalla prima volta che abbiamo visto un video sullo Sri Lanka io e Meryem sogniamo di andarci. Per il momento ci accontentiamo di questo luogo accogliente, immerso nel verde della via Nomentana. Credo e spero che ci torneremo. Uscendo decine di sconosciuti ci chiedono premurosi se abbiamo mangiato. In effetti sì, e anche piuttosto bene.

L’arte del compromesso


Un inedito pomeriggio tra diplomatici, al Ministero degli Esteri, mi aveva almeno in parte preparato alla trattativa principale di oggi: l’acquisto delle scarpe per la Guerrigliera. Servono nervi saldi, creatività, prontezza di riflessi e, soprattutto, flessibilità. Le ultime due volte sono state due tragedie apocalittiche. Mi ero in effetti ripromessa di fare acquisti per lei solo in sua assenza.  Ma oggi era un giorno speciale. Il lavoro era stato insolitamente appagante. Il Gianicolo, sbirciato mentre tornavo a casa, era spettacolare, anche più del solito. Inaspettatamente, per un colpo di fortuna, ero riuscita a procurarmi in un tempo straordinariamente breve un certificato medico dalla pediatra sostituta, carina e gentile. Insomma, la fortuna mi sorrideva al punto che mi sono detta: ma sì, facciamolo. Osiamo l’acquisto di un paio di scarpe da ginnastica da usare solo in palestra per il mini volley.

Arrivate sul luogo, ho avuto per un attimo l’illusione di cavarmela con poco. Meryem punta il dito verso un paio di sobrie scarpe blu, con particolari fucsia, dall’aria confortevole, chiusura a strappo e prezzo relativamente accessibile. Sto per svenire. Mi affretto a farle portare il numero, ma nel tempo in cui la signora ravanava in magazzino alla ricerca del colore giusto, il momento di grazia era finito. Era infatti sorta una complicazione. Già dalla prima prova preliminare era stato infatti evidente che – come in effetti temevo – il piede della Guerrigliera è cresciuto ulteriormente. Razionalità imponeva, a quel punto, di acquistare due paia di scarpe: una per la palestra e una da utilizzare nella vita di tutti giorni. Per un attimo ho pensato ingenuamente di prendere lo stesso modello in altro colore. Sì, non dite niente. Un’ingenuità assoluta. Una nuvola nera è calata istantaneamente sullo sguardo della Guerrigliera.

Tento di intavolare una trattativa, contrastando i molti fattori distraenti zelantemente proposti dalla titolare del negozio (“Vuoi queste, che sono tanto pubblicizzate? Ma li hai visti i trucchi in regalo? Queste piacciono a tutte le bambine…”). Ci vengono proposte scarpe che avrebbero fatto impallidire Paris Hilton. Ma che dico? Lady Gaga. Forte delle esperienze precedenti, non ho mosso un muscolo. Non sono svenuta. Mi sono dimostrata possibilista davanti agli stivaletti tutti tempestati di swarovsky.  Alla fine ho ottenuto un identikit della scarpa desiderata.

“Blu, con i lacci che si possano slacciare e allacciare”. Qui si inserisce la signora del negozio: “Ma è difficile, sai, tesoro. Ormai i lacci non li vuole più nessuno”. “Io voglio i lacci”. Il tono è tale da non ammettere repliche di sorta. La signora aggiunge: “Ma anche blu è difficile. Trovare delle scarpe blu da femmina non è facile…”. Ecco, questo “da femmina” non te l’aveva chiesto nessuno. Impreco tra me, mentre la signora cala in magazzino alla ricerca della scarpa perfetta.

Mentre lei si assenta, mi tolgo una curiosità. “Meryem, ma perché con i lacci?” “Te lo devo proprio dire?”. Oddio, non è che tu sia obbligata. Ma sarei curiosa di saperlo. “Io e l’amichetta A. in cortile ci esercitiamo a correre con i lacci slacciati. Se io non li posso slacciare non mi posso esercitare”. Ah. Glom. Ma poi ti sai allacciare le scarpe da sola? “Ci eserciteremo. Per ora ce le allaccia il maestro”. Ah. Mi riprometto di approfondire in seguito. Sul blu non indago.

Siamo tornate a casa con un secondo paio di scarpe da ginnastica blu e argento, completamente glitterate lacci inclusi e lucine fucsia che si accendono sul fianco di una delle due (l’altra è difettosa, ma non avevo le energie per ricominciare da capo la ricerca quindi per noi andranno benissimo così). Avevamo inoltre: una penna con coniglio fluorescente che si illumina in colori diversi; un finto smartphone di plastica che in realtà è una trousse; una custodia per il finto smartphone a forma di coniglietto rosa. In realtà l’unico gadget che ci spettava era l’ultimo. La penna l’ha aggiunta il proprietario del negozio per il sollievo di essere sopravvissuti all’impresa e lo smartphone è stato preteso da Meryem, tornando indietro appositamente, perché obiettava che la custodia senza lo smartphone non aveva senso. Lo smartphone avrebbe implicato l’acquisto di un paio di scarpe così orrendo e inutilmente costoso che persino il negoziante, probabilmente, si vergognava di tale turpe manovra di marketing di bassa lega. “Ce li mandano contati, ma come si fa a dire di no a un bambino?”, ci ha liquidato senza obiettare ulteriormente, appagato di averci sbolognato le scarpe glitterate che comunque immagino assai ardue da smerciare.

Sulla via del ritorno Meryem era sopraffatta dalla soddisfazione per il bottino ottenuto. Approfittando biecamente del momento favorevole ho ottenuto che:

1. non correrà con le scarpe slacciate, ma si limiterà a camminare con attenzione (“parola d’onore”);

2. in compenso si eserciterà ad allacciarsi le scarpe da sola e non scoccerà i maestri per questo;

3. rispetterà scrupolosamente tutte le regole per l’uso dello smartphone (anche se finto) che io via via le sottoporrò. Abbiamo iniziato con “non si usa mai a scuola”, “si spegne a teatro o al cinema” e “in presenza di altri si parla a voce bassa per non disturbare”.

Poteva andare peggio, no?