Rifugiati: quando ci sfugge l’essenziale


È incredibile che all’arrivo di queste persone, donne e bambini, ragazzi, non sia prevista la distribuzione di acqua, cui hanno provveduto dei volontari. 

Padre Giovanni è da molti anni il presidente del Centro Astalli, l’associazione per cui lavoro. Chi lo segue su twitter sa che non è un burocrate. Incontra e ascolta rifugiati ogni giorno, è costantemente presente nei servizi di prima accoglienza e spesso e volentieri anche negli edifici occupati e in tutti quei luoghi poco comodi e talora indegni in cui si svolge la quotidianità di queste persone.

Ieri sera era a Lampedusa, per l’anniversario della visita di papa Francesco che ricorre oggi. Nella giornata di ieri sull’isola sono sbarcate oltre 300 persone. Lui è andato sul molo e ha notato una banalità: nella macchina della prima assistenza alcune cose non sono previste. Ad esempio, dare un bicchier d’acqua a chi arriva e deve attendere sul molo. Dare la possibilità di fare una telefonata a dei ragazzi che vorrebbero informare le loro famiglie che sono sopravvissuti al deserto e al mare.

Il lavoro delle forze dell’ordine e di tutti gli enti coinvolti in Sicilia è certamente ingente. Mi resta però il dubbio che certe volte ci sfugga l’essenziale.

Se io fossi una di quelle persone sbarcate a Lampedusa, se venissi – nella migliore delle ipotesi – da 24 ore di traversata in condizioni disumane per tacere di tutto il resto, cosa desidererei per prima cosa? Forse un bicchiere d’acqua e un sorriso.

Magari può suonare semplicistico. Anche tutto il resto è necessario e doveroso e andrebbe fatto con responsabilità e solerzia anche maggiore. Ma se non si parte da questi primi ineludibili gesti (non semplici, evidentemente, sia per le quantità che per le condizioni oggettive) si finisce per tentare di gestire le persone come se fossero colli da immagazzinare. Se pure fosse una gestione efficiente (e purtroppo spesso non lo è), sarebbe una gestione disumana.

Rifugiati: e l’Europa, perché non ci aiuta?


Oggi l’attenzione di qualcuno sarà stata colpita dalla foto dei cadaveri rinvenuti su uno dei barconi soccorsi dall’operazione Mare Nostrum  pubblicata da Il Tempo in prima pagina e molto probabilmente ripresa qua e là sul web (immagine agghiacciante e a mio avviso ingiustificata, ma questo è un altro tema) . Forse vale la pena di spendere altre due parole da aggiungere alla mia neocreata rubrica “Rifugiati in pillole“.

Quando si parla di rifugiati il pensiero e la parola corre, di solito all’Europa. L’Europa che non fa niente, l’Europa che non ci aiuta, l’Europa che è tanto più seria e civile di noi. Anche qui c’è da fare un po’ di chiarezza. Come sempre vado a grandi linee, per la discussione e l’approfondimento ci sarà occasione

Qual è l’atteggiamento dell’Europa nei confronti dei rifugiati?
Purtroppo non si può parlare di Europa in generale. Sebbene la legislazione in materia d’asilo sia stata unificata, non si è arrivati minimamente a una politica comune. Arrivare da rifugiato in Paese europeo o in un altro fa moltissima differenza, da ogni punto di vista.
Addirittura alcuni Paesi europei (Grecia e Bulgaria, al momento) sono stati dichiarati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite (UNHCR) paesi non sicuri per chi chiede asilo, sebbene siano Stati membri dell’Unione Europea. Non credo ci sia bisogno di sottolineare quanto sia grave una situazione del genere.
Anche quando si ha accesso alla procedura d’asilo, i tempi, le modalità e le probabilità di avere successo variano enormemente da un luogo all’altro. Diverse sono anche le concrete possibilità per chi è riconosciuto rifugiato di rifarsi una vita, di imparare la lingua, di trovare un lavoro, di vedere riconosciute le sue competenze, di studiare, di mandare i suoi figli a scuola, di fruire di misure di sostegno sociale per sé e per i propri familiari.
L’unica cosa comune è la sostanziale chiusura delle frontiere esterne e la gestione di alcune misure di difesa dei confini, tra cui un’apposita agenzia, Frontex.

L’Europa fa più o meno dell’Italia sul tema rifugiati?
Alcuni Paesi europei fanno molto più di noi per l’accoglienza dei rifugiati. Abbiamo già detto che molti ricevono più domande d’asilo dell’Italia, sia in termini assoluti che in termini relativi.
Nella maggior parte dei Paesi la cosiddetta prima accoglienza (il sistema per cui lo stato ospita le persone che hanno presentato domanda d’asilo almeno finché non è stata presa una decisione sul loro eventuale diritto a restare) è molto meglio organizzata. Con alcune eccezioni, si intende: a Malta, ad esempio, i richiedenti asilo sono comunemente detenuti durante la procedura d’asilo.
In alcuni Paesi europei le politiche per l’integrazione sono molto più strutturate e efficaci.
Molti Paesi europei sono più efficienti di noi nell’allontanare chi non ha diritto di restare (o, piuttosto, chi non lo ha in base alle decisioni prese dalle autorità), a volte anche con metodi assai discutibili. Se si è deciso che una persona va rimpatriata in Afghanistan, spesso lo si fa, senza tergiversare e senza attenuanti umanitarie.
L’Europa invece, intesa sia come singoli Stati che come Unione, fa molto meno dell’Italia per il soccorso in mare dei rifugiati che arrivano attraverso il Mediterraneo. Mare Nostrum è un’operazione che ha salvato la vita a oltre 60.000 persone. Un’operazione certo costosa, ma doverosa e indispensabile per adempiere pienamente a quanto richiesto dalle norme internazionali.

“Tanto i rifugiati non si fermano in Italia, se ne vanno in Europa”
Il vero punto della questione, in effetti è questo. E’ vero? Sì e no. Vediamo più nel dettaglio.

Chi arriva via mare in Italia e chiede asilo può decidere di non fermarsi in Italia e proseguire verso il nord Europa?
Per la legge, in effetti, tendenzialmente no. L’ultima versione del Regolamento di Dublino, che risale al giugno 2013, ribadisce la regola che l’Unione Europea si è data a suo tempo: chi chiede asilo deve farlo nel primo Paese europeo in cui arriva. Le eccezioni sono poche: per chi ha un visto rilasciato da uno Stato europeo, per un minore non accompagnato che può dimostrare di avere famiglia altrove… Ma per un adulto anche avere un familiare (fratello, marito, zio o altro parente) cittadino di uno Stato del nord Europa non è motivo sufficiente per poter presentare domanda d’asilo lì. Chi sbarca in Italia dovrebbe fermarsi in Italia.

Ma se lo riconoscono rifugiato si può trasferire all’estero in un secondo momento?
Nemmeno. O comunque non automaticamente. Essere riconosciuto rifugiato in Italia non vuol dire diventare cittadino italiano e dunque europeo. Chi è rifugiato in Italia può viaggiare per turismo in alcuni Paesi europei, ma a patto che non si fermi più di tre mesi e non lavori.

E quindi tutte queste migliaia di persone che stanno arrivando restano qui da noi?
Al momento in effetti no. Anzi. I dati ci dicono che per la maggior parte scappano come possono da un Paese che li accoglie così male. Lo Stato di fatto li incoraggia, non essendo del tutto sistematico nel rilevare le impronte digitali (che, introdotte nel sistema EURODAC, di fatto consentono i reinvii da un paese all’altro) e dichiarando anche espressamente che il Regolamento di Dublino è iniquo e va rivisto. Peccato che quando era il momento di farlo nessuno lo abbia fatto, sebbene chiesto da molti anni da tutti gli enti di tutela alla luce di moltissimi studi dettagliati e in buona parte finaziati dalla stessa Unione Europea.

Per oggi mi fermo qui di nuovo. Vedete che la situazione è complicata e ancora tutta da definire. Ci torneremo. Comunque credo che cominciate ad avere alcuni elementi per fare, se credete, le vostre valutazioni.

 

Rifugiati: ce li possiamo permettere?


Oggi chiedevo a un gruppo di ragazzi in servizio civile in formazione: “Secondo voi quanti rifugiati arrivano in Italia? Tanti o pochi?”. Una ragazza ha risposto prontamente: “Troppi. Ne arrivano troppi”.

Le grandezze, si sa, sono relative. E allora forse è il caso di farla, qualche comparazione.

Quanti sono i migranti forzati nel mondo? Dati UNHCR: 45,2 milioni di migranti forzati. 10,5 milioni di rifugiati registrati (giugno 2013, oggi sono certamente aumentati).

Dove sono i rifugiati nel mondo? Per i 4/5 nei Paesi cd “in via di sviluppo”. La metà in Paesi dove il reddito medio è inferiore a 5 dollari al giorno. A giugno 2013 il Paese che accoglieva il più alto numero di rifugiati era il Pakistan. In termini assoluti e in termini relativi (rispetto al PIL, rispetto alla popolazione, rispetto a qualunque cosa) il carico maggiore grava su Paesi poveri, instabili, già molto provati. Praticamente nessuno di questi Paesi chiude le frontiere davanti a civili in fuga dalla guerra.

Un esempio. Prendiamo il Libano? I rifugiati registrati in Libano sono 1,4 milioni su una popolazione totale di 4,3 milioni. Fatte le debite proporzioni, sarebbe come se in Italia in 3 anni fossero arrivate 20 milioni di persone.

Ancora convinti che arrivino tutti da noi?

Sì, ma quanti arrivano in Europa? Nel 2013 in tutta l’Unione Europea sono state presentate 398.200 domande d’asilo (non tutte accolte, evidentemente). Sono tante o sono poche? Di queste, 109.600 sono state presentate in Germania.

E in Italia? Nel 2013 in Italia ci sono state 27.830 domande d’asilo. Sono tante o sono poche? Una cosa straordinaria la facciamo, e la facciamo solo noi in Europa: da ottobre a oggi le nostre navi militari hanno salvato in mare 30.000 persone. Persone civili, famiglie, bambini in fuga dalla guerra e da dittature spaventose. La responsabilità del soccorso in mare non dovrebbe essere nazionale, ma europea.

Ce lo possiamo permettere? Ci sono cose che vanno fatte perché non è possibile non farle, tipo salvare vite di persone innocenti che peraltro, per il diritto internazionale, hanno assolutamente titolo alla protezione internazionale. Non ci nascondiamo dietro l’alibi economico. I soldi si spendono già, in abbondanza. Si spendono per il contrasto, per la detenzione, per le misure di accoglienza emergenziale rabberciate e inefficaci, e tuttavia non più a buon mercato di interventi di qualità che sarebbe sufficiente progettare. E non stiamo contando molte altre spese ancor meno trasparenti nei Paesi di origine e nei Paesi di transito. No, non è una questione di soldi. Il punto è solo per cosa si decide di spenderli.

Manca un passaggio importante a questo ragionamento. Ma mi spiegano che i post così lunghi sono poco leggibili. Credo che per ora sia sufficiente questo per farci un esame di coscienza e per smontare qualche luogo comune. Il resto alla prossima puntata. Stay tuned.

Disobbedire


Ieri ero, con caparbia testardaggine, alla riunione del comitato dei genitori della mia scuola, per motivazioni analoghe a quelle di cui parlavo a proposito del voto europeo: sostanzialmente, una fede cieca nel fatto che un giorno anche questa assemblea al momento incomprensibile tornerà ad avere un senso. Si è venuto a parlare degli Invalsi e, di conseguenza, del tema più ampio del rispetto delle leggi quando sono, più o meno palesemente, ingiuste.

Il primo pensiero corre, inevitabilmente, a Antigone. Strano come il primo serio pensiero sulla disobbedienza civile mi sia stato insegnato da una professoressa severissima e vecchio stile, che non aveva nulla di sessantottino. Una professoressa che un giorno, traducendo un verso dell’Iliade con la sua vocina tremolante, aveva avuto un’uscita indimenticabile: “Qui in realtà la traduzione letterale sarebbe un po’… un po’… un po’ forte, ecco. Il testo dice infatti: …e tu, ficcatelo…” L’intera classe restò con il fiato sospeso, completando mentalmente la frase interrotta con ogni sorta di colorite immagini. Ma poi la prof riprese: “…ficcatelo… bene in testa!“. Risata omerica (e dunque pertinentissima al testo in questione). Dicevo però che questa donnina temutissima da tutti, facendoci comprendere fino in fondo la pienezza di un classico come la tragedia di Sofocle, ci ha creato in testa quel fondamento teorico che distingue una azione semplicemente illegale da un gesto etico.

Il mio secondo pensiero è andato invece al nocciolo del mio problema attuale: come insegnare a un bambino la disobbedienza? Mi obietterete che non ce n’è alcun bisogno, dato che gli viene assolutamente spontanea. Ecco, appunto.Disobbedienza non significa fregarsene delle regole: al contrario, io credo che abbia valore se chi la pratica crede in un sistema regolato da leggi e lotta per migliorarlo. L’esperienza di un bambino è forse troppo breve per riuscire a spiegare in modo efficace questa differenza. Soprattutto la differenza tra violare una regola per il proprio personale tornaconto e farlo invece in nome di un bene maggiore, universale. O forse sono io che sono troppo limitata?

Il mio terzo pensiero derivava direttamente dal secondo e non era troppo allegro: non credo che sarei davvero capace di violare la legge per un bene più alto. L’ho desiderato molte volte, ma in fin dei conti non ce l’ho mai fatta. Mi piace pensare che forse, in circostanze estreme… Ma poi mi ritrovo sempre, elveticamente ligia. Pago persino il canone RAI, per dire… Evidentemente i miei genitori e i miei educatori sono stati più efficaci nell’insegnarmi il rispetto della norma che nell’incoraggiarne i alcun modo la trasgressione. Ma anche il carattere conta, immagino.

Ma proprio mentre mi crogiolavo in questo semicupo pensiero, stamattina mi si è presentata la straordinaria opportunità di rendermi complice di un gesto di disobbedienza che condivido profondamente. Un gesto dovuto, che denuncia tutta l’ipocrisia delle leggi e delle politiche sull’immigrazione contro cui mi sentite tuonare spesso e volentieri su questo blog. La realtà è la strage di persone innocenti a cui assistiamo inebetiti e persino commossi. La realtà è la cappa di impermeabile indifferenza che gettiamo sui sopravvissuti, che evidentemente non ci commuovono altrettanto. Io stessa, alla Stazione Centrale di Milano, non ho faticato a individuare i siriani in transito, fuggiti dalla guerra e in attesa di altre rocambolesche e disperate fughe qui, a casa nostra.

Per questo, la compassione non è il sentimento giusto. Perché noi siamo soggetti politici, e il non farci carico delle questioni europee perché riguardano “gli altri” per i quali ci commuoviamo è ipocrita, e immorale come le azioni per le quali ci indigniamo.

Per questo, un gruppo di folli ha deciso di cambiare registro. Non più la lacrima come veicolo politico, deresponsabilizzante, ma la festa come strumento di battaglia. Disobbedire con sorrisi, abiti di gala, e situazioni rocambolesche. Perché nulla è più potente per esorcizzare la morte e la sofferenza, di un legame festoso.
Non stare da questa parte, e compatire, ma stare dalla parte giusta. Con la sposa.
Io sto con la sposa nasce così. 

(Valeria Verdolini, Io sto con la sposa)

Un’avventura iniziata il 14 novembre 2013 a Milano da 23 ragazzi e ragazze, convinti che in questo caso disobbedire si può e si deve. Loro, trafficanti improvvisati per coscienza e per arte, hanno rischiato e rischiano molto. Io non rischio affatto, ma mi piace pensare di essere parte di essere parte di quella “comunità di persone, in Europa e nel Mediterraneo, che come noi sognano che un giorno questo mare smetta di ingoiare le vite dei suoi viaggiatori e torni ad essere un mare di pace, un mare dove tutti siano liberi di viaggiare, e dove nessuno divida più gli uomini e le donne in legali e illegali”. Immaginate di offrire un caffè o una pizza a questi ragazzi, di ospitarli per una notte. Rendetevi complici, nel vostro piccolo. Magari così questa storia arriverà al Festival di Venezia e, da lì, anche ai posti dove questa vergogna può essere cambiata. Potete fare un’offerta, anche piccolissima, qui.

Comprendo quindi esisto


Di ritorno da una trasferta milanese, rimuginavo su un brutto episodio che mi ha raccontato una amica. C’era una volta una scuola elementare di un piccolo centro del nord Italia. Nella classe prima, oltre a quella bricconcella meravigliosa della figlia della mia amica, c’era un bambino a cui, nel giro di poco, furono assegnate diverse etichette. Poi dagli aggettivi si passò ai sostantivi. Se prima era un bambino problematico, presto diventò lui stesso un problema, il problema. Non rispondeva agli standard della scuola. Non riuscivano a gestirlo. I genitori mettevano quotidianamente in guardia i figli da lui, dal compagno-problema. Si cominciò a chiamare i genitori ogni volta che gli insegnanti erano in difficoltà nel relazionarsi con il bambino in questione. E ben presto, senza che nessuno si fosse preso la briga di cacciare nessuno, il bambino cambiò scuola. Problema risolto. (Vi dirò anche che, nella nuova scuola, il bambino ha smesso di essere un caso, è tornato un bambino, è stato supportato adeguatamente per un tempo imbarazzantemente breve ed ora fila via tranquillo insieme a una classe che evidentemente ha saputo accoglierlo).

Perché vi racconto questo aneddoto? Perché stamattina, neache a farlo apposta, sono stata a un bel convegno in Campidoglio dedicato all’integrazione scolastica. In questo caso si parlava di alunni stranieri e il bambino dell’esempio non lo era. Ma quello che ho visto stamattina era una risposta lo stesso. Perché alla fine quando si perdono uno, due, tre, cinquanta o cento bambini perché la scuola si è arresa, è comunque un universo quello che stiamo togliendo a noi e ai nostri figli che frequentano quelle classi. Una somma di infiniti. Uno spreco gravissimo, che non ci possiamo permettere.

Quando sono entrata nella sala della Protomoteca suonava un’orchestra, quella dell’Istituto Comprensivo via Mascagni. I ragazzi hanno eseguito, nell’ordine, un brano cinese, uno sudamericano e uno mediorientale (peraltro a me molto caro, Dror Iqra). La professoressa ha poi spiegato con parole molto semplici che studiare musica di tradizione extraeuropea è un’attività utilissima ad educarsi a un ascolto attento. Ritmi, suoni, intervalli non usuali per le nostre orecchie costituiscono una sfida interessante e divertente per i ragazzi e per i loro insegnanti.

Le scuole presenti erano molte e altrettante le esperienze, straordinarie nella loro semplicità. Una dimostrazione palese di quanto possono fare gli insegnanti quando si pongono, sinceramente, in una dimensione educativa. Non è necessario essere specialisti di immigrazione (o di problematiche di apprendimento, o di psicologia, o di disabilità, ecc.). La formazione serve certamente, ma prima ancora serve la convinzione che la cosa più importante da perseguire non sia l’integrazione (sempre vagamente venata di condiscendenza). L’obiettivo, sperabilmente comune, di insegnanti e genitori deve essere la qualità condivisa della scuola e del territorio. Una qualità fatta di cose concrete, costruite da tutti ciascuno per la sua parte. Una qualità fatta di comportamenti coerenti con quello che diciamo di voler insegnare alle nuove generazioni.

Siamo sicuri (e lo dico da genitore di alunna di scuola elementare) che l’origine straniera di alcuni studenti sia la maggiore criticità per le comunità di apprendimento che idealmente dovrebbero essere le classi dei nostri figli? La mia esperienza spicciola dice che quello che spacca queste comunità sono, più di frequente, i malintesi, gli screzi grandi e piccoli, le rivalità, i pettegolezzi, le divergenze di vedute, il non ascolto. Più ancora, forse, il cinismo e lo scetticismo, il sospetto strisciante che non si possa cambiare nulla, ormai. “Ormai“, scrive Bregantini in un libro che ho amato molto, “è la parolaccia più grande. E’ una parola talmente radicata che anche quando la cancelli rimane sotto il segno… Ma io ci scrivo sopra – con decisione – ancora”.

Con tutte le debolezze, le fatiche e le ferite, la scuola italiana resta una bussola. E’ un conforto. Racconta in modo chiaro e obiettivo come cambia e come è già cambiata la nostra società. Ora vanno di moda gli istituti comprensivi. Questo termine non mi è mai stato simpatico, forse perché non mi è ancora familiare. Ma è un nome ben augurante. C’è da sperare che tutti gli istituti siano comprensivi, che comprendano, con intelligenza, quali strategie sono più adatte e quali siano gli obiettivi davvero irrinunciabili. E che sappiano anche comprendere, gli istituti, che gli sforzi fatti in buona fede da tanti singoli vanno supportati. Rimanere soli è un rischio troppo grande. Dice bene il Papa, quando dice che non può vivere solo “per motivi psichiatrici”. La solitudine nelle grandi imprese non è salutare, tanto meno nel lavoro di insegnante e, permettetemi, di genitore.

Parliamo d’Europa?


Si avvicinano, inesorabilmente, le elezioni europee. Ora di combattere contro il consueto senso di fastidio e di esasperazione che mi assale ogni qualvolta si arriva a un appuntamento politico. Giornali e siti già sbandierano sondaggi: gli italiani sono stanchi dell’Europa, gli italiani sotto sotto ci credono ancora, gli italiani si sentono europei, gli italiani prediligono le loro identità locali o localissime. La sensazione è piuttosto che, in questa lunga stagione di crisi, gli italiani e gli europei in genere non riescano più a alzare lo sguardo. Una politica esangue, che alterna liste sterili di “cose da fare” a messaggi allarmistici, non aiuta. Per non parlare di spettacoli pietosi tipo Meloni e La Russa che inscenano il finto sbarco chiedendo gli stessi privilegi degli immigrati (no, non ve lo linko: se ci tenete ve lo cercate).

Probabilmente la domanda sensata da porsi non è se vogliamo l’Europa, ma quale Europa vogliamo. Facciamo un piccolo reminder dei fondamentali?

Il progetto della casa comune europea è nato dall’esperienza diretta della guerra. Gli obiettivi, almeno sulla carta, sono chiari: la promozione della pace, dei suoi valori e del benessere dei suoi popoli. Quali sono i valori della pace? Alcuni sono esplicitati nei documenti fondamentali dell’Unione: tra gli altri, lo sviluppo sostenibile, la lotta contro l’esclusione sociale, la promozione della giustizia e della protezione sociale.

Nel 2000 l’Europa si è dotata di una Carta dei Diritti Fondamentali, condivisa da tutti gli Stati Membri. Oltre agli obiettivi, dunque, si è chiarito inequivocabilmente anche il modo in cui procedere per raggiungerli: porre la persona al centro di qualunque azione politica. Tali diritti non sono riservati ai cittadini dell’Unione: devono essere garantiti, com’è ovvio, a “tutti gli individui”.
“Il godimento di questi diritti”, conclude il preambolo della Carta dei Diritti Fondamentali, “fa sorgere responsabilità e doveri nei confronti degli altri come pure della comunità umana e delle generazioni future”.

Non tanto lontano dai confini dell’Europa, il conflitto in Siria uccide e mette in fuga centinaia di migliaia di civili innocenti, con la stessa irrimediabile irrazionalità che gli europei hanno sperimentato sulla loro pelle durante la Seconda Guerra Mondiale. In Africa e in Medio Oriente conflitti vecchi e nuovi creano ogni giorno migliaia di rifugiati. Come esercita l’Unione Europea la propria responsabilità nei confronti di queste persone?

Giusto oggi sono stati pubblicati un paio di rapporti, uno di Amnesty e uno di Human Rights Watch, su ciò che accade ai rifugiati siriani alle frontiere dell’Europa. Respingimenti e abusi commessi regolarmente, in buona parte finanziati da fondi europei e persino rivendicati come legittimi e necessari. La “casa comune” di un tempo sembra essere diventata un club esclusivo, una fortezza inespugnabile da difendere a tutti i costi.

Io sono però profondamente convinta che, se vuole tenere fede ai suoi valori fondanti, l’Europa oggi più che mai è chiamata ad aprire le porte a chi cerca asilo e a impegnarsi seriamente per agire con dignità e giustizia nell’accoglienza e nelle politiche sociali in generale.

Ho iniziato solo oggi a guardarmi intorno e a leggiugghiare qualche materiale elettorale. Il sito ufficiale del PD mi spiega che “il vero limite delle elezioni europee è che sembrano lontane dai problemi dei cittadini. Con questa campagna, è possibile ‘avvicinare l’Europa’ a casa delle persone”. Ottimo. E cosa ci propone di circolo PD di Bruxelles in materia di immigrazione e asilo, nel documento Europa 2014, questa volta è diverso?

“Immigrazione e asilo: con una vera gestione comune delle frontiere esterne dell’Unione, ad esempio, attraverso la trasformazione di Frontex in un vero corpo europeo di guardie di frontiera, l’Italia sarebbe meno sola nell’affrontare le emergenze migratorie”.

E questo è tutto, almeno lì. Pochino davvero. Pochino e assai discutibile.

Zelante, cerco nel programma del PSE, in cerca di uno sguardo più ampio.

“Gli Stati membri devono mostrare una reale solidarietà in  materia di politiche di migrazione e di asilo, per evitare che si
verifichino altre tragedie umane, e mettendo a disposizione risorse sufficienti. Per salvare vite, l’Europa e i suoi Stati membri sono chiamati ad agire in maniera solidale, dotandosi dei meccanismi adeguati per condividere le responsabilità. Vogliamo politiche di integrazione e di partecipazione efficaci e meccanismi di assistenza ai paesi da cui partono i migranti. La lotta alla tratta di esseri umani deve essere intensificata”.

Meno peggio, diciamo. Ma comunque vago e insoddisfacente. Un mix tra afflato umanitario da lacrime post Lampedusa e il vecchio e rassicurante adagio “aiutiamoli a casa loro”. La chiusa sullo spauracchio della “tratta di esseri umani”, poi, salva capre e cavoli. La si può intendere come Papa Francesco, ma ci si può far rientrare anche il proseguimento delle consuete politiche di contrasto dell’immigrazione clandestina, di cui sopra abbiamo avuto alcuni esempi. Più in là, al paragrafo “diritto alla sicurezza”,  il testo menziona anche la lotta al “crimine organizzato e trasfrontaliero”. Chissà cosa si intende, esattamente.

A conclusione parziale, potrei dire di essere certamente euroconvinta, ma anche assai europerplessa.

Storytelling


Mai come nelle ultime settimane ho avuto la percezione di avere accesso a una quantità di storie importanti, che andrebbero raccontate. La forma in cui mi arrivano, di solito, non è esattamente quella canonica del racconto, dell’articolo di giornale o del documentario. Sono storie che parlano attraverso degli intermediari: solitamente colleghi, qualche volta amici, in molti casi colleghi che sono anche amici.

Queste storie quindi hanno ai miei occhi un valore doppio. Sono importanti di per sé, perché raccontano di sofferenze e di vergogne di cui tutti, in quanto uomini, dovremmo interessarci. Ma sono importanti anche perché rivelano che qui e là, in giro per l’Europa e anche in questo nostro Paese a brandelli, ci sono persone che si indignano, che si sentono chiamate in causa e interpellate dall’ingiustizia e che fanno tutto quello che possono per fare resistenza agli orrori commessi in nome della sicurezza. Oggi leggevo di come i passeggeri di un comune aereo di linea abbiano impedito (momentaneamente, è chiaro) che un rifugiato curdo venisse rimandato in Iran. Il governo svedese probabilmente riuscirà a rimandarcelo, alla fine. Ma se le nostre sono democrazie come ci vantiamo che siano, prima o poi i cittadini riusciranno ad opporsi a questa deriva disumana.

Persino Alfano, di cui tendenzialmente non sono un’ammiratrice, poco fa alla Camera ha detto: “Noi non faremo morire le persone in mare per 500mila voti in più della Lega. Ci faremo carico della sicurezza dei cittadini e dell’accoglienza. Se voi volete la sicurezza e i morti sappiate che noi vogliamo la sicurezza e i vivi”. Credo e spero che questo sia un buon segno.

Un giorno ci faranno il film, e piangeremo. Un bellissimo post scritto mesi fa dalla mia amica Anna mi torna continuamente in mente in questi giorni. Mi immagino i cento bambini in fuga sulla piazza della stazione di Catania di cui mi parla Elvira. Vedo lo sguardo terrorizzato del giovane eritreo (“ma secondo noi non ce li aveva, 18 anni”, dicono Annamaria e Azim) che da Vicenza è scappato, in ciabatte e felpa, senza soldi, senza cellulare, probabilmente perché a lui il mio Paese fa paura quanto e più della Libia. Riferendosi a lui e a altri due ragazzi, anch’essi scappati poche ore dopo dalla città, il sindaco di Vicenza ha scritto una lettera ufficiale dicendo: “E’ oggi fondamentale far capire che l’Italia non è il Paese del Bengodi, dove chi arriva viene ospitato gratuitamente senza lavorare, con vitto, alloggio e quant’altro assicurati”. Oserei dire che il messaggio è arrivato, e anzi probabilmente era già arrivato da un pezzo attraverso l’esperienza di tanti altri rifugiati in questi anni, senza bisogno che il sindaco di prendesse il disturbo di metterlo nero su bianco.

 

Loro in albergo e i poveri italiani bisognosi per strada


“Loro” sono i rifugiati, le persone sbarcate sulle coste, oppure soccorse in mare a largo di Lampedusa. Quelli per cui, dopo il naufragio del 3 ottobre, i nostri figli hanno fatto un minuto di silenzio a scuola. Mi scuso in anticipo se questo post avrà un tono un po’ polemico. Cercherò per quanto mi è possibile di darvi informazioni oggettive. Ma certi articoli di giornale, condivisi qua e là, grondano malafede al punto da farmi vedere rosso. Non posso quindi esimermi dal mettere qualche puntino sulle i.

Cerchiamo di essere chiari e sintetici. Se poi avete domande e richieste di spiegazioni ulteriori, sarò felice di rispondervi, in pubblico o in privato. Vi prego solo di porle con garbo e rispetto. Quello che sta accadendo in Italia mi tocca profondamente e parlo di questi argomenti non per mero esercizio dialettico, ma avendo sotto gli occhi tragedie indicibili di cui sono diretta testimone. Lo siamo tutti, in realtà, anche se in questo momento non ne siamo consapevoli.

1. Chi arriva in Italia in fuga da una guerra (come quella in Siria) o da persecuzioni ha diritto di chiedere protezione. Lo dice la convenzione di Ginevra, svariate normative europee, la legge italiana. Su questo non ci piove. “Ma non possiamo accoglierli tutti” è un’obiezione, nel caso dei rifugiati, semplicemente non pertinente. Tra l’altro da noi ne arriva davvero un numero modesto, in termini assoluti e in termini relativi. I dati parlano da soli: 27.830 domande d’asilo presentate in Italia nel 2013. In Francia ce ne sono state 64.760, in Germania 126.705.

2. Chi chiede asilo, durante il periodo in cui lo Stato esamina la sua domanda e dunque decide se la persona ha diritto di restare o no, deve essere ospitato in una struttura di accoglienza. Anche in questo caso, si tratta di un obbligo non derogabile. L’Italia spesso e volentieri ha derogato, in realtà, ma adesso siamo stati più volte bacchettati dalle varie istituzioni europee e quindi si sta più attenti. Sull’attuale stato dei vari sistemi di accoglienza per richiedenti asilo in Italia è meglio stendere un velo pietoso. Ma comunque, nonostante il fondamentale apporto numerico del famigerato CARA di Mineo (4.000 posti in mezzo al nulla), si continua a non avere posti sufficienti.

[E come mai, vi chiederete voi? Forse il numero dei richiedenti asilo da un anno all’altro è imprevedibile? Forse è una novità per lo Stato l’obbligo di accogliere almeno chi chiede asilo (un rifugiato riconosciuto può essere tranquillamente lasciato per strada)? La risposta è no. Il numero di domande d’asilo, salvo fisiologiche oscillazioni da un anno all’altro, è costante e prevedibile. L’obbligo non è una novità. Ma in Italia la programmazione evidentemente ci pare cosa per deboli. Forse perché qualcuno ha una predilezione per le emergenze?]

3. Arrivano persone, non ci sono posti, che si fa? Scatta la procedura d’emergenza. Il ministero degli Interni, attraverso le Prefetture, si mette alla ricerca di strutture qualsivoglia in giro per l’Italia. In questo caso il lungimirante progetto è: attivare convenzioni dirette con chiunque abbia posti da mettere a disposizione per tre mesi a 30 euro al giorno per persona accolta. E’ bene precisare, prima che qualcuno tiri fuori la calcolatrice per fare il conto della paghetta ingiustamente attribuita al profugo scroccone, che i soldi vanno all’italianissimo gestore, non ai richiedenti asilo. Chi ha partecipato, chi partecipa? Enti, associazioni, cooperative esperte di accoglienza, nel migliore dei casi. O, nel peggiore, chiunque abbia una struttura inutilizzata o sottoutilizzata e voglia prendersi un po’ di soldi. E’ una storia già vista in altre occasioni: alberghi vuoti o in ristrutturazione, conventi diroccati, palazzine inagibili in mezzo alla campagna, baite alpine… Cominciate a capire il punto?

4. Ma almeno si risparmia? Ma certo che no. Anzi, si spreca. C’era un’alternativa? Certo che sì. E’ stato appena rifinanziato il Sistema nazionale di accoglienza ordinario, che è composto di progetti presentati dai Comuni in partenariato con enti esperti sul territorio, vincolato a precisi parametri di efficienza e qualità. Sono stati finanziati 16.000 posti, ma comunque non si era esaurita la graduatoria. Si sarebbero potuti usare gli stessi soldi per finanziare il resto dei progetti, evitando dispersioni sul territorio e improvvisazioni, assicurando a chi è appena arrivato in fuga da una guerra un’assistenza qualificata e stabile. E allora perché si è scelto di fare diversamente? Misteri italiani.

Io un’ipotesi ce l’ho. Sarò malevola, ma mi pare che così chi vuole fare dell’accoglienza di queste persone un business, libero da controlli e standard qualitativi, ha modo di farlo. L’emergenza consente di derogare a tutto. Anche questa è una storia già sentita. E intanto ci tocca anche sentire le lamentele dei poveri cittadini inorriditi del fatto che per “questi qui” si aprano addirittura gli alberghi. “Non sono razzista, ma…”. E dietro quel “ma”, valanghe di spazzatura. Che poi magari ci attaccano pure l’ebola.

Che vergogna.

 

Una festa esclusiva


Una delle amiche di mia figlia è peruviana. Le bambine sono in classe insieme fin dalla materna e la mamma di C., giovane e piuttosto riservata, si è ormai arresa alla nostra costante presenza, anche per merito della presenza affettuosa di tata Silvana. E’ stata comunque una piacevole sorpresa essere invitate a festeggiare il compleanno di C. a casa loro. “Non è una festa”, si è affrettata a precisare la mamma. “Ci vediamo con zii e cuginetti. Ma se ci siete anche voi ci fa piacere. In un certo senso ormai siete parte della famiglia”.

Non sapevo bene cosa aspettarmi ed ero anche preparata, eventualmente, a lasciare Meryem e ripassare a prenderla più tardi, per non essere inopportuna. E invece la frase della mamma non era una frase fatta. Ci hanno accolto con affetto e naturalezza, come membri della famiglia.

Al mio arrivo mi hanno chiesto se parlassi spagnolo. Io ho confessato che, sebbene capisca un minimo, in effetti non lo parlo. Da quel momento tutti, bambini inclusi, hanno parlato per tutto il pomeriggio – anche fra loro – esclusivamente in italiano. Anche la canzoncina di compleanno è stata cantata prima in italiano e, a seguire, in spagnolo. Mi sono immaginata questa scena in una riunione di famiglia italiana e ho provato un certo imbarazzo.

Meryem è subito sparita a scatenarsi con i cuginetti dell’amichetta, di età assortite. Io non ho più avuto alcun impulso di fuga, perché ho potuto godere di un’ottima conversazione, varia e di livello, che ha toccato tra l’altro critica cinematografica (con particolare riferimento a La grande bellezza), politica italiana e soprattutto internazionale (visto che si è presto convenuto che su la prima c’è piuttosto poco da dire), con particolare riferimento alla Turchia quando è emerso che il padre di Meryem viene da lì, genitorialità. Una delle zie, anch’essa considerevolmente più giovane di me, raccontava di quanto sia affascinante il fatto che genitori non si nasce, ma si cresce (ho avuto il sospetto persino che conoscesse un certo sito leader del settore).

Mi hanno raccontato aneddoti di famiglia e hanno riso educatamente ai miei, si è inevitabilmente venuti a parlare anche di immigrazione e della drammatica assenza di mobilità sociale nel nostro Paese. Alcuni di loro sono venuti qui coltivando il sogno di poter mettere a frutto le proprie potenzialità, ma dopo molti anni si sono resi conto che le opportunità sono  poche e poco realistiche. Eppure restano ottimisti e fiduciosi rispetto a una possibilità di cambiamento, anche politico: “questo è il Paese dove stanno crescendo i miei nipoti, non posso arrendermi così facilmente”, mi ha gentilmente redarguito uno degli zii mentre esprimevo tutto il mio sconforto di elettrice e cittadina. Un pomeriggio che mi ha fatto pensare.

A proposito di Oscar


Impazza il dibattito su La Grande Bellezza. Io ne ho visto poco più di metà, e per giunta su piccolo schermo, con tanto di interruzioni pubblicitarie. Dopo una notte di sonno ho realizzato che mi ricordava da morire This must be the place. E grazie tante, direte voi. Il regista è lo stesso. Sì, ma io questo l’ho scoperto solo molto più tardi. La formula mi pare identica. Apprezzo il buono, anzi l’eccellente recitazione soprattutto del protagonista, la fotografia da ipnosi, soprattutto su schermo grande, le buone intuizioni nei dialoghi e alcune battute memorabili, ma resto con un senso di fastidiosa insoddisfazione. Sono stata cresciuta con l’idea che un film debba essere un organismo perfetto, qualcosa che armonicamente funziona in tutte le sue componenti. Il pensiero corre immediatamente a Visconti (Morte a Venezia, Senso, Il Gattopardo), ma per onestà mi dico che la magia è in buona parte nell’occhio e nelle aspettative di chi guarda. Quello che davvero mi ha disturbato in questo ultimo film di Sorrentino erano le scene da spot dell’ufficio del turismo, la scelta sistematica di location romane belle, per carità, ma davvero gratuite ai fini della narrazione. Le grandi città sono bei soggetti di film, ma mi piace di più quando si indovinano (tipo Istanbul ne Il bagno turco di Ozpetek: tutti interni tranne una fugace occhiata della macchina da presa; ma anche Roma in La finestra di fronte o Le fate ignoranti).

Ma non volevo parlarvi di questo. Nemmeno, in effetti, volevo improvvisarmi critica cinematografica. Solo aggiungere una considerazione. Siccome casualmente ho visto il pluripremiato “12 anni schiavo” e mi sento molto fiera del mio tempismo, del tutto insolito per una reclusa come me, ci tenevo molto a darvi il mio parere non richiesto (anche perché ai pochi che me lo hanno richiesto l’ho già dato). Lungi da me dire che è un brutto film. Brad Pitt che fa il buono troppo buono ha un sentore leggermente stucchevole, ma ci sta con il sapore ottocentesco del tutto. Certo, è un classicone che più classico non si può. Didascalico, in un certo senso. Anche piuttosto lunghetto, in modo che uno capisca bene.

Quello però che mi veniva da pensare è che a me un film come questo fa sempre un effetto un po’ strano. Perché contribuisce a trasmettere l’idea che la schiavitù sia un fenomeno di un certo periodo storico, non così tanto lontano dal nostro come saremmo portati a credere. Non stiamo parlando di antica Roma, cari spettatori, ma di relativamente poche generazioni orsono.

Però a questo punto a me scatta spontanea una aggiunta: anche oggi, in questo momento, esistono gli schiavi. Non solo in senso metaforico, purtroppo. Anche in senso letterale, specifico. Persone che, come nel film, vengono rapite e vendute. Passano di mano in mano. Sono oggetti di proprietà di qualcuno. Io ne ho conosciuto uno e i miei colleghi molti di più. Per non parlare poi, come ricordava il direttore di Amnesty alla proiezione a cui ho partecipato, di tutte quelle persone che sono talmente prive di diritti e di possibilità anche teorica di accedervi, da poter essere tranquillamente assimilate alla stessa categoria. Queste ultime è più facile vederle e incontrarle, nelle campagne italiane, agli smorzi, per le strade della nostra città. Tante persone che nella vita non incontreranno mai Brad Pitt.