Le ferie? Anche quest’anno?


Pomeriggio estivo. Seduta su una panchina dell’oratorio del quartiere mi intrattengo con una giovane signora sudamericana mentre le nostre figlie, coetanee, giocano a biliardino. “E voi che fate, andate un po’ in vacanza?”. Questa banalità mi esce spontanea, in quella combinazione di distrazione e imbarazzo che prende il sopravvento, a volte, quando la giornata fatica a concludersi.

Lei sorride e mi spiega che sì, pur senza partire da Roma, ha deciso di prendersi due settimane di ferie dal lavoro. Nonostante il parere contrario del suo datore di lavoro, lo stesso da 17 anni. “Non vuole? E perché mai?”. La mia attenzione si è ridestata. Lei continua a sorridere. “Dice che non capisce perché le voglio, visto che non vado al mio Paese. Il biglietto costa, quindi ormai ci andiamo ogni due o tre anni. E lui continua a insistere: non capisce perché me le spreco, se quest’anno non devo partire. Gli pare assurdo che io voglia fare vacanza anche quest’anno”.

La guardo. Giovane, graziosa, madre di una bambina, garbata, con la frutta fresca per la merenda nella sporta di stoffa. Come si può pensare che una donna che lavora ogni giorno, otto ore al giorno, non abbia bisogno di (oltre che diritto a) due settimane di ferie? Per inciso, la bambina cosa dovrebbe fare per tutta l’estate? “Lui dice che dovrei portarla con me al lavoro, visto che è educata e sta zitta e buona tutto il tempo. Dice che a lui e sua madre non dà fastidio. Ma dà fastidio a me, tenerla sempre chiusa in casa a annoiarsi. Almeno per due settimane voglio portarla al mare, o a casa dei cuginetti”.

Scopro che per anni il signore, anzianotto e amorevolissimo verso decine di gatti randagi che accudisce con maniacale premura, ha scalato alla mia amica dalle ferie ogni singola ora in cui è rimasta a casa perché sua figlia era malata. “Ora mi hanno detto che non è giusto”, confessa lei. “Ma a me pareva normale. Comunque quest’anno lei non è stata quasi mai malata”.

Al di là delle questioni sindacali, un aspetto mi colpisce con assoluta evidenza. Questa signora, madre e lavoratrice impeccabile, che parla correntemente tre lingue, evidentemente è considerata dal suo datore di lavoro essenzialmente diversa da se stesso, da sua moglie, da sua madre, da suo figlio. Non una persona che arriva a sera stanca e che alla fatica del lavoro unisce quelle di essere moglie e madre. Non una donna che ha bisogno fisico e mentale di tirare il fiato, di coltivare i suoi interessi, di curare la sua vita privata. No, immagino che la veda come una sorta di elettrodomestico, di sua proprietà. Ha registrato che l’utensile necessita di tornare periodicamente (a intervalli peraltro sempre più distanziati nel tempo) al luogo di produzione: ok, sia. Ma al di là di questo, già piuttosto bizzarro, perché desiderare altro?

“Ma è tanto bravo, eh? Tanto gentile”. Ho sperato per un attimo che fosse un commento ironico. Ma temo di no.

La prima notte in tenda


Non ricordo esattamente quanti anni avessi. Direi 8 o 9. So solo che desideravo follemente una vacanza in campeggio. Ma non potevo averla, di fatto. Le vacanze con i miei genitori hanno sempre seguito dei binari piuttosto fissi, ai limiti dell’immutabilità. In quella fase della mia vita la vacanza era a Reggio Calabria, nella casa lasciata vuota dai miei cugini che andavano, appunto, in campeggio. E che campeggio. Il camping Helios, luogo ammantato di fascino irresistibile, dove solitamente ci spingevamo una o due volte, in giornata, durante tutta la nostra permanenza. Non Saline, non Lazzaro. Il camping Helios era più in là, non lontano da casa di Zia Maria, dove la costa ionica era ionica davvero. In quelle rare spedizioni si univa a volte anche lei e si portava dietro grandi pentole di pasta e ceci. Pasta di casa, fatta a mano.

Gli agosti a Reggio Calabria erano fatti di mare in mattinata e di interminabili pomeriggi nella penombra afosa delle stanze. Leggevo e rileggevo gli stessi libri. Ricordo vividamente Il gran sole di Hirosima. Quando si dice la noia creativa. Potenzialmente sarei potuta diventare un’artista. E invece no.

Pensavo ai miei cugini in campeggio e sospiravo. Pensavo a mio zio, che nel suo amore travolgente per la cultura grecanica e le radici bizantine, era promotore instancabile di attività a sfondo pseudoculturale, che avevano immancabili esiti comici. Lui non raccontava aneddoti, li produceva. A getto continuo.

Al camping Helios i villeggianti, gli stessi da anni, organizzavano le olimpiadi sulla spiaggia per tutti i bambini presenti: salto in lungo, salto in alto, 100 m, corsa a ostacoli… In più il campeggio una volta l’anno coinvolgeva tutti in una faraonica caccia al tesoro: ciascuna delle squadre iscritte doveva recapitare in segreteria, il più rapidamente possibile, una lista di oggetti stabilita dalla direzione. Ricordo, fra tutti, una bandiera dell’Italia (qualcuno arrivò a farsene prestare una da un noto bar sul lungomare, mentre noi barammo cercando invano di farci convalidare un triste gagliardetto di tela con scritto sopra “Subiaco”, spuntato da chissà quale bagagliaio) e una scarpa numero 45 (un ignaro tedesco in vacanza si vide sparire in pochi minuti tutte le sue calzature lasciate davanti alla tenda).

In una di quelle estati mio padre, chissà perché, decise inaspettatamente di realizzare, sia pur parzialmente, il mio sogno. Avremmo dormito, solo io e lui, una notte al camping Helios. E non una notte qualsiasi: la notte di san Lorenzo, il 10 di agosto, in modo da poter festeggiare al capeggio il mio onomastico, il giorno successivo. Di quell’esperienza ricordo solo alcuni flash. A differenza di molte altre occasioni della mia vita, mia sorella Marina non c’era e quindi non ha poi codificato in narrazioni gustose – poi ripetute all’infinito da tutti noi per decenni, con l’aggiunta o la modifica di particolari a piacere – quello che è accaduto in quelle 48 ore.

Ricordo la notte sulla spiaggia, l’immensa limpidezza del cielo scintillante di stelle. Mio zio che mi indicava il carro e la stella polare, spiegandomi che le stelle sono sempre là, ma le nostre luci eccessive in città le nascondono. Quelle parole mi sarebbero tornate in mente tantissimi anni dopo, in Sicilia, immersa in una campagna illuminata da altrettanto travolgente e inatteso splendore.

Ricordo i regali del giorno dopo, soprattutto un sommergibile complicatissimo da montare e che alla fine si è rivelato privo di un pezzo, piccolo ma essenziale. Mio zio, autore dell’acquisto, tornò al negozio e lo sostituì con un modellino di aereo, che per volare doveva essere caricato facendo compiere 300 giri all’elica.

Ma una scena è rimasta indissolubilmente legata a quel soggiorno specialissimo. Avevo imparato a immergermi (a “fare le calate”, come dicevano i miei cugini) e ho pensato allora, al tramonto, di fare uno scherzo a mio padre. Eravamo soli in spiaggia. Io ero rimasta in acqua, lui si era rivestito, con i suoi pantaloni lunghi, la canottiera e la camicia, un abbigliamento formale a cui non riusciva a rinunciare nemmeno in campeggio, se erano presenti “estranei”. A qual punto ho fatto finta di affogare, immergendomi e iniziando a fare bollicine di aria con la bocca. Lui si è lanciato in acqua vestito, senza neanche togliersi i sandali.

Non scorderò mai quanto fosse sconvolto. Restammo lì, nell’acqua tinta dal rosso del sole che tramontava, e lui non aveva nemmeno la forza di rimproverarmi. Ci dicemmo qualcosa, che ricordo confusamente. Lui per la prima e forse unica volta mi parlò esplicitamente della paura della morte. Aveva da poco perso suo fratello, più giovane di lui, da cui era stato per anni diviso da rancori che nessuno dei due era mai riuscito a superare e di cui io non so nulla di preciso neanche oggi. Io mi sentivo piccolissima, stupida, colpevole.

Non ricordo come uscimmo dall’acqua, se e come giustificammo i vestiti zuppi di mio padre. Non ricordo altro che quel fermo immagine lunghissimo, mentre il sole spariva veloce e l’acqua diventava nera di buio.

 

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Lo spirito del razzismo


Domenica scorsa, con alcuni colleghi e collaboratori, siamo stati ospiti della comunità evangelica di Acilia.  Il pastore Alfredo Giannini collabora fedelmente con il Centro Astalli da moltissimi anni e finalmente abbiamo avuto l’occasione di accogliere il suo invito.
Chiacchieravamo dopo la celebrazione quando mi ha raccontato un aneddoto che mi ha colpito molto. Premetto che Alfredo è un uomo appassionato e spiritoso, ricco di esperienze molteplici e variegate. Mi diceva di aver guarito una donna della sua comunità dallo “spirito di razzismo”. La signora, pare non senza qualche valido motivo scatenante, aveva infatti sviluppato una diffidenza bellicosa nei confronti degli stranieri in genere e degli albanesi in particolare.
“Se sei cristiana non può essere razzista, c’è poco da fare”, aveva diagnosticato il pastore. E con assidui e regolari incontri e conversazioni, in un arco di tempo di due anni, la fedele è guarita. La “possessione” si è conclusa con una visita (in carcere) alla persona che ne era stata il fattore scatenante.
Confesso ad Alfredo che la cura del razzismo in quanto spirito maligno non mi era mai ancora venuta in mente. Lui ha ridacchiato. “Siamo evangelici: o è patologia, o è spirito!”.
Mi ha fatto ridere, ma mi ha anche fatto pensare. Dovrebbero essere di più i pastori, di ogni confessione, che si preoccupano non solo di evidenziare l’incompatibilità tra razzismo e cristianedimo, ma anche di spendersi in prima persona per cambiare le cose. Ce ne sarebbe molto bisogno, non pensate?

Eroe per un mese


Giugno è il più infame dei mesi. Lo dico con cognizione di causa. Lavorativamente parlando, gli eventi della giornata del rifugiato moltiplicano l’impegno, rendendolo variegato e imprevedibile.  Le nostre flessibili job description ci trasformano, anche nella stessa mattinata, in autori di testi e facchini, social media manager e assistenti di sala, conferenzieri e fotografi.
La cosa implica di per sé una buona dose di energia (anche di adrenalina, spesso). Ma non finisce qui. È ormai tradizione, infatti, che il 30 giugno si concludano simultaneamente tutti i progetti finanziati con i Fondi Europei. Ciò implica conclusione delle attività, monitoraggi, pubblicazioni finali, altri eventi e rendicontazione. Per darvi un’idea, nel nostro caso i progetti erano tre.
Fatalmente, proprio quando cominci a vedere la luce in fondo al tunnel, ti approvano i progetti dell’anno successivo, da avviare all’inizio di luglio. Belle notizie, per carità.  Ma qui scattano gli adempimenti da compiere entro cinque giorni improrogabilmente (e la successione epica di sfighe e imprevisti che ogni scadenza porta con sé).
Fin qui il lavoro. La scuola intanto ha chiuso il 6 di giugno. Tranquilli, non riparto con la solita filippica. Resta il fatto che quest’anno mi era rimasto un buco di una settimana (questa) tra un campo e l’altro. Per il periodo fin qui coperto ho dovuto assicurare pranzo al sacco ogni giorno, partecipare a un saggio finale alle 15.30 e a due diverse riunioni per prenotare e pagare i campi di luglio.
Aggiungiamo en passant un saggio del coro, un concerto e un picnic di classe (gli ultimi due cancellati per pioggia. La c’è la Provvidenza).
Mia figlia è nata il 16 giugno. Per il compleanno la zia le ha regalato un corso di nuoto due volte a settimana tra le 18 e le 19. Poi c’è stata ovviamente l’organizzazione della festa di compleanno (altro picnic) comprensivo di acquisto di regali e allestimento (per fortuna condiviso con altre due famiglie) di giochi e buffet. La torta fatta con le mie manine non era un obbligo, ma ci tenevo e l’ho fatto.
Ho tentato di portare Meryem a due degli eventi di lavoro che mi parevano più potabili per lei. La visita guidata alla chiesa di S . Andrea al Quirinale la ha detestata. La definisce la cosa più noiosa di tutta la sua vita. Il concerto serale, con qualche espediente, lo ha retto meglio (ho modificato al volo le parole di Moliendo Cafe per intrattenerla) ma nell’ora scarsa dello spettacolo le è caduto un dente. Lascio alla vostra immaginazione. Domenica scorsa ne avevo ben due, di eventi. Saggiamente l’ho parcheggiata tra negozio di Nizam e tata.
Capitolo salute.  La visita ortopedica di Meryem mi è costata un giorno di ferie, ma almeno era una tantum. La mia fisioterapia alla caviglia, invece,  è tre volte a settimana. Non mi sono risparniata neanche tre giorni di febbre a 39. Per fortuna dal venerdì alla domenica, altrimenti non so come avrei fatto.
La sera del concerto siamo rientrate abbastanza tardi. Ebbene, pioveva copiosamente nel mio bagno. Oltre ai balletti notturni che hanno coinvolto l’intera palazzina, è stato necessario anche essere presenti alla venuta dell’idraulico (rigorosamente dalle 10 del mattino, domani si replica).
Chicca finale. Abbiamo finora collezionato tre trattamenti antipidocchi in un mese, due dei quali mi hanno visto co-protagonista. E non ne siamo ancora usciti.
Devo aggiungere altro? Vi giuro che potrei, ma non voglio essere più prolissa di così.  Mi capirete però se vi dico che, nell’ipotesi che sopravviva davvero fino alla fine del mese, ho deciso che mi merito un riconoscimento. Una medaglia, una coppa, una targa. Insomma, devo dirmelo forte da sola, dandomi una vigorosa pacca sulla spalla: “Brava! Ne sei uscita, un po’ ammaccata forse, ma riducendo il danno al minimo. Sono fiera di te”.

Sette anni


In questo tangram folle di giugno, domani Meryem compie sette anni. Oggi, sulle scale di S. Andrea, la sentivo rispondere un po’ timida a padre Giovanni e ho pensato a quel concerto di Natale a S. Ignazio, quando gli ho detto che ero incinta. E lui che poi raccomandava di farla nascere in un giorno “giusto”, ad esempio quel 12 giugno in cui è nato anche lui. Quella, come tantissime altre cose, non ho ovviamente potuto sceglierla.
Sette anni fa salutavo due donne che mi hanno dato, ciascuna a suo modo, un grande e immeritato affetto: Antonella Spanò e suor Maria Teresa.
Sette anni, intervallo temporale dei miti e delle favole. Proprio una magia mi ha portato la compagnia di questa ragazzina dalle ciglia lunghe e dalla battuta pronta, capace di essere timida con chi non conosce (ma anche di lanciarsi in lunghe e inattese conversazioni con perfetti sconosciuti) e di credere a Babbo Natale e al topo dei denti.
Sette anni non tutti scintillanti, certo. Ma sette anni di vita vera, pienamente vissuta, con immensi squarci di luce che compensano ogni cono d’ombra.
Sette anni da celebrare. Sette anni per cui essere profondamente grati.
Auguri, Guerrigliera.

Giugno


Giugno è un mese infuocato, più di agosto. Il lavoro è una specie di delirio ininterrotto. C’è la fine della scuola, l’inizio dei campi estivi, il compleanno di Meryem. E’ un mese di incastri degni di un tangram, ma anche (in genere) di soddisfazioni, appuntamenti significativi, emozioni.

Ho vari post in canna, ma li devo rimandare per il momento.

Però vi lascio due link di post scritti per altri: una riflessione sulla giornata straordinaria dell’8 giugno scorso sul blog del Centro Astalli e un post sul friendsurfing per Genitori Crescono. Su questo secondo mi concedo un sospiro: che vacanze l’anno scorso! Cercate su Instagram #friendsurfing e rigustate con me che bei posti abbiamo visto, in ottima compagnia.

Mi conforta il pensiero che il 1 agosto si ricomincia la giostra. Ho già un biglietto per Palermo e due biglietti Milano-Zurigo. Tutto sta a riempire ciò che sta in mezzo…

 

 

Disobbedire


Ieri ero, con caparbia testardaggine, alla riunione del comitato dei genitori della mia scuola, per motivazioni analoghe a quelle di cui parlavo a proposito del voto europeo: sostanzialmente, una fede cieca nel fatto che un giorno anche questa assemblea al momento incomprensibile tornerà ad avere un senso. Si è venuto a parlare degli Invalsi e, di conseguenza, del tema più ampio del rispetto delle leggi quando sono, più o meno palesemente, ingiuste.

Il primo pensiero corre, inevitabilmente, a Antigone. Strano come il primo serio pensiero sulla disobbedienza civile mi sia stato insegnato da una professoressa severissima e vecchio stile, che non aveva nulla di sessantottino. Una professoressa che un giorno, traducendo un verso dell’Iliade con la sua vocina tremolante, aveva avuto un’uscita indimenticabile: “Qui in realtà la traduzione letterale sarebbe un po’… un po’… un po’ forte, ecco. Il testo dice infatti: …e tu, ficcatelo…” L’intera classe restò con il fiato sospeso, completando mentalmente la frase interrotta con ogni sorta di colorite immagini. Ma poi la prof riprese: “…ficcatelo… bene in testa!“. Risata omerica (e dunque pertinentissima al testo in questione). Dicevo però che questa donnina temutissima da tutti, facendoci comprendere fino in fondo la pienezza di un classico come la tragedia di Sofocle, ci ha creato in testa quel fondamento teorico che distingue una azione semplicemente illegale da un gesto etico.

Il mio secondo pensiero è andato invece al nocciolo del mio problema attuale: come insegnare a un bambino la disobbedienza? Mi obietterete che non ce n’è alcun bisogno, dato che gli viene assolutamente spontanea. Ecco, appunto.Disobbedienza non significa fregarsene delle regole: al contrario, io credo che abbia valore se chi la pratica crede in un sistema regolato da leggi e lotta per migliorarlo. L’esperienza di un bambino è forse troppo breve per riuscire a spiegare in modo efficace questa differenza. Soprattutto la differenza tra violare una regola per il proprio personale tornaconto e farlo invece in nome di un bene maggiore, universale. O forse sono io che sono troppo limitata?

Il mio terzo pensiero derivava direttamente dal secondo e non era troppo allegro: non credo che sarei davvero capace di violare la legge per un bene più alto. L’ho desiderato molte volte, ma in fin dei conti non ce l’ho mai fatta. Mi piace pensare che forse, in circostanze estreme… Ma poi mi ritrovo sempre, elveticamente ligia. Pago persino il canone RAI, per dire… Evidentemente i miei genitori e i miei educatori sono stati più efficaci nell’insegnarmi il rispetto della norma che nell’incoraggiarne i alcun modo la trasgressione. Ma anche il carattere conta, immagino.

Ma proprio mentre mi crogiolavo in questo semicupo pensiero, stamattina mi si è presentata la straordinaria opportunità di rendermi complice di un gesto di disobbedienza che condivido profondamente. Un gesto dovuto, che denuncia tutta l’ipocrisia delle leggi e delle politiche sull’immigrazione contro cui mi sentite tuonare spesso e volentieri su questo blog. La realtà è la strage di persone innocenti a cui assistiamo inebetiti e persino commossi. La realtà è la cappa di impermeabile indifferenza che gettiamo sui sopravvissuti, che evidentemente non ci commuovono altrettanto. Io stessa, alla Stazione Centrale di Milano, non ho faticato a individuare i siriani in transito, fuggiti dalla guerra e in attesa di altre rocambolesche e disperate fughe qui, a casa nostra.

Per questo, la compassione non è il sentimento giusto. Perché noi siamo soggetti politici, e il non farci carico delle questioni europee perché riguardano “gli altri” per i quali ci commuoviamo è ipocrita, e immorale come le azioni per le quali ci indigniamo.

Per questo, un gruppo di folli ha deciso di cambiare registro. Non più la lacrima come veicolo politico, deresponsabilizzante, ma la festa come strumento di battaglia. Disobbedire con sorrisi, abiti di gala, e situazioni rocambolesche. Perché nulla è più potente per esorcizzare la morte e la sofferenza, di un legame festoso.
Non stare da questa parte, e compatire, ma stare dalla parte giusta. Con la sposa.
Io sto con la sposa nasce così. 

(Valeria Verdolini, Io sto con la sposa)

Un’avventura iniziata il 14 novembre 2013 a Milano da 23 ragazzi e ragazze, convinti che in questo caso disobbedire si può e si deve. Loro, trafficanti improvvisati per coscienza e per arte, hanno rischiato e rischiano molto. Io non rischio affatto, ma mi piace pensare di essere parte di essere parte di quella “comunità di persone, in Europa e nel Mediterraneo, che come noi sognano che un giorno questo mare smetta di ingoiare le vite dei suoi viaggiatori e torni ad essere un mare di pace, un mare dove tutti siano liberi di viaggiare, e dove nessuno divida più gli uomini e le donne in legali e illegali”. Immaginate di offrire un caffè o una pizza a questi ragazzi, di ospitarli per una notte. Rendetevi complici, nel vostro piccolo. Magari così questa storia arriverà al Festival di Venezia e, da lì, anche ai posti dove questa vergogna può essere cambiata. Potete fare un’offerta, anche piccolissima, qui.

Però ti adoro


“Mammahaipresenteolivnomagaricianaperchéiomiricordotuttomasonoanchebravaacantarelodiceancheilmaestrocheseunosalvaqualcosanellamemoriailcervellonessunolopuòrubarementreiltelefonosìcomeèsuccessoate? MammaaaavieniacontrollaresehopiegatobeneivestitimacosìicapellisonoabbsstanzabagnatimammachepigiamadevomettermimammadoveèfinitatigrabiancanonècheMarialhanascostaaaa?”
Ci sono giornate che iniziano e finiscono così, con te che cerchi di parare i colpi, ma che di tanto in tanto ti senti urlare:”Un attimo! Aspetta-un-attimo!”, ma tanto le parole non fanno nessuna presa, scivolano come suole lisce su un pavimento insaponato.
Oggi mia figlia mi ha detto che lei sa già più cose di me, perché io sarò pure andata a scuola, ma non avevo un maestro come il suo. E per dimostrarmelo mi faceva l’esempio del platano. Io so dove si trova il platano? Ecco, sta proprio davanti alla scuola e io non lo so. Visto?
A un certo punto mi ha detto anche che vorrebbe un’altra mamma, più gentile.
Però poi in mezzo sono successe tante cose e soprattutto ne sono state dette tante altre. Parole, parole, parole. Fiumi in piena che ti travolgono senza lasciarti il tempo di una pipì.
“Ma la gente risorge alla stessa età in cui è morta? O si torna tutti neonati? Perché sarebbe un disastro, non ti pare? Tutti che gattonano nel mondo, nessuno che sa che il fuoco non si tocca, tutti che rovesciano i motorini. ..”. Una prospettiva agghiacciante. Ho smesso di domandarmi da dove le arrivino queste idee.
“Mamma è gelata, mamma scotta, mamma è bollente, mamma ti ho detto che è gelataaaa!” Trovo che la più efficace metafora della mia genitorialità oggi siano i miei affannosi tentativi di regolare la temperatura dell’acqua della doccia. Come faccio sbaglio, e non di poco. Mia figlia non sembra percepire temperature intermedie. E più lei urla, meno è captabile questo giusto mezzo di cui siamo tutti alla ricerca e che certe sere sospetti che sia una mera astrazione dei fisici teorici.
Ma poi, assoluti e inaspettati come le critiche, arrivano gli apprezzamenti: “Mamma che bella idea è stata venire qui. È stata una giornata veramente meravigliosa”. E tu vorresti solo stramazzare in un angolo silenzioso eppure sei contenta lo stesso.

Il fascino discreto delle consolari


Ieri, incamminandomi sulla Casilina, riflettevo sul fatto che c’è una differenza sostanziale tra la visione di Roma che ha un guidatore da quella di chi, come me, non usa la macchina: chi guida non può prescindere dal Grande Raccordo Anulare (per gli amici, GRA). Il GRA è stato eternato da opere artistiche di indubbio valore, sia musicali  che cinematografiche. Ma ciò che mi interessa qui è quella raggiera di vie, le consolari, che dalla prospettiva del GRA finiscono per ridursi a “uscite”, ordinatamente numerate a partire dall’Aurelia.

Chi si muove con i mezzi, come me, impara a conoscere le consolari da un altro punto di vista: dall’imbocco, che in molti casi corrisponde a una porta, ovvero dal tratto che è ancora ben interno alla città. Ciò che va oltre il GRA è, per l’utente ATAC, solitamente l‘hic sunt leones,  quel territorio in cui gli autobus diventano corriere e dove sarebbe saggio non avventurarsi a piedi. L’esplorazione progressiva delle consolari è stata una tappa obbligata della mia conoscenza del territorio e anche oggi, che abbiamo imparato a conoscerci, continuano a riservarmi qualche sorpresa.

Hanno la loro personalità, le consolari. Sono diverse l’una dall’altra. Alcune sono dense, brulicanti, appesantite di cemento. Altre regalano ancora scorci di tempi lontani, specialmente nelle parti “antiche” o semplicemente “vecchie”. Ancora oggi Ponte Nomentano, lasciato un po’ da parte dal traffico ordinario, permette di toccare con mano la presenza dell’Aniene, l’altro fiume di Roma, protagonista scenografico a Tivoli che nell’Urbe è ridotto a comprimario.

L’Aurelia sa di pic nic a Villa Pamphili e di mare, la Cassia è la più snob, l’Ostiense la più romana de Roma. La Casilina per me è la via dell’immigrazione, dei centri di accoglienza e di Torpigna, solcata dalla ferrovia Roma Pantano e eroicamente percorsa dal 105, l’autobus di Babele. La Prenestina è l’alternativa, dal Pigneto all’ex SNIA. La Tiburtina è la via dell’università proletaria, di San Lorenzo e delle passeggiate al Verano; la Nomentana quella dei filosofi e delle ragazze medie di lingue. L’Appia parte dalla rotonda di piazza Re di Roma e poi si snoda nella storia, a colpi di campagne verdi, pecore e acquedotti. Cosa dimentico? La Salaria, che secoli fa abbiamo percorso tutta tutta, fino all’Adriatico, la Tuscolana – per me ancora oggi la meno battuta – e la Flaminia, che nella mia memoria resta legata all’Opera Massaruti, alle ancore di marmo del Ministero dell’Areonautica e allo IALS, dove sono stata sempre sul punto di andare a ballare danze israeliane ma poi non si è più combinato.

Ho un debole per le porte urbiche, in particolare per Porta Maggiore, dove fino a pochi anni fa si trovava ancora qualche vecchietta che, salendo sul trenino, chiedeva: “Va verso Roma?”. Come se Roma fosse ancora tutta lì, racchiusa da quelle mura di biscotto. Invece la Roma vera, quella che non è lottizzata dalle guide turistiche, lì non finisce ma inizia.

 

Comprendo quindi esisto


Di ritorno da una trasferta milanese, rimuginavo su un brutto episodio che mi ha raccontato una amica. C’era una volta una scuola elementare di un piccolo centro del nord Italia. Nella classe prima, oltre a quella bricconcella meravigliosa della figlia della mia amica, c’era un bambino a cui, nel giro di poco, furono assegnate diverse etichette. Poi dagli aggettivi si passò ai sostantivi. Se prima era un bambino problematico, presto diventò lui stesso un problema, il problema. Non rispondeva agli standard della scuola. Non riuscivano a gestirlo. I genitori mettevano quotidianamente in guardia i figli da lui, dal compagno-problema. Si cominciò a chiamare i genitori ogni volta che gli insegnanti erano in difficoltà nel relazionarsi con il bambino in questione. E ben presto, senza che nessuno si fosse preso la briga di cacciare nessuno, il bambino cambiò scuola. Problema risolto. (Vi dirò anche che, nella nuova scuola, il bambino ha smesso di essere un caso, è tornato un bambino, è stato supportato adeguatamente per un tempo imbarazzantemente breve ed ora fila via tranquillo insieme a una classe che evidentemente ha saputo accoglierlo).

Perché vi racconto questo aneddoto? Perché stamattina, neache a farlo apposta, sono stata a un bel convegno in Campidoglio dedicato all’integrazione scolastica. In questo caso si parlava di alunni stranieri e il bambino dell’esempio non lo era. Ma quello che ho visto stamattina era una risposta lo stesso. Perché alla fine quando si perdono uno, due, tre, cinquanta o cento bambini perché la scuola si è arresa, è comunque un universo quello che stiamo togliendo a noi e ai nostri figli che frequentano quelle classi. Una somma di infiniti. Uno spreco gravissimo, che non ci possiamo permettere.

Quando sono entrata nella sala della Protomoteca suonava un’orchestra, quella dell’Istituto Comprensivo via Mascagni. I ragazzi hanno eseguito, nell’ordine, un brano cinese, uno sudamericano e uno mediorientale (peraltro a me molto caro, Dror Iqra). La professoressa ha poi spiegato con parole molto semplici che studiare musica di tradizione extraeuropea è un’attività utilissima ad educarsi a un ascolto attento. Ritmi, suoni, intervalli non usuali per le nostre orecchie costituiscono una sfida interessante e divertente per i ragazzi e per i loro insegnanti.

Le scuole presenti erano molte e altrettante le esperienze, straordinarie nella loro semplicità. Una dimostrazione palese di quanto possono fare gli insegnanti quando si pongono, sinceramente, in una dimensione educativa. Non è necessario essere specialisti di immigrazione (o di problematiche di apprendimento, o di psicologia, o di disabilità, ecc.). La formazione serve certamente, ma prima ancora serve la convinzione che la cosa più importante da perseguire non sia l’integrazione (sempre vagamente venata di condiscendenza). L’obiettivo, sperabilmente comune, di insegnanti e genitori deve essere la qualità condivisa della scuola e del territorio. Una qualità fatta di cose concrete, costruite da tutti ciascuno per la sua parte. Una qualità fatta di comportamenti coerenti con quello che diciamo di voler insegnare alle nuove generazioni.

Siamo sicuri (e lo dico da genitore di alunna di scuola elementare) che l’origine straniera di alcuni studenti sia la maggiore criticità per le comunità di apprendimento che idealmente dovrebbero essere le classi dei nostri figli? La mia esperienza spicciola dice che quello che spacca queste comunità sono, più di frequente, i malintesi, gli screzi grandi e piccoli, le rivalità, i pettegolezzi, le divergenze di vedute, il non ascolto. Più ancora, forse, il cinismo e lo scetticismo, il sospetto strisciante che non si possa cambiare nulla, ormai. “Ormai“, scrive Bregantini in un libro che ho amato molto, “è la parolaccia più grande. E’ una parola talmente radicata che anche quando la cancelli rimane sotto il segno… Ma io ci scrivo sopra – con decisione – ancora”.

Con tutte le debolezze, le fatiche e le ferite, la scuola italiana resta una bussola. E’ un conforto. Racconta in modo chiaro e obiettivo come cambia e come è già cambiata la nostra società. Ora vanno di moda gli istituti comprensivi. Questo termine non mi è mai stato simpatico, forse perché non mi è ancora familiare. Ma è un nome ben augurante. C’è da sperare che tutti gli istituti siano comprensivi, che comprendano, con intelligenza, quali strategie sono più adatte e quali siano gli obiettivi davvero irrinunciabili. E che sappiano anche comprendere, gli istituti, che gli sforzi fatti in buona fede da tanti singoli vanno supportati. Rimanere soli è un rischio troppo grande. Dice bene il Papa, quando dice che non può vivere solo “per motivi psichiatrici”. La solitudine nelle grandi imprese non è salutare, tanto meno nel lavoro di insegnante e, permettetemi, di genitore.