Dal mio personale database


Solo oggi ho avuto occasione di ascoltare questa testimonianza di una mia collega, la direttrice del JRS Malta. Una donna straordinaria da molti punti di vista, che qualche anno fa ha ricevuto – assolutamente a ragione – il Premio Nansen.

Verso la fine di questo discorso molto toccante, Katrine fa riferimento al suo personale database di memorie, ricordi, testimonianze che credo chiunque fa un lavoro come il nostro automaticamente si crei e a cui potrà attingere ogni volta che ce ne sia bisogno. La possibilità di conservare in cuor nostro un database così è probabilmente il più grande privilegio della nostra vita e il regalo più prezioso che ci fanno i rifugiati, costantemente.

Mi sono riconosciuta molto nelle parole di Katrine e sono convinta che in momenti in cui la vita mi sembra in salita, consapevolmente o meno, anche io ho attinto e attingo all’enorme riserva di speranza e di fede di cui sono stata testimone in questi ormai quasi 14 anni della mia vita.

Come Katrine, vi regalo l’ultimo pezzo della mia collezione, che risale a ieri mattina. In ufficio, chiede di me A., un ragazzo palestinese che è stato ospite del centro di accoglienza dove lavoravo anni fa nonché alunno della scuola di italiano. Ci conosciamo da quando è in Italia, vale a dire circa 8 anni. Quando l’ho incontrato la prima volta ne aveva quasi 20 ed era la mascotte del centro. Ora ha 28 anni e noto con piacere che non ha perso il sorriso luminoso e un po’ da paraculo che lo contraddistingue, credo, dalla nascita.

Chiacchieriamo. Io sono un po’ nervosa. Temo che mi chieda quello che non posso dargli: soldi, lavoro, casa. Ma no, A. non è venuto per questo. Sta finendo il triennio di scienze geologiche, da borsista. Vive in una casa occupata perché non poteva permettersi un affitto, ma è giovane ed è convinto che sarà una cosa temporanea. Tutti i weekend lavora come pasticcere dall’altra parte della città, si alza alle 4, ma “è normale fare qualche sacrificio”.

E dunque? Dunque mi parla di quello che davvero è importante. Della tragedia del Medio Oriente. Della guerra che si è portata via a suo tempo suo padre e suo nonno e di quella terribile che sta disintegrando la Siria. Me ne parla con passione, ma senza rabbia. Con gravità. Mi racconta di quello che, come musulmano, prova. Del fatto che le religioni dovrebbero fare qualcosa di più per contrastare il fanatismo e l’ignoranza. E mi parla di un sogno grande. Credo che sotto sotto sappia anche lui che non si può realizzare. Ma mentre me ne parla, capisco che per lui è importante che io lo prenda sul serio. E io lo prendo sul serio davvero, non faccio finta.

Non potrò fare granché per portare il Papa a La Mecca, temo. E non potrà fare granché neanche lui, con ogni probabilità. Però l’ho incoraggiato a scrivere una bella lettera spiegando perché secondo lui sarebbe importante. Al di là della fattibilità del progetto in sé, sono convinta che saranno parole che meritano di essere lette. A me intanto fa un gran bene vedere un giovane uomo capace di non piangersi addosso, di usare le sue energie in modo positivo e di coltivare una fede che io me la sogno.

P.S. Voi però il video con il discorso di Katrine guardatevelo. E’ in inglese, ma un inglese molto chiaro e comprensibile.

Non sono una turista


Tante volte mi sono sorpresa a invidiare chi viene a Roma da turista. La meraviglia, la piena disponibilità di tempo per vedere, gustare, catturare ricordi di una città straordinaria. Chissà perché poi ho sempre pensato che il visitatore occasionale di Roma possa gustare solo il meglio, libero com’è dal trantran della routine lavorativa e familiare. A volte, davanti al Pantheon, ho persino guardato con desiderio le finestre di un certo albergo dove, nella mia fantasticheria, avrei soggiornato nella mia vita parallela di ricca turista che esplora per la prima volta la Città eterna.

Qualche giorno fa, dopo una breve pausa a casa, tornavo all’ospedale dove era ricoverata mia figlia. Il tragitto, a piedi, faceva parte della pausa. Sono arrivata sulla terrazza del Gianicolo e mi sono fermata un minuto a respirare davanti al panorama. E allora ho capito, con chiarezza, che sono contenta di non essere una turista. Perché non mi ero fermata lì per guardare per la prima volta un paesaggio da cartolina, ma per farmi consolare da quella bellezza straordinaria e familiare.

Ho pensato alla recensione de La Grande Bellezza che ha scritto la mia amica Silvia: “Ecco perché è ambientato in una Roma metaforica: perché Roma è ESATTAMENTE così. E’ la scenografia perfetta, perché non è solo sfondo, ma è una delle attrici protagoniste”. E ho capito che per me Roma è più che una città. La vivo, la camino, la respiro e la maledico ogni giorno. La vedo la mattina appena si sveglia, come una moglie che si stiracchia e fa una smorfia sul cuscino (dovrei dire un marito? No, perdonatemi: Roma è femmina). Sono con lei giorno dopo giorno, nei momenti memorabili e in quelli che dimentico un attimo dopo averli vissuti.

Mettere un ospedale pediatrico sul Gianicolo mi è improvvisamente parsa una decisione sensata. Ho ripensato al 2007 e ai pensieri che, proprio per quello stesso viale alberato, avevo formulato.  Credo che nei momenti in cui il turbamento è stato tale da non riuscire a condividerlo nemmeno con amici e familiari, Roma mi ha sempre capito al volo.

Millenni d’esperienza serviranno pure a qualcosa.

Una festa esclusiva


Una delle amiche di mia figlia è peruviana. Le bambine sono in classe insieme fin dalla materna e la mamma di C., giovane e piuttosto riservata, si è ormai arresa alla nostra costante presenza, anche per merito della presenza affettuosa di tata Silvana. E’ stata comunque una piacevole sorpresa essere invitate a festeggiare il compleanno di C. a casa loro. “Non è una festa”, si è affrettata a precisare la mamma. “Ci vediamo con zii e cuginetti. Ma se ci siete anche voi ci fa piacere. In un certo senso ormai siete parte della famiglia”.

Non sapevo bene cosa aspettarmi ed ero anche preparata, eventualmente, a lasciare Meryem e ripassare a prenderla più tardi, per non essere inopportuna. E invece la frase della mamma non era una frase fatta. Ci hanno accolto con affetto e naturalezza, come membri della famiglia.

Al mio arrivo mi hanno chiesto se parlassi spagnolo. Io ho confessato che, sebbene capisca un minimo, in effetti non lo parlo. Da quel momento tutti, bambini inclusi, hanno parlato per tutto il pomeriggio – anche fra loro – esclusivamente in italiano. Anche la canzoncina di compleanno è stata cantata prima in italiano e, a seguire, in spagnolo. Mi sono immaginata questa scena in una riunione di famiglia italiana e ho provato un certo imbarazzo.

Meryem è subito sparita a scatenarsi con i cuginetti dell’amichetta, di età assortite. Io non ho più avuto alcun impulso di fuga, perché ho potuto godere di un’ottima conversazione, varia e di livello, che ha toccato tra l’altro critica cinematografica (con particolare riferimento a La grande bellezza), politica italiana e soprattutto internazionale (visto che si è presto convenuto che su la prima c’è piuttosto poco da dire), con particolare riferimento alla Turchia quando è emerso che il padre di Meryem viene da lì, genitorialità. Una delle zie, anch’essa considerevolmente più giovane di me, raccontava di quanto sia affascinante il fatto che genitori non si nasce, ma si cresce (ho avuto il sospetto persino che conoscesse un certo sito leader del settore).

Mi hanno raccontato aneddoti di famiglia e hanno riso educatamente ai miei, si è inevitabilmente venuti a parlare anche di immigrazione e della drammatica assenza di mobilità sociale nel nostro Paese. Alcuni di loro sono venuti qui coltivando il sogno di poter mettere a frutto le proprie potenzialità, ma dopo molti anni si sono resi conto che le opportunità sono  poche e poco realistiche. Eppure restano ottimisti e fiduciosi rispetto a una possibilità di cambiamento, anche politico: “questo è il Paese dove stanno crescendo i miei nipoti, non posso arrendermi così facilmente”, mi ha gentilmente redarguito uno degli zii mentre esprimevo tutto il mio sconforto di elettrice e cittadina. Un pomeriggio che mi ha fatto pensare.

Rivelazione


Venerdì scorso, prima di un weekend di Carnevale che più festaiolo non si poteva (per Meryem, si intende), ho finalmente capito una cosa piuttosto banale. Sono brava a fare lezioni all’università. Ah, direte voi, ecco che rispunta la solita vecchia nostalgia dell’orientalistica, mai sopita. Vi dirò: in realtà sono molto più brava a fare lezione sui rifugiati di quanto non lo fossi a parlare di astruse lingue e religioni semitiche. Questo passaggio non l’avevo ancora mai fatto con questa consapevolezza.

La mia preparazione, in questo mio relativamente nuovo settore di competenza (13 anni mica sono acqua fresca, mi avvio decisamente verso il pareggio, rispetto alla porzione di vita dedicata), è più completa e solida. Me la sono dovuta costruire con l’umiltà che nell’accademia non mi è stata mai richiesta. E’ passata attraverso una varietà di esperienze e molti confronti importanti, anche teorici (laddove, alla fine, negli studi il confronto e il riferimento tendeva ad essere una persona soltanto, nel bene e nel male).

Ma ciò che più conta, credo, è il fatto che quando mi capita di far lezione a giovani studenti di master o di università io sono profondamente convinta che quello che racconto sia davvero rilevante per la loro vita futura, se non di specialisti dell’immigrazione, certamente di cittadini. Questo, quando ho insegnato filologia semitica, mi è sempre mancato. Le scienze inutili sono importanti, a loro modo, e possono contribuire ad affinare il senso critico. Ma richiedono una certa vocazione e condizioni precise, che all’università finivano per mancare, vanificando un po’ il tutto. Ricordo distintamente di aver pensato, svolgendo alle mie allieve il modulo di linguistica semitica, che nelle loro vite quelle informazioni non erano utili. Allora stravolgevo il programma, per quanto mi era possibile. Soprassedevo sul ginepraio delle sibilanti e mi concentravo piuttosto sul rapporto tra lingua, scrittura e identità.

Adesso, invece, da ogni lezione esco convinta e appagata. E mi sorprendo a pensare: sarebbe bello che questo fosse davvero, pienamente, il mio mestiere.

Rispetto


Ieri sera è stata una di quelle occasioni in cui ho saputo artisticamente rivoltare la frittata e trasformare un mio poco edificante sbrocco di mamma in un’occasione educativa. Lo registro quindi, a futura memoria. Avevo perso le staffe, come sempre avviene, per un’infausta combinazione di motivi: un certo malessere generale, l’ennesimo spidocchiamento (stavolta, per fortuna, meramente preventivo) e la tendenza della Guerrigliera a urlarmi in faccia quando le chiedo di fare qualcosa di diverso da ciò che di suo gradirebbe fare. Uniamoci un episodio sgradevole alla fine del picnic con gli amichetti: quando l’ho rimproverata perché si rifiutava di collaborare, mi ha ridacchiato in faccia. Poi mi ha detto che era “per non fare brutta figura con l’amichetta”, il che non ha fatto che aggravare la situazione ai miei occhi. E quindi il fastidio covava lì, non sufficientemente sfogato. Di lì a poco, quindi, la rispostaccia di Meryem mi ha trasformato in un orso Grizzly.

Ho esagerato e sono passata dalla parte del torto. Non ne sono affatto fiera. Sia come sia, una volta tornata in me, me la sono presa sulle ginocchia (era ancora in lacrime) e le ho fatto un discorsetto breve ma convinto. Cara Meryem, le ho detto in pratica, lo sai cosa è il rispetto? Lei, tirando su col naso, mi ha parlato del rispetto per il materiale scolastico e per le cose degli altri. Bene. Ma anche le persone vanno rispettate, perché sono importanti. Tu mi dirai che a me, a papà, ai tuoi amichetti vuoi bene. E’ una bella cosa. Ma ricordati sempre che non è possibile voler bene a una persona se non la si rispetta. Cercheranno, forse, di farti credere il contrario. Ma ti assicuro che è così. Senza il rispetto non può esistere nessun amore.

Ha pensato, ha registrato, magari a un certo punto il discorso ci capiterà di nuovo (sperabilmente omettendo gli urlacci di introduzione). Credo però di aver detto ieri a mia figlia una delle poche cose di cui sono assolutamente certa, per averlo imparato a mie spese. Io, che quando mi chiede “Ma la guerra da noi non può succedere, vero?”, non riesco mai a rispondere “Sì” e basta. Io che ho sempre il “Dipende” in tasca, anche quando la risposta potrebbe essere facilissima. Io, proprio io, sono pronta a dire: di questo sono sicura sicura e vorrei tanto che lo fossi anche tu.

Il bicchiere mezzo pieno


Dopo una settimana di influenza e fatica massima, fisica e mentale, ieri dopo l’ufficio sono andata alla riunione del consiglio dei genitori, che si è protratta fino alle sette abbondanti (inutilmente, ma questo sarebbe un altro post). Aprendo la porta di casa, mi trovo davanti Meryem e Nizam seduti a tavola, che mangiavano un pasta al sugo dall’odore decisamente invitante. Ce ne era un terzo piatto che mi aspettava. Ora a voi tutto ciò parrà la cosa più ovvia e naturale del mondo, ma per i nostri standard si tratta di una sorta di eccezione miracolosa.

Mi sono goduta fino in fondo la sensazione che quella parte era fatta, che ci aveva pensato egregiamente qualcun altro, che tutti parevano moderatamente sereni (ho scoperto poi che poco prima si era consumata una specie di tragedia: Meryem aveva rovesciato inavvertitamente dell’acqua sul computer e aveva pianto disperata temendo di averlo rotto. Ma l’ho scoperto appunto poi e della crisi non c’era più traccia). Mi sono seduta e ho mangiato un piatto caldo e delizioso.

E’ straordinario come una cosa così semplice e addirittura ovvia possa dare tanta gioia. La cosa mi ha sorpreso al punto che per un attimo ho pensato di farne un motivo di riflessione, o piuttosto di recriminazione: ma come, possibile che sono arrivata al punto che un episodio così mi pare straordinario? E però subito dopo mi sono ricordata di quando Meryem era piccolissima e la allattavo di notte. Una volta, ritornando a letto dopo la poppata, mi sono sorpresa ad essere felice di essermi svegliata perché così potevo più consapevolmente riprovare la gioia di infilarmi in un letto già caldo. Non sono mai stata particolarmente incline al gioco di Pollyanna, non riesco credibilmente a impormi di vedere il positivo nelle situazioni. Ma ieri mi sono ripromessa che almeno cercherò di non boicottarmi da sola quando mi sento di buon umore.

Cirillo, Metodio e altri miti familiari


“Mamma, ma perché non possiamo essere una famiglia normale?”. Chissà che voleva intendere esattamente, Meryem, quando mi ha trafitto il cuore con questa innocente domanda. Magari non tutto quello che ci ho letto io, che per giunta ero anche sul punto di stramazzare, vinta dalla febbre. Fatto sta che, vigliaccamente, non ho approfondito.

Però oggi, mentre il mondo festeggia San Valentino, a me viene da pensare a San Cirillo e Metodio e alla mia famiglia anormale. Vedo da Google che mio padre pubblicò una traduzione delle biografie paleoslave dei due santi già nel 1981. Non ritrovo i riferimenti esatti, ma leggo che Giovanni Paolo II li ha proclamati patroni d’Europa nel 1980, il che significa che i due giravano in spirito a casa mia almeno da quando avevo 6-7 anni, ovvero circa l’età attuale di Meryem.

Mio padre era uno che, decisamente, si portava il lavoro a casa. E certo non era un lavoro come quello dei padri dei miei compagni di classe. Era un lavoro che comportava produzione di mucchi immensi di scartoffie, che franavano qua e là, e talora faceva spuntare a casa personaggi bizzarri, a cui le mie sorelle davano soprannomi irriverenti. C’era Orsone (esimio accademico dell’Università di Vienna), Timiducci (giovane prete polacco, esperto di glagolitico) e svariati altri personaggi e interpreti.  Io fin da bambina assistevo e partecipavo a questa sorta di bizzarro circo e sono cresciuta a leggende familiari, in gran parte non prodotte da narrazioni mie, tra cui quella che raccontava che una lite seria tra i miei genitori vertesse intorno a quale fosse l’età media degli antichi romani.

Oltre a darmi infinito materiale per gustosi aneddoti, che però oggi non ho tanta voglia di sciorinare, tutto questo clima mi ha portato a vivere con una certa fierezza il fatto che noi non fossimo una famiglia “normale”. Non lo eravamo quasi in nulla, a dire il vero. Non lo eravamo nelle tradizioni delle festività, non nel rapporto con i parenti (almeno che io possa ricordare), non lo eravamo per il fatto che mia madre era considerevolmente più grande di mio padre e quando sono nata io aveva già 47 anni. Non facevamo pranzi speciali la domenica (avevamo, quello sì, il rito delle pastarelle dopo la messa), non andavamo in bicicletta (o almeno, io non ci andavo) né a sciare.

Con il senno del poi, oggi non credo che necessariamente quella mia famiglia potesse dirsi un modello. Lo è stato, fin troppo, per me. Troppo perché il modello che mi ponevo davanti era già mitizzato, enfatizzava le cose piacevoli e ometteva artisticamente gli aspetti oscuri che pure c’erano. Alla fine non mi meraviglia che nei miei inconsulti tentativi di ricreare il mito mi sia ritrovata con un pugno di mosche.

E Meryem, cosa si troverà? Spero di riuscire ad insegnarle che si può essere famiglia in molti modi diversi. Che ai sentimenti, come alle cose più alte dell’universo, non si possono applicare i lacci della logica aristotelica. Che alla fine, la parte che davvero si sceglie non è così rilevante. Più importante è come, giorno dopo giorno, se ne vivono le conseguenze.

Ispirazione


La passeggiata per il Gianicolo mi ha messo di buon umore. Mi dispongo dunque alla mia “presentation” con una certa rilassatezza. Mi hanno chiesto di presentare l’attività del Centro Astalli a un gruppo di religiose anglofone, normale amministrazione. Ho le mie slide e una breve scaletta. Poi mi scatta qualcosa. La Sister che mi accoglie mi è simpatica, la sua voce suona piacevole e gentile. Il gruppo che mi trovo davanti è eterogeneo, per età e nazionalità. Non piccolo, non enorme. Mi siedo alla scrivania, aziono il Power Point, ma prendo un’altra via.

Racconto di cosa significa questo lavoro per me. Delle mie aspettative giovanili, della casualità (della serie di casualità) che mi ha messo dove sono ora. Parlo di alcune persone che ho incontrato. Cerco di spiegare quali, secondo me, sono i drammi meno ovvi. Illustro in cosa andiamo bene e in cosa ancora noi tutti zoppichiamo. Vado a braccio, racconto la storia del JRS come io la percepisco. Mi sento parlare dell’esperienza rimossa della guerra in una società che dà per scontata la pace. Finisco raccontando del Papa ad Astalli e, inaspettatamente, mi commuovo anche (ancora????).

Funziono. Non so come mi sia venuto in mente di fare così, ma ho la sensazione precisa di aver colto nel segno. A questo gruppo servivano a poco i dati statistici e i chiarimenti legislativi. Vado a farmi un caffè, nella pausa. Una suora del gruppo si avvicina e mi racconta di sé.

Ruandese, è cresciuta in un campo profughi in Uganda. Mi descrive sua madre, abituata ad avere la servitù e a mangiare piatti ricercati, che si è trovata costretta, da un giorno all’altro, a cucinare per i suoi figli con materie prime scarse e povere. “Non era capace. Non l’aveva mai fatto. Noi bambini, spesso, avevamo la diarrea, perché lei sbagliava a cucinare gli alimenti. Poi, poco a poco, ha capito come fare. Ma per lei era come vivere in un pianeta sconosciuto”. Mi è grata perché ho sottolineato alcuni aspetti meno scontati. “Se guardo indietro, ripenso ai miei genitori. Allo sforzo immane che hanno fatto per proteggerci, per sollevarci da quella situazione. Ho visto mio padre piangere. Non tanto per la povertà, quanto per la preoccupazione di non avere la possibilità di farci studiare. Comunque andavamo a scuola. Il maestro insegnava all’aperto, sotto un albero. I nostri quaderni erano la sabbia su cui disegnavamo con un bastoncino”.

Lei alla fine ci è riuscita, a studiare. Le suore che lavoravano nel campo le hanno dato questa possibilità e lei è entrata, giovanissima, nel loro ordine. Presto è stata mandata a Roma. “Ho fatto la mia tesi sull’apostolato sociale. Oggi mi chiedo perché non ho scelto come argomento, specificamente, i rifugiati. Quell’esperienza è una parte di me che non mi abbandona mai”. Si vede che per te non è solo un lavoro, mi hanno detto molte. Già, forse si vede. Non saprei se sia un bene o un male, in generale. Oggi però, per loro, sono stata utile. Almeno credo.

Liberiamo una ricetta: riso Venere col buco, finocchi al curry e biscotto arrotolato


Anche quest’anno mi presento all’appuntamento lasciando la mia cucina a disposizione di care amiche: io vado a cucinare in ufficio, in compagnia dei colleghi e di uno specialissimo ospite.

Cominciamo con Alessandra, la nostra archeologa e guida preferita, nonché compagna di lungo corso delle mie traversie.

Riso Venere col buco

Per questa edizione ho pensato a qualcosa di semplice e rapido da preparare, ma che allo stesso tempo si presenti come un piatto quasi chic, un piatto di riso freddo gustoso e forse anche un po’afrodisiaco, considerando la presenza dei crostacei nella ricetta. Ma sono dell’idea che è più in base alle intenzioni, al contesto e alle aspettative di chi cucina e di chi è invitato a mangiare che un buon cibo, in genere, possa suscitare desiderio amoroso e sensualità…
Gli ingredienti necessari per la ricetta sono: riso parboiled, quello che non scuoce e che generalmente si usa per le insalate di riso; succo di limone, uova di lompo (100 gr per 5-700 gr di riso), olio d’oliva, gamberi o gamberoni a vostra scelta sia per quantità che qualità, anche surgelati o in salamoia possono andar bene; salsa rosa fatta con maionese, ketchup, tabasco, un goccio di brandy o cognac.
foto 1Il procedimento è semplice: si cuoce il riso e lo si scola sotto acqua fredda corrente, per bloccarne la cottura. Poi il riso si condisce semplicemente con olio, abbondante succo di limone e uova di lompo. Si prepara uno stampo da ciambellone e si riempie di tutto il riso, che va fatto aderire bene alla forma schiacciandolo ben, bene con un cucchiaio. Poi si mette a riposare in frigo almeno per un’ora. Prima lo fate meglio è, anche il giorno dopo è buonissimo.
Preparate la salsa rosa con abbondante maionese, che se farete voi sarà ancora più buona, aggiungete il ketchup, un po’ di tabasco e un cucchiaio di cognac. Mentre la preparavo è apparso anche un ospite felino curioso e goloso.

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E’ nel preparare creme, nel mescolare ingredienti diversi, nel girare che io mi faccio rapire e trasportare dai sensi. I movimenti circolatori del mescolare, come una carezza. I colori degli ingredienti che iniziano a mescolarsi, come un abbraccio sensuale. E’ il momento delle intenzioni seduttive, dei pensieri immorali e dell’assaggio.
E la mente corre a immagini cinematografiche che hanno immortalato la potenza afrodisiaca. Nel film “Come l’acqua per il cioccolato” di Alfonso Arau (tratto dal romanzo di Laura Esquivel, Como agua para chocolate 1989) quando la protagonista preparando un pranzo a cui è invitato l’uomo che ama prepara delle quaglie alle rose che fanno sussultare di eccitazione e godimento chi le assaggia (per i curiosi a questo link si può vedere l’effetto che fa). Ma non si tratta soltanto di chimica e ingredienti considerati afrodisiaci, sono le emozioni trasmesse dalla cuoca, l’amore e la passione in questo caso, a suscitare questi effetti. Come sarà, invece, il suo dolore a trasmettere angoscia nella torta di nozze che dovrà preparare per l’uomo che ama, ma che sposerà sua sorella. In questo caso, Tita mescola all’impasto del dolce le amare lacrime del suo dolore, trasmettendo così la sua tristezza ai commensali che mangeranno la torta, tutti colti da un desiderio irrefrenabile di piangere.

Dalle fantasie cinematografiche torniamo alla ricetta. Quando sarete pronti a servire il riso vi occorrerà un bel piatto da portata sul quale andrà capovolta la teglia con il riso ottenendo una bella forma perfetta con un gran buco al centro. Il buco andrà riempito con la salsa rosa e i gamberi, potreste lasciare qualche gambero non condito con cui decorare il perimetro del buco o il piatto da portata a vostro piacimento.
Per ottenere un risultato estetico di maggiore impatto potreste usare, insieme al riso bianco, un po’ di riso nero del tipo Venere, in modo da avere un contrasto cromatico maggiore tra riso e condimento. Poi se le intenzioni sono quelle di eccitare i sensi l’uso di un riso dal nome tanto evocativo, qualcosa forse produrrà…
Io ci berrei delle bollicine vicino. Non assicuro nessun tipo di effetto afrodisiaco del piatto. Sta a voi. Alla preparazione, ai sentimenti e a ciò che comunicherete. Io ho provato a farlo con amore e ho aggiunto una candela, così giusto per un po’ di atmosfera.

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Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

Ora si inseriscono, in ordine di menù, i miei amici Paolo e Laura, anche noti come Artigiani Digitali. In particolare è Paolo ai fornelli…

Finocchi al curry

A mia moglie piacciono i finocchi cotti, a me il vino, ad entrambi il curry Madras che ci porta l’amica Lulla da Londra…

Ingredienti per 4 persone:

– 4 Finocchi
– 1 scalogno
– 1 bicchiere di vino bianco
– 1 cucchiaino di curry forte
– Mezzo bicchiere di latte

Tagliate i finocchi a striscioline con spessore di un centimetro circa mantenendo (se vi piacciono) anche le parti sottostanti più dure.
In olio d’oliva fate rosolare fino a doratura lo scalogno e dopo aggiungete il curry stemperato in un bicchiere di vino bianco secco.
A fuoco alto portate ad ebollizione il vino, aggiungete i finocchi, mescolate bene e fate cuocere a fuoco alto per 5 minuti.
Infine aggiungete il latte e ultimate la cottura (bastano altri 10 minuti) a fuoco lento.
Servire caldi accompagnati a riso basmati.

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

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E’ ora la volta di Caterina: un’amicizia antica e fedele, che sono felice mi abbia accompagnato anche nelle mie evoluzioni digitali. 

Il biscotto arrotolato e due paesi

Le mie due nonne erano romane di nascita, i miei due nonni no. Ludovico, il mio nonno paterno, era nato al nord, a Bettola di Piacenza, ma il suo paese del cuore dove passava tutte le estati era Canterano, un paesino della valle dell’Aniene arrampicato su un colle. Il nonno materno Tebaldo era nato a Casape, altro paesino in provincia di Roma che i colli ce li ha stretti tutt’intorno tranne che a ovest, dove il panorama si apre sulla pianura del Lazio fino al mare. Da piccola andavo spesso a Canterano ma a Casape passavo mesi interi: facevo a sassate, mi inerpicavo per le colline e le montagne, mi facevo raccontare storie misteriose di fantasmi, frati malvagi e maghi che proteggevano i bambini smarriti. E cercavo inutilmente i resti della villa suburbana di Gneo Domizio Corbulone, un generale dei tempi di Nerone – quando si dice avere il destino segnato fin da piccoli.

Questa ricetta è legata a entrambi i paesi, non per qualche antica tradizione ma per iniziativa di gente in gamba che manda avanti a Canterano una piccola industria locale, e a Casape una festa rustica e coraggiosa che non è meno divertente solo perché è stata creata in tempi recenti.

Biscotto arrotolato

Ingredienti:

3 uova
3 cucchiai di zucchero
3 cucchiai di farina
Un pizzico di sale
Aroma di vaniglia o di limone
Zucchero
Alchermes (o altro liquore a scelta)
Farcitura a piacere

Si sbattono i tuorli d’uovo con lo zucchero finché sono chiari e ben montati (si può usare una frusta elettrica), poi si unisce la farina mescolando con cura. Si aggiunge un aroma a piacere e, volendo, un pizzico di lievito per dolci. Si montano le chiare a neve molto ferma con un pizzico di sale (qui la frusta elettrica è d’obbligo, a meno che non siate dei culturisti) e si uniscono delicatamente al composto, mescolando dal basso verso l’alto. Si versa il composto (in uno strato sottile) su una teglia bassa coperta da un foglio di carta da forno e si cuoce in forno moderato per pochi minuti, finché si rassoda bene ma non si colorisce troppo. Si rovescia subito su uno strofinaccio pulito o su un foglio di alluminio leggermente spolverati di zucchero, si leva la carta e si spruzza con alchermes (che gli da anche un bella nota di rosso), rum per dolci o un altro liquore a piacere (per esempio di arance). Si spalma sopra una farcitura, si arrotola strettamente, e infine si mette un po’ di tempo in frigo prima di spuntarlo alle estremità e servirlo a fette.

biscotto arrotolatoLa farcitura può essere al cioccolato, come nel “Salame del re” che vendono nel forno di Canterano e (oh calorica tentazione!) anche in alcune panetterie dell’Urbe. Si può usare la Nutella o un’altra crema al cioccolato in vendita (mi hanno detto meraviglie di quella Novi), oppure si può operare un virtuoso riciclo post-natalizio, mettendo un nocciolato nel tritatutto e sciogliendo il trito col caffè bollente. Una farcitura alternativa che mi piace molto è la marmellata di marroni. A Casape non crescono marroni, ma piccole castagne saporitissime che sono l’orgoglio della festa omonima, che si tiene a Casape tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, quando fa invariabilmente un freddo cane. I pezzi forti, oltre alle castagne arrostite in un bidone che gira sul fuoco, sono la pizza fritta, la matriciana, la salsiccia coi broccoletti e (appunto) il biscotto arrotolato di marmellata di castagne. Mezzo paese si mette il grembiule e cucina sotto un grande tendone posto nella piazza del mercato. L’altro mezzo mangia e beve, benedicendo il riscaldamento ma guardandosi bene dal togliere il cappotto.
Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

Molti di più


Questo più che un post è un messaggio alla me stessa che oggi vede tutto nero. Ogni tanto anche qui nel blog si affaccia un dolore che se ne sta lì, in un angolo, e ogni tanto subdolo riemerge. Lo scrupolo, il rimpianto, la tristezza per il fatto che le mie scelte poco avvedute, sia in campo lavorativo che sentimentale, non potrà che scontarle anche Meryem. Come ogni genitore, vorrei poterle dare tutte le possibilità e le opportunità del mondo. Invece ogni tanto mi scontro contro la realtà dei fatti: ne avrà certamente meno di altri, anche a lei vicini. La matematica non è un’opinione. Avere disponibilità economica, certo, non è sufficiente a fare le scelte giuste. Però non averla rende matematico non poterne fare alcune. Cerco di non pensarci, di fare di necessità virtù, di darmi giustificazioni e spiegazioni più o meno oneste. Però periodicamente ci penso e oggi ci sto pensando maledettamente tanto.

Stamattina ero precipitata in questo ormai familiare buco nero quando sono arrivata con il fiato in gola all’ufficio internazionale del JRS. Dovevo scegliere delle immagini per una pubblicazione e sono letteralmente sprofondata nei file di fotografie. Il primo pensiero è stato di immensa meraviglia e rispetto per l’infinita ricchezza del mondo, davanti a cui qualunque colonialismo appare in tutta la sua meschina piccineria. Dalle verdi colline di Masisi alle sabbiose pianure di Dollo Ado, dalle acque cristalline dell’Afghanistan alle onde grigiastre dell’Oceano indiano, ogni angolo del pianeta pullula di bellezza, naturale e umana.

Poi sono arrivate le immagini dei bambini. Straordinariamente belli, ridenti o struggenti, speranza nel futuro che si fa largo comunque, sotto le tende dei terremotati di Haiti o in un’aula a cielo aperto in Ciad. Il vero potenziale del mondo. Quanti di loro non ne avranno nessuna, di quelle preziose opportunità che mi figuro nella mia testa?

Una volta ho letto che crisi è sentirsi poveri, a prescindere da quello che realmente si possiede. Non dubito che ci sia del vero e che ci si possa sentire molto poveri e molto infelici anche conducendo una vita relativamente agiata. Ma continuo a credere che ogni tanto riportare le sensazioni a valori assoluti faccia bene. Quindi continuerò a pensare che i rimorsi, i rimpianti e soprattutto l’invidia che provo e proverò in futuro non tolgono comunque nulla all’oggettiva fortuna, mia e di Meryem. Per questo stasera guardo mia figlia che sorride e voglio credere che, insieme, cercheremo la felicità senza farci spaventare dall’incertezza.