Il figlio dell’altra


In questo periodo natalizio si recupera: il sonno (mai quanto servirebbe), le letture (spero, prima o poi), le visioni di film. Questo qui aspettava da più di un anno, ma meglio tardi che mai.

Nei giorni che sono trascorsi dalla visione gli ho trovato, qua e là, qualche debolezza. Ma il fatto stesso che mi sia tornato in mente più volte la dice lunga, specie nel confronto rispetto a tante pellicole inconsistenti, viste una volta e poi dimenticate per sempre. La mia prima impressione comunque è stata del tutto positiva: non è il solito film di identità scambiate. In primo luogo credo che, nella sua sobrietà, dia una visione abbastanza equa della tragedia palestinese, pur conservando un punto di vista onestamente israeliano. Questo fa sì che non si scivoli in irritanti caricature e/o santini.

Ma quello che soprattutto mi ha colpito è il fatto che non parla solo del conflitto in Israele/Palestina. E’ prima ancora e forse soprattutto un film sull’adolescenza. Ha una portata, in qualche misura, universale. Chi sono? Che rapporto ho con la storia della mia famiglia? Come mi pongo rispetto alle contraddizioni apparentemente insanabili in cui sono immerso e, prima di me, i miei genitori? L’estate dei diciotto anni segna in misura forte il passaggio dalla visione della propria famiglia semplificata e in qualche misura monodimensionale dell’infanzia a quella a tutto tondo, del rapporto tra adulti

Oso aggiungere che, sia pure in un modo piuttosto sui generis, è anche un film su quelle che su Genitori Crescono chiamano “famiglie scomposte“. Scomposte e ricomposte, in nuovi equilibri che possono sembrare irragionevoli, ma la cui autenticità in fin dei conti è data solo dall’onestà intellettuale ed emotiva dei componenti.

Una bella storia per tutti, insomma.

Una piccola magia di Natale


Sono passati molti anni da quando vi ho parlato di Y., rifugiato etiope senza tetto. Non era una storia allegra e, con il tempo, la situazione è parecchio peggiorata. Y. è arrivato a perdere quasi tutto, a tratti anche quella dignità minima che ci aspettiamo di trovare in tutti i nostri simili. Ma non ha perso la strada di via degli Astalli, nemmeno nei momenti più difficili. E qui devo tributare un elogio pubblico ai miei colleghi che non solo fanno ogni giorno, con professionalità e pazienza un lavoro difficile, ma hanno la capacità di vedere oltre, di avere i guizzi, di non disperare. A un certo punto, grazie alla tenacia e all’insistenza di medici volontari e operatori, si è riuscito a ricoverare Y. Lo andavano a trovare tutti i giorni, come e più di un familiare. Non so darvi i dettagli clinici, ma il recupero è stato vistosissimo. Y. è tornato dignitosissimo, pulito, presentabile. La sua mente vaga sempre, ma il suo corpo si è rialzato. Al punto che ha trovato un’ospitalità (temporanea, ma è qualcosa) presso un istituto di suore.

Una volta a settimana, puntualissimo, torna a via degli Astalli. L’ultima volta ha solennemente portato un’ambasciata. Anzi, un invito. Sabato scorso le suore avevano organizzato una festa di Natale. E lui, Y., avrebbe suonato. Sì, perché una cosa non ve l’avevo raccontata, perché non la sapevo. Y. suona bene il piano. Persino nei momenti di nebbia più fitta non ha mai perso questa abilità, che ci dice moltissimo dello stile di vita che aveva, in quel prima per sempre perduto.

I miei colleghi, sabato, erano a quella festa. E oggi, alla riunione di staff, ci hanno raccontato la gioia e la soddisfazione di aver visto Y., elegantissimo, protagonista alla tastiera. Io avevo già guardato il piccolo video che avevano condiviso su Facebook e che aveva suscitato reazioni incredule: “Ma veramente è lui?”.

Non è un miracolo, certo. Non abbiamo nessun lieto fine stupefacente. I problemi ci sono e restano. Ma il sentimento che lega Y. a quelli che nel tempo sono diventati i suoi amici è, a suo modo, una piccola magia. Mi piace pensare che quello che commuove tanto tutti noi abbia un senso e una bellezza anche per lui.

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Attaccamento


Sento il bisogno di sdrammatizzare una mattina di formazione un po’ ansiogena, in cui tra me e me mi chiedevo se sono stata e sono in grado di dare a mia figlia quell'”attaccamento sano” da cui, a sentire psicologi e psichiatri, pare che dipenda in larga misura la sua stabilità futura. Per associazione di idee, uno di quei salti logici (forse da evitamento, chi può dirlo) che alla fine ti salvano la vita, mi è subito dopo venuto in mente a un attaccamento diverso, su cui rifletto da un po’. Avrete forse notato anche voi che spesso oggetti significativi, preziosi o anche solo emotivamente rilevanti manifestano una fatale attitudine a rompersi, perdersi, essere rubati. Sono certa che ciascuno di noi potrà facilmente condividere due o tre di questi piccoli (o grandi) lutti: l’anello della nonna caduto nel tombino, la prima scarpetta della bambina masticata dal cane di casa, il fazzoletto con cui lui si è soffiato il naso alla prima uscita dilaniato dalla lavatrice. E così via, di evento improbabile in evento improbabile.

Ma c’è un rovescio della medaglia. Gli oggetti più brutti, più insignificanti, quelli che segretamente speriamo che si dissolvano da sé dimenticati su una mensola, sono quelli che si attaccano tenacemente alla nostra vita, tanto da diventare testimoni durevoli della nostra esistenza. Non si rompono, non si perdono, nessuno ce li ruba e nessuno li prende nemmeno in prestito. Nel mio caso, questi oggetti sono sopravvissuti senza batter ciglio ai miei più profondi sconvolgimenti esistenziali nell’unico modo a loro possibile, in qualità di oggetti inanimati: fregandosene bellamente.

Con gli anni si sono persino guadagnati il mio rispetto. Penso ad esempio a una zuccheriera con la scritta “Ricordo di Sant’Agata dei Goti”. E’ in ceramica, viene usata quotidianamente, è dotata persino di un coperchio che potrebbe cadere separatamente e spezzarsi. Invece nulla, resiste strenuamente. Il ricordo della circostanza in cui mi è stata regalata (dalla mia ex suocera) è ormai sbiadito al punto da essere a stento riconoscibile e comunque irrilevante. Lei però mi guarda muta ogni mattina e ogni volta che mi viene voglia di bere un tè.

Lo stesso vale per due grossi barattoli da cucina in cui tengo il sale (o, piuttosto, in uno dei due tengo il sale fino; l’altro, destinato a quello grosso, resta solitamente vuoto e quindi ancora più inutile). Me li regalò per il mio matrimonio un compagno di liceo che, se non erro, neppure ci venne. Ancora oggi i contatti con lui, giornalista di fama, sono men che sporadici. Non saprei neppure dire se quei barattoli siano stati all’epoca scelti davvero da lui, o piuttosto da sua madre, in virtù della partecipazione ricevuta. Fatto sta che lì sono, sopravvissuti a traslochi e a risistemazioni sentimentali e esistenziali. Come abbiano fatto i bellissimi bicchieri di plastica verdi, regalati da una cara amica in occasione della nascita di Meryem proprio in quanto potenzialmente indistruttibili (“Diventano Velociraptor, crescendo, dammi retta. Questo ti serve, altro che trine!” – e aveva assolutamente ragione), a dissolversi quasi tutti nel nulla resta un mistero che contraddice le più elementari leggi della fisica. Ma i barattoloni ingombranti e inutili restano lì, a memoria eterna di se stessi e forse anche di una me ormai in parte superata.

Potrei continuare, naturalmente. Se vi va, fatelo voi.

Un mostro, una mamma, un bambino


Non è una favola, ma tutti possiamo contribuire a costruire un lieto fine. Vi ho già parlato tempo fa della storia della mia amica Janette e del suo bambino, Iñaki. Iñaki ha 4 anni e soffre della sindrome di Sanfilippo, una malattia rara per cui al momento non c’è alcuna cura.

La ricerca sta procedendo e c’è una terapia, la terapia genica, che sta dando risultati incoraggianti negli USA. Pare che funzioni e che sia possibile, per bambini piccoli, far regredire i danni che la malattia ha già fatto. Se la sperimentazione fosse attiva in Spagna, Iñaki avrebbe ottime possibilità di essere incluso e forse curato. Avrebbe, in pratica, una possibilità concreta di sopravvivere. Però in Spagna la sperimentazione è stata sospesa per mancanza di fondi. L’associazione di genitori di cui Janette è presidente ha ottenuto la disponibilità dei ricercatori americani a collaborare con un ospedale a Bilbao per portare avanti parallelamente il protocollo. L’ospedale ha accettato e ora è solo una questione di soldi. Tantissimi soldi.

Il tempo si va esaurendo e Janette, come è ovvio, non si arrende. Per questo ha girato un video bellissimo per farvi conoscere il suo splendido bambino. Per dare un sostegno a questa causa, potete cliccare qui. Se potete, passate parola.

In monastero con la Guerrigliera


Ormai mia figlia Meryem è una compagna di viaggio rodata. Per questo mi sono decisa, per il ponte dell’Immacolata, a proporle una gita di tre giorni, stavolta in gruppo. In torpedone. Con ampie parti del programma dedicate a visite culturali. Con pernottamento in monastero. In condizioni meteo che non si prestavano particolarmente a passeggiare nei boschi. Tutti elementi che avrebbero scoraggiato più di un genitore sano di mente. Cominciamo subito dal lieto fine: è stato un successone. Un po’ si deve alla fortuna: ha piovuto un po’, ma non ha mai diluviato e quindi le due gite previste, all’anello basso e all’anello alto de La Verna, si sono svolte regolarmente. Un po’ si deve al carattere sostanzialmente socievole e adattabile della Guerrigliera, che ha mugugnato appena un pochino all’inizio, ma poi si è inserita perfettamente e si è persino esibita in un assolo di spiritual in pullman. Un (bel) po’ si deve agli organizzatori (DdG, in gergo Giovane Montagna) che, al netto di qualche piccolo imprevisto, hanno ideato un programma ricco, vario e con apporti di guide e amici locali che hanno fatto la differenza. Un ultimo contributo al successo si deve agli standard bassi a cui è abituata mia figlia, che ha trovato confortevolissima l’accoglienza in monastero (“La doccia migliore che abbia mai fatto!”) e il cibo favoloso. C’era del vero, intendiamoci, ma il confronto con la nostra quotidianità sgarrupata aiuta. Abbiamo iniziato con un pranzo luculliano ad Arezzo (qui) preceduto da una breve passeggiata libera durante la quale ho colto l’occasione di prendere un lussuoso aperitivo analcolico con un’amica di web e figliola. Nel pomeriggio abbiamo passeggiato tre ore guidati da Serena, una guida efficientissima e appassionata, che personalmente ho trovato particolarmente illuminante. Abbiamo gustato Piero della Francesca, cogliendone appieno l’innovatività (ai frati committenti deve essere preso un coccolone: avevano assoldato un posato pittore gotico e si sono trovati un murales con veri tramonti e sederi di cavalli in primo piano. Praticamente un murales) e ci siamo immersi nella storia medievale e contemporanea in una prospettiva tutta aretina. In serata, sotto una pioggia battente, abbiamo guadagnato il monastero. La mattina successiva, in uno scenario degno di Tolkien, abbiamo percorso i tre km e mezzo dell’anello basso. Si tratta dei cosiddetti sentieri Frassati, che hanno costituito sicuramente l’attrattiva principale della gita. Molto fango, ma anche molta magia. 18   La giornata, poi proseguita nel pomeriggio con la visita di Camaldoli, non sarebbe stata la stessa senza la guita entusiasta e appassionata di Andrea, segretario della Sottosezione P.G. Frassati della Giovane Montagna. La visita di Camaldoli è stata abbastanza veloce e in gran parte occupata dalla cioccolata calda al bar. Ma, come ha osservato giustamente la nostra guida, è servita a scaldarci e, visto il clima fuori, la cosa aveva la sua importanza. Sul ritorno, Meryem sostiene di aver intravisto una volpe dal finestrino. Io non posso testimoniare personalmente rispetto alla veridicità dell’avvistamento, ma altri membri della spedizione hanno visto invece cinghiali e anche un cervo (pare). Il terzo e ultimo giorno è stato dedicato a una visita veloce del santuario francescano e al completamento del sentiero, con l’anello alto e la vetta del Monte Penna. Ancora una volta il percorso, breve e non eccessivamente impegnativo, era assolutamente alla portata di Meryem (e mia!). Da un momento all’altro mi aspettavo di veder comparire la casetta di Hansel e Gretel. Il percorso, mi dicono, sarebbe molto panoramico con condizioni meteo diverse (il modo condizionale, si sa, è stato inventato in montagna…). Ma la nebbia aveva il suo indubbio fascino. 13 19 Finisco per raccomandarvi caldamente un soggiorno a La Verna e le due escursioni che abbiamo fatto noi. La natura è meravigliosa, l’alloggio economico e confortevole. Noi certamente ci torneremo.

Cinque chicche editoriali


Uno dei miei autoregali di compleanno era una lunga e lenta passeggiata in giorno feriale a Più libri più liberi. Senza minori annoiaiati al seguito. Poi, come è naturale che fosse, una parte dei miei acquisti è stata dedicata a Meryem e una fetta rilevante della mia attenzione è stata catturata dall’editoria per bambini e ragazzi, che offre delle verie e proprie eccellenze (vi segnalo soprattutto i miei preferiti: Orecchio Acerbo, Lapis, Sinnos, Topi Pittori e una menzione speciale, meritatissima, ai giochi di CreativaMente). Ma oggi, essendo ancora in mood di attenzione per me stessa, vorrei parlarvi di qualche bella idea per un pubblico adulto, magari anche in vista del vostro shopping natalizio a budget contenuto (la fiera dura fino a lunedì compreso, ma molti editori vendono anche online).

1. La collana “i Quaderni” di Kellermann. Difficile descrivere la bellezza di questi libretti, interamente scritti in elegante corsivo. Gli argomenti sono talmente vari che ne troverete certamente uno, o più probabilmente più di uno, che è perfetto da regalare a qualcuno. O anche a voi stessi, eventualmente. Eccoli qui. Prezzo a prova di crisi, magia garantita.

2. Amici lontani? Per soli 5 euro ci sono “I pacchetti”, un’idea dell’editore L’Orma, che si distingue peraltro per un delizioso catalogo piegato in forma di areoplanino di carta. Si tratta di raccolte ragionate di lettere di artisti e filosofi, pronti per essere affrancati e spediti. Una variante leggermente più costosa (8 euro) sono i “Pacchetti dei luoghi (non comuni)”, piccole monografie dedicate a luoghi simbolo di città europee (per ora, Torre Eiffel e Muro di Berlino). Anche in questo caso, originalità e cura per il particolare sono ciò che colpisce.

3. Per i frequentatori sofferenti di social network, raccomando il nuovo noir di Exorma, intitolato La strage dei congiuntivi (di Massimo Roscia). In fiera era in vendita anche una simpatica maglietta abbinata, con la scritta “Ignoranza, esci da questo corpo”. Sempre utile, da indossare e da regalare a chi ne ha bisogno.

4. Moltissime ottime idee (“Fresche idee per pedalare liberi”, per la precisione) si trovano nel catalogo di Ediciclo.  Io, che pedalo pochino ma vado spesso e volentieri a spasso per l’Italia senz’auto, sono rimasta affascinata e incuriosita da L’arte del viaggiare lento, di Paolo Merlino.

Cosa ho comprato per me? In realtà quasi nulla di tutto questo. Perché, salendo in coda al mio giro, al piano superiore sono incappata in Paolo Izzo e nel suo stand della Stamperia del Valentino. Mi sono sparata lì tutto il mio budget comparndo questo, questo e questo. Il Sarchiapone, che pure mi tentava, l’ho lasciato lì per la prossima volta. Chi mi conosce capirà. Forse. Ho i miei punti deboli, decisamente.

Quella che… parla di cose improbabili


Di ritorno dal Mammacheblog Creativo, vi regalo questo piccolo aneddoto. Una nota influencer, che scambiava due chiacchiere causuali con me nei pressi della ciabatta con le prese di corrente (postazione più frequentata del tavolo dove veniva offerto il caffè Vergnano), in risposta alle mie reiterate dichiarazioni di estraneità al contesto, mi ha chiesto: “Me ce l’hai un blog, almeno?”. Sì, ce l’ho. Dal titolo improponibile, ma ce l’ho. Forse avrei anche potuto dirle (anche se probabilmente lei non ne ha alcuna memoria): “Sai, sono quella che ha avuto una piccola divergenza di vedute con te a distanza in materia di rifugiati”.

Oggi, neanche a farlo a posta, leggo questo post di un’altra nota influencer e realizzo (oltre al fatto che se mi definisco “quella che” magari dovrei riconoscerle dei credits) che in fondo il quid che mi caratterizza ormai da un certo numero di anni in questo ambiente variegato che mi trovo a frequentare è proprio questo: la mia esperienza con i rifugiati. “Che problema risolvi, tu?”, chiedeva una volta Luigi Centenaro a una sessione sul personal branding. “Io semmai ne creo”, ricordo di essermi risposta. Fatto sta che già nel 2011 al Mammacheblog (che allora si chiamava Momcamp) avevo cercato, non so con quanto successo, di raccontare alla platea chi fossi io, in rete e fuori.

Ieri sera, tornando in treno da Milano, ho riflettuto sul fatto che, di tanto in tanto, chi tra i miei contatti web aveva avuto bisogno di chiedere qualcosa sui rifugiati si era, in effetti, rivolto a me. E i post più letti di questo blog di questo parlano. Il primo blog che ho aperto, su splinder, all’inizio del 2004, si chiamava “Rifugiati”. Molto più agevole da ricordare e da digitare. Peccato che, come era ovvio, non lo leggesse nessuno. E alla fine Yenibelqis, che era l’esperimento privato, si è animato di vita propria, nonostante la sua impronunciabilità.

Insomma, questo post sconclusionato è per dirvi che continuerò a scrivere, come sempre, di quello che mi interessa e che forse riassumerei così: rifugiati, maternità (cioè educazione, esperienze, cose interessanti da fare con mia figlia), religioni, Roma. Ma se vi va che vi risponda a un dubbio o una domanda sulla mia “specialità”, scrivetemi. Non sarete molti, posso immaginare. Ma è anche vero che di migrazioni forzate si inizia a parlare molto più di un tempo. Insomma, sapete dove trovarmi.

Dicembre è il più magico dei mesi (#Ptitzelda2014)


Stamattina un pensiero mi ha folgorato: ma la settimana prossima è il mio compleanno! E, soprattutto, la settimana prossima inizia dicembre. Il mese di dicembre ha qualcosa di speciale, non trovate? No, non parlo di glitter natalizio, di cenoni, di stress da regali e dei Babbi Natale panciuti che mi è toccato stampare per Meryem. E tanto meno dei lavoretti, da cui ingenuamente pensavo di essermi liberata per sempre e invece, in seconda elementare, a sorpresa, ricicciano. No, parlo di quei piccoli bagliori dell’anno che finisce, di un ciclo che si chiude con la promessa delle novità dell’anno nuovo. Lo so che ormai siamo abituati a ragionare per anni scolastici. Ma l’anno tradizionale ha pur sempre il suo fascino.

Il tutto per dire che l’anno scorso ho, per caso, incrociato Camilla  in una boutique milanese (oddio, quanto fa figo dire così: pare che io faccia shopping abitualmente, e per giunta in città diverse dalla mia). A essere onesti non è che abbiamo avuto poi modo di approfondire particolarmente la nostra conoscenza. Sono contenta di rivederla domani al Mammacheblog, a Milano, ma soprattutto ho iniziato a seguire di più il suo blog e, per farvela breve, sono rimasta incantata dalla sua proposta: per tutto il mese di dicembre fissare, con uno scatto al giorno, quel “qualcosa di folgorante e piccolo che ti attraversa un giorno come tanti e che ti svolta la giornata”. Una bella sfida, per certi versi simile al giochino della gratitudine (elenca tre cose di cui essere grato oggi) che è girato a lungo su Facebook. Ma anche una sorta di calendario dell’avvento che dura fino a Capodanno.

I suo scatti sono fantastici, ma l’esercizio è interessante anche per chi – come me – è un fotografo mediocre. Quindi anche quest’anno, su Instagram, parteciperò al PtitZelda2014. Tutte le istruzioni in questo post.

Alice e la magia del teatro


Sabato scorso mi si è presentata l’occasione di portare Meryem in un luogo che mi è sempre sembrato un po’ magico, il Teatro India. Ho un’attrazione particolare per questa zona di Roma, un’area industriale sulle rive del Tevere, con il Gazometro sullo sfondo e grandi spazi con muri in mattoncini. A essere del tutto onesti, ho sempre la sensazione che la qualificazione di quest’area sia rimasta un po’ a metà, non del tutto compiuta. Tuttavia mi piace comunque.

Lo spettacolo che abbiamo visto era Alice, regia di Fabrizio Pallara. Non sono stata mai una fan di Alice nel Paese delle Meraviglie, non saprei dire perché. Quindi mi è parsa una buona occasione per introdurre Meryem alla storia in un modo diverso e non filtrato dal mio naso che si storce (probabilmente non avrei dovuto leggere Camera oscura, di Simonetta Agnello Hornby). Ecco, lo spettacolo si adattava solo in parte allo scopo: più che narrare, suggeriva la storia. Lo spettacolo usa moltissimo la musica, la mimica, le scenografie (semplici, ma d’effetto), meno i dialoghi e la narrazione.

Però per noi ha funzionato. Meryem era stupita, incantata, coinvolta. Un’ora e dieci di magia. Non finisco mai di stupirmi quando mi rendo conto che certe volte non servono sofisticati effetti speciali per rapire l’immaginazione. E se un cartone animato o un film d’animazione, obiettivamente, “invecchiano” (ho il sospetto che sia difficile proporre a Meryem con qualche successo Elliot il drago invisibile, anche se adesso, pensandoci, ci proverò), il teatro conserva per fortuna il suo potere puro e immediato. Se funziona, funziona. Anche senza apparati hollywoodiani.

Lo spettacolo è al Teatro India di Roma fino al 13 dicembre. Consigliato a partire dai 6 anni e io confermerei, anche se in sala c’erano bimbi più piccoli che hanno goduto comunque dello spettacolo.

 

Analfabeti di speranza


Alcuni di voi mi chiedono di scrivere qualcosa su Tor Sapienza, sull’Infernetto, su questa assurda ondata di violenza e intolleranza che sembra dilagare ovunque e che, naturalmente, trova con facilità palcoscenici compiacenti nelle televisioni e nei giornali. Mi sopravvalutate, temo. Una cosa è certa: molte delle informazioni che circolano sul tema immigrazione e rifugiati in particolare sono, nella migliore delle ipotesi, non correttamente interpretate e spiegate (se non false del tutto). Non mi sento di farne del tutto una colpa ai singoli cittadini: se la stessa RAI manda in onda in prima serata trasmissioni che rimestano del torbido, non senza malizia, e se su uno dei principali quotidiani italiani si scrive che a Roma negli ultimi mesi sono stati aperti migliaia di nuovi posti di accoglienza per i rifugiati (il che è, semplicemente falso, visto che ci si è limitati a finanziare diversamente posti preesistenti), a questo punto viene la tentazione di considerare più attendibile il proverbiale “amico di mio cuGGino”, come si dice nella mia città natale.

Quegli stessi amici che, sapendo che lavoro faccio, mi chiedono di esprimermi sono certa che mi scuseranno se faccio un passo indietro e rispondo, più per me che per loro, a una domanda che in queste settimane mi tormenta: quando così evidente appare l’immensità del lavoro da fare e la sproporzione inquantificabile di mezzi tra chi mette zizzania (passatemi questa sottile analisi sociologica…) e chi avanza proposte diverse, che senso ha il nostro impegno?

Ieri poi, dopo quattro ore di formazione sulla geopolitica mondiale, il mio scoraggiamento aveva assunto una dimensione cosmica. Uno degli assunti nel nostro relatore era che certamente “a livello individuale” si possono fare tante buone cose. Ma il quadro generale che ne emergeva, tra strategie sul prezzo del petrolio e guerre stellari, era quello di un’enorme partita di Risiko che si svolge, attraverso un miscuglio diabolico di tecnologie avanzatissime e istinti animaleschi, ben al di sopra delle teste di tutti noi. Che senso ha, allora, il nostro lavoro?

E qui mi concedo una precisazione, che in fondo in fondo, contiene un po’ la risposta alle domande della me annichilita e scoraggiata. Noi non lavoriamo per fare del bene, nel nostro piccolo. Noi lavoriamo per cambiare il mondo.

“Parte essenziale della missione del JRS è affrontare le cause profonde delle migrazioni forzate. L’organizzazione si sforza di modificare le politiche ingiuste al livello più appropriato: localmente, a livello nazionale o internazionale”.

Di più: noi lavoriamo per promuovere la giustizia e “ricreare le giuste relazioni” a livello globale. Scusate se è poco.

Ecco, senza questa cornice davvero nessuno dei nostri sforzi ha senso. Essere idealisti non è un difetto, è obbligatorio. Mi spingo un po’ più in là. Bisogna anche sapere che la giustizia e la riconciliazione richiedono di tentare l’impossibile. Quindi, ciascuno faccia appello a quello che ha: la fede religiosa, la convinzione degli ideali, la fiducia nella magia o nei miracoli. I miracoli sono sottovalutati, specialmente quelli quotidiani.

Preciso che i miracoli quotidiani di cui siamo spettatori e che in misura maggiore o minore ci coinvolgono non sono “il nostro piccolo”. Sono lo spiraglio attraverso il quale ci rendiamo conto che il cambiamento che razionalmente è impossibile in realtà ci sarà e forse, in qualche misura, c’è già. «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te».

Ricordo sempre una frase del mio primo “capo gesuita”. I rifugiati insegnano la speranza a noi che siamo analfabeti di questa virtù. Se una persona che ha perso tutto, magari anche se stesso attraverso la tortura, è in grado di rimettersi in piedi, percorrere il deserto e il mare e immaginare qualcosa di nuovo, come possiamo noi essere cinici e rinunciatari?

Ecco, lo so che questo apparentemente non c’entra nulla con Tor Sapienza e con l’Infernetto. Ma prima ancora di parlare di questo avevo bisogno di ricordare a me stessa che ci faccio qui.