Cosa muove il cuore


Da quando ho scritto lo scorso post mi gira in testa un pensiero, che non riuscivo a tradurre in parole. Poi ieri sono andata alla presentazione di un libro molto speciale, di cui forse vi parlerò più diffusamente e forse no (per ora lo vedete nell’immagine qui a fianco) e padre Giovanni Ladiana ha tradoto quel pensiero confuso in una frase precisa e tagliente.

“Se mi chiedo cosa devo fare, finisco per cercare la risposta nelle urgenze. Piuttosto mi devo chiedere cosa muove il mio cuore nelle cose che vedo, che penso, che scelgo e anche che faccio. Cosa mi consente di non cedere alla tentazione di far dettare la mia vita dalla paura, dalla rabbia, dalla ndrangheta. In mano a chi ho messo la mia coscienza. Cosa, pur nella tenebra fitta, continua a far luce dentro di me”.

Mi sono ricordata di cosa ha scritto una mia collega del JRS in Siria:

Spesso mi chiedono se non trovo deprimente lavorare per il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS) in questo contesto. Per certi aspetti, se io lo permetto, lo può essere. Il contesto in cui lavoriamo è tutto meno che spensierato. E’ facile sentirsi sopraffatti da un senso di fallimento, dolore e lutto per ciò che abbiamo perso, come comunità mondiale, per come abbiamo deluso il popolo siriano.

Di solito quando mi sento così, succede qualcosa – una conversazione, una mail, un incontro casuale – che mi ricorda che ho il privilegio di lavorare con persone che sfidano ogni giorno questa follia. Loro mi ispirano, anche dopo quattro anni della stessa violenza insensata. In tutta la regione, i miei colleghi stanno lavorando senza sosta per distribuire aiuti umanitari essenziali, istruzione, supporto emotivo, assistenza e soprattutto speranza a chi soffre ed è minacciato quotidianamente dalla banalità della morte.

Lo fanno senza lamentarsi, senza chiedere molto. Lo fanno perché credono che sia loro dovere di cittadini nei confronti di altri cittadini come loro. Anche se siamo tutti diversi per fede religiosa e nazionalità, condividiamo una profonda fede nella nostra comune umanità.

Padre Giovanni ieri parlava di Reggio Calabria come di un contesto in cui ogni possibilità al momento è chiusa, completamente. Padre Nawras, un altro gesuita straordinario di cui vi ho parlato qualche volta, oggi della Siria parla così:

In tutta onestà, è come se fossimo stati più vicini a una soluzione nel 2012/2013 di quanto non lo si sia adesso nel 2015. Sia l’inizio, sia la fine di questa follia sono due punti così distanti che ora come ora non vediamo altro davanti a noi se non oscurità senza fine.
Che speranza abbiamo?
Per i nostri figli – nessun futuro da offrire.
Per i nostri anziani – lapidi senza nome, case vuote, il dolore di seppellire i figli.
Per noi – solo esistenze distrutte.

(La sua lettera completa, da leggere per intero, lo trovate qui).

Ho letto poche pagine del libro di padre Giovanni. Nelle prime pagine lo si descrive su uno scoglio a picco sul mare, vicino Catania, intento a pensare, a ricomporsi, a permettersi di avere dubbi e anche paura. A ricordare a se stesso che se si hanno i piedi ben piantati a terra, come spesso le persone assennate esortano a fare, non si potrebbe muovere un passo. Si resterebbe inchiodati sempre nello stesso punto. Bisogna avere le mani a terra e i piedi in cielo.

Ieri Giovanni ha ricordato di quando, dopo il martirio dei gesuiti in Salvador, chiese a Pedro Arrupe di essere mandato là. Lui, come altri gesuiti entusiasti, che si sono riconosciuti sempre nei documenti coraggiosi di quella congregazione generale 32 che parlava di giustizia come parte irrinunciabile della missione di un gesuita e di un cristiano. Padre Arrupe rispose a quei giovani che si rallegrava che, mentre tanti chiedevano di lasciare la Compagnia, ci fossero altri che invece trovavano rinsaldata in quel martirio la loro vocazione e poi ricordava che si può dare la vita in un momento, ma anche dare la vita in ogni momento, tutta la vita.

Non tutti siamo chiamati ad essere eroi. Certamente tutti troviamo noi stessi, la nostra dignità e anche – ne sono convinta – la nostra felicità nell’essere uomini e donne che non abbassano la testa. Non si tratta necessariamente di chissà quale disobbedienza e obiezione di coscienza. Il più delle volte ci è chiesto solo di non tenere gli occhi bassi e fissi sulla nostra quotidianità, più o meno grigia, e di ricordarsi di guardare anche l’orizzonte.

Cosa muove il nostro cuore?

Parliamo di passione


Questi giorni mi hanno portato, ancora una volta, alla mia vita passata di ricercatrice, che però ormai vedo con lo sguardo del presente. Ne vedo la limitatezza, ma anche le potenzialità. Vedo quello che non sono, che non siamo riusciti a fare. Ma anche quanto di buono abbiamo fatto, o almeno quanto abbiamo intuito.
Questo post doveva essere una esposizione sobria delle mie critiche e della forma più evoluta delle mie recriminazioni, elaborate durante la mia ultima visita al CNR.
Ma poi ho cambiato idea. Penso che valga la pena capire cosa è davvero rilevante e cosa mi addolora vedere in ombra (perché no, non manca affatto, anche se non sono lì a parteciparne): la passione.
Passione non è il godimento solitario di rifugiarsi nella confort zone delle proprie elucubrazioni incompresibili ai più. Anche questo ho provato, nella mia vita accademica. È rassicurante, ma pericoloso e, a lungo andare, fatalmente sterile. Ho visto molte menti spettacolari, primo fra tutti il mio maestro, chiudersi ermeticamente in un mondo di studio isolato che degli anni gloriosi del passato non è che la caricatura.
Cosa ha reso incisivi e esaltanti gli anni della mia formazione? Probabilmente l’idea che ci fosse qualcosa di importante da fare, molte cose nuove da capire, ma anche metodi da cambiare, teorie da confutare, inganni da smascherare. E persone che, come me, erano pronte a lanciarsi nell’impresa. “Ci mangiavamo il mondo”, mi è venuto da dire pensando a quegli anni.
Vi parrà paradossale. Del mondo, si può ben dire, non sapevamo nulla o quasi. Col mondo mi confronto adesso, eppure non riesco a pensare che quello zelo fosse inutile. Perché la capacità di affinare il punto di vista, di mettere in discussione anche i vocabolari, di allenarsi a non prendere per buono a priori quasi nulla resta una competenza rara e essenziale che abbiamo praticato in una palestra d’eccezione.
Non so però se davvero siano stati i nostri maestri,  o piuttosto la memoria mitica della loro gioventù allora meno lontana, a portarci a pensare che si potevano cambiare le cose. Un’interpretazione, un libro di storia, l’università.
C’è chi ha vissuto gli anni della Pantera nella biblioteca di orientalistica. La biblioteca anche per me è stata per anni il simbolo dell’impegno a servizio del bene comune. Poi, anni dopo, i convegni autogestiti.
Non tutto ha funzionato, evidentemente. Ma siamo stati gentili e abbiamo avuto coraggio (sì, come la Cenerentola di Kenneth Brannagh).
Oggi ho saputo che uno dei nostri “maestri” ci ha lasciato. Venerdì ne ho visti altri, verso la pensione, non senza qualche sbandata celebrativa dei bei tempi andati.
Ma io penso ai tempi che devono venire e mi piacerebbe dire ai miei amici che quel mestiere lo fanno davvero (almeno una so che mi legge) che non bisogna arrendersi alla stanchezza e allo scoraggiamento. Forse il mio lavoro attuale non è poi tanto diverso dal loro. Bisogna essere costantemente animati dalla fede nelle imprese impossibili e da un pizzico di incoscienza. Soprattutto non smarrire il senso ultimo, anche delle attività meno straordinarie.
Perché il senso ultimo c’è, ed è esattamente quello che ci fa battere il cuore, ci fa discutere animatamente, ci fa piangere la sera da soli e qualche volta anche in pubblico.
È bastato un pomeriggio per ritrovarmi a pensare più del dovuto a Sid Addir e a Sardus Pater, con tutta l’impazienza e la prepotenza della me studiosa, di cui forse non mi libererò mai. Ma il momento più commovente è stato quel ricordo della Siria nelle parole di un’antichista. È vero, anche i periodi remoti in cui ci tuffiamo hanno avuto le loro stragi, i loro massacri per cui non possiamo provare pietà o empatia. Ma la tragedia di oggi ci ricorda chi siamo e qual è il senso ultimo di tutte le nostre missioni: promuovere insieme a altri la nostra umanità comune, in tutta la sua insondabile ricchezza di conoscenza, condivisione, comprensione e mistero.

Uno sguardo sulla blogsfera


Niente Mammacheblog per me, quest’anno. Ci avevo dovuto rinunciare anche l’anno scorso, ho recuperato idealmente con quello creativo in autunno. Ma a maggio, niente da fare. Ma, a essere onesti fino in fondo, quello che mi dispiace di perdere è più l’occasione di abbracciare dal vivo più amiche nello stesso momento che tutto il resto, pur sempre egregiamente organizzato.

Se guardo indietro alla mia storia di blogger (11 anni, mica pochi), non posso che provare stupore e gratitudine. Essere diventata mamma è stata un’occasione enorme di catapultarmi nelle reti della rete, sguazzandoci di gusto. Ho conosciuto moltissime persone, ho esercitato la mente sulle più svariate questioni. Mi sono confrontata sulla genitorialità, ho annusato con curiosità il mondo del marketing. Ho imparato un po’ di linguaggi, ho fatto cose improbabili, partecipato a eventi. Mi sono divertita e in qualche modo mi diverto ancora, quando incappo in qualcosa che stimola la mia curiosità. Ho provato a fare qalche timido esperimento di contaminazione tra il mio lavoro e la mia vita sul web. Tutto sommato non ho avuto i risultati che speravo, ma sono nate anche tante occasioni inaspettate. Il prodotto più mio di questi anni da blogger e frequentatrice appassionata di social network è sicuramente il friendsurfing, in due straordinarie edizioni (agosto 2013 e agosto 2014).

Continuo ad essere curiosa di tutto, ma forse oggi ho più chiaro cosa non mi interessa tanto e cosa mi ha proprio stancato e, per riflesso, cosa mi interesserebbe coltivare di più.

– Trovo un po’ noiosi, forse anche per raggiunti limiti d’età di mia figlia, tutti questi continui consigli su prodotti per mamme. Non ne faccio una questione morale sui post sponsorizzati, sia chiaro. Suonerei proprio come la volpe e l’uva, dal momento che qualcuno, di livello minimo, l’ho scritto anche io e all’occorrenza lo rifarei. E’ solo che non ci credo molto a questo assunto che se un blogger che leggo parla di un prodotto è un po’ come se me lo consigliasse un amico/ un’amica. Se un blogger che leggo parla di un prodotto prima vedo se è riuscito/a con arguzia, fantasia ed eleganza a scrivere comunque qualcosa di leggibile e poi, a seconda dei casi, mi rallegro perché è uscito/a vivo/a pure da questa prova oppure sospiro con indulgenza pensando “si deve pur campare”. Se voglio un consiglio da un amico/un’amica lo chiedo a un amico/un’amica, anche nel senso molto ampio del termine (amico sui social, ad esempio). Sondo le esperienze dei miei contatti, le valuto a seconda di quanto tendo a considerare affidabile quella specifica persona su quello specifico argomento. La comodità di Facebook è che non devo mettermi a fare cinquanta telefonate per questo. Se mi serve un parere (ma anche una cosa in prestito, una traduzione al volo, ecc), chiedo. E a questo livello temo che le aziende abbiano poco da inserirsi, almeno mi pare. Ma magari sbaglio.

– Mi sono un po’ stufata anche di quei post creati solo per suscitare un dibattito, tipo “prendiamo un tema di cui si parla, esprimiamo un’opinione di rottura e raccogliamo contatti”. Una volta ci sta, ma sistematicamente è noioso. Certo, si potrebbe creare un blog dedicato a “questioni da dibattere”. Ma almeno che sia dichiarato!

– Molto più interessanti da scrivere e da leggere sono le recensioni di eventi per bambini, attività, eventualmente corsi, laboratori. Quelle le scrivo (solitamente gratis) e le leggo molto volentieri. Quando vedo publicizzato uno spettacolo mi interessa molto avere elementi per giudicare se vale il prezzo del biglietto. Anche recensioni di film e libri sono gradite, ma per quelle ci sono siti autorevoli. Se un blogger, me compresa, scrive di un libro o di un film mi aspetto qualcosa di più di una scheda di presentazione che potrei trovare altrove.

– E veniamo a Facebook: usato con consapevolezza resta un bello strumento, utile per mantenere e rinsaldare rapporti, anche a distanza, attraverso interazioni frequenti, che nulla vieta che siano anche significative. I gruppi, specialmente di quelli segreti, hanno tanti aspetti comodi e intriganti (io stessa faccio parte di alcuni di essi), ma anche qualche controindicazione. Come tutti i club e le affiliazioni non dichiarate, vederne poi gli effetti nel mondo esterno (collaborazioni lavorative, endorsement, eccetera) mi provoca sempre qualche dubbio di ammissibilità, per dir così. Che poi succede di continuo, ovviamente, anche fuori di Facebook: alzi la mano chi, almeno una volta, non ha conosciuto quel papà tanto simpatico a bordo pista di pattinaggio e, scoprendo che è architetto, gli ha chiesto un parere professionale. Niente di male. Però quando il rapporto è di gruppo e alla fine equivale ad avere una tessera invisibile e spendibile in molti contesti… Mah. Per non parlare dei gruppi che so esistere e a cui non sono stata invitata! Ah, lì scatta proprio il magone da esclusione da studentella delle medie.

– I social sostituiranno i blog? Dipende. I social non potranno sostituire quei blog che esistono per i loro contenuti. Che siano contenuti autorevoli di informazione o di approfondimento, contenuti di sapore letterario (quelli, per intenderci, che prima o poi confluiscono in un libro “vero”….) o semplicemente racconti e sfoghi di respiro più ampio di qualche frase, il blog restanecessario. L’interazione, i commenti, la condivisione si sposta sui social. E dunque sempre più raro è il caso del blogger che leggo senza sapere proprio chi è: dai social finisco per chiedergli l’amicizia e poi, sperabilmente, prima o poi ci si incontra.

– Leggere è bello. Bisognerebbe farlo di più, anche sul web: oggi l’impressione è che tutti scrivano e nessuno legga. di più. Che nessuno abbia tempo di leggere perché deve scrivere, anzi, pardon, produrre contenuti. Lo dico in primo luogo a me stessa. Non importa il supporto o il device che utilizziamo: abbiamo tutti bisogno di leggere molto di più e di prenderci tutto il tempo che serve per farlo. Quando si legge poco si vede. In qualche caso dal linguaggio sciatto. Nella maggior parte dei casi dalla povertà e dalla scarsa originalità di quei “contenuti” che alcuni pretendono di “vendere” solo in virtù del fatto che provengano da quel certo autore. Questa è una deviazione del personal branding (concetto che mi fa comunque ancora oggi un po’ problema). Anche chi acquista prodotti di marca, a meno che non sia un imbecille, lo fa perché cerca la qualità, una qualità distintiva. Per quanto sia forte il vostro personal branding, se scrivete cose che non val la pena di leggere probabilmente continueranno a leggervi in molti lo stesso, ma voi finite per sminuirvi e impoverire la vostra anima.

Oh, lo sapevo che questo post inutile sarebbe finito a predica. Dovrei concluderlo con una sviolinata su Spinder e il web “ai tempi miei”. Ma no, questo è troppo anche per me. Lasciamolo così, un appunto che lascia il tempo che trova.

In apnea


Avrei voglia di scrivere un bel post sul dialogo interreligioso e sul  film, Timbuktù, che ho visto venerdì scorso. Ma per questo mi serve tempo, calma, riflessione. Pazienza, la pazienza che in questo momento non ho.

Ogni mattina, e questa mattina più di tutte le altre mattine, mi alzo presto e per mezzora, diligentemente, faccio ginnastica tentando di svuotare la testa dai pensieri, notturni e diurni. Leggo i sottotitoli enfatici del dvd americano – che seguo per quanto mi riesce – e registro meccanicamente quei messaggi positivi, incoraggianti, motivanti e in qualche modo avulsi da me e dalla mia esperienza.

Non è la motivazione che mi manca, secondo me, almeno per la parte più rilevante della mia vita e delle mie energie (la motivazione per fare ginnastica la mattina, sinceramente, non la prendo molto in considerazione, finché c’è). Sento anzi una certa gravità nelle mie motivazioni lavorative, in questo momento. Sento anche una certa responsabilità, più ancora che in passato.

E allora cosa mi manca? Fiato. Resistenza. Respiro. Mi manca quella boccata di aria fresca e leggera che arriva all’improvviso, inattesa, imprevista. Non è un brutto periodo, non fraintendetemi. Anzi. E’ più che mai un periodo denso. Però mi pare di essere sempre in apnea. Di trattenere la pipì per non perdere tempo. Di non fermarmi a bere alla fontanella anche se, pensandoci, ho una sete spaventosa. E allora forse a questo mi alleno, la mattina. A impormi qualche cedimento controllato, qua e là.

 

(L’immagine è Lovisa Ringborg – Holding breath, 2005)

Documento


Lo so che non dovrei. Che queste cose vanno ignorate, dimenticate al più presto, mai citate. Ma oggi un quotidiano del mio Paese pubblica un articolo intitolato “Male Nostrum” in cui si afferma, tra l’altro:

All`opposto, secondo un principio di legittimo interesse nazionale e di salvaguardia legalitaria, esiste la possibilità di una chiusura ermetica che riduca i costi materiali diretti e abbandoni ad altri – a cominciare dai responsabili delle ondate migratorie africane, e cioè i terroristi islamici, per poi toccare i loro distratti metronomi occidentali – la responsabilità indiretta dei costi umani. In poche parole – ripetersi è sempre meglio che dissimulare – l`alternativa non è cambiata, se vogliamo difenderci dalle vittime e dai sensi di colpa dobbiamo scegliere tra un`apertura indiscriminata delle frontiere euro-mediterranee (fornendo documenti a chiunque) e una forma spietata di autodifesa, meglio se aggressiva fino ai limiti dello sconfinamento in acque straniere. La linea mediana, si chiami Mare nostrum o no, ha dimostrato di non funzionare.

Soprassediamo (ma perché, poi?) sul fatto che dare accesso al diritto d’asilo non significa fornire documenti a chiunque. Pensiamo solo a come stiamo definendo la strage quotidiana di famiglie innocenti: “costi umani”, di cui noi abbandoneremmo anche la “responsabilità indiretta”, ricorrendo a un’ipotetica “chiusura ermetica” (del Mediterraneo? Ammesso che si possa anche solo provarci, costerebbe uno sproposito quasi incalcolabile, altro che riduzione dei “costi materiali diretti”).

Possibile che pubblicare idiozie infondate e immorali come questa sia legale? Io credo che questo abbia tutti i requisiti per diventare un documento sui libri di storia. La nostra storia. Una storia di barbarie sconfinata.

P.S. L’autore di queste parole (forse in un barlume di autoconsapevolezza o di pudore?) non si firma. L’articolo è attribuito all’intera Redazione.

La teoria. E poi noi, io.


In queste ultime settimane ho fatto almeno due letture che avrebbero dovuto accrescere le mie competenze di genitore e di educatore di fatto. La prima, che potrei definire la pars construens, era I bambini pensano grande, di Franco Lorenzoni. In realtà sono state pagine dense e stimolanti, che mi hanno aperto interrogativi più che sostenermi nelle esitazioni quotidiane. Avevo in mente di parlarne più diffusamente, ma alla fine vedo che i tempi si allungano e rischio di non parlarne affatto, quindi mi tolgo il pensiero qui (riservandomi di tornarci poi). La domanda principale è un po’ il dubbio che mi assale ogni volta che incappo in un educatore pensante (dal vivo o dalle pagine di un libro) e che richiama in qualche modo il principio di indeterminazione di Heisenberg: quando lo strumento di misurazione (il maestro, in questo caso – passatemi il parallelismo approssimativo) va così a fondo, è abbastanza evidente che “il misurato” (ovvero gli alunni) non potranno che esserne influenzati. Il che va benissimo, eh. L’insegnamento mica ha l’obiettivo dell’oggettività. Però alla fine mi chiedo dove sia il confine tra un percorso di ricerca tutto personale dell’educatore e il “servizio” che l’educatore stesso è chiamato a offrire a ciascuno di quei bambini. Pippe mentali, insomma, lo capite da soli. Sempre di compromessi si tratta. E per giunta io finisco per chiedermelo con insistenza soprattutto quando l’educatore in questione esce dalla routine idiota e ci mette del suo, cioè quando si assume almeno la responsabilità più ovvia del suo lavoro. Insomma, non capisco cosa sia questo tarlo che mi impedisce di essere pienamente entusiasta.

Finito quel libro, mi sono data alla lettura di Lei così amata, di Melania Mazzucco. Peggio che andar di notte. A un certo punto di una lettura già di suo piuttosto angosciosa mi è saltato all’occhio un paragrafo terrificante.

“I nostri figli dipendono da noi – assorbono ogni nostro gesto, ogni nostra parola, ogni elogio e ogni divieto. Siamo il loro esempio, e ciò che odiano di più. Siamo responsabili dei nostri figli. Essi diventano ciò che siamo e a volte non sappiamo neanche di essere. Sono le nostre intenzioni. Il peggio e il meglio di noi”.

Vi risparmio, ma forse potrete intuire, che sequela di rimuginamenti mi abbiano scatenato queste poche righe. Si tratta, evidentemente, di una formulazione piuttosto efficace di qualcosa che sento essere vero, anche alla luce della mia esperienza personale. Ma ciò non toglie che mi fa paura da matti. Diventano ciò che a volte non sappiamo neanche di essere. Le nostre intenzioni. Il peggio e il meglio. Io un po’ me lo immagino, il mio peggio e il mio meglio. So altrettanto bene che la parte di peggio che non so di essere, o che cerco di ignorare di essere, pure non sarà risparmiata a mia figlia. So anche, per carità, che bisogna avere fiducia in lei e nella straordinaria capacità dell’essere umano di reagire alle avversità, in primo luogo ai propri genitori.

Sta di fatto che mai come in questo momento mi sento persa in un viaggio senza mappe e senza bussole, impelagata in un’impresa per cui ogni manuale, dotto o sdrammatizzante, appare puerile. Per dirla con Pedro Arrupe, uno dei miei modelli gesuiti: “Pregare. Pregare molto. Gli sforzi umani non risolvono tali problemi”. Lui parlava di rifugiati, ma credo che si adatti benissimo anche ai genitori. E ai figli, soprattutto ai figli.

Limiti


Ritengo perciò che sia quanto mai vitale approfondire oggi una cultura dei diritti umani che possa sapientemente legare la dimensione individuale, o, meglio, personale, a quella del bene comune, a quel “noi-tutti” formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale. Infatti, se il diritto di ciascuno non è armonicamente ordinato al bene più grande, finisce per concepirsi senza limitazioni e dunque per diventare sorgente di conflitti e di violenze.” (Dal discorso di Papa Francesco al Parlamento europeo)

In questi giorni sono un po’ ombrosa e storta. Fastidi minori finiscono per combinarsi tra loro e il rimuginìo (si dice?) è alle stelle. Ieri, a un convegno a cui sono riuscita a fare solo una capatina piuttosto fugace, si discuteva un po’ sommariamente (peccato) di temi importanti. A un certo punto, dal cloud acustico di una relazione, si è stagliata un’espressione che mi ha risvegliato: “il senso del limite”.

Ho capito di colpo che la chiave che accomuna alcuni dei miei malesseri di questo momento è proprio questa, il superamento dei limiti.

Istintivamente, per carattere e per lavoro, diffido dei limiti e dei confini. Sono poco tollerante rispetto alla limitatezza, mia e altrui. Guardo continuamente a confini che uccidono e a limiti fisici e ideologici che tolgono dignità. Eppure il limite ha una sua importanza, persino una sua sacralità. E’ esattamente il limite (il dio Terminus, per gli antichi romani) ciò che tutela ogni diritto e di ogni impegno. Creare, in molte mitologie antiche inclusa quella biblica, è esattamente il gesto di separare e mettere dei limiti, senza i quali tutto sarebbe sterile caos, nulla.

Oggi, leggendo un bel post di Veronica sui vaccini, mi trovavo ancora davanti il limite, in forma di dubbio: “dove finisce la libertà di un genitore di decidere se vaccinare o no i propri figli senza nuocere alla collettività?”. E in fondo non è analoga la questione che ci siamo posti, nello choc che ha seguito i fatti di Parigi, rispetto all’eventualità che anche la libertà di espressione debba porsi dei limiti, a tutela delle libertà e dignità di tutti? Giusto ieri, al convegno, si osservava che anche giuridicamente esiste il concetto di abuso del diritto (l’articolo 17 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo è una specie di scioglilingua e ve lo risparmio). In alcuni casi la Corte Europea si è pronunciata in merito all’abuso della libertà di espressione: ad esempio rigettando il ricorso di alcuni svedesi che avevano divulgato volantini contro l’omosessualità in una scuola e avevano rivendicato il loro diritto alla libertà di espressione, oppure condannando il negazionismo (con qualche contraddizione anche recente, però).

Il senso del limite implica consapevolezza e rispetto. Dovrebbe essere il fondamento di tutte le relazioni tra persone, prima che fra gruppi. La facilità di interazione porta, a volte, a superare i limiti. Ancora una volta, c’è una dimensione positiva della permeabilità del limite, della possibilità di superare barriere e ostacoli, di scoprirci più vicini di quanto si creda. Sono la prima sostenitrice di questa specie di magia della comunicazione web. Ma ogni contatto implica una responsabilità. Anche quando si misurano nell’ordine delle centinaia, o delle migliaia.

Negli ultimi tempi, complice certamente un momento di stress particolare, mi sono spesso sentita ignorata, talora persino offesa o ferita dalla trascuratezza altrui. E certamente altrettante reazioni avrò provocato, nella rapidità un po’ superficiale dello scorrere di una timeline o di una conversazione frettolosa con la mente rivolta ad altro. Sempre più spesso mi confronto con esortazioni a mettere al centro se stessi, a ripartire da sé, a valorizzarsi e promuoversi. Ho la sgradevole sensazione che questo punto di vista porti a perdere di vista i limiti che ciascuno di noi dovrebbe porre ai propri desideri, sogni, aspirazioni e esigenze perché ci sia effettivamente uno spazio reale, e non teorico, per l’interlocuzione con gli altri.

E se fosse proprio il senso del limite che dobbiamo tutti riscoprire?

 

Noi chi?


“A Roma non abbiamo più niente, hanno tutto loro”. Un commento di una sconosciuta, nulla a cui dare particolare rilievo. “Loro” nel contesto erano i rom. Potevano essere gli immigrati, i musulmani o, perché no, gli ebrei. Non riesco a fare a meno di notare che uscite del genere sembrano moltiplicarsi. Noi, loro. Mi torna alla mente la voce pacata di Antoine Courban, due sere fa. Il professore di Beirut parlava dei cristiani in Medio Oriente, ponendo un problema di identità: identità individuale o collettiva, magari eco di una realtà esterna? La tentazione storica di consuderarsi (per timore) non cittadini, ma minoranza, millet. Un “loro”, per quanto privilegiato, che infatti prima o poi vedrà comparire un difensore esterno, non disinteressato, come ha efficacemente raccontato Lorenzo Trombetta. Quanti finti drammi epistemologici ci ponevamo, da giovani orientalisti. Credevamo sinceramente che quella intellettuale fosse la violenza più grande che noi, eredi del colonialismo, facevamo a quelle terre. Non conoscevamo se non confusamente le vittime odierne.
Noi, loro. Si è parlato della disgregazione degli imperi, degli stati nazionali, persino delle singole vallate e dei villaggi, l’altra sera. Quando le differenze appaiono improvvisamente come ostacoli insormontabili alla reciproca fiducia. Lo raccontava bene un leader indù della comunità bengalese che abbiamo intervistato a Tor Pignattara: da ragazzi, con i connazionali musulmani, ci si frequentava. Ora no, sarebbe inconcepibile. “C’è stato l’11 settembre e loro sono diventati fondamentalisti”, semplifica lui. Insomma, sono successe altrove cose fatte da altri. E due ragazzi non sono andati più in discoteca insieme e oggi due uomini e due comunità si evitano “perché io li conosco, queli là”. Ancora una volta: siamo noi o siamo eco di realtà esterne alla nostra vita e alla nostra esperienza?
L’ho scritto nel post precedente: questo meccanismo per cui un vicino, un collega, un amico diventa un “loro” da evitare o persino da denunciare dovrebbe esserci familiare, grazie a tanti celebrati film e romanzi. Così come quello per cui una persona può diventare illegale con la sua sola esistenza in un luogo. “Se ne tornino a casa loro”. O ci restino. O se proprio non possono, se ne vadano a casa di qualcun altro, “loro”.
Apro una parentesi. Si dibatte del presunto riscatto pagato per la liberazione delle cooperanti italiane in Siria. Persino le menti più aperte si dolgono perché quei soldi, i nostri soldi, potrebbero essere utilizzati (ammesso che esistano) per uccidere altri uomini. Mi viene spontaneo precisare che nei budget dei nostri Stati, annualmente, sono stanziati molti più soldi per uccidere alle frontiere d’Europa e oltre, direttamente e indirettamente. Immagino che chi fa i conti sull’eventuale uso poco etico delle risorse ne tenga conto e si indigni in proporzione venti volte di più. O forse quelle vittime, per lo più ignote, non hanno lo stesso valore delle potenziali vittime nostre del terrorismo? Forse i morti alla frontiera hanno il torto di essere “loro”.
Sempre per restare all’attualità, arrivo a Papa Francesco. No, oggi non è il pugno a interessarmi. Penso invece alla sua vivida descrizione della convivenza e convivialità delle religioni in Sri Lanka. L’ho già scritto una volta qui nel blog: certe volte ci scopriamo vicini di casa e cambia tutto. Diventiamo io e te, non noi e loro. “Noi cristiani, noi musulmani”, spiegava ieri Felix Koerner alla Gregoriana “siamo in pellergrinaggio”. Non c’è noi e loro perché tutti siamo ugualmente stranieri in una terra non nostra. Nessuna terra è nostra, ce lo ricordano di continuo tutte le scienze umane e non solo la Bibbia.
Quando un uomo si specchia nel suo vicino sono sempre successe cose meravigliose: rivoluzioni, gesti eroici, epoche nuove. Non sarà per questo che tutto pare concorrere a riportare alla ribalta un noi contro un loro, o forse tanti noi, sempre più impauriti e arrabbiati, contro tanti loro oscuri, vagamente caratterizzati, che si fondono l’ uno nell’altro? Non sarà puro e semplice timore della trasformazione stupefacente che potrebbero fare milioni di vicini di casa se si guardassero direttamente negli occhi? Isolare, sigillare, creare muri, mettere distanza. Per sicurezza. Questo pare la priorità dei potenti del mondo, che non badano a spese. E quando la barriera non è, o non è ancora, fisica si coltiva la paura di “loro”. Cercandolo con tenacia un nemico prima o poi si decide a essere tale.

Cinque cose che penso su Parigi (e sull’Italia)


Oggi tornavo da una piacevole gita in Maremma in pullman e inevitabilmente i miei vicini di posto commentavano i recenti fatti. Ho cercato di non sentire, ma non ci sono riuscita del tutto. Poi mi sono detta che non si può nemmeno prendersela con le persone, che in buona fede ripetono ciò che suppongono di avere imparato da giornalisti, opinionisti, vicini e conoscenti. Io pure da oggi sarei fiera di condividere le conoscenze acquisite alla riserva di Burano rispetto alle differenze di escrementi (“fatte”) di animali carnivori e erbivori e persino la storia, ben più stupefacente, delle anguille che vanno a riprodursi nel Mar dei Sargassi. Nei giorni scorsi indubbiamente tutti noi abbiamo sentito e letto di tutto: nessuna meraviglia che in una conversazione di condivida con gli amici ciò che ci è parso più convincente.

Ecco, allora proverò a smettere di mangiarmi il fegato e a fare così anche io. Mi limito a qualche punto di partenza per un ragionamento che probabilmente non sono nemmeno in grado di portare avanti fino in fondo, avendo competenze limitate. Ma per studio, lavoro e esperienza credo di avere qualcosa da dire anche io, e allora lo faccio.

1. Il terrorismo è una cosa molto diversa dalla reazione scomposta di un credente particolarmente pio o sensibile. Almeno cerchiamo di partire da questa considerazione. Abbiamo visto in azione dei killer a sangue freddo, non dei fedeli scandalizzati. Che infatti non si sono fatti alcuno scrupolo nell’uccidere altri musulmani. E qui vi dico che io non credo proprio che la satira del giornale francese sia la causa dell’attacco terroristico. E’ stato piuttosto la ragione della scelta di un obiettivo che causasse una reazione violenza, durevole, mediatica e capace di generare odio e reazioni scomposte, da una parte e dall’altra, in modo esponenziale. Massimizzare l’impatto.
Davvero crediamo che una vignetta francese, per quanto offensiva, abbia una rilevanza internazionale tale da organizzare un attentato su questa scala? Certo, la rilevanza la ha adesso: la diffusione globale della vignetta e di tante altre soffiano sul fuoco in tutto il mondo, velocissimamente.
Vi invito a leggere questo articolo di Michael Deacon (in inglese).

2. Se la reazione alle vignette non è la causa, qual è la causa? Qui mi sento solo di fare qualche ipotesi di respiro un po’ più geopolitico (mi si passi il termine, abusato in queste ore). Questo articolo di Donatella Della Ratta mi pare interessante. Aggiungo solo a margine che la nostra idea che l’Europa sia la pacifica culla della civiltà, al centro dell’universo e metro di tutte le cose, dovrebbe cominciare a suonarci un tantino fuori luogo. Viviamo in un continente che esercita sistematica violenza nei confronti di Paesi terzi: economicamente, con le bombe, con le mine, con le forze di polizia. Probabilmente è sempre stato così, ma forse sarebbe l’ora di deporre l’idea idilliaca che abbiamo di noi stessi come esportatori di arte, cultura e democrazia. Un esempio dell’ultim’ora? Non solo ci guardiamo bene dal creare canali umanitari per i milioni di vittime della guerra in Siria, ma cerchiamo a tutti i costi di tappare ogni via di accesso nel tentativo disperato (e costosissimo, sia detto incidentalmente) di scaricarli a qualcun altro o al limite di farli morire fuori dal nostro territorio (si veda questo ultimo articolo di Marta Bernardini e Francesco Piobbichi).

3. Una parolina sulla libertà di espressione, che secondo me non è la causa, ma certamente è stata presa a bersaglio perché simbolo potentissimo dei valori che qui in Europa ci arroghiamo come nostri. Si dice che la satira non ha vincoli di sorta, che questi “altri” devono accettare che da noi non esistono tabù di alcun genere perché siamo liberi e disinibiti. Mi limito ad osservare che non è davvero così. Anche noi abbiamo i nostri tabù. Non credo che si accetterebbero a cuor leggero vignette che scherzano sulla pedofilia oppure vignette pesantemente sessiste (nessuno organizzerebbe un attentato per questo, ovviamente: ma come ho già detto non è questo il caso nemmeno stavolta). Ricordo perfettamente i commenti che suscitò l’inserto di barzellette sui gay pubblicato da Visto. Mi colpì questa frase di Marco Platti (The Queen Father): “Chiedere ai gay di ‘farsi una risata’ e di far leva sulla propria autoironia di fronte ad un inserto in edicola che li deride, è un enorme schiaffo in faccia, perché se solo fossimo trattati con rispetto quando più ne abbiamo bisogno (adolescenza ed infanzia) e se la nostra dignità non venisse continuamente attaccata e sminuita da chi ci nega diritti, forse oggi saremmo in grado di riderci sopra come vorrebbe la Lucarelli e tutti quelli che pensano che la normalità passi attraverso l’esser messi alla gogna con tutti gli altri” (qui l’intero post). Ricordo che già allora pensai che la stessa cosa si potrebbe dire dei musulmani in Europa e dei migranti (specialmente non comunitari) in Italia, la cui dignità viene continuamente attaccata e sminuita da quello che qualcuno chiama violenza della burocrazia (e non solo). Con questo voglio solo precisare che nelle nostre società da sempre vengono rispettati i tabù di chi ha abbastanza potere (non necessariamente politico: economico, sociale, culturale) per imporsi sugli altri. Oltre al fatto che ogni libertà, come ci insegnavano da piccoli, ha come confine la libertà dell’altro (sempre che tutti gli uomini siano uguali, si intende).

4. Sull’Islam non voglio neanche entrare, tanto mi lasciano senza parole certe spudorate manifestazioni di razzismo in cui ci andiamo esibendo (ad esempio questa). Colgo solo l’occasione per farvi notare quanto sia profondamente offensiva l’espressione musulmano moderato (lo spiega bene Luisa Ciffolilli qui). Va da sé che questo è il punto su cui mi mangio il fegato maggiormente. Purtroppo la nostra ignoranza in materia di religioni, nostre e altrui, è tale e tanta che siamo letteralmente disposti a credere a qualunque cosa. E siccome, ammantandoci della nostra cultura laica, siamo pure convinti che la materia sia irrilevante e quindi semplice, crediamo davvero in perfetta buona fede che basti leggere un paio di frasi sul web o rispolverare qualche antica memoria catechistica per essere informati e consapevoli. “L’ignoranza è un’arma di cui avere molta paura”, scrive la giornalista dell’articolo linkato sopra e io non potrei essere più d’accordo.

5. Men che meno voglio entrare qui sul tema migrazioni. Solo un idiota potrebbe pensare che chi arriva oggi in Europa, magari su un barcone in avaria, sia parte di un complotto per islamizzare l’Europa (eppure si dice, si scrive e quel che è peggio si pensa). Osservo solo che questo tema delle cosiddette seconde generazioni (anche questo termine ha i suoi detrattori) è anch’esso fortemente strumentalizzato. La mancata integrazione (e la politica folle e miope in materia di migrazioni che stiamo portando avanti come Italia e come Europa da almeno 15 anni) è certamente uno strumento potentissimo in mano alle organizzazioni terroristiche. Ma mi colpisce la facilità con cui le nostre società che pretendono di essere libere e laiche si ridividano fulmineamente in maggioranze e minoranze, come se un velo si squarciasse. Dal 1907 al 1913 Roma ebbe un sindaco ebreo, Ernesto Nathan. Tra il 1901 e il 1904 il ghetto di Roma fu praticamente distrutto (più rimosso che ristrutturato) e venne costruita una sinagoga monumentale. Meno di una generazione dopo, le leggi razziali. Non era certo per una mancata integrazione che fu così ridicolmente facile privare di tutti i diritti, inclusa la vita, cittadini in vista, stimati, persino potenti e ricchi.

Non concludo, ma vi esorto a cercare sempre di aggiustare la prospettiva che ci sembra l’unica possibile, ma che quando pretendiamo di parlare di questioni che riguardano tutta l’umanità è spesso deformante. Capisco che le carte geografiche che utilizziamo non ci aiutano, ma non siamo il centro del pianeta. Non siamo speciali. Non siamo più civili per nascita. Non siamo più colti per nascita. Siamo quello che ci riveliamo essere con le nostre parole, le nostre azioni e le nostre scelte. Lo stesso vale per un cittadino del Cameroun, dell’Indonesia, del Guatemala o del Brasile. Questi morti contano quanto i nostri. Così come tutti i morti nel mare delle nostre vacanze, nel deserto controllato dalla tecnologia di Finmeccanica e tutte le vittime innocenti dei muri che, anacronisticamente, continuiamo a costruire spendendo le nostre risorse economiche (alla faccia della crisi).

Natale ucraino a Roma


Premessa: Questo post ha necessariamente un tono molto diverso da quello che immaginavo ieri sera e stamattina e mi rendo conto che persino l’immagine che ho scelto per illustrarlo, a questo punto, potrebbe sembrare involontariamente sinistra. No, non sono qui per dire che la religione ha un lato oscuro. Volevo condividere con voi la gioia di una scoperta e il privilegio di essere stata invitata alla celebrazione tradizionale del Natale presso la chiesa cattolica ucraina di Roma. E questo voglio che resti: un post di riconoscenza e di ammirazione per la ricchezza delle tradizioni del mondo su cui, qui a Roma, abbiamo l’opportunità di affacciarci.

Alla liturgia di rito orientale ero preparata da un’antica consuetudine con quella bizantina. Diversa la lingua e la melodia, ma uguale la struttura e identica la sensazione di essere immersi in una sorta di ipnotica armonia avvolgente, in cui le note del canto si fondono con il profumo degli incensi e sembrano brillare di luce propria come i paramenti colorati dei celebranti. Ero quindi lì, al mio post in prima fila nella chiesa di Santa Maria ai Monti (a cui manca l’iconostasi, che c’è invece nella chiesetta dei Santi Sergio e Bacco, a pochi metri di distanza: ma per le celebrazioni con grande afflusso bisogna arrangiarsi così), intenta a farmi goffi segni della croce quando mi pareva il caso e a godermi la sensazione di non capire una parola una, a parte il classico Signore pietà orecchiato nei canti di Taizé.

Ripensavo alla mia infanzia alla chiesa di S. Atanasio, a padre Fortino e ai canti arbreshe, al diacono che tuonava dal centro della navata perché nessuno sbagliasse il Credo (“e procede dal Padre.” PUNTO. Dal Figlio no). Riconoscevo persino il vezzo di scattare qualche foto anche dall’altare nei momenti salienti della cerimonia, compito affidato a un giovane diacono biondino dall’aria timida. E mentre stavo lì trasognata, immersa nella suggestione della liturgia, ecco che il registro di colpo cambia. Senza troppi complimenti, il tavolino con i panini consacrati viene spostato da un lato e fanno la loro comparsa una serie di personaggi in costume. Davanti dei pastori, uno dei quali porta una vistosissima stella sbrilluccicante. Poi i tre Re Magi (uno è una ragazza, ma siamo ancora nella tradizione). Due angei dai lunghi boccoli biondi, tutto secondo tradizione. Ma poi arriva una specie di Charlotte con bombetta nera e farfallino dorato, accompagnato da una ragazza dall’atteggiamento decisamente comico. Segue il re Erode, cattivo cattivissimo, una specie di soldato romano e niente di meno che il diavolo (una pepata ragazza mora e pienotta, con ciocche rosse, coda e corna) e, dulcis in fundo, la morte, con maschera di Scream e falce.

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“Un presepe vivente”, ce lo aveva preannunciato il seminarista che ci aveva accolto. Oddio. Passino i Magi, i pastori, Erode e financo il centurione. Ma la coppia di strampalati ladruncoli intenti in gag di vario genere ci spiazzava non poco. La recitazione era in rima, l’interpretazione sentitissima e noi, naturalmente, capivamo poco o nulla. Però il finale ci è stato chiaro ed era un chiaro trionfo del bene: il malvagio Erode veniva trascinato via dalla Morte, mentre il diavolo lo punzecchiava con la sua coda. Tra le ovazioni degli astanti, il diavolo e i due manigoldi giravano quindi tra gli spettatori raccogliendo offerte.

Finito lo spettacolo abbiamo provato a chiedere ulteriori lumi e abbiamo appreso che questa rappresentazione in Ucraina si usa fare casa per casa: un gruppo di ragazzi in maschera bussa alle porte e, sia pur più sinteticamente, mette in scena l’episodio (che racconta più o meno l’arrivo dei Magi alla corte di Erode e la disposizione da parte di lui della strage degli innocenti, con conseguente immediata e apocrifa punizione).

Una ricerca sul web mi ha oggi rivelato che ieri, nel rione Monti a Roma, ho assistito a un classico vertep, manifestazione tipica del folklore ucraino di cui ignoravo del tutto l’esistenza e che ha indubbiamente molti risvolti affascinanti per il mio animo di storica della religioni e antropologa mancata. Allo spettacolino è seguita l’unzione, la distribuzione dei panini consacrati e “timbrati” con apposito stampo e poi festa a base di dolci di vario genere nel cortile, con canti tradizionali.

Nonostante la nostra assoluta incapacità linguistica, ci siamo sentiti molto ben accolti. Natale in realtà sarebbe oggi, ma per forza di cose la celebrazione deve essere anticipata al 6 perché la maggior parte dei numerosissimi partecipanti lavora. Questa ultima nota ci ha dato un po’ di tristezza, unita alla considerazione di quanto deve essere difficile per tante madri – che lavorano nelle nostre case come colf, badanti e babysitter – trascorrere questa festività lontane dai loro bambini, che hanno tra l’altro un posto specialissimo in queste celebrazioni.

Tornando a casa, ho rivolto un pensiero a Roma, questa metropoli cosmopolita, sorprendente, millenaria e capace di accogliere tanti dolori silenziosi. Mi è tornata in mente una frase (forse di Amos Oz?) che mi pare si riferisse a Tel Aviv, città dove di giorno si ride in ebraico e di notte si piange in tutte le lingue del mondo.

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Qualche altra foto, qui.