Mostri e altre meraviglie


Non siamo nuovi alle visite guidate di Alessandra. Ma quella di oggi mi ha fatto pensare. Io , Meryem e un gruppo di amici con bimbi messo insieme per l’occasione abbiamo visitato la mostra Mostri a Palazzo Massimo, a due passi da stazione Termini. Non sto qui a raccontarvi quanto è brava Alessandra (che è brava, appassionata e abilissima nel catturare l’attenzione dei piccoli), ma una recensione della mostra e del museo era doverosa.

L’esposizione è bellissima. Per una volta, davvero nulla da eccepire. Pezzi da togliere il fiato, atmosfera suggestiva, buoni pannelli esplicativi. Nessun sovrapprezzo sul prezzo del biglietto d’entrata, già piuttosto modesto (10 euro, bambini gratis) e valido per 3 giorni anche alle altre sedi del Museo Nazionale Romano (Terme di Diocleziano Palazzo Altemps – Crypta Balbi). E poi il Museo. Parliamone. I bambini dopo la mostra erano stanchini, quindi abbiamo dato solo una sbirciata veloce all’essenziale.

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Da svenimento. Un museo ricchissimo, pieno di reperti strepitosi e ben esposti. Io sono rimasta rapita soprattutto dagli affreschi della Villa di Livia, così ben conservati da permettere una sorta di tuffo nel passato. Ma anche le statue, i bronzi, gli avori, i resti della nave imperiale trovata nel lago di Nemi, i mosaici della Villa Farnesina… ed era solo la punta dell’iceberg, come si evince dalla pur sobria descrizione del sito ufficiale. Sobria al limite dell’understatement, se proprio vogliamo criticare qualcosa, oltre alla biglietteria lentissima (evidentemente disabituata a un afflusso superiore a zero). Ma io mi sono trovata davvero a farmi un esame di coscienza. Questo non è un museo triste e polveroso, che non possa competere con un qualunque museo europeo, non solo per numero e qualità di prezzi esposti, ma anche per allestimento. E’ a due passi da stazione Termini, raggiungibilissimo. Il prezzo del biglietto è fin troppo modesto. Certo, sul bookshop si può migliorare, ma comunque è più che dignitoso. Non c’è un bar, ma orsù, con il fatto che si può entrare e uscire per ben tre giorni non è una difficoltà a cui non si possa porre rimedio, specie considerando che nella zona di Termini c’è amplissima disponibilità di generi di conforto a tutte le ore del giorno e della notte. E allora, qual è la mia scusa? Perché non ci ho quasi mai messo piede e non l’ho mai neanche raccomandato a amici in transito a Roma?

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Rubo qualche considerazione alla mia amica Deborah, che era con me stamattina.

Roma. Oggi, complice Chiara Peri e la sua amica Alessandra, splendida e appassionata guida, abbiamo visitato con Livia un allestimento sui Mostri nell’antichità nello splendido Museo Romano di Palazzo Massimo. E ho pensato: mamma mia quanta bellezza, discretamente conservata in questi musei spettacolari ( e di musei in giro per il mondo ne ho visti parecchi ), una bellezza oserei dire dimenticata.
Lo splendido pugilatore a riposo di bronzo con le sue cicatrici, il volto insanguinato le mani avvolte nei guantoni di cuoio ha viaggiato oltreoceano di recente per essere esposta al Met di New York con grande successo di pubblico pubblicizzata con un enorme cartellone su Time square.
Gli affreschi della Villa Di Livia: un giardino incantato di fiori, frutta e uccelli su uno sfondo turchese ..pelle d’oca…. Gli affreschi e i mosaici della villa della Farnesina… uno splendore e infine la magnifica capsula del tempo: il corredo funebre di una bambina di circa 8 anni ritrovata anni fa su una via consolare con le sue bambole snodate ( insomma la Barbie ) le sue collane e tutti gli oggetti testimoni di una vita di tanti anni fa nella nostra città.
Questa nostra città, barbaramente devastata dall’incuria e dalla trascuratezza custodisce dei veri e propri tesori, nascosti perché noi romani possiamo trovarli per sentire la responsabilità di custodire un simile tesoro, per affidarlo al tempo come i genitori di quella bambina romana che i suoi genitori hanno seppellito tanti anni fa affidandole il compito di trasportare fino a noi quella bellezza perché sia eterna.
Visitatelo….

Ho avuto davvero lo stesso pensiero. Abbiamo una responsabilità, come genitori e come cittadini. Forse se noi romani mostrassimo di apprezzare in massa questi luoghi splendidi non solo i giorni di apertura gratuita (non venitemi a dire che è un problema di soldi: un cinema quanto costa?), forse se non ci lanciassimo solo a visitare le mostre iperpubblicizzate, forse se tutti mostrassimo di notare la differenza tra un museo ben allestito e ben tenuto e uno sciatto e deprimente, magari non si deciderebbe così a cuor leggero di chiudere questo o quel sito archeologico. I primi a dimenticare questa ricchezza immensa siamo noi stessi, pronti a protestare quando un giornalista ci fa notare che ci viene sottratta.

Chiudo con una proposta molto concreta. A San Valentino regalatevi una visita a un museo. In tutti i musei italiani si paga un solo biglietto in due. Lo sapevate? E se poi vi ho messo una specifica curiosità rispetto a Palazzo Massimo, Alessandra venerdì prossimo ci organizza una visita per adulti. Non garantisco che ci sia ancora posto, però.

La magia dei draghi


Ce ne avevano parlato durante le vacanze di Natale, ma vi confesso che temevo che avrebbe deluso le nostre aspettative. E invece l’installazione Harmonic Motion/Rete dei draghi di Toshiko Horiuchi MacAdam, nella Hall del MACRO di via Nizza, mi ha lasciato letteralmente a bocca aperta. E’ geniale. E’ una di quelle botte di bellezza, intelligenza e funzionalità che ancora (purtroppo) ci si stupisce di incontrare a Roma. Onore al merito della rassegna Enelcontemporanea, arrivata alla settima edizione. L’anno scorso ci ha regalato Big Bambù, che abbiamo amato e amiamo molto (una vera ciliegina sulla torta del nostro amato spazio del Mattatoio di Testaccio). Ma la retona multicolore intrecciata a mano, che fa l’occhietto ai lavori all’uncinetto, ha una magia persino superiore.

Bellissima anche da ferma, appena il museo apre è popolata da frotte di bambini di ogni forma e dimensione, che ci si arrampicano dentro, scivolano, si lanciano, fanno capolino da ogni curva e dondolano felici sui palloccheri colorati. L’artista pensava soprattutto ai bimbi, sottolinea il depliant illustrativo, quasi a dire: “Orsù, genitori, datevi un contegno”. Ma l’accesso agli adulti non è proibito e la tentazione, ve lo confesso, è stata fortissima. Ho resistito solo in parte, limitandomi a dondolare su una palla viola. Ma ci tornerò, oh se ci tornerò. Anche perché Meryem me lo ha fatto giurare solennemente.

Ed ora qualche info/dritta per quando ci andrete (perché ve lo raccomando assolutamente, avete tempo fino a dicembre prossimo).

1. L’installazione è all’aperto, coperta da tettoie. Io la prima volta non sono andata perché pioveva. Probabilmente il mio timore che fosse chiusa era infondato, ma il pavimento è freddino e ovviamente è richiesto di togliere le scarpe. I genitori più accorti avevano un calzino aggiuntivo, non necessariamente antiscivolo (la superficie lo è di suo). Idea da copiare.

2. Non si paga nessun biglietto. Ve lo spiegano abbondantemente, al punto che quando ho voluto farlo per visitare il resto del museo mi hanno ripetuto più volte che per l’installazione non era necessario. Questo implica però che ci sia un certo affollamento. Quando la fila in attesa diventa troppo lunga, arriva un addetto del museo armato di fischietto e fa scendere i bambini del turno precedente. Noi siamo entrati all’apertura (11) ed è stata una buona idea: abbiamo spuntato quasi 45 minuti.

3. Non direi affatto che è attraente solo per i più piccoli. Anzi, alcuni bambini molto piccolini in realtà erano un po’ spaventati di saltare nella rete (pochissimi, a dire il vero)  e si sono limitati a giocare con i palloccheri (un termine tecnico che spero che apprezzerete).

Concludo con una notazione. In genere l’arte contemporanea mi risulta davvero ostica. Non questa volta. Il senso di quest’opera è davvero intuitivo. Così come le statue e i monumenti diventano luoghi più che oggetti e il loro valore artistico è anche dato da ciò che rappresentano per gli spazi in cui si trovano, in termini di esperienze, ricordi e sensazioni di chi ne fruisce, così questo playground sospeso è fatto per interagire con i piccoli visitatori e in questo consiste la sua straordinaria bellezza. Stare un’oretta a guardare tutto quello che succedeva è stato straordinariamente appagante per tutti i sensi. Non avrei mai creduto che portare mia figlia “al parco giochi” potesse essere un’esperienza artistica. E invece…

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Ma ce lo scrivi un post?


No, Gianni (che sei forse il mio lettore più attento, probabilmente più attento di quanto non sia io stessa), non ce lo scrivo un post sulla mattinata di oggi in quello che chiamano Sportello Unico della Prefettura di Roma. Non lo scrivo per molte buone ragioni. Ne elenco tre, visto che gli elenchi vanno di moda (i punti, per essere davvero cool, dovrebbero essere dieci, ma sono troppi anche per una logorroica come me).

1. In fondo non è successo niente di che. Niente che chi è straniero o conosce stranieri non sappia già. Niente di particolarmente clamoroso, se vogliamo. Nessuno scoop giornalistico. Niente di niente. Solo l’ordinaria sciatteria, disorganizzazione, approssimazione, assurdità che caratterizza molti servizi pubblici e, mi sento di aggiungere, quelli agli stranieri in particolare.

2. Non ho nulla di propositivo da aggiungere alla lamentazione. E, specialmente in questi giorni, le lamentazioni fini a se stesse mi irritano.

3. Dopo tutti questi anni dovrei aver maturato un sano distacco professionale. Ecco, appunto. Dovrei.

Quindi questo post praticamente non esiste e ticchetto su questa tastiera solo per non avere la tentazione, più tardi, di rimangiarmi i miei saggi propositi.

Però concedetemi un riferimento letterario. Almeno quello. Solo in Italia si poteva concepire un personaggio come l’avvocato Azzeccagarbugli.

Gli odierni epigoni del manzoniano leguleio oggi svolgono (a pagamento) per gli stranieri incarichi essenziali quali chiedere – per lo più invano -informazioni a questo o quello sportello pubblico, sempre rigorosamente accompagnati dagli interessati (non sia mai che essi, pagando, risparmino almeno il tempo). Trattasi di servizio linguistico, penserete voi: magari i loro assistiti non parlano italiano. Questo è possibile, ma loro, gli avvocati, non parlano una lingua diversa dall’italiano con i loro assistiti. Solo che (dietro pagamento) se riescono a scoprire qualcosa dal tizio allo sportello lo ripetono all’interessato lentamente e con una parvenza di gentilezza.

Ma i servizi non finiscono qui. Ci sono degli indubbi vantaggi a pagare un avvocato italiano (meglio se femmina). Costei infatti potrà far ricorso a tutte le sue arti e astuzie per farsi strada nei meandri impervi della burocrazia [è un post sessista? forse. Ma la realtà spesso le è]. Simulare svenimenti per riuscire a fare domande a chi si negava. Sbattere le ciglia con il funzionario maschio, affettare donnesca solidarietà con la funzionaria donna. Alla bisogna, sbraitare: “io sono un avvocato!” e fare appello alla categoria per accedere a canali dedicati, veri o presunti, per ottenere il fatidico “appuntamento”.

Mentre mi facevo la mia oretta di anticamera ho assistito a quasi tutte le prestazioni sopra descritte, mirabilmente incarnate in una persona sola. Nessuna di esse, malauguratamente, sarebbe minimamente necessaria se in un ufficio pubblico di Roma Capitale esistessero procedure chiare, personale qualificato (e operativo) in numero sufficiente, materiale informativo plurilingue e qualche minimo standard di razionalità e buona educazione.

Una sola notazione. Ciascuna pratica costa allo straniero cifre nell’ordine delle centinaia di euro in marche da bollo. Le persone che più o meno confusamente sfaccendano in uffici come quello sono pagate dai soldi delle tasse mie e di tanti italiani e stranieri. E’ proprio necessario, oltre ai vari balzelli e balzelloni delle marche da bollo, doverci aggiungere anche la tariffa dell’avvocato?

Storni di Roma


Avrei voluto iniziare questo post con una dotta citazione dello storico arabo Ibn Khaldun, che già nel XIV secolo descriveva le acrobazie che questi piccoli uccelli descrivono nel cielo invernale di Roma. Ricordo bene il passo, che apriva la conferenza del mio professore Giovanni Garbini sulla Storiografia dei semiti a un congresso internazionale che è stata una pietra miliare della mia formazione accademica (si era a novembre 1992 e gli storni volavano appunto nel cielo sopra la villa della Farnesina). Ma non la trovo e dunque la sostituisco con questo video.

Già in un’altra occasione vi ho parlato di questo spettacolo straordinario, che mia figlia a tre anni e mezzo ha genialmente definito “una tempesta di uccellini”. Allora come oggi ripenso ai pomeriggi a via Palestro – che allora ospitava allora una sede distaccata del dipartimento di Studi Orientali dell’Università La Sapienza. Guardavo ipnotizzata quelle manovre aeree, che notavo per la prima volta, e riflettevo sui massimi sistemi. Potevo farlo, badate bene, perché ero all’interno di una stanza con doppi vetri, al quinto piano.

Lo spettacolo è oggettivamente straordinario, ma con alcune precauzioni. Meglio goderne da una certa distanza, protetti da un vetro, magari in ambiente tale che vi sia assicurato anche un certo meditativo silenzio. Perché, come ogni romano ben sa, da vicino è tutta un’altra storia. Il malcapitato passante a tutto pensa meno che ai frattali e alle armoniche simmetrie delle figure geometriche formate in volo. Pensa a sopravvivere come può. Studia soluzioni sperimentali che consentano di tenere con una mano l’ombrello, tapparsi il naso con l’altra e, possibilmente, non scivolare (non è impresa da poco, ve lo assicuro).

Roma di questa stagione, in punti sempre più numerosi della città (un tempo il fenomeno era assai più circoscritto), è sotto assedio. 4 milioni di pennuti,  starnazzano e fanno i loro bisogni con la stessa stupefacente attitudine al gioco di squadra che caratterizza le loro imprese di volo. Se credete che scherzi, leggetevi questo recentissimo lancio di agenzia. Anche il tentativo “social” di Adnkronos è coraggioso: “inviaci una foto su Twitter o su Facebook”. Per ora i commenti salaci superano gli scatti, ma è apprezzabile lo zelo di documentare l’ultima – sebbene antica – “emergenza” di Roma Capitale.

Credo dunque che il turista debba essere consapevole di questo fenomeno naturalistico, che ha i suoi pro e qualche contro importante. Ma soprattutto è bene che sia avvertito della principale contromisura prevista, ideata in pieno accordo con LIPU e Fauna Urbis: i così detti “dissuasori acustici”, noti anche come “distress call”  (grido d’angoscia). Queste urla terrificanti, che arricchiscono di imprevisti acuti la già impegnativa colonna sonora della città al tramonto, pare che simulino il verso del falco pellegrino. Se funzionino non saprei dire. Certo è che tutto il pacchetto di stimoli acustici, tattili, olfattivi e visivi è un’esperienza che non si dimentica facilmente. 

719


“Ma come ci vivi, tu, a Roma?”. Me lo chiede un collega di Trento e io per un attimo cerco di immaginare cosa lui si immagina per qualità della vita. “Roma… mi frega sempre”, confesso alla fine io. Perché non riesco a non amarla, anche quando dà il peggio di sé. E il pensiero corre all’autobus 719 delle 13:15, giovedì scorso, Testaccio-Trullo.

Quando l’ho visto arrivare da via Marmorata, caracollando come un mulo stanco, ho immaginato che sarebbe stato un tragitto impegnativo. Sono in ritardo, quindi con piglio deciso mi faccio largo verso la porta anteriore. Il vano è occupato quasi interamente dalla tipica signora romana. “Nun ce posso annà, più dentro, me manca l’aria. Ma passi, passi, signò!”. Mi insinuo qualche centimetro più in dentro. Alla fermata successiva, altro istituto scolastico. La signora tenta di scoraggiare gli aspiranti passeggeri: “Nun se monta da davanti!”. E’ vero il contrario e le viene fatto notare. Sfidiamo la legge di impenetrabilità dei corpi. La signora, forte della sua posizione adiacente al guidatore, inizia a interloquire con l’autista: “Ma pure lei, perché si ferma? Quando si raggiunge un certo numero…”. Altra fermata, altro gruppo multicolore, multiforme e multietnico di studenti. Uno si scoraggia e resta a terra. Ma alla signora non va bene neanche così. “Ennò!”, urla indignata all’autista. “Mo’ proprio lui deve resta’ a terra, di tutti quanti? Avanti, riapra la porta”. Non vedo la faccia dell’autista, non sento risposte, ma le porte – schiacciando articolazioni assortite – in qualche modo si riaprono. Volente o nolente, il ragazzo è cooptato nella nostra comunità viaggiante.

Fermata successiva, altro istituto scolastico. “Ma che è, l’autobus de li profughi?” commenta un vecchietto dal marciapiede. In effetti in questo caso l’osservazione è pertinente. L’istituto in questione è assai frequentato da utenti del Centro Astalli. E non siamo ancora arrivati alla fermata in cui il 719 imbarcherà gli alunni della scuola di italiano, richiedenti asilo, per lo più. Davanti a questo ulteriore assalto, la signora si arrende. Cede il suo posto a un grappolo di adolescenti e si cala giù dai gradini, non senza un’ultima raccomandazione al guidatore: “Je dica de mori’ ammazzati a quelli al capolinea!”. Gli altri autisti non solleciti nel rispetto degli orari? I dirigenti ATAC? I controllori? Chissà. La signora non lo precisa.

L’autobus, pieno come un uovo, temperatura interna circa 32°, procede a velocità inferiore al passo d’uomo. E’ una prerogativa degli autobus romani, in particolare quando si ha fretta. Curiosamente mantengono questo tratto distintivo anche quando le strade sono apparentemente sgombre. “Ma che sta affà, questo, pesta l’ova?”, si chiede, non senza qualche ragione, un passeggero incastonato tra gli zaini degli studenti.

Un po’ per distrarci, un po’ per sincero interesse antropologico, io e la mia amica Rosaria ci concentriamo sui discorsi dei ragazzi e ci appassioniamo a una discussione di numerologia applicata: 6 meno meno meno è più o meno di 5 e mezzo? Ciascun meno va interpretato come 0,25? O no? “Io se vedo 6 è 6, nun vojo sentì niente”, è la tesi dell’interessato. Anche questo, francamente, è un punto di vista legittimo. Ma cosa spinge un prof ad apporre addirittura tre meno consecutivi? Gli/Le trema la mano? Ha in mente una raffinata tabella di riferimento che sfugge ai non iniziati? E’ un burlone? E’ forse provato anche lui da un tragitto su un autobus come questo?

Glocale


Il mulinello è vietato! Questa frase, urlata mille volte nell’oratorio di Donna Olimpia, mi è tornata in mente all’improvviso guardando Meryem giocare a biliardino con la sua compagna di scuola Clarissa e la sua mamma, una giovane signora peruviana solitamente schiva e riservata, ma che ieri mi ha svelato una discreta grinta nel gioco e una certa misurata eleganza nello scuotimento per fare uscire le palline incastrate.

L’altro giorno, in piazzetta, ci sfreccia accanto un ragazzino in bicicletta e urla: “Ciao, Meryem!”. Sempre più spesso vedo bambini di ogni forma e dimensione fare ciao ciao dai finestrini o fermarsi per strada a fare due chiacchiere con mia figlia. Realizzo che ormai, tra materna, elementari, coro, punti di aggregazione vari, abbiamo tessuto una rete di contatti. Viviamo il quartiere, Meryem molto più di me.

Se penso a tutte le diatribe sulla composizione delle classi, all’inizio dell’anno scolastico, mi viene da sorridere. Se penso anche alle mie preoccupazioni rispetto al fatto che Meryem potesse “legarsi troppo” a una amichetta o all’altra, trascurando nuove conoscenze, mi faccio tenerezza da sola. Ormai i bambini fanno gruppo, sono un gruppo, ben al di là del sottoinsieme classe. Che tra l’altro mi pare che funzioni e sia discretamente affiatata.

Questo post sembrerebbe in contraddizione con il precedente: Meryem la voglio cittadina del mondo o monteverdina (uso a bella posta questa parola, che istintivamente mi riempie di orrore)? Come ho cercato di spiegare oggi in un contributo per quel bellissimo sito che è Zebuk, senza la dimensione concreta della quotidianità, l’apertura agli infiniti mondi possibili diventerebbe esotismo. Vorrei essere, con Meryem, una viaggiatrice che ha un posto dove tornare.

Più vicino di quanto sembri


“Questa processione in Sri Lanka si fa con gli elefanti. Certo, qui non ci sono…” Per un momento cerco di immaginare i pachidermi sfilare per l’asfalto dissestato di via Manzoni a Fonte Nuova e mi sento di convenire che sarebbe un po’ complicato portarceli. Champi è un’ospite meravigliosa. E’ la prima volta che ci vede, eppure siamo costantemente in cima ai suoi pensieri. Ma ben presto realizziamo che l’accoglienza è collettiva. Tutti ci sorridono, ci parlano, ci fanno sentire a nostro agio. Meryem riceve un libro di storie dello Sri Lanka in omaggio dal monaco (“è tipo il parroco”, ci spiega pragmatica la figlia di Champi, nostra tutor ufficiale per la festa) e una bandierina con il leone giallo. Mia figlia familiarizza con il gatto del tempio, scorrazza qua e là, apprezza molto le danze e, in particolare, il salto mortale all’indietro del maestro di ballo baffuto.

Sedute nel tempio, assistiamo alla preghiera. Una sfilata di monaci dietro a una fila di tavoli, con vesti di tre gradazioni diverse, dal color zafferano al marrone, pur composti e assorti ci sorridevano. Non capivamo nulla, ovviamente, ma non ci siamo sentite fuori posto neanche per un attimo. Poi i tempi si dilatano. Cominciamo a pensare che forse è il caso di andare.

Niente da fare, gli ospiti sono ospiti. Alla fine sono state le italiane a inaugurare il ricco buffet, saltando ogni tipo di fila e omaggiate anche di sedie, ottenute facendo alzare con gesti imperiosi un gruppetto di adolescenti (tutti nati in Italia). I figli tra loro parlano italiano, con cadenza romana. “Porca trota!”, esclamava un soldo di cacio che monopolizzava le altalene. Eppure eccoli lì, mediamente partecipi delle tradizioni di famiglia. Una delle due bravissime ballerine, mi spiega una delle maestre di ballo, non è mai stata in Sri Lanka. Il viaggio costa, le famiglie faticano a tornare a trovare i parenti. “Ogni quattro anni andiamo”, mi dice la figlia di Champi. La maestra di danze fa lezione a Acilia e le piacerebbe che Meryem andasse a fare lezione. “Sarebbe bello avere qualche bambina italiana”, mi dice. Se non fosse per la distanza ci faremmo un pensiero, sicuramente.

Dalla prima volta che abbiamo visto un video sullo Sri Lanka io e Meryem sogniamo di andarci. Per il momento ci accontentiamo di questo luogo accogliente, immerso nel verde della via Nomentana. Credo e spero che ci torneremo. Uscendo decine di sconosciuti ci chiedono premurosi se abbiamo mangiato. In effetti sì, e anche piuttosto bene.

Girovaghe crescono


Capita che chi mi segue sui social si faccia un’idea di me come madre abbastanza distante dalla realtà delle cose. “Ma che brava che sei, la porti sempre a fare un sacco di attività interessanti! Ma dove la trovi questa energia?”. No, non sono brava. E’ che io ho bisogno di uscire di casa. Per me, mica per Meryem. Poi, ovviamente, ormai mia figlia si è abituata a girovagare qua e là e si aspetta cose nuove (il top l’abbiamo raggiunto con il friendsurfing di quest’estate). Mi pare presto per dire se “sarà come me”, ma per adesso mi pare che non le dispiaccia seguirmi in giro.

Come forse saprete, non guido. E’ sicuramente una limitazione, per certi versi. Raramente capita di scroccare passaggi, perché mi sto rendendo conto che sono poche nel giro nelle nostre conoscenze, le famiglie “destrutturate” come la nostra (io e Meryem siamo praticamente sempre sole, anche nel fine settimana). Sto imparando a guardare con occhi più positivi queste mie/nostre carenze. Per quanto riguarda la nostra solitudine, mi rendo conto che è anche libertà: non abbiamo impegni familiari, obblighi, inclinazioni o desideri diversi dai nostri con cui trattare. Siamo del tutto padrone di organizzare il nostro tempo, di cambiare programma, di improvvisare (quanto mi è mancata, quando Meryem era piccola, la componente dell’improvvisazione…).

La prima limitazione, quella logistica, cerchiamo di trasformarla in un punto di forza ugualmente. Ci spostiamo solo con i mezzi pubblici e così anche il tragitto diventa avventura. “Giochiamo a esploratori?”, mi dice Meryem. E così, mentre mi destreggio tra tram, autobus e trenini urbani per mettere a punto itinerari alternativi e flessibili a seconda delle circostanze e dei tempi di attesa (veri e presunti), la Guerrigliera avvista nemici immaginari, schiva frecce, decifra indizi, fino alla meta.

E la meta qual è? Cerco sempre di monitorare gli eventi durante la settimana e di scegliere quelli che mi paiono maggiormente in sintonia con i miei/nostri gusti (ovviamente con un occhio di riguardo per quelli gratuiti). Una prima fonte di informazione è la newsletter del sito Roma per i Bambini. Ma per le visite guidate resto fedele all’amica Alessandra (un nome una garanzia). Frequentare un po’ la rete mi tiene al corrente delle grandi manifestazioni che non sono rare nella nostra città. La nostra preferita resta probabilmente i Ludi Romani, che quest’anno al Circo Massimo si è rivelata ancora più godibile (peccato solo per la pioggia della domenica). Giusto ieri abbiamo scoperto, a Villa Pamphili, il nuovo spazio del Teatro Scuderie Villino Corsini, animato dal Teatro Verde e dalla Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia. Qualcosa mi dice che diventeremo assidui frequentatori. Vi ho già raccontato che amiamo molto anche la Città dell’Altra Economia e dunque seguiamo con interesse le attività della libreria Tana Liberi Tutti. Da sabato prossimo, il sabato mattina siamo al Teatro Vascello, dove prova il coro di bambini della ACMT (e buttiamo un occhio alla programmazione per ragazzi, che negli anni scorsi ci ha riservato diverse piacevoli sorprese).

A leggere tutto questo paragrafo, così di fila, viene l’affanno anche a me. Ma credetemi, mi darebbe molta più ansia la prospettiva di un fine settimana di domestico relax. Capita, certo, che mi afflosci sul divano (e, udite udite, inizio persino a concedermi qualche pennichella mentre Meryem disegna o guarda i cartoni). Ma per sentirmi veramente bene, devo chiudermi la porta alle spalle e andare a fare qualcosa. Osservo per onestà che abbiamo preso anche discrete sòle (per i non romani: fregature), così facendo. Come sabato, quando in rapida successione ci siamo lanciati a visitare un monumento che mi incuriosisce da sempre (ma è chiuso per restauro) e a una festa multietnica assai più moscia delle mie peggiori aspettative. Poco male. Ci siamo rifatte con un gelato da Fassi, pietra miliare della mia giovinezza universitaria e meta comunque degna di nota e uno spettacolo di danze indiane al Museo di Arte Orientale. Ho saputo di questo spettacolo, davvero notevole, non dal sito della Giornata del Patrimonio, ma origliando una conversazione tra mamme ai giardinetti di Piazza Vittorio. Anche questo è essere social.

Campo estivo extracomunitario


Mesi fa, colta da un subitaneo impulso, ho iscritto Meryem per due settimane a un campo estivo in lingua inglese. Costava. Però con qualche espediente (tipo ospitare a casa di mia madre uno degli insegnanti, al fine di avere uno sconto abbastanza rilevante) sono riuscita a spendere la stessa cifra dell’anno scorso, per qualcosa di molto diverso.

Volevo aspettare di avere a disposizione il CD con tutte le foto e i video del campo, ma ho pensato che magari qualcuno di Roma Nord può essere interessato a prenotarsi per settembre, quindi anticipo la recensione. L’associazione che organizza si chiama Creative English (Learn Through Multimedia) e, niente da dire, sono creativi davvero. Loro sono una giovane coppia di neozelandesi (Maria e Eugene), a cui si aggiungono insegnanti di rincalzo (noi abbiamo conosciuto e ospitato Eric, eclettico musicista statunitense).

Per Meryem, che non aveva mai studiato neanche una parola di inglese e sta iniziando ora a leggere e a scrivere, è stata un’esperienza fantastica. Si è divertita da morire. Credo che la descrizione delle attività dei campi sul sito sia un po’ minimalista e renda l’idea fino a un certo punto. Durante queste due settimane Meryem ha costruito vulcani che buttavano schiuma di Coca Cola; ha costruito una torre utilizzando solo marshmellows e spaghetti crudi; ha assaggiato (senza gradirlo granché) burro di noccioline per il 4 di luglio; ha guadagnato una ragguardevole quantità di Monster Dollars (la valuta del campo) e poi non li ha voluti spendere perché erano troppo carini e voleva conservarli; ha partecipato alla composizione di una canzone e alla realizzazione del video relativo (che vi posterò quanto prima); ha composto gli inni delle sue squadre con le relative mosse… Potrei continuare.

E’ stata un’esperienza davvero poco italiana, non solo per la lingua. I ragazzi che organizzano il campo, affiancati da “Helpers” adolescenti, si buttavano nelle attività al 100%, divertendosi quanto i bambini (o quanto meno impegnandosi molto perché così sembrasse). Ogni mattina arrivando guardavo i cartelloni pieni di nuove idee (le due settimane hanno avuto attività diverse ogni giorno) e pensavo al tipico animatore di centro estivo italiano, rassegnato al pascolo dei piccoli mostri, spesso con l’aria del martire al patibolo. Non dico che non sia un mestiere faticoso, per carità. Posso testimoniare che il pur giovane e aitante americano in due settimane di ospitalità da mia madre arrivava a casa e schiantava a letto senza passare dal via (un sabato ha dormito 12 ore filate, poi è andato a fare il sopralluogo nei locali del campo e a preparare i materiali).

Le attività duravano dalle 9 alle 17, con possibilità di lasciare i bambini fin dalle 8. Lo staff, alla chiusura della giornata, di fatto continuava a lavorare nel backstage perché arrivati al venerdì, in occasione dello show finale, fossero pronti video divertenti delle attività, un bello slideshow con musica delle foto più significative della settimana, un portfolio per ogni bambino che raccontava le attività svolte, i diplomi… Oltre, ovviamente, ai lavori multimediali realizzati dai ragazzi: video musicali e questa settimana un vero e proprio film di cui i ragazzi più grandini hanno inventato storia e battute, prima di interpretarlo.

Va specificato che il prezzo comprende le lezioni della mattina, materiale didattico originale con schede ed esercizi (che ci è stato dato tutto, non solo la parte svolta da Meryem in questi giorni), l’escursione con noleggio di pullman e biglietti di ingresso (una settimana sono andati a Hydromania e la settimana successiva a Explora), le uscite a Villa Sciarra per la caccia al tesoro, la maglietta del campo e la foto di gruppo a colori. L’anno scorso ho pagato 120 euro fino alle tre per una sguazzata in una specie di piscina, dei balli latino americani e un sacco di televisione.

Lo show del venerdì sera, tutto in inglese, è anch’esso tarato su una sensibilità da nuovo mondo. Nulla di commovente e stucchevole. Tutto molto a gag, inclusa la Parents’ Competition in cui si vincevano Twinx e Ovetti Kinder. Noi adulti, lo confesso, ci sentivamo in neanche tanto lieve imbarazzo. Queste cose non sono molto nelle nostre corde. Ma i bambini e i ragazzi se la sono spassata di cuore e giurerei che qualcosa, di questo inglese, gli rimarrà. Ho prospettato a Meryem di fare qualche lezione anche durante l’anno con la sua adorata Maria. Le sono brillati gli occhi. “Magari! Lo diciamo anche agli amichetti?”. Speriamo davvero di riuscire a combinare.

Io intanto vi consiglio di tenere d’occhio questi ragazzi: girano l’Italia e chissà che non vi capiti di avere una settimana anche dalle vostre parti.

Compleanno guerrigliero


Non mi pare vero che sia passata già una settimana. Ma mi ero ripromessa di parlarvi dei festeggiamenti per il compleanno di Meryem sia per fissare nella memoria una giornata piacevolissima, sia per dare un feedback ai miei lettori alle prese con l’organizzazione di feste di bambini di varie forme e dimensioni.

Come location abbiamo scelto la Città dell’Altra Economia e, in particolare, abbiamo fatto riferimento alla libreria Tana Liberi Tutti. Il posto è caro a me e anche a Meryem. Il luogo offre ampio spazio all’aperto ma anche l’uso esclusivo degli spazi al chiuso, molto piacevoli (e adatti anche a bambini più piccoli). In più, particolare che è stato assai apprezzato dagli adulti presenti, anche i genitori possono passarci piacevolmente alcune ore senza desiderare di disintegrarsi per la disperazione nella ciotola dei pop corn. Quest’anno ci è andata nel complesso bene, ma di feste in ambienti parrocchiali ne avevamo comunque tutti abbastanza.

Rispetto ai possibili pacchetti disponibili, ho optato per la rinuncia al buffet del bar, una animatrice per “giochi della tradizione” all’aperto e una truccatrice (per Meryem questo punto era cruciale).

Al buffet ho pensato io, con la collaborazione di Nizam e di un paio di invitate. E’ venuta fuori una roba monumentale e abbiamo portato a casa (e mandato ad amici) abbondanti avanzi. A futuro memoria, elenco il menu del rinfresco, per circa 20 bambini e adulti annessi e connessi:

– 36 panini tondi salati (18 philadelphia e tacchino; 18 philadelphia e formaggio) – ne sono avanzati 3-4;
– 44 panini tondi alla Nutella – spazzolati;
– 60 pizzette di pasta di pane rosse e 60 bianche – quelle bianche erano troppe;
– frittata di cipolle al curry, offerta da Marielou – spazzolata;
– 8 hotdog tagliati a rotelline + felafel e bork a pezzettini, da Istanbul Kebab – spazzolati;
– patatine (2 buste grandi) e popcorn (due buste piccole) – ne sono avanzati un po‘;
– torta casalinga al cioccolato, arrivata un po’ tardi e per questo rimasta intonsa.

Inoltre c’era la torta di compleanno: due ciambelle del tre cotte in due stampi carini senza buco (una teglia di silicone a forma di cuore e una vagamente a forma di fiore), abbondantemente coperte di glassa di cioccolato e decorate dalla festeggiata, una con un set di decorazioni di zucchero di Hello Kitty e l’altra con numerose caramelline m&m’s. Sono molto contenta della scelta fatta. Le torte sono state spazzolate a tempo di record. Meryem era fierissima di averle fatte con me e decorate da sola (la preparazione è parte della festa, è la prima volta che capisco a fondo questa profonda verità: abbiamo fatto insieme anche i panini). Ci siamo risparmiati un bel salasso di pasticceria e tra l’altro (anche se non potevamo saperlo) questo ci ha aiutato a superare l’unico imprevisto che avrebbe potuto metterci in difficoltà: contrariamente a quanto mi era stato detto, il bar adiacente alla libreria (a causa del fatto che non avevo preso il catering da loro, presumo) non ci ha messo a disposizione il frigorifero. Noi siamo sopravvissuti senza inconvenienti, ma se avessi avuto una torta gelato avrei avuto un problema.

Veniamo alla recensione dell’animazione. In passato avevo espresse varie remore sull’animazione, che però ha indubbiamente i suoi vantaggi. Quella di sabato scorso è stata proprio l’animazione che avrei voluto e dunque posso dire di esserne stata entusiasta. Ai bambini, di varie età, sono state proposte (e non imposte, anche se l’adesione era abbastanza preponderante) attività diverse: giochi con la palla, giochi di corsa, giochi scatenati, giochi più quieti inclusa la pittura di un’enorme striscione di carta che ci è stato poi dato come ricordo della festa. Lo spazio offriva inoltre affari dove arrampicarsi (non riesco ad esprimermi in modo più preciso), un biliardino che ha fatto la felicità dei padri, un tavolo da ping pong che è stato utilmente impiegato dai miei nipoti adolescenti e due spazi di sabbia bordata d’erba, dove alla fine della festa i più motivati hanno razzolato per altre due ore, godendosi la prima brezza del tramonto estivo.

La truccatrice era bravissima (non le solite due cosette propinate a tutti: si è esibita anche in un drago spettacolare su tutta la faccia di un invitato), assai paziente ed è stata apprezzata da Meryem e dai suoi amichetti.

Abbiamo trascorso un pomeriggio molto piacevole e la preparazione non è stata affatto faticosa. Qui trovate qualche foto.

Finisco con un invito: se dovete organizzare festeggiamenti, prendete in considerazione questa soluzione e, in generale, fate una visita alla libreria Tana Liberi Tutti. Propongono tante attività, laboratori, idee. Le ragazze sono gentilissime e competenti. Mi hanno confessato che, in questo periodo di crisi, le cose non vanno benissimo. Mi ha fatto quindi ancora più piacere contribuire, nel nostro piccolo, a una causa importante: mantenere in vita uno spazio di cultura, educazione e svago pensato con attenzione e cura a misura dei nostri figli.