Disegni per la Siria


In una grande tragedia spesso, travolti dai numeri, si perdono di vista le persone. Oggi,come vi raccontavo nel post precedente, tra i vari pensieri mi venivano in mente i bambini siriani che non vedono l’ora di tornare a scuola, nonostante tutte le mille difficoltà. Ho visto qualcuno dei loro volti sulla pagina Facebook del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. Ho letto articoli come questo sul sito del JRS, che lasciano intuire quanto questi bambini (ma anche i loro genitori) debbano sentirsi soli e isolati in questo momento.

Di solito mi limito, saggiamente, a consigliarvi di sostenere questa situazione con il pensiero, con le parole e, chi può, con un contributo economico. Ma oggi ho pensato che sarebbe bello che a questi bambini, che ce la stanno mettendo tutta per ritrovare la normalità, arrivasse anche un segno di amicizia da parte dei loro coetanei. Mia figlia e molti bambini amano disegnare e scrivere bigliettini. Quindi ho pensato che potremmo chiedere ai piccoli di casa di disegnare per un potenziale amichetto in Siria, per mostrare la nostra solidarietà e il nostro incoraggiamento.

Onestamente, non ho idea di come fare arrivare i disegni agli interessati. Devo chiedere ai miei colleghi dell’ufficio internazionale. Alla peggio li scannerizzeremo e invieremo per mail. Ma sono certa che un modo si troverà.

Quindi, chi vuole partecipare, mi mandi il suo disegno/biglietto. As simple as that. Poi capirò cosa farne e ve ne informerò, ovviamente.

Chiara Peri, Fondazione Centro Astalli, via del Collegio Romano 1, 00186 Roma.

 

Pace in Kurdistan, pensieri


Non sono un’esperta di politica internazionale, mi sembra giusto premetterlo. Tuttavia la mia vita mi ha portato a incrociare più e più volte le vicende del popolo curdo (io preferisco questa grafia, italiana e un po’ retrò, senza k iniziale: lasciatemi questo vezzo), uno dei più famosi popoli senza patria della storia contemporanea (insieme ai palestinesi). Non mi lancerò qui in un’esposizione dettagliata della questione. Se proprio siete digiuni, date una letta qui. Oggi mi interessa raccontarvi un po’ quello che ho pensato lo scorso Newroz (21 marzo), data in cui è stata dichiarata la pace tra curdi turchi, rappresentati dal loro leader Ocalan, e il governo turco. Se la cosa regge (per ora pare di sì) è la fine di un conflitto civile durato decenni, con migliaia di vittime, per lo più giovanissime, e di una storia di negazione di identità ancora dolorosissima fino a pochi anni fa.

Parto da un breve commento del testo della lettera di Ocalan, letta in curdo e in turco alle celebrazioni del Newroz a Diyarbakir/Amed (capitale del Kurdistan turco), alla presenza di una folla immensa. Inframezzerò qualche considerazione, ricordandovi che sono italiana, ho frequentato in una prima fase della mia vita turcologi e turcofili e, in una seconda fase, sia pur più superficialmente, molti curdi a Roma. Capisco un po’, mi sono fatta qualche idea, mi sono fatta spiegare alcune cose da Nizam (che pure ha le sue idee e le sue letture di fatti e situazioni, peraltro cambiate nel tempo). Insomma, per farvela breve: non prendete tutto come oro colato.

Chi è Ocalan? Non è una domanda facile. Come molti personaggi contemporanei e controversi, una descrizione implica di per sé un giudizio. Wikipedia è mediamente neutra, anche se tra le righe, secondo me, si legge: “una volta era uno tosto (magari non l’agnellino che alcuni dipingono), ora è rincoglionito: sarà stato il carcere”. Io ho vissuto da vicino la storiaccia del mancato asilo politico in Italia e le mie fonti di allora (il traduttore della commissione centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato) mi dicevano che il documento depositato a corredo della domanda era densissimo di politica e di letteratura, niente affatto burocratico o dimesso. Velleità letterarie, del resto, il personaggio le ha sempre avute. Non saprei dire, e questo era quello che più mi lasciava perplessa in questi anni, quanto il seguito enorme che i curdi turchi gli riconoscono passasse attraverso le sue posizioni intellettuali, spesso assai complesse. A me, dall’esterno, sembrava (e sembra) piuttosto un culto della personalità, con tanto di bandiere con il suo ritratto e celebrazioni in contumacia per il suo compleanno. L’altra sera dicevo a Nizam: “Ma se fosse andata diversamente, non credi che l’atteggiamento dei curdi verso un Presidente Ocalan in carica sarebbe molto simile a quello di certi turchi nei confronti di Atatürk?”. Lui ne conveniva. Sono del resto due figure che hanno fatto grandi cose in modo autorevole. Il problema probabilmente è nato (per Atatürk) e nascerà (per Ocalan) soprattutto dopo la morte dei leader. I successori hanno legittimato come “eredità di Atatürk” praticamente qualunque cosa, estremizzando, manipolando e non di rado distorcendo le posizioni di lui. Non è improbabile che quando Ocalan non sarà più in scena avvenga qualcosa di simile. Comunque, torniamo a noi. Per ora Ocalan è vivo e vegeto e ha condotto con notevole costanza una trattativa con Erdoğan, il carismatico primo ministro turco.

E qui si impone un’altra parentesi. Chi è questo Erdoğan? Vale quanto osservato prima. Una descrizione implica un giudizio. Io non sono una ammiratrice particolare dello stile, vagamente populista, del politico in questione. Gli va però riconosciuta una personalità, una innovatività e un coraggio non comuni. Se la rischia, a volte (ma dopo calcoli attentissimi), e di solito vince. Basti pensare alla vicenda della nave Mavi Marmara: ha gestito tutta la crisi, complicatissima, in modo magistrale, con fermezza ma senza scadere nel becero antisemitismo, che pure è un problema serio nel Paese (io stessa in quei giorni assistevo basita a approfonditi documentari sulle reti nazionali turche che avevano per oggetto le comunità ebraiche di Turchia, in cui si sottolineava che gli ebrei sono cittadini turchi da sempre, alternati a rassicurazioni e inviti a non farsi scoraggiare rivolti a turisti israeliani e ebrei in genere). E’ infine riuscito a farsi chiedere scusa ufficialmente. Anche rispetto alla questione curda, ha fatto dei passi coraggiosi. Alla vigilia di una sua visita a Diyarbakir, anni fa, fece trasmettere in prima serata, selle reti nazionali, un programma tutto dedicato alla denuncia esplicita delle torture praticate per anni dai militari turchi nel carcere di quella città. Nizam quella sera era davvero scosso, non solo per la crudezza delle testimonianze, ma per l’assoluta novità del gesto. Immaginate che fatti del genere sono stati ufficialmente negati per decenni. Ovviamente non parliamo di un paladino dei diritti umani, ma piuttosto di un politico ardito, addirittura spregiudicato: non fa atti del genere per nobiltà di cuore, ma per consolidare e ampliare i suoi immensi consensi, all’interno del Paese, ma anche all’estero.

Ci voleva comunque fegato a condurre una trattativa con quello che per molti nazionalisti turchi è Colui che non Può Essere Nominato. Ed ecco il risultato, la lettera.

Saluto uno fra i popoli più antichi delle terre sacre di Mesopotamia e Anatolia…. Stilisticamente parlando, siamo davvero nel Vicino Oriente (antico, moderno e contemporaneo). Metafore, geografiche e non, come se piovesse. Retorica a palate. Ma immaginate una piazza con centinaia di migliaia di persone in abiti tradizionali: rende, indubbiamente. Che i popoli stiano tornando alle loro radici non so né se sia vero, né se sia una bella notizia. Ma un filo di fondamentalismo, orsù, non guasta mai.

Ma veniamo al cuore del messaggio. Questa lotta, che è cominciata come la mia ribellione individuale contro l’ignoranza, la disperazione e la schiavitù in cui ero nato, ha provato a creare una nuova coscienza, una nuova comprensione e un nuovo spirito. Oggi vedo che i nostri sforzi hanno raggiunto un nuovo livello. La nostra lotta non è stata e non potrà mai essere contro una determinata razza, religione, setta o gruppo. La nostra lotta è contro la repressione, l’ignoranza e l’ingiustizia, contro il sottosviluppo imposto e contro ogni forma di oppressione. Oggi ci stiamo risvegliando verso una nuova Turchia e un nuovo Medio Oriente. Ai giovani che hanno accolto il mio invito, alle donne che hanno dato ascolto alla mia chiamata, agli amici che hanno accolto il mio discorso e a tutte le persone che possono sentire la mia voce: Oggi comincia una nuova era. Il periodo della lotta armata sta finendo, e si apre la porta alla politica democratica. Stiamo iniziando un processo incentrato sugli aspetti politici, sociali ed economici; cresce la comprensione basata sui diritti democratici, la libertà e l’uguaglianza. Debite precisazioni  (rispetto alla razza e alla religione) e annuncio: da oggi si cambia. [Per Barbara: i giovani e le donne a cui ci si riferisce sono, posso supporre, i combattenti guerriglieri, notoriamente ambosessi].

E che, dunque, abbiamo scherzato? Affatto. Abbiamo sacrificato gran parte della nostra vita per il popolo curdo, abbiamo pagato un prezzo molto alto. Nessuno di questi sacrifici, nessuna delle nostre lotte, è stato vano. Grazie a questo, il popolo curdo ha conquistato ancora una volta la propria identità e le proprie radici.

Attenzione: non è (solo!) una resa quella che viene proposta. E’ un nuovo programma, molto più ambizioso. Qui si introduce un concetto importantissimo: non vogliamo uno stato indipendente per i curdi. Vogliamo costruire una nuova Turchia con tutte le altre minoranze etniche, linguistiche e religiose. Questa è terra di tutti.  Siamo ora giunti al punto in cui “le armi devono tacere e lasciare che parlino le idee e la politica”. Il paradigma modernista che ci ha ignorato, escluso e negato è stato raso al suolo. Che si tratti del sangue di un turco, un curdo, un circasso o un laz – il sangue versato scorre da ogni essere umano e dal ventre di questa terra.

Specificamente: E’ tempo di ritirare le nostre forze armate al di fuori dei confini. Questa è dura. In modo semplice e diretto, ordina ai guerriglieri di lasciare il territorio turco (previo accordo con i curdi iracheni). Ma poi ritorna subito sul concetto del Paese plurale, una vera rivoluzione in un contesto del genere.

Questa non è la fine, ma un nuovo inizio. Non si tratta di abbandonare la lotta, ma di cominciarne una nuova e diversa. La creazione di aree geografiche “pure” basate sull’etnicità e mono-nazionali è una fabbricazione disumana della modernità che nega le nostre radici e le nostre origini.

Ecco, non so se funzionerà e non so neanche se davvero sia questo il vero centro dell’accordo politico. Ma un’affermazione del genere in un Medio Oriente in costante deflagrazione etnica mi pare degna di nota. Certo, ha la sua valenza tattica: uno delle motivazioni della spasmodica affermazione dell’identità turca, a scapito delle altre e spesso del buon gusto e della decenza, aveva la pragmatica motivazione di tenere compatto un territorio che è un vero continente, dal punto di vista della varietà. Già avere una minoranza di svariati milioni di persone qualche ansia la crea, capite bene. Resta però un guizzo, che a me piace considerare non solo retorico: Una grande responsabilità ricade su tutti noi per costruire un paese giusto, libero e democratico di tutti i popoli e le culture, che si addica alla storia del Kurdistan e dell’Anatolia. In questa occasione del Newroz invito gli armeni, i turcomanni, gli assiri, gli arabi e tutti gli altri popoli così come i curdi a rispettare la fiamma della libertà e dell’uguaglianza – il fuoco che si accende qui oggi – e abbracciarla come propria.

Amen. Poi iniziano le bacchettatine, garbate, al popolo turco, a partire dal ricordo della millenaria vita in comune (lo sapete che Saladino era curdo?). Nonostante tutti gli errori, gli ostacoli e i fallimenti degli ultimi novant’anni, ancora una volta stiamo cercando di costruire un modello di società con tutti i popoli, le classi e le culture che sono state vittime e hanno sofferto a causa di terribili disastri. Chiedo a tutti voi di fare passi in avanti e contribuire al raggiungimento di un’organizzazione sociale egualitaria, libera e democratica… L’ampiezza e la completezza del concetto di “NOI” ha un posto importante nella storia di questa terra. Ma nelle mani di ristrette élites dominanti, il “NOI” è stata ridotto a “UNO.” E ‘il momento di dare al concetto di “NOI” il suo spirito originario e di metterlo in pratica.

Scusate se è poco. Sul finale, una meravigliosa composizione di retorica antica e moderna. Notate, per dire, il fascino quasi biblico di questa frase: Coloro che non riescono a comprendere lo spirito dei tempi finiranno nella pattumiera della storia. Coloro che resistono alla corrente cadranno nell’abisso.

Ultimo punto, anch’esso interessante. Le verità nei messaggi di Mosè, Gesù e Mohammad vengono rivitalizzate oggi secondo le nuove tendenze. Le persone stanno cercando di recuperare ciò che hanno perso. Non neghiamo i valori della contemporanea civiltà dell’Occidente nel suo complesso. Raccogliamo infatti i valori dell’Illuminismo, l’uguaglianza, la libertà e la democrazia, e per attuarli ne facciamo una sintesi  con i nostri valori esistenziali e i nostri modi di vita. Qui davvero io vedo l’ambizione di superare gli schemi: occidentale-orientale, religioso-laico, politico-religioso…. Non so se la realtà turca abbia, almeno a tratti, compiuto questa sintesi nuova, o se riuscirà a compierla in misura significativa nel prossimo futuro. Di una cosa sono ragionevolmente certa: se pure fosse, i nostri media non riusciranno mai a raccontarcela.

Fattore distraente


Certe volte si ha la certezza di essere la persona sbagliata nel posto sbagliato. Ammetto che ultimamente il pensiero mi assale spesso e non è un bel pensiero. Ma non è di questo che volevo parlare. 

Oggi cercavo con fatica di risalire una certa china e improvvisamente mi sono trovata davanti un irlandese che mi descriveva con entusiasmo la partita di rugby dell’Italia.  Gli sono stata profondamente grata. C’era tutto, nelle sue parole.  La passione genuina e gratuita; il senso di giustizia e l’empatia (a sentire lui meritavamo di vincere). Ma, più importante,  una dimensione di normalità quotidiana positiva e sincera,  che mi ha riportato sulla terra. Non potrei dire che sia stata una conversazione risolutiva,  ma mi ha fatto sentire meglio. 

Una cosa nuova


Confesso che le dimissioni di papa Ratzinger mi hanno colpito. Vista l’immensa risonanza mediatica della notizia, sarebbe inutile aggiungere il mio postarello, se non fosse per un motivo, squisitamente personale: voglio fissare questo momento e anche aggiungere un paio di commenti, nell’immenso bailamme mediatico che si sta inevitabilmente generando.

Non sono mai stata una fan sfegatata di questo Pontefice e non ne ho mai fatto mistero, anche di recente su questo blog. Non essendo neanche morto, trovo fuori luogo le glorificazioni a posteriori. Trovo però altrettanto fuori luogo alcuni commenti che leggo in queste ore sui social network. La battuta di spirito ci sta, ci mancherebbe. Alcune erano molto divertenti, peraltro. Ma mi pare puerile ridurre tutto a “chi aveva bisogno di uno così?”.

La Chiesa Cattolica Romana è una grande istituzione della storia dell’Occidente. Dico grande in senso di “rilevante”, evidentemente, senza valutazioni morali o religiose di sorta. Una istituzione proverbialmente restia al cambiamento, anche minimo. Registro dunque con interesse la posizione, già espressa da Benedetto XVI in un libro intervista, sulla legittimità e anzi doverosità delle dimissioni del Papa. Non sappiamo granché, ad oggi, delle motivazioni. Se ci siano o no oscure trame dietro questa scelta. Per oggi vorrei credere di no e pensare che il cambiamento e la trasformazione di questo mondo possa trovare spazio proprio dove uno meno se la aspetterebbe.

Aggiungerei che la modalità del gesto richiama fortemente alla dimensione del servizio, più che a quella (solitamente fin troppo presente in quel contesto) del potere e dell’autorità. Se il Papa non serve più come dovrebbe, si dimette. Il messaggio mi pare importante e pertinente, assai pertinente, anche per la politica.

Senza dunque recedere dalle molte critiche che, da credente (ogni tanto mi pare il caso di precisarlo: ancora ieri qualcuno mi confessava di non aver ben capito se io sia atea o cosa) e da cittadina, formulerei anche oggi nei confronti della Chiesa Cattolica Romana, mi pare giusto che la notizia di oggi non sia sminuita, né drammatizzata. E’ una cosa nuova. Anche la conferenza stampa di padre Lombardi, che ha seguito l’annuncio, è certamente esempio di uno stile di comunicazione più serio e trasparente, probabilmente più credibile, rispetto alle pietose “influenze del Papa” a cui tanto eravamo avvezzi durante il Pontificato precedente.

Altro mi pare prematuro e inutile aggiungere.

Non mi sono dimenticata


Avevo un giveaway in sospeso con voi. Quello delle piccole sfighe del 2012. Fino a oggi non avevo trovato il tempo di pensare seriamente alla cosa, anche perché il 31 siamo stati tutti impegnati con “Liberiamo una ricetta” e poi il tempo è volato. Ma ecco un bel weekend che si presta perfettamente all’estrazione. Tappati in casa per febbre di Meryem da cinque giorni, feste di Carnevale saltate, noia alle stelle, tempo fuori splendido… Un cavallo di battaglia della sfiga familiare.

Mi sono scaricata un programmino apposito, che si chiama “The Hat”. Mi pareva molto più adatto di strumenti più professionali, tipo Randomizer. Questo ha anche il disegnino del cappello da cui si estrae il bigliettino e il rullo di tamburi. Un po’ di coreografia ci vuole.

Il risultato, non so se si vede, è che vince il premio scaramantico per il 2013 l’ineffabile Lanterna. Mi sembra molto adatto, non solo perché i pidocchi enormi alla chiusura delle farmacie sono un classico di valenza universale, molto più degli incidenti automobilistici o di qualunque altra piccola sventura quotidiana. Quel che mi colpisce soprattutto è che, abitando in città diverse e relativamente lontane, giusto la scorsa settimana ci siamo viste due volte e, se avessi fatto il mio dovere nei tempi giusti, il premio avrei potuto consegnarglielo a mano, senza fila alla posta. Se non è sfiga questa…

hat2

Liberiamo una ricetta: il menù delle sette delizie


Io oggi sono a cucinare in ufficio. Ma questo non mi impedisce di lasciare fiduciosa la mia cucina virtuale ai miei amici! Anzi, alle mie amiche.

Iniziamo con Alessandra. Segni particolari: archeologa, guida per grandi e bambini, amica storica. Benvenuta!

Ho imparato a cucinare da mia nonna, ‘Za Dea in collacciano, ovvero il dialetto che si parla nel suo paese natio, Colle San Magno in piena Ciociaria. Il nome molto poetico di mia nonna materna era in realtà Dorotea, dono di Dio, niente di meno!

E’ stato guardando Nonna Dea cucinare, lasciandosi avvolgere dai profumi della sua cucina (e anche di mia madre, naturalmente, ma i ricordi da bambina associano la cucina soprattutto alla nonna, va’ a capì) che mi è venuta voglia di provare, anzi di sperimentare, perché ricordo che le prime cose che tentavo di cucinare erano ricette che non avevo imparato da lei, che non facevano parte del repertorio casalingo. Ricordo torte fatte con le amichette del cuore dell’epoca, che nonna proprio non faceva! Lei faceva sempre e solo due o tre torte in momenti particolari dell’anno, per le feste. Ma in gioventù penso avesse sperimentato anche lei, soprattutto la cucina romanesca e dell’Italia centrale, con cui crebbe ben 9 figli.
La ricetta che libero è pertanto un tributo alle mie origini ciociare, al ricordo di una nonna casalinga forte e un po’ invadente, classe 1897. Con la quale nel bene e nel male ho condiviso la camera fino ai miei 16 o 17 anni.
Nonna cucinava tanto e molto bene. Ricordo che, proprio a Colle San Magno, mi preparò le sue ultime fettuccine con la pasta stesa col mattarello. Aveva probabilmente 90 anni. Ho sempre creduto che nonna Dea cucinasse per abitudine e che per lei sbrigare le faccende domestiche rientrasse nei doveri di una buona moglie e di un’amorevole madre. Non so se avesse mai avuto idea (o quanto l’avrebbe fatta sua) che una donna potesse realizzarsi anche senza figli, un marito e qualcuno da accudire.
Qualsiasi cosa abbia mai pensato quando si metteva ai fornelli ormai non mi importa più. So però le sue fettuccine a cosa mi faranno sempre pensare. A Tutto in un punto, un racconto delle Cosmicomiche di Calvino.
Qualora vogliate (ri)leggerlo, lo trovate qui.
Come la signora Ph(i)Nko oggi impasto il ganascione, più noto come canascione o canscion. Si tratta di una pizza ripiena tipica della Ciociaria e della Campania settentrionale, generalmente ripiena di salsiccia, formaggio e prosciutto, ma che io conosco soltanto in versione vegetale.
Il ganascione accompagna molti miei ricordi di infanzia. Anche se non so cosa significhi il nome del piatto (aspetto delucidazioni dalla pro loco collacciana), mi piace associare il suo nome all’idea di ridere di gusto, allo sganasciarsi dalle risate. Le risate che si formano attorno ad una tavola imbandita per gli altri, quelli che si amano e quelli che si accolgono. Come la signora Ph(i)Nko.
Si stava così bene tutti insieme, cosí bene, che qualcosa di straordinario doveva pur accadere. Bastò che a un certo momento lei dicesse: Ragazzi, avessi un po’ di spazio, come mi piacerebbe farvi le tagliatelle!

Pizza ripiena o Ganascione di Nonna Dea
Ingredienti, per 6-8 persone
(il numero di persone sazie varia in base alla fame, alla gola, all’intimità del convivio e alle diverse usanze culturali)
Per la pasta di pane: 1 kg di farina 00; 1 panetto di lievito di birra, che sono 25 gr circa, acqua tiepida 500 o 600 ml circa, sale q.b.
Per il ripieno: 1 kg di zucchine, un bel mazzo di scarola, olive nere tipo Gaeta, aglio, olio di oliva e peperoncino.

Mettere la farina a fontana, salare e inserire al centro l’acqua tiepida in cui si sarà fatto sciogliere il lievito di birra. Impastare fino a che non sarà liscio e morbido. Riporlo in un contenitore e farlo lievitare per almeno un paio di ore in luogo asciutto, il volume dell’impasto deve almeno raddoppiare.
Nel frattempo lavare e tagliare zucchine e scarola in piccoli pezzi. Salarli e lasciare che perdano acqua in uno scolapasta. Quando le verdure avranno perso acqua, strizzatele con le mani in modo da far scolare bene l’acqua e mescolatele alle olive, che avrete precedentemente denocciolato, e condite l’insieme con peperoncino, aglio sminuzzato e olio d’oliva.foto 1 Quando l’impasto sarà lievitato a sufficienza, dividetelo in due parti, prendetene una e stendetela fino a raggiungere uno spessore di circa 1,5cm con cui farete la base da disporre in una teglia precedentemente oliata. Io ho usato una teglia rotonda, la forma e lo spessore della pasta dipende dai vostri gusti. Nel frattempo accendete il forno e portatelo ad una temperatura di circa 250°.
A questo punto sarà necessario ricoprire la base della pizza con le verdure condite, messe a crudo.

Poi con il rimanente impasto si stenderà una sfoglia con cui coprire la pizza, facendo attenzione a chiudere bene i bordi. La superficie della pizza deve essere bucherellata con una forchetta e cosparsa di olio di oliva. Ora è pronta per essere infornata ad una temperatura di 230-250° per almeno 40 minuti, fino a che la superficie esterna non si sarà dorata. Si mangia fredda e il giorno dopo è ancora più buona.

foto 2
“Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web”.

Si continua sul tema torte rustiche con Caterina. Compagna di studi e di (s)venture accademiche, esperta di un sacco di cose astruse (più di me), corista di livello.

Empanada de bonito (focaccia di tonno)

Questa focaccia ripiena è una ricetta spagnola molto popolare. Senza di essa non c’è festa. Be’, neanche senza frittata di patate, olive, sangria, insalata russa, prosciutto e ovviamente stecchini! Ma non mi andava di mettere la ricetta degli stecchini, e quella del prosciutto non la conosco. L’unica variazione che mi permetto è l’uso della classica pasta per pizza (che si può anche comprare già fatta) al posto della 

pasta della ricetta originale, che si chiama oblea, o della più calorica pasta sfoglia. Ideale per portare un contributo a un convito ovvero, come si dice a Roma, per “bussare co’ li piedi”. Ha avuto l’onore di essere presente alla “gita social” promossa da Chiara Peri lo scorso settembre. [Vero, verissimo. Ancora ci lecchiamo i baffi. Nota dell’ospite].

Ingredienti

Per la pasta:
Farina 400 grammi
Acqua calda
Un cucchiaino scarso di sale
Lievito di birra 20 grammi (poco meno di un cubetto)

Per il ripieno:
Tonno sott’olio sgocciolato 200 grammi (due scatolette grandi)
Cipolla media o scalogno grande
Poco olio d’oliva
Passata o polpa di pomodoro 200 grammi
(facoltativo) Acciughe salate o sottolio

2012_02_12 Empanada casera 006Preparate una pasta piuttosto morbida con farina, acqua calda, sale e lievito di birra e mettetela a lievitare coperta in un luogo tiepido, lontano dalle correnti d’aria, per un paio d’ore. Se non avete tempo / voglia / lievito potete usare il lievito artificiale per pizza (una bustina). In questo caso abbiate l’accortezza di aggiungere uno o due cucchiai d’olio alla pasta, che riempirete subito col ripieno già preparato. Preparate il ripieno facendo appassire la cipolla tagliata sottile in un po’ d’olio. Aggiungete il pomodoro e poco sale, fate cuocere e addensare bene. Aggiungete il tonno sminuzzato a fine cottura. Aggiustate di sale oppure (se preferite, io preferisco) aggiungete due o tre alici sotto sale ben lavate e sminuzzate (se sono sott’olio non occorre lavarle). Sgonfiate la pasta lievitata e dividetela in due parti, di cui una leggermente più grande. Tirate sottile col mattarello la parte più grande per fare la base, che dovrà avere un’area piuttosto abbondante. Mettetela in una teglia unta d’olio. Spargete il ripieno lasciando un piccolo contorno libero. Tirate l’altra parte di pasta e coprite bene il ripieno, ripiegando i lembi della sfoglia sottostante e pigiando bene per richiuderli. Se si usa pasta lievitata col lievito di birra, far aspettare la creatura in luogo tiepido un’altra mezz’oretta. Altrimenti, infornare subito a forno caldo. Per un tocco ulteriore di raffinatezza e morbidezza, si può pennellare delicatamente la superficie con un tuorlo d’uovo. Si mangia tiepida o fredda, tagliata a quadretti, ma soprattutto si mangia tempestivamente prima che gli altri invitati la finiscano tutta. 

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

Dopo due torte rustiche, ci sta bene una bella vellutata di verdura. Ce la cucina Serena, mia compagna di classe delle medie, felicemente “riacchiappata” grazie ai social network, anche se oggi non vive più a Roma. Le passo i fornelli.

Zucca in crema
per 4 persone: 600 gr di zucca, 1 grossa patata farinosa, 1 piccolo cespo di radicchio, 50 gr di parmigiano grattugiato, 2 cucchiai di olio extra vergine, 1 noce di burro, 1 cipolla, noce moscata, dadini di pane tostato, prezzemolo, sale e pepe q.b.

Mondate la zucca e tagliatela a dadini. Sbucciate la patata e lavatela. Mondate anche il radicchio e tagliuzzatelo a striscioline sottili.
Scaldate l’olio in un tegame e fatevi appassire la cipolla tritata. Unite i dadini di zucca, salate e pepate, aggiungete la noce moscata e lasciate insaporire per 5-6 minuti. Bagnate con un litro abbondante di acqua, aggiungete la patata intera e lasciate cuocere per circa 30 minuti. Togliete la pentola dal fuoco e frullate con il minipimer fino ad ottenere una crema liscia, rimettete sul fuoco e, quando la crema alza il bollore, unite il radicchio e il burro e fate cuocere ancora 2-3 minuti. Spolverizzate con il prezzemolo tritato e servite con il formaggio grattugiato ed i dadini di pane tostato.

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

E adesso arriva Marielou e si passa ai piatti forti! Marielou è olandese, sia pure in Italia da  alcuni decenni e la sua cucina tra noi amici è leggendaria, specialmente perché spazia dalle specialità thailandese e quelle somale, passando per tutta l’Europa.

Crêpes ripene
La ricetta è per 6 persone.
Fare delle crêpes con un impasto di 200 g. di farina, 2 uova , latte q.b. e un pizzico di sale. Usare una padellina anti aderente e coprirle con un coperchio per mantenerle morbide.

Ingredienti per il ripieno:
500 g di radicchio rosso ( anche quello tondo romano)
250 g di ricotta fresca
50 g di parmigiano
1 cipollina
noce moscata, sale e poco pepe

Lavare , tagliare e stufare il radicchio con una piccola cipollina sminuzzata. Dopo una ventina di minuti togliere il coperchio e far evaporare tutto il liquido. Far raffreddare un poco e mischiare con la ricotta, il parmigiano, poco sale e noce moscata.

Per la cottura:
150 g di gorgonzola piccante
200 ml di panna fresca liquida
parmigiano
20 g di noci spezzettate
qualche fiocco di burro 

Imburrare una larga teglia da forno. Distribuire un po’ di ripieno su ogni crêpe e piegarle in quattro. Metterle nella teglia sovrapponendole un po’.
Mischiare la panna con il gorgonzola e distribuire la salsa sopra e in mezzo alle crêpes. Spargere qua e là un po’ di noci spezzettate. Coprire il parmigiano e dei fiocchetti di burro.
Mettere la teglia nel forno a 180 gradi per 20 minuti. Quando assume un bel colore sopra toglierla dal forno. Se necessario, passare sotto il grill per 5 minuti.

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

DSC_6984

Per secondo vi proponiamo un classico. Lo ha cucinato Maria Teresa, la mamma della mia amica Bianca. Sì, perché il bello dei legami è che si estendono su e giù per le generazioni… A lei la scena!

Pollo della domenica
È una ricetta familiare, rapida da eseguire e gustosa che proviene come tante altre dall’Artusi che ai primi del 900 diventò il ricettario d’avanguardia nella cucina di mia nonna e della mia prozia, allora giovani spose.
Io l’ho un po’ modificata ma la sostanza è quella.

Ingredienti:

1 pollo non troppo grosso, se si è in tanti 2, oppure aggiungo dei fuselli che sono magri e piacciono molto ai bambini.

Olio, farina, vino bianco, limone, sale e pepe

Odori: salvia, cipolla prezzemolo

Spezzo il pollo in otto pezzi, eliminando il grasso visibile e anche qualche pezzo di pelle, lo lavo e lo asciugo con cura. Passo poi i pezzi nella farina e li scuoto bene, affinché siano coperti solo da un velo. Lo rosolo in un po’ d’olio in una padella dai bordi alti con qualche fogliolina di salvia. Appena dorato aggiungo un po’ di cipolla ben tritata ( poca, non più di un cucchiaio ) e rosolo ancora badando che la cipolla non bruci. Elimino un po’ di grasso se è eccessivo e sfumo con un bicchiere di vino bianco, aggiungo il sale e un po’ di pepe –se piace-. Abbasso il fuoco e copro. Porto a cottura aggiungendo, se serve, un po’ d’acqua calda o brodo vegetale. Quando il pollo è cotto, si trasferiscono i pezzi nel piatto di portata e nel sughetto rimasto nella padella aggiungo se serve, qualche cucchiaio d’acqua o brodo vegetale e spremo il sugo di mezzo limone, anche di uno intero, secondo i gusti e la quantità del pollo. Verso rapidamente il sughetto sul pollo e lo guarnisco con del prezzemolo tritato.
Si abbina bene con qualunque contorno e… buon appetito!

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

E il pane? Non lo vogliamo, il pane? Per questo lasciamo i fornelli a Silvia, una cara amica incrociata a Roma anni fa e che oggi vive a Torino. Condivide con me un legame particolare con la Turchia…

“Poacia”
TOC TOC!
E’ permesso? Che bel blog, con questo bianco pulito… e con un bel simit di sottofondo! Che fame!
Sono venuta per offrirti una piccola ricetta. 
Non sarà una di quelle ricette che faranno sbalordire i commensali spingendoli a scriverla sul primo foglietto volante con la promessa che al più presto la rifaranno a casa, ma mi è capitato più volte di avere il grande piacere di vedere i miei bimbi addentarla con fame e soddisfazione. Sono dei panini turchi dal nome all’apparenza impronunciabile, poğaça… no, aspetta, si dice così: POACIA. Anche loro spesso partecipano alle grandi tavolate, confinati in un cestino e spesso ignorati nell’abbondanza globale; ma vicino a un tè (proprio quello del tuo blog!) o in un momento di corsa e di fame rivelano tutta la loro squisitezza, pur nella loro semplicità.

Sono così semplici che ti dico a memoria la mia ricetta (pronta a scrivere?):

Ingredienti:
mezzo chilo di farina
una bustina di lievito, meglio quello di birra secco (in bustina)
un bicchiere di acqua
un bicchiere di latte
mezzo bicchiere di olio, io preferisco quello di semi che è più leggero
sale a piacere
formaggio greco ovvero la feta (ma a Panorama si trova anche beyaz peynir, il formaggio bianco turco)
prezzemolo
un uovo

Mischiare farina, lievito, latte, olio e sale in quantità a piacere (un pizzico come mezzo cucchiaio, come si è abituati) nella modalità a piacere (tradizionale: la classica fontanella sulla spianatoia, la planetaria per la fortunata che ce l’ha o direttamente nella macchina del pane programma dough come la sottoscritta). Lasciare l’impasto a lievitare per un’ora (chi ha la macchina del pane deve aspettare semplicemente la fine del programma, eh eh eh).
Nel frattempo rompete in una ciotola il formaggio con la forchetta e aggiungete il prezzemolo tritato (che in anni di onorato servizio culinario avrete probabilmente già imparato a preparare).
Poi si prende l’impasto, che può avere le consistenze più diverse: l’importante è che sia lavorabile; se è troppo morbido e si appiccica alle dita non prendete l’occasione per giocarci ma ungetevi le mani d’olio e procedete. Formate delle palline di pasta della grandezza di un mandarancio (e anche se non sono uguali le une alle altre nessuno farà le dovute misurazioni); poi prendete la pallina, apritela a disco e mettetevi un cucchiaino circa di formaggio (per i golosi come me anche di più; ma ho considerato anche i moderati). Poi si richiude tutto dandogli di nuovo la forma a pallina e facendo attenzione a chiudere bene la pasta; le palline così confezionate troveranno posto sulla teglia e aspetteranno solamente più la doccia con l’uovo sbattuto che gli spennellerete sopra come tocco finale (per chi non ha il pennellino ricordo che anche per me è passato del tempo prima che lo comprassi appositamente; mi astengo però dal descrivere il procedimento che adottavo). Forno a 180 gradi (molte di voi non leggeranno coscientemente il numero e proprio per questo l’ho scritto) fino a che non diventano dorati.
Ora devo andare Chiara, devo tornare a lavorare! Grazie per la gentile ospitalità, ci vediamo un’altra volta! Ah com’era la tua ricetta….?!?

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

Per il dessert, lasciano la cucina a un’altra Alessandra, grafica, mamma e ottima cantante.

Doktorns Persikopaj (Torta di pesche)

Questa ricetta risale a circa dieci anni fa quando il mio caro amico Alberto era fidanzato ad una dolce ragazza svedese, Cecilia! Se fosse in rete potrebbe riconoscerla!

8-10 pesche sciroppate (in genere ne uso 9!)
50 gr di zucchero
1 cucchiaino di cannella

Per l’impasto:
400 g di farina
50 g di zucchero
½ cucchiaino di lievito
½ cucchiaino di sale
100 g di burro

Infine:
2 dl di panna fresca
2 tuorli

Accendere il forno a 225°

doktornsIn un recipiente mischiare la farina con lo zucchero, il lievito e il sale, affettare il burro e sminuzzarlo con un coltello cercando di toccarlo poco con le mani, aggiungerlo alla farina e lavorarlo con la punta delle dita. Mettere questa “pasta” (risulta piuttosto sablé) nella teglia schiacciandola un po’ e cercando di formare i bordi, adagiarci sopra le pesche (in genere ne metto 9), spolverizzarle con lo zucchero mischiato alla cannella, infornare per 15’-20’. Nel frattempo montare un po’ (non molto) la panna con la frusta a mano ed aggiungerci i tuorli. Tirare fuori la torta dal forno ed aggiungere sopra questo liquido, infornare di nuovo a 180° per 25’-30’.

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

E tutte le altre? Facile, le trovate qui. A vostro rischio e pericolo, si intende. Sono tante, tantissime, appetitosissime…

Non capisco


Quarantotto eravamo, e sono uscita viva soltanto io. Molte di loro le ho viste morire, di altre so che fine hanno fatto. Come raccontare a una madre, a un padre, che la loro figlia di vent’anni è morta di cancrena per le botte ricevute da una Kapò? Come descrivere la pazzia di alcune di quelle ragazze a coloro che le amavano? Adesso molti dei genitori, dei fratelli, dei mariti, non ci sono più; le ferite non sono più così fresche. A quelli che restano spero di non fare troppo male. Ma adesso devo mantenere la promessa che ho fatto a quarantasette ragazze che sono morte ad Auschwitz, le mie compagne di lavoro. E a tutti gli altri milioni di morti dei Lager nazisti.

(Settimia Spizzichino, Gli anni rubati)

Ieri sono andata al Teatro Palladium, per uno spettacolo in occasione della Giornata della Memoria. Era dedicato al ricordo di Shlomo Venezia, scomparso pochi mesi fa. Sono stati letti alcuni brani tratti da questo libro, che penso che mi procurerò. Per i primi venti minuti, corrispondenti più o meno all’introduzione degli organizzatori o poco più, mi sono trovata a fare i conti con un pensiero che non mi è del tutto nuovo. Aveva a che fare con la testimonianza, e specificamente con la testimonianza dell'”indicibile”. Non posso fare a meno di pensare alle persone che arrivano, oggi, ora, in questo momento nella mia città e sono sopravvissuti alla tortura. Non a traumi, a violenze, a difficoltà, a violazioni dei diritti umani. Proprio alla tortura strutturata, organizzata, quella che fa riferimento a metodi specifici in tutto il mondo. Non posso fare a meno di pensare che ci sia un nesso tra queste testimonianze: quelle, ormai poche, della Shoah e quelle, per lo più non raccolte né ascoltate, di un numero piccolo ma non insignificante di uomini e donne delle più varie origini.

Un nesso ovviamente non vuol dire precisa corrispondenza o equivalenza. Già mi sento risuonare in mente le proteste, non necessarie, sull’unicità della Shoah e sulla sua irriducibilità a qualunque altra esperienza, sia essa personale o storica. E tuttavia mi colpiscono le parole della moglie di Shlomo Venezia, Marika, riguardo allo straordinario e devastante dolore che a suo marito dava quella testimonianza, necessaria. Il senso di colpa del sopravvissuto. L’immagine del campo che non ti lascia mai, in ogni istante della vita successiva. E visualizzo altri volti, molto diversi tra loro e da quello di Shlomo Venezia.

Credo che il lavoro sulla memoria della Shoah fatto in molte scuole italiane sia eccellente. Mi colpisce la volontà sincera di “passare il testimone” alle generazioni future, perché ciò che è accaduto non diventi mai un fatto storico qualunque, remoto, risolto, come le guerre puniche. Tuttavia credo anche che sarebbe importante riflettere su cosa rende profondamente urgente e importante fare questo. Non  solo l’esigenza di contrastare e arginare chi nega che ciò sia stato. Soprattutto, io credo, si tratta di spiegare a chi non l’ha vissuto che quello che è successo ha una valenza universale. Che riguarda ciascun uomo, in ogni periodo storico e in ogni luogo. E forse il modo più efficace per farlo sarebbe allungare lo sguardo anche alle vittime di oggi. Ai genocidi che non hanno una cultura millenaria capace di tradurne l’assurdo in parole, poesia, musica, danza. Ai familiari che non sono confortati da nessuno nel loro sostegno improbo a chi non è in grado di raccontare cosa gli è stato fatto da altri esseri umani. Intenzionalmente. Scientificamente.

Ma cos’è che non capisci, mi direte a questo punto voi? Non capisco come Evelina Meghnagi e l’Ashira Ensemble non siano in cima alle classifiche musicali di tutti i Paesi del mondo. Non capisco e non mi capacito del fatto che mi sia ancora possibile assistere ai loro spettacoli facilmente, a due passi da casa e spesso pure gratis, quando sarei disposta a comprare il biglietto su internet sei mesi prima. Non capisco perché chi mi sente nominarli pensa che sia la solita roba da nicchiona, non fruibile per i più.

Dicevo che gli aggrovigliati pensieri di questo post li ho fatti nei primi venti minuti. Per tutto il resto del tempo la musica mi ha portato via, fuori dalla sfera delle parole. Sentitela, la voce di Evelina. Sentite la luce che sprigiona, fatevi portare attraverso la pienezza e la complessità della vita nelle sue minime sfumature. Ma non cliccate su un video qualunque. Andateci, di persona. E poi ne riparliamo.

Non proprio una recensione


Scrivere questo post mi è costato molto più fatica di quanto avessi in un primo momento immaginato. Di recensioni, per lavoro o per diletto, ne scrivo un certo numero. Per cui, un po’ ingenuamente, mi ero ripromessa di scrivervi cosa penso del libro L’industria della carità, di Valentina Furlanetto (Chiarelettere). L’input mi era arrivato da un articolo di Vladimiro Polchi, che a mio avviso è uno del pochi giornalisti che si occupa di immigrazione in modo sensato. Mi aveva anche incuriosito (e un po’ indispettito) la reazione di indignazione, a volte preventiva, che leggevo nei siti di comunicazione sociale, Vita in primis. Ed ecco quindi che, zelante, mi sono comprata l’e-book a prezzo pieno, anticipando persino di qualche giorno l’uscita in libreria.

E a quel punto, dopo aver letto, ho constatato che purtroppo sul libro in sé non avrei nulla da aggiungere rispetto agli articoli che avevo letto. A essere gentili e signorili, possiamo definire il volume un’occasione persa. O ancora, con un altro eufemismo, un lavoro scientificamente inconsistente. Insomma, mi è cascata la mascella. E, badate bene, non lo dico mica perché sul no profit, terzo settore e volontariato non ci sarebbe niente da dire. Ci sarebbe un sacco da dire e pregustavo proprio che si cominciasse a dire. Ma certo non così. Mettendo tutto insieme: ong internazionali, piccole onlus locali, Nazioni Unite, cooperazione statale, ambientalismo, adozioni a distanza. Come se tutto fosse la stessa cosa. L’unico filo conduttore pare, a quanto sembra, la tesi dell’autrice: la scarsa trasparenza, se non proprio la corruzione e il nepotismo, di tutte queste diversissime cose. Io a quel punto ci avrei messo anche l’Università, il mio condominio, i partiti politici e il canile municipale.

Badate bene, non è che io mi risenta per la denuncia degli scandali che ci sono e magari abbondano pure (anche se sempre numericamente insignificanti rispetto all’universo esaminato). Ma più interessante mi parrebbe un ragionamento serio sulle motivazioni di certe pecche e sulla valutazione nel merito delle stesse (specialmente se alcune, a guardar bene, non sono neanche tali, mentre altre, potenzialmente assai più problematiche, sono ignorate). La parte di mia competenza di questo volume è assai più piccola di quanto immaginassi. Ma, soprattutto, non c’è un vero ragionamento a cui agganciarmi e contribuire. Mi limito a fare qualche rilievo.

L’unico criterio consigliato dall’autrice per verificare la trasparenza di un’organizzazione è farsi mostrare i bilanci. Io non sono tanto d’accordo. E’ una buona prassi che i bilanci siano pubblici e di fatto spesso, in qualche forma lo sono (oltre a dover essere costantemente prodotti ai finanziatori). Ma perché ogni singolo privato li possa decifrare, essi dovrebbero essere redatti secondo voci chiare, univoche, ben leggibili e uguali per tutti. Peccato che un bilancio di una agenzia delle nazioni unite, quello di una bottega equa e solidale, quello di una cooperativa sociale, quello di un’associazione di volontariato nazionale e quello di un ente pubblico non siano di solito fatti allo stesso modo. Quindi non basta metterli on line e bon. Io, leggendo le argomentazioni dell’autrice sui dati economici in suo possesso, mi sono più volta chiesto se e in quali casi la voce “Progetti” (che lei considera virtuosa, a differenza delle vituperate spese per “tenere in piedi l’organizzazione”) comprenda le spese del personale per i progetti stessi. Immagino che in qualche caso le comprenda e in altri no (o le comprenda parzialmente). Basterebbe questo per invalidare, di fatto, il paragone. “Progetti” non equivale mica a “soldi messi in mano direttamente al beneficiario”. Che poi la cooperazione (o la fornitura di servizi sociali) non vuol dire mica distribuire monetine su larga scala (sebbene la parola “carità” richiami molto questo aspetto), facendoci più o meno la cresta. Sperabilmente, dall’Ottocento a oggi, molte realtà sono un briciolo più evolute di così (anche se in alcune delle trasparentissime Charities USA qui e là questa impostazione di fondo riemerge sempre più spesso: raccogliamo le vostre monetine e le distribuiamo in modo efficiente). A mio avviso una ONG dovrebbe anche lavorare attivamente per eliminare le cause del bisogno su cui opera, attraverso advocacy, policy, lavoro culturale, comunicazione, ricerca (a seconda del campo di intervento). Non serve buon cuore, eroismo, protagonismo. Serve testa, competenza, visione di insieme.

La questione delle emergenze, e della loro eventuale “convenienza”, è importantissima. Ma anche qui ben altra profondità ci vorrebbe. Intanto mi sarei aspettata un bel capitolo sui meccanismi generali di funzionamento dei finanziamenti europei, nazionali e internazionali. Forse un po’ noioso per il lettore, ma non sarebbe fuori luogo almeno dire che una organizzazione che vuole fare interventi di ampio respiro nella maggior parte dei casi deve avere capacità di anticipare in buona parte le spese. Questo in certi casi spiega la pratica di “accumulare” risorse per uno o due anni successivi, nelle forme che sono consentite a ciascuna realtà. Chiedetelo a tutte le piccole ONG “morte di crediti”: ve lo confermeranno.

Interessante anche il fatto del carattere temporaneo degli interventi: se un’emergenza è tale deve iniziare e finire. Sante parole. Peccato che a volte neanche le emergenze vere finiscono (perché chi dovrebbe attivare le risorse ordinarie non lo fa, in genere). Figuriamoci quelle presunte. Resta il fatto che se teorizzassimo (nel migliore dei mondi possibili) che le ONG dovrebbero limitarsi a interventi circoscritti a integrazione di quando dovrebbero fare, che so, gli Stati, poi sarebbe un po’ contraddittorio accusarle di “precarizzare” il personale. Il personale in quel caso dovrebbe lavorare solo per la durata del singolo progetto, poi stop (altrimenti mi fa ad aumentare il budget spero per “mantenere l’organizzazione” e mi fa fare brutta figura….). Come esempio di progetto definito e presto chiudibile magari non avrei scelto l’esempio “istituire un campo profughi” (che non è che una volta istituito uno lo lascia lì e se ne torna a casa), ma questi sono dettagli, se vogliamo, espositivi.

Non mi dilungo oltre. Avrei voluto leggere del processo di “progettizzazione” degli interventi sociali; dei farraginosi meccanismi di gestione dei fondi europei, che rendono di fatto impossibile utilizzarli per le attività a cui sono destinati; delle tante, profonde contraddizioni, in cui questo ormai strutturale “terzo settore” si dibatte in Italia. Non è in questo libro che io possa trovare spunti di rilievo. Purtroppo non mi è stato molto d’aiuto neppure per le mie ricorrenti e tormentate riflessioni sul fundraising e sulla comunicazione. Nel migliore dei casi le spese di comunicazione sono etichettate come inutili e moralmente discutibili, quando non ridotte alla mera marchetta della star bisognosa di pubblicità. Mi preme, nel mio piccolo, precisare che: a) l’adozione di Madonna in Malawi non è proprio un caso tipico di testimonial famoso e mi pare compaia un po’ impropriamente in questo contesto; b) ho avuto il piacere di incontrare molti “famosi” che si mettono davvero al servizio di cause importanti, anche e soprattutto gratis. Ma comunque non era di questo che mi sarebbe interessato parlare.

Conclusione? La raccomandazione di non fare donazione in contanti (specialmente a loschi figuri che vi attaccano bottone per strada o vi vengono a suonare a casa) non posso che condividerla, ma non serviva evidentemente un'”inchiesta” come questa per farvela. Forse chiuderò questo post deluso e deludente con la saggia frase di Stefano Zamagni: “Non dico che tutti siano costretti a conoscere il mondo del non profit, per carità, ma sarebbe bene che almeno chi si mette a scrivere un libro su questo mondo un po’ di cultura sul tema ce l’abbia”.

Una famiglia diversa


Oggi ho ritrovato, da mia madre, un tema in classe scritto da me quando facevo la prima media. La professoressa evidentemente si è sentita in dovere di farne avere una fotocopia ai miei (e sperabilmente non ai servizi sociali). In aggiunta c’era un altro componimento, intitolato “Prendiamo lo spunto da…”, che evidentemente ho utilizzato per completare il quadro, tracciando un ritrattino di mio padre che te lo raccomando. Ma quello ve lo proporrò successivamente.

Il titolo del compito, non troppo originale, è “La mia famiglia”. Un titolo piuttosto incauto, se lo si propone a un membro della famiglia Peri. Perché possiate constatarlo di persona, ho pensato di riportarvi qui l’intero compito.

La mia è una famiglia molto numerosa: è composta dai miei genitori, da me e dalle mie quattro sorelle maggiori. La figura fondamentale è mia madre, detta anche Generalessa per la sua autorità, che ogni mattina puntualmente provvede a farci alzare, incurante dei brontolii assonnati che provengono da sotto le coperte. Alle otto e un quarto, dopo averci buttato tutti fuori di casa, con le buone o con le cattive, va a scuola, dove insegna italiano.

La figura di mio padre è quella che si nota di più: pur essendo quello che deve uscire più presto di tutti si alza sempre per ultimo, cacciando fuori dal bagno tutte le mie sorelle, che urlando con lo spazzolino da denti in mano, sono costrette ad aspettare che Panzon abbia finito di radersi. E se per il corridoio si sente: “Orca mastela! Chi ha preso le mie braghe?” è sicuramente attribuibile a lui. Poi, dopo essere ritornato indietro due o tre volte, per prendere carte e documenti che dimentica regolarmente, va al Vaticano, dove lavora in biblioteca. Ma la confusione, anche dopo che mio padre è andato via, non è ancora finita: infatti ci sono ancora quattro sorelle che devono uscire.

Io alle otto, dopo aver messo sottosopra la casa per trovare la cartella, il cappotto ed i soldi per la merenda, me ne vado tranquillamente. Marina esce sempre di casa alle otto e ventinove ed ogni tanto spunta dalla sua camera dicendo: “Mammina, pensi che questa gonna sia intonata a queste calze?”. Seguono urlacci di mia madre e Marina viene sbattuta a calci fuori di casa. Le mie due sorelle più grandi molte volte restano a casa e devono affrontare il caos che noi lasciamo ogni mattina. Quando io, Marina e mio padre siamo fuori di casa ci sono quattro o cinque ore di tranquillità, turbata solo dal cinguettare disperato dei miei pappagallini, che mi dimentico sempre di pulire e a cui non do mai da mangiare.

La confusione normale torna verso l’una e mezza al ritorno dalla scuola, ma la parte più caratteristica della famiglia si vede nel tardo pomeriggio e alla sera, quando di solito la famiglia è al completo. Mentre sto facendo i compiti ed il resto della famiglia si sta dedicando alle faccende domestiche, arriva di corsa mia sorella Lucia, che non vive insieme a noi e lavora come segretaria in un ufficio. Va sempre di fretta e nel giro di pochi minuti è già andata via. La casa, nel periodo che va dalle quattro alle otto, è sempre piena di compagni di scuola, miei e di Marina ed i loro studi vengono turbati dai miei temibili esercizi di clarinetto. Le mura della casa tremano ai fischi terribili che dovrebbero essere note, ma che assomigliano di più, a quanto dice mia sorella Marina, al “richiamo di un alce col mal di pancia”. Appena ho finito di studiare Vittoria mi aggredisce: “I pappagalli li hai puliti? Ora li pulisci subito!”. Seguono urla e minacce ed io, brontolando, sono costretta a mettere da parte il libro che avevo afferrato. E quando finalmente riesco a mettermi davanti alla televisione arriva mio padre, emergendo dal mucchio di carte che invadono il suo studio, e senza dire una parola si impadronisce del telecomando e inizia a fare la sua consueta ginnastica digitale, saltellando da un canale all’altro.

A cena ci troviamo di solito tutti riuniti: quando mia madre porta la verdura, mio padre brontola immancabilmente che è tutta fredda, che bisogna riscaldarla e nella migliore delle ipotesi mia madre si mette semplicemente ad urlare, ma quando è nervosa mio padre riceve anche uno schiaffone. Marina spunta ogni sera dalla camera dei miei genitori con un giornale in mano e subito trova un film da vedere. Immediatamente tutta la famiglia si dispone in questo ordine: mia madre sulla poltrona, mio padre sdraiato sul divano, io distesa sopra mio padre e tutte le mie sorelle accovacciate per terra, munite di coperte. Immancabilmente dopo qualche minuto il film viene accompagnato dal russare di mio padre, che riceve continuamente calci e gomitate ed imperterrito continua a dormire. Alla fine del film, dopo la confusione finale, tutta la famiglia va a letto e pian piano la pace torna nella casa buia.

Io penso che la mia famiglia sia diversa da tutte le altre, soprattutto per il rapporto, particolarmente confidenziale, che noi figlie abbiamo con i nostri genitori. La mia è una famiglia particolarmente allegra, forse perché è tanto numerosa ed è molto originale e completamente diversa da tutte le altre famiglie.

Mia madre lo ha conservato accuratamente, dando prova di grande onestà intellettuale: molti, al suo posto, avrebbero cercato di far sparire le prove… 🙂

E’ finito (e meno male) – giveaway di inizio anno


Mi tornava in mente, stamattina, che l’anno scorso avevo lanciato un bellissimo giveaway di fine anno. Sarebbe stato bello farne una seconda edizione, ma ormai è passato il momento e in realtà, nonostante il cielo romano di spudorato azzurro, non mi sento nella stessa disposizione di spirito idilliaca e riconoscente.

E allora, mentre me ne sto rintanata in ufficio in attesa che inizi il trambusto di quello che ho da fare, mi è venuta un’altra idea.  Lo so che tutti (anche io) abbiamo mille cose di cui essere grati e riconoscenti, pensieri poetici e nobili propositi che magari sentiremo l’urgenza di condividere, in queste ultime ore del 2012. Ma abbiate pazienza: non qui, non oggi. Qui ci diamo un altro obiettivo, molto meno ambizioso.

Pensate all’anno che sta finendo, con un minimo di disincanto. Ci sarà, presumo, qualche circostanza in cui vi siete sentiti Fantozzi. Sfigati come Calimero. Sfortunati come Paperino. Momenti in cui tutto, ma proprio tutto, sembrava tramare contro di voi (e forse pioveva pure). Sì, lo so che state pensando al mio Galaxy che si infrange contro un palo a solo una settimana di vita. Robe così. Ecco, ho una bella notizia: l’anno che ha visto verificarsi quel genere di eventi sta per finire.

Allora vi va di fare un bel rituale scaramantico collettivo? Facciamo un falò dei nostri momenti iellati. Pensatene uno, giusto il primo che vi viene in mente. Non valgono veri drammi e tragedie durevoli. Non siamo qui per piangere e sospirare. Ridiamo insieme delle piccole sfortune, facciamo corna, tocchiamo legno, accendiamo un bel falò ed entriamo nell’anno nuovo con la spudorata convinzione che tutto andrà per il meglio. O almeno facciamo finta.

Quindi, ecco le regolette.

1) Lasciate nei commenti il vostro momento di sfiga preferito del 2012 (o linkate un post, se avete voglia di allargarvi). Se vi va, divulgate con i social che preferite.

2) Basta, in realtà. Avete tempo fino al 3o gennaio. In fondo il mese di gennaio è il lunedì dell’anno. Alleggeriamolo.

3) Che si vince? Boh, ancora non ci ho pensato. Forse farò a sorte, forse giudicherò io, forse si farà una sorta di votazione…. Comunque molto onore per aver partecipato e un regalino di buon augurio.

Insomma, miei fidi lettori di nicchia, scatenatevi!