Danze di là, danze di qua


Claudia mi sfida e io non posso che raccogliere il guanto. Un guanto che mi immagino multicolore e certamente creato da lei stessa. Fuor di metafora: “quand’è l’ultima volta che hai ballato?”, mi chiede Claudia alla fine di questo video.

<

Io ballo abbastanza spesso, con la mia piccola Guerrigliera, ma non è a queste danze in cucina che correva la mente ascoltando questo racconto di viaggio. La prima cosa che mi è tornata in mente sono tre frammenti di un altro diario, il mio.

24/09/2004 – Bonne chance
Oggi ho saputo che Bertrand andrà a Vicenza a cercare lavoro. Sono contenta. E’ una delle molte persone che sono stata particolarmente felice di incontrare. Veniva alla scuola di italiano del Centro Astalli e mi ricordo che lo prendevo in giro per il suo modo molto francese di dire “presente”: il suo insegnante Massimo non riusciva a correggerlo e in fondo non ci si applicava molto, perché il suo irrefrenabile senso estetico si compiaceva di quell’accento tanto “chic”. Bertrand una volta mi ha raccontato del lavoro che faceva in Camerun: per molti anni è stato guardia forestale, girava per i parchi naturali del suo paese e faceva azione di sensibilizzazione nei villaggi per scoraggiare i bracconieri. Una vita da film, di cui parlava con gli occhi accesi di entusiasmo e nostalgia. Appena lo hanno riconosciuto rifugiato è andato di corsa a respirare un po’ di Africa, come un pesce fuor d’acqua: non in Camerun, naturalmente, dove non potrà tornare più, ma in Togo, dove ha anche una parte della sua famiglia. E’ tornato con buste di bellissimi vestiti dipinti a mano, una pennellata d’Africa per i suoi amici romani. Il giorno dopo avermi regalato il mio è tornato in ufficio preoccupatissimo: “Non lo mettere in lavatrice!”. Ora se ne va al nord, in cerca di un lavoro e di una vita tranquilla. Parte con il suo sorriso buono e le sue camicie colorate. Speriamo che non abbia troppo freddo.

25/5/2005 – Non sono mica stupido
Ieri parlavo con un uomo camerunese, ospite del centro di accoglienza dove lavoro. E’ stato uno dei colloqui più dolorosi che abbia mai sostenuto. Lui, che al suo paese ha studiato diritto internazionale, è assolutamente sconvolto del non-sistema che ha trovato qui. Non riesce a crederci, semplicemente. “Non sono uno stupido, io ho studiato, conosco i miei diritti”, continuava a ripetere. “Chi chiede protezione deve essere tutelato dal governo dello stato dove arriva, non può essere sbattuto qua e là, contando sulla buona volontà e la carità di pochi”. E’ talmente fuori di sé che ha deciso di ripartire. Per dove, non lo sa. Ho cercato di spiegargli che nessun altro paese d’Europa lo accoglierà e che alla fine sarà rispedito qui, in Italia, magari dopo aver perso altri anni preziosi. Lui mi ha guardato disperato e mi ha detto, articolando bene ogni sillaba: “In Italia non c’è niente per me. Andare via, anche morire, per me è meglio di questo niente”. Sono tornata a casa, ieri sera, vergognandomi profondamente di essere italiana.

28/7/2005 – Ripartire, in salita
Ha un sorriso splendido, contagioso. Una personalità travolgente, una vivacità irrefrenabile. Le è costato molto riaccendere quel sorriso: C. nel suo paese è stata torturata. Quando è arrivata in Italia, dove è stata riconosciuta rifugiata, era distrutta nell’anima oltre che nel corpo. E poi, una volta qui, suo marito l’ha lasciata. Se ne è andato a Bologna con una testimone di Geova. Quando frequentava il corso di formazione professionale dove l’ho conosciuta, sempre seduta al primo banco, sempre pronta a intervenire nelle discussioni, C. era rinata. “Ho qualcosa che dà un senso alle mie giornate”, raccontava. Anche i malesseri fisici che la tormentavano sembravano spariti. Ma adesso il corso è finito. E lei si sente di nuovo al capolinea. Non riesce a trovare un lavoro e per giunta non può fare lavori troppo pesanti, come conseguenza dei traumi subiti in patria. Di nuovo non riesce a immaginare un futuro. Ha solo 30 anni. E al suo paese, in Camerun, ha lasciato quattro figli.

La parte che tocca a me, per lavoro, la parte che mi sono scelta, ha qualcosa in comune con l’esperienza di Claudia, ma è anche diversa: io quelle stesse persone le incontro qui a Roma, tra piazza Venezia e l’Aventino. Sono fortunata: niente valige, niente jetlag. Basta aprire gli occhi e le orecchie. Purtroppo, a differenza di Claudia e della missione Unicef che accompagnava, io sono molto spesso a mani vuote.

E la danza, mi direte voi? Si danza, si danza eccome. Anche qui, tra i rifugiati che ripartono da zero. Una delle esperienze più intense della mia vita è stata una sera di Newroz al centro Ararat, ritrovo dei profughi curdi a Roma. La notte del 21 marzo su una immensa mappa del Kurdistan disegnata sull’asfalto erano stati accesi molti falò. I ragazzi ballavano in cerchio, in un movimento crescente che trascinava chiunque fosse presente. Abbiamo ballato senza respiro, pestando i piedi con forza, buttando giù di tanto in tanto un bicchierino di tè nero bollente. Mi piace pensare che l’energia di quella sera abbia cambiato il corso della mia vita. Una danza che non è solo intrattenimento, una danza politica.

Quella sera di tanti anni fa credo di aver imparato una cosa: quando le cose importanti si riesce a farle ballando insieme hanno un impatto inimmaginabile. E’ raro, però: quando si è in molti è difficile trovare il ritmo comune. Ci vorrebbe un miracolo. Uno di quei miracoli quotidiani che in tante parti del mondo ancora accadono e in cui noi sembriamo non credere più.

Taxi Blues


Oggi non è la giornata adatta per parlare di autostima, sebbene un autorevole sito inviti a farlo. Oggi non è la giornata adatta per molte altre cose, a dirla tutta. Ho le idee un po’ confuse e i postumi della lezione di yoga. Mi atterrò pertanto a un post di utilità sociale, relativo alla sopravvivenza quotidiana nella Città Eterna (e pertanto in qualche modo anche di interesse turistico).

Scena: serata di domenica piovosa. L’indefessa madre intelligente e moderna che è in me, pur sepolta dalle spire della madre cialtrona e fancazzista, era riuscita a organizzare una serata di musica di livello per me e alla Guerrigliera nel suggestivo scenario dell’Auditorium di Roma. Avete presente l’Auditorium? Quello che in qualunque punto della città voi vi troviate viene segnalato da eleganti cartelli (che tuttavia vi piantano poi bellamente a metà tragitto)? Quello là. Non mi ero lasciata scoraggiare dallo scetticismo del curdo (“Ma dove andate con ‘sto tempo? Dall’altra parte della città per sentire della musica?”) e neanche dai dubbi della fanciulla (“Ma non fanno qualcosa al Teatro Verde – che ci sta sotto casa?”). Avevo i miei biglietti, ho vestito Meryem decentemente (almeno lei) e siamo partite.

Il piano logistico prevedeva, a dire il vero, l’andata con i mezzi. Ma a ciò si è opposta una pennica strategica della Guerrigliera. Ok, che taxi sia. Usciamo comunque con congruo anticipo, onde mettere in atto l’estrema astuzia del pigliatore occasionale di taxi: andare alla colonnina e risparmiare gli euro della chiamata. L’anticipo si è rivelata una scelta saggia. La colonnina, no.

Arriviamo a Stazione Trastevere. Nessun taxi in vista. Aspettiamo pazientemente. Nada. Comincio a innervosirmi. Quand’ecco che mi casca l’occhio su un cartello sulla colonnina: “Chiamataxi 060609”. Ecco la soluzione. Vedi a dubitare dei servizi al cittadino? Mi serve appunto un taxi ed ecco lì la risposta. Senza indugio chiamo. Una vocina registrata mi chiede dove mi trovo. “Piazza Biondo”, rispondo pronta io. “Numero civico?”. Niente panico. Mi giro, colgo con l’occhio il numero su uno degli ingressi della stazione ferroviaria e rispondo sicura “19”. “Mi conferma che si trova a piazza Flavio Biondo 19?”, insiste la vocina. “Sì”. Ma non la convinco. “Mi conferma che si trova a piazza Flavio Biondo 19?” “SI’!!!!”. Ora si è convinta. Musichina.

Dopo una manciata di secondi mi dice, con voce suadente: “La stiamo mettendo in contatto con la colonnina di taxi più vicina”. Ah, quanta efficienza…. ma, un momento! Il dubbio che mi sorge viene immediatamente confermato: la colonnina a cui sono appoggiata inizia a trillare argentina, creando un simpatico effetto di eco nel piazzale ancora assolutamente deserto. A meno che non risponda io stessa, continuerà a farlo all’infinito. E infatti continua. Cade la linea. La vocina tenta di rassicurarmi: “Ora faremo un secondo tentativo…”. Ma qui la interrompo e metto giù.

Ora, caro Comune di Roma: il servizio è indubbiamente utile. Ma forse non lo pubblicizzerei proprio sulle colonnine dei taxi, sai? Anzi, oserei dire: lo pubblicizzerei, e con maggiore abbondanza, in qualunque altro luogo.

RainbowMagicché?


Ero preparata, o almeno lo pensavo. Avevo letto la sobria (ed estremamente diplomatica, scopro oggi) recensione di Wonder a suo tempo. Avevo raccolto critiche qua e là (anch’esse, lo vedo ora, davvero generose). Quest’estate, quando Nizam stava per cedere alle pressanti richieste della Guerrigliera, ci ha fermato il prezzo: per andarci in tre, ben 98 euro. No, non è uno scherzo. Aggiungiamoci 5 euro di parcheggio, benzina, etc. La logica conclusione è stata: evidentemente no. Ma non potevamo immaginare quanto avevamo ragione.

Oggi ci si è messo di mezzo il destino in forma di biglietti gratuiti. Un’amichetta in visita dalla Sardegna. Una spedizione femminile di famiglia. Saggiamente equipaggiate di cibi e bevande, arriviamo in loco (un’oretta di tragitto). Le bambine sono entusiaste. I jingle delle pubblicità martellanti, i loghi sparati su autobus e cartoni del latte da un anno e passa finalmente si incarnano in un luogo fisico. Saltellavano eccitate.

Entriamo. Bene, cercherò di essere misurata. Credo di poter ambire a tanto esclusivamente perché in cinque abbiamo lasciato in questo ameno luogo solo i cinque inevitabili euro di parcheggio. Se avessi pagato immagino che a quest’ora sarei al commissariato di Colleferro in seguito alla distruzione a martellate del Castello di Alfea.

1. Il parco è, come dire… brutto. Semplicemente brutto. Sembra già vecchio. Scolorito, male allestito. Le rifiniture mancanti che Wonder signorilmente attribuiva all’incompiutezza continuano a mancare. L’area è piccola e francamente poco suggestiva. Le decorazioni sanguinolente di Halloween non miglioravano l’effetto generale. L’insieme era piuttosto imbarazzante e deprimente.

2. Le attrazioni sono poche, i ristoranti e i negozi invece moltissimi. Suvvia, non c’è proporzione. La sensazione di rapina che chiunque paghi un biglietto di 35 euro non può non provare è accentuata dalla beffa di continui giochini aggiuntivi a moneta. Il massimo? La cabina phon (una) per asciugare chi si fosse bagnato con schizzi e attrazioni acquatiche costa, udite udite, due euro. E oggi era anche fuori servizio. Mi sono stupita che i bagni non fossero anch’essi a moneta. Il livello delle giostre da piccoli (quelle adatte a bambine di 5-7 anni, per intenderci) è scadente. La durata dei giri è da record di velocità: l’ottovolante, ad esempio, finisce in 59 secondi (li abbiamo contati durante l’attesa).

3. Vogliamo parlare dello stile nei confronti dei visitatori? Cartelli minacciosi qua e là ricordano che qualunque danneggiamento agli zuccherosi quanto rabberciati arredi del Castello di Alfea (il quale, per inciso, è in massima parte l’ennesimo negozio di gadget) dovrà essere ripagato. Oggi gli orari degli spettacoli, stampati sulla cartina che ci è stata data all’entrata, non corrispondevano alla programmazione effettiva. La cosa ci ha fatto perdere per due volte la possibilità di entrare, oltre a farci correre inutilmente su e giù inseguendo i cambi di sede (tra l’altro il maledetto quanto inutile lago rende lunghi anche tragitti in linea d’aria brevissimi). Ho provato a chiedere spiegazioni e mi è stato risposto che no, gli orari sullo stampato non sono quelli veri, che invece sarebbero scritti su un cartello all’ingresso (!). Ho provato a chiedere cosa ci danno a fare gli orari sbagliati, allora. Mi è stato risposto, piuttosto in malo modo: “C’è un servizio clienti, no? Vada a dirlo a loro”. Ora. Io non avevo pagato e non sono stata a piantar grane. Ma vi assicuro che se avessi sganciato 100 euro per due o tre giri di giostra sarei stata molto meno signorile.

Alla fine la cosa che mia figlia ha trovato più attraente è stata la famosa giostra delle Winx (anch’essa piuttosto lampo come durata, a dire il vero) e il playground dell’adiacente baretto. Io ho ancora negli occhi la giostra più triste del mondo: un trenino composto da pochi sparuti vagoncini, con l’Outlet sullo sfondo. Non mi soffermo sui genitori che cercavano di contrabbandare figli alti 50 cm nelle giostre che ne richiedevano 105 (“mi assumo io la responsabilità”). Non faccio paragoni, ci mancherebbe. Dico solo che mi è cascata la mascella e non l’ho ancora raccolta. E’ questo il grande parco divertimenti di Roma? Ah. Annamo bene, come si dice qui.

Abbiamo concluso la giornata con un giro all’outlet, luogo che colpirebbe qualunque essere umano in normali condizioni psicofisiche per il suo peculiare obbrobrio estetico (immaginatevi un villaggio del west in tinte pastello). Mia sorella, all’ingresso ha esclamato: “Ma che carino, qui! Com’è accogliente”. Ecco, credo di avervi detto tutto.

Che fine hanno fatto i morti?


Piove. La pista di pattinaggio è bagnata. Così decade l’ultimo baluardo che avevo eretto per declinare inviti a merende in stile “dolcetto o scherzetto” (“Sai, preferisco che non salti lo sport, ora che si va verso l’inverno…”). Non ho simpatia per Halloween. Tuttavia ci siamo dentro, la scuola di Meryem pullula di zucche di cartapesta e improbabili pipisterelli cosparsi di porporina. Stamattina, con l’arte dell’improvvisazione che caratterizza le madri sgarrupate, ho estratto dall’armadio una specie di mantello nero spiegazzato, ricavato l’anno scorso da una mia gonna a ruota. Il cappello non c’era, ma ho convinto Meryem che sarebbe stata una favolosa strega anche così. Ho rincarato la dose con un pipistrello disegnato sulla guancia e una passata di colore blu sulle labbra.

Per carità, non è che le rivisitazioni della festa in chiave cristiana fondamentalista (“travestitevi da santi”) mi stiano più simpatiche di streghe, vampiri e zombie. Se possibile mi fanno ancora più orrore. Sapete cosa mi manca, in questa festa? I morti. Quelli veri. Le memorie, il legame misterioso e anche un po’ pagano. Oggi, quando ho letto questo bel post di Veronica sono riuscita a mettere meglio a fuoco il fastidio che provo.

Secondo me non sarebbe affatto male rispolverare le molte tradizioni italiane della festa dei morti. Ricordo un bellissimo libretto comprato a Napoli, che illustrava le usanze locali, centrate sul concetto di nutrire i defunti. Ma anche e soprattutto questo bel volume, da cui si può scoprire e imparare moltissimo. Credo che sarebbe molto istruttivo, per i nostri bambini, ritornare al contenuto originario, ormai talmente trasfigurato da risultare irriconoscibile. Questa festa di passaggio in cui i morti tornano a visitare i vivi, o almeno i vivi vanno a visitare i morti, racconta di un senso di continuità tra passato e futuro. Accostare i più piccoli al mistero della morte, anche attraverso colori e sapori, era un’usanza piena di saggezza. La paura, inevitabile, si imparava a gestirla, a esorcizzarla di persona e collettivamente. Magari anche il dolore e la malinconia. Tutti questi valori educativi vengono meno, se ricorriamo direttamente al vampiro di gomma e al sangue finto. E poi ci troviamo in grandissima difficoltà davanti al primo funerale. Mi pare che per molti genitori la morte provochi più imbarazzo del sesso. Non è un argomento facile, evidentemente. Ma una festa istituzionalizzata dava una bella cornice, poetica, consolatoria e persino gioiosa, in cui affrontare, implicitamente o esplicitamente l’argomento.

Ho paura che cercare di riportare i morti veri nella festa sia una battaglia persa, purtroppo. Di questi tempi temo non siano molte le persone convinte del valore di una tradizione “paganeggiante” (più facile infatti è vedere parrocchie e oratori tentare di contrastare la tendenza con anatemi vari o con gli artifici di dubbio gusto a cui si faceva riferimento prima). Peccato. Però non posso che condividere la speranza di Veronica: “Ma sì, arriverà poi il giorno in cui ce ne andremo tutti insieme nella nebbia della Bassa, a mangiarci un piatto di cappelletti fumanti”. O il torrone dei morti a Napoli. O qualunque altra squisita ricetta si adatti ai luoghi stupendi di cui è ancora pieno questo nostro Paese bistrattato.

P.S. Se a qualcuno va di raccontare tradizioni a riguardo che ha vissuto o che conosce, mi fa molto piacere.

Quello che poi si è visto


Segue da qui. Vale il disclaimer del post precedente: spiego le cose così come io le ho capite, condite dai miei commenti e dalle mie considerazioni. Non esprimo la posizione ufficiale di alcun ente, nemmeno di quello per cui lavoro.

Ci eravamo lasciati a circa un anno fa, con il piano straordinario di accoglienza gestito dalla Protezione Civile rinnovato per un anno. Cosa è successo intanto? Da un certo punto di vista, non granché. Con una certa lentezza e fatica, sono cominciati a arrivare gli esiti delle domande di protezione internazionale delle persone accolte. Gli esiti sono stati in gran parte negativi. I motivi sono vari: un po’ perché questi flussi erano molto misti, un po’ perché la preparazione dell’intervista in molti casi è stata carente, un po’ per tutto l’insieme delle circostanze.

Già da gennaio 2012 chi stava lavorando davvero sul campo ha iniziato a porsi seriamente la questione: era abbastanza evidente che questa emergenza così gestita portava dritta dritta a un vicolo cieco. Se infatti per la Protezione Civile una testa da alloggiare resta una testa, a prescindere dallo status giuridico, ben diverse sono le prospettive di integrazione di chi ha un permesso di soggiorno e di chi non ce l’ha. La strada obbligata, per quanto poco ragionevole e costosa, era far presentare ricorso contro il diniego ricevuto a tutti quelli che in accoglienza stavano e lì sarebbero comunque rimasti. [N.B. Normalmente, in un sistema di accoglienza specializzato (come lo SPRAR), non funziona così. Le domande di asilo si seguono con puntualità e attenzione e, di conseguenza, quando l’esito è un diniego non si presenta ricorso automaticamente: si valuta se c’è o no materia per presentarlo. Solitamente quindi si ha modo di preparare la persona alle conseguenze di un diniego, compresa la conseguente dimissione dal centro di accoglienza. Ma tutto ciò in emergenza non vale, naturalmente].

Il 13 marzo del 2012 il Tavolo Asilo, che riunisce i principali enti di tutela, aveva presentato e reso pubblico un appello molto specifico al Governo Monti. “Tanti di questi profughi – segnalava l’appello – sono stati incanalati nel percorso della domanda di protezione internazionale spesso senza aver ricevuto un’adeguata informazione sulle implicazioni e sui possibili esiti della procedura di asilo ed ospitati in strutture non sempre adeguate. L’alto numero di decisioni negative riguardanti le loro domande di protezione rischia di generare una vera e propria ulteriore emergenza. V’è infatti il concreto rischio che un elevatissimo numero di ricorsi, condizione necessaria per rimanere nei centri di accoglienza, metta in crisi la procedura di tutela del diritto d’asilo in sede giurisdizionale, con gravi ricadute generali sull’intero sistema asilo”. Si chiedeva dunque già allora, esplicitamente, che si adottasse l’unica soluzione possibile: concedere tempestivamente  la protezione umanitaria a tutti gli accolti e creare i presupposti indispensabile a un loro percorso di uscita da centri che sarebbero restati aperti ancora per poco. Si aggiungevano poi altre richieste importanti, tra cui il ripristino immediato di Lampedusa alla normale operatività.

Il 21 settembre la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha pubblicato un documento di indirizzo per il superamento dell’emergenza Nord Africa. Si fanno alcune proposte concrete, sebbene nettamente insufficienti (ampliamento del sistema di accoglienza ordinario SPRAR di 1.000 posti circa; stanziamento di fondi per 1.000 “doti formative individuali” del valore di 5.000 euro ciascuna), ma due elementi balzano subito all’occhio. Uno: è tardissimo per iniziare percorsi formativi individuali se si pretende che il 31 dicembre tutti siano fuori dai centri; la formula dei tavoli di concertazione, nazionali e regionali, è correttissima, ma richiederebbe ben altra tempistica per essere efficace. Due: e che ci dite dello status giuridico delle persone? Per ora non si dice ufficialmente alcunché. Si mormora ufficiosamente (e pare l’unica soluzione possibile) che effettivamente questa protezione umanitaria verrà data, ma come, a chi e in che tempi ancora non si sa. E intanto è finito anche ottobre.

Si potrebbero fare molti, moltissimi commenti. Chiunque conosca persone che vivono la delicata condizione della richiesta di asilo sa che sarà difficile rimediare in fretta e furia a errori organizzativi e gestionali di questa fatta. Immaginate che io sia arrivata dalla Libia in piena guerra, vedendomi morire accanto amici e compagni di viaggio. Mi hanno mandato in un luogo di accoglienza (scartiamo le soluzioni estreme, tipo gli alberghi abbandonati sulla cima dei monti o le tendopoli: immaginiamo un centro standard),  ho aspettato oltre un anno per essere intervistata dalla commissione e svariati altri mesi per conoscere l’esito. Scopro che è negativo. Mi lasciano dove sto, mi fanno presentare ricorso. Non capisco molto. Mi dicono che comunque devo impegnarmi, imparare la lingua anche se sono analfabeta, cercarmi lavoro anche se non posso lavorare. Mi rimanderanno indietro? Mi daranno un permesso di soggiorno? Eh, mi dicono, è ancora presto per sapere questo. Nulla è sicuro, a parte il fatto che tu il 31 dicembre devi andartene da qui, con tanti auguri di buon anno nuovo.

Credo che a questo punto qualcuno dei profughi accolti con la cosiddetta emergenza Nord Africa si stia chiedendo in che razza di Paese sia arrivato/a. La maggior parte, dopo due anni, si saranno dati una risposta. Temo che questo dovrebbe essere il vero punto di forza dell’exit strategy: si conta sul fatto che, appena avranno in mano un pezzo di carta qualsiasi, si precipiteranno verso la più vicina frontiera. Tuttavia con i tunisini, l’anno scorso, questa raffinata pianificazione non ha prodotto gli esiti sperati. Qualcosa mi dice che ancor peggio finirà questa volta.

Emergenza? Quale emergenza?


Non mi cimenterei neanche nella scrittura di questo post se non potessi avvalermi dell’inconsapevole collaborazione di Alessandra Sciurba, che ha scritto un ottimo articolo che citerò qua e là e che sentitamente ringrazio per l’ottimo lavoro che fa (ho avuto anche la fortuna di incontrarla personalmente).

Partiamo dunque dalla notizia: Alcune delle maggiori organizzazioni sociali e sindacali che in Italia sono impegnate per il rispetto dei diritti e della dignità dei migranti (Arci, Asgi, Centro Astalli, Senza Confine, Cir, Cgil, Uil, Sei Ugl, Fcei, Focus-Casa dei Diritti Sociali) hanno convocato per martedì 30 ottobre una manifestazione a Roma per chiedere al governo ”risposte certe sulla sorte delle migliaia di persone giunte nel nostro Paese dalla Libia in guerra nel 2011”. (ASCA) Per la cronaca, l’appuntamento è a piazza del Pantheon alle 14.

Ma io temo che di questa triste vicenda, su cui iniziano ad uscire articoli poco edificanti (questo su Repubblica, dopo la più corposa inchiesta su L’Espresso…), non possa essere comprensibile solo dai fatti di oggi. Troppo facile (e pericoloso) passare il messaggio che “tanto sui rifugiati ci si mangia e basta”. Allo stesso tempo è necessario capire come mai fatti come quelli riportati possano essersi verificati, e continuino anzi a verificarsi.

La vicenda è lunga e intricata. Provo a raccontarvela così come la capisco io. Piccolo, necessario, disclaimer. Mi occupo di queste cose per lavoro, ma questo è evidentemente il mio blog personale. Penso che sia opportuno ricordarlo, anche se non mi pare di avere sostanziali divergenze di opinioni sul tema con l’ente per cui lavoro. In ogni modo, quello che qui dico esprime – come sempre – la posizione di Chiara e non quella del Centro Astalli.

Parliamo di numeri
Torniamo ancora una volta a maggio 2009. L’inizio dei respingimenti in Libia dei migranti intercettati in mare. L’Italia è stata condannata per questa pratica, a posteriori, dalla Corte di Strasburgo. Perché comincio da qui? Perché questo è l’inizio dello “sballamento” definitivo della nostra percezione dei numeri, che era già molto lontana dalla realtà. In tutto il 2010, con il Mediterraneo bloccato e Lampedusa vuota, le domande di asilo in Italia sono state 10.052, contro le 47.791 della Francia. Questo numero irrisorio (per darvi un paragone, quello stesso anno in Sud Africa ne sono state presentate 180.600 e negli Stati Uniti 54.300) è stato comunque mal gestito. Appena 3.000 i posti di accoglienza del sistema nazionale deputato a ciò, già saturi. Percorsi di integrazioni traballanti come e più del solito. Per quanto riguarda l’esito di queste domande, su un totale di 14.042 esaminate (le commissioni hanno sempre un arretrato dell’anno prima), il totale delle persone che hanno ottenuto una qualche forma di permesso di soggiorno sono state 7.558. Insomma, non esattamente un’invasione.

Poi inizia il 2011 e i numeri aumentano.

Qui lascio la parola a Alessandra: “Va detto innanzitutto come il relativo aumento degli ingressi dei richiedenti asilo che si è registrato in quel periodo sia da ricondurre non solo e non tanto all’incremento delle partenze dei profughi in fuga da situazioni di violenza e instabilità, ma soprattutto al dissolversi degli accordi bilaterali che l’Italia aveva instaurato da anni con i dittatori Ben Alì e Gheddafi in tema di migrazione. A quei tiranni improvvisamente diventati (o ritornati ad essere, come nel caso di Gheddafi), i nemici delle democrazie occidentali, erano state affidate fino a quel momento, in modo più o meno diretto, le vite di centinaia di migliaia di rifugiati attraverso la pratica criminale dei respingimenti in mare, o tramite l’esternalizzazione del controllo delle frontiere.
Nonostante ciò, in tutto il 2011 hanno fatto richiesta di asilo in Italia “solo” 34.117 persone. Lo stesso anno, in Francia, sono state inoltrate 51.913 istanze.”

In altri termini: la Tunisia e la Libia avevano il ruolo di bloccare le persone in arrivo in Europa, a prescindere dal motivo del loro viaggio. Il caso della Libia era particolarmente drammatico, perché tutti i rifugiati del Corno d’Africa transitano da lì. Ma anche la Tunisia operava il suo ruolo di controllo della frontiera al di là dei riflettori più che efficacemente. Per un po’ il tappo salta. Persone diverse che erano rimaste bloccate in Tunisia o in Libia arrivano in Europa. Dalla Libia però arrivano relativamente pochi libici: moltissimi i profughi, del Corno d’Africa o dell’Africa subsahariana, molte anche le persone che in Libia lavoravano e sono state sorprese dalla guerra. Emergenza, emergenza. Ma era un’emergenza vera? Ancora una volta l’Italia, nonostante la sua posizione geografica, ha un numero di domande d’asilo inferiore alla Francia. Il che spiega, anche se non giustifica, la reazione inferocita della Francia, che ha blindato la frontiera di Ventimiglia perché i tunisini arrivati in Italia là restassero: la storia dell’emergenza a loro non è mai andata giù.

Ma noi l’emergenza a Lampedusa l’abbiamo vista
Chi mi conosce un po’ sa che quando mi si nomina Lampedusa, specialmente alle riunioni con i colleghi stranieri, io inizio a vedere rosso. A ottobre scorso ho mormorato a un collega dell’ufficio di Bruxelles questo testuale avvertimento: “Fammi un’altra domanda che contenga la parola Lampedusa e ti mordo”. Tutti lo hanno trovato molto spiritoso, ma io ero serissima. Lui deve averlo intuito, e da allora abbiamo parlato d’altro.

Lampedusa è ormai un set cinematografico. Il suo scopo è, esattamente, quello di creare emergenza. Era successo nell’estate del 2008, quando Maroni inopinatamente diede l’ordine di bloccare i trasferimenti da questa piccola isoletta più vicina alla Tunisia che all’Italia e, come previsto e voluto, scoppiò tutto. Perché, ovviamente, le persone soccorse o sbarcate a Lampedusa, quando tutto va come deve andare, vengono entro qualche giorno trasferite in Sicilia o in altro luogo della lunga penisola italiana. Lampedusa fa parte dell’Italia, mica è stato indipendente. Ma si presta, eccome se si presta.

Lascio ancora la parola a Alessandra: “Anche alla luce di questi dati, si coglie fino a che punto l’allarme lanciato dall’Italia nel momento della cosiddetta “emergenza nord-africa”, a seguito delle rivolte democratiche, risulti pretestuoso. Per giustificarlo, in quei mesi Lampedusa è ritornata ad essere, come tante altre volte era successo, lo scenario dove mettere in atto lo spettacolo della frontiera. È stato sufficiente bloccare i trasferimenti dall’isola per poche settimane, per materializzare l’immagine più estrema dell’assalto al territorio italiano. Poche migliaia di persone abbandonate su quei pochi chilometri quadrati di roccia, a dormire per terra senza nessuna forma di accoglienza, sono state rappresentate come un pericolo ingestibile se affrontato con le procedure ordinarie, e cui tenere testa quindi col ricorso a decreti di emergenza che hanno gettato il paese in un clima di panico da guerra in corso”.

Lo spettacolo della frontiera. Che espressione efficace. Uno spettacolo drammatico, di cui ancora c’è chi paga le conseguenze. Il centro di primo soccorso è rimasto danneggiato da un incendio e quindi chiuso. Da allora, fino ad oggi, non è stato ripristinato. Lampedusa è stata dichiarata “porto non sicuro”. Un termine tecnico, in realtà anche una gran furbata. Quando si soccorrono dei naufraghi in mare, l’obbligo è di portarli al porto sicuro più vicino. Mettendo fuori gioco Lampedusa, possiamo sperare che Malta se ne becchi di più. Non commentiamo. Ricordo solo che sono uomini, donne e bambini quelli che ci si rimpalla, manco fossero rifiuti tossici.

Cos’è l’emergenza Nord Africa, allora?
Si è detto che, comunque, avevamo deciso di considerare la situazione straordinaria e di gestirla con misure di emergenza. Così è stato. Si è proceduto a un artistico collage di provvedimenti, sul cui dettaglio non mi soffermo (uno è stato il rilascio di permesso di soggiorno di un anno ai tunisini arrivati in una certa finestra temporale, accompagnato dalla speranza – anche esplicitata – che se ne andassero tutti in Francia: della reazione dei francesi abbiamo parlato sopra). Oggi ci interessa soprattutto l’accoglienza di queste persone, specialmente di quelle arrivate dalla Libia. Si sono trovati fondi straordinari e, ovviamente, non si è andati a potenziare il circuito esistente di accoglienza decentrata di richiedenti asilo, che è ottimo ma nettamente insufficiente. Troppo facile. Che emergenza sarebbe senza la Protezione Civile? Scende in campo la Protezione Civile.

A questo punto, paradossalmente, lo status giuridico delle persone viene messo scientemente in secondo piano. Bisogna piazzare queste persone sul territorio? (Se ne aspettavano 50mila, ne sono arrivate poco più di 34mila). Le si piazza, di autorità. Alle regioni viene assegnata una quota di posti e le regioni devono farli saltare fuori. Per certi versi funziona: i posti saltano effettivamente fuori. A riprova del fatto che avere numeri meno ridicoli non sarebbe neanche impossibile, con un minimo di programmazione. Ma ci sono diversi problemi.

Il primo, banale: questi posti che saltano fuori non sono tutti uguali. E qui si rimanda agli articoli di cui sopra. C’è chi ha fatto un ottimo lavoro (questi non vanno sui giornali, chiaramente), c’è chi ha usato i soldi per riempire alberghi vuoti. E poi è l’Italia a non essere tutta uguale: per gli stessi soldi spesi, ci sono profughi che sono stati accolti in tendopoli e profughi che hanno avuto le chiavi di un appartamento. Totale disomogeneità, come pure ancora diverso è il trattamento che nel frattempo riceve chi continua ad arrivare in fuga con le sue gambe, a prescindere dall'”emergenza” del momento (gli afghani, ad esempio).

Ma il secondo problema è più di sostanza. La Protezione Civile ha mandato di alloggiare queste persone, come alloggerebbe le vittime di un terremoto. Ma un richiedente asilo oltre al tetto sopra la testa ha anche altri bisogni, che vengono nella maggior parte dei casi ignorati (o lasciati alla buona volontà di chi passa): deve capire la procedura, deve essere assistito e orientato durante l’iter, deve possibilmente imparare la lingua. Al 31 dicembre 2011 si è ancora a carissimo amico. La maggior parte delle persone accolte in questo circuito straordinario non hanno ancora sostenuto il colloquio con la commissione territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato. Gli scandali di cui ora parlano i giornali sono già noti. Ma non sono interessanti per nessuno. Senza stare troppo a pensarci, si proroga l’accoglienza di un anno. E poi si vedrà.

Cosa si è visto, ve lo racconto alla prossima puntata.

Anche il dolore è normale


More about Mama Tandoori Ero molto curiosa di leggere Mama Tandoori, un romanzo di Ernest van der Kwast edito da Isbn. Mi frenava il prezzo, ma appena l’ho visto tra le offerte Kindle ho colto l’attimo. Era un po’ che aspettavo l’occasione di spiegare perché a me questo libro è piaciuto, anche (o forse proprio perché) leggendolo ho trovato qualcosa di profondamente diverso da quello che mi aspettavo.

Cosa mi aspettavo? Suvvia, mi aspettavo il solito romanzo multietnico di famiglia da ammazzarsi dalle risate, basato su gustosi equivoci e pittoreschi scontri di culture in salsa speziata. Tipo il film East is East, o Il mio grasso grosso matrimonio greco, per intenderci. Invece in questo romanzo si ride, un pochino, ma soprattutto si soffre.

Non tutto è rose e fiori, negli incontri tra culture. E, soprattutto, non tutto è rose e fiori nella vita, in genere. Il personaggio della mamma indiana all’estero, con tutti i suoi tratti grotteschi, più che comico è tragico. Tragico perché dietro i sorrisi ironici leggiamo tutta la sofferenza del figlio, che si sente inesorabilmente bollato da questa figura ingombrante e collerica. Ma soprattutto perché, al di là della macchietta, si legge tutta la sofferenza incolmabile della donna in questione.

In questo dolore lo spaesamento culturale ha forse un ruolo, ma certo non è il protagonista. Rimorsi, angosce, il peso insopportabile di scelte grandi e piccole, ma più ancora il destino comunque difficilissimo di essere anche mamma di un bambino “speciale”. Quello che mi ha colpito di questo racconto per bocca del figlio è forse, più di ogni altra cosa, la capacità di descrivere (sia pure in termini lievi) la propria sofferenza di bambino, ma anche di rendere in qualche modo giustizia (sempre senza indulgervi) alla complessità della mamma, che rompe quasi subito il ruolo di macchietta a cui il genere letterario rischierebbe di relegarla.

Pensandoci, mi ha fatto piacere di trovare tutte queste dimensioni in un libro che parla, in qualche modo, anche di integrazione. Mi è piaciuto vedere raccontato attraverso la figura del padre, apparentemente dimessa e sconfitta, tutto il coraggio che ci vuole anche solo per non rinunciare a priori a una strada comunque faticosa e piena di curve a gomito, dall’esito imprevisto e imprevedibile. Direi che il messaggio che se ne ricava è che in questo mondo plurale ormai tutto siamo destinati a vivere insieme, anche i drammi più intimi e non condivisibili. Perché essere insieme ormai è normalità, una normalità che non si limita a una salsa esotica da tirare fuori da una mensola quando ci serve un sapore originale.

Poi, chiaramente, per vendere un libro così bisogna puntare sulla comicità, agganciarsi a un trend di interesse già costituito. E’ vero che forse, se la presentazione fosse stata diversa, non mi sarei incuriosita neanche io. Ma è anche vero che così si rischia di deludere qualche lettore che di dimensione se ne aspetta una sola e può essere colpito negativamente dalla indubbia componente di “spiacevolezza” (del personaggio e della vicenda). Alcune recensioni su anobii ne sono la conferma.

 

Dopo tanti anni…


Stasera ho avuto una illuminazione di autoconsapevolezza. Scusate se è poco. Tornavo da un incontro di quelli un po’ curiosi, inaspettati. Uno dei pochissimi lettori del mio libro storico-religioso serio, amico di amici, aveva insistentemente chiesto di conoscermi. Tornavo dunque da una piacevole chiacchierata con lui e sua moglie, a casa di questi amici comuni. Rivedendomi mentalmente in quella conversazione, ho finalmente messo a fuoco – per contrasto – una caratteristica di mia sorella Marina che per molto tempo le ho invidiato e che a tratti, forse per questo, ancora mi infastidisce. Il mio e il suo sono davvero di stili opposti di comunicazione, che ottengono comprensibilmente risultati diversissimi.

Mia sorella, fin da quando ho memoria di lei, seduce. Non fraintendetemi, è una rispettabilissima madre di famiglia. Ma è quello il suo stile. E lo applica praticamente in tutte le circostanze: seduce non solo gli amici, ma anche i negozianti, con cui spesso ha (o cerca) un rapporto privilegiato, i vigili urbani, i postini, i vicini, eccetera. Maschi o femmine che siano (anche se, a mio modesto parere, spesso le riesce meglio con i maschi). Con questo non voglio dire né che sempre ci riesca, né che lo faccia (sempre) intenzionalmente. Ma la disegnano così. E’ il suo stile.

Io non sono mai stata seducente, in nessun modo. Ora che mi sono riconciliata parecchio con me stessa, posso concepire che qualcuno mi trovi interessante, persino affascinante. Ma seducente proprio no. Io, anche e soprattutto quando sono a mio agio (come stasera), solitamente travolgo il povero interlocutore con l’ardore di un fiume in piena. Butto fuori tutto, faccio salti logici spaventosi, mi lancio in decine di argomenti e vorrei continuare all’infinito. Non è un trattamento a cui tutti reggono, evidentemente. Ma soprattutto questa modalità ha un grande difetto: per attivarsi, mi ci devo applicare. E per applicarmici, la persona deve rivestire per me una qualche forma di interesse. Il che, evidentemente, non si dà in tutte le occasioni e tanto meno può verificarsi con interlocutori funzionali come il tabaccaio, l’autista del tram e, ahimé, le attuali maestre di mia figlia. In tutti questi casi io, solitamente, finché posso taccio e basta. Apparendo il più delle volte, posso presumere, scontrosa e scostante.

La prova provata l’ho avuta con i vicini di casa. Abituati a mia sorella, che abitava in questa casa prima di me, credo abbiano avuto un vero e proprio trauma. Io saluto educatamente quando ci si incontra, mi è successo (in tempi abbastanza recenti, quindi dopo almeno otto anni dal mio ingresso in casa) di scambiare qualche chiacchiera su bambini e banalità, ma mi è sempre sfuggito profondamente cosa mai potremmo dirci. E quindi non lo dico. Non è per snobismo. Non sono proprio capace, mi imbarazza.

Al contrario, immagino che chi mi ha conosciuto con i giri “di web” difficilmente mi descriverebbe come una musona taciturna. Credo piuttosto di essere stata inquadrata come soggetto fin troppo loquace. E con questo torniamo alla mia tesi iniziale. Chi scelgo di frequentare, di persona o virtualmente, mi interessa. Chi mi interessa, deve scontarlo sopportando (anche) la mia espansività verbale e argomentativa.

 

Truffole d’autunno


“Ma quegli alberi… esistono davvero???”. La Guerrigliera contempla incantata le chiome colorate morbide come piumini che sono in qualche misura protagoniste di “Lorax, il Guardiano della Foresta”, ultimo dvd inviatoci in visione dalla Universal. A sottolineare l’urgenza del quesito, mi agitava sotto il naso la splendida matita a forma di truffola, saltata fuori dal pacchetto insieme al film.

Ecco, io adoro la fantasia. Io sono quella che ha fatto scrivere nella ricerca di storia del bambino a cui facevo la babysitter che Cesare aveva conquistato tutta la Gallia tranne il villaggio di Asterix. Io voglio profondamente che nella testa di mia figlia ci sia sempre (a qualunque età) spazio per cose fantastiche, colorate e liberamente fluttuanti. Le truffole mi parevano ottime candidate.

Però… Però mi è venuto in mente che per tutto l’anno a scuola lavoreranno sul tema dell’albero, come ci è stato illustrato con grande serietà alla riunione di classe. Sfere di competenze linguistiche e di manualità. Lavoretti di riciclo del legno nelle sue diverse consistenze. Approfondimento della stagionalità (questo ci è già costato la frenetica raccolta di foglie dell’autunno durata l’intero weekend). Questo pensiero mi ha fatto esitare un momento di troppo. La guerrigliera mi ha guardato con un filo di delusione: “No, vero? Sono solo in questa storia”.

Però è una bella storia. Colorata, lieve, forse un po’ troppo esplicitamente educativa per i miei gusti (ma sono certa che alle maestre piacerebbe). Il mio personaggio preferito? Ovviamente la nonna! Indimenticabile specialmente la scena in cui simula il rimbecillimento totale al solo scopo di esasperare la figlia e lasciare il campo libero alle avventure del nipotino. Non so perché, ma mi ricorda un po’ mia madre…

Un tipo passionale


“Allora, come è andata?”. La maestra di yoga C. mi ha fatto da subito una certa simpatia. Alta, snella ma non magra, con un piglio da generale di armata e una solida concretezza che cozza con l’immagine della pratica tutta sospiri e visualizzazioni di onde del mare. L’ora e mezza che ho trascorso sotto la sua guida è stata sorprendente. Ho scoperto l’esistenza di punti del mio corpo che ignoravo totalmente. Ho scoperto che si può sudare disperatamente anche stando quasi fermi. Questo yoga è praticamente l’anti zumba. Silenzio, ma lavoro di precisione. E un calore sorprendente che sembra sprigionarsi da ogni giuntura.

Mi preoccupavo della mia incapacità di fare cose nebulose tipo “visualizzare il corso dei pensieri che scorrono”. Ma poi ho realizzato che non mi è stato richiesto nulla di tutto ciò, eppure per un’ora e mezza non mi sono distratta un attimo. Da cosa? Boh. Dal lavoro, direi. Un lavoro apparentemente impercettibile, ma non per questo meno intenso.

Com’è andata, allora? “Beh, molto diverso da quello che mi aspettavo”. Credevo (e mi ero anche un po’ pentita) di essermi adagiata su una roba soft da sessantenne, da rinunciataria. Grassona, sono le calorie che devi bruciare, altro che ohm! mi dicevo tra me stamattina. Invece stasera sono estenuata e soddisfatta, con i muscoli tutti, ma dico tutti, ben doloranti.  E la soddisfazione di essere persino servita come esempio. No, mica perché ero brava. Ma perché sono “un caso strano” e quindi didatticamente utile: nonostante una vita da incriccata, infatti, sono eccessivamente snodata in alcune articolazioni. “Tu devi lavorare sulla forza, invece, devi andare sempre al di sotto del movimento che ti viene spontaneo”, correggeva C. implacabile. Le mie braccia tremavano come ricotta fresca. Con pochi sapienti tocchi, infatti, gli esercizi dai nomi impronunciabili e indistinguibili diventano personalizzati: un cuscino sotto la testa di una, un mattone a fianco dell’anca dell’altra. Strano da spiegare. A ciascuno il suo.

“Insomma, credevo che fosse molto più soft”, ho confessato alla fine. “Eh, lui è un tipo passionale”, ha ribattuto C. come se fosse la cosa più naturale del mondo. “Lui” è, suppongo, il maestro iniziatore di questa specifico tipo di yoga, il metodo Iyengar. “Al resto ci si arriva così, colpendo duro”, insiste lei con un sorriso assassino. Non so se voglio sapere cos’è esattamente il resto. Però stasera mi sento da Dio. E’ un sollievo un po’ simile a quello del massaggio thailandese, che a suo tempo avevo accostato al parto: è talmente meraviglioso che sia finito che il corpo esulta in ogni cellula. Ma qui c’è anche la soddisfazione di essere sopravvissuta e anche tornata a casa sulle mie gambe. Anche se mi sento un po’ come se dei guizzanti energumeni indiani dal sorriso soave mi avessero preso a randellate sulle scapole e sui glutei. Pacatamente.