Solo un dettaglio (e una proposta)


Una mattina ordinaria, in ufficio. Traduco, un po’ meccanicamente, gli aggiornamenti sulla crisi in Siria che arrivano dall’ufficio internazionale del JRS. Intanto penso alla presentazione che dovrò fare domani, ripercorro mentalmente le crisi internazionali: Siria, appunto, Mali, Repubblica Centrafricana. Fin qui il lavoro. Poi leggo: “il team del JRS Byblos”. E mi si apre una voragine mentale.

Byblos, Biblo. Mai vista, ma nominata – nella mia vita precedente – innumerevoli volte. Le punte di freccia iscritte, preme attestazioni di scrittura monoconsonantica; la misteriosa scrittura pseudogeroglifica, che il mio maestro crede di aver decifrato, ma chissà; il bellissimo sarcofago di Ahiram (o piuttosto Ahirom), con i suoi leoni accucciati e l’indimenticabile raffigurazione del re morto il trono con il fiore rivolto all’ingiù. Il tempio degli obelischi, la Signora di Biblo, Adone. Filone di Biblo e i suoi racconti misteriosi e frammentari. E, ancora, pescando indietro nei millenni: le lettere insistenti di Rib-Adda al faraone Akhenaton, conservate nell’argilla di El Amarna. Quanto abbiamo scherzato con gli amici su quei testi: “Ho scritto tanto, ma il mio Signore ancora non ha mandato le sue truppe in mio aiuto: forse la mia lettera è andata smarrita?”. Sembrava Snoopy che scrive all’editore. 60 ne ha scritte, di quelle lettere (almeno) e il grande re di Egitto se ne è, a quanto ci risulta, del tutto fregato.

Biblo, un mondo intera di orientalistica antica, moderna e contemporanea. Il mondo di immagini e scoperte che ho, forse indebitamente, sentito mio per anni e anni. Oggi quella Biblo è tornata Byblos. Gli operatori del JRS preparano pacchi di viveri per le famiglie rifugiate.

“La vita è dura per i rifugiati in Libano, dove devono pagare affitti alti per alloggi male arredati, sono spesso sfruttati per i lavori più umili e hanno difficoltà a mantenere le loro famiglie. I cesti di cibo del JRS sono essenziali per queste famiglie, ma i bambini non hanno solo fame di pane, ma hanno fame di istruzione. Per rispondere alla loro fame, il JRS presto inizierà il Programma di Apprendimento Accelerato (ALP) per bambini siriani che hanno bisogno di imparare rapidamente francese, inglese e elementi di matematica per accedere e integrarsi nel sistema scolastico libanese”. Così scrive il Direttore Internazionale del JRS.

Il “nostro” Medio Oriente da giovani orientalisti entusiasti era finto? Non credo. Sincera era la passione, la voglia di capire e, in qualche modo, la ricerca di verità che ci animava allora. Penso a quante parole e persino litigi sul tema della “decolonizzazione” dei nostri studi. Oggi, quello che mi resta, è un pensiero confuso: noi, più di altri, sappiamo quanto si debba andare fieri, come uomini, del contributo di queste terre alla civiltà di tutti. Che questo ci aiuti a non dimenticare, non solo ciò che è stato, ma ciò che sta avvenendo in queste ore.

Che possiamo fare? Chi ci crede, preghi. Cerchiamo di tenere alta l’attenzione, di informarci. Eventualmente, di sostenere chi è lì. Ma non si tratta solo di soldi. Lo sto pensando mentre lo scrivo. Non sarebbe bello fare arrivare il nostro sostegno ai bambini siriani che si preparano a tornare a scuola, in Libano, nei prossimi mesi? Vogliamo raccogliere un po’ di disegni dei nostri figli, letterine e simili, per far loro sentire che li pensiamo? Poi mi informo dai colleghi su come si fa a farglieli avere (al limite scannerizzandoli). Che ne pensate?

Voi mi provocate…


Lo avete visto, il manifestino di Obama che un’amica mi ha premurosamente condiviso su Facebook?

Ecco. Nel frattempo, in Italia…

Credo che chi frequenta questo blog (e la sua autrice) sappia bene cosa penso dell’attuale legge sulla cittadinanza. Quella per cui il nipote di un italiano emigrato in Australia decenni fa è tranquillamente cittadino e votante, anche se non spiccica una parola e non ha mai messo piede qui, perché è il sangue che scorre nelle sue vene ad assicurarne la piena italianità, mentre un immigrato che lavora e paga le tasse può chiedere la cittadinanza solo dieci anni di residenza continuativa e poi mettersi comodo e aspettare che qualcuno gli risponda. Esempio di vita vissuta: Nizam è per ora riuscito solo a chiedere di presentare la domanda, non a presentarla. Per far ciò (e quindi per iniziare la vera attesa dell’esito, che dura anni) gli è stato dato appuntamento tra un anno e mezzo.

La campagna L’Italia sono anch’io ha raccolto centinaia di migliaia di firme a sostegno di due proposte di legge di iniziativa popolare per riformare la legge sulla cittadinanza. Trovavo le proposte sobrie e persino caute e, infatti, largamente condivisibili e condivise. La campagna poneva molto l’accento sul più grande dei paradossi, i bambini nati in Italia o arrivati da piccolissimi (i compagni di scuola dei nostri figli) che attualmente accedono alla cittadinanza solo dopo il compimento della maggiore età. Ma non si parlava solo di quel tema. Si abbassava il periodo di soggiorno richiesto da dieci a cinque anni, in linea con altri Paesi europei. Si parlava di partecipazione e diritto al voto amministrativo, sempre in linea con le direttive europee. Pur prudenti, erano passi di civiltà importanti (e necessari).

La cittadinanza è stato l’unico pallido balenare dei temi a me cari nel dibattito per le Primarie del Centro Sinistra (ne parlavo qui, già sconsolata). Già allora, in effetti, Bersani parlava di bambini. E basta. Il 19 marzo la promessa proposta di legge è stata depositata, a firma di Bersani e di due neoeletti parlamentari,  Khalid Chaouki e Cécile Kyenge, che mi dispiace vedere definiti “i nuovi italiani portati in Parlamento dal Partito Democratico”, manco fossero pacchi (Khalid lo conosco personalmente e lo apprezzo, tanto per chiarire).

La proposta in questione ormai parla esclusivamente di minori ed è anche molto prodiga di cautele e distinguo. Tipo specificare che il minore deve essere nato in Italia o arrivato entro i dieci anni di età: “Il tetto dei dieci anni è stato individuato al fine di evitare che, nella prospettiva di poter ottenere la cittadinanza, minori stranieri, che abbiano un’età tale da consentir loro di affrontare il viaggio senza i genitori, siano inviati “clandestinamente” nel nostro Paese (dove vige la regola dell’inespellibilità dei minori stranieri non accompagnati), esponendoli in tal modo a rischi per la loro incolumità e per la loro crescita”. La preoccupazione quasi affannosa di prevenire obiezioni di questo genere, come pure la notazione rispetto all’accesso alla cittadinanza anche per i figli di stranieri non in regola con il soggiorno o soggiornanti da meno di cinque anni, dopo il compimento di un ciclo di studi (“In questo modo l’investimento nella loro istruzione non sarà ‘perduto’, perché sarà servito a creare dei nuovi italiani”), mi pare dicano chiaramente che a noi continua a parere normale che un tema come la cittadinanza continui in Italia essere argomento relativo alla pubblica sicurezza (da notare anche il termine clandestino/clandestinamente, sia pur virgolettato, che appare 3 volte in un documento di sei pagine).

E va bene il realismo, la prudenza, la ricerca del consenso trasversale, la strategia. Ma questo ulteriore arretramento che somiglia a una resa preventiva, questo giocarsi ormai solo il tema dei bambini che sono “pezzi de core” e omettere del tutto qualunque accenno a tutto il resto, personalmente mi lascia sconcertata, delusa, amareggiata. Meglio che niente, dirà qualcuno.

Ma basta! Fino a quando si deve continuare con il meglio che niente, che poi in genere somiglia molto al niente? Su, non è che pretendiamo Obama. Ma da questa palude di depressione usciamone, suvvia.

Se a qualcosa si crede sul serio, si cerca di sostenerla apertamente, con scelte e linguaggi semplici e diretti. Il che non significa essere refrattari alle mediazioni, a quella che Laura Boldrini ha definito “l’architettura” della politica. Ma per mediare una posizione di partenza esplicita deve pure esserci. Così viene il dubbio che a mancare siano proprio le idee, le convinzioni, la fiducia.

Eppure non è che occorra guardare agli Stati Uniti per capire che l’immigrazione è una risorsa immensa (e non parlo di badanti da strizzare ben bene e rimpatriare dopo l’uso, a nonno morto). Ne vogliamo parlare, per una volta, in termini seri? Economici? Demografici? Lasciando da parte i buonismi pelosi del “povero bambino, facciamo italiano anche lui” e il cinismo di chi comunque cerca braccia (meglio se “clandestine”) per raccogliere i pomodori?

Ma, per curiosità, voi come la vedete? Perché io immagino che la realtà quotidiana di tutti noi ci confronti con queste insufficienze che non sono solo burocratiche. Anzi, a volte si ha l’impressione che sono burocratiche e normative proprio perché sono insufficienze culturali. O no?

P.S. Mi casca ora l’occhio su un pertinentissimo editoriale del notiziario dell’Associazione Naga di Milano. Ve lo copio qui.

Seggi e migranti
Secondo il Censimento del 2011, sul quale si basa la distribuzione dei seggi delle recenti elezioni politiche, il totale della popolazione residente in Italia è di più di 59 milioni di individui, un dato che comprende 4 milioni di residenti stranieri di tutte le età (il 6,7% della popolazione), di cui quasi un milione nella sola Lombardia.
Mentre gli aventi diritto al voto sono soltanto gli italiani,  l’assegnazione del numero dei seggi alle circoscrizioni di Camera e Senato è data dal totale della popolazione residente – italiana e straniera – nelle singole circoscrizioni.
Nel Nord-ovest risiede il 35,4% degli stranieri, nel Nord-est il 27,1 %, nel Centro il 24 %, nel Mezzogiorno il 9,6% e nelle Isole il 3,9%. La sperequazione è evidente ed è aumentata notevolmente con la triplicazione della popolazione immigrata nel corso del decennio scorso. Le circoscrizioni con le più alte percentuali di residenti stranieri, come quelle della Lombardia, esercitano un peso territoriale abnorme per i seggi che ottengono rispetto alle circoscrizioni dove la presenza straniera è minore.
La popolazione straniera conferirebbe potenzialmente almeno 41 seggi alla Camera e 23 al Senato. Depredati del diritto di voto, i migranti dilatano e distorcono il potere elettorale degli italiani: una doppia ingiustizia.
Al ritmo delle circa 65mila nuove cittadinanze concesse nel 2010, occorrono più di sessant’anni per fare degli attuali migranti dei cittadini con diritto di voto.
Ferruccio Gambino

Illuminanti miagolii


Non so se esiste qualcosa di più kitch della tazza che è arrivata a casa mia sabato scorso. E’ un mug a strisce bianche e nere, ha un muso di gatto in rilievo e, udite udite, miagola. Sì, miagola. Quando la si solleva. Quando si socchiude lo sportello dell’armadietto in cui è riposta. Quando si apre il rubinetto vicino allo scolapiatti dove è poggiata. Miagola sonoramente, tre volte di seguito.

Eppure è proprio questo raccapricciante oggetto che mi ha permesso di fermare alcuni pensieri luminosamente felici, che mi appunto per non dimenticare.

Questa tazza mi fa pensare a mia sorella maggiore, che l’ha maliziosamente regalata a Meryem. A quanto è divertente ridere insieme a lei (dovremmo farlo più spesso). A quante cose divertenti possiamo ricordare. Perché per carità, la nostra famiglia non è stata tutte rose e fiori, però si è riso parecchio. Penso agli scherzi surreali che ci siamo fatti, agli aneddoti ricordati mille e mille volte. E penso anche che sabato a pranzo, per un attimo, mi è parso che Roberto Palazzi fosse lì a ridere con noi. Quanti momenti felici abbiamo avuto. Mica è da tutti.

La mattina dopo la tazza è stata usata da Meryem per fare uno scherzo perfetto al padre che, alzatosi un po’ assonnato, ha fatto per bere il suo caffellatte e si è trovato sommerso di inaspettati miagolii. Non credo dimenticherò mai le loro espressioni. Un momento perfetto. Il giorno dopo ne ho immortalato un altro, al negozio di kebab. E oggi mi dico: invece di recriminare sul fatto che questi momenti siano così pochi, forse potrei essere felice del fatto che ci sono. Lo sono, in realtà.

Per associazione di idee, ho pensato a me stessa. E’ vero, tante cose non le avrò mai. Non avrò mai, soprattutto, quel “per sempre” a cui in fondo, nella mia ingenuità camuffata da disincanto, ho sempre ambito. Ma oggi, mentre dalla cucina arrivano i miagolii della tazza, non voglio pensare a quello che non avrò. Oggi vedo quello che ho avuto (“Grazie, mio Dio, per la mia buona vita e per tutto l’amore che ho ricevuto”, scriveva Agatha Christie nella sua indimenticabile autobiografia) e, perché no, quello che ho ancora. Una risata. Una coperta divisa. Le piccole cose di ogni giorno. E a ogni giorno basti il suo affanno.

Pace in Kurdistan, pensieri


Non sono un’esperta di politica internazionale, mi sembra giusto premetterlo. Tuttavia la mia vita mi ha portato a incrociare più e più volte le vicende del popolo curdo (io preferisco questa grafia, italiana e un po’ retrò, senza k iniziale: lasciatemi questo vezzo), uno dei più famosi popoli senza patria della storia contemporanea (insieme ai palestinesi). Non mi lancerò qui in un’esposizione dettagliata della questione. Se proprio siete digiuni, date una letta qui. Oggi mi interessa raccontarvi un po’ quello che ho pensato lo scorso Newroz (21 marzo), data in cui è stata dichiarata la pace tra curdi turchi, rappresentati dal loro leader Ocalan, e il governo turco. Se la cosa regge (per ora pare di sì) è la fine di un conflitto civile durato decenni, con migliaia di vittime, per lo più giovanissime, e di una storia di negazione di identità ancora dolorosissima fino a pochi anni fa.

Parto da un breve commento del testo della lettera di Ocalan, letta in curdo e in turco alle celebrazioni del Newroz a Diyarbakir/Amed (capitale del Kurdistan turco), alla presenza di una folla immensa. Inframezzerò qualche considerazione, ricordandovi che sono italiana, ho frequentato in una prima fase della mia vita turcologi e turcofili e, in una seconda fase, sia pur più superficialmente, molti curdi a Roma. Capisco un po’, mi sono fatta qualche idea, mi sono fatta spiegare alcune cose da Nizam (che pure ha le sue idee e le sue letture di fatti e situazioni, peraltro cambiate nel tempo). Insomma, per farvela breve: non prendete tutto come oro colato.

Chi è Ocalan? Non è una domanda facile. Come molti personaggi contemporanei e controversi, una descrizione implica di per sé un giudizio. Wikipedia è mediamente neutra, anche se tra le righe, secondo me, si legge: “una volta era uno tosto (magari non l’agnellino che alcuni dipingono), ora è rincoglionito: sarà stato il carcere”. Io ho vissuto da vicino la storiaccia del mancato asilo politico in Italia e le mie fonti di allora (il traduttore della commissione centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato) mi dicevano che il documento depositato a corredo della domanda era densissimo di politica e di letteratura, niente affatto burocratico o dimesso. Velleità letterarie, del resto, il personaggio le ha sempre avute. Non saprei dire, e questo era quello che più mi lasciava perplessa in questi anni, quanto il seguito enorme che i curdi turchi gli riconoscono passasse attraverso le sue posizioni intellettuali, spesso assai complesse. A me, dall’esterno, sembrava (e sembra) piuttosto un culto della personalità, con tanto di bandiere con il suo ritratto e celebrazioni in contumacia per il suo compleanno. L’altra sera dicevo a Nizam: “Ma se fosse andata diversamente, non credi che l’atteggiamento dei curdi verso un Presidente Ocalan in carica sarebbe molto simile a quello di certi turchi nei confronti di Atatürk?”. Lui ne conveniva. Sono del resto due figure che hanno fatto grandi cose in modo autorevole. Il problema probabilmente è nato (per Atatürk) e nascerà (per Ocalan) soprattutto dopo la morte dei leader. I successori hanno legittimato come “eredità di Atatürk” praticamente qualunque cosa, estremizzando, manipolando e non di rado distorcendo le posizioni di lui. Non è improbabile che quando Ocalan non sarà più in scena avvenga qualcosa di simile. Comunque, torniamo a noi. Per ora Ocalan è vivo e vegeto e ha condotto con notevole costanza una trattativa con Erdoğan, il carismatico primo ministro turco.

E qui si impone un’altra parentesi. Chi è questo Erdoğan? Vale quanto osservato prima. Una descrizione implica un giudizio. Io non sono una ammiratrice particolare dello stile, vagamente populista, del politico in questione. Gli va però riconosciuta una personalità, una innovatività e un coraggio non comuni. Se la rischia, a volte (ma dopo calcoli attentissimi), e di solito vince. Basti pensare alla vicenda della nave Mavi Marmara: ha gestito tutta la crisi, complicatissima, in modo magistrale, con fermezza ma senza scadere nel becero antisemitismo, che pure è un problema serio nel Paese (io stessa in quei giorni assistevo basita a approfonditi documentari sulle reti nazionali turche che avevano per oggetto le comunità ebraiche di Turchia, in cui si sottolineava che gli ebrei sono cittadini turchi da sempre, alternati a rassicurazioni e inviti a non farsi scoraggiare rivolti a turisti israeliani e ebrei in genere). E’ infine riuscito a farsi chiedere scusa ufficialmente. Anche rispetto alla questione curda, ha fatto dei passi coraggiosi. Alla vigilia di una sua visita a Diyarbakir, anni fa, fece trasmettere in prima serata, selle reti nazionali, un programma tutto dedicato alla denuncia esplicita delle torture praticate per anni dai militari turchi nel carcere di quella città. Nizam quella sera era davvero scosso, non solo per la crudezza delle testimonianze, ma per l’assoluta novità del gesto. Immaginate che fatti del genere sono stati ufficialmente negati per decenni. Ovviamente non parliamo di un paladino dei diritti umani, ma piuttosto di un politico ardito, addirittura spregiudicato: non fa atti del genere per nobiltà di cuore, ma per consolidare e ampliare i suoi immensi consensi, all’interno del Paese, ma anche all’estero.

Ci voleva comunque fegato a condurre una trattativa con quello che per molti nazionalisti turchi è Colui che non Può Essere Nominato. Ed ecco il risultato, la lettera.

Saluto uno fra i popoli più antichi delle terre sacre di Mesopotamia e Anatolia…. Stilisticamente parlando, siamo davvero nel Vicino Oriente (antico, moderno e contemporaneo). Metafore, geografiche e non, come se piovesse. Retorica a palate. Ma immaginate una piazza con centinaia di migliaia di persone in abiti tradizionali: rende, indubbiamente. Che i popoli stiano tornando alle loro radici non so né se sia vero, né se sia una bella notizia. Ma un filo di fondamentalismo, orsù, non guasta mai.

Ma veniamo al cuore del messaggio. Questa lotta, che è cominciata come la mia ribellione individuale contro l’ignoranza, la disperazione e la schiavitù in cui ero nato, ha provato a creare una nuova coscienza, una nuova comprensione e un nuovo spirito. Oggi vedo che i nostri sforzi hanno raggiunto un nuovo livello. La nostra lotta non è stata e non potrà mai essere contro una determinata razza, religione, setta o gruppo. La nostra lotta è contro la repressione, l’ignoranza e l’ingiustizia, contro il sottosviluppo imposto e contro ogni forma di oppressione. Oggi ci stiamo risvegliando verso una nuova Turchia e un nuovo Medio Oriente. Ai giovani che hanno accolto il mio invito, alle donne che hanno dato ascolto alla mia chiamata, agli amici che hanno accolto il mio discorso e a tutte le persone che possono sentire la mia voce: Oggi comincia una nuova era. Il periodo della lotta armata sta finendo, e si apre la porta alla politica democratica. Stiamo iniziando un processo incentrato sugli aspetti politici, sociali ed economici; cresce la comprensione basata sui diritti democratici, la libertà e l’uguaglianza. Debite precisazioni  (rispetto alla razza e alla religione) e annuncio: da oggi si cambia. [Per Barbara: i giovani e le donne a cui ci si riferisce sono, posso supporre, i combattenti guerriglieri, notoriamente ambosessi].

E che, dunque, abbiamo scherzato? Affatto. Abbiamo sacrificato gran parte della nostra vita per il popolo curdo, abbiamo pagato un prezzo molto alto. Nessuno di questi sacrifici, nessuna delle nostre lotte, è stato vano. Grazie a questo, il popolo curdo ha conquistato ancora una volta la propria identità e le proprie radici.

Attenzione: non è (solo!) una resa quella che viene proposta. E’ un nuovo programma, molto più ambizioso. Qui si introduce un concetto importantissimo: non vogliamo uno stato indipendente per i curdi. Vogliamo costruire una nuova Turchia con tutte le altre minoranze etniche, linguistiche e religiose. Questa è terra di tutti.  Siamo ora giunti al punto in cui “le armi devono tacere e lasciare che parlino le idee e la politica”. Il paradigma modernista che ci ha ignorato, escluso e negato è stato raso al suolo. Che si tratti del sangue di un turco, un curdo, un circasso o un laz – il sangue versato scorre da ogni essere umano e dal ventre di questa terra.

Specificamente: E’ tempo di ritirare le nostre forze armate al di fuori dei confini. Questa è dura. In modo semplice e diretto, ordina ai guerriglieri di lasciare il territorio turco (previo accordo con i curdi iracheni). Ma poi ritorna subito sul concetto del Paese plurale, una vera rivoluzione in un contesto del genere.

Questa non è la fine, ma un nuovo inizio. Non si tratta di abbandonare la lotta, ma di cominciarne una nuova e diversa. La creazione di aree geografiche “pure” basate sull’etnicità e mono-nazionali è una fabbricazione disumana della modernità che nega le nostre radici e le nostre origini.

Ecco, non so se funzionerà e non so neanche se davvero sia questo il vero centro dell’accordo politico. Ma un’affermazione del genere in un Medio Oriente in costante deflagrazione etnica mi pare degna di nota. Certo, ha la sua valenza tattica: uno delle motivazioni della spasmodica affermazione dell’identità turca, a scapito delle altre e spesso del buon gusto e della decenza, aveva la pragmatica motivazione di tenere compatto un territorio che è un vero continente, dal punto di vista della varietà. Già avere una minoranza di svariati milioni di persone qualche ansia la crea, capite bene. Resta però un guizzo, che a me piace considerare non solo retorico: Una grande responsabilità ricade su tutti noi per costruire un paese giusto, libero e democratico di tutti i popoli e le culture, che si addica alla storia del Kurdistan e dell’Anatolia. In questa occasione del Newroz invito gli armeni, i turcomanni, gli assiri, gli arabi e tutti gli altri popoli così come i curdi a rispettare la fiamma della libertà e dell’uguaglianza – il fuoco che si accende qui oggi – e abbracciarla come propria.

Amen. Poi iniziano le bacchettatine, garbate, al popolo turco, a partire dal ricordo della millenaria vita in comune (lo sapete che Saladino era curdo?). Nonostante tutti gli errori, gli ostacoli e i fallimenti degli ultimi novant’anni, ancora una volta stiamo cercando di costruire un modello di società con tutti i popoli, le classi e le culture che sono state vittime e hanno sofferto a causa di terribili disastri. Chiedo a tutti voi di fare passi in avanti e contribuire al raggiungimento di un’organizzazione sociale egualitaria, libera e democratica… L’ampiezza e la completezza del concetto di “NOI” ha un posto importante nella storia di questa terra. Ma nelle mani di ristrette élites dominanti, il “NOI” è stata ridotto a “UNO.” E ‘il momento di dare al concetto di “NOI” il suo spirito originario e di metterlo in pratica.

Scusate se è poco. Sul finale, una meravigliosa composizione di retorica antica e moderna. Notate, per dire, il fascino quasi biblico di questa frase: Coloro che non riescono a comprendere lo spirito dei tempi finiranno nella pattumiera della storia. Coloro che resistono alla corrente cadranno nell’abisso.

Ultimo punto, anch’esso interessante. Le verità nei messaggi di Mosè, Gesù e Mohammad vengono rivitalizzate oggi secondo le nuove tendenze. Le persone stanno cercando di recuperare ciò che hanno perso. Non neghiamo i valori della contemporanea civiltà dell’Occidente nel suo complesso. Raccogliamo infatti i valori dell’Illuminismo, l’uguaglianza, la libertà e la democrazia, e per attuarli ne facciamo una sintesi  con i nostri valori esistenziali e i nostri modi di vita. Qui davvero io vedo l’ambizione di superare gli schemi: occidentale-orientale, religioso-laico, politico-religioso…. Non so se la realtà turca abbia, almeno a tratti, compiuto questa sintesi nuova, o se riuscirà a compierla in misura significativa nel prossimo futuro. Di una cosa sono ragionevolmente certa: se pure fosse, i nostri media non riusciranno mai a raccontarcela.

Parole segrete


Ce l’ho, ce l’ho la mia strategia di sopravvivenza alle sfide quotidiane! Forse ne ho già parlato incidentalmente qua e là, ma sono troppo fiera per non condividere qui quella che reputo la mia strategia educativa più riuscita (forse l’unica, ora che ci penso): le parole segrete.

In effetti mi sono ispirata a un concetto un po’ distante da quello della genitorialità tradizionale: le “parole di sicurezza” o safewords. Prima di cancellarmi dalla vostra blogroll e denunciarmi a qualche ente di tutela dei minori, lasciate che vi spieghi meglio.

Ero alla vigilia delle mie vacanze a tu per tu con la Guerrigliera in Salento. Quindici giorni che persino io potevo prevedere che sarebbero stati un po’ stressanti. Sole in luogo ignoto, senza macchina, amici, parenti, conoscenti. Anche senza internet, ma quello non potevo saperlo. Insomma, immaginavo che mantenere il controllo sulla fanciulla – che aveva cinque anni compiuti da poco – sarebbe potuto rivelarsi essenziale, almeno in alcuni momenti. Il principale ostacolo che vedevo erano gli inevitabili conflitti. Quando io e/o mia figlia perdiamo le staffe, le nostre reazioni diventano spesso deleterie. Da qui l’idea, che si è rivelata azzeccatissima.

Io e Meryem ci siamo date tre “safewords”, tre parole segrete che conosciamo solo io e lei. Le abbiamo scelte insieme e servono a gestire situazioni di tre livelli diversi di gravità. La prima (chiamiamola “parola A”, un segreto è un segreto) significa: “sono ragionevolmente certa che questa discussione sia una stupidaggine. Prima che diventi una cosa seria e ci arrabbiamo davvero, diamoci un bacio e finiamola qui”. La seconda (“parola B”) si usa quando il conflitto è in atto e si sente montare la rabbia. Significa: “Ok, cerchiamo di calmarci. Io ora ti spiego come la vedo io e poi tu mi spieghi come la vedi tu. Cerchiamo un compromesso senza sbroccare”. L’ultima (“parola C”) è riservata ai momenti di emergenza. Da agosto scorso a oggi credo in effetti di averla usata una, forse due volte. Significa: “Non c’è tempo ne modo di spiegare ora. Obbediscimi e basta. Ne parleremo meglio quando l’emergenza sarà finita”.

Avevo fatto il tentativo senza particolari aspettative. Ma il meccanismo si è rivelato azzeccatissimo per Meryem, che lo capisce a fondo ed è in grado di utilizzarlo (giusto un paio di giorni fa, dopo molto tempo, ha usato la parola A; a volte, se mi arrabbio, mi richiama giustamente all’uso delle parole). L’unica ovvia accortezza è non abusarne. Specialmente la terza deve essere davvero un’eccezione, altrimenti il senso dell’intera operazione è vanificato.

Poi avviamente non sempre siamo in grado di utilizzare questo metodo. Però sappiamo che c’è, possiamo reciprocamente ricordarcelo e io resto convinta che sia qualcosa di prezioso che resterà tra noi due.

Questo post partecipa al blogstorming “Sfide quotidiane e strategie di sopravvivenza

Custodirsi


“Le amicizie sono un reciproco custodirsi, nella confidenza, nel rispetto e nel bene”. Da quando le ho sentite pronunciare, queste parole del Papa non mi lasciano tranquilla. Rileggo il testo integrale di questa omelia così composta, eppure così piena di forza. Come si esercita, questa custodia? “Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende”.

Se devo essere del tutto onesta, non credo di essere stata una grande amica. Ho sempre pensato di avere pochi “amici con la A maiuscola” e ho vissuto questa mancanza come una sorta di ingiustizia nei miei confronti. Ora vedo con chiarezza cosa è mancato, specialmente nelle amicizie della mia giovinezza: la mia umiltà. E, forse ancora di più, la capacità di restare presente anche quando non comprendevo. A dirla tutta, non ho mai pensato di non capire, anzi. Ho sempre giudicato. Non per malignità, a dire il vero. Piuttosto per una malintesa forma di onestà, di rigore tutto intellettuale, che nascondeva forse quella “paura della tenerezza” a cui pure l’omelia fa riferimento.

Oggi il web mi ha restituito tante occasioni sprecate. Mi aiuta ad allenarmi a un’amicizia più autentica. Mi offre le occasioni. Il resto, credo, lo hanno fatto l’età e le batoste. E’ un dato di fatto, però, che in questi ultimi anni, con quegli imprevedibili guizzi di positiva condivisione che offre la rete, la mia vita si è addolcita e alleggerita moltissimo.

Per tutte queste ragioni, e altre che non sono capace ora di formulare, sento l’urgenza di fare, almeno, alcuni ringraziamenti.

Alle amiche e gli amici “nuovi”, incrociati e frequentati (anche) attraverso il web. Grazie perché mi stupite, mi ascoltate (o leggete) pazientemente, mi fate pensare a interessi e possibilità a cui non sapevo neanche dare un nome, mi spingete in iniziative e progetti improbabili in cui riconosco la vera me stessa.

Agli amici “vecchi”, fedeli, spesso silenziosi e discreti. Grazie perché (ancora) non vi siete fatti scoraggiare dal mio carattere complicato e dalle mie lunghissime assenze. Non ve lo dico, a volte per anni, ma mi commuovete sempre, profondamente. E vi ammiro, perché non so se io, al posto vostro, saprei essermi fedele.

Agli amici che magari neanche si considerano tali, che si sentono intimoriti da me, o addirittura respinti. Non vi scoraggiate. Ho la testa dura e sono molto disattenta, ma prima o poi mi renderò conto che vi sto facendo un torto e di tutto cuore vorrò riparare. Magari sarà tardi, ma grazie di averci provato.

Concludo questo post insolitamente commosso con un pensiero per mio padre. Mi piacerebbe aver ascoltato questa omelia con lui, dal divano di casa.

Avventure domenicali


“Signò, le disgrazie so’ artre. Pensi se ce troviamo Berlusconi al governo! Ecco, vede? Che sarà mai un piccolo incidente?”. Per piccolo, l’incidente era piccolo. La Guerrigliera sabato pomeriggio saltellava sui gradini dell’Altare della Patria (“Ecco, lo sapevo che era colpa sua. La patria, di questi tempi? La prossima volta al mare, o almeno ai giardinetti dell’EUR!”), ha messo un piede in fallo e si è fatta male. Confesso: non avevo dato alla cosa particolare rilievo. Abbiamo continuato la serata e lei stessa pareva aver dimenticato l’infortunio.

Ma ieri mattina la Guerrigliera era troppo lagnosa per non avere un motivo. Dopo aver provato a sgridarla un pochino, mi sono arresa all’evidenza. Aveva qualcosa. Traccheggio fino alle undici, poi noto che la caviglia è effettivamente gonfia. Dopo un attento assessment logistico (vi ricordo che ieri c’era il primo Angelus di Papa Francesco, nonché la Maratona di Roma), mia sorella ci trasporta al CTO, adiacenze kebab (Nizam ci ha dato il via libera dopo il passaggio dell’ultimo maratoneta). Ci accoglie un enorme e vistoso striscione: “CTO occupato”. Per fortuna ciò non pare inficiare il servizio in modo particolare, almeno al pronto soccorso.

Nella lunga attesa mi faccio mangiare un euro dalla macchinetta delle bibite, somministro alla zoppetta due improbabili panini burro e uovo all’occhio di bue (gradisce) e muoio di fame. Però un pronto soccorso romano ha sempre il suo stile inconfondibile, bisogna riconoscerlo. Alla prima visita un paio di garruli infermieri intrattengono me e Meryem con battute tipo quelle di sopra. I radiografi hanno inscenato uno spettacolino degno di clown professionisti (Meryem a questo punto mi sussurra all’orecchio: “Mamma, ma questi hanno bevuto troppo vino?”) e l’infermiere che ha messo il gesso prima ha fatto finta di ingessarle per sbaglio la fronte e poi continuava a contarle le dita del piede, sostenendo di averne persa una.

Comunque, gesso è stato. Per venti giorni. E ho la sensazione che questa nuova condizione ci darà l’opportunità di scoprire nuovi inattesi aspetti della vita di quartiere. Ho provato a telefonare a scuola per informarmi su eventuali possibili soluzioni. Le maestre si sono rimpallate letteralmente la cornetta per poi deliberare che nessuno dei presenti sapeva o poteva dire nulla: l’unica autorizzata a parlare di tanto scabrosi argomenti è la coordinatrice in persona (domani).

Noi intanto ci barcameniamo con le inevitabili sfighe incrociate che in questi casi accorrono a frotte come vespe su un picnic. Ah, per la cronaca: diluvia.

Adelante por favor


Eccoci qui, con un papa nuovo, proclamato in orario di TG serale, a beneficio di tutte le famiglie italiane (e europee). Noi compresi. Meryem ha rinunciato malvolentieri al cartone del dopo cena, ma alla fine ha seguito con una certa partecipazione (insofferente per la lunga attesa tra la fumata e lo scioglimento della prognosi).

Meryem inizia a rimuginare molto su quello che ascolta, riproponendolo a volte a più riprese. Le sue domande dirette, direttissime, spiazzano qualunque strategia educativa, se pure ne avessi una. “Mamma, ma non puoi essere tu il papa? Oppure papà? O nonno, se c’era ancora?” Ricapitolo sommariamente: io sono donna, papà è musulmano, mio padre oltre che morto era sposato. “Non può essere sposato?”. No. Individua quindi come possibile candidato l’amichetto Federico, che non ha la fidanzata e non la vuole (in particolare mi par di capire che non voglia lei, che invece gli si propone ogni giorno. Ma questo non lo racconteremo al padre curdo).  Pausa. “Ma il papa deve essere per forza vecchio?” Mannaggia, questa bambina va decisamente dritta al punto. E questa da dove gli viene? Ricostruisco che quando mi ha chiesto perché serviva un papa nuovo devo avere optato per la versione “era molto vecchio e stanco”.  Mah, di solito sì.

L’attesa si protrae. Meryem ha drammaticamente tempo di elaborare nuove domande. “Mamma, ma tu sei sposata?”. Avrei potuto rispondere che la domanda non era pertinente. Avrei potuto rispondere semplicemente no, tecnicamente corretto dal punto di vista civilistico. Ma invece mi sento rispondere: “Ora no, ma lo sono stata”. Immagino che l’intento fosse chiarire che, ammesso che vengano a breve introdotte le papesse, io sarei comunque fuori dalla rosa dei candidati. Ma come me ne esco? Lei non pare sconvolta. “Ah, sì? E con chi?”. Concisamente rispondo. Registra. Tirerà certamente fuori il tutto nel più imbarazzante dei momenti. Ben mi sta.

Mi salva il balcone che finalmente si apre. Mi impressiona il silenzio assoluto dei giornalisti dopo la proclamazione. Qualcuno, come me, avrà detto: “Eeeeh? Cioè? Chi è questo?”. Qualcuno, più preparato, avrò fatto un salto sulla sedia. Meryem guarda Touran e chiede, legittimamente perplessa: “Ma sarebbe questo?”. No, ancora un attimo di suspence. Il neo Francesco a pelle ci è piaciuto. Meryem si è lanciata entusiasta nell’Ave Maria (unica preghiera che conosce) e mi ha zittito severissima quando, nel momento di silenzio, cercavo di spiegarle cosa significasse. Ha anche severamente criticato il fatto che armeggiassi con il cellulare in un momento così solenne (ma mica è colpa mia se mi arrivavano millemila notifiche, manco avessero fatto papa me). Valle a spiegare che la benedizione valeva esplicitamente anche per i fruitori delle nuove tecnologie.

Poi l’ho mandata a letto, rafforzando la mia posizione con la buona notte pontificia: lo vedi, Meryem, che lo dice anche lui che è tardi? Poi ho chiamato Nizam, beccandomi qualche improperio: alla fumata, mi aveva imposto di fare un nome, per una scommessa in extremis. Io, sufficientemente depressa, ma con un certo pudore scaramantico ad esplicitare il nome che funesto mi aleggiava in testa, me l’ero cavata con un poco convinto “Ravasi”. Toppando, naturalmente. Però Francesco I l’avevo azzeccato. Dopo poco mi arriva un sms: “forza cesuiti” (traslitterazione turca di gesuiti, Nizam ancora dopo tanti anni ancora fa confusione sulle poche consonanti che divergono).

Da allora, fioccano i messaggi e persino le congratulazioni. Qualcuno mi ha chiesto di scrivere che cosa penso, seriamente. Me lo risparmio, rimandandovi a questo articolo della Murgia. In sintesi: guardiamo il bicchiere mezzo pieno e, soprattutto, guardiamo avanti. Che sarebbe proprio l’ora, nella Chiesa e nel mondo. Condivido quello che ha detto padre Giovanni, il presidente del Centro Astalli: magari questo venire “dalla fine del mondo” aiuterà a rivedere le priorità, a cambiare punto di vista. Fa sempre bene, anche alle persone. Figuriamoci alle istituzioni millenarie.

P.S. Un’ultima notazione. Ho letto, in un florilegio di citazioni pubblicate dal Corriere, alcuni commenti sul libro di Giona. Mi ha fatto piacere. Giona, per tante ragioni, è “il mio” libro della Bibbia. Mi riprometto di approfondire come mai papa Francesco se ne è occupato.

Qualche link (in progress)

Giacomo Costa su Huffington Post
Antonio Spadaro su Il Sole 24 Ore
Stefano Femminis per Europa

Fattore distraente


Certe volte si ha la certezza di essere la persona sbagliata nel posto sbagliato. Ammetto che ultimamente il pensiero mi assale spesso e non è un bel pensiero. Ma non è di questo che volevo parlare. 

Oggi cercavo con fatica di risalire una certa china e improvvisamente mi sono trovata davanti un irlandese che mi descriveva con entusiasmo la partita di rugby dell’Italia.  Gli sono stata profondamente grata. C’era tutto, nelle sue parole.  La passione genuina e gratuita; il senso di giustizia e l’empatia (a sentire lui meritavamo di vincere). Ma, più importante,  una dimensione di normalità quotidiana positiva e sincera,  che mi ha riportato sulla terra. Non potrei dire che sia stata una conversazione risolutiva,  ma mi ha fatto sentire meglio. 

Ingiustizie


Vedo Meryem che si rabbuia, con quel suo tipico aggrottare le sopracciglia che sembra concentrare nel suo sguardo tutte le nuvole temporalesche del mondo. Il libretto di Peppa Pig sull’alfabeto che ieri le ho regalato contiene una specie di puzzle a coppie di pezzi, dove va abbinata la lettera con la parola che inizia con quella lettera. Nell’edizione italiana sono andati al risparmio e, sebbene la cartolina riassuntiva dell’alfabeto (che ha solo disegni e quindi non è stata tradotta) comprende anche j, k, x, y e w (e lo stesso dicasi per il libro allegato), i pezzi del puzzle sono adattati a un alfabeto puramente italico, che ha consentito quindi di risparmiare ben dieci pezzetti di cartone stampato. “Non è giusto!”, sbotta furiosa.   Le fa rabbia che i pezzi da lei ricomposti non corrispondano alla sequenza della cartolina, ma le fa doppiamente rabbia il fatto che la y non è superflua: serve a scrivere il tuo nome (e qui bisogna sottolinearle che il suo nome non è italiano… ma se uno volesse scrivere xilofono?).

Oggi sono sensibile alle ingiustizie. Poche ore fa, infatti, mi pare di averne subita una, clamorosa. Ancora mi brucia, anche se non è poi una cosa di grande importanza, a ben guardare. Tra l’altro, ironia della sorte, ultimamente sto facendo un sacco di letture che girano intorno al concetto di giustizia.

Ma cos’è la giustizia e, per riflesso, cos’è l’ingiustizia? Il saggio che avevo in mano ieri sera argomentava lungamente che una definizione univoca di giustizia non esiste. Filosoficamente è vero. Ma abbandonando le dispute sofistiche, io temo che non sia la definizione il principale problema. Il problema è che, ahimè, un’ingiustizia, piccola o grande che sia, se subìta brucia. Questo lo ha chiarissimo già Meryem. Uno dei ricordi più vividi che ho risale alla mia prima visita in Israele. Avevo dormito a Betlemme, dove ero arrivata a piedi (ed ero stata sbranata da una specie di ferocissimi moschini urticanti per tutta la notte). Ero in compagnia di un tedesco, luterano. La mattina, prestissimo, passiamo davanti alla chiesa della Madonna del Latte (mi pare). Mi viene voglia di dire un’Ave Maria, lascio fuori un attimo il mio amico e scappo dentro. Avevo uno zainetto in spalla e forse questo ha suscitato le ire di uno scorbutico prete, che mi ha cacciato fuori urlando: “No turists!!!”. Sono rimasta molto ferita da quel fatto insignificante. Non è che mi capiti ogni dieci minuti, ma io avevo voglia di pregare e lui me l’ha impedito.

Ho pensato molto al racconto del mio collega siriano, che sottolineava molto il desiderio di giustizia della gente, che cresce davanti ai diffusi soprusi. L’Islam, al momento, è la struttura più attrezzata in loco dal punto di vista giuridico e quindi il consenso ai radicali cresce. La giustizia però non è solo un fatto di tribunali o, peggio, di sanzioni più o meno accettabili. Mi stupisce sempre che alla giustizia evangelica, che pure è un messaggio centrale del cristianesimo, si dia solitamente, nella migliore delle ipotesi, un senso meramente figurato. La promozione della giustizia è certamente uno dei valori dell’organizzazione per cui lavoro che mi sta più a cuore.

Cos’è la giustizia? Torno a chiedermelo. Una direzione, una opzione, ma soprattutto una ricerca. Non una ricerca intellettuale, evidentemente, ma il discrimine principale di tutte le scelte. “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose [cioè il mangiare, il vestire, la casa, il lavoro….] vi saranno date in aggiunta”. Se avessi fede anche solo per una delle cose che mi piacerebbe credere, vorrei fosse questa.

E voi? Che ingiustizie avete subìto? Che giustizia cercate, se la cercate?